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        <title type="main" level="a">La villa Rossi del Barbazzale a Capodimonte: ricostruzione storica e ipotesi di localizzazione nel luogo di fondazione del Palazzo reale</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0009-0006-3680-7131" type="ORCID">
            <forename>Pasqualina</forename>
            <surname>Uccello</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Campania Luigi Vanvitelli, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>NeaVia La villa napoletana. Antichità e natura tra Rinascimento e Barocco</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0854-3</idno>) by </resp>
          <name>Maria Gabriella Pezone, Angela Michela Convertini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.20</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>While the presence of splendid ancient and modern villas in the hills of Posillipo and Vomero is widely documented, the history of the villas of Capodimonte seems to have been overshadowed by the subsequent foundation of the royal site of Capodimonte. This article attempts to reconstruct the topography of the area chosen by King Charles prior to the construction of the palace. The genealogy of the Rossi del Barbazzale family and the reconstruction, based on documentary evidence, of its extensive properties in the area where the royal palace was built, reveal a widespread settlement of villas between the 16th and 18th centuries. In the case of the Rossi del Barbazzale building complex, the existing architecture was completely demolished to make way for the large construction site of the Bourbon palace.</p>
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            <item>Capodimonte</item>
            <item>Rossi del Barbazzale</item>
            <item>Villa</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.20<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.20" /></p>
      <p rend="h1_chapter">La villa Rossi del Barbazzale a Capodimonte: ricostruzione storica e ipotesi di localizzazione nel luogo di fondazione del Palazzo reale</p><p rend="h1_author ParaOverride-1">Pasqualina Uccello</p><p rend="h2">Capodimonte e la diffusione dell’edilizia rurale dall’epoca romana alla modernità</p><p rend="text">Laddove per le colline di Posillipo e del Vomero è ampiamente documentata la presenza di splendide ville appartenenti alla classe dirigente in epoca romana e in epoca rinascimentale, di cui oggi sono in alcuni casi ben visibili le tracce, la storia delle ville sorte sulla collina di Capodimonte appare invece annullata dalla preminenza della successiva fondazione della reggia borbonica: il toponimo <hi rend="italic">Capodimonte</hi> è, infatti, nell’immaginario collettivo, indissolubilmente legato dalla storiografia alla tenuta e al palazzo, la cui edificazione iniziò nel 1738 per volere di Carlo di Borbone agli albori del nuovo regno autonomo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-001"><hi xml:id="endnote-001-backlink">1</hi></ref></hi>, con le celebri collezioni d’arte custodite nella reggia-museo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-002"><hi xml:id="endnote-002-backlink">2</hi></ref></hi>, e il fitto bosco in cui i sovrani tanto amavano praticare la caccia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-003"><hi xml:id="endnote-003-backlink">3</hi></ref></hi>. Una tale rappresentazione storiografica, imperniata esclusivamente sul ruolo della monarchia borbonica e poi napoleonide nella definizione della morfologia della collina e della sua viabilità, àncora Capodimonte esclusivamente a un’epoca recente e non consente di uscire dal già noto.