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        <title type="main" level="a">Le ville dei Togati nel Seicento. Un museo di antichità nella masseria dei Muscettola a Villanova</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-0715-901X" type="ORCID">
            <forename>Maria Gabriella</forename>
            <surname>Pezone</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Campania Luigi Vanvitelli, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>NeaVia La villa napoletana. Antichità e natura tra Rinascimento e Barocco</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0854-3</idno>) by </resp>
          <name>Maria Gabriella Pezone, Angela Michela Convertini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.14</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>In the 17th century, the hill of Posillipo was the site of Villa Muscettola, a rare example of a farmhouse-museum, constructed between the 1630s and 1650s by Giovan Battista, a Neapolitan magistrate, with the intent of housing his extensive collection of ancient and modern statuary. Conceived as an open-air exhibition space, the residence was later bequeathed to his brother, Francesco Antonio. Drawing upon a wide array of archival sources, the essay reconstructs the villa’s history and architectural features, while emphasizing the pivotal role played by magistrates in the development of suburban villas within the Neapolitan landscape. The villa’s decline during the 18th century and its disappearance from the urban fabric—particularly following the proliferation of multi-storey buildings from the 1960s onward—underscore the importance of recovering its historical memory.</p>
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            <item>Posillipo</item>
            <item>17th century</item>
            <item>Muscettola Museum-Villa</item>
            <item>Statuary Collection</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.14<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.14" /></p>
      <p rend="h1_chapter">Le ville dei Togati nel Seicento. Un museo di antichità nella masseria dei Muscettola a Villanova</p><p rend="h1_author ParaOverride-1">Maria Gabriella Pezone</p><p rend="h2">Introduzione</p><p rend="text">La collina di Posillipo ha mantenuto costantemente nei secoli una bellezza incantevole, sin dall’antichità, quando fu scelta dai Romani che vi costruirono dal I secolo edifici lussuosi per l’<hi rend="italic">otium</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-001"><hi xml:id="endnote-001-backlink">1</hi></ref></hi>. Colonizzata da insediamenti religiosi in età angioina<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-002"><hi xml:id="endnote-002-backlink">2</hi></ref></hi> che avrebbero contribuito a plasmarne il paesaggio, è rimasta luogo privilegiato per l’insediamento di ville tra costa e collina. Vale giusto la pena di ricordare che qui a Posillipo Virgilio ebbe la sua <hi rend="italic">villula </hi>ereditata dal maestro Sirone<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-003"><hi xml:id="endnote-003-backlink">3</hi></ref></hi>, dove aveva frequentato il circolo epicureo, cristallizzata a imperitura memoria nell’VIII componimento dei <hi rend="italic">Catalepton</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-004"><hi xml:id="endnote-004-backlink">4</hi></ref></hi>. Memoria che, con i resti di quella che la letteratura periegetica indicava come la sua tomba presso la <hi rend="italic">Crypta neapolitana</hi> sarebbe stata tramandata e amplificata tra Sette e Ottocento alimentando il mito, la ricerca e la rappresentazione dei luoghi virgiliani<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-005"><hi xml:id="endnote-005-backlink">5</hi></ref></hi> (Figg. 1-2).</p><p rend="text">Nel Cinquecento l’apertura della città verso Occidente, con le trasformazioni urbane Toledane, avrebbe – ancor più – favorito l’insediamento di ville lungo questa direttrice, non solo a Chiaia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-006"><hi xml:id="endnote-006-backlink">6</hi></ref></hi>, ma anche lungo la riviera di Posillipo, dove si proseguiva una tradizione antica.</p><p rend="text">Rimandando alla pubblicazione conclusiva le novità che vanno emergendo dalla ricerca sugli edifici cinquecenteschi lungo la costa, esemplificativi della complessa stratificazione cronologica dei siti, in questo saggio si approfondiranno le vicende della villa costruita nella parte alta della collina, a Villanova, da Giovan Battista Muscettola tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta del Seicento, che rappresenta un <hi rend="italic">unicum</hi>.</p><p rend="text">Si tratta per la collina di Posillipo, infatti, di un caso atipico poiché la villa è appartenuta solo alla famiglia Muscettola e la sua storia sembrerebbe essersi esaurita nell’arco di tempo in cui sopravvisse un percorso “museale” <hi rend="italic">ante litteram </hi>costruito da Giovan Battista a misura della sua collezione di sculture antiche e moderne. Dopo esser caduta in rovina alla fine del Settecento, forse proprio per questo legame inscindibile con la famiglia e la collezione, la sua memoria, tranne pochi cenni nella guidistica, sembra essersi dissolta.