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        <title type="main" level="a">La villa di García Álvarez de Toledo a Chiaia. Origine, trasformazioni e permanenze di un presidio familiare</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-5038-3730" type="ORCID">
            <forename>Giuseppe</forename>
            <surname>Pignatelli Spinazzola</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Campania Luigi Vanvitelli, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>NeaVia La villa napoletana. Antichità e natura tra Rinascimento e Barocco</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0854-3</idno>) by </resp>
          <name>Maria Gabriella Pezone, Angela Michela Convertini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.09</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>«A royal residence, with beautiful and spacious gardens». So, at the end of the 17th century Carlo Celano described the villa behind Chiaia seaside that belonged to the family of Viceroy don Pedro de Toledo, long since converted into a cavalry barracks. Originally owned by the Dominicans, around 1525 the property was purchase by the banker Paolo Spìnola, then the Cardinal Pompeo Colonna, the entrepreneur Andrea Sbarra, and finally Ottavio Farnese, before before being sold in 1544 to García Álvarez de Toledo on behalf of his father. Subject to renovation and expansion that continued until the first two decades of the 17th century, the property was partially taken over in 1653 by the Royal Court to establish the new barraks of Ferrandina. Returning to use by the family after more than two centuries, around 1828 the residence underwent a radical refurbishment; the gardens, on the other hand, were largely parcelled out at the beginning of the last century.</p>
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            <item>Chiaia</item>
            <item>Álvarez de Toledo</item>
            <item>Dukes of Bivona</item>
            <item>Ferrandina barracks</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.09<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.09" /></p>
      <p rend="h1_chapter">La villa di García Álvarez de Toledo a Chiaia. <lb/>Origine, trasformazioni e permanenze di un presidio familiare</p><p rend="h1_author ParaOverride-1">Giuseppe Pignatelli Spinazzola</p><p rend="quotation_b ParaOverride-2">«Parendo alli PP. di detta Compagnia [di Gesù] di voler fundare loro Collegio, o Chiesa, in altro luogo del detto borgho di Chiaia per maggiore servizio, o per stare in luogo più frequentato et habitato, in tal caso possono vendere et alienare detto giardino et case donate per la compra d’altro luogo. Però la compra d’altro luogo […], che havesse a pigliarsi in cambio del detto luogo donato, debbia esser situato dal Palazzo del Ecc.mo D. Pietro di Toledo in là, e non dalla parte verso Napoli»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-001"><hi xml:id="endnote-001-backlink">1</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Con queste parole, nel gennaio del 1623 i deputati del Tribunale della Fortificazione concedevano ai seguaci di S. Ignazio di rinunciare ai propri immobili lungo la salita del Vomero, angusti e di difficile accessibilità, per fondare in un luogo più consono il futuro collegio di S. Giuseppe, specificando come questo sarebbe dovuto sorgere «fuori della nostra Città» oltre la residenza della famiglia degli Álvarez de Toledo, ancora riconosciuta quale importante punto di riferimento urbano e limite occidentale del borgo. Appena quattro anni più tardi, nel luglio del 1627, moriva a Madrid Pedro Álvarez de Toledo Osorio y Colonna, II duca di Ferrandina, nominato pochi giorni prima viceré di Napoli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-002"><hi xml:id="endnote-002-backlink">2</hi></ref></hi>: con il suo governo sarebbero molto probabilmente cambiate le sorti della villa acquistata dal padre García nel 1544, una delle più importanti residenze extraurbane della città ricordata dal Celano come «un’habitatione alla reale, con bellissimi et ampi giardini; e qui prima fundato havea Alfonso Secondo d’Aragona il suo per delitie»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-003"><hi xml:id="endnote-003-backlink">3</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Al di là della presunta proprietà aragonese, non supportata sinora da alcuna fonte certa a dispetto della generale accettazione da parte della guidistica sei e settecentesca<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-004"><hi xml:id="endnote-004-backlink">4</hi></ref></hi> e della storiografia anche più recente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-005"><hi xml:id="endnote-005-backlink">5</hi></ref></hi>, le prime tracce dell’immobile devono ricercarsi in un «giardino e casa di Chiaja»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-006"><hi xml:id="endnote-006-backlink">6</hi></ref></hi> alle spalle della spiaggia, forse antica pertinenza delle Domenicane dei SS. Pietro e Sebastiano che, trasferitesi in città dalla grangia del Salvatore nel 1423<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-007"><hi xml:id="endnote-007-backlink">7</hi></ref></hi>, da circa un secolo