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        <title type="main" level="a">La questione fiscale tra principi nuovi e pratiche antiche</title>
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            <forename>Giacomo</forename>
            <surname>Carmagnini</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Bologna, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Il Mugello e la riforma comunitativa di Pietro Leopoldo (1774-1790)</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0789-8</idno>) by </resp>
          <name>Giacomo Carmagnini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0789-8.13</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The chapter focuses on the fiscal aspect, a crucial node of the Reform. The allocation of the Tassa di Redenzione and the Dazio generated protests and inequities, often favouring large landowners. The central Government's conduct was characterized by an attempt to avoid direct confrontation with local elites. The chapter thus reveals the gap between the egalitarian principles of the Reform and its concrete practices, which were often conditioned by entrenched power dynamics and unreliable cadastral mapping.</p>
      </abstract>
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        <keywords>
          <list>
            <item>Tax Allocation</item>
            <item>Cadastral Mapping</item>
            <item>Central Government Policy</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0789-8.13<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0789-8.13" /></p>
      <div><head>Capitolo 7</head></div><div><head>La questione fiscale tra principi nuovi <lb/>e pratiche antiche</head><p rend="text">Se, per le questioni che sollevava, il caso di Marradi sembra il più importante e significativo delle difficoltà riscontrate nelle composizioni delle borse, tra le comunità del Mugello si presentarono, a cavallo degli anni Settanta e Ottanta del XVIII secolo, numerose altre questioni che univano a doppio filo la composizione delle borse e i rapporti di forza tra le varie componenti della comunità.</p><p rend="text">Una questione particolarmente dibattuta avrebbe riguardato, senza sorpresa, la fissazione della Tassa di Redenzione e la ripartizione degli oneri fiscali. Sotto il primo versante, si distingue il caso di Palazzuolo, dove la nuova imposta fondamentale fu soggetta, nei primi mesi del 1776, ad un ricalcolo dovuto, ufficialmente, ad un mero errore tecnico. Era lo stesso Granduca che esigeva, nell’aprile di quell’anno, la riduzione della Tassa di Redenzione dovuta da Palazzuolo: «S.A.R vuole che la comunità di Palazzuolo paghi annualmente a titolo di Tassa di Redenzione scudi 665, e non scudi 773 come veniva fissato nel Regolamento fatto per la suddetta Comunità»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="13.html#footnote-006">1</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">A proposito della ripartizione degli oneri fiscali si distingue invece il caso di San Godenzo. Come è già emerso, la questione cruciale riguardava il rapporto tra la quota di Dazio che gravava su artigiani, contadini e testanti e il residuo della Tassa di Redenzione, che sarebbe stata invece coperta dai soli possidenti. Proprio San Godenzo, in tal senso, si distingueva per il bilanciamento più favorevole alla componente non proprietaria (tabella 1), che avrebbe dovuto coprire solo il 20% dell’importo dovuto come Tassa di Redenzione. Appare sorprendente, dunque, che proprio in questa comunità si moltiplicassero le proteste contro una ripartizione che, si diceva, sin dal 1774 era stata fatta contravvenendo alle norme del <hi rend="italic">Regolamento generale</hi>, «in un’aria così capricciosa sulla mira, e vantaggio dei rispetti umani verso dei maggiori ricchi possidenti in detta comunità, ma altresì in grave danno, e pregiudizio dei poveri oratori, ed altri poveri possidenti in detta comunità»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="13.html#footnote-005">2</ref></hi></hi>. Alla base di questa stortura ci sarebbe stata la riconferma, anno dopo anno, degli stessi deputati all’imposizione (Pierfrancesco Colacchioni e Ulisse Comini), che nonostante il compito fondamentale di rispettare criteri di distribuzione equi e imparziali avrebbero sempre e comunque privilegiato la componente più facoltosa <hi rend="italic">tra i proprietari</hi>. E qui sta il punto, giacché tutta la diatriba si inseriva all’interno della comunità dei possidenti, escludendo dunque testanti, contadini e artigiani. Gli equilibri al centro della protesta riguardavano dunque la sola componente proprietaria, che tuttavia si scopriva tutt’altro che omogenea e, anzi, si distingueva – e opponeva – a partire dall’entità dei beni posseduti. Nel caso in questione, i proprietari più ricchi erano riusciti a pagare proporzionalmente meno imposte dei meno abbienti contando sui buoni servigi dei deputati citati ma, soprattutto, attraverso il ricorso ai dazzaioli passati, assolutamente non attendibili «e formati per lo più da contadini, e gente ignoranti», e senza che la ripartizione si basasse sulla massa di decima di ciascun possidente – come