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        <title type="main" level="a">La villa di Bernardino Martirano a Leucopetra: da ritrovo di umanisti a luogo di delizie del principe di Caserta</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0009-0005-8766-4356" type="ORCID">
            <forename>Lucia</forename>
            <surname>Giorgi</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Campania Luigi Vanvitelli, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>NeaVia La villa napoletana. Antichità e natura tra Rinascimento e Barocco</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0854-3</idno>) by </resp>
          <name>Maria Gabriella Pezone, Angela Michela Convertini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.11</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The presence of centuries-old trees in Renaissance gardens is poorly documented. More interesting was their transformation into Tree Houses, as in the villa dedicated to the nymph Arethusa, built by Bernardino Martirano in Leucopetra in the 1530s. Already known for its nymphaeum and as a meeting place for intellectuals and humanists, the villa was purchased by the Prince of Caserta, Giulio Antonio Acquaviva, in 1590, and it was perhaps his son Andrea Matteo who had the tree house built, as described by the Spanish de Salcedo Coronel, who saw it between 1630 and 1632. Similar structures documented in Florence, in the Medici villas, and in Naples, highlight the persistence of cultural exchanges between the two cities, a circuit that had already been active since Aragonese times.</p>
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            <item>Villa in Leucopetra</item>
            <item>Bernardino Martirano</item>
            <item>Tree House</item>
            <item>Andrea Matteo Acquaviva d'Aragona</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.11<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.11" /></p>
      <p rend="h1_chapter">La villa di Bernardino Martirano a Leucopetra: da ritrovo di umanisti a luogo di delizie del principe di Caserta</p><p rend="h1_author ParaOverride-1">Lucia Giorgi</p><p rend="h2">Introduzione</p><p rend="text">Questo articolo analizza la trasformazione degli alberi secolari, da semplici luoghi di frescura nei giardini cinquecenteschi, a Case sull’Albero, a partire dalla villa di Leucopetra. Come documentato dallo storico Rapolla, nel giardino del Martirano era presente un albero imponente, con sedili e tavolini disposti intorno al tronco. La successiva realizzazione di una Casa sull’Albero, con ambienti e arredi lignei, è forse attribuibile al principe di Caserta Andrea Matteo Acquaviva. Nonostante queste strutture – incluse le varianti Fontana-Albero (con impianto idrico) o Fonte-Albero (con vasca alla base) – siano state raramente registrate nelle descrizioni dei giardini della penisola, il loro numero fu verosimilmente superiore ai pochi casi finora censiti in territorio napoletano e toscano. Un <hi rend="italic">fil rouge</hi> collega Firenze a Napoli, in un intricato sistema di scambi culturali, dove è difficile stabilire a chi spetti il primato dell’ideazione e a chi la consequenziale emulazione.</p><p rend="h2">La villa e il mito di Aretusa</p><p rend="text">La villa che Bernardino Martirano costruì negli anni Trenta del Cinquecento a Leucopetra (poi Pietrabianca), nel tratto di costa compreso tra Napoli e Portici, fu molto celebrata nel corso dei secoli. Dopo numerosi passaggi di proprietà, nel 1854 fu ricostruita e denominata Villa Nava<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-001"><hi xml:id="endnote-001-backlink">1</hi></ref></hi>. Le notizie e le descrizioni riportate in testi letterari, guide sul territorio napoletano e libri di viaggiatori stranieri<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-002"><hi xml:id="endnote-002-backlink">2</hi></ref></hi>, pubblicati dalla fine del Cinquecento all’Ottocento, forniscono utili elementi per la sua virtuale ricostruzione. Infatti, le quattro epigrafi composte dal padrone di casa, di cui solo una è giunta fino a noi perché fu ricollocata sulla facciata ottocentesca (Figg. 1-2), rendono noti il periodo di costruzione del ninfeo (1534-37) e alcuni elementi della villa, come si evince dalle trascrizioni riportate da Schrader<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-003"><hi xml:id="endnote-003-backlink">3</hi></ref></hi>, giurista e studioso tedesco che la visitò alla fine del Cinquecento (Fig. 3). A partire dalla prima epigrafe, collocata sull’ingresso, il