godevano dello «jus di pescare e pescaria […] dal capo di S. Vincenzo sino al Capo di Posillipo»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-008"><hi xml:id="endnote-008-backlink">8</hi></ref></hi>, arcaica forma di riscossione alla quale si aggiungerà ben presto la gestione degli immobili progressivamente acquisiti tra la grangia di S. Leonardo <hi rend="italic">in insula maris </hi>(affidata loro già alla metà del Trecento)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-009"><hi xml:id="endnote-009-backlink">9</hi></ref></hi> e il compatto tessuto edilizio a ridosso del vico Freddo (oggi via Poerio), lungo il quale fonderanno nel 1530 la chiesa di S. Rocco<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-010"><hi xml:id="endnote-010-backlink">10</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Strategicamente posta a valle della strada dell’Ascensione, il nucleo originario della villa fu acquistato intorno al 1525 da Paolo Spìnola, «Cavalier Genovese habitante in Napoli»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-011"><hi xml:id="endnote-011-backlink">11</hi></ref></hi> e membro di una delle più influenti famiglie di banchieri liguri che, come i Pinelli e i Ravaschieri, era particolarmente attiva nella capitale agli inizi del secolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-012"><hi xml:id="endnote-012-backlink">12</hi></ref></hi>. Nel febbraio del 1531 la proprietà fu ceduta al cardinale Pompeo Colonna, nominato da Carlo V luogotenente del Regno l’anno precedente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-013"><hi xml:id="endnote-013-backlink">13</hi></ref></hi>: è opportuno sottolineare come solo la metà dei 4000 scudi pattuiti nell’atto di vendita sarebbero stati pagati personalmente dal cardinale, saldando il rimanente «per lo banco di Andrea Sbarra», un lucchese da tempo trasferitosi a Napoli per conto del genero Filippo Calandrini, mercante dai molti interessi nel Regno in società proprio con diversi membri della famiglia Spìnola<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-014"><hi xml:id="endnote-014-backlink">14</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Subito dopo l’acquisto, il luogotenente avviò importanti lavori di rinnovamento dell’immobile: come testimoniato in un’anonima vita del cardinale databile agli inizi del Seicento, «in quella villa, che presentemente possedesi dal Marchese di Villafranca, e si chiama comunemente <hi rend="italic">il Palagio di D. Pietro di Toledo,</hi> trovasi un famoso giardino» che il cardinale fece «con diligenza non ordinaria coltivare, il quale dilettandosi sommamente di questi trattenimenti innocenti, non isdegnava sovente d’abbassare la Maestà della porpora alle faccende della coltura, e a innestare arbuscelli, e piantar fiori»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-015"><hi xml:id="endnote-015-backlink">15</hi></ref></hi>. Analogamente descritto dal Capaccio come «amico […] sopra tutto dell’agricoltura, non sparagnando a spesa alcuna nel far giardini di Semplici, di fiori &amp; all’innestare»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-016"><hi xml:id="endnote-016-backlink">16</hi></ref></hi>, proprio nella villa di Chiaia egli morì, poco più che cinquantenne, nell’estate del 1532, forse per indigestione o per congestione causata dalla neve che era solito mescolare al vino<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-017"><hi xml:id="endnote-017-backlink">17</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Solo dopo una lunga lite giudiziaria seguita alla scomparsa del cardinale, e che vedrà coinvolti a vario titolo i familiari più stretti e diversi prestatori, le proprietà napoletane furono attribuite ad Andrea Sbarra, «suo amicissimo» e creditore per circa diecimila scudi: in particolare, il «giardino e la casa di Chiaja» – valutati «previo apprezzo» 6000 scudi per le numerose migliorie apportatevi – gli furono definitivamente assegnati nell’aprile del 1535<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-018"><hi xml:id="endnote-018-backlink">18</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Travolto da un improvviso tracollo finanziario, e impossibilitato a mantenere la proprietà<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-019"><hi xml:id="endnote-019-backlink">19</hi></ref></hi>, nel novembre del 1541 lo Sbarra avrebbe dato incarico agli intermediari toscani Gherardo Busdraghi e Paolo Colini di «vendere, et alienare detta casa, e giardino di Chiaia che fu di detto quondam Sign. Cardinale Colonna […], ed potestà di promettere l’evittione e ricevere il prezzo come per l’instrumento di vendita fatto per detti procuratori»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-020"><hi xml:id="endnote-020-backlink">20</hi></ref></hi>: a riprova dell’eccezionalità dell’immobile, nel dicembre successivo «lo detto giardino, e casa a Chiaia» furono rivenduti per 4800 scudi a Ottavio Farnese, nipote di papa Paolo III e duca di Camerino, che tre anni prima aveva sposato Margherita d’Austria, figlia naturale di Carlo V che gli aveva portato in dote il ducato di Penne e i cosiddetti «beni di Napoli»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-021"><hi xml:id="endnote-021-backlink">21</hi></ref></hi>. Il giovanissimo duca si sarebbe così aggiunto a Fernando Francesco d’Avalos, marchese di Pescara e del Vasto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-022"><hi xml:id="endnote-022-backlink">22</hi></ref></hi>, e a Ferdinando de Alarcón, marchese della Valle Siciliana<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-023"><hi xml:id="endnote-023-backlink">23</hi></ref></hi>, nel possesso di una villa in una specifica e circoscritta area del borgo, una sorta di <hi rend="italic">enclave </hi>residenziale di personaggi legati a doppio filo – anche con la titolatura, forse non a caso, di feudi abruzzesi – dapprima all’imperatore e poi al viceré Pedro Álvarez de Toledo.