</p><p rend="text">Anche la collina di Capodimonte, in realtà, fu interessata dall’insediamento di ville,<hi rend="italic"> </hi>specificamente in quei luoghi caratterizzati dalla presenza di resti antichi con costruzioni rustiche e funerarie<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-004"><hi xml:id="endnote-004-backlink">4</hi></ref></hi>. Già in epoca romana, difatti, questo territorio rappresenta uno snodo fondamentale per i collegamenti della città con le regioni circostanti, essendo allacciato, come lo è ancora adesso, alla strada che raggiunge le importanti città a nord di Napoli. Il fatto che oggi sia rimasto ben poco delle costruzioni antiche non implica affatto che queste non siano esistite: successivamente, proprio sulla base del modello romano, e molte volte anzi materialmente riutilizzandone i resti o i suoli, nelle epoche successive le famiglie aristocratiche e appartenenti alle classi dirigenziali continuarono a edificare ville ai margini del contesto cittadino, in zone di rilevante interesse geografico, sfruttando i punti panoramici sulla città; proprio queste ville contribuirono a plasmare il paesaggio, costituendo riferimenti visuali nel profilo della città «alla pari dei più vistosi esempi di architettura pubblica»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-005"><hi xml:id="endnote-005-backlink">5</hi></ref></hi>. In linea con lo sviluppo dei sobborghi collinari napoletani, Capodimonte, nella sua posizione di crocevia e di passaggio, è stata dunque un polo attrattivo per la costruzione di ville, masserie e casini di delizie, che ne hanno plasmato l’identità urbana.</p><p rend="text">I dati storici dimostrano infatti che lo stesso sito reale di Capodimonte non si è impiantato su di una <hi rend="italic">tabula rasa</hi>, né in una zona esclusivamente boschiva. Piuttosto, il territorio era suddiviso in tenimenti agricoli, case<hi rend="italic"> palaziate</hi> e rustiche appartenenti ad esponenti del potere cittadino quali corporazioni religiose, nobili famiglie e magistrati. Dalle poche fonti cartografiche disponibili<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-006"><hi xml:id="endnote-006-backlink">6</hi></ref></hi> (Fig. 1) si desume che la zona era ben popolata, nonostante la vocazione agricola del territorio, come conferma anche la descrizione del Celano di fine Seicento: «nel piano detto Capo di Monte si veggono molti delitiosi casini con le loro ville di diversi nobili, ed un convento de’ frati minori conventuali dedicato a San Francesco. Questo riconosce la sua fundatione da Fabio Rosso, nobile della piazza della Montagna»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-007"><hi xml:id="endnote-007-backlink">7</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">I Rossi del Barbazzale, alla cui casata appartiene Fabio, sono una famiglia del patriziato napoletano del Seggio di Montagna di lunga tradizione. Benché censita nelle pubblicazioni araldico-genealogiche del Regno di Napoli, tale famiglia tuttavia raramente è stata oggetto di studio nell’ambito della letteratura scientifica di riferimento e risultano altresì rare le ricerche sulla grande operazione immobiliare della corte carolina di acquisto, modifica e demolizione delle architetture preesistenti, tra cui appunto la villa che i Rossi del Barbazzale hanno posseduto durante i secoli XVI-XVIII a Capodimonte. Non ultimo, la perdita della documentazione della Prima Segreteria di Stato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-008"><hi xml:id="endnote-008-backlink">8</hi></ref></hi>, riferita proprio agli anni di nostro interesse, ha determinato un vuoto storiografico sull’argomento. Tra l’altro, finanche gli scrittori coevi all’impresa edilizia del sito reale di Capodimonte sembrano omettere ogni notizia circa la distruzione della villa Rossi occorsa per fare spazio al real casino: una tale omissione può essere spiegata con l’opportunità di non pubblicizzare la distruzione di una antica villa napoletana “solo” per il capriccio di costruirne un’altra esattamente in quel punto della collina.</p><p rend="text">Nel presente contributo si intende dunque colmare almeno in parte tale vuoto storiografico, evidenziando l’importanza dell’acquisizione della proprietà dei Rossi ai fini della costituzione del sito reale a Capodimonte e il ruolo assunto dalla medesima famiglia nello sviluppo edilizio dell’area fino al XVIII secolo, nonché il peso che questa ha avuto nella contribuzione a un cospicuo donativo, destinato al re Carlo al fine di proteggere gli interessi dei nobili napoletani sulla proprietà feudale, messa a rischio dalle prime manovre economiche del governo borbonico.