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      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">Il «famoso casino con amenissima villa» della Regina: la residenza al Vomero di Giovanni Andrea di Giorgio poi rinnovata da Giacomo Capece Galeota</title>
        <author>
          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-8672-4995" type="ORCID">
            <forename>Angela Michela</forename>
            <surname>Convertini</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Campania Luigi Vanvitelli, Italy</placeName>
          </persName>
        </author>
        <respStmt>
          <resp>This is a section of <title>NeaVia La villa napoletana. Antichità e natura tra Rinascimento e Barocco</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0854-3</idno>) by </resp>
          <name>Maria Gabriella Pezone, Angela Michela Convertini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.19</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
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    <profileDesc>
      <abstract xml:lang="en">
        <p>As part of the phenomenon of the spread of the Neapolitan villa between the 16th and 17th centuries, it is not uncommon for constructive lives linked to different characters to take turns in the same building. Although the so-called Villa Regina at Vomero owes its name to the Capece Galeota, dukes of Regina, who renovated it in the second half of the 17th century, it was possible to identify at least one previous phase, related to the councilor Giovanni Andrea di Giorgio. After the intervention of Giacomo Capece Galeota, who significantly expanded the villa and its appurtenances, the complex came, at the beginning of the 20th century, to the nuns of the order of the Good Shepherd and hosted the Andrea Belvedere school until 2011, when the last phase of the history of the building opened, that of its abandonment.</p>
      </abstract>
      <textClass>
        <keywords>
          <list>
            <item>Naples</item>
            <item>Vomero</item>
            <item>Villa</item>
            <item>Baroque architecture</item>
            <item>Urban transformation</item>
          </list>
        </keywords>
      </textClass>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.19<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.19" /></p>
      <p rend="h1_chapter">Il «famoso casino con amenissima villa» della Regina: <lb/>la residenza al Vomero di Giovanni Andrea di Giorgio poi rinnovata da Giacomo Capece Galeota</p><p rend="h1_author ParaOverride-1">Angela Michela Convertini</p><p rend="h2">Introduzione</p><p rend="text">È piuttosto comune, indagando la storia delle residenze di villeggiatura realizzate a Napoli tra Cinque e Seicento, che in uno stesso edificio si avvicendino più vite costruttive, ciascuna legata a uno dei diversi attori coinvolti. La cosiddetta villa Regina al Vomero, ancora oggi intravisibile oltre il muro di cinta che corre lungo l’attuale via Belvedere, non fa eccezione. Sebbene debba il suo nome ai Capece Galeota duchi di Regina, che la acquistarono e rinnovarono a partire dagli anni Sessanta del Seicento, è stato possibile risalire almeno alla prima metà del secolo, quando fu interessata dai lavori condotti da Giovanni Andrea di Giorgio. Barone di Podaria e Montesano in Principato citra, consigliere del Sacro Regio Consiglio dal 1608<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-001"><hi xml:id="endnote-001-backlink">1</hi></ref></hi>, nonché vicario generale di Giulio Cesare II di Capua, III principe di Conca e grande ammiraglio del regno di Napoli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-002"><hi xml:id="endnote-002-backlink">2</hi></ref></hi>, di Giorgio fu tra i rappresentanti di quella classe di togati all’epoca all’acme del proprio prestigio, spesso sancito con l’acquisto di ville e masserie sulle colline o lungo la costa napoletana<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-003"><hi xml:id="endnote-003-backlink">3</hi></ref></hi>.