</p><p rend="text">Pochi anni prima, è bene ricordarlo, lo stesso Pedro aveva avviato l’ambizioso piano di ampliamento e rinnovamento urbano che nell’arco di neppure un ventennio portò Napoli «quasi al doppio di quello che era pria, perché vi fece rinchiudere dentro il monte di Sant’Eramo e Echia»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-024"><hi xml:id="endnote-024-backlink">24</hi></ref></hi> cingendo all’interno delle nuove mura le zone collinari di S. Martino, di Pizzofalcone e delle Mortelle con il preciso intento di «darsi maggiore estensione al borgo de Chiaja», così come rimarcato in un’anonima relazione inviata all’imperatore nel 1542<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-025"><hi xml:id="endnote-025-backlink">25</hi></ref></hi>. Ben al di là dell’incremento dei suoli <hi rend="italic">intramoenia,</hi> questa iniziativa fu la premessa all’individuazione di una vasta zona dalle spiccate valenze altoresidenziali protetta dal forte di S. Elmo e dalle soldatesche acquartierate a monte delle ‘strade reali’ di Toledo e di Chiaia, una sorta di ‘città nella città’ da destinare alla nuova aristocrazia partenopea e alle ‘genti spagnole’ che a vario titolo si trasferivano nella capitale, tutti ben disposti ad abitare «la parte mejor de la ciudad, á quien llaman quartel, por vivir todos dentro de sus límites»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-026"><hi xml:id="endnote-026-backlink">26</hi></ref></hi>. Come sottolineato da Giovanni Tarcagnota al termine della lunga esperienza toledana, a dispetto della non facile morfologia dei luoghi proprio le zone di più recente acquisizione apparivano adesso come una «nuova e grossa città»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-027"><hi xml:id="endnote-027-backlink">27</hi></ref></hi>, distinguersi dal resto del tessuto urbano consolidato per l’aria salubre e le «belle e vaghe» vedute sul mare.</p><p rend="text">Le tardocinquecentesche vedute di Joris Hoefnagel e di Jan van Stinemolen<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-028"><hi xml:id="endnote-028-backlink">28</hi></ref></hi> offrono in questo senso una preziosa testimonianza nella rappresentazione delle pendici del borgo già parcellizzate in una miriade di giardini murati, più o meno vaste <hi rend="italic">insulae </hi>extraurbane di pertinenza delle numerose residenze erette dai nuovi soggetti privilegiati in un rassicurante ambiente «creato dalla natura per pace, recreatione, &amp; vita tranquilla»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-029"><hi xml:id="endnote-029-backlink">29</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Senza dimenticare le numerose masserie progressivamente rifunzionalizzate in comodi casini da diporto dalla più recente classe dirigente lungo i ‘cavoni’ collinari, antichi solchi scavati dalle acque meteoriche divenuti nuove direttrici insediative<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-030"><hi xml:id="endnote-030-backlink">30</hi></ref></hi>, oltre alle già ricordate ville d’Avalos e de Alarcón mi riferisco <hi rend="italic">in primis </hi>al palazzo edificato da Giovan Vincenzo Carafa al termine della strada di Chiaia e dove nel gennaio del 1533 don Pedro riunì gli Eletti di Città per gettare le basi del piano urbano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-031"><hi xml:id="endnote-031-backlink">31</hi></ref></hi>, all’articolato insieme di case e giardini acquisito dal principe di Bisignano Pietro Antonio Sanseverino dal 1547 e all’attiguo e coevo casino di Antonio Orsini duca di Gravina<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-032"><hi xml:id="endnote-032-backlink">32</hi></ref></hi>, oltre agli immobili del principe di Policastro Pietro Antonio Carafa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-033"><hi xml:id="endnote-033-backlink">33</hi></ref></hi> e alla seppur tardiva villa di Giovanni Francesco de Sangro, poco distante<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-034"><hi xml:id="endnote-034-backlink">34</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">In quest’ottica, proprio alla necessità di presidiare la porzione più orientale del borgo deve leggersi l’acquisto della residenza farnesiana da parte di García<hi rend="CharOverride-2"> </hi>de Toledo, figlio secondogenito di don Pedro, che nell’agosto del 1544 pagava – evidentemente per conto del padre – 4000 scudi per la «casa e giardino di Chiaia […] quali dichiara havere ricevuti per mezzo del banco de