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        <title type="main" level="a">Riti strani tra avversione e fascino. I divieti alimentari ebraici agli occhi dei Greci e dei Romani</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-2031-0412" type="ORCID">
            <forename>Anna</forename>
            <surname>Angelini</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Piccole ‘curiosità’ delle religioni antiche. Un approccio antropologico</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0767-6</idno>) by </resp>
          <name>Ginevra Benedetti, Francesca Prescendi</name>
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        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0767-6.07</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>This essay explores the various attitudes which Greek and Latin authors assumed toward the Jewish food prohibitions, in the Greek and especially Roman context between the 2nd century BCE and the 2nd century CE. Such attitudes vary from simple curiosity, to mockery, to strong critique, without excluding some fascination toward what was perceived as one of the most representative features of the Jewish religion. The analysis examines the primary historical, social, and cultural contexts in which a discourse on Jewish Food Prohibitions emerged in classical literature and the responses to such discourse offered by Jewish-Hellenistic authors. The interpretation goes beyond the traditional political or identitarian readings of these passages. It highlights the potential of discourses regarding animals (and animal consumption) to foster intellectual and intercultural engagement in ancient religions and philosophies.</p>
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            <item>food prohibitions</item>
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            <item>ancient Rome</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0767-6.07<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0767-6.07" /></p>
      <div><head><hi rend="CharOverride-1">Anna Angelini</hi></head></div><div><head>Riti strani tra avversione e fascino. I divieti alimentari ebraici agli occhi dei Greci e dei Romani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-047">1</ref></hi></hi></head><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="italic">Abstract</hi>: This essay explores the various attitudes which Greek and Latin authors assumed toward the Jewish food prohibitions, in the Greek and especially Roman context between the 2nd century BCE and the 2nd century CE. Such attitudes vary from simple curiosity, to mockery, to strong critique, without excluding some fascination toward what was perceived as one of the most representative features of the Jewish religion. The analysis examines the primary historical, social, and cultural contexts in which a discourse on Jewish food prohibitions emerged in classical literature and the responses to such discourse offered by Jewish-Hellenistic authors. The interpretation goes beyond the traditional political or identitarian readings of these passages. It highlights the potential of discourses regarding animals (and animal consumption) to foster intellectual and intercultural engagement in ancient religions and philosophies.</p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">A margine di due manoscritti conservati alla Biblioteca Vaticana (</hi><hi rend="italic">Vaticanus gr</hi><hi rend="CharOverride-1">. 277; </hi><hi rend="italic">Urbinas gr</hi><hi rend="CharOverride-1">. 64 c) contenenti testi ippocratici, un lungo scolio riporta un commento sull’aggettivo θεῖον, che compare nell’incipit del </hi><hi rend="italic">De Morbo Sacro</hi><hi rend="CharOverride-1">. L’autore comincia infatti il suo trattato spiegando che «la malattia detta sacra non gli pare in nessun modo né più divina né più sacra delle altre». Varie ipotesi sono proposte dallo scoliasta sul significato da assegnare a questo θεῖον. La prima è quella secondo la quale l’aggettivo «divino» si riferisce all’origine della malattia</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-046">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">:</hi></p><quote rend="quotations_quotation_b1" ><hi rend="CharOverride-1">Θεῖόν τινές φασι τὴν ἱερὰν νόσον. Ταύτην γὰρ εἶναι θεόπεμπτον ἱεράν τε λέγεσθαι ὡς θείαν οὖσαν. Ἕτεροι δὲ ὑπέλαβον τὴν δεισιδαιμονίαν. ᾽Εξεταστέον γάρ, φασί, ποταπῷ χρῆται τύπῳ ὁ νοσῶν, ἵνα, εἰ μὲν Ἰουδαῖός τις ᾖ, τὰ χοίρεια ἐπ’ αὐτῷ παρατηρώμεθα, εἰ δ’ Αἰγύπτιος, τὰ προβάτεια ἢ αἴγεια.</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Secondo alcuni “divino” indica la malattia sacra. Ritengono infatti che essa sia mandata da un dio ed è detta “sacra” in quanto di origine divina. Certi suppongono che [divino] indichi il timore superstizioso degli dèi. “Bisogna indagare” dicono “quale regola di vita adotta il malato, in modo che, se è Ebreo, si osservi su di lui (astinenza) da carne di maiale, se è Egiziano, da carne di pecora o capra”.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Già Charles Daremberg, che a metà Ottocento aveva portato gli scoli all’attenzione della comunità scientifica, attribuì questo passo al lessicografo Erotiano, attivo nella metà del I sec. d.C., e autore, fra le altre opere, di un </hi><hi rend="italic">Glossario</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">a Ippocrate</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-045">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Nel proemio al </hi><hi rend="italic">Glossario</hi><hi rend="CharOverride-1">, Erotiano dedica l’opera al suo maestro Andromaco, medico presso la corte di Nerone. Nel prosieguo dello scolio in questione, il lessicografo confuta l’ipotesi che l’aggettivo «divino» si riferisca alla δεισιδαιμονία: è un’idea ingenua, dice, poiché Ippocrate non si era certo occupato di classificare i malati in base alle loro abitudini alimentari. Fra i testi classici di questo periodo che menzionano l’astensione dal maiale da parte degli Ebrei questo è uno dei più interessanti, per varie ragioni. Innanzitutto, dimostra che nella prima età imperiale l’astensione degli Ebrei dal consumo di carne di maiale era divenuta un </hi><hi rend="italic">topos</hi><hi rend="CharOverride-1"> che caratterizzava l’identità ebraica, diffuso a tal punto da comparire persino nella letteratura medica. In secondo luogo, conferma l’esistenza di una tradizione che presuppone una connessione diretta fra la trasgressione di norme alimentari e l’ira divina che si manifesta nella malattia. Infine, conferma che Ebrei ed Egiziani erano spesso associati agli occhi dei Greci nel condividere l’astensione dal consumo di certe specie animali.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’idea che gli Egiziani si astenessero dal consumo di alcuni tipi di carne (qui si tratta di pecora e capra, altrove è nominato anche il maiale), è un </hi><hi rend="italic">topos</hi><hi rend="CharOverride-1"> antico, che risale almeno ad Erodoto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-044">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si tratta però di una falsa credenza: la documentazione egiziana non fornisce attestazioni di nessun divieto permanente, ma solo di divieti localizzati dal punto di vista cronologico o geografico, ovvero limitati ad alcuni giorni dell’anno ed alcune circostanze rituali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-043">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il riferimento ai divieti alimentari ebraici è invece un cardine della legislazione biblica. Queste prescrizioni occupano infatti una sezione del corpus legale molto lunga, e, caso unico, anche doppia, in quanto attestata sia nelle norme rituali del Levitico, al capitolo 11, che nel codice deuteronomico, al capitolo 14.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tuttavia, il passo di Erotiano rende anche chiara la maniera un po’ banale in cui le pratiche alimentari ebraiche sono percepite, una volta che esse catturano l’attenzione dei Greci e dei Romani. Quello che è un sistema di prescrizioni molto articolate e complesse, che coinvolge un largo numero di specie animali e include una dettagliata casistica di contaminazione per contatto, agli occhi degli autori antichi si riassume nel divieto di consumo di carne suina, divieto che risulta curioso ai limiti dell’incomprensibile. L’astensione permanente dal consumo di alcune specie animali è un fatto piuttosto raro nelle religioni antiche, almeno in quelle fondate sulla pratica sacrificale. Come è stato più volte osservato, nelle fonti antiche l’insistenza sul divieto di consumo di maiale è riscontrabile soprattutto a partire dall’età imperiale e cristallizza una opposizione reciproca fra mondo ebraico e mondo classico. Questo tema serve tanto a costruire gli Ebrei come ‘altri’ in ambito greco-romano</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-042">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, quanto agli Ebrei per posizionarsi vis-à-vis dei Romani. Da un lato, l’astensione dal consumo di carne suina è un tratto saliente della </hi><hi rend="italic">misoxenia</hi><hi rend="CharOverride-1"> e della </hi><hi rend="italic">misanthropia</hi><hi rend="CharOverride-1"> attribuite agli Ebrei. Con questi termini (letteralmente: «odio verso gli stranieri», «odio verso il genere umano») si designa un’accusa rivolta frequentemente agli Ebrei nell’ambiente greco-romano antico: cioè che essi fossero ostili, esclusivisti e rifiutassero ogni forma di apertura verso gli stranieri e verso l’umanità in generale. Dal momento che l’alimentazione carnea, specialmente in contesto sacrificale, è la pratica civica