</p><p rend="h2">La masseria di Giovanni Andrea di Giorgio: il primo nucleo della futura villa Regina</p><p rend="text">Se non si conosce il momento in cui il consigliere venne in possesso della proprietà vomerese, i documenti di pagamento alle varie maestranze per le opere di taglio del monte o di pittura<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-004"><hi xml:id="endnote-004-backlink">4</hi></ref></hi>, passando per quelle di realizzazione di una pergola<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-005"><hi xml:id="endnote-005-backlink">5</hi></ref></hi>, permettono invece di determinare come il cantiere interessò almeno gli anni dal 1607 al 1613. Già nel 1618, nella prima stesura del testamento, Giovanni Andrea di Giorgio dispose che «secuita la mia morte quanto prima si potrà si venda la mia massaria del Vomero, mobile oro, argenti, libri in lassando il necessario per li figliuoli, e del prezzo, che se ne caverà, se ne faccia compra ad arbitrio di mia moglie col consenso del signor Fabio Galeota, e decreto del signor Valenzuola», designati nello stesso documento quali protettori dei suoi figli e dei suoi beni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-006"><hi xml:id="endnote-006-backlink">6</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Maggiori dettagli circa la configurazione della proprietà si ricavano solo dalla perizia commissionata dal figlio di Giovanni Andrea di Giorgio, Giuseppe, al tavolario e regio ingegnere Paolo Papa nel 1662, allorché finalmente si decise per la sua vendita<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-007"><hi xml:id="endnote-007-backlink">7</hi></ref></hi>. Confinante a ovest con i beni di Vittoria Cosentino e di Marco di Lorenzo, la cui proprietà passò ai Padri Camaldolesi e quindi ai Winspeare duchi di Salve, a sud con i possedimenti di Aniello Valentino e a est con quelli del marchese di Casobuoni (sic!) e del convento di Santa Maria della Libera, alla proprietà di Giorgio si accedeva da nord, tramite un «vacuo» che si apriva sulla strada del Vomero, l’attuale via Belvedere.</p><p rend="text">Da questa sorta di slargo, con due bassi sulla sinistra e una «fonte d’acqua piovana» nel mezzo, tramite una «porta grande», si raggiungeva il vestibolo d’ingresso della residenza, coperto a volta, «e da esso si ha il cortiglio discoverto». Questo secondo spazio aperto fungeva da vero e proprio elemento di distribuzione: mentre sulla sinistra si trovavano la stalla, un altro basso e il «cellaro coverto parte a lamia, e parte a travi, et in esso vi è anco comodità a tempo della vendemia», a destra del cortile si poteva accedere direttamente al primo giardino e, attraversando un altro atrio coperto a volta, al secondo. Il cortile, in cui trovavano posto anche due alberi di gelso e una cisterna, consentiva infine di raggiungere, tramite una «grada di fabrica coverta a lamia al presente motivata», il livello superiore.</p><p rend="text">Sbarcati sul ballatoio, si entrava in una prima sala e da questa, sulla destra, in altri due ambienti terminanti in una loggia «con l’affacciata nella marina di Chiaja»; tornando alla sala, e passando invece a sinistra, vi erano altre due stanze, quindi un’alcova e un’ulteriore loggia, tuttavia prospettante sul «vacuo» d’ingresso, oltre alla sequenza di spazi, tra cui la cucina, che si sviluppava invece su un lato del cortile interno. L’abitazione doveva infine essere dotata anche di un «suppigno», ovvero di un sottotetto.</p><p rend="text">La perizia non lascia trapelare nulla sulla conformazione dei due giardini, ugualmente disposti a sud-ovest, se non che fossero entrambi piantati ad agrumi. Soprattutto, se si escludono la «fonte d’acqua piovana» posta nel piazzale d’ingresso e la cisterna nel cortile, nessun riferimento viene fatto a fontane di altro tipo – né nel documento del 1662 né in quelli relativi agli anni in cui si svolse il cantiere – e tantomeno a quella progettata da Giovanni Antonio Nigrone (Fig. 1). Nel catalogo manoscritto del «fontanaro e ingegniero de acqua» è contenuto, infatti, un progetto per una fontana parietale per il consigliere Giovanni Andrea di