</p><p rend="text">Non è infrequente che la storia delle ville si intrecci con quella del collezionismo – soprattutto di antichità – che vide vivacemente attiva nel Seicento proprio la classe dei Togati richiamata nel titolo. Gli studi sul collezionismo di antichità in età vicereale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-007"><hi xml:id="endnote-007-backlink">7</hi></ref></hi> hanno segnalato, tra gli antiquari più appassionati, alcuni esponenti di quel ceto di amministratori dalla formazione giuridica, che occuparono posizioni di rilievo nei tribunali napoletani. I <hi rend="italic">letrados</hi> ebbero, infatti, una rapida ascesa sociale tra Cinque e Seicento, dando vita a una nuova forma di aristocrazia, con ingenti patrimoni investiti anche nella costruzione di splendidi edifici e nella raccolta di collezioni memorabili<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-008"><hi xml:id="endnote-008-backlink">8</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Proprio all’interno della “Repubblica dei Togati” si annoverano, infatti, un gran numero di committenti di ville, costruite anche per accogliere le collezioni in un percorso di fruizione della bellezza non solo della natura ma anche dell’arte.</p><p rend="text">Vale giusto la pena di ricordarne alcune disseminate nei luoghi più suggestivi della città: al Vomero la villa di Giovanni Andrea di Giorgio comprata nel Seicento da Giacomo Capece Galeota<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-009"><hi xml:id="endnote-009-backlink">9</hi></ref></hi>, a Capodimonte quella dei Minadois (Giovan Tommaso e il figlio Giulio Cesare)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-010"><hi xml:id="endnote-010-backlink">10</hi></ref></hi>, a Chiaia quelle di Giovan Angelo Barrile, dei Moles (Francesco e il figlio Diego), a capo Posillipo la villa di Francesco Barrile duca di Caivano, figlio di Giovan Angelo, anch’egli togato (un episodio totalmente sconosciuto, riemerso dalla ricerca di archivio) o ancora la masseria di diciotto moggia con palazzo nel casale della Barra di Partenio Petagna, proprietario anche di una ricca collezione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-011"><hi xml:id="endnote-011-backlink">11</hi></ref></hi>, sebbene di questa prima fase poco si conosca e la villa è ricordata con il nome dei Roomer e dei Sanseverino di Bisignano che gli subentrarono. I togati scelsero anche la zona di Pizzofalcone e delle Mortelle, come approfondito da altri<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-012"><hi xml:id="endnote-012-backlink">12</hi></ref></hi>. Su questo versante collinare si insediarono Giovan Domenico e Giovan Battista Astuto, Carlo Calà e Francesco D’Andrea, il quale ha lasciato, negli <hi rend="italic">Avvertimenti ai nipoti</hi>, un efficace affresco su questa categoria nel Seicento<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-013"><hi xml:id="endnote-013-backlink">13</hi></ref></hi>.</p><p rend="h2">I committenti: Giovan Battista e Francesco Antonio Muscettola</p><p rend="text">All’interno del ceto dei togati rientravano anche Giovan Battista e Francesco Antonio Muscettola, proprietari della villa approfondita in questo saggio.</p><p rend="text">Dall’incrocio della bibliografia con i dati ricavati dalla ricerca archivistica sembrerebbe che i due fratelli non appartenessero al ramo principale dei Muscettola principi di Leporano.</p><p rend="text">I Muscettola, provenienti dal patriziato di Ravello, si erano trasferiti a Napoli tra XII e XV secolo, impegnandosi nell’esercizio dei pubblici uffici e nell’attività mercantile, raggiungendo posizioni eminenti tra XVI e XVII secolo con l’ascrizione al seggio di Montagna<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-014"><hi xml:id="endnote-014-backlink">14</hi></ref></hi>. L’acquisto da parte di Sergio Muscettola (†1646) nel 1618 dei feudi di Leporano e Pulsano, permise di ottenere nel 1624 il titolo di principi agli esponenti del ramo principale, che si estinse poi, come noto, alla fine del Settecento, confluendo nella famiglia Caracciolo di Villa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-015"><hi xml:id="endnote-015-backlink">15</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Dalle notizie ricavate dalla documentazione di archivio, la villa di Posillipo fu costruita per iniziativa di Giovan Battista Muscettola (morto nel 1660), che fu giudice della Gran Corte della Vicaria, regio consigliere e delegato al recupero degli schiavi e dei beni naufragati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-016"><hi xml:id="endnote-016-backlink">16</hi></ref></hi>. Questi, morto senza discendenza, lasciò la proprietà al fratello Francesco Antonio, che fu prima avvocato, poi giudice della Gran Corte della Vicaria, consigliere del Sacro Regio Consiglio (1631), Decano, in seguito – dagli anni Cinquanta – reggente di Cancelleria e reggente del Consiglio