richiesto dal Regolamento – «per non aver ritrovato di detta comunità su i Libri delle Decime beni descritti altro che modica quantità». Da una questione legata alla suddivisione impositiva e agli equilibri interni alla classe possidente ci si ricollegava, dunque, ad una carenza diffusa nel Contado fiorentino, che riguardava l’assenza di registri affidabili che mappassero la reale condizione dei beni e delle proprietà sul territorio. </p><p rend="text">Proprio la mancanza di estimi aggiornati e attendibili era l’innesco per una nuova sollevazione dei piccoli possidenti di San Godenzo, che nel 1783 tornavano a supplicare il Granduca a proposito dell’eccessivo carico fiscale che dovevano sopportare «mentre si vede dal Libro che moltissimi i quali posseggono molto vengono a essere impostati pochissimo»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="13.html#footnote-004">3</ref></hi></hi>. Oltre a rilanciare le lotte interne alla classe proprietaria, il documento si distingue per il riconoscimento della tara fondamentale alla base della sperequazione: «alcuni per non dire molti non hanno decimato quanto dovevano e questo credersi accaduto per alcuni umani rispetti […] e ad altro non sembra ridondare se non che in aggravio insoffribile dei poveri, ed in sollievo de facoltosi». Di qui la richiesta formale di procedere a nuovi estimi su cui fondare una ripartizione finalmente equilibrata:</p><quote rend="quotation_b">Supplicano la somma bontà e clemenza dell’AVR a volersi degnare di ordinare nuove stime di tutta la comunità, o per diminuire dispendio, due revisori i quali devino, e possino rivedere le fatte stime ed essendo ad essi necessario per utile del povero, e della Comunità, e dell’AVR i libri della Decima, acciocché ogni uno paghi a proporzione di quello che posiede<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="13.html#footnote-003">4</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">La supplica dei piccoli proprietari di San Godenzo permette così di illuminare i particolari rapporti di forza e le dinamiche di potere legati alla difficile applicazione della Riforma. La risposta del Granduca risulta invece emblematica circa le strategie adottate dal centro fiorentino per affermare e trapiantare i nuovi principi di governo evitando, per quanto possibile, ogni scontro diretto con le <hi rend="italic">élites </hi>locali. Benché la richiesta apparisse razionale, condivisibile e sembrasse conciliarsi perfettamente con quella mappatura generale del territorio che costituiva un momento fondamentale per l’instaurazione del nuovo ordine amministrativo, Pietro Leopoldo sceglieva di <hi rend="italic">non accogliere </hi>la richiesta di nuovi estimi, limitandosi a concedere – come consigliatogli dal Soprassindaco – una sovvenzione di duecento scudi a sollievo dei firmatari della supplica. La possibilità di procedere a nuovi estimi, si diceva, «resta nelle facoltà di quella Magistratura comunitativa»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="13.html#footnote-002">5</ref></hi></hi>. Emergeva una volta di più la volontà del governo fiorentino di non arrivare ad uno scontro con le <hi rend="italic">élites </hi>locali, ma di tentare accomodamenti e compromessi anche a costo di mancare – come in questo caso – ad uno dei pilastri della Riforma delle comunità. La sovvenzione rappresentava così una soluzione a buon mercato che almeno per il momento avrebbe placato i piccoli proprietari di San Godenzo senza intervenire direttamente sugli equilibri dei poteri della Comunità, che venivano lasciati liberi di proseguire secondo le proprie logiche interne. </p><p rend="text">La ripartizione del carico impositivo rappresenta in ogni caso una delle principali fonti di dissidi, contrasti e proteste provenienti dalle località. Il caso riportato è dunque solo l’esempio emblematico di una serie assai più ricca. Questioni che si ricollegano, ancora una volta, ad equilibri e logiche di potere locali sedimentati nel tempo. </p><p rend="text">Lo dimostra plasticamente il caso di Barberino di Mugello, dove il peso preponderante della componente proprietaria avrebbe portato all’esito paradossale di aver portato contadini e testanti a risultare <hi rend="italic">creditori</hi> poiché, come annotava il Soprassindaco nel maggio 1782, «l’imposizione è stata fatta al di sopra del bisogno». Tra i casi più clamorosi era citato proprio Barberino, dove l’eccessivo onere addossato sulle categorie più umili era ritenuto responsabilità del cancelliere Lorenzo Mazzini. Oltre alla necessità di richiamare il cancelliere e di sottoporlo ad una reprimenda, si proponeva quella che si sarebbe dovuta presto tramutare nella linea di condotta valida per ciascuna comunità del Contado, ovvero «di tener per regola inviolabile che l’imposizione sopra i lavoratori, e testanti sia misurata in modo che non resti nella Cassa comunitativa un avanzo maggiore di lire 300»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="13.html#footnote-001">6</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Al di là della questione fiscale, gli scontri politici tra le diverse componenti sociali interne alle comunità – e segnatamente tra ricchi