Giorgio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-008"><hi xml:id="endnote-008-backlink">8</hi></ref></hi>. Come chiarito dallo stesso Nigrone, il sistema era mobile, «si può portare in ogni luogo con tutta [la] sua conserva»: per quanto esista la possibilità che questa fontana – che vedeva, al centro della composizione, Venere e Cupido tra Cleopatra, Lucrezia e sei puttini – fosse stata pensata per un’altra abitazione del consigliere, è altrettanto probabile che fosse semplicemente stata asportata dalla masseria al Vomero all’epoca in cui Paolo Papa apprezzò la proprietà, quasi cinquant’anni dopo l’esecuzione dei lavori commissionati da di Giorgio.</p><p rend="text">In ogni caso, considerate le condizioni in cui versava l’abitazione, per la quale «vi vonno molte reparationi per mantenimento d’essa», ma anche la masseria vera e propria e «il sito di essa, e la sua positura in luogo eminente, dove gode vista di marina, la positura di essa la maggior parte a scoscesse, e colline, et è tutta fruttata d’uve così bianche, come rosse, et alborata d’ogni sorte de frutti», l’ingegnere incaricato stimò infine il valore dell’intera proprietà in 7700 ducati.</p><p rend="h2">Giacomo Capece Galeota e la realizzazione del «famoso casino con amenissima villa»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-009"><hi xml:id="endnote-009-backlink">9</hi></ref></hi></p><p rend="text">Tale fu, di fatto, la cifra sborsata il 10 giugno 1662 da Cornelia Caracciolo, moglie di Giacomo Capece Galeota, a favore di Giuseppe di Giorgio, per l’acquisto della «massaria con giardino, e case di moija trentacinque in circa arbustata, vitata, e fruttata di diversi frutti site nelle pertinenze di questa città nel loco detto lo Vomero»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-010"><hi xml:id="endnote-010-backlink">10</hi></ref></hi>, e fu così che prese le mosse il secondo cantiere che interessò la proprietà nel Seicento e che, con un vero e proprio salto di scala, la trasformò nella maestosa residenza divenuta nota come villa Regina.</p><p rend="text">Giacomo Capece Galeota, reggente della Cancelleria di Napoli e dal 1664 duca di Sant’Angelo a Fasanella<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-011"><hi xml:id="endnote-011-backlink">11</hi></ref></hi>, non si limitò, infatti, al rinnovamento della sola masseria che fu di Giovanni Andrea di Giorgio. Immediatamente avviati i lavori su quelle trentacinque moggia iniziali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-012"><hi xml:id="endnote-012-backlink">12</hi></ref></hi>, il reggente proseguì nell’acquisizione di ulteriori proprietà. Il 6 ottobre 1663 entrò in possesso di «alcune case con giardino» appartenute a Ottavio Monaco e, ancor prima, a Francesco Cesareo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-013"><hi xml:id="endnote-013-backlink">13</hi></ref></hi>, il 15 febbraio 1667 fu la volta di «una casa in più, e diversi membri consistente con un giardino sita posta detta casa nella villa del Vomaro vicino li beni della chiesa di Santa Maria dell’Angeli vicino li beni delli Cesarij, et altri confini», che era stata di Giovanna Loffredo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-014"><hi xml:id="endnote-014-backlink">14</hi></ref></hi>, nonché di «uno pezzo di terra di mezzo moio incirca arbostato, e vitato di diversi alberi, e frutti con case», acquistato il 17 dicembre dello stesso anno 1667 proprio dai fratelli Giulio, Domenico, Francesco e Giuseppe Cesareo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-015"><hi xml:id="endnote-015-backlink">15</hi></ref></hi>, eredi di quell’Annibale che tra il 1584 e il 1585 aveva fondato la chiesa e il convento di Santa Maria della Libera<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-016"><hi xml:id="endnote-016-backlink">16</hi></ref></hi>, e sul quale Giacomo Capece Galeota avrebbe pagato un censo di otto ducati annui al convento dei Santi Pietro e Sebastiano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-017"><hi xml:id="endnote-017-backlink">17</hi></ref></hi>. Tuttavia, l’elenco non è da considerarsi esaustivo: da una