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        <title type="main" level="a">Dal metodo ai primi risultati. Elementi di materialità di alcune ville nella forma della città</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-9920-1715" type="ORCID">
            <forename>Maria Teresa</forename>
            <surname>Como</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Naples Suor Orsola Benincasa, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>NeaVia La villa napoletana. Antichità e natura tra Rinascimento e Barocco</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0854-3</idno>) by </resp>
          <name>Maria Gabriella Pezone, Angela Michela Convertini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.06</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The methodological organisation of the study, which reports data and references on Neapolitan villas of the Early Modern in their relative contexts – examined in their original condition, current condition and throughout history – with the support of the planned georeferenced digital system of analytical data sheets on the villas, has already produced significant results. The contribution illustrates the renewed interpretation of the villas of Iacopo Sannazaro, Giovanni Pontano and Paolo Tolosa, revealing their layout, structure and material traces, rediscovered in the context of the real city. In this way, the recovery of memory is intertwined with the forms of the actual city, recognising qualities and characteristics of urban places from the interpretation of these pre-existing structures.</p>
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            <item>Early modern villas</item>
            <item>reading historic urban landscape</item>
            <item>stratigraphy of built heritage</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.06<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.06" /></p>
      <p rend="h1_chapter">Dal metodo ai primi risultati. Elementi di materialità di alcune ville nella forma della città</p><p rend="h1_author ParaOverride-1">Maria Teresa Como</p><p rend="h2">Introduzione</p><p rend="text">La metodologia di ricerca adottata, già illustrata nella presentazione del progetto, si fonda sull’integrazione dell’articolato complesso di dati e riferimenti raccolti sulle ville napoletane di età moderna nel contesto specifico dei luoghi.</p><p rend="text">I luoghi di impianto delle ville sono indagati nelle loro caratteristiche morfologiche e materiali e nelle modificazioni intervenute nel corso del tempo, considerando pertanto indissolubile il nesso tra architettura delle ville e sito che le accoglie.</p><p rend="text">L’esercizio complesso, di calare le informazioni storiche e documentarie nell’esistente, guida alla lettura delle trasformazioni occorse, alla riconoscibilità degli impianti originari e all’individuazione di eventuali tracce o permanenze. A supporto di tale approccio per lo svolgimento della ricerca è stato definito il sistema digitale georeferenziato delle schede analitiche delle singole ville, concepito come strumento operativo della ricerca. Il sistema, che si radica nella struttura della scheda di analisi della villa, costituisce lo strumento per l’esercizio corrente delle attività di ricerca, ed è predisposto per successive comparazioni tra i casi analizzati, al fine di coadiuvare le riflessioni conclusive sul fenomeno.</p><p rend="text">A compimento della ricerca il sistema, – ma anche <hi rend="italic">in itinere </hi>perché aperto –, implementato con la compilazione delle schede georeferenziate, si identifica esso stesso come attivo prodotto della ricerca, come mappatura interrogabile utile per plurime finalità.</p><p rend="text">Proprio grazie a questa organizzazione metodologica dello studio, già nelle fasi iniziali del lavoro si sono potuti conseguire risultati significativi e acquisire nuovi elementi conoscitivi sulle ville napoletane. Sebbene l’analisi dei singoli casi sia ancora parziale e si debba attendere la compilazione di un numero congruo di schede per apportare considerazioni generali sul fenomeno, l’approccio ha condotto a una rinnovata lettura di alcuni casi significativi, anche senza il supporto di nuove fonti, ma solo attraverso l’esercizio complesso di riportare al luogo i dati esistenti, ricercando nella città reale segni, tracce d’insediamento, elementi di quelle ville in riferimento all’insieme complesso e interrelato di descrizioni, fonti e dati raccolti.