federatrice per eccellenza nel mondo antico (e che il maiale è uno dei più comuni animali sacrificali), il rifiuto di carne è percepito come un segno di disprezzo da parte degli Ebrei nei confronti delle altre comunità: di conseguenza, questa accusa diventa parte integrante di un discorso volto a screditare l’immagine pubblica degli Ebrei</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-041">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Da un certo punto in poi, il discorso funziona in entrambe le direzioni. Se i Greci e soprattutto i Romani disprezzano gli Ebrei in quanto ‘adoratori’ del maiale, viceversa, le fonti rabbiniche identificano Roma e la dominazione straniera con l’odioso animale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-040">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tuttavia, bisogna riconoscere che le leggi alimentari ebraiche non hanno da sempre fatto parte del cliché di credenze valutate negativamente dagli autori antichi. La tradizione etnografica più antica, di età tolemaica, non ne fa menzione, in quanto tende a trasmettere una visione piuttosto positiva degli Ebrei, oppure a non includere questo tema tra gli elementi tipici della misantropia</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">giudaica. Alla luce di queste osservazioni, possiamo dunque chiederci in quali contesti, nella letteratura greca e latina, emergano uno o più discorsi sui divieti alimentari ebraici, e quali fattori storici, sociali, e culturali abbiano contribuito a catalizzare l’attenzione degli antichi su questo tema. Cercheremo infine di interrogarci sulla maniera in cui tali discorsi servono a costruire la relazione fra le due culture. La cronologia delle fonti permette di identificare tre contesti storici principali in cui il tema dei divieti alimentari ebraici è oggetto di discussione nella letteratura greco-romana. In età seleucide, la questione appare per la prima volta sia nella storiografia classica che in quella giudeo-ellenistica. Riferimenti alle prescrizioni alimentari ebraiche compaiono inoltre fra la tarda età repubblicana e l’età neroniana, anche se l’autenticità di molte fonti per questo periodo è dubbia. È l’età traianea quella in cui le fonti diventano più numerose e che dunque richiederà una riflessione più approfondita.</hi></p><div><head><hi rend="CharOverride-1">1. Una scrofa nel tempio</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">I primi riferimenti ai divieti alimentari ebraici nella letteratura greca risalgono a una serie di fonti che ruotano attorno allo stesso episodio: l’assedio di Gerusalemme da parte di Antioco IV Epifane nel 168 a.C. In questa circostanza, Antioco avrebbe ordinato sacrifici di maiali e costretto gli Ebrei a mangiarne la carne. Sull’episodio convergono fonti ebraiche e greche, pur con informazioni diverse. La fonte più antica in nostro possesso è costituita dai primi due libri dei Maccabei, databili alla seconda metà del II sec. a.C. Il primo libro, forse tradotto da un originale semitico, fa solo un breve cenno al fatto che in seguito alla presa della città da parte di Antioco IV furono sacrificati «maiali e altri animali ordinari» (ὕεια καὶ κτήνη κοινὰ)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-039">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il tema è sviluppato nel racconto leggendario del secondo libro, quasi certamente composto in greco, che introduce il motivo del consumo forzato dell’animale impuro: il pio scriba Eleazar e i sette figli di una madre anonima furono costretti dal re a consumare carne di maiale e furono torturati a morte per essersi rifiutati di farlo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-038">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Un resoconto arricchito di ulteriori dettagli è inoltre trasmesso da Giuseppe Flavio, che dipende a sua volta dai Maccabei, e probabilmente anche da altre fonti. Stando a Giuseppe, Antioco eresse un’ara per il sacrificio di maiali addirittura sull’altare del tempio; inoltre obbligò i Giudei a un sacrificio porcino quotidiano, non solo a Gerusalemme ma in ogni città di Giudea</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-037">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Tra le fonti greche, il passo più noto proviene dalla </hi><hi rend="italic">Biblioteca</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Diodoro Siculo, ed è trasmesso dal patriarca Fozio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-036">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche se vi sono molti elementi comuni tra il racconto di Diodoro e quello di Giuseppe Flavio, il tono delle rispettive narrazioni è molto diverso. Diodoro comincia con l’osservare come, dopo l’espulsione dall’Egitto e l’insediamento a Gerusalemme, gli Ebrei abbiano stabilito «usanze del tutto stravaganti» (νόμιμα παντελῶς ἐξηλλαγμένα), caratterizzate da due elementi: il rifiuto della commensalità (τὸ μηδενὶ ἄλλῳ ἔθνει τραπέζης κοινωνεῖν) e la mancanza di benevolenza verso gli altri popoli (μηδ᾿εὐνοεῖν τὸ παράπαν). Le usanze che differenziano gli Ebrei dagli altri popoli sono poi esplicitamente collegate alle leggi mosaiche. Nel rievocare l’assedio di Antioco IV, Diodoro si sofferma infatti sull’ordine dato dal re di versare il brodo della scrofa sacrificata nel tempio «sui libri sacri che contengono le leggi xenofobe» dei Giudei (τὰς ἱερὰς αὐτῶν βίβλους καὶ περιεχούσας τὰ μισόξενα νόμιμα). Senz’altro Diodoro attinge a fonti anteriori: è possibile che si rifaccia alle </hi><hi rend="italic">Storie</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Posidonio di Apamea, che a sua volta potrebbe essersi basato su resoconti della storiografia dei Seleucidi: sull’antichità della tradizione di Diodoro, che è a sua volta indiretta, entriamo nel terreno delle ipotesi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-035">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il medesimo episodio è dunque oggetto di un giudizio di valore opposto nei due contesti culturali. Il successo della tradizione sulla profanazione cultuale di Antioco IV nella storiografia ebraica in lingua greca si deve al fatto che essa combina una caratteristica chiave dei costumi ebraici – l’astensione dal maiale, appunto – con la memoria della ribellione ebraica contro la dominazione straniera (nello specifico, seleucide). In altre parole, la tradizione su Antioco IV e i sacrifici di maiale diventa un simbolo, per gli storici del giudaismo ellenistico, dell’arbitrarietà della dominazione imperiale e del valore della resistenza culturale. In questa prospettiva, la tradizione a cui Diodoro si rifà può essere invece letta come una prima risposta greca al discorso ebraico che identifica il rifiuto di mangiare il maiale con la resistenza politica e culturale contro i Seleucidi, personificati da Antioco IV. Il passo di Diodoro, definito da Katell Berthelot come contenente «l’accusa di misantropia più sistematica che ci sia stata conservata di tutta l’epoca ellenistica»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-034">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, rende evidente che l’astensione dal consumo di maiale diventa l’esempio più lampante delle leggi misantrope e misoxene degli Ebrei e dei loro costumi </hi><hi rend="italic">paranomoi</hi><hi rend="CharOverride-1"> (ovvero «iniqui» in quanto trasgrediscono usanze ancestrali e condivise). In altre parole, la tradizione conservata in Diodoro rappresenta un’inversione completa e sistematica del tema sviluppato dalla storiografia giudaico-ellenistica rappresentata dai Maccabei e da Giuseppe Flavio. Nell’interpretazione diodorea, lungi dall’essere un simbolo di opposizione culturale e politica, le leggi alimentari degli Ebrei esemplificano la loro ostilità verso il genere umano. Questa interpretazione si allontana dal contesto prettamente cultuale in cui l’episodio si origina, per fare del rifiuto generale della commensalità un ingrediente essenziale della costruzione del modo di vita ebraico come contrario al valore greco della </hi><hi rend="italic">xenia</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p></div><div><head><hi rend="CharOverride-1">2. Numi porcini e diete settarie</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il motivo dell’astensione degli Ebrei dal consumo di maiale compare inoltre in qualche fonte letteraria di età augustea e di prima età imperiale, di tutt’altro tenore: si tratta di motti di spirito o testi poetici dall’intento chiaramente satirico. In questo caso le fonti più antiche sono tutte di paternità sospetta. Si tratterebbe </hi><hi rend="italic">in primis</hi><hi rend="CharOverride-1"> di alcuni detti attribuiti addirittura a Cicerone e ad Augusto. Il primo è conservato da Plutarco e contiene un gioco di parole, che funziona solamente in latino, tra </hi><hi rend="italic">verres</hi><hi rend="CharOverride-1"> («maiale») e Verre. Il detto sarebbe stato pronunciato in occasione del processo contro il famigerato nemico di Cicerone. In questa circostanza il liberto Quinto Cecilio Nigro, questore durante il governo di Verre e forse colluso con quest’ultimo, tentò inizialmente di proporsi come suo accusatore, con l’intenzione di discolparlo:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Βέρρην γὰρ οἱ Ῥωμαῖοι τὸν ἐκτετμημένον χοῖρον καλοῦσιν. Ὡς οὖν ἀπελευθερικὸς ἄνθρωπος ἔνοχος τῷ ἰουδαΐζειν ὄνομα Κεκίλιος ἐβούλετο παρωσάμενος τοὺς Σικελιώτας κατηγορεῖν τοῦ Βέρρου, τί Ἰουδαίῳ πρὸς χοῖρον; ἔφη ὁ Κικέρων. </hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b3" ><hi rend="CharOverride-1">I Romani chiamano il maiale castrato “verre”. Quando, dunque, uno schiavo liberato di nome Cecilio [</hi><hi rend="italic">scil</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nigro], sospettato di simpatizzare per il giudaismo, voleva accusare Verre mettendo da parte i Siciliani, Cicerone disse: “Cos’ha un ebreo a che vedere con un maiale?”