Pinello e Ravaschiero, e del banco del Galzerano in Napoli, come per Istromento di vendita»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-035"><hi xml:id="endnote-035-backlink">35</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Allora trentenne, García<hi rend="CharOverride-2"> </hi>aveva partecipato nel 1535 alla conquista di Tunisi e di Goletta e alla spedizione di Algeri nel 1541; nominato viceré di Catalogna nel 1558 e di Sicilia l’anno seguente, dieci anni più tardi fu investito del marchesato di Villafranca e del ducato di Ferrandina. Nel 1552, è bene ricordarlo, aveva sposato Vittoria Colonna, figlia del I duca di Paliano Ascanio e di Giovanna d’Aragona, vedendo ulteriormente accrescere il proprio prestigio sociale e politico già consolidatosi grazie allo stretto legame con Cosimo de’ Medici, marito dal 1539 della sorella Eleonora e padre di Pietro, che nel 1571 sposerà sua figlia Leonora<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-036"><hi xml:id="endnote-036-backlink">36</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Con il possesso della villa di Chiaia, luogo strategico e di straordinaria suggestione anche in virtù dei precedenti possessori, veniva così a perfezionarsi un lungo percorso che, partendo idealmente dal palazzo vicereale allora in fase di ultimazione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-037"><hi xml:id="endnote-037-backlink">37</hi></ref></hi>, attraversava la strada ‘Reale’ di Chiaia per raggiungere il borgo più occidentale della città e, di lì, l’area flegrea, una sorta di ‘asse toledano’ dalle valenze non solo militari ma anche rappresentative e autocelebrative: dalla porta recentemente innalzata verso la spiaggia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-038"><hi xml:id="endnote-038-backlink">38</hi></ref></hi>, la direttrice si incuneava infatti tra le proprietà dei ‘fedelissimi’ Carafa di Stigliano, Carafa di Policastro, d’Avalos e de Alarcón, seguiva la strada dell’Ascensione e raggiungeva la <hi rend="italic">crypta neapolitana </hi>da poco fatta rinnovare dallo stesso Pedro<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-039"><hi xml:id="endnote-039-backlink">39</hi></ref></hi>, per spuntare ‘fuori la grotta’ e giungere infine alla sua villa di Pozzuoli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-040"><hi xml:id="endnote-040-backlink">40</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">I lavori per trasformare il «Palazzo e giardino di Chiaia» nel <hi rend="italic">buen retiro</hi><hi rend="italic"> </hi>napoletano della famiglia iniziarono molto rapidamente, destinando particolare attenzione alle aree esterne mai verosimilmente curate dalla morte del cardinale Colonna: nella primavera del 1546 fu infatti completato il nuovo «formale del aqua delo giardino e […] per la casa de ciaya»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-041"><hi xml:id="endnote-041-backlink">41</hi></ref></hi>, assicurandosi nel contempo una costante fornitura di acqua<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-042"><hi xml:id="endnote-042-backlink">42</hi></ref></hi> con la quale alimentare le fontane realizzate entro il 1548<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-043"><hi xml:id="endnote-043-backlink">43</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Non certo a caso, nella veduta pubblicata da Antoine Lafréry un ventennio più tardi (fig. 1) la villa è ben riconoscibile al centro della vasta <hi rend="italic">insula </hi>murata compresa tra la strada dell’Ascensione (corrispondente oggi alla via S. Teresa e al vico Belledonne) e il vico Freddo. Il corpo principale dell’immobile, con ingresso di fronte al palazzo di Ottavio Naclerio e all’adiacente cappella di S. Maria del Conforto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-044"><hi xml:id="endnote-044-backlink">44</hi></ref></hi>, conservava ancora l’originario impianto a C aperto verso la collina, circondato da più zone verdi rigidamente ripartite da viali ortogonali. A occidente, un lungo viale alberato conduceva a un edificio secondario, probabilmente una <hi rend="italic">dépendance </hi>poi inglobata nei successivi ampliamenti, mentre dal lato opposto un pergolato terminava in un ulteriore ingresso. Nessuna traccia, invece, del collegamento diretto con la spiaggia pure menzionato dai contemporanei, a mio avviso identificabile oggi nel vico Satriano, perfettamente in asse con l’ingresso meridionale della villa, e lungo il quale sono ancora ben visibili diversi elementi architettonici cinquecenteschi riconducibili, forse, a pertinenze toledane<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-045"><hi xml:id="endnote-045-backlink">45</hi></ref></hi>. Straordinaria testimonianza della residenza alla metà del secolo non solo nella puntuale descrizione delle logge affrescate con le imprese familiari, le <hi rend="italic">Stanze </hi>di Luigi Tansillo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-046"><hi xml:id="endnote-046-backlink">46</hi></ref></hi> raccontano infatti di una «galleria ombrosa» che doveva mettere in comunicazione il mare con i giardini, luoghi ricchissimi di sculture e soprattutto di fontane, certamente gli elementi di maggiore pregio