Collaterale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-017"><hi xml:id="endnote-017-backlink">17</hi></ref></hi>. Camera lo ricorda figlio di Orazio e lo inserisce, come insigne giurista, tra gli esponenti della famiglia meritevoli di menzione, sebbene ne riporti un’errata data di morte collocandola nel 1680<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-018"><hi xml:id="endnote-018-backlink">18</hi></ref></hi>, errore in seguito ripetuto da quanti ne hanno scritto successivamente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-019"><hi xml:id="endnote-019-backlink">19</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Dalle notizie tratte dalle fonti e dalla consultazione degli alberi genealogici redatti all’interno di uno studio sul ramo principale della famiglia (dove non sono menzionati né loro né il padre Orazio) non è stato possibile comprendere con esattezza i rapporti di parentela tra i due fratelli e il ramo principale della famiglia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-020"><hi xml:id="endnote-020-backlink">20</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Francesco Antonio acquistò nel 1638 il casale di Melito<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-021"><hi xml:id="endnote-021-backlink">21</hi></ref></hi>, ottenendo nel 1660 il titolo di duca per il primogenito Ignazio.</p><p rend="text">Morto il 2 gennaio del 1663, lasciò i beni feudali al primogenito, mentre i burgensatici (e dunque la villa di Posillipo) furono divisi in parti uguali tra i figli legittimi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-022"><hi xml:id="endnote-022-backlink">22</hi></ref></hi>. Tra i beni ereditari non risulta un’altra villa che Francesco Antonio possedeva a Portici donata nel 1659 ai frati della basilica di San Severo ai Vergini a patto che essi celebrassero <hi rend="italic">in pertpetuum</hi> una messa quotidiana per la sua anima<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-023"><hi xml:id="endnote-023-backlink">23</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">In realtà, il primogenito Ignazio premorì al padre e il titolo passò al secondogenito Gennaro (1624-1683), mentre il fratello Michele (1627-1688), seguendo le orme del padre e dello zio, ricoprì la carica di giudice della Vicaria, consigliere e poi presidente di Camera, ma morto, anch’egli senza discendenti, lasciò i suoi averi al figlio del duca Gennaro, Ignazio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-024"><hi xml:id="endnote-024-backlink">24</hi></ref></hi>, Cavaliere dell’Ordine militare spagnolo di Santiago e secondo duca di Melito<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-025"><hi xml:id="endnote-025-backlink">25</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Dai documenti della seconda metà del Settecento, come si preciserà in seguito, la villa (a quest’epoca in rovina) risulta di proprietà di Nicola, forse il figlio di Ignazio.</p><p rend="h2">La villa nelle guide di Napoli</p><p rend="text">Le guide hanno tramandato l’esistenza di questa villa e, soprattutto, rammentato con enfasi la straordinaria collezione di statue antiche qui esposte.</p><p rend="text">Pompeo Sarnelli, soffermandosi sui conventi di Posillipo, fa menzione, vicino alla sede agostiniana, dell’«amenissimo giardino de’ signori Muscettola, adorno di statue e gallerie nobilissime»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-026"><hi xml:id="endnote-026-backlink">26</hi></ref></hi>, del quale doveva avere conoscenza diretta avendo scritto la guida, come ricorda nello stesso passo, «la state del 1684» nel vicino convento di S. Brigida.</p><p rend="text">Tra «i molti deliziosi casini» di Posillipo (Fig. 3) «con ville delitiosissime per vie che hanno le calate al mare» Celano ricorda «Quella fin hora de’ signori Muscettola, ridotta in questa forma dal consigliero Francesco Muscettola, nella quale vi si vede una gran quantità d’antiche statue di marmo da farne conto,<hi rend="CharOverride-2"> </hi>e fra questa una poi del naturale tutta intera d’un Cesare Augusto, ritrovata in Pozzuoli, che simile non se vede in Roma»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-027"><hi xml:id="endnote-027-backlink">27</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">La fama della villa e della collezione non scolorì nel Settecento, come attesta ancora la guida di Domenico Antonio Parrino, nella versione ampliata dal figlio Nicola, il quale, nella salita «per la montagna» tra i «casini deliziosi con la discesa al mare» menziona anche «quello del fu consigliero Muscettola»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-028"><hi xml:id="endnote-028-backlink">28</hi></ref></hi><hi rend="CharOverride-3">.</hi></p><p rend="text">Gli studi sul collezionismo napoletano hanno individuato nel personaggio citato da Celano il più noto Francesco Muscettola principe di Leporano (morto nel 1675) esponente del ramo principale della famiglia. Come si preciserà in seguito, si tratta invece del già menzionato giurista Francesco Antonio, morto nel 1663<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-029"><hi xml:id="endnote-029-backlink">29</hi></ref></hi>, il quale ereditò dal fratello Giovan Battista la villa e la collezione.