</p><p rend="text">Nel tessuto storico urbano sono stati riconosciuti tracce, forme ed elementi ancora esistenti di alcune ville, guidando a leggerne le intenzioni e i caratteri dell’originaria architettura; se ne è potuta cogliere l’estensione nel contesto reale e sono stati individuati aspetti identificativi specifici. Allo stesso tempo, una volta individuati questi elementi di materialità di quelle ville nella forma stratificata della città storica, questi stessi hanno acquisito valore come testimonianza concreta di quelle preesistenze, chiedendo pertanto di essere tutelati. Di questo complesso si espongono in sintesi alcuni risultati nella rinnovata lettura di alcuni casi significativi. (Fig. 1)</p><p rend="h2">La villa di Sannazaro</p><p rend="text">La villa del poeta Iacopo Sannazaro (1457-1530) a <hi rend="italic">Mergoglino </hi>è tanto celebre nella memoria, poiché strettamente legata alla sua poetica e alla sua identità – e, per questo, divenuta modello nella storia della cultura – quanto invece ignota, sia nella sua configurazione architettonica, sia nel contesto reale dei luoghi in cui sorgeva. Non esiste documentazione dell’architettura e, nell’area di Mergellina<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-001"><hi xml:id="endnote-001-backlink">1</hi></ref></hi>, se ne ritiene scomparsa ogni traccia o frammento a causa delle radicali trasformazioni occorse<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-002"><hi xml:id="endnote-002-backlink">2</hi></ref></hi>. La vicenda vulgata della torre e della casa demolite dal viceré Filiberto de Chalon principe d’Orange<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-003"><hi xml:id="endnote-003-backlink">3</hi></ref></hi> e di chiesa e convento dei Serviti costruiti sulle loro <hi rend="italic">ruine</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-004"><hi xml:id="endnote-004-backlink">4</hi></ref></hi> hanno lasciato intendere che ogni elemento materiale della villa fosse scomparso. L’intreccio tra le fonti di diversa natura ad oggi reperibili con l’attenta osservazione dei luoghi, nella loro rappresentazione storica e nell’attuale consistenza, ha condotto a riconoscere l’estensione del complesso nei luoghi reali, a leggere in corpi edilizi esistenti parti della villa e a interpretare alcuni aspetti dell’articolazione architettonica, che sono raccolti nella seguente descrizione.</p><p rend="text">La villa di Sannazaro è da intendersi come la risistemazione architettonica, intrapresa dal poeta ad inizio Cinquecento – dopo il ritorno dalla Francia nel 1505<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-005"><hi xml:id="endnote-005-backlink">5</hi></ref></hi> e presumibilmente intorno al 1510<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-006"><hi xml:id="endnote-006-backlink">6</hi></ref></hi> – della grande villa di <hi rend="italic">Mergoglino </hi>che il re Federico d’Aragona gli aveva donato nel 1497. Questa stessa villa era preesistente e Federico l’aveva acquisita dai padri benedettini di SS. Severino e Sossio in cambio della sua masseria La Pretiosa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-007"><hi xml:id="endnote-007-backlink">7</hi></ref></hi> alle paludi, vicina all’acquedotto de La Bolla. Nelle<hi rend="italic"> Effemeridi </hi>la villa è denominata «la Masseria del S. Don Federico»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-008"><hi xml:id="endnote-008-backlink">8</hi></ref></hi>. La parte sinistra di una scena della <hi rend="italic">Cronaca del Ferraiolo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-009"><hi xml:id="endnote-009-backlink">9</hi></ref></hi> con su scritto Mergellina è stata letta come rappresentativa della consistenza della proprietà<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-010"><hi xml:id="endnote-010-backlink">10</hi></ref></hi>; vi è un’alta torre in tre livelli merlata su di un promontorio sulla costa e accanto un lungo corpo rettangolare con una pergola in testa, che arriva fino alle rampe di Sant’Antonio, la strada che sale alla dorsale di Posillipo. Questi tre elementi distintivi della masseria di Federico, il piccolo promontorio sul mare, la torre e il lungo corpo, ne sintetizzano con chiarezza i caratteri ed evidenziano la sua grande estensione.