</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-033">15</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questa battuta costituirebbe il più antico riferimento all’astensione ebraica dal maiale da parte degli autori latini. Tuttavia, diversi dubbi circondano la plausibilità della storia e la possibilità che il gioco di parole provenga effettivamente da Cicerone. Come osserva Dwora Gilula, Cicerone non menziona altrove il presunto giudaismo di Cecilio Nigro, anche se questo sarebbe stato un utile argomento per screditarlo nella </hi><hi rend="italic">Divinatio in Caecilium</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-032">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Inoltre, nessun’altro degli autori della tarda Repubblica e della prima età augustea che fanno occasionale riferimento a pratiche ebraiche, come per esempio Orazio, Tibullo e Ovidio, menziona le norme alimentari.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La seconda battuta è attribuita ad Augusto ed è trasmessa da Macrobio: </hi><hi rend="italic">Melius est Herodis porcum esse quam filium</hi><hi rend="CharOverride-1"> («meglio essere il maiale di Erode che suo figlio»), avrebbe detto l’imperatore alla notizia dell’uccisione dei neonati in Giudea da parte del re</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-031">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche in questo caso l’autenticità è dubbia. Va infatti considerato che Augusto diventa, nei primi secoli dell’impero, l’imperatore ironico per eccellenza, a cui sono attribuite numerose facezie. Inoltre, il motivo sembra risentire dell’influenza cristiana, in particolare del Vangelo di Matteo. È possibile che il motto di spirito appartenga effettivamente a una fonte antica, forse di età augustea, rielaborata da Macrobio e in seguito contaminata con fonti cristiane</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-030">18</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Vi è poi un passo incluso nel corpus dei </hi><hi rend="italic">Satyrica</hi><hi rend="CharOverride-1"> petroniani, che fa menzione della venerazione ebraica per una divinità suina</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-029">19</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">:</hi></p><quote rend="quotations_quotation_b1" ><hi rend="italic">Iudaeus licet et porcinum numen adoretet </hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="italic">caeli summas advocet auriculas,</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="italic">ni tamen et ferro succiderit inguinis oram</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="italic">et nisi nodatum solverit arte caput,</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="italic">exemptus populo Graia migrabit ab urbe</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="italic">et non ieiuna sabbata lege premet.</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">L’Ebreo può adorare la divinità suina e urlare nelle altissime orecchie del cielo; tuttavia, se non taglia con il ferro dell’inguine il lembo, e non scioglie con arte la testa annodata, espulso dal popolo lascerà la città greca e non imporrà al sabato la legge del digiuno.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il passo fu incluso nella trasmissione testuale del corpus petroniano da un editore francese del XVI secolo, Claude Binet, il quale trascrisse il testo dal </hi><hi rend="italic">codex Bellovacensis</hi><hi rend="CharOverride-1">, un manoscritto del IX secolo ora perduto. Tuttavia, secondo gli specialisti di Petronio non vi sono ragioni particolari per dubitare che, se anche non fosse un autografo petroniano, il passo provenga dall’ambiente culturale dell’epoca di Nerone, lo stesso a cui appartiene il passaggio di Erotiano citato in introduzione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-028">20</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. L’astensione dal maiale è qui oggetto di un </hi><hi rend="italic">divertissement</hi><hi rend="CharOverride-1">, di uno scherzo disimpegnato. Notiamo che i cliché del ‘tipo ebraico’, ci sono tutti: il primo e più importante, ovvero la circoncisione, il rispetto del sabato, e il </hi><hi rend="italic">numen porcinum</hi><hi rend="CharOverride-1">. Compare qui esplicitamente l’idea che gli Ebrei si astengano dal maiale perché lo venerano. Quest’idea, ispirata da discussioni sulla teriolatria attribuita agli Egizi, è indice di uno spostamento semiotico molto frequente nelle fonti antiche: il consumo o non consumo di certe specie animali serve in realtà a pensare, e soprattutto a criticare, la zoomorfia attribuita agli dèi. Si tratta di una critica di origine antica, che diventa circolare nelle fonti di età ellenistica: Erodoto l’aveva attribuita agli Egiziani, gli Ebrei nella </hi><hi rend="italic">Lettera di Aristea</hi><hi rend="CharOverride-1"> e nel </hi><hi rend="italic">Contro Apione</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Giuseppe Flavio la rinfacciano agli Egiziani per distinguersi da loro agli occhi dei Greci, i Greci e i Romani se ne riappropriano per dirigerla contro gli Ebrei e contro i cristiani, e così via</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-027">21</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il passo pseudo-petroniano fa inoltre riferimento a un’altra ‘curiosità’ propria dei riti ebraici, ovvero un digiuno che sarebbe praticato durante il sabato (</hi><hi rend="italic">ieiuna sabbata lege</hi><hi rend="CharOverride-1">): tale usanza, che pure è evocata da diverse fonti latine e greche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-026">22</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, non risulta in realtà mai attestata nel giudaismo antico, né in Giudea né fra le comunità della diaspora. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Una fonte coeva, ma indiretta, proviene dalle </hi><hi rend="italic">Epistole</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Seneca. Nell’epistola 108 il filosofo racconta di come smise di praticare la dieta vegetariana prescritta dalla scuola dei </hi><hi rend="italic">Sestii</hi><hi rend="CharOverride-1">, che si rifacevano a dottrine pitagoriche, e di cui il filosofo era seguace in età giovanile</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-025">23</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="italic">Quaeris quomodo desierim? In primum Tiberii Caesaris principatum iuventae tempus inciderat: alienigena tum sacra movebantur, et inter argumenta superstitionis ponebatur quorundam animalium abstinentia. Patre itaque meo rogante, qui non calumniam timebat sed philosophiam oderat, ad pristinam consuetudinem redii; nec difficulte mihi ut inciperem melius cenare persuasit</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b3" ><hi rend="CharOverride-1">Vuoi sapere come abbia smesso? Il primo principato di Tiberio cadeva nel periodo della mia giovinezza. Allora si mettevano al bando i culti di origine straniera, e l’astinenza dal consumo di certi animali era considerata una prova dell’aderenza (a quei culti). Così su richiesta di mio padre, che non temeva le false accuse ma detestava la filosofia, sono ritornato alla mia abitudine precedente; effettivamente non fu difficile per lui convincermi a mangiare meglio.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Seneca fa qui riferimento all’editto promulgato da Tiberio nel 19 d.C. contro i culti egizi ed ebraici, attestato da numerose fonti antiche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-024">24</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, che, seppur non indirizzato in maniera esplicita contro i </hi><hi rend="italic">Sestii</hi><hi rend="CharOverride-1">, contribuì probabilmente al declino della scuola. Il passo dà conferma di una certa popolarità goduta da questi culti a Roma. Esso mostra inoltre come Ebrei ed Egiziani fossero associati nel praticare astensione da certi cibi e in certa misura anche confusi, non solo fra di loro, ma anche con eventuali correnti percepite come marginali e settarie rispetto alla religione tradizionale romana, nel caso specifico i </hi><hi rend="italic">Sestii</hi><hi rend="CharOverride-1"> e i Pitagorici più in generale.</hi></p></div><div><head><hi rend="CharOverride-1">3. Maiali invecchiati, gerarchie rovesciate</hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel periodo traianeo il tema dell’astensione degli Ebrei dal consumo di certe specie animali, il maiale </hi><hi rend="italic">in primis</hi><hi rend="CharOverride-1">, è oggetto di trattazioni più dettagliate in diverse tipologie di testi, che spaziano dalla storiografia, alla satira, al dialogo filosofico. Nella satira di Giovenale e nell’</hi><hi rend="italic">excursus</hi><hi rend="CharOverride-1"> sugli Ebrei delle </hi><hi rend="italic">Storie</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Tacito la </hi><hi rend="italic">vis</hi><hi rend="CharOverride-1"> polemica assume toni eccezionalmente feroci. Si tratta di passi noti, perché spesso chiamati in causa nelle discussioni sull’antigiudaismo antico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-023">25</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Giovenale fa due volte riferimento all’astensione ebraica dalla carne di maiale. Nella sesta satira condanna il matrimonio tra il governatore della Giudea, Agrippa II, e sua sorella, la principessa Berenice, in quanto pratica incestuosa. In questo contesto, l’autore allude al fatto che gli Ebrei si tolgono i calzari quando entrano nel tempio, celebrano il sabato e mostrano una </hi><hi rend="italic">clementia</hi><hi rend="CharOverride-1"> verso i maiali, evitando di consumarli e lasciandoli invecchiare</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-022">26</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">:</hi></p><quote rend="quotations_quotation_b1" ><hi rend="CharOverride-1">[…]</hi><hi rend="italic"> hunc dedit olim </hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="italic">barbarus incestae gestare Agrippa sorori, </hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="italic">obseruant ubi festa mero pede sabbata reges </hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="italic">et uetus indulget senibus clementia porcis</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Questo [</hi><hi rend="italic">scil</hi><hi rend="CharOverride-1">. il diamante] l’offrì il barbaro Agrippa alla sorella incestuosa da indossare, nel luogo in cui i re a piede nudo osservano il sabato come giorno festivo, e un’antica misericordia è rivolta agli anziani maiali.