</p><p rend="h2">La famiglia Rossi del Barbazzale: origini e possedimenti in Capodimonte</p><p rend="text">Fabio Rosso citato dal Celano si può identificare in Fabio I senior, una delle figure di spicco della famiglia Rossi – l’avo di Fabio junior (1672-1750) che, come si vedrà in seguito, venderà a Carlo di Borbone la sua villa di Capodimonte – e viene citato nel 1598 tra i proprietari dei poderi nelle prossimità della chiesa di Santa Maria delle Grazie di Capodimonte, all’epoca della nuova organizzazione delle parrocchie di Napoli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-009"><hi xml:id="endnote-009-backlink">9</hi></ref></hi>. Le numerose masserie che sorgono attorno a questa parrocchia danno l’idea della «particolare struttura sociale di questi quartieri in vivacissima espansione»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-010"><hi xml:id="endnote-010-backlink">10</hi></ref></hi>; la masseria di Fabio Rosso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-011"><hi xml:id="endnote-011-backlink">11</hi></ref></hi> è, infatti, enumerata dopo quella del monastero di Santa Caterina a Formiello, di Francesco Altomare, e di Ascanio Muscettola, queste ultime personalità in vista del secondo Cinquecento napoletano: tale periodo è descritto d’altronde dalla storiografia come un momento di grande fermento sociale, in cui molte famiglie sono impegnate nel conseguimento dei presupposti patrimoniali necessari ad imporsi nell’ambiente della nobilità feudale del Regno, anche attraverso investimenti immobiliari in zone nuove della città di Napoli, le quali assicurano, tra l’altro, un’alta produttività agricola specializzata a pochi passi dalle mura della città<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-012"><hi xml:id="endnote-012-backlink">12</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">La villa di Fabio Rosso, in realtà, doveva essere stata edificata molto prima del 1598: infatti già nel 1550, ben quarant’anni prima dell’istituzione della chiesa di Santa Maria delle Grazie, fu fondata la chiesa di Santa Antonio a Capodimonte, indicata nella pianta Baratta al numero 82 (Fig. 2), dove è rappresentata sul ciglio del masso tufaceo sotto il quale si apre la strada che scende biforcandosi tra via Cristallini e la Sanità e la cui fondazione, come affermato d’altronde dal Celano, è concordemente attribuita proprio a Fabio Rosso I<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-013"><hi xml:id="endnote-013-backlink">13</hi></ref></hi>. Tale casa e convento, chiamata anche di San Francesco a Capodimonte, fu poi rasa al suolo nel periodo francese nell’ambito del rifacimento dell’area intorno alla Reggia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-014"><hi xml:id="endnote-014-backlink">14</hi></ref></hi>. È dunque plausibile che la villa di Fabio Rosso fosse preesistente o quantomeno coeva all’adiacente monastero fondato per sua iniziativa e che quindi facesse parte del panorama della collina ancora prima del 1598: la presenza dei Rossi già a metà del secolo può essere inferita anche dalla donazione, risalente al 1565, di una masseria con casa, posta nell’attuale zona di Porta Miano del Bosco di Capodimonte, fatta da una prozia di Fabio, Beatrice Rossa, al monastero benedettino femminile di San Potito, di cui era arcibadessa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-015"><hi xml:id="endnote-015-backlink">15</hi></ref></hi>. La famiglia, dunque, ha legami antichi con la collina.</p><p rend="text">Mazzella e De Lellis citano Fabio tra le personalità più eminenti della famiglia Rossi del Barbazzale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-016"><hi xml:id="endnote-016-backlink">16</hi></ref></hi>. Tra i migliori spadaccini del tempo, Fabio Rosso I fu un soldato molto stimato: ricevette dal viceré Pedro Pacheco Ladrón de Guevara la <hi rend="italic">tenentia</hi> della <hi rend="italic">Compagnia di gente d</hi><hi rend="italic">’arme</hi>; partecipò alle guerre d’Italia, fu eletto sindaco della sua Piazza dal parlamento napoletano del 1566 e l’anno successivo fu nominato capitano di guerra nel Monte Sant’Angelo dal viceré duca d’Alcalà per proteggere le coste della città dalle incursioni turche. De Lellis e D’Engenio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-017"><hi xml:id="endnote-017-backlink">17</hi></ref></hi> descrivono la lapide intitolata a Fabio nella cappella di famiglia, all’interno della sacrestia della chiesa di San Lorenzo Maggiore<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-018"><hi xml:id="endnote-018-backlink">18</hi></ref></hi>, a testimonianza del fatto che fu una delle personalità più importanti del suo tempo, al punto da avere un proprio spazio in questa chiesa regia.