dell’intero complesso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-047"><hi xml:id="endnote-047-backlink">47</hi></ref></hi>: servendosi metaforicamente di Clorida, abitatrice di Chiaia in competizione con le ninfe di Pozzuoli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-048"><hi xml:id="endnote-048-backlink">48</hi></ref></hi>, il poeta si sofferma in particolare su <hi rend="italic">Tre Grazie </hi>che reggevano un bicchiere coronato da una figura alata – palese allusione alla marchesa Vittoria – simili forse a quelle poi rimontate al centro della piccola vasca ovale collocata oggi al termine del viale d’accesso da via Poerio (fig. 2). E, ancora, le tante opere di artisti locali e di scuola toscana, molte delle quali richiamanti gli alleati Medici offerte a Eleonora e da lei donate al fratello García<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-049"><hi xml:id="endnote-049-backlink">49</hi></ref></hi> come la <hi rend="italic">divinità fluviale </hi><hi rend="italic">c</hi>on tre putti identificata in una scultura sistemata nei giardini di Pozzuoli, a testimonianza della vivace mobilità delle opere d’arte tra i diversi siti toledani<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-050"><hi xml:id="endnote-050-backlink">50</hi></ref></hi>. Le fonti coeve riferiscono anche di una grande vasca spedita da Firenze nel 1549 a García e probabilmente descritta da Giulio Cesare Capaccio insieme a un’altra raffigurante una tartaruga con una piccola vela, «quem fontem in Mediceorum gratiam factum arbitror, Petri è Toleto affinium, qui eo symbolo utuntur cum notis, <hi rend="CharOverride-3">tarde sed tuto</hi>»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-051"><hi xml:id="endnote-051-backlink">51</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Contraltare alla magnificenza del sito, la gestione della villa e dei vasti giardini circostanti doveva però essere particolarmente onerosa: come rimarcato in una lettera inviata all’amico Lope de Mardones alla fine degli anni Cinquanta, García<hi rend="CharOverride-2"> </hi>era infatti stato più volte sul punto di alienare l’immobile a dispetto delle disposizioni del padre, e cedere alle pressioni di Isabella di Capua, moglie dell’alleato Ferrante I Gonzaga, della marchesa del Vasto e della principessa di Bisignano, sue facoltose confinanti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-052"><hi xml:id="endnote-052-backlink">52</hi></ref></hi>. Accelerata dal desiderio di acquistare nuovi possedimenti in Spagna, la circostanza è confermata dalle diverse missive inviategli dal suo procuratore Matteo Coll tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, dalle quali emerge ancora una volta la sua volontà di alienare (o di affittare) un possedimento in diffuso stato di trascuratezza particolarmente evidente nelle coperture e nei giardini. Estremamente preziosi per ricostruire l’aspetto della villa poco prima della morte di García sono in questo caso i riferimenti ai pergolati – in gran parte rovinati dalla salsedine – che attraversavano una zona boscosa per raggiungere un lungo stradone rivolto verso la spiaggia e un grottone da poco ultimato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-053"><hi xml:id="endnote-053-backlink">53</hi></ref></hi>, identificabile forse nella struttura visibile nella parte più bassa della proprietà nella già ricordata veduta del Lafréry. Immancabili i riferimenti alle fontane sparse tra i viali, fra tutte quelle della <hi rend="italic">Fortuna,</hi> di <hi rend="italic">Nettuno,</hi> del <hi rend="italic">Labirinto </hi>e della <hi rend="italic">Vittoria,</hi> senza dimenticare i numerosissimi marmi moderni acquistati a Roma (come i camini, le <hi rend="italic">palle </hi>e i <hi rend="italic">quadretti </hi>giunti tra il ’74 e il ’75 per l’appartamento grande)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-054"><hi xml:id="endnote-054-backlink">54</hi></ref></hi> o antichi, alcuni dei quali recuperati dallo stesso García<hi rend="CharOverride-2"> </hi>in occasione delle campagne militari in Nordafrica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-055"><hi xml:id="endnote-055-backlink">55</hi></ref></hi> o provenienti dalle proprietà napoletane della famiglia come il «busto de una statua sin cabeça ni braços y piernas» scavato alla Duchesca insieme ad altri frammenti marmorei, o la «linda conca ovada de una pieça aunque endida a l’un cabo larga como seis palmos ancha tres y medio alta otro tanto toda de una pieça»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-056"><hi xml:id="endnote-056-backlink">56</hi></ref></hi>, identificabile con ogni probabilità con il sarcofago di età imperiale rielaborato con le insegne del marchese di Villafranca e della moglie Vittoria Colonna, e che giace oggi quasi dimenticato lungo il viale di accesso alla villa (fig. 3).