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Un tema simile ricorre nella quattordicesima satira, in cui Giovenale polemizza contro l’educazione impartita al figlio da un padre che adotta pratiche ebraiche. In questo contesto, il poeta cita esplicitamente la Torah mosaica (</hi><hi rend="italic">Iudaicum ius </hi><hi rend="CharOverride-1">[…]</hi><hi rend="italic"> arcano volumine</hi><hi rend="CharOverride-1">). Tra le altre abitudini, Giovenale nota che gli Ebrei danno lo stesso valore alla carne suina e a quella umana (</hi><hi rend="italic">nec distare putant humana carne suillam</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-021">27</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">:</hi></p><quote rend="quotations_quotation_b1" ><hi rend="italic">Quidam sortiti metuentem sabbata patrem </hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="italic">nil praeter nubes et caeli numen adorant, </hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="italic">nec distare putant humana carne suillam, </hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="italic">qua pater abstinuit, mox et praeputia ponunt; </hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="italic">romanas autem soliti contemnere leges </hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="italic">Iudaicum ediscunt et seruant ac metuunt ius, </hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="italic">tradidit arcano quodcumque uolumine Moyses: </hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="italic">non monstrare uias eadem nisi sacra colenti, </hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="italic">quaesitum ad fontem solos deducere uerpos. </hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="italic">Sed pater in causa, cui septima quaeque fuit lux</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2" ><hi rend="italic">ignava et partem vitae non attigit ullam.</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Ad alcuni è capitato di avere un padre che rispetta il sabato. Non adorano nulla se non le nuvole e la divinità celeste. Pensano che non ci sia differenza tra la carne di maiale, da cui i loro padri si astenevano, e la carne umana. Presto si liberano del prepuzio. Abituati a disprezzare le leggi di Roma, studiano, osservano e venerano il codice giudaico, qualunque cosa Mosè abbia tramandato nel suo rotolo mistico: non mostrare la strada a nessuno se non agli affiliati nel culto e, se richiesto, di portare alla fonte solo i circoncisi. Ma la colpa è del padre, che considera il settimo giorno come un giorno di pigrizia e non si dedica a nessuna attività.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il riferimento all’astensione dal consumo di maiale è qui elencato a fianco di altre pratiche: il rispetto del sabato, la venerazione per il cielo e la circoncisione. Tra esse, la circoncisione occupa un ruolo di primo piano, poiché solo i circoncisi possono accedere al battesimo, cioè all’immersione in acqua (</hi><hi rend="italic">ad fontem</hi><hi rend="CharOverride-1">). Alessandra Rolle osserva che tali rituali, lungi dall’essere semplicemente ‘strani’ o ‘curiosi’, servono a rappresentare gli Ebrei come antitetici in tutto e per tutto ai Romani, di cui disprezzano le leggi (</hi><hi rend="italic">Romanas autem soliti contemnere leges</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-020">28</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Gli Ebrei sono abituati a trattare gli animali come esseri umani, mostrando loro </hi><hi rend="italic">clementia</hi><hi rend="CharOverride-1">, una virtù tipicamente umana, e considerando il consumo della loro carne un atto cannibale. Di contro, essi sono coinvolti in pratiche abominevoli che riguardano gli esseri umani, come l’incesto. Le pratiche alimentari ebraiche implicano, insomma, un’inversione completa della gerarchia corretta tra umani e animali. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’</hi><hi rend="italic">excursus</hi><hi rend="CharOverride-1"> sugli Ebrei di Tacito si muove su una linea simile, ma fornisce una quantità di informazioni molto maggiore sulle origini dei Giudei, sulla loro storia fino alla distruzione di Gerusalemme da parte di Tito, sul loro territorio e sui loro riti: in virtù di questa ricchezza di dati è stato oggetto di particolare attenzione da parte degli studiosi</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-019">29</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tacito caratterizza i riti ebraici come ‘nuovi’: aggettivo che, come nota Rolle, qui significa «contrari ai rituali consolidati della tradizione romana»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-018">30</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Questi riti sono in contrasto non solo con la tradizione religiosa romana, ma anche con tutte le altre religioni (</hi><hi rend="italic">Moses </hi><hi rend="CharOverride-1">[…]</hi><hi rend="italic"> novos ritus contrariosque ceteris mortalibus indidit</hi><hi rend="CharOverride-1">). Come Giovenale, Tacito considera che fra Romani ed Ebrei intervenga un opposto ordine di valori (</hi><hi rend="italic">profana illic omnia quae apud nos sacra, rursum concessa apud illos quae nobis incesta</hi><hi rend="CharOverride-1">). Egli individua inoltre sette aspetti caratterizzanti i riti ebraici: inizia ricordando (1) il motivo storiografico secondo cui gli Ebrei avevano una statua di asino nel loro tempio e menziona il fatto che (2) sacrificano montoni e (3) tori, in aperta opposizione agli Egizi. Seguono un riferimento (4) all’astensione ebraica dal maiale e ad altre abitudini alimentari, tra le quali figurano (5) i frequenti digiuni e (6) il consumo di pane azzimo (</hi><hi rend="italic">panis Iudaicus</hi><hi rend="CharOverride-1">)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-017">31</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">:</hi></p><quote rend="quotations_quotation_b1" ><hi rend="italic">Moyses quo sibi in posterum gentem firmaret, novos ritus contrariosque ceteris mortalibus indidit. Profana illic omnia quae apud nos sacra, rursum concessa apud illos quae nobis incesta. Effigiem animalis, quo monstrante errorem sitimque depulerant, penetrali sacravere, caeso ariete velut in contumeliam Hammonis; bos quoque immolatur, quoniam Aegyptii Apin colunt. Sue abstinent memoria cladis, quod ipsos scabies quondam turpaverat, cui id animal obnoxium. Longam olim famem crebris adhuc ieiuniis fatentur, et raptarum frugum argumentum panis Iudaicus nullo fermento detinetur. </hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Per assicurarsi la futura influenza sul popolo, Mosè introdusse culti nuovi, in opposizione a quelli di tutti gli altri esseri umani. Tutto ciò che noi consideriamo sacro, loro lo considerano profano; al contrario, permettono pratiche che noi aborriamo. Dedicarono nella parte più interna del Tempio un’immagine dell’animale la cui guida aveva posto fine al loro vagabondaggio e alla loro sete, dopo aver ucciso un ariete, quasi come insulto ad Ammone. Sacrificano anche tori, perché gli egiziani adorano il toro Apis. Si astengono dal maiale in ricordo dell’epidemia, poiché un tempo li contagiò la lebbra, a cui quell’animale è soggetto. I loro frequenti digiuni testimoniano ancora oggi la lunga carestia di un tempo e, in ricordo delle messi rubate, il pane ebraico è fatto senza lievito.