</p><p rend="h2">“Stato in che si ritrova la Masseria di Posilipo”: un museo di antichità all’aperto</p><p rend="text">Nonostante la guida di<hi rend="CharOverride-4"> </hi>Celano rimanga per il nostro lavoro una fonte straordinaria, alla quale siamo inclini a dare assoluta credibilità, in alcuni casi i documenti di archivio consentono di correggerne piccole imprecisioni, dovute alla lontananza cronologica dagli eventi.</p><p rend="text">Un incartamento processuale da me individuato riguardante la risoluzione di una controversia insorta negli anni Sessanta del Seicento tra Francesco Antonio, erede di Giovan Battista Muscettola, e il monastero di San Martino<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-030"><hi xml:id="endnote-030-backlink">30</hi></ref></hi>, mi ha permesso di ricostruire la storia di questa masseria-museo e di comprendere che la sua costruzione vada assegnata non a Francesco, come scrive Celano, ma al fratello Giovan Battista Muscettola. All’interno di questo fascio è conservata una bellissima descrizione che, con l’indicazione del posizionamento originario delle sculture (antiche e moderne), permette non solo di dare conto dei pezzi della collezione che punteggiavano la villa, ma di delinearne l’articolazione architettonica complessiva<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-031"><hi xml:id="endnote-031-backlink">31</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Per dirimere la controversia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-032"><hi xml:id="endnote-032-backlink">32</hi></ref></hi> il “tavolario” Paolo Papa fu incaricato di redigere una perizia descrittiva accompagnata da una pianta schematica della proprietà (Fig. 4)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-033"><hi xml:id="endnote-033-backlink">33</hi></ref></hi>. Il grafico ha consentito di individuare topograficamente la masseria nella pianta del duca di Noja alla quale è perfettamente sovrapponibile e, di conseguenza, di collocarla nella città contemporanea in un lotto, ancora leggibile, situato di fronte alla chiesa agostiniana di Santa Maria della Consolazione, oggi delimitato da via Villanova, dall’attuale via Manzoni (che in questo tratto ricalca precisamente il tracciato della strada antica) e, in basso, da via San Paolo a Villanova, isolato oggi quasi del tutto edificato con palazzi multipiano di recente costruzione (Fig. 5).</p><p rend="text">L’incartamento intitolato <hi rend="italic">Stato in che si ritrova la Masseria di Posilipo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-034"><hi xml:id="endnote-034-backlink">34</hi></ref></hi><hi rend="italic"> </hi>consente di rendere visibile l’invisibile, fotografando, attraverso una dettagliatissima descrizione, questa straordinaria masseria-museo. La sua lettura fa ben comprendere come l’articolazione d’insieme, restituita graficamente nella perizia di Papa del 1660 e leggibile, come si è detto, nella carta settecentesca, dovesse rispondere principalmente alla funzione espositiva della collezione di sculture antiche e moderne. Per avere un’idea delle dimensioni del comprensorio, basti pensare che fu realizzata, con una spesa di oltre 1500 ducati, una strada di oltre un chilometro e mezzo «con pilieri di fabrica, e colonne».</p><p rend="text">La forma irregolare del fondo Muscettola derivava dall’unione di diverse proprietà, giardini, terreni e case acquistati da Giovan Battista nel corso di un ventennio, tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta del Seicento. Come si è avuto modo di constatare in altri casi approfonditi nel corso della nostra ricerca, anche questa villa non nacque da un disegno progettuale unitario complessivo, ma fu invece il risultato finale di un’aggregazione di elementi, costruiti in tempi diversi e confluiti poi in un insieme organico magnificente che aveva lo scopo principale di mettere in mostra la collezione.</p><p rend="text">Il primo acquisto fondiario fu effettuato nel 1633 quando Giovan Battista comprò per 1100 ducati la masseria di Carlo Ruocco<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-035"><hi xml:id="endnote-035-backlink">35</hi></ref></hi>, aggiungendovi poi, nel tempo, le proprietà di Fabio di Dura<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-036"><hi xml:id="endnote-036-backlink">36</hi></ref></hi>, di Carlo Agresta per 800 ducati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-037"><hi xml:id="endnote-037-backlink">37</hi></ref></hi>, di Francesco Giacchetti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-038"><hi xml:id="endnote-038-backlink">38</hi></ref></hi> e di un grande fondo del monastero di San Martino<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-039"><hi xml:id="endnote-039-backlink">39</hi></ref></hi>. Va ricordato che la masseria dei Certosini a Villanova era stata presa a censo nel 1597, per tre generazioni, da Giovan Battista Naclerio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-040"><hi