visitatore veniva informato che l’imperatore Carlo V d’Asburgo, al ritorno della conquista di Tunisi (1535), vi era stato ospitato tre giorni dal suo segretario, il giurista e umanista cosentino Bernardino Martirano (Cosenza 1490 ca. - Napoli 16.11.1548) introdotto, insieme al fratello Coriolano (Cosenza 1503 - Napoli 26.08.1557), ecclesiastico e letterato, nel <hi rend="italic">milieu</hi> degli intellettuali del tempo dal filosofo calabrese Aulo Giano Parrasio, amico di Gioviano Pontano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-004"><hi xml:id="endnote-004-backlink">4</hi></ref></hi>. I fratelli Martirano elessero la loro villa a luogo d’incontro di umanisti, filosofi e viaggiatori, accolti nella corte in cui si elevava una torre (<hi rend="italic">In turri</hi>) e nei giardini che, come riporta lo Schrader, erano cinti da mura bastionate (<hi rend="italic">propugnaculum horti</hi>) e circondati da vasti terreni (<hi rend="italic">agri amplissimi</hi>).</p><p rend="text">La struttura più degna di nota era il ninfeo rivestito di conchiglie e decorato in prevalenza con temi mitologici<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-005"><hi xml:id="endnote-005-backlink">5</hi></ref></hi>, oltre ai dodici mesi e a quattro allegorie<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-006"><hi xml:id="endnote-006-backlink">6</hi></ref></hi>, con pavimento in marmi vermiculati e una grande vasca in cui fluiva la fonte dello Sguazzatorio, dove era distesa la statua di Aretusa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-007"><hi xml:id="endnote-007-backlink">7</hi></ref></hi>, una delle tre ninfe Esperidi (con Egle ed Espertusa) alla quale era dedicata la villa, secondo una consuetudine diffusa tra gli umanisti.</p><p rend="text">Anche il poeta Bernardino Rota, amico del Martirano, aveva dedicato alla ninfa Egle la sua villa a Pizzofalcone<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-008"><hi xml:id="endnote-008-backlink">8</hi></ref></hi>, mentre Pontano aveva chiamato Antiniana la sua dimora sulla collina del Vomero, come l’omonima ninfa. Forse il <hi rend="italic">De Hortis Hesperidum, sive de cultu Citri</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-009"><hi xml:id="endnote-009-backlink">9</hi></ref></hi><hi rend="italic"> </hi>del Pontano fu fonte d’ispirazione per Martirano, in cui i pomi d’oro del giardino delle Esperidi venivano associati agli agrumi e Aretusa alla pianta di limone<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-010"><hi xml:id="endnote-010-backlink">10</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">La ninfa Aretusa è raffigurata anche nelle fontane a parete del <hi rend="italic">creator </hi>manierista Giovanni Antonio Nigrone, in due disegni del suo trattato (Figg. 4a-4b), poiché il suo mito, narrato da Ovidio nelle Metamorfosi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-011"><hi xml:id="endnote-011-backlink">11</hi></ref></hi> e incentrato sulla sua trasformazione nella Fonte Aretusa (ancora esistente a Ortigia/Siracusa), ben si prestava alla realizzazione di fontane nei giardini di ville e palazzi.</p><p rend="text">In una delle epigrafi incastonate nel ninfeo era riportato il nome dell’autore, Cratide («Chratidis ad magni nobile labor opus») e, nel poemetto <hi rend="italic">Il pianto di Aretusa</hi>, scritto nel 1535, Martirano ne narrò il mito<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-012"><hi xml:id="endnote-012-backlink">12</hi></ref></hi>, inserendovi anche il racconto della metamorfosi della ninfa Leucopetra<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-013"><hi xml:id="endnote-013-backlink">13</hi></ref></hi>, in cui definiva il ninfeo un’ammirevole opera realizzata da Crati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-014"><hi xml:id="endnote-014-backlink">14</hi></ref></hi>. Cratide/Crati è un fiume della Calabria che lambisce Cosenza, la città dove Bernardino nacque, identificabile con lui e, per associazione, con la fonte d’acqua presente a Leucopetra. Poiché anche in Calabria esisteva una città denominata Leucopetra (per il colore biancastro del vicino promontorio) oggi Lazzaro (Reggio Calabria), la scelta del luogo dove costruire la villa non fu casuale.</p><p rend="h2">La villa “all’antica” di Bernardino Martirano</p><p rend="text">Grazie al suo lavoro, prima di precettore e poi di funzionario del governo spagnolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-015"><hi xml:id="endnote-015-backlink">15</hi></ref></hi>, oltre ad ottenere terre e beni immobili in concessione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-016"><hi xml:id="endnote-016-backlink">16</hi></ref></hi>, Martirano raggiunse una considerevole posizione economica che gli consentì l’acquisto della proprietà a Leucopetra.