</p><p rend="text">Alla morte di García, nel maggio del 1577, così come indicato nel suo testamento il «Palazzo et Giardino de Chiaya»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-057"><hi xml:id="endnote-057-backlink">57</hi></ref></hi> passò, insieme alle proprietà di Pozzuoli e della Duchesca, al figlio Pedro Álvarez de Toledo Osorio y Colonna, che ne manterrà il possesso sino alla sua scomparsa cinquant’anni più tardi. Proprio i giardini di Chiaia, tra gli anni Ottanta e Novanta, saranno ricordati dal Tasso nei dialoghi di Agostino Nifo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-058"><hi xml:id="endnote-058-backlink">58</hi></ref></hi>, e tra le mura della villa vivrà sino alla sua morte nel 1594 la moglie Elvira López de Mendoza<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-059"><hi xml:id="endnote-059-backlink">59</hi></ref></hi>. Una residenza che, nonostante i consueti problemi legati alla sua manutenzione – anche Pedro, come il padre, alla metà degli anni Ottanta cercherà invano di vendere a Francesco de’ Medici un immobile ancora evidentemente denso di riferimenti agli alleati fiorentini a dispetto delle drammatiche vicende legate alla morte della sorella Leonora<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-060"><hi xml:id="endnote-060-backlink">60</hi></ref></hi> – fu notevolmente ampliata verso settentrione con la realizzazione di un grande corpo di fabbrica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-061"><hi xml:id="endnote-061-backlink">61</hi></ref></hi>, e gradualmente trasformata in una sorta di <hi rend="italic">dependance </hi>del palazzo vicereale ospitando, tra gli altri, il viceré<hi rend="CharOverride-2"> </hi>Fernando Ruiz de Castro nel 1601, il duca di Mantova Vincenzo Gonzaga due anni più tardi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-062"><hi xml:id="endnote-062-backlink">62</hi></ref></hi>, il viceré Gaspare Borgia tra l’estate e l’autunno del 1620<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-063"><hi xml:id="endnote-063-backlink">63</hi></ref></hi> e il viceré duca d’Arcos nel febbraio del 1648<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-064"><hi xml:id="endnote-064-backlink">64</hi></ref></hi>, poco prima della parziale dismissione.</p><p rend="text">Del 1595 è, in particolare, il saldo a Michelangelo Naccherino per «due figure di marmo che li fa per la peschiera»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-065"><hi xml:id="endnote-065-backlink">65</hi></ref></hi>, mentre ai fontanieri Giovanni Antonio e Orazio Nigrone sono riferibili i pagamenti effettuati l’anno seguente per «due fontane di stuccho et altri lavori di pietre […] nella peschera del giardino di Chiaya»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-066"><hi xml:id="endnote-066-backlink">66</hi></ref></hi>; al di là della complessa identificazione di queste opere, oltre ai palesi richiami alla già ricordata <hi rend="italic">divinità fluviale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-067"><hi xml:id="endnote-067-backlink">67</hi></ref></hi> nella raccolta dei disegni di Giovanni Antonio è in ogni caso rappresentata una fontana dove «tutte le saiettere sono le artigliarie che tirono acqua» progettata per il marchese di Villafranca<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-068"><hi xml:id="endnote-068-backlink">68</hi></ref></hi> e un’altra, caratterizzata da un putto che cavalca un tritone, dedicata invece alla consorte «donna Alvina de Mendoza»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-069"><hi xml:id="endnote-069-backlink">69</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Come accennato in precedenza, Pedro morirà nell’estate del 1627: ricordata dal Parrino come «superbamente adornata di ricchissime suppellettili»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-070"><hi xml:id="endnote-070-backlink">70</hi></ref></hi>, a quella data la residenza è ben riconoscibile tra le ville dei Carafa di Stigliano, dei de Alarcón della Valle e dei d’Avalos del Vasto nella coeva veduta pubblicata da Alessandro Baratta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-071"><hi xml:id="endnote-071-backlink">71</hi></ref></hi> (fig. 4), enfatizzata nelle dimensioni a dominare metaforicamente l’abitato circostante; non a caso, poca attenzione è dedicata dall’autore ai giardini ripartiti in tre distinte porzioni murate, evidentemente da tempo incolti, e agli orti regolarmente disposti verso lungo la strada che conduceva alla porta di Chiaia.</p><p rend="text">Ereditata da García, VI marchese di Villafranca e III duca di Ferrandina, la villa sarà progressivamente abbandonata come testimoniato dal pressoché totale trasferimento delle fontane e delle sculture già prima della sua morte nel 1649<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-072"><hi xml:id="endnote-072-backlink">72</hi></ref></hi>. Ben più realisticamente rappresentato nelle coeve vedute di Didier Barra<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-073"><hi xml:id="endnote-073-backlink">73</hi></ref></hi>, in occasione dei moti del 1647-48 il complesso era stato inoltre saccheggiato a più riprese dai rivoltosi, «che calarono per la costa di Posilipo, &amp; inviatisi a Chiaja lungo il lito del mare […] restò a Plebej libero tutto il Borgo, scorrendolo ‘a posta loro fino alla Porta e terminavando li loro avanzi, alla casa di Don Pietro di Toledo»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-074"><hi xml:id="endnote-074-backlink">74</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Proprio quei drammatici