serie di ulteriori pagamenti effettuati in quegli anni, emerge indirettamente come il reggente acquistò anche alcune case dei Lettieri<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-018"><hi xml:id="endnote-018-backlink">18</hi></ref></hi>, il cui nome è attestato in quell’area ancora nelle carte della seconda metà dell’Ottocento<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-019"><hi xml:id="endnote-019-backlink">19</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Proprio il ricorso alla cartografia storica permette di delineare meglio l’aspetto della nuova residenza. Né le fonti iconografiche, né quelle documentarie, forniscono dettagli sufficienti a identificare con esattezza dove si trovasse il casino di Giovanni Andrea di Giorgio e come si sia trasformato dopo l’intervento di Capece Galeota, per quanto si possano comunque cogliere alcuni elementi di continuità. Stando a quanto descritto da Paolo Papa nella perizia del 1662<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-020"><hi xml:id="endnote-020-backlink">20</hi></ref></hi>, alla residenza di Giorgio si accedeva tramite una sorta di slargo aperto direttamente sulla strada del Vomero, mentre, attraverso una «porta grande» e un vestibolo coperto a volta, si passava nel cortile scoperto che diveniva così il vero centro, anche distributivo, dell’insieme. Osservando la <hi rend="italic">Mappa topografica della città di Napoli e de’ suoi contorni</hi> di Giovanni Carafa, che costituisce, di fatto, la prima rappresentazione cartografica nota della villa Regina, si vede come il complesso realizzato da Giacomo Capece Galeota presenti sostanzialmente lo stesso schema planimetrico (Fig. 2): lungo l’attuale via Belvedere si apriva uno spazio rettangolare di accesso e, da qui, tramite uno stretto passaggio, si raggiungeva il grande cortile, anch’esso rettangolare, chiuso sui due lati e invece completamente aperto, a sud, alla vista del mare.</p><p rend="text">L’impianto ad H che veniva così a configurarsi non costituiva che una parte dell’intero complesso: su un lato del cortile, un lungo viale, delimitato da elementi puntiformi da un lato e dall’altro, raggiungeva la chiesa e il convento di Santa Maria della Libera e costeggiava il grande giardino parallelo alla strada del Vomero. Verso ovest, invece, una traversa dell’asse viario principale, sopravvissuta oggi nel cosiddetto vicoletto Belvedere, separava il volume principale da un altro corpo di fabbrica, anch’esso dotato di un cortile su strada e di un altro affacciato sul golfo. Più difficile resta la determinazione, attraverso la cartografia, degli appezzamenti a scopo produttivo, sebbene, considerate le acquisizioni portate avanti da Giacomo Capece Galeota di proprietà che si estendevano, come si è visto, fino alla chiesa di Santa Maria degli Angeli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-021"><hi xml:id="endnote-021-backlink">21</hi></ref></hi>, dovevano essere notevoli.</p><p rend="text">Il confronto tra la mappa Carafa e la cartografia successiva – dalla pianta di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni del 1790 e di Giosué Russo del 1827, per arrivare a quella di Federico Schiavoni del 1876 (Fig. 3) – mostra come il complesso abbia mantenuto, nei secoli, sostanzialmente immutato il suo impianto. La rappresentazione messa a punto da Schiavoni è quella che riporta il maggior grado di dettaglio. Se si riconoscono immediatamente gli spazi aperti attorno ai quali già si articolavano i diversi volumi, è ora possibile distinguere anche la grande volta a crociera a copertura del passaggio tra il piazzale di accesso e il cortile interno, oltre a quelle di un loggiato che si apre, a est, sul giardino. Questo, nella seconda metà dell’Ottocento, è rappresentato con la sua serie di aiuole all’inglese e, mentre è scomparsa ogni traccia dei sostegni verticali lungo il viale che lo costeggiava, risulta invece finalmente visibile l’esedra d’ingresso che ancora oggi interrompe l’alto muro altrimenti continuo lungo via Belvedere (Fig. 4).