xml:id="endnote-040-backlink">40</hi></ref></hi> e, solo dopo la morte di questi, fu ceduta nel 1634 a Giovan Battista Muscettola, insieme al debito da pagare ai frati, dal figlio Aniello, chiamato in causa dal monastero per la mancata corresponsione del censo di 95 ducati per diversi anni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-041"><hi xml:id="endnote-041-backlink">41</hi></ref></hi>. L’ultimo acquisto, effettuato per 350 ducati pagati a Diego de Giovanni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-042"><hi xml:id="endnote-042-backlink">42</hi></ref></hi>, riguardò un «altro territorio dove hoggi sta situato il Belvedere», attaccato a quello dei frati di San Martino, gravato da un peso di 12 ducati di censo da pagarsi ogni anno alla Santa Casa dell’Annunziata<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-043"><hi xml:id="endnote-043-backlink">43</hi></ref></hi>. Nelle cedole bancarie vi è traccia anche dell’acquisto di un altro «Giardino e case con Cortiglio» per il quale Muscettola pagava annualmente un censo agli eredi del <hi rend="italic">quondam</hi> Fabio Cantone<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-044"><hi xml:id="endnote-044-backlink">44</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Nella pianta Carafa (Figg. 6 e 6 bis) sono leggibili il viale centrale, i viali trasversali e i fabbricati che la punteggiavano. Gli edifici all’interno delle antiche proprietà Rocco, de Dura e Agresta erano gli immobili principali utilizzati come dimora dai proprietari. La masseria vera e propria, coltivata a vitigni ed estesa lungo la proprietà presa a censo dai Certosini, era percorsa dal viale pergolato centrale che arrivava sino alla “Galleria belvedere”.</p><p rend="text">I lavori effettuati negli anni Trenta riguardarono il rifacimento delle mura perimetrali, la costruzione del viale pergolato e le trasformazioni nel palazzo principale situato nel fondo di Carlo Ruocco, dove furono spesi oltre 1800 ducati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-045"><hi xml:id="endnote-045-backlink">45</hi></ref></hi>. Qui fu rifatto l’«astrico nuovo della sala», sostituite «trave e chiancarelle», realizzate le «trombe di bronzo dentro la cisterna della cucina», commissionati stucchi, pitture e opere di fabbrica per l’apertura del nuovo accesso dallo slargo della chiesa; si costruì un nuovo edificio con camere coperte a lamie e si sistemarono le aree scoperte, con l’abbassamento di oltre un metro del livello di uno dei cortili «con haver fatto il sopportico di porta di legname, gradiata et altri miglioramenti».</p><p rend="text">In una seconda <hi rend="italic">tranche </hi>di lavori fu costruita, negli anni Cinquanta, la “Galleria belvedere” nel fondo appena acquistato dagli eredi di Vincenzo di Giovanni spendendo «tra fabrica e cisterna più di ducati Mille, e duecento come il tutto appare nelle scritture pubbliche».</p><p rend="text">Considerate le svariate migliaia di ducati spesi per l’acquisto delle sculture della sua collezione, per le proprietà immobiliari e per i lavori, Giovan Battista Muscettola doveva disporre di un consistente patrimonio, ma sono ancora ignote le modalità con cui egli sia riuscito a costruirlo.</p><p rend="text">Nello <hi rend="italic">Stato in che si ritrova la Masseria</hi>…<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-046"><hi xml:id="endnote-046-backlink">46</hi></ref></hi> sono annotate minuziosamente le statue nel loro posizionamento originario, consentendo di ricavare, di conseguenza, dettagli preziosi sull’organizzazione compositiva e spaziale della proprietà.</p><p rend="text">Dallo slargo dinanzi alla chiesa della Consolazione (Fig. 7), ancora oggi esistente, si accedeva al<hi rend="CharOverride-4"> </hi>«cortile principale» con una grande loggia. Al centro era esposta la statua di <hi rend="italic">Esculapio</hi>, mentre dentro le arcate si susseguivano statue alte due metri: «al primo arco della fontana quando si entra a mano destra la statua di <hi rend="italic">Giosuè</hi>», poi seguivano quelle di <hi rend="italic">Giuditta e Oloferne</hi>, di <hi rend="italic">Sansone</hi>, di <hi rend="italic">David e Golia</hi>. Una spalliera di bosso con dieci nicchie ospitava poi busti antichi e una statua dell’<hi rend="italic">Obbedienza</hi> alta circa un metro e ottanta.</p><p rend="text">Verso la masseria erano disposti alcuni bassorilievi in marmo e, vicino alla cisterna, un puttino e una testa di <hi rend="italic">Seneca</hi>. Altre statue e pezzi antichi furono impiegati, con l’intervento di diversi marmorari, nelle fontane situate lungo i percorsi con «dieci piccoli busti, due puttini, uno che dorme e l’altro che versa acqua, una statuetta piccola con le <hi rend="italic">Tre gratie</hi>, una <hi rend="italic">Venere</hi> <hi rend="italic">piccola</hi>, et uno puttino che dorme con due cuscini di marmo».