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La digressione prosegue con un riferimento (7) al sabato e all’anno sabbatico, che chiude la presentazione delle più antiche usanze ebraiche. La sezione successiva accenna alla circoncisione e riprende i vari motivi della </hi><hi rend="italic">misantropia </hi><hi rend="CharOverride-1">tradizionalmente attribuita agli Ebrei nell’antichità: qui Tacito nota come la loro ostilità verso altri gruppi religiosi ed etnici corrisponda a una forte solidarietà interna alla comunità. Sottolineando lo stile di vita settario degli Ebrei, Tacito evidenzia anche che essi mangiano «separatamente» (</hi><hi rend="italic">separati epulis</hi><hi rend="CharOverride-1">), rimarcando dunque il loro rifiuto della commensalità</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-016">32</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">L’</hi><hi rend="italic">excursus</hi><hi rend="CharOverride-1"> raccoglie tutto il repertorio etnografico relativo agli Ebrei noto fino a quell’epoca</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-015">33</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Non è peraltro escluso che alcune notizie siano dovute a conoscenza diretta, a seguito della diffusione dei culti ebraici a Roma</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-014">34</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tacito dispone dunque di un largo numero di informazioni sulla religione ebraica, incluse quelle sulle abitudini alimentari, anche se molte di esse risultano imprecise, o molto generiche. Come osservato da Rolle, Tacito è anche l’unico autore latino a fornire una spiegazione storica riguardo alla proibizione del maiale. A suo dire, il divieto preserverebbe la memoria della lebbra da cui gli Ebrei furono infettati, presumibilmente quando si trovavano in Egitto. La convinzione che il maiale sia portatore di lebbra e/o di scabbia è riportata da diversi autori antichi, ad esempio Plutarco ed Eliano, ed è spesso chiamata in causa per motivare il divieto di consumo del maiale sia tra gli Ebrei che tra gli Egiziani</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-013">35</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Al riguardo, René Bloch nota che qui Tacito contraddice quanto aveva affermato in precedenza, dichiarando che gli Ebrei sono considerati dall’oracolo di Ammone come i responsabili dell’epidemia di lebbra</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-012">36</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Ciò suggerisce, ancora una volta, che queste informazioni facevano parte di un bagaglio tradizionale di conoscenze etnografiche sugli Ebrei accumulatesi nel tempo.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nel complesso, considerando le testimonianze di Giovenale e Tacito nel più ampio contesto delle tradizioni contemporanee e precedenti riguardanti gli Ebrei, si possono fare almeno tre osservazioni. In primo luogo, queste fonti rivelano una sostanziale disinformazione: vaghi riferimenti a quelli che erano percepiti come gli aspetti più strani del culto ebraico sono combinati con informazioni completamente inventate. In secondo luogo, persino Tacito, che costruisce sistematicamente i riti ebraici in opposizione a quelli egizi, confonde in misura considerevole usanze ebraiche ed egizie. Infine, le abitudini alimentari ebraiche attirano l’attenzione dei Romani come una componente essenziale e peculiare della religione ebraica; tuttavia, la conoscenza di alcune pratiche come il digiuno o il consumo di pane azzimo rimane superficiale o molto generica, e le leggi alimentari sono, come al solito, essenzialmente ridotte all’astensione dal maiale. È comunque di particolare interesse il fatto che Tacito sia il primo, fra gli autori sinora discussi, a porsi il problema dell’origine di questa proibizione, di cui dà, come si è visto, una spiegazione igienico-eziologica. La questione del ‘perché’ diventa centrale nel discorso filosofico contemporaneo.</hi></p></div><div><head><hi rend="CharOverride-1">4. Maiali e filosofia </hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il quarto libro dei </hi><hi rend="italic">Symposiakà</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Plutarco, il più ‘gastronomico’ di tutti, dedica uno dei problemi alla questione di sapere «Se gli Ebrei si astengano dal consumare carne di maiale in segno di rispetto o di disprezzo»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-011">37</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Questo animale offre, dice Plutarco, la più appropriata delle carni</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-010">38</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Πῶς ὑμῖν δοκεῖ λελέχθαι τὸ πρὸς τοὺς Ἰουδαίους, ὅτι τὸ δικαιότατον κρέας οὐκ ἐσθίουσιν; […] τὰ γὰρ παρ᾿ ἐκείνοις λεγόμενα μύθοις ἔοικεν, εἰ μή τινας ἄρα λόγους σπουδαίους ἔχοντες οὐκ ἐκφέρουσιν.</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b3" ><hi rend="CharOverride-1">Come vi pare che sia stata dimostrata l’affermazione che riguarda gli Ebrei, che non mangiano la carne che è la più appetibile (τὸ </hi><hi rend="CharOverride-1">δικαιότατον κρέας)? </hi><hi rend="CharOverride-1">[…] Quello che è detto presso di loro assomiglia a una favola, a meno che non abbiano delle ragioni serie che si astengono dal divulgare. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Si tratta di un testo dettagliato in cui si passano in rassegna spiegazioni eziologiche, razionalistiche e mitologiche, che danno luogo alle credenze più disparate. Tuttavia, una serie di particolarità distingue il discorso di Plutarco dall’etnografia precedente. Anzitutto, questo è il primo testo greco che rivela una conoscenza di divieti alimentari ebraici che vanno al di là del maiale, in quanto menziona anche il divieto di carne di lepre, che corrisponde effettivamente a una prescrizione biblica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-009">39</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Si tratta anche dell’unico testo che evoca quella corretta fra le spiegazioni possibili, ovvero la questione dell’impurità dell’animale: «Altrimenti, per Zeus, si dirà che gli uomini si astengono dalla lepre perché detestano questo animale in quanto odioso e impuro»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-008">40</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. È vero, certo, che questa spiegazione è giudicata inverosimile e rapidamente abbandonata, mentre molto più spazio ha, ancora una volta, il motivo della teriolatria, che include il vecchio </hi><hi rend="italic">topos</hi><hi rend="CharOverride-1"> secondo il quale gli Ebrei venerano l’asino</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-007">41</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi></p><quote rend="quotations_quotation_b1" ><hi rend="CharOverride-1">Καὶ ἴσως ἔχει λόγον, ὡς τὸν ὄνον ἀναφήναντα πηγὴν αὐτοῖς ὕδατος τιμῶσιν, οὕτως καὶ τὴν ὗν σέβεσθαι σπόρου καὶ ἀρότου διδάσκαλον γενομένην· […] Οὐ δῆτ᾿, ἔφη ὁ Λαμπρίας ὑπολαβών, ἀλλὰ τοῦ μὲν λαγωοῦ φείδονται διὰ τὴν πρὸς τὸν ὄνον τιμώμενον ὑπ᾿ αὐτῶν μάλιστα θηρίον ἐμφέρειαν. Ό γὰρ λαγὼς μεγέθους ἔοικε καὶ πάχους ἐνδεὴς ὄνος εἶναι […].</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Forse ha un significato che onorano l’asino che ha mostrato loro una sorgente d’acqua, come anche onorano il maiale perché è stato il maestro della semina e dell’aratura. […] No di certo – riprese Lamprias intervenendo – ma risparmiano la lepre per l’analogia che scorgono verso quell’animale da essi particolarmente onorato. La lepre ha l’aspetto di un asino che difetti di stazza e grossezza […]. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Inoltre, come altri autori prima di lui, Plutarco associa l’astensione dal maiale degli Ebrei alle pratiche egiziane e pitagoriche, seppur cercando di operare una più chiara distinzione fra di esse</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-006">42</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">:</hi></p><quote rend="quotations_quotation_b1" ><hi rend="CharOverride-1">Καὶ τί ἄν τις Αἰγυπτίους αἰτιῷτο τῆς τοσαύτης ἀλογίας, ὅπου καὶ τοὺς Πυθαγορικοὺς ἱστοροῦσιν καὶ ἀλεκτρυόνα λευκὸν σέβεσθαι καὶ τῶν θαλαττίων μάλιστα τρίγλης καὶ ἀκαλήφης ἀπέχεσθαι, τοὺς δ᾿ἀπὸ Ζωροάστρου μάγους τιμᾶν μὲν ἐν τοῖς μάλιστα τὸν χερσαῖον ἐχῖνον, ἐχθαίρειν δὲ τοὺς ἐνύδρους μῦς καὶ τὸν ἀποκτείνοντα πλείστους θεοφιλῆ καὶ μακάριον νομίζειν;</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">E perché uno dovrebbe criticare gli Egiziani, per tali assurdità, quando garantiscono che i Pitagorici onorano un gallo bianco, e si astengono dalla triglia marina e dall’ortica, e che i Magi di Zoroastro venerano nel più alto grado l’echino terrestre, invece detestano i topi d’acqua e giudicano divino e beato chi ne uccide in gran numero?</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La menzione della lepre e il confronto tra i divieti alimentari ebraici, egiziani e pitagorici dimostra che il tema sta diventando parte di un dibattito filosofico più generale sul consumo carneo e sul vegetarianesimo, che avrà fortuna in epoche successive. La popolarità del </hi><hi rend="italic">topos</hi><hi rend="CharOverride-1"> porcino (riprendo qui una felice espressione di Cristiano Grottanelli) nel dibattito filosofico su ciò che è o non è naturale si evince anche da un altro gruppo di testi, che fanno riferimento alla disputa tra stoici e scettici sull’esistenza di concezioni innate. Nei discorsi di Epitteto raccolti da Arriano, il filosofo cerca di spiegare cosa siano le </hi><hi rend="italic">prolepseis</hi><hi rend="CharOverride-1">, ovvero le concezioni innate o «pre-concezioni»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-005">43</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Προλήψεις κοιναὶ πᾶσιν ἀνθρώποις εἰσίν· καὶ πρόληψις προλήψει οὐ μάχεται […] πότ’ οὖν ἡ μάχη γίνεται; περὶ τὴν ἐφαρμογὴν τῶν προλήψεων ταῖς ἐπὶ μέρους οὐσίαις […] ἔνθεν ἡ μάχη γίνεται τοῖς ἀνθρώποις πρὸς ἀλλήλους. Αὕτη ἐστὶν ἡ Ἰουδαίων καὶ Σύρων καὶ Αἰγυπτίων καὶ Ῥωμαίων μάχη, οὐ περὶ τοῦ ὅτι τὸ ὅσιον πάντων προτιμητέον καὶ ἐν παντὶ μεταδιωκτέον, ἀλλὰ πότερόν ἐστιν ὅσιον τοῦτο τὸ χοιρείου φαγεῖν ἢ ἀνόσιον.</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b3" ><hi rend="CharOverride-1">Le pre-concezioni sono comuni a tutti, dice Epitteto, e non confliggono fra di loro. […] Quando sorge il conflitto? Quando si cerca di applicare le pre-concezioni ai casi particolari […] là si genera conflitto fra gli uomini, l’uno con l’altro. Questo è il caso della disputa fra Giudei, Siri, Egiziani e Romani, non sul fatto che ciò che è santo debba essere preferibile a tutto e perseguibile sopra tutto, ma se sia santo o non santo mangiare una determinata parte del maiale.