</p><p rend="text">Nominato segretario di stato dall’imperatore Carlo V alla fine del 1528, ricoprì la stessa carica per Filiberto di Chalon principe d’Orange, viceré di Napoli dal 9 luglio dello stesso anno. Al seguito del principe francese Martirano andò a Firenze, durante l’assedio da parte dell’esercito imperiale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-017"><hi xml:id="endnote-017-backlink">17</hi></ref></hi> e, dopo la morte in battaglia del suo protettore (5 agosto del 1530), alle porte della città, continuò a svolgere l’attività di segretario per Pompeo Colonna (viceré fino al 31 agosto 1531) e poi, dal 1532, con il successore don Pedro de Toledo. Tuttavia, ciò che rese molto famoso il Martirano fu il soggiorno dell’imperatore e del suo seguito nella sua villa, al ritorno dalla conquista di Tunisi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-018"><hi xml:id="endnote-018-backlink">18</hi></ref></hi>. Carlo V rimase a Leucopetra dal 22 al 24 novembre del 1535, in attesa del suo ingresso trionfale a Napoli, come ricorda l’epigrafe ancora esistente.</p><p rend="text">Un cronista coevo, il notaio Antonino Castaldo, nel riportare la notizia del soggiorno dell’imperatore, fornì importanti dettagli sulla villa:</p><p rend="quotation_b">«Ma perché i Teatri, gli Archi, i Colossi, e gli altri apparati per l’entrata di S.M. (a Napoli) non erano compiti, S.M. per dar soddisfazione a quella Città, e per favorire Berardino Martirano Segretario del Regno, Gentiluomo Cosentino di candide e scelte lettere, […] restò servita d’alloggiare nella sua picciola Villa di Leucopetra, Pietra Bianca volgarmente detta, e nella Torre di quella dormire. Quel delizioso luogo è presso al mare, lungi tre miglia da Napoli, e donde si ponno vedere e scoprire tutte le bellezze del bel sito dell’antica Partenope, e tutto il mare Craterico, antico albergo delle favolose Sirene»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-019"><hi xml:id="endnote-019-backlink">19</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">La torre dove alloggiò l’imperatore, per la notevole vicinanza al mare, forse era preesistente alla villa. All’epoca era in corso la costruzione del ninfeo (1534-37), il cui artefice sarebbe Marco Antonio de Bella, artista finora mai documentato (Fig. 3). Una licenza di esportazione di pietre dallo Stato pontificio nel 1539, se ascrivibile alla realizzazione del pavimento in marmo nella cappella della villa, confermerebbe la realizzazione di opere di completamento interne<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-020"><hi xml:id="endnote-020-backlink">20</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Martirano, quindi, impiegò anche materiale proveniente da Roma, oltre a <hi rend="italic">spolia</hi>. Nella sua dimora, infatti, aveva collocato epigrafi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-021"><hi xml:id="endnote-021-backlink">21</hi></ref></hi> e statue antiche di Ercole, Pan, il giovane genio, fanciulle nude, mentre era moderna (<hi rend="italic">recens</hi>) quella di Arethusa distesa supina accanto alla fonte, sulla quale era stato posto il volto del padrone di casa in marmo («<hi rend="italic">cui super imposita facies ipsius Bernardo etiam ex marmore</hi>»)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-022"><hi xml:id="endnote-022-backlink">22</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Un altro elemento che destava meraviglia nella villa del Martirano era un gigantesco albero, circondato da tavolini in marmo e sedili che, con la sua grande chioma, consentiva riparo dai raggi del sole, sebbene l’unico a farne menzione sia uno studioso dell’Ottocento che, però, non ne rivela la fonte:</p><p rend="quotation_b">«nel mezzo della sala (del ninfeo) cinto da mensolette di finissimi marmi e da seggi di varie fogge si elevava una pianta gigantesca che colle sue foglie verdissime intramezzate dal purpureo dei fiorellini formava un ombrello fresco e profumato per riparare dagli ardori del sole i fortunati che sotto questo riparo olezzante riunivansi»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-023"><hi xml:id="endnote-023-backlink">23</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">L’allestimento di tavolini e sedili intorno ad enormi alberi non rappresentava una rarità nell’ambito della progettazione dei giardini cinquecenteschi, come testimonia l’analogo caso degli Orti Oricellari a Firenze. Poco documentata è la successiva trasformazione in Casa sull’Albero.