</p><p rend="text">Una fotografia della prima metà del Novecento fornisce indicazioni su come si configurasse a quest’epoca il prospetto sul giardino (Fig. 5). Il monumentale loggiato della pianta Schiavoni sembra essersi ridotto alla sola campata all’estremità meridionale della facciata, che risulta arretrata rispetto alla parte centrale. Questa è invece messa ulteriormente in risalto dal basamento bugnato, con la sua – presumibilmente doppia e simmetrica – rampa a servizio del piano nobile. La parte alta del prospetto è incorniciata tra due binati di paraste lisce; le stesse, singole, definiscono le sette campate in cui si succedono i timpani alternati, triangolari e arcuati, delle aperture del piano nobile e le cornici quadrate delle finestre del livello superiore. D’altra parte, l’impaginato così descritto è quanto attualmente rimane di questo prospetto (Fig. 6). Se da un lato anche l’ultima campata del loggiato visibile nella pianta Schiavoni risulta oggi chiusa, dall’altro un fabbricato a un piano fu costruito a ridosso delle ultime tre campate della facciata verso via Belvedere. Restano libere le prime quattro, ma non vi è più traccia della scalinata e del ballatoio che servivano il piano nobile, né, tantomeno, del rivestimento bugnato di tutta la parte basamentale.</p><p rend="text">Tornando alla pianta Schiavoni, è interessante notare la presenza nel cortile di altri due elementi: sul lato destro, una scalinata a quattro rampe con pozzo centrale, presumibilmente proprio dove si trovava anche quella della residenza di Giovanni Andrea di Giorgio descritta dalla perizia del 1662 e, specularmente, sul lato opposto del cortile, una piccola cappella. Si riscontra qui, se vogliamo, una prima incongruenza tra la rappresentazione tardo-ottocentesca e l’attuale configurazione del complesso, dal momento che oggi la chiesetta insiste sì sul lato sinistro, ma nel primo cortile a ridosso di via Belvedere, al punto che un’absidiola, con la sua convessità e le tre finestre arcuate, sporge dal muro di cinta dell’intera proprietà (Fig. 7).</p><p rend="text">Una descrizione della villa si deve a Tommaso Fasano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-022"><hi xml:id="endnote-022-backlink">22</hi></ref></hi>, il quale, alla fine del Settecento, nonostante lo stato di abbandono, la giudicava «molto bella, perocchè molto bene edificata, e comoda e piacevole e ornatissima». Fasano si sofferma in particolare sul cortile interno, quindi sulla «magnifica scala» che conduce al livello superiore ma, soprattutto, su «certe stanze terrene a volta e comunicanti tra loro, le quali son graziosamente dipinte di belli arabeschi con finte teste d’eroi»: si tratta del loggiato prospettante sul giardino rappresentato nella pianta Schiavoni, la cui funzione, considerata l’esposizione a sud, era quella di offrire riparo dalla luce e dal calore. Trovano menzione anche il viale che costeggia ancora oggi il giardino, allora terminante in «una artifiziosa e bella fontana», nonché il «pavimento marmoreo d’opera tessellata a più colori» ma, soprattutto, il distico inciso sulla porta della prima delle stanze loggiate: <hi rend="italic">Accitus Romam quandoque a Vomere Consul; Ad Vomeris villam Consul ab urbe venit. Anno MDLXXVIIII</hi>.</p><p rend="text">Secondo l’interpretazione fornita da Fasano, il primo «<hi rend="italic">Consul</hi>» sarebbe il romano Lucio Quinzio Cincinnato che, dalla campagna, «<hi rend="italic">a Vomere</hi>»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-023"><hi xml:id="endnote-023-backlink">23</hi></ref></hi>, fu chiamato a Roma appunto come console e, più tardi, eletto dittatore; il secondo «<hi rend="italic">Consul</hi>», questa volta utilizzato in senso lato a indicare una generica carica giuridica, si riferirebbe a «un illustre Reggente della nobile famiglia de’ Galeoti», il quale, al contrario, dalla città di Napoli si trasferì nella villa del Vomero. Tuttavia, l’elemento più interessante del componimento è proprio la data. Se Fasano attribuiva giustamente il rinnovamento della villa a Giacomo Capece Galeota, si lasciava invece trarre nell’errore di ricondurlo all’anno 1579 riportato nel