e poveri –, riemergono chiaramente in una vicenda relativa a Borgo San Lorenzo e risalente all’ottobre 1783. In questa occasione, ad esprimere le loro lamentele erano i lavoratori e i testanti della comunità, che denunciavano di essere stati raggirati da alcuni rappresentanti, che proprio agli albori della Riforma avrebbero sfruttato «l’ignoranza dei deputati popolari circa le savie disposizioni dell’AVR» per convincerli a rinunciare al medico condotto, al maestro di scuola, al predicatore della Quaresima e all’organista «mentre fu loro falsamente supposto, che le provvisioni dei salariati suddetti esser dovevano a carico di essi, come nel passato sistema»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="13.html#footnote-000">7</ref></hi></hi>. A nulla valsero le lamentele dei ceti più umili una volta accortisi dell’inganno. Il risultato di tutto ciò non fu solo l’impossibilità per gli abitanti più poveri di far istruire i propri figli, ma soprattutto un’impennata dei tassi di mortalità tra i gruppi sociali più svantaggiati anche in conseguenza della diffusione, negli anni successivi, di «contagiose e mortali malattie di petti».</p><p rend="text">La questione rimarrebbe confinata alla dimensione dei rapporti socio-politici se non fosse che i firmatari accludevano alla loro supplica un’osservazione centrale: nonostante contadini e testanti avessero dichiarato di esser pronti a contribuire insieme ai possidenti per l’istituzione di un medico, «i possidenti stessi, che per lo più sempre compongono il Generale Consiglio, [h]anno saputo favorire il loro interesse, profittando della scusa, che la loro contribuzione è contro il divieto delle sovrane leggi, ed essi con una specie quasi di inumanità, non curando la vita dei poveri, hanno permesso, che muoiano, o vivano a discrezione della natura». L’affermazione su cui concentrarsi è il riferimento al monopolio, da parte dei possidenti, non tanto del Magistrato – come previsto dal <hi rend="italic">Regolamento generale</hi> – bensì del Consiglio generale, che nelle stesse disposizioni generali avrebbe dovuto ospitare anche contadini e testanti. Tutto ciò porta a ritenere che, nonostante le premesse e le indicazioni provenienti dal centro, le singole comunità riuscissero a piegare la norma ai loro interessi, senza necessità di sollevazioni o proteste plateali.</p><div><head>Bibliografia</head><p rend="bib_indx_bib">Unità archivistica 915 (Borgo San Lorenzo). <hi rend="italic">Segreteria di Finanze. Affari prima del 1788</hi>. Firenze: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">Unità archivistica 918 (Barberino di Mugello). <hi rend="italic">Segreteria di Finanze. Affari prima del 1788</hi>. Firenze: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">Unità archivistica 943 (San Godenzo). <hi rend="italic">Segreteria di Finanze. Affari prima del 1788</hi>. Firenze: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">Unità archivistica 969 (Palazzuolo). <hi rend="italic">Segreteria di Finanze. Affari prima del 1788</hi>. Firenze: Archivio di Stato.</p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-006-backlink">1</ref></hi>	Cfr. ASFi,<hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi rend="italic">Segreteria di Finanze. Affari prima del 1788</hi>, 969, Palazzuolo.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-005-backlink">2</ref></hi>	La supplica rivolta a Pietro Leopoldo era firmata da 28 individui – molti dei quali analfabeti – e risale al dicembre 1780. ASFi, <hi rend="italic">Segreteria di Finanze. Affari prima del 1788</hi>, 943, San Godenzo.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-004-backlink">3</ref></hi>	La supplica era in questo caso firmata da 19 proprietari e arrivava all’attenzione del Soprassindaco nel gennaio 1783. Ivi.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-003-backlink">4</ref></hi>	Ivi.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-002-backlink">5</ref></hi>	Ivi.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-001-backlink">6</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Segreteria di Finanze. Affari prima del 1788</hi>, 918, Barberino di Mugello.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="13.html#footnote-000-backlink">7</ref></hi>	ASFi, <hi rend="italic">Segreteria di Finanze. Affari prima del 1788</hi>, 915, Borgo San Lorenzo.</p></item>
				</list></div></div>
      
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        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="206052">Unit&amp;#224; archivistica 915 (Borgo San Lorenzo). Segreteria di Finanze. Affari prima del 1788. Firenze: Archivio di Stato.</bibl>
          <bibl n="206050">Unit&amp;#224; archivistica 918 (Barberino di Mugello). Segreteria di Finanze. Affari prima del 1788. Firenze: Archivio di Stato.</bibl>
          <bibl n="206053">Unit&amp;#224; archivistica 943 (San Godenzo). Segreteria di Finanze. Affari prima del 1788. Firenze: Archivio di Stato.</bibl>
          <bibl n="206057">Unit&amp;#224; archivistica 969 (Palazzuolo). Segreteria di Finanze. Affari prima del 1788. Firenze: Archivio di Stato.</bibl>
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