</p><p rend="h2 ParaOverride-2">La fortuna della Casa sull’Albero a Firenze</p><p rend="text">Il percorso di veicolazione di questi alberi di grandi dimensioni, in Toscana, forse ebbe inizio a Firenze, negli Orti Oricellari annessi al palazzo (oggi Venturi-Ginori) costruito nel 1498 da Bernardo Rucellai su terreni acquistati dal 1482 dalla moglie Lucrezia (detta Nannina) de’ Medici, sorella di Lorenzo il Magnifico. Dopo la cacciata dei Medici da Firenze nel 1494, la famiglia Rucellai promosse azioni che li riportarono al potere nel 1512. Dalla primavera del 1516 Cosimo Rucellai<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-024"><hi xml:id="endnote-024-backlink">24</hi></ref></hi>, proseguendo l’attività del nonno Bernardo, morto due anni prima, organizzava riunioni culturali e politiche negli Orti, essendo un letterato e amico di Niccolò Machiavelli che vi ambientò il trattato <hi rend="italic">L’arte della guerra</hi>, scritto nel 1519-20 e pubblicato nel 1521. Nel primo dei sette libri Machiavelli riporta “un dialogo in villa”, avvenuto nel 1516 negli Orti Oricellari, tra il padrone di casa e il capitano Fabrizio Colonna, in occasione del suo passaggio da Firenze, di ritorno dalle guerre di Lombardia combattute per il re cattolico. Al di là delle invenzioni e/o aggiunte apportate dallo scrittore fiorentino, risulta interessante la descrizione della zona più segreta e ombrosa dei giardini, dove erano disposti sedili intorno ad alberi giganteschi:</p><p rend="quotation_b"> «passati i convivali piaceri e levate le tavole e consumato ogni ordine di festeggiare […] essendo il dì lungo e il caldo molto, giudicò Cosimo (Rucellai), per sodisfare meglio al suo disiderio, che fusse bene, pigliando l’occasione dal fuggire il caldo, condursi nella più segreta e ombrosa parte del suo giardino. Dove pervenuti e posti a sedere, chi sopra all’erba che in quel luogo è freschissima, chi sopra a sedili in quelle parti ordinati sotto l’ombra d’altissimi arbori, lodò Fabrizio (Colonna) il luogo come dilettevole; e considerando particolarmente gli arbori e alcuno di essi non ricognoscendo stava con l’animo sopeso»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-025"><hi xml:id="endnote-025-backlink">25</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Dopo aver ricevuto dal Rucellai informazioni su alcune specie arboree piantate negli Orti, le cui scelte botaniche si dovevano al nonno Bernardo, il quale «in tale cultura si era affaticato», il condottiero sottolineò che anche alcuni principi del Regno di Napoli erano esperti nel creare zone ombrose con alberi impiegati fin dai tempi antichi («questo luogo e questo studio mi faceva ricordare d’alcuni principi del Regno, i quali di queste antiche culture e ombre si dilettano»)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-026"><hi xml:id="endnote-026-backlink">26</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Agli inizi del Cinquecento, quindi, sia a Firenze che nel Regno di Napoli, nei giardini venivano create zone d’ombra “attrezzate”. Tempo dopo, però, uno degli alberi degli Orti fu trasformato in una Casa sull’Albero. Ne rimase colpito Carlo V d’Asburgo quando, giunto a Firenze il 29 aprile 1536 per il matrimonio della figlia naturale Margherita d’Austria con Alessandro de’ Medici, vide negli Orti un’enorme pianta di gelso (moro), nata intorno ad un grande albero, con cui erano state create passerelle, padiglioni, un belvedere e collocate tavole da pranzo, come narra Giovan Vettorio Soderini (1526-96) ne <hi rend="italic">Il trattato degli arbori: colla seconda parte inedita</hi>, pubblicato postumo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-027"><hi xml:id="endnote-027-backlink">27</hi></ref></hi>:</p><p rend="quotation_b ParaOverride-3">«Ѐ di poi il moro un arboro docile pieghevole da stendere i suoi rami in piano e farne pergola, da mandarlo in alto sopra legname a far cupole, stanze sopra di sé e andari in foggia di gallerie e veroni o passeggiatoi d’andare attorno, sì come se ne vedde uno, con la vista del quale si ricreò l’occhio di Carlo V in venendo a Fiorenza che volle squadrarlo, come fe’ per cosa di miracolo nel giardino dei Rucellai. Circondava questo moro e copriva paese per più di ottantuna braccia all’intorno, facendo prima un piano in giro attorno, retto da rami, e tenuto insieme dai rami di mezzo l’arbore, i quali con un equilibrio lo sostenevano, e