avvenimenti avrebbero messo in luce tutti i limiti di un borgo rimasto pericolosamente scoperto a dispetto di un’inarrestabile crescita urbana, tanto da rendere improrogabile una più stabile presenza di soldatesche a difesa della fascia costiera e delle prime pendici collinari. Sulla falsariga di quanto suggerito nel 1649 dal maestro di campo Dionisio de Guzmán, fermo sostenitore della necessità di acquartierare un sufficiente numero di uomini tra il poggio delle Mortelle e l’estremità di monte Echia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-075"><hi xml:id="endnote-075-backlink">75</hi></ref></hi>, va così inquadrata l’acquisizione da parte della Regia Corte del palazzo a Pizzofalcone che era stato del marchese di Trevico, trasformato dal 1651 in un capiente presidio militare<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-076"><hi xml:id="endnote-076-backlink">76</hi></ref></hi>, seguita appena due anni dall’enfiteusi della porzione più recente della villa toledana, occupata «per sovrana disposizione» unitamente ai giardini circostanti per accogliervi una compagnia di lancieri della guardia vicereale.</p><p rend="text">Le vaste aree inedificate e l’abbondante presenza di acqua, senza dimenticare ovviamente la breve distanza dalle principali direttrici del borgo, dalla porta di Chiaia e dalla strada della Riviera – vero e proprio asse militare tra la bastionata a mare e la grotta di Pozzuoli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-077"><hi xml:id="endnote-077-backlink">77</hi></ref></hi> – avrebbero ben presto convinto le autorità militari a rilevare in maniera definitiva l’immobile e destinare altre pertinenze a due compagnie di corazzieri e a un contingente di cavalleria, nucleo iniziale della grande cavallerizza (detta anche della <hi rend="italic">Ferrandina)</hi> che a più riprese, e nell’arco di oltre due secoli, andrà ad occupare la quasi totalità dei giardini occidentali della villa nella zona compresa oggi tra la via e la piazza S. Pasquale, il largo della Ferrandina e la strada di S. Teresa. Mi sembra opportuno sottolineare come l’originaria residenza toledana, ancora collegata alla retrostante caserma e verosimilmente inalterata nella sua <hi rend="italic">facies </hi>cinquecentesca, non verrà mai del tutto rifunzionalizzata per scopi militari, continuando ad ospitare, seppur saltuariamente, diversi membri della famiglia (nel 1668 vi abiterà ad esempio il futuro viceré Federico Álvarez de Toledo y Ponce de León, che alla morte senza eredi dello zio García fu insignito del titolo di VII marchese di Villafranca), alti ufficiali e personalità straniere in visita nella capitale.</p><p rend="text">Il resto del complesso, indicato come <hi rend="italic">Quartiero vecchio, e nuovo di Soldati a Cavallo </hi>nella veduta della città pubblicata da Paolo Petrini nel 1718<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-078"><hi xml:id="endnote-078-backlink">78</hi></ref></hi>, e ben riconoscibile nella coeva veduta di Chiaia da Pizzofalcone di Gaspar van Wittel alle spalle della villa (fig. 5), dagli anni Quaranta del Settecento sarà oggetto di adeguamenti e ampliamenti proseguiti senza soluzione di continuità sino agli anni immediatamente successivi alla Restaurazione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-079"><hi xml:id="endnote-079-backlink">79</hi></ref></hi> (fig. 6).</p><p rend="text">Restituendo all’aristocrazia gran parte degli antichi privilegi e un nuovo peso sociale, proprio il ritorno dei Borbone avrebbe accelerato il processo di rigenerazione edilizia già avviato durante il decennio francese, mostrando soprattutto a Chiaia gli esiti più interessanti del vivace dibattito architettonico partenopeo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-080"><hi xml:id="endnote-080-backlink">80</hi></ref></hi>. Mi riferisco <hi rend="italic">in primis </hi>al casino di Cristoforo Saliceti, poi  della duchessa Lucia Migliaccio unitamente al sovrastante palazzo della Floridiana<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-081"><hi xml:id="endnote-081-backlink">81</hi></ref></hi> e, lungo la Riviera di Chiaia, alle rinnovate residenze dei Pignatelli di Strongoli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-082"><hi xml:id="endnote-082-backlink">82</hi></ref></hi>, dei Caracciolo di S. Teodoro<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-083"><hi xml:id="endnote-083-backlink">83</hi></ref></hi> e dei Ruffo della Scaletta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-084"><hi xml:id="endnote-084-backlink">84</hi></ref></hi>, quest’ultima adiacente alla villa realizzata dall’architetto Pietro Valente per Ferdinand Acton «secondo il costume inglese»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-085"><hi xml:id="endnote-085-backlink">85</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">In quest’ottica deve leggersi la radicale ristrutturazione dell’immobile toledano e dei giardini circostanti – definitivamente affrancati da ogni vincolo militare intorno al 1825<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-086"><hi xml:id="endnote-086-backlink">86</hi></ref></hi> – promossa a partire dal 1828 da Josè Álvarez de Toledo y Dobois, inviato