</p><p rend="text">Il complesso fu modificato e ampliato dal Sannazaro solo dopo il ritorno dalla Francia con la morte del re esule, allo scopo di disporvi anche una chiesa di patronato in cui sistemare la sua futura tomba<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-011"><hi xml:id="endnote-011-backlink">11</hi></ref></hi>; a questo fine volle che la torre della masseria continuasse ad assumere un ruolo primario: innervata nella chiesa a contenerne il sepolcro<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-012"><hi xml:id="endnote-012-backlink">12</hi></ref></hi>. Nel 1529, un anno prima della morte, il poeta donò ai padri serviti la quasi totalità del complesso, gran parte dei corpi edilizi e dei terreni con la chiesa quasi completata<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-013"><hi xml:id="endnote-013-backlink">13</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">I corpi edilizi principali della villa erano disposti in cima al piccolo promontorio roccioso; il più monumentale, prospiciente il sagrato della chiesa, era a corte ed aveva dinanzi all’ingresso una scala a doppio rampante (come rilevabile dalla veduta Baratta del 1629), l’altra parte, disposta invece a tergo della chiesa e separata da una vanella, si componeva di ambienti in linea in affaccio sul mare lungo corridoi voltati. Quest’ultima parte fu poi la sede del convento dei padri serviti, mentre il blocco a corte, forse la parte residenziale principale della villa, munito di due alte torri ai lati e scale simmetriche sul fronte nella veduta di Alessandro Baratta del 1629, è qui indicato come dimora del principe «Cola d’Anglise», perché fu dato a questi in enfiteusi dai Serviti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-014"><hi xml:id="endnote-014-backlink">14</hi></ref></hi>. Per Capaccio il nome Mergellina identifica la villa,<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-015"><hi xml:id="endnote-015-backlink">15</hi></ref></hi> come ad occuparne tutta l’estensione. Legando queste, all’insieme di dati e riferimenti raccolti e all’osservazione dei luoghi, il sito principale d’impianto della villa, corrisponde ad un piccolo promontorio tufaceo lungo la costa ove sorgeva sulla testa, a circa venti metri dal livello del mare, la preesistente torre, presumibilmente di epoca angioina, e accanto i corpi principali della villa. Il promontorio, denominato lo scoglio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-016"><hi xml:id="endnote-016-backlink">16</hi></ref></hi>, segnava al piede, all’avvio di costa e pendice, la collina di Posillipo e chiudeva il lungo arco della spiaggia di Chiaia; aveva alle spalle un’alta falesia di tufo, scavata da antiche grotte, che in parte doveva fungere da confine della proprietà, con un salto di quota di circa 30-40 metri; all’intorno la proprietà si estendeva anche su pendici meno impervie con altri appezzamenti e costruzioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-017"><hi xml:id="endnote-017-backlink">17</hi></ref></hi> e su fasce piane<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-018"><hi xml:id="endnote-018-backlink">18</hi></ref></hi> fino a terminare presso il convento di Sant’Antonio in cima e accanto alle rampe omonime sulla pendice, al cui bordo, presso la grotta, alle spalle di chiesa e convento di Santa Maria a Piedigrotta, era il sepolcro di Virgilio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-019"><hi xml:id="endnote-019-backlink">19</hi></ref></hi> (Fig. 2).</p><p rend="text">I cambiamenti al contesto e ai luoghi stessi di insediamento avvenuti nella storia e lo sviluppo della città con nuovi blocchi edilizi, superfici e infrastrutture urbane, sono stati qui fortemente alteranti. In primo luogo la progressiva modifica della costa al piede della villa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-020"><hi xml:id="endnote-020-backlink">20</hi></ref></hi> e, più recentemente il nuovo impianto urbano alla bocca della Galleria laziale e il taglio nel tufo della via Orazio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-021"><hi xml:id="endnote-021-backlink">21</hi></ref></hi>, ostacolano la lettura del luogo originario della villa. Costringono a immaginare un ritorno indietro, con un approccio archeologico, per identificare forma e figura originari del luogo di insediamento.