</p><p rend="text">All’ingresso della masseria vi erano nicchie con due puttini e due palle, una di granito e l’altra di marmo giallo, mentre lungo il viale erano disposti «a mano destra una statua di marmo di un vecchio <hi rend="italic">Acato</hi> con due cuscini intorno dette fontane […] e in mezzo la strada un busto che porta una fonte con coscie di pesce marino». Più giù si innalzava, su un piedistallo realizzato con un bassorilievo antico, la colossale statua di <hi rend="italic">Ottaviano Augusto</hi>, alta oltre due metri e mezzo, ricordata anche dal Celano, a contrassegnare l’inizio della strada verso il belvedere.</p><p rend="text">Sulla porta del belvedere vi era un clipeo<hi rend="italic"> </hi>e<hi rend="italic"> </hi>ai lati<hi rend="italic"> </hi>un <hi rend="italic">Ercole</hi> <hi rend="italic">con la sua Dama in collo</hi>,<hi rend="italic"> </hi>alto un metro e ottanta centimetri, proveniente «da Roma fra le statue di Venosa, e si hebbe con l’<hi rend="italic">Esculapio</hi>, che sta nel cortile».</p><p rend="text">Gli archi della loggia del belvedere accoglievano statue più piccole, alte circa novanta centimetri raffiguranti la <hi rend="italic">Temperanza</hi>, la <hi rend="italic">Giustizia</hi>, la <hi rend="italic">Prudenza</hi>, un <hi rend="italic">Senatore</hi> «di fattura modesta», mentre negli altri «quattro archi piccoli» trovavano posto <hi rend="italic">Bellona</hi>, <hi rend="italic">Cesare</hi>, <hi rend="italic">Bacco</hi> e <hi rend="italic">Cicerone</hi> «antiche, che si comprorono da Piatti»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-047"><hi xml:id="endnote-047-backlink">47</hi></ref></hi>. Nei «poggi bassi di detti archi, in mezzo vi sono otto statuette piccole risarcite ma antiche di bonissima manifattura: si ebbero dal consigliero Megliora», mentre nei clipei erano sistemati busti provenienti da Venosa.</p><p rend="text">L’arco di ingresso alla galleria belvedere era fiancheggiato dalle statue antiche della dea <hi rend="italic">Flora</hi> e di <hi rend="italic">Venere</hi> e sormontato da «un’Aquila con l’armi mie, e di mia moglie». Il prospetto era decorato con bassorilievi antichi murati direttamente nei rivestimenti murari, come accadeva in molte ville romane del Cinquecento.</p><p rend="text">All’interno, trovava posto la statua dell’imperatore <hi rend="italic">Commodo</hi>, di oltre due metri di altezza, insieme alle statue di <hi rend="italic">Nettuno</hi> e di <hi rend="italic">Adone</hi>, più basse e di fattura moderna, così come le statue di <hi rend="italic">Ganimede</hi>, di <hi rend="italic">Apollo</hi>, di<hi rend="italic"> Dafne</hi>, di <hi rend="italic">Venere</hi> e di <hi rend="italic">Mercurio</hi>.</p><p rend="text">Altri bassorilievi e due puttini adornavano lateralmente una fontana e, all’ingresso al belvedere, erano sistemati tanti altri pezzi antichi, tra i quali «dalla parte di dentro […] una statuetta di uno che doma un cavallo, et è gruppo fatto con molta diligenza e maistria».</p><p rend="text">Altre due statue, di due metri di altezza, erano collocate «dentro la camera quando si va alle case di S. Martino», così come due busti, una <hi rend="italic">Venere piangente</hi>, attribuita a Pietro Bernini, e tanti altri pezzi, tra cui un ritratto di <hi rend="italic">Virgilio</hi>.</p><p rend="h2">La cronologia dei lavori dai documenti bancari</p><p rend="text">Questa aggregazione di elementi e la lunga durata dei lavori è confermata anche dai pagamenti effettuati ad architetti e maestranze dai conti correnti intestati a Giovan Battista Muscettola. Per ricavare notizie utili a ricostruire la storia edilizia del comprensorio, si è proceduto a una ricognizione dei pagamenti presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli che ha coperto, con qualche lacuna, l’arco temporale tra il 1636 e il 1656<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-048"><hi xml:id="endnote-048-backlink">48</hi></ref></hi>, durante il quale – va ricordato – non vi è alcuna traccia degli acquisti delle sculture, forse effettuati in anni precedenti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-049"><hi xml:id="endnote-049-backlink">49</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Subito dopo le acquisizioni immobiliari, negli anni Trenta si registrano una serie di interventi per l’allestimento delle coltivazioni agricole e dei giardini, con l’acquisto di “spalandroni”<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-050"><hi xml:id="endnote-050-backlink">50</hi></ref></hi> per la vigna e di legname per la manifattura delle pergole lungo il viale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-051"><hi xml:id="endnote-051-backlink">51</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">In questo periodo, lavorarono costantemente i marmorari-scultori Francesco Castellano e Andrea Giudice (o Jodice) per opere scultoree, il montaggio e il restauro di sculture antiche la cui bontà nell’esecuzione doveva passare al vaglio di Giuliano Finelli.