di sopra creando altri rami facevano graziosi e gran padiglioni, entrovi accomodato uno spazio di tavole da potervi mangiare e passeggiare, con un balcone attorno che di nuovo lo rigirava»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-028"><hi xml:id="endnote-028-backlink">28</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Forse il primo a trasformare un enorme platano in sala per banchetti per quindici persone fu l’imperatore Caligola nella sua villa di Velletri, come narrò Plinio il Vecchio nella <hi rend="italic">Naturalis Historia</hi> (XII, cap. I)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-029"><hi xml:id="endnote-029-backlink">29</hi></ref></hi>, ma non è certo che la notizia fosse nota nel Rinascimento.</p><p rend="text">L’impiego di alberi giganteschi, anche nelle varianti di Fontana/Fonte-Albero, si può riscontrare in tre ville costruite dai Medici fuori Firenze: Castello, Pratolino e La Petraia.</p><p rend="text">Fu Giorgio Vasari a descrivere la «Quercia Fonte nella villa di Castello»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-030"><hi xml:id="endnote-030-backlink">30</hi></ref></hi> ideata da Niccolò Pericoli, detto il Tribolo (Firenze 1497 - 1550), scultore ed architetto esperto di giardini al quale Cosimo I de’ Medici, diventato duca di Firenze nel 1538, aveva affidato la direzione dei lavori di ristrutturazione:</p><p rend="quotation_b">«in un pratello fuor del giardino, acconciò il Tribolo una Quercia molto artificiosamente, percioche, oltre che è in modo coperta di sopra e d’intorno d’ellera (edera) intrecciata fra i rami che pare un foltissimo boschetto, vi si saglie con una commoda scala di legno similmente coperta in cima della quale nel mezzo della quercia è una stanza quadra con sederi (sedili) intorno, e con appoggiatoi di spalliere tutte di verzura viva; e nel mezzo una tavoletta di marmo, con un vaso di mischio nel mezzo: Nel quale, per una canna viene, e schizza al’aria molta acqua, e per un’altra la caduta si parte, le quali canne vengono su per lo piede della quercia in modo coperte dall’Ellera, che non si veggono punto. E l’acqua si dà e toglie quando altri vuole col volgere di certe chiavi. Ne si può dire a pieno per quante vie si volge la detta acqua della quercia, con diversi instrumenti, se le fa fare diversi rumori e zuffolamenti»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-031"><hi xml:id="endnote-031-backlink">31</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Il filosofo francese Michel de Montaigne (Bordeaux 1533-92), nel corso di un viaggio in Europa (1580-81), visitò anche l’Italia. Rimase colpito dalla villa di Castello e dalla Fontana-Albero, descritta come una ambiente chiuso (<hi rend="italic">cabinet</hi>) costruito tra i rami di un albero sempreverde, con acqua che saliva, attraverso condotti nascosti dalla base di un tavolino di marmo, producendo effetti sonori, evidente connubio di artificio e natura<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-032"><hi xml:id="endnote-032-backlink">32</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Un’incisione di Stefano della Bella del 1653, pubblicata molto tempo dopo da Sgrilli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-033"><hi xml:id="endnote-033-backlink">33</hi></ref></hi>, raffigura la Casa sull’Albero realizzata a Pratolino, simile a quella della villa di Castello (Fig. 5), così descritta:</p><p rend="quotation_b">«Qui anticamente vi era una spaziosa quercia con due scale attorno, per le quali si saliva ad una tavola, dove solevano farsi diversi conviti. Questa fonte ci è restata superbamente intagliata in rame da Stefano della Bella con l’altre bellissime appresso»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-034"><hi xml:id="endnote-034-backlink">34</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">La villa di Pratolino, distrutta parzialmente dai Lorena nel 1822, fu commissionata dal granduca Francesco I de’ Medici (1569-85) a Bernardo Buontalenti, architetto e inventore di artificiosi congegni idraulici, subentrato al Tribolo dopo la sua morte.</p><p rend="text">É probabile che al Buontalenti fosse stata richiesta la Casa sull’Albero, in precedenza realizzata nella villa di Castello dal Tribolo, sia nella villa di Pratolino che nella Pretaia. Quest’ultima, acquistata da Cosimo I de’ Medici intorno al 1544 e donata al figlio cardinale Ferdinando nel 1568, fu soggetta a una consistente trasformazione con la sua nomina a granduca nel 1587, forse da assegnare al Buontalenti. L’antico leccio/casa sull’albero era sul terrazzo della Petraia e il re Vittorio Emanuele II (1820-1878) amava salirvi per ammirare il paesaggio circostante. L’albero fu abbattuto intorno agli anni Ottanta del Novecento e, di esso, resta solo una fotografia (Fig. 6).