</p><p rend="text">Nel codicillo del testamento la villa «posta ad Chiaja et capo lo Monte de Posilipo» è sul lido del mare e accanto alla via pubblica; è definita Masseria e consiste in «la Montagna, terreno culto, ed inculto, giardini, case, magazeni, Marina, ed altre case […]», tra queste è anche «lo Giardino de le Cetre de bascio» che Sannazaro non dona ai frati serviti ma lascia ai suoi discendenti, e ha poi la «Ecclesia cominciata, et quasi finita in essa»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-022"><hi xml:id="endnote-022-backlink">22</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">La villa era dunque un complesso di ampia estensione, oltre i due corpi principali e la chiesa sul promontorio tufaceo; vi era un lungo giardino a mezza quota oggi tagliato da via Orazio e diversi corpi edilizi alternati a giardini lungo la riva e la via e anche sulle pendici meno impervie della montagna. Osservandola idealmente dalla costa sui luoghi reali, partiva dal piccolo promontorio con la torre, la chiesa e il blocco residenziale principale e si sviluppava verso destra in lungo, fino alla strada di Posillipo, le rampe di Sant’Antonio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-023"><hi xml:id="endnote-023-backlink">23</hi></ref></hi>. Alle spalle del promontorio è la falesia di tufo e davanti la costa, la Marina con un suo porticciolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-024"><hi xml:id="endnote-024-backlink">24</hi></ref></hi> ed una fonte che, come la falesia alle spalle, sono descritte dal poeta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-025"><hi xml:id="endnote-025-backlink">25</hi></ref></hi>. Dall’approdo e capo della strada, nei pressi della fonte, attraverso rampe, ricavate tagliando e scavando la protuberanza tufacea del promontorio, si saliva dalla riva alla villa sulla cima del promontorio. In basso un’ampia arcata muraria aperta al piede della roccia conduceva all’imbocco delle rampe e alla cappella della Natività per la Vergine scavata nell’ammasso tufaceo. Questa e la cappella di San Nazario in cima, al termine della rampa, esistevano prima della costruzione della chiesa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-026"><hi xml:id="endnote-026-backlink">26</hi></ref></hi> e segnavano il percorso di ascesa alla villa sul promontorio. Da questa dislocazione deriva l’impianto di chiesa doppia, l’inferiore scavata nell’ammasso, e la superiore costruita al di sopra, la cui edificazione, come si è detto, fu avviata nella ristrutturazione complessiva<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-027"><hi xml:id="endnote-027-backlink">27</hi></ref></hi>. Si evince pertanto che la chiesa, ove il poeta prospettava la sua tomba, è da intendersi come parte integrante della villa, intrecciata nella configurazione architettonica.</p><p rend="text">L’idea progettuale è chiara e incisiva e guarda sensibilmente al vicino sepolcro di Virgilio: porre la torre come segnacolo del complesso articolato della villa e del luogo; radicata nell’ammasso tufaceo del promontorio su cui si erge, integrata a una chiesa di patronato duplex, la prima ricavata scavando l’ammasso di tufo per la grotta della Natività, e la seconda sulla cima destinata ad accogliere, all’incrocio tra asse longitudinale della chiesa e verticale della torre, la sua tomba.</p><p rend="text">Nella veduta Baratta il tema della torre sembra riproporsi anche nelle due torri simmetriche che affiancano il blocco a corte, elemento fortemente connotato nell’iconografia storica.</p><p rend="text">L’ammasso roccioso – oggi in sordina, inglobato in un’edilizia ottocentesca – su cui vi erano la villa e la tomba con la torre che ne costituiva il segnale visivo, assieme alla falesia tufacea retrostante, alta e maestosa – descritta dal poeta come «la montagna che proteggeva la villa dal sole» – definiscono un punto – al piede di Posillipo – paesaggisticamente significativo nella morfologia della città, che è visibile da lontano, sin dall’altro capo della spiaggia di Chiaia.</p><p rend="text">Sono pertanto, questi elementi, memoria viva della villa di Iacopo Sannazaro.</p><p rend="h2">La villa di Pontano</p><p rend="text">La villa-masseria <hi rend="italic">Antiniana </hi>di Giovanni Pontano ritrova configurazione e caratteri nelle opere del suo proprietario, in particolare nell’ambientazione del dialogo <hi rend="italic">Asinus</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-028"><hi xml:id="endnote-028-backlink">28</hi></ref></hi><hi rend="italic">, </hi>con l’ascesa dalla città fino a uno slargo e, da lì, la descrizione del cortile aperto della villa.</p><p rend="text">La generosa bellezza campestre – di cui si specificano colture, essenze e prodotti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-029"><hi xml:id="endnote-029-backlink">29</hi></ref></hi> – è più volte celebrata attraverso l’apparizione della ninfa Antiniana<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-030"><hi xml:id="endnote-030-backlink">30</hi></ref></hi>, personificazione della villa, e si riflette anche nelle descrizioni paesaggistiche del percorso di accesso e del sito da parte dei suoi più giovani accademici<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-031"><hi xml:id="endnote-031-backlink">31</hi></ref></hi>. Anisio in <hi rend="italic">De Antiniano colle</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-032"><hi xml:id="endnote-032-backlink">32</hi></ref></hi>, immagina l’ascesa al colle partendo da Porta Reale, come già avevano fatto anni prima Sannazaro e gli altri accademici; durante la salita, gli viene incontro Antiniana, accompagnata da un coro di ninfe.