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Questo è il primo dei due esempi portati a sostegno della tesi della comunanza delle </hi><hi rend="italic">prolepseis</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il secondo esempio è la contesa fra Achille e Agamennone in apertura dell’</hi><hi rend="italic">Iliade</hi><hi rend="CharOverride-1">. Sappiamo da Sesto Empirico che gli scettici facevano ricorso allo stesso esempio del maiale per dimostrare l’opposto, ovvero l’inesistenza degli universali</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-004">44</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">:</hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Ἰουδαῖος μὲν γὰρ ἢ ἱερεὺς Αἰγύπτιος θᾶττον ἂν ἀποθάνοι ἢ χοίρειον φάγοι, Λίβυς δὲ προβατείου γεύσασθαι κρέως τῶν ἀθεσμοτάτων εἶναι δοκεῖ, Σύρων δέ τινες περιστερᾶς, ἄλλοι δὲ ἱερείων.</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b3" ><hi rend="CharOverride-1">Un Ebreo o un sacerdote egizio morirebbero piuttosto che mangiare carne di maiale; un Libico ritiene che l’azione più empia sia mangiar carne di pecora, per alcuni tra i Siri lo è il mangiare colombe, per altri la carne di vittime sacrificali.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Quindi, se pure lo sfruttamento di </hi><hi rend="italic">topoi</hi><hi rend="CharOverride-1"> etnografici è pratica corrente nell’argomentazione filosofica, sembra evidente che il motivo dei divieti alimentari appariva come un </hi><hi rend="italic">exemplum</hi><hi rend="CharOverride-1"> particolarmente efficace. L’astinenza dal maiale poi, era così popolare da poter essere appaiata a quello che era l’esempio per eccellenza di una disputa irrisolvibile agli occhi degli Antichi, ovvero la contesa fra Achille e Agamennone.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il tema dell’astensione degli Ebrei dal consumo di maiale è ripreso anche dalla filosofia ebraica coeva: ne parlano a più riprese sia Filone di Alessandria, che il quarto libro dei Maccabei, un dialogo filosofico composto forse ad Antiochia. Sia Filone che l’autore del quarto libro dei Maccabei</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">danno un’interpretazione allegorica dei divieti alimentari ebraici, di cui il maiale è il paradigma. Nel </hi><hi rend="italic">De specialibus legibus</hi><hi rend="CharOverride-1">, Filone insiste sul fatto che ogni aspetto delle leggi alimentari ebraiche serve a insegnare il controllo della ragione sulle passioni e a promuovere la pietà. Lo sfruttamento di questo tema nell’ermeneutica ebraica non è certo sorprendente. Meno ovvio, però, appare il fatto che il discorso di questi filosofi si avvicina per certi aspetti a quello plutarcheo. In altri termini, essi si appropriano del linguaggio greco per promuovere ideali ebraici. Plutarco aveva definito la carne di maiale come δικαιότατον, «la più appropriata»; Filone la descrive come ἥδιστον, «la più deliziosa»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-003">45</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">:</hi></p><quote rend="quotations_quotation_b1" ><hi rend="CharOverride-1">Χερσαίων μὲν οὖν τὸ συῶν γένος ἥδιστον ἀνωμολόγηται παρὰ τοῖς χρωμένοις.</hi></quote><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Tra gli animali terrestri la specie del maiale è considerata all’unanimità la più deliziosa tra coloro che la consumano. </hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">In termini simili si esprime l’autore del quarto libro dei Maccabei, che rielabora il racconto del martirio del pio Eleazar e dei suoi figli ad opera di Antioco IV, già narrato nel secondo libro, facendolo diventare uno spunto per un dibattito di ampia portata etica e filosofica. Il punto di partenza del dialogo è la proposta che il re fa al vecchio Eleazar, al momento dell’assedio di Gerusalemme, di decidersi a mangiare un po’ di carne di maiale per sfuggire alle torture. Dopotutto, dice Antioco, mangiare carne è naturale, e il maiale è la carne migliore (καλλίστην) messa a disposizione dalla natura. Ne consegue pertanto che il rifiuto del maiale è illogico (ἀνόητον) e ingiusto (ἄδικον)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-002">46</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">: </hi></p><quote rend="quotation_b" ><hi rend="CharOverride-1">Διὰ τί γὰρ τῆς φύσεως κεχαρισμένης καλλίστην τὴν τοῦδε τοῦ ζῴου σαρκοφαγίαν βδελύττῃ; καὶ γὰρ ἀνόητον τοῦτο, τὸ μὴ ἀπολαύειν τῶν χωρὶς ὀνείδους ἡδέων, καὶ ἄδικον ἀποστρέφεσθαι τὰς τῆς φύσεως χάριτας. </hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b3" ><hi rend="CharOverride-1">Perché infatti, se la natura ha dato un sapore sublime alla carne di questo animale, tu ne provi ripugnanza? È insensato non godere delle gioie che non comportano vergogna, ed è ingiusto rifiutare i doni di natura.</hi></quote><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Nella conversazione che ne segue, Eleazar rovescia l’argomentazione di Antioco dimostrando che le leggi ancestrali degli Ebrei, incluse quelle alimentari, lungi dall’essere irrazionali, sono invece naturali (κατὰ φύσιν) e fondamentali per l’educazione dell’anima</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-001">47</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Per questo motivo Eleazar non è disposto a violarle, anche a costo della sua stessa vita. </hi></p></div><div><head><hi rend="CharOverride-1">5. Conclusioni </hi></head><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Il percorso sin qui condotto conferma che, sin dalla loro prima apparizione nelle fonti greche, i divieti alimentari ebraici sono percepiti come un segno distintivo della </hi><hi rend="italic">misoxenia</hi><hi rend="CharOverride-1"> giudaica, ovvero del disprezzo da parte degli Ebrei nei confronti degli stranieri. Le fonti rivelano una conoscenza superficiale delle leggi alimentari e del giudaismo in generale, che si limita a pochi stereotipi come la circoncisione, il tabù del maiale, il rispetto del sabato, oltre a credenze senza effettivo riscontro come il digiuno. Per quel che riguarda il contesto romano, l’apprensione riguarda l’appropriazione romana dei riti ebraici, come il ‘giudaizzare’, o il ‘sabbatizzare’, e non rivela un interesse per la religione ebraica in sé. Da questo punto di vista, il tabù ebraico del maiale può essere un semplice oggetto di scherno, come appare nei motti di spirito e nel </hi><hi rend="italic">divertissement</hi><hi rend="CharOverride-1"> petroniano, oppure un pretesto per discutere di altro, in particolare di pratiche teriolatriche.</hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">Lo sfruttamento di questo cliché in senso esplicitamente antigiudaico emerge in due contesti storici precisi, in cui si acuisce lo scontro politico fra Roma e la Giudea: le campagne di Pompeo in Giudea, che fanno da sfondo all’opera di Diodoro Siculo, e l’età traianea, in particolare alla vigilia della rivolta giudaica, periodo in cui si datano le satire di Giovenale. Si è spesso proposto di leggere la polemica contro i riti ebraici come un riflesso di questi eventi, che spiegherebbero l’accrescersi di un atteggiamento antigiudaico nell’élite romana. Questa lettura mi pare però riduttiva</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-000">-1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Il confronto con le fonti filosofiche mostra che anche altri paradigmi entrano in gioco. L’astensione dal consumo di maiale e di altri animali diventa infatti parte di un dibattito più ampio sulla naturalità del consumare carne, e in senso ancora più generale, sull’esistenza o meno di leggi naturali comuni all’umanità. </hi></p><p rend="text" ><hi rend="CharOverride-1">La differenza nell’approccio alla questione dei divieti alimentari ebraici corrisponde forse anche a due </hi><hi rend="italic">setting</hi><hi rend="CharOverride-1"> geografici diversi: se i toni dello scontro e dell’opposizione prevalgono a Roma, in un contesto più internazionale quale è quello filosofico l’approccio è improntato al dialogo e all’esplorazione delle ‘curiosità’. La presa in conto di tale contesto offre la possibilità di interpretare sotto una nuova luce testi che finora sono stati quasi esclusivamente letti nella prospettiva dell’antigiudaismo antico, spostando l’attenzione dall’aspetto identitario assegnato alle pratiche alimentari a quello delle interazioni fra uomo e animale nelle pratiche religiose antiche. L’esempio del maiale conferma che gli animali sono un dispositivo privilegiato per costruire relazioni non solo all’interno di un determinato contesto culturale, ma anche fra culture diverse. Inoltre, il confronto fra fonti greche ed ebraiche dimostra che il giudaismo grecofono non rappresenta un compartimento ‘stagno’, ovvero separato dal resto della letteratura, filosofia e cultura greca, ma è parte integrante di essa e come tale andrebbe approcciato. Solo una lettura integrata delle fonti insegna a praticare la messa in rete dei diversi punti di vista e permette esercitare uno sguardo veramente antropologico sulle ‘curiosità’ delle religioni antiche.</hi></p></div><div><head><hi rend="CharOverride-1">Riferimenti bibliografici</hi></head><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Angelini 2020 = A. Angelini, </hi><hi rend="italic">The Reception and Idealization of the Torah in the Letter of Aristeas: The Case of the Dietary Laws</hi><hi rend="CharOverride-1">, «Hebrew Bible and Ancient Israel» 9, 2020, pp. 435-447.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1" >Angelini 2024 = A. Angelini, </hi><hi rend="italic">Looking from the Outside. The Greco-Roman Discourse on the Jewish Food Prohibitions in the First and Second Centuries CE</hi><hi rend="CharOverride-1" >, in A. Angelini - P. 