distico, nonostante il reggente fosse vissuto solo nel secolo successivo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-024"><hi xml:id="endnote-024-backlink">24</hi></ref></hi>. D’altra parte, mentre le ricerche qui presentate permettono di risalire alla fase costruttiva immediatamente precedente a quella dovuta a Giacomo Capece Galeota, non è ancora stato possibile verificare se Giovanni Andrea di Giorgio, anche egli togato, possedesse la villa già nel 1579 o se, invece, il componimento sia da attribuire a un ancora differente proprietario<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-025"><hi xml:id="endnote-025-backlink">25</hi></ref></hi>.</p><p rend="h2">Uno sguardo alle vicende successive</p><p rend="text">Mentre si è finora posta l’attenzione sulla parte centrale della villa Regina come rappresentata in tutta la cartografia storica, quindi quella articolata attorno al grande cortile esposto a sud, un’altra costruzione si distingue sul lato occidentale. Apparentemente separata dal resto del complesso da una via trasversale alla strada del Vomero, nella pianta Schiavoni si vede chiaramente come quello che oggi porta il nome di vicoletto Belvedere conducesse, in realtà, a un ulteriore ingresso alla stessa proprietà.</p><p rend="text">Oltre che dalla rappresentazione tardo-ottocentesca, un’accurata descrizione di questo corpo di fabbrica si ricava dalla perizia redatta nel 1832 dall’architetto Luigi Morra al fine di descrivere i beni appartenuti ad Antonio Tramontano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-026"><hi xml:id="endnote-026-backlink">26</hi></ref></hi>. Nel 1813, infatti, i fratelli Gaspare e Antonio Tramontano entrarono in possesso di «un piccolo casamento di tre bassi, e quattro camere superiori sito nella villa del Vomero» proveniente dall’eredità di Luigi Capece Galeota, VI duca di Regina e di Sant’Angelo a Fasanella<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-027"><hi xml:id="endnote-027-backlink">27</hi></ref></hi>, cui, negli anni immediatamente precedenti o successivi, annessero anche un «casino grande» e un «terreno seminatorio, arbustato, vitato, e fruttato» di quattordici moggia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-028"><hi xml:id="endnote-028-backlink">28</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Mentre il «casino piccolo», con il cortile esposto a ovest, corrispondeva all’edificio immediatamente a ridosso della strada del Vomero, l’attuale vicoletto Belvedere consentiva l’accesso al cosiddetto «casino grande», i cui ambienti si aprivano su un altro cortile esposto a sud tramite un loggiato su due livelli, dei quali sopravvive ancora quello inferiore (Fig. 8). Sul lato sinistro di questo spazio aperto, si apriva, poi, «un vano grande con chiusura a cancello, e rampa consecutiva di terrapieno», che altro non era se non il percorso che costeggiava a sud il giardino dei duchi di Regina e che persiste ancora all’interno dell’attuale parco Lamaro.</p><p rend="text">Se si escludono le vicende relative a quella che divenne nota come villa Tramontano, non molto si conosce del resto del complesso fino agli inizi del Novecento, quando, secondo le fonti bibliografiche, l’ultimo Capece Galeota cedette la proprietà alle suore dell’ordine del Buon Pastore<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-029"><hi xml:id="endnote-029-backlink">29</hi></ref></hi>. Dopo aver ospitato per decenni la scuola secondaria di primo grado Andrea Belvedere, nel 2011 questa fu trasferita nella sede di vico Acitillo, apparentemente a causa dei ritardi accumulati dal Comune di Napoli nella corresponsione dell’affitto. Da allora, a parte un paio di occupazioni non autorizzate negli anni immediatamente successivi allo sfratto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-030"><hi xml:id="endnote-030-backlink">30</hi></ref></hi>, l’immenso edificio con la sua grande corte rivolta verso il mare giace abbandonato e chiuso alla vista dei cittadini oltre il muro, appunto cieco, che lo cinge su via Belvedere.</p>
      
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