</p><p rend="text">La lettura congiunta dei tracciati antichi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-033"><hi xml:id="endnote-033-backlink">33</hi></ref></hi> e delle successive documentazioni storiche sulla proprietà<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-034"><hi xml:id="endnote-034-backlink">34</hi></ref></hi> rivela che villa e fondo si collocavano al termine dell’ascesa ai colli dalla città, lungo un percorso retrostante il complesso di castel Sant’Elmo, dove si aprivano ampi pianori.</p><p rend="text">In particolare, il corpo principale della masseria, riadattato su una preesistenza, si disponeva all’incrocio viario che configurava il casale di Antignano, nodo tra le vie di collegamento ai casali posti sui pianori. Il fondo annesso era delimitato, nella parte sommitale, dalla masseria e dalle vie di accesso ad arco, e terminava sulla via interna del Vomero, oggi quasi del tutto cancellata.</p><p rend="text">L’unico documento sulla villa, del 1492 – oggi perduto –, fu rinvenuto e in parte trascritto da Pércopo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-035"><hi xml:id="endnote-035-backlink">35</hi></ref></hi>, che riferì anche di parti ed elementi superstiti. Riporta due atti d’acquisto di Pontano – uno per «casalena et aedificia» del 1472, l’altro per un fondo coltivato a orti del 1486 – e descrive una proprietà composta da più corpi edilizi – in rovina al momento dell’acquisto –, un cortile, una cisterna, cellari e un appezzamento di circa 10 moggi, coerente nel complesso con le descrizioni letterarie.</p><p rend="text">Nel 1626, il nuovo proprietario Pietro Ossorio Figueroa riportò masseria e fondo da una condizione di degrado a una rinnovata prosperità, come recita la lapide a sinistra del portale, che ricorda anche il primo celebre proprietario.</p><p rend="text">Nel 1813, la proprietà passò al regio architetto di corte Antonio De Simone, che ristrutturò il complesso nel 1818, come indicato dall’altra lapide a destra del portale.</p><p rend="text">La descrizione dell’atto di acquisto, che menziona vasti terreni destinati alla semina, alla coltivazione di frutteti e vigneti, occupati solo in parte da costruzioni a uso rurale e da una «casa palaziata» rivolta verso il largo, è conforme alla pianta geometrica del 1823, che registra i confini e la consistenza degli immobili, grosso modo corrispondenti a quelli antichi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-036"><hi xml:id="endnote-036-backlink">36</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Il vasto fondo, fin qui pressoché intatto, fu poi interessato dall’edificazione del nucleo principale del Rione Vomero, avviata nel 1885, con una trama viaria a scacchiera che non trova relazioni con gli antichi percorsi e che modificò totalmente il sito<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-037"><hi xml:id="endnote-037-backlink">37</hi></ref></hi>. Il secondo asse principale previsto, via Luca Giordano, passante al centro del fondo della villa, fu deviato all’innesto con piazza degli Artisti proprio per evitare la demolizione della villa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-038"><hi xml:id="endnote-038-backlink">38</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Attualmente si conserva il corpo principale conforme all’impianto originario ma alterato dalle diverse ristrutturazioni nella storia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-039"><hi xml:id="endnote-039-backlink">39</hi></ref></hi> (Fig. 3).</p><p rend="text">Dall’esame diretto, sapiente delle descrizioni e delle vicende storiche, sono stati individuati elementi originari dell’architettura della villa che hanno guidato ad una lettura ricostruttiva.</p><p rend="text">Nelle lacune della facciata ottocentesca, decorata con bugnato liscio in stucco, sono leggibili i piedritti del portale originario in piperno; piedritti in piperno si individuano anche nell’androne che conduce al cortile a “C”. Qui, nell’ultima campata a sinistra, è l’ingresso alla torre-scala, ancora esistente. L’andamento delle scale, le volte murarie e le aperture della torre permangono, sebbene le aperture siano state ristrette da sottarchi di consolidamento in mattoni. Al piano nobile, allo smonto dopo quattro tirate di rampe, una nicchia a esedra, forse un tempo sede di una statua, segna l’avvio di un percorso rettilineo che conduce al corpo principale della villa, di impianto quadrato, e di altezza minore della torre-scala.