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Wardy, </hi><hi rend="italic">Jewish Religion in Pagan Literature during the Late Republic and Early Empire</hi><hi rend="CharOverride-1" >, «Aufstieg und Niedergang der römischen Welt»</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1" >2, 19, 1, 1979, pp. 592-644. </hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi rend="CharOverride-1">Watson-Watson 2014 = Juvenal,</hi><hi rend="italic"> Satire 6</hi><hi rend="CharOverride-1">, edited by L. Watson - P. Watson, Cambridge 2014. </hi></p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-047-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Questo contributo costituisce una versione rielaborata di uno studio sull’argomento apparso in Angelini 2024. Ringrazio le organizzatrici e gli organizzatori della giornata di studi “Piccole curiosità delle religioni antiche” per aver stimolato una rinnovata riflessione su questo tema, che ne metta in luce il suo ampio potenziale antropologico. Dove non diversamente indicato le traduzioni dal greco e dal latino sono mie.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-046-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Hippoc. </hi><hi rend="italic">Morb. sacr.</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Littré VI 352, l. 2) = Erotianus </hi><hi rend="italic">Fr.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 33 (ed. Nachmanson 1918). Lo scolio è discusso da Jouanna 2003, pp. CVIII-CXIII.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-045-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Jouanna 2003, pp. CVIII-CIX. Sull’autenticità dello scolio si veda inoltre Nachmanson 2017, pp. 326-327. Per un’introduzione a Erodiano si veda inoltre Perilli 2015.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-044-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Per le fonti classiche si vedano Grottanelli 2004; Borgeaud 2013.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-043-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Il riferimento è Volokhine 2014. Si veda inoltre Volokhine 2020.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-042-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Su questo aspetto si vedano Feldman 1993, pp. 167-180; Schäfer 1997, pp. 66-80; Berthelot 2003a; Rosenblum 2016, pp. 28-45.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-041-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Berthelot 2003 a.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-040-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Si vedano ad esempio Rosenblum 2010; Har-Peled 2013.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-039-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">I </hi><hi rend="italic">Mcc</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1, 47; cmp. 62-64.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-038-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">II </hi><hi rend="italic">Mcc </hi><hi rend="CharOverride-1">2, 6-7. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-037-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Joseph. </hi><hi rend="italic">AJ</hi><hi rend="CharOverride-1"> 12, 253-254: ἐποικοδομήσας δὲ καὶ τῷ θυσιαστηρίῳ βωμὸν ὁ βασιλεὺς σύας ἐπ’αὐτοῦ κατέσφαξε, θυσίαν οὐ νόμιμον οὐδὲ πάτριον τῇ Ἰουδαίων θρησκείᾳ ταύτην ἐπιτελῶν. Ἠνάγκασε δ’ αὐτοὺς ἀφεμένους τὴν περὶ τὸν αὐτῶν θεὸν θρησκείαν τοὺς ὑπ’ αὐτοῦ νομιζομένους σέβεσθαι, οἰκοδομήσαντας δὲ ἐν ἑκάστῃ πόλει καὶ κώμῃ τεμένη αὐτῶν καὶ βωμοὺς καθιδρύσαντας θύειν ἐπ’ αὐτοῖς σῦς καθ’ ἡμέραν («Sull’altare dei sacrifici il re innalzò un’ara e su di essa scannò porci facendo un sacrificio illecito ai Giudei e contrario alla loro religione; e costrinse loro stessi ad abbandonare il culto del loro dio e a venerare gli dèi nei quali credeva lui; inoltre comandò che in ogni città e villaggio si erigessero altari sui quali ogni giorno si sacrificavano porci»). Trad. Moraldi 1998. In </hi><hi rend="italic">AJ </hi><hi rend="CharOverride-1">13, 236-248, Giuseppe contrappone l’empio comportamento di Antioco IV alla pietà mostrata da Antioco VII verso i Giudei.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-036-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Diod. Sic. 34, fr. 36 a (ed. Goukowsky 2014) = Phot. </hi><hi rend="italic">Bibl</hi><hi rend="CharOverride-1">. 379 a: διὰ τοῦτο δὲ καὶ νόμιμα παντελῶς ἐξηλλαγμένα καταδεῖξαι, τὸ μηδενὶ ἄλλῳ ἔθνει τραπέζης κοινωνεῖν μηδ’ εὐνοεῖν τὸ παράπαν […]·αὐτὸς δὲ στυγήσας τὴν μισανθρωπίαν πάντων ἐθνῶν ἐφιλοτιμήθη καταλῦσαι τὰ νόμιμα. διὸ τῷ ἀγάλματι τοῦ κτίστου καὶ τῷ ὑπαίθρῳ βωμῷ τοῦ θεοῦ μεγάλην ὗν θύσας, τό τε αἷμα προσέχεεν αὐτοῖς, καὶ τὰ κρέα σκευάσας προσέταξε τῷ μὲν ἀπὸ τούτων ζωμῷ τὰς ἱερὰς αὐτῶν βίβλους καὶ περιεχούσας τὰ μισόξενα νόμιμα καταρρᾶναι, τὸν δὲ ἀθάνατον λεγόμενον παρ’ αὐτοῖς λύχνον καὶ καιόμενον ἀδιαλείπτως ἐν τῷ ναῷ κατασβέσαι, τῶν τε κρεῶν ἀναγκάσαι προσενέγκασθαι τὸν ἀρχιερέα καὶ τοὺς ἄλλους Ἰουδαίους («Per questo adottano usanze del tutto stravaganti: non condividono la tavola con nessun altro popolo e non considerano nessuno con benevolenza. […] Avendo in odio la loro avversione per tutti i popoli, egli (Antioco) aspirò ad abolirne le leggi. Per questo motivo avendo sacrificato una grande scrofa davanti alla statua del fondatore (Mosè) e all’altare del dio, e avendoli aspersi con il suo sangue, ordinò di prepararne le carni e di versarne il sugo sui loro libri sacri che contenevano le leggi xenofobe; fece inoltre spegnere la lampada che si diceva bruciasse perpetuamente presso di loro, e fece irruzione nel tempio. Precedentemente aveva costretto il gran sacerdote e gli altri Ebrei a mangiarne le carni»).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-035-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Si vedano Berthelot 2003b, Bar Kochva 2010, pp. 412-413 e lo studio recente di Rhyder 2022, pp. 389-404.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-034-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Berthelot 2003a, p. 124.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-033-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Plut. </hi><hi rend="italic">Cic</hi><hi rend="CharOverride-1">. 7, 6.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-032-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Gilula 2001, pp. 207-208. Si vedano inoltre le osservazioni di Stern 1976, p. 566. Nella </hi><hi rend="italic">Divinatio in Caecilium</hi><hi rend="CharOverride-1"> Cicerone sostiene con successo l’inadeguatezza di Cecilio Nigro ad agire in qualità di accusatore di Verre.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-031-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1" >Macr. </hi><hi rend="italic">Sat.</hi><hi rend="CharOverride-1" > 2, 4, 11.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-030-backlink">18</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Angelini 2024, p. 214.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-029-backlink">19</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1" >Fr. 50 Müller 1995</hi><hi rend="superscript CharOverride-2" >4</hi><hi rend="CharOverride-1" > = </hi><hi rend="italic">Ant. Lat</hi><hi rend="CharOverride-1" >. 696 Riese (trad. </hi><hi rend="CharOverride-1">Rolle 2022, p. 53).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-028-backlink">20</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Secondo Edward Courtney il frammento «sembra molto petroniano» (Courtney 1991, p. 7); Vincenzo Ciaffi (Ciaffi 2003, pp. LXII e 300) suggerisce che, indipendentemente dall’attribuzione a Petronio, la sua composizione potrebbe risalire alla metà del I sec. d.C. Grazia Sommariva ha avanzato ulteriori argomenti a favore dell’attribuzione petroniana, basati su parallelismi linguistici con altre parti del romanzo (Sommariva 1984). Per una discussione più dettagliata si veda Angelini 2024.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-027-backlink">21</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Berthelot 2000, pp. 192 e 201-202; Angelini 2020, pp. 444-445.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-026-backlink">22</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Mart. </hi><hi rend="italic">epigr.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 4, 4; Svet. </hi><hi rend="italic">Aug</hi><hi rend="CharOverride-1">. 76, e altre fonti raccolte da Schäfer 1997, pp. 89-91.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-025-backlink">23</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Sen. </hi><hi rend="italic">epist</hi><hi rend="CharOverride-1">. 108, 22. Su questa scuola, fondata da Quinto Sestio a Roma verso la metà del I secolo, sappiamo poco: le scarse informazioni che abbiamo provengono soprattutto da Seneca. Le ragioni per cui i </hi><hi rend="italic">Sestii</hi><hi rend="CharOverride-1"> si astenevano dal consumare carne animale sono riassunte dallo stesso Seneca, che dichiara di averle apprese dal suo maestro Sozione (</hi><hi rend="italic">epist</hi><hi rend="CharOverride-1">. 108, 17-18): la natura produce sufficiente abbondanza di alimenti tale da non rendere necessario il ricorso alla carne animale; l’uccisione di animali abitua alla crudeltà; il consumo abbondante di carni invita alla </hi><hi rend="italic">luxuria</hi><hi rend="CharOverride-1">; una dieta variegata (mista di animali e vegetali) è dannosa per la salute. Queste motivazioni si differenziano da quelle fornite per i Pitagorici (</hi><hi rend="italic">epist</hi><hi rend="CharOverride-1">. 