</p><p rend="text">Nel 1636 Francesco Castellano fu pagato per «prezzo di due pedi seu palaustri alti quattro palmi de due fonte de marmori perciati per due fontane con li ferri […] da ponersi in opera»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-052"><hi xml:id="endnote-052-backlink">52</hi></ref></hi>. Andrea Giudice nel 1636 ebbe un compenso «In Conto della Sua Mastria in fare una santa Matalena de marmo conforme il desegno»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-053"><hi xml:id="endnote-053-backlink">53</hi></ref></hi> e nel 1637 per la «ristoratione et fattura di dieci busti di marmo»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-054"><hi xml:id="endnote-054-backlink">54</hi></ref></hi>. Oltre a una serie di pagamenti, emessi con continuità nel 1638, spesso a nome di entrambi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-055"><hi xml:id="endnote-055-backlink">55</hi></ref></hi>, per acquisti di pezzi di marmo e generiche «opere di marmo», nel 1646 essi furono saldati «per la spesa fatta nella statua ristaurata […] della <hi rend="italic">Dea Flora</hi>, cioè per marmori con le loro portature, piombo, perni, grappe, e stigli di ferro ch’hanno servito per detta ristauratura, altri d. 18 pagati a Mastro Andrea Giodice per giornate trantasei per rassettare le Commissure delle Rotture di detta statua et far il piede stallo e li restanti d. 44 per sua maistria in refare li pezzi rotti che mancavano in detta statua»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-056"><hi xml:id="endnote-056-backlink">56</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Tra il 1637 e il 1639, inoltre, furono realizzati lavori in muratura, come comprovano anche gli acquisti di calce<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-057"><hi xml:id="endnote-057-backlink">57</hi></ref></hi>, di legname<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-058"><hi xml:id="endnote-058-backlink">58</hi></ref></hi>, dell’«Astraco»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-059"><hi xml:id="endnote-059-backlink">59</hi></ref></hi>, i pagamenti ai fabbricatori Pietro Bozza e Onofrio Paduano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-060"><hi xml:id="endnote-060-backlink">60</hi></ref></hi>, al falegname Claudio Avallone<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-061"><hi xml:id="endnote-061-backlink">61</hi></ref></hi> e al fabbricatore Liberato di Marino<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-062"><hi xml:id="endnote-062-backlink">62</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">I Giornali di cassa esplorati negli anni Quaranta hanno restituito solo qualche pagamento per «ferriate» al mastro Biagio di Stefano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-063"><hi xml:id="endnote-063-backlink">63</hi></ref></hi>, mentre negli anni Cinquanta, invece, è stato possibile documentare importanti lavori di fabbrica per la realizzazione della «galleria belvedere<hi rend="CharOverride-4">»</hi>, progettati e diretti dall’architetto Giovan Battista Ferraro. Tra i vari pagamenti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-064"><hi xml:id="endnote-064-backlink">64</hi></ref></hi> vale la pena di soffermarsi su quelli emessi a favore di Girolamo Imperato per un’<hi rend="italic">intempiatura</hi> lignea della sala<hi rend="CharOverride-4"> </hi>con rose grandi, due rosette piccole d’oro appoggiata a un fregio affrescato, della quale viene espressamente richiesta un’esecuzione simile a quella della chiesa napoletana di S. Lorenzo, realizzata dal medesimo artefice e oggi non più esistente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-065"><hi xml:id="endnote-065-backlink">65</hi></ref></hi>. Molti lavori in pietra nella masseria furono eseguiti dal piperniere Giulio Corrado, saldato nel 1653 quando rimanevano ancora da realizzare le finestre della casa in «pietre di Sorrento»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-066"><hi xml:id="endnote-066-backlink">66</hi></ref></hi>. Nel 1656 è documentato un altro piperniere, Domenico Pacifico, nell’esecuzione di una scala per il giardino. Anche in questa <hi rend="italic">tranche</hi> lavorò il fabbricatore Liberato di Marino pagato nel 1656 per «l’integro prezzo de un muro con finestre porte, et nidi di fabrica con corrituro de Dentro […] con dechiaratione che detto Muro come di sopra s’havera da perfettionare da esso Capomastro liberato da uno capo all’altro per linia diretta»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-067"><hi xml:id="endnote-067-backlink">67</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">In questi lavori, fu il “marmoraro” Donato Melone a occuparsi dell’apprezzo di «otto Colonnette di marmoro bianco» acquistate dai Padri di Santa Maria degli Angeli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-068"><hi xml:id="endnote-068-backlink">68</hi></ref></hi> e a realizzare «una statua di marmore commessa a lavori»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-069"><hi xml:id="endnote-069-backlink">69</hi></ref></hi>.</p><p rend="h2">La rovinosa fine nel Settecento</p><p rend="text">Purtroppo, non si conosce la storia successiva della collezione e non è stato possibile stabilire quando le statue lasciarono la villa, svuotando gli spazi di significato. Si può presumere che sia avvenuto nel corso del Settecento, quando la nobiltà napoletana iniziò ad abbandonare Posillipo, preferendo per la villeggiatura altri luoghi più in voga e, in effetti, dai documenti si può riscontrare il progressivo abbandono della masseria.