</p><p rend="text">La fila di archetti su mensole in piperno, sul terminale di parte del prospetto est accanto alla torre, segna estensione e altezza del corpo principale.</p><p rend="text">Davanti alla torre-scala e al corpo principale si aprivano terrazze su arcate affacciate sul fondo e sulla città. Il corpo edilizio a destra doveva originariamente essere un terrazzo alla quota del piano nobile, come suggerisce la cornice terminale modanata in piperno inglobata nella parete muraria. Le lastre modanate in piperno dei balconi, che interrompono la cornice, potrebbero risalire alle modifiche di inizio Seicento. Un terrazzo simile, alla stessa quota, potrebbe essere ipotizzato anche per la parte opposta sull’androne.</p><p rend="text">Edificazioni recenti e l’impianto urbano contemporaneo hanno invece occupato interamente il fondo agricolo e parte della corte, cancellando la figura perimetrale originaria, i tracciati antichi e il carattere del fondo: una valletta in quota affacciata dal crinale del Vomero.</p><p rend="text">Come in uno scavo archeologico, le tracce materiali e gli elementi fisici ancora leggibili sono evidenza della configurazione originaria della villa. Sebbene siano frammenti incorporati in strutture successive – con l’ovvia impossibilità di un ripristino – il riconoscimento permette di attribuirvi significati e valori che avevano perduto; sono materiali autentici capaci di poter descrivere la villa del Pontano e anche di restituire senso e guida per una migliore leggibilità al palinsesto dei corpi edilizi della città storica.</p><p rend="h2">La villa di Paolo Tolosa</p><p rend="text">Analogamente, svelare l’impronta di sedime nel paesaggio della città storica e riconoscerne, al contempo, la figura nell’iconografia antica – per ville di cui sembrava perduto persino l’interesse a localizzarne il sito – attribuisce nuovi valori sia al luogo urbano, sia all’iconografia storica che le rappresenta.</p><p rend="text">Le forme di quel luogo e le architetture oggi presenti acquisiscono nuovi significati proprio dalla lettura, nello stesso contesto stratificato, dell’esistenza trasfigurata della perduta presenza.</p><p rend="text">La villa di Paolo Tolosa ne costituisce un esempio significativo.</p><p rend="text">Nell’<hi rend="italic">Apologia di Tre seggi di Napoli,</hi> l’autore, sotto le spoglie di Antonio Terminio, racconta che Paolo Tolosa, cittadino di Napoli dal 1484 edificò nella falda del monte di San Martino una villa suburbana, per la quale spese più di ottomila ducati solo per spianare quella parte del Monte e più di ventimila per edificare case e fare spaziosi giardini; e ancora maggiore spesa gliene diede l’uso perché da fine Primavera sino a metà Autunno dava sontuosissimi conviti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-040"><hi xml:id="endnote-040-backlink">40</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Nella relazione di Virgilio de Marino del 1609 redatta per la causa tra il Monastero di San Martino e il principe di Cariati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-041"><hi xml:id="endnote-041-backlink">41</hi></ref></hi> si individua la sede della villa di Paolo Tolosa e il muro di contenimento della proprietà a valle. L’avo del principe di Cariati, Giovan Battista Spinelli, aveva avuto dai certosini la concessione delle aree per edificare la sua villa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-042"><hi xml:id="endnote-042-backlink">42</hi></ref></hi>. La relazione trascrive tre contratti di vendita, del 1509 e del 1510, di ampi territori, e vi si dice che la sua proprietà è proprio sotto la masseria di «Don Paulo Tolosa nel luogo dove si dice in pede lo pendino di Santo Martino».</p><p rend="text">La relazione è dettagliatissima e nel descrivere i confini della proprietà del principe di Cariati si indicano le mura della villa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-043"><hi xml:id="endnote-043-backlink">43</hi></ref></hi> facendo riferimento ad un disegno allegato perduto. Un disegno più tardo, del tavolario Antonio Galluccio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-044"><hi xml:id="endnote-044-backlink">44</hi></ref></hi>, è analogo e può essere osservato assieme alla lettura della relazione. Qui, con la lettera V, nella legenda «Muro della Massaria del q.m Paolo Tolosa, dove al presente sta fatto il Monastero e Romitaggio delle Monache della Madre Sor Orsola», è rappresentato un muro particolarmente alto che piega ad angolo nella parte superiore della pianta.