108, 19-21), nella cui ottica il vegetarianesimo è diretta conseguenza della credenza nella metempsicosi. Per un’introduzione alla scuola dei </hi><hi rend="italic">Sestii</hi><hi rend="CharOverride-1"> si possono vedere Lana 1992; Di Paola 2014.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-024-backlink">24</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Per una discussione approfondita delle fonti, dei contenuti e dell’attendibilità dell’editto si veda Angelini 2024, pp. 218-221, e bibliografia relativa.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-023-backlink">25</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Si vedano ad esempio le recenti comunicazioni al convegno tenutosi all’Università per Stranieri di Siena, </hi><hi rend="italic">Antisemitismo avanti Cristo. Gli Ebrei nell’antichità greca e romana</hi><hi rend="CharOverride-1">, il 22 novembre 2023, &lt;</hi><ref target="https://www.fupress.com"><hi rend="CharOverride-1">https://www.youtube.com/watch?v=U8_oJ0z2J-E</hi></ref><hi rend="CharOverride-1">&gt; (2023-11-22). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-022-backlink">26</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Iuv. 6, 157-60. Cito il testo tràdito accogliendo le osservazioni di Watson-Watson 2014, p. 124.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-021-backlink">27</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Iuv. 14, 96-106</hi><hi rend="italic">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-020-backlink">28</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Rolle 2022, pp. 55-56.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-019-backlink">29</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Si vedano, tra gli altri, Bloch 2002; Berthelot 2003a; Gruen 2009 (</hi><hi rend="CharOverride-1" >ora in Gruen 2018, pp. 265-280</hi><hi rend="CharOverride-1">); Capponi 2024; Ravallese 2024.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-018-backlink">30</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Rolle 2022, p. 58, con esempi dell’uso di </hi><hi rend="italic">novi </hi><hi rend="CharOverride-1">con questo significato nella letteratura contemporanea a Tacito.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-017-backlink">31</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Tac., </hi><hi rend="italic">hist</hi><hi rend="CharOverride-1">. 5, 4, 1-3.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-016-backlink">32</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Tac., </hi><hi rend="italic">hist</hi><hi rend="CharOverride-1">. 5, 5. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-015-backlink">33</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Su questa tradizione, che include le opere perdute di Ecateo di Abdera, Posidonio e Pompeo Trogo, si veda Bloch 2002, pp. 27-63.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-014-backlink">34</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Così ritiene Wardy 1979, p. 617.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-013-backlink">35</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Plut. </hi><hi rend="italic">Quaest. conv. </hi><hi rend="CharOverride-1">670-671 b. Per questa credenza attribuita agli Egizi si veda Plut.</hi><hi rend="italic"> De Is. et Os. </hi><hi rend="CharOverride-1">353 f-354 a; Ael. </hi><hi rend="italic">NA</hi><hi rend="CharOverride-1"> 10, 16. Su questo motivo si veda Grottanelli 2004, pp. 70-74.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-012-backlink">36</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1" >Bloch 2002, p. 92. Cfr. Tac. </hi><hi rend="italic">hist</hi><hi rend="CharOverride-1" >. </hi><hi rend="CharOverride-1">5, 3.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-011-backlink">37</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Plut. </hi><hi rend="italic">Quaest. conv</hi><hi rend="CharOverride-1">. 669 e-671 c.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-010-backlink">38</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Plut. </hi><hi rend="italic">Quaest</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi><hi rend="italic">conv</hi><hi rend="CharOverride-1">. 669 e.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-009-backlink">39</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">Lv</hi><hi rend="CharOverride-1"> 11, 6; </hi><hi rend="italic">Dt</hi><hi rend="CharOverride-1"> 14, 7.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-008-backlink">40</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Plut. </hi><hi rend="italic">Quaest. conv.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 670 e: εἰ μή, Eνὴ Δία, καὶ τοῦ λαγωοῦ φήσει τις ἀπέχεσθαι τοὺς ἄνδρας ὡς μυσερὸν καὶ ἀκάθαρτον δυσχεραίνοντας τὸ ζῷον.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-007-backlink">41</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Plut. </hi><hi rend="italic">Quaest. conv.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 670 d-e. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-006-backlink">42</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Plut. </hi><hi rend="italic">Quaest. conv. </hi><hi rend="CharOverride-1">670 c-d.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-005-backlink">43</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Arr. </hi><hi rend="italic">Epict. diss. </hi><hi rend="CharOverride-1">1, 22, 1-4.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-004-backlink">44</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Sext. Emp. </hi><hi rend="italic">Pyr</hi><hi rend="CharOverride-1">. 3, 223.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-003-backlink">45</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Philo </hi><hi rend="italic">Spec</hi><hi rend="CharOverride-1">. 4, 101.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-002-backlink">46</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">IV </hi><hi rend="italic">Mcc</hi><hi rend="CharOverride-1"> 5, 8-9.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-001-backlink">47</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">IV </hi><hi rend="italic">Mcc</hi><hi rend="CharOverride-1"> 5, 25-26: διὸ οὐ μιαροφαγοῦμεν πιστεύοντες γὰρ θεοῦ καθεστάναι τὸν νόμον οἴδαμεν ὅτι κατὰ φύσιν ἡμῖν συμπαθεῖ νομοθετῶν ὁ τοῦ κόσμου κτίστης τὰ μὲν οἰκειωθησόμενα ἡμῶν ταῖς ψυχαῖς ἐπέτρεψεν ἐσθίειν, τὰ δὲ ἐναντιωθησόμενα ἐκώλυσεν σαρκοφαγεῖν («Per questo motivo non mangiamo cibi impuri, poiché crediamo che la legge sia stata stabilità da una divinità, sappiamo che secondo natura il fondatore del cosmo, legiferando, ha mostrato benevolenza verso di noi: ci ha permesso di mangiare quello che è utile alla nostra anima, ma ci ha impedito di nutrirci di quello che le sarebbe contrario»).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="W00331_xml_24_9_61-79.html#footnote-000-backlink">-1</ref></hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">Rolle 2022, pp. 60-61, mette in risalto una componente sociale, senz’altro presente, nella denigrazione del giudaismo da parte di Giovenale e Tacito. L’individualismo dei riti ebraici allontanava sia gli Ebrei sia i loro simpatizzanti dal </hi><hi rend="italic">mos maiorum</hi><hi rend="CharOverride-1">, il codice non scritto di norme sociali e religiose che regolava i costumi romani fin dai tempi degli antenati. Di conseguenza, la natura settaria del giudaismo avrebbe finito per renderlo incompatibile con una completa integrazione all’interno dello Stato romano. L’ipotesi di leggere il passo di Tacito in chiave principalmente politica, proposta di recente da Livia Capponi (2024), rimane a mio avviso dubbia, in quanto il peso effettivo della componente politica rimane difficile da valutare. Per quanto riguarda Tacito, c’è un problema cronologico: le </hi><hi rend="italic">Historiae</hi><hi rend="CharOverride-1"> furono verosimilmente composte intorno al 110 (secondo Bloch 2002, p. 129, l’</hi><hi rend="italic">excursus</hi><hi rend="CharOverride-1"> sugli Ebrei potrebbe anche risalire agli anni 100-105), dunque ben prima delle rivolte giudaiche, in un periodo di relativa ‘quiescenza’ (Gruen 2009, pp. 268-269). Si vedano anche le osservazioni di Berthelot (2003a, pp. 161-167), che nota come alcuni tratti attribuiti da Tacito agli Ebrei siano </hi><hi rend="italic">topoi</hi><hi rend="CharOverride-1"> applicati anche ad altri popoli stranieri. Una lettura politica potrebbe forse valere per Giovenale; tuttavia, anche in questo caso, va considerato che la polemica contro i costumi stranieri rientra nelle convenzioni letterarie del genere satirico. Per un approfondimento si veda Angelini 2024.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Anna Angelini, University of Siena, Italy, <ref target="https://www.fupress.com">anna.angelini@unisi.it</ref>, <ref target="https://www.fupress.com">0000-0003-2031-0412</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://www.fupress.com">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Anna Angelini, <hi rend="italic">Riti strani tra avversione e fascino. I divieti alimentari ebraici agli occhi dei Greci e dei Romani,</hi> © Author(s), <ref target="https://www.fupress.com">CC BY-SA 4.0</ref>, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0767-6.07</ref>, in Ginevra Benedetti, Francesca Prescendi (edited by), <hi rend="italic">Piccole ‘curiosità’ delle religioni antiche. Un approccio antropologico. Atti delle giornate di studio – Siena, 4 e 5 aprile 2024</hi>, pp. -20, 2025, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0767-6, DOI <ref target="https://www.fupress.com">10.36253/979-12-215-0767-6</ref></p></div></div>
      
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