straordinario e neoministro plenipotenziario spagnolo presso il governo delle Due Sicilie<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-087"><hi xml:id="endnote-087-backlink">87</hi></ref></hi>, e dalla moglie Maria Tomasa Palafox y Portocarrero, vedova del duca di Bivona Francisco de Borja Álvarez de Toledo, la cui famiglia aveva poco prima visto riconosciuto il legittimo possesso degli immobili italiani<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-088"><hi xml:id="endnote-088-backlink">88</hi></ref></hi>. (fig. 7) Affidati allo stesso Valente, i «difficili ed importanti lavori pel Ministro di Spagna […] nel palazzo Ferrandina»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-089"><hi xml:id="endnote-089-backlink">89</hi></ref></hi> portarono nell’arco di appena un biennio alla definitiva separazione tra la villa e la caserma, alla riorganizzazione degli spazi interni e al ridisegno in chiave neoclassica del prospetto meridionale, trattato a bugnato liscio nel basamento e qualificato dal medesimo porticato dorico già adottato dall’architetto nel casino a Posillipo di Domenico Amato, procuratore degli Acton. Proprio dalla vicina residenza dell’aristocratico britannico, il Valente trarrà certamente ispirazione anche per le due eleganti portinerie d’ingresso lungo il vico Freddo a inquadrare la cancellata con le insegne dei duchi di Bivona, così come raffigurato nel 1831 da Vincenzo Abbati (fig. 8)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-090"><hi xml:id="endnote-090-backlink">90</hi></ref></hi>. Di più complessa lettura è invece il contributo del Valente nel recupero delle superfici murarie del piccolo cortile – ripreso anche in questo caso da quanto immaginato per le scuderie di villa Acton<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-091"><hi xml:id="endnote-091-backlink">91</hi></ref></hi> – e nella decorazione degli interni, rivisitati con una maggiore libertà soprattutto nella convivenza con gli elementi cinquecenteschi nello scalone e negli spazi comuni (figg. 9-10).</p><p rend="text">Con la morte di Maria Tomasa nel 1835, l’immobile passerà dapprima al figlio Giuseppe Maria Álvarez de Toledo, duca di Bivona e conte di Caltabellotta, e successivamente al nipote Ferdinando, per essere gradualmente alienato e frazionato in più unità abitative intorno al 1920<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-092"><hi xml:id="endnote-092-backlink">92</hi></ref></hi> (fig. 11).</p><p rend="text">Diversa sorte toccherà invece ai giardini circostanti, quasi interamente lottizzati dalla metà degli anni Dieci del secolo scorso dapprima dall’Impresa Costruzioni Parco Bivona, poi dalla Società Anonima Bonifiche Italia Meridionale per la realizzazione di due edifici alla sinistra del viale di accesso, integrati un decennio più tardi da un ulteriore fabbricato lungo via Poerio e, per conto della Società Anonima per l’Incremento Edilizio nel Mezzogiorno, dagli edifici ai lati della nuova via Giuseppe Fiorelli, elegante arteria tracciata in luogo della porzione orientale della proprietà (fig. 12)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-093"><hi xml:id="endnote-093-backlink">93</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Ricordata ancora nel 1860 per essere «ampia e molto bene acconcia all’uopo»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-094"><hi xml:id="endnote-094-backlink">94</hi></ref></hi>, con l’Unità la caserma delle <hi rend="italic">Reali Scuderie e Ferrandina </hi>(ridenominata <hi rend="italic">Umberto I </hi>nel 1904) avrebbe definitivamente perso ogni importanza, sede sino al 1920 di diversi reggimenti di cavalleggeri e di lancieri e di una stazione dei Carabinieri Reali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-095"><hi xml:id="endnote-095-backlink">95</hi></ref></hi>. Nel 1925 il complesso fu ceduto al Comune di Napoli, per essere poi parzialmente abbattuto tra il 1935 e il 1940 nell’ambito della realizzazione dei palazzi d’abitazione sui suoli «un tempo occupati da edifici, scuderie, e cortili della demolenda caserma […] e la creazione di nuove arterie, e della nuova piazza nella quale è stata collocata la statua di Carlo Poerio […], l’allargamento della via Nicola Nisco e della via Santa Teresa, l’allargamento predisposto della via Carlo Poerio, la rettifica della via S. Pasquale che sbocca sulla Riviera di Chiaia e la valorizzazione di piazza Ferrandina»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-096"><hi xml:id="endnote-096-backlink">96</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Con l’inaugurazione del nuovo rione, zona dalle spiccate valenze altoresidenziali posta «in uno dei punti più aristocratici della città»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-097"><hi xml:id="endnote-097-backlink">97</hi></ref></hi>, si concludono così, e non solo idealmente, le lunghe e travagliate vicende della villa di García a Chiaia, per quattro secoli residenza napoletana della famiglia Álvarez de Toledo e ancora oggi, a dispetto delle superfetazioni e della scomparsa di gran parte dei giardini, discreta ed elegante presenza alle spalle della trafficata e caotica strada della Riviera.</p>
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