</p><p rend="text">Dopo la morte del Tolosa nel 1521, nella seconda metà del Cinquecento, gran parte della villa fu acquistata da Annibale Caracciolo (1562-1605) vescovo dell’Isola – Capo Rizzuto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-045"><hi xml:id="endnote-045-backlink">45</hi></ref></hi>. Al tempo della perizia di Virgilio de Marino apparteneva ai suoi eredi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-046"><hi xml:id="endnote-046-backlink">46</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">La parte della villa di proprietà di Annibale Caracciolo, ereditata dal principe Caracciolo di Forino, fu acquistata nel 1612 dalla Congregazione di Orsola Benincasa, posta in adiacenza, per costruirvi l’Eremo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-047"><hi xml:id="endnote-047-backlink">47</hi></ref></hi>. Presumibilmente, anche la proprietà di Giovan Tommaso De Magnatis in cui Orsola si era stabilita con la famiglia nel 1579 – la cappelletta e la casa oggi a tergo del muro sinistro della chiesa dell’Immacolata Antica – poi Congregazione di Orsola Benincasa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-048"><hi xml:id="endnote-048-backlink">48</hi></ref></hi>, era interna alla grande proprietà di Paolo Tolosa. La veduta Lafrery Dupérac del 1566<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-049"><hi xml:id="endnote-049-backlink">49</hi></ref></hi> descrive qui, infatti, un unico variegato complesso nella posizione dell’attuale cittadella monastica di Orsola Benincasa. La veduta del Baratta del 1629<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-050"><hi xml:id="endnote-050-backlink">50</hi></ref></hi> rappresenta la Congregazione qui già insediata con la chiesa di fine Cinquecento e in adiacenza sulla sinistra la proprietà del principe di Forino, prima che fosse avviata la costruzione dell’Eremo. Tale proprietà, descritta nell’atto di vendita alla Congregazione del 1612, è formata da due case grandi congiunte, quattro giardini e una torre<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-051"><hi xml:id="endnote-051-backlink">51</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Giulio Cesare Capaccio nelle <hi rend="italic">Neapolitanae historiae </hi>del 1607, nel raccontare delle Antichità e della Natura della città, descrive anche le principali ville che la contornano. Procedendo da Posillipo a Mergellina e salendo lungo le pendici da Chiaia a Echia, riferisce della chiesa fondata da Gregorio Navarro per Orsola Benincasa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-052"><hi xml:id="endnote-052-backlink">52</hi></ref></hi> e, passando per Santa Maria a Parete e l’Ospedale della Vittoria in prossimità, si sofferma poi sugli orti e sulla villa un tempo costruita da Paolo Tolosa e dopo ornata e ampliata dal vescovo dell’Isola Annibale Caracciolo nelle pertinenze della Congregazione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-053"><hi xml:id="endnote-053-backlink">53</hi></ref></hi>. Nella descrizione il monte ha qui delle gole profonde, si sale alla villa lungo la gola attraversando alberi da frutta e vi si incontrano fontane tanto mirabili che si direbbero degne di un vescovo romano, o di gloria celeste, per grandezza.</p><p rend="text">Il complesso della villa di Paolo Tolosa – che è poi altre ville o masserie – è dunque trasformato nella cittadella monastica di Orsola Benincasa ma, tornando ancora più indietro, si rileva che Paolo Tolosa a sua volta aveva acquistato la villa dal figlio di Filippo Strozzi, Alfonso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-054"><hi xml:id="endnote-054-backlink">54</hi></ref></hi>. Si ricava pertanto che la cittadella monastica di Orsola Benincasa si insedia a sua volta sulla villa del banchiere fiorentino Filippo Strozzi (1428-1491). Questi, a Napoli dal 1447 al 1466 – anno in cui gli fu concesso di ritornare a Firenze – fu un significativo sostenitore del re, prima di Alfonso I e poi del figlio Ferrante<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-055"><hi xml:id="endnote-055-backlink">55</hi></ref></hi>. Nella biografia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-056"><hi xml:id="endnote-056-backlink">56</hi></ref></hi> scritta dal figlio Lorenzo (1482-1549) si riferisce che aveva a Napoli una masseria in cui si dilettava nella coltura delle piante dai rari frutti – fichi, carciofi – che importò in Toscana<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-057"><hi xml:id="endnote-057-backlink">57</hi></ref></hi>. E nella corrispondenza epistolare con la madre più volte si dice delle melarance che Filippo faceva arrivare a Firenze da Napoli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-058"><hi xml:id="endnote-058-backlink">58</hi></ref></hi>. Dopo la morte di Filippo, nel 1491, la villa fu venduta dal figlio Alfonso (+1534) al banchiere catalano Paolo Tolosa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-059"><hi xml:id="endnote-059-backlink">59</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">La villa di Paolo Tolosa è dunque molte ville<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-060"><hi xml:id="endnote-060-backlink">60</hi></ref></hi> della prima età moderna, poi tutte inglobate nella cittadella monastica di Orsola Benincasa.</p><p rend="text">La Tavola Strozzi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-061"><hi xml:id="endnote-061-backlink">61</hi></ref></hi>, il dipinto su tavola che ritrae Napoli dal mare tra le prime rappresentazioni iconografiche realistiche della città, come è noto fu rinvenuta a inizio Novecento nel Palazzo Strozzi a Firenze. Ancora enigmatica per molti aspetti, essa celebra, come rilevato da Spinazzola, la vittoria aragonese nella battaglia di Ischia del 1465 e i suoi sostenitori, richiamati dagli stemmi delle navi vittoriose, tra cui figura anche lo stemma Strozzi. Proprio al centro della veduta, alle falde di San Martino, è rappresenta una villa con un vasto appezzamento di terreno recintato da mura. Questa, per posizione e forma della cinta muraria, corrisponde nella città reale all’impianto della cittadella di Orsola Benincasa, qui poi insediata e dunque, come dalle fonti, alla villa di Filippo Strozzi esistente in questi luoghi al tempo della Tavola, prima di divenire la villa di Paolo Tolosa.</p><p rend="text">Da questo riconoscimento anche il celebre dipinto – non solo i luoghi reali, oggi nelle forme della cittadella monastica di Orsola Benincasa – acquisisce nuovi sorprendenti significati.</p><p rend="text">Ancora nelle forme materiali della città, la gola ai piedi dell’altissimo muro della cittadella a ovest, che termina a punta, è traccia dell’antico sentiero descritto da Capaccio e l’altissimo muro corrisponde ancora al marcato muro di contenimento e confine della villa di Paolo Tolosa citato e rappresentato nelle fonti.</p><p rend="text">Il particolare andamento è riconoscibile sia nella veduta Lafrery Dupérac che nella Tavola Strozzi, palesando la continuità del segno, condizionato dalla geomorfologia dei luoghi.</p><p rend="text">Nella ricerca di elementi fisici autentici, provenienti dalla fase della villa di Paolo Tolosa, potrebbe ascriversi per datazione il tabernacolo marmoreo nella chiesa dell’Immacolata antica, attribuito alla fine della prima decade del Cinquecento<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-062"><hi xml:id="endnote-062-backlink">62</hi></ref></hi>, riutilizzato come comunichino nella cappelletta di Orsola. Ciò fornisce evidenza che anche la cappelletta ove Orsola si ritirò sia stata parte del complesso della villa di Paolo Tolosa, e ne sia dunque memoria tangibile.</p><p rend="text">Infine, proseguendo nella lettura delle possibili permanenze, potrebbe ragionevolmente supporsi che la direzione dell’impianto dell’Eremo, che si distingue da quella di altre parti del complesso, ricalchi le giaciture della villa di Annibale Caracciolo e a sua volta quella di Paolo Tolosa: traccia, dunque, dell’antico complesso (Fig. 4).</p><p rend="h2">Conclusioni</p><p rend="text">L’analisi dei tre casi di ville della prima età moderna, riscoperte nel contesto dei luoghi e riconosciute in elementi materiali della città reale, mette in luce come la metodologia della ricerca, unitamente al recupero della memoria di queste testimonianze in una nuova visione e alla lettura delle trasformazioni occorse nel costruito storico, consenta di interpretare qualità e caratteri dei luoghi urbani. La proiezione di tali preesistenze nei luoghi reali attribuisce significati e valori alle forme della città storica. Allo stesso tempo, per la natura costitutiva dell’architettura di villa – in cui il godimento delle qualità del sito guida la configurazione del progetto – queste proiezioni alimentano la riappropriazione dei luoghi e forniscono indirizzi per l’uso e per eventuali progetti di modifica, esiti che rientrano tra gli obiettivi finali della ricerca.</p>
      
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