</p><p rend="h2 ParaOverride-4">La Fontana-Albero nel giardino del palazzo Caracciolo al Vasto a Napoli</p><p rend="text">Anche a Napoli, nel giardino del perduto palazzo del marchese di Vico Nicola Antonio (Colantonio) Caracciolo al Vasto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-035"><hi xml:id="endnote-035-backlink">35</hi></ref></hi> (poco distante da Poggioreale e da Pietrabianca), era stata creata una Fontana-Albero su un gelso, come riportato da Mormile<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-036"><hi xml:id="endnote-036-backlink">36</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Il <hi rend="italic">trait d’union </hi>sarebbe sempre Firenze, dove il consigliere imperiale Caracciolo si recò al seguito del viceré di Napoli Filiberto di Chalon per l’assedio della città ordinato da Carlo V (1529-30), ricevendo come ricompensa il titolo di marchese di Vico (8 luglio 1531)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-037"><hi xml:id="endnote-037-backlink">37</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Anche lui, come Bernardino Martirano e l’imperatore, avrebbe potuto visitare gli Orti Oricellari, dove c’era l’enorme albero di gelso. Nel 1532, dopo un periodo trascorso a Bruxelles, Colantonio partì per Napoli al seguito del nuovo viceré don Pedro de Toledo e, nella primavera del 1535, partecipò alla conquista di Tunisi al fianco dell’imperatore. Il 1543 potrebbe essere l’anno in cui Colantonio concluse i lavori nel palazzo e nel giardino iniziati, con molta probabilità, dopo il ritorno dall’Africa. Solo Salmon, oltre a dare notizia dell’esistenza della Fontana-Albero, notò l’insolita forma di imbarcazione (galera/galea) del palazzo:</p><p rend="quotation_b">«Tra Poggio Reale e il Sebeto, nel luogo detto anticamente il Vasto, si vede un rovinato Palazzo, che era un tempo tra le maggiori delizie di Napoli, per gli ameni suoi Orti e Giardini, per le vaghissime Fontane, e per i meravigliosi Giuochi d’Acque, particolarmente d’una in forma di albero, la quale pareva una vera pioggia; come pure per i suoi deliziosi Boschetti. Esso apparteneva a Niccolò Antonio Caracciolo, come raccogliesi da un’iscrizione posta nella muraglia in riva al Fiume Sebeto. Il Palazzo è in forma di Galera […] vien comunemente chiamato il Palazzo degli Spiriti»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-038"><hi xml:id="endnote-038-backlink">38</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Fontane-Albero erano anche in Spagna, a Madrid, nei giardini del palazzo di Aranjuez commissionati nel 1561 da Filippo II dove, dai quattro angoli della Fontana di Ercole, si innalzavano getti di acqua, condotta da un canale di piombo nascosto tra i rami di un gigantesco olmo, poi cadenti nella vasca<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-039"><hi xml:id="endnote-039-backlink">39</hi></ref></hi>. Ciò confermerebbe una circolazione culturale di idee che rendeva vicini luoghi anche molto distanti tra loro, come Firenze, Napoli e la Spagna.</p><p rend="text">Nel Rinascimento gli scambi tra Firenze e Napoli, iniziati con i reali aragonesi, erano continuati nel periodo vicereale, con il matrimonio nel 1539 tra Cosimo I de’ Medici e la nobildonna spagnola Eleonora de Toledo, figlia del viceré di Napoli don Pedro. Come rilevato da Edelstein<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-040"><hi xml:id="endnote-040-backlink">40</hi></ref></hi>, gli <hi rend="italic">Horti Toledani</hi> creati a Pozzuoli da don Pedro (1539-41)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-041"><hi xml:id="endnote-041-backlink">41</hi></ref></hi> ispirarono il giardino fiorentino di Boboli voluto da Eleonora, diventata esperta per aver seguito la realizzazione e/o trasformazione degli spazi verdi annessi alle residenze napoletane del padre, da quando era giunto nella capitale in veste di viceré nel 1532 sino alla sua partenza per Firenze.</p><p rend="text">I giardini di Poggioreale, gli <hi rend="italic">Horti Toledani</hi> di Pozzuoli, oltre a quelli delle residenze di Chiaia e Pizzofalcone, erano diventati molto famosi. In particolare, i primi rappresentarono una fonte di ispirazione per i giardini realizzati da altri nobili, tra i quali i Medici<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-042"><hi xml:id="endnote-042-backlink">42</hi></ref></hi> ma, a loro volta, erano stati influenzati «da modelli spagnoli e soprattutto islamici, che gli Aragonesi ben conoscevano in patria», come evidenziato da Frommel<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-043"><hi xml:id="endnote-043-backlink">43</hi></ref></hi>.