</p><p rend="text">Negli anni Trenta del Settecento Nicola Muscettola aveva consentito l’apertura di un’osteria nei bassi di fronte alla chiesa della Consolazione, come emerge da documenti del monastero agostiniano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-070"><hi xml:id="endnote-070-backlink">70</hi></ref></hi>. Dalle carte del monastero si comprende, inoltre, che nel 1767 il palazzo era in rovina e le macerie avevano invaso lo spiazzo tanto che i frati furono costretti a inoltrare una richiesta al portolano per intervenire e sistemare l’area stradale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-071"><hi xml:id="endnote-071-backlink">71</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Nella cartografia dell’Ottocento (Fig.8) e del primo Novecento (Fig. 9) sono ancora individuabili il viale, i giardini e i pochi immobili che punteggiavano il lotto, prima delle trasformazioni edilizie parossistiche effettuate negli anni Sessanta.</p><p rend="h2">Le tracce della villa nella città contemporanea</p><p rend="text">Nel corso della nostra ricerca PRIN ci si è dovuti confrontare spesso con l’assenza materiale dei manufatti, la cui composizione architettonica è restituita, in moltissimi casi, solamente dalle fonti. Per comprendere a pieno lo sviluppo delle ville napoletane tra Cinque e Settecento, tuttavia, è apparso indispensabile approfondire anche ciò che non esiste più e, nel caso di un luogo singolare come la villa Muscettola, credo sia un dovere ricostruirne la storia e tramandarne la memoria.</p><p rend="text">Il sito era caratterizzato da salti di quota, racchiuso da mura, con i giardini nell’area più vicina all’ingresso, cui seguiva un’ampia zona agricola destinata a vigneto, percorsa dal lunghissimo viale pergolato. L’attraversamento era nella parte iniziale della proprietà volutamente introverso per fruire della bellezza delle antichità esposte, mentre nella parte bassa la galleria-belvedere si apriva al panorama verso il mare e il Vesuvio, consentendo di passare dal godimento dell’arte a quello della natura, con vedute che ancora oggi rimangono incantevoli (Fig.10).</p><p rend="text">Ripercorrendo le descrizioni delle fonti, si amplifica lo sgomento nel vedere oggi i palazzi multipiano, costruiti dagli anni Sessanta, che hanno occupato ogni spazio dell’ampio lotto della masseria Muscettola e nel constatare che della storia tracciata in queste pagine restino solo poche testimonianze materiali: scampoli di giardino disseminati qua e là tra i palazzi e lacerti delle mura perimetrali in tufo giallo (Figg.11-12). Quelle stesse mura sbrecciate con la vegetazione sommitale che colpirono Le Corbusier lungo il percorso di via del Marzano durante le sue passeggiate napoletane tanto da raffigurarle in uno dei suoi schizzi (Fig. 13)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-072"><hi xml:id="endnote-072-backlink">72</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Gli edifici, che vediamo oggi nella stessa posizione delle fabbriche antiche, hanno perso i caratteri originari e appaiono deformati volumetricamente, mentre dell’antico disegno permane, nella parte d’ingresso, lo slargo di invito di fronte alla chiesa della Consolazione come sparuta traccia delle felici scelte progettuali secentesche. L’unico edificio che conservi ancora elementi architettonici di qualche rilievo, situato nella parte meridionale del lotto, fu realizzato probabilmente nel Settecento, quando la villa aveva già concluso il suo ciclo, trasformando in una <hi rend="italic">casa palaziata</hi> il corpo di fabbrica a un solo piano della galleria belvedere, forse per mettere a frutto una proprietà ormai in declino (Figg. 14-15).</p><p rend="text">Per comprendere invece ciò che aveva rappresentato nel secolo precedente, mi piace chiudere con le parole finali del documento secentesco:</p><p rend="quotation_b">«Tutto questo si espone, che perciò si desidera che si veda da qualsivoglia persona; acciò che conosca che non si può dar luogo di dismembratione di dette cinque moia […] essendo ad esso unita una delle più belle cose che sia in detta Montagna di Posilipo che per detto effetto il signor vicerè desidera vederlo; come venerà a far detta gratia»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-073"><hi xml:id="endnote-073-backlink">73</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Negli anni Sessanta del Seicento, infatti, si cercò di scongiurare in ogni modo la restituzione della masseria ai Certosini e, con essa, la «dismembratione» di un luogo così straordinario.</p><p rend="text">«Dismembrazione» che sarebbe poi inesorabilmente avvenuta, facendo perdere ogni traccia di «una delle più belle cose che sia in detta Montagna di Posilipo»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-074"><hi xml:id="endnote-074-backlink">74</hi></ref></hi>.</p>
      
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