</p><p rend="h2 ParaOverride-5">Il passaggio di Leucopetra agli Acquaviva e la Casa sull’Albero descritta da de Salcedo Coronel</p><p rend="text">I beni di Bernardino, morto senza discendenti diretti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-044"><hi xml:id="endnote-044-backlink">44</hi></ref></hi>, furono ereditati da Coriolano, ritornato a Napoli alla fine del 1548<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-045"><hi xml:id="endnote-045-backlink">45</hi></ref></hi> e subentrato al fratello nella carica di segretario del regno<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-046"><hi xml:id="endnote-046-backlink">46</hi></ref></hi>. Coriolano andò a vivere nella villa di Leucopetra, dove continuò ad accogliere letterati e umanisti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-047"><hi xml:id="endnote-047-backlink">47</hi></ref></hi>. Forse fu lui a vendere l’immobile o a donarlo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-048"><hi xml:id="endnote-048-backlink">48</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Capaccio, nel 1607, denunciò l’incuria in cui versava la villa, causata dall’abbandono dei proprietari<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-049"><hi xml:id="endnote-049-backlink">49</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Alla fine del 1590 il principe di Caserta Giulio Antonio Acquaviva acquistò all’asta da Carlo Brancaccio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-050"><hi xml:id="endnote-050-backlink">50</hi></ref></hi>, un suo creditore, una masseria «cum domibus et jardeno que fuit domini Caroli Brancatij, sita et posita in pertinentiis ditta civitatis Neapolis in loco detto Pretabianca»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-051"><hi xml:id="endnote-051-backlink">51</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">La scarna descrizione della masseria non consente di ricavare elementi utili alla sua identificazione, anche attraverso informazioni su possessore e occupante al momento dell’asta, ma un volume più tardo, scritto nel 1774 dal duca Michele Vargas Macciucca, fornisce una prova inconfutabile che la villa comprata dagli Acquaviva era in precedenza la proprietà dei Martirano:</p><p rend="quotation_b">«Pietrabianca, oggi Case in Demanio, […] nel Palagio di Berardino Martirano uno dé soliti gran cervelli Cosentini, […] posseduto poi detto Palazzo dalli Principi di Caserta, ed oggi dall’Illustre Principe della Torella»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-052"><hi xml:id="endnote-052-backlink">52</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Successive notizie sulla villa risalgono agli anni Trenta del Seicento, al tempo dell’eruzione del Vesuvio, iniziata nel dicembre 1631 e terminata nel marzo 1632, di cui fu testimone l’abate Braccini, il quale descrisse la morte di un uomo, colpito da ceneri e pietre roventi, mentre era nelle vicinanze del palazzo del principe di Caserta Andrea Matteo Acquaviva<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-053"><hi xml:id="endnote-053-backlink">53</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Il catastrofico evento, raffigurato in due dipinti realizzati da Scipione Compagno, pittore forse originario di Caserta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-054"><hi xml:id="endnote-054-backlink">54</hi></ref></hi> (Fig. 7), si intreccia con le vicende riguardanti Fernando Enriquez d’Afàn de Ribera, III duca di Alcalà, viceré di Napoli dal 1628 e amico del principe di Caserta. Infatti, quando nel maggio 1631 fu richiamato in Spagna<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-055"><hi xml:id="endnote-055-backlink">55</hi></ref></hi>, lasciò la sua famiglia a Caserta (la moglie, il figlio Enriquez e il duca di Montalto suo genero), come riferito da Josè Garcia de Salcedo Coronel (Siviglia 1592 - Madrid 1651), letterato e poeta spagnolo venuto in Italia nella primavera del 1629 come capitano della guardia vicereale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-056"><hi xml:id="endnote-056-backlink">56</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Nominato poi governatore della città di Capua (1630-32)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-057"><hi xml:id="endnote-057-backlink">57</hi></ref></hi>, de Salcedo rimase nella città campana anche dopo la partenza del duca di Alcalà per la Sicilia, come viceré dell’isola<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-058"><hi xml:id="endnote-058-backlink">58</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Intrighi nella corte vicereale napoletana furono la causa del trasferimento, forse dalla primavera del 1631, anche di altri illustri personaggi spagnoli, insieme alle loro famiglie, nel Palazzo Acquaviva a Caserta, incluso il famoso pittore Jusepe de Ribera, del quale il duca di Alcalà fu uno dei suoi più importanti committenti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-059"><hi xml:id="endnote-059-backlink">59</hi></ref></hi>. L’eruzione sicuramente causò il prolungamento dell’ospitalità da parte del principe, poiché i nobili spagnoli rimasero a Caserta fino al giugno del 1632.</p><p rend="text">Nel periodo in cui fu nel Regno di Napoli (1629-32) de Salcedo Coronel ebbe la possibilità, tramite il duca di Alcalà, di conoscere il principe di Caserta e di vedere nel giardino della villa a Leucopetra la Casa sull’Albero, insieme ad un’enorme quantità di vasi di creta con agrumi.</p><p rend="text">de Salcedo descrisse la particolare struttura nel suo commento alle Solitudini<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-060"><hi xml:id="endnote-060-backlink">60</hi></ref></hi> di Luis de Góngora (Cordova 1561-1627) religioso, poeta e drammaturgo spagnolo del <hi rend="italic">Siglo de oro</hi>, pubblicato a Madrid nel 1636<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-061"><hi xml:id="endnote-061-backlink">61</hi></ref></hi>. Nel 1613 Gòngora aveva scritto il poema <hi rend="italic">Soledades</hi>, suddiviso in quattro parti, corrispondenti allegoricamente ad una età della vita umana e ad una stagione dell’anno: <hi rend="italic">Soledades de los campos</hi>; <hi rend="italic">Soledades de las riberas</hi>; <hi rend="italic">Soledad de las selvas</hi>; <hi rend="italic">Soledad del Yermo</hi>.</p><p rend="text">L’opera, mai terminata, trattava delle Solitudini dei campi, delle rive, delle giungle, del deserto e, come gran parte di quelle da lui scritte, furono pubblicate e commentate molto tempo dopo la sua morte. Coronel affermò che Gòngora aveva descritto la metafora di un giardino, in cui c’era una colombaia costruita da un pescatore su un pioppo, che lui stesso aveva avuto modo di vedere durante il periodo trascorso in Italia, nel giardino del principe di Caserta:</p><p rend="quotation_b ParaOverride-6">«Yo he visto en el jardin del Principe de Caserta, que està cinco leguas de Napoles, sobre un arbol fabricado, un aposento de ladrillo muy capaz»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-062"><hi xml:id="endnote-062-backlink">62</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Coronel si riferiva alla villa del principe di Caserta alla Pietrabianca, distante 5 miglia (circa 8 km) da Napoli, ma più che una colombaia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-063"><hi xml:id="endnote-063-backlink">63</hi></ref></hi>, quella che descrisse era una casa realizzata sul grande albero già esistente ai tempi del Martirano, con un belvedere che spaziava dall’incombente mole del Vesuvio al golfo di Napoli. Forse proprio la constatata pericolosità determinò la dismissione della villa da parte del principe, poiché dal 3 giugno all’8 agosto 1633 fece trasportare con carri, a più riprese, le numerose «teste» (vasi di creta) di agrumi, che aveva a Napoli e alla Pietrabianca, nei giardini del Palazzo Acquaviva a Caserta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-064"><hi xml:id="endnote-064-backlink">64</hi></ref></hi>. La villa fu poi donata dal principe alla nobildonna Polissena Furstenberg (Praga 29.7.1588-Napoli 5.8.1649<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-065"><hi xml:id="endnote-065-backlink">65</hi></ref></hi>), sua terza moglie, che la lasciò in eredità al Pio Monte della Misericordia di Napoli e, il 27 febbraio 1657, i governatori dell’ente la vendettero ad Antonio Testa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-066"><hi xml:id="endnote-066-backlink">66</hi></ref></hi>. Fino a metà dell’Ottocento, anche a causa di numerosi passaggi di proprietà, la villa perse, progressivamente, la sua struttura originaria, inclusi il ninfeo e la Casa sull’Albero, per poi essere abbattuta, ampliata e ricostruita nel 1854 su progetto dell’architetto Nicola Stassano, acquisendo la denominazione di Villa Nava.</p>
      
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