</p><p rend="text">Dal pronipote di Fabio I, Giuseppe Rosso (+ 8 febbraio 1728) e Faustina Sanchez de Luna (1651-1730) nacquero Fabio III (1672-1750) e Francesco (1677-1771). Fabio si coniugò nel 1713 con Maria Carafa di Montecalvo, da cui ebbe un’unica figlia, Faustina. Quest’ultima ebbe in sorte di andare in sposa allo zio Francesco, il fratello di suo padre, con cui generò Maria l’ultima rappresentante con la quale la famiglia si estinse<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-019"><hi xml:id="endnote-019-backlink">19</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Tra i pochi a ricordare l’omonimo discendente di Fabio I, Fabio Rossi III, è Michelangelo Schipa, che lo cita, a ben ragione, nel capitolo sulla fondazione del sito reale di Capodimonte: «su quella mena e recondita collina, […] accanto alle masserie, a’ casolari, alle capanne, erano sorti i casini e villa e palazzi sontuosi di gran signori, di ricchi magistrati e commercianti, dei conventi ed altri istituti. Famose, a Capodimonte, la villa di Don Fabio Rossi […]»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-020"><hi xml:id="endnote-020-backlink">20</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Tale Fabio Rosso III, patrizio napoletano del Sedile di Montagna, l’8 novembre 1737 stipulò un contratto per la vendita della sua villa di Capodimonte con la Real Azienda<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-021"><hi xml:id="endnote-021-backlink">21</hi></ref></hi>, l’organo supremo di direzione e controllo di tutti gli affari finanziari del Regno<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-022"><hi xml:id="endnote-022-backlink">22</hi></ref></hi>, incaricato dal re Carlo di occuparsi delle <hi rend="italic">cautele</hi> per rilevare la proprietà dei terreni utili a costruire un casino annesso alla tenuta per la caccia. Già due anni prima, nel 1735, la corte borbonica aveva preso possesso dei territori poco distanti, trasformati in riserva, racchiusi da mura e accessibili dalla porta che successivamente si chiamerà “Porta di Mezzo” del Bosco di Capodimonte.</p><p rend="text">Nel testo del protocollo dei notai di corte Giuseppe e Giovanni Ranucci si legge infatti:</p><p rend="quotation_b">«E desiderosa la Maestà Sua di formare e piantare vicino a detto parco un casino per maggior comodo suo, e di poi ha prescelto avvalersi del fondo e suolo della masseria e case di detto signor Fabio Rosso poco distante da detto parco unitamente con altri fondi di case vicine di differenti padroni ai medesimi censuate dallo stesso Fabio»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-023"><hi xml:id="endnote-023-backlink">23</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Come già accennato e come si descriverà <hi rend="italic">infra</hi> più approfonditamente, si trattava di un complesso edilizio articolato, esteso dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie fino al limite meridionale della collina. Grazie alle informazioni contenute nei protocolli reali è stato possibile ricostruire, a ritroso, la storia patrimoniale del comprensorio edilizio, e la sua articolata composizione, di diversa provenienza, frutto di varie acquisizioni nel corso dei secoli precedenti, di cui non si riscontra più alcuna testimonianza materiale.</p><p rend="h2">La villa di Capodimonte dei Rossi del Barbazzale. La descrizione della proprietà e la stima economica</p><p rend="text">La testimonianza più dettagliata, precedente all’acquisto della Regia Corte, dell’esteso comprensorio edilizio ed agricolo posseduto dai Rossi del Barbazzale a Capodimonte è del 19 marzo 1730, anno in cui venne redatto l’inventario dei beni lasciato in eredità a Fabio III alla morte del padre Giuseppe Rosso. Fabio III, primo figlio di Giuseppe, oltre ad ereditare il titolo di marchese di Montesilvano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-024"><hi xml:id="endnote-024-backlink">24</hi></ref></hi>, fu eletto come destinatario dei «beni, oro, argento lavorato, non lavorato, denari contanti presenti e futuri»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-025"><hi xml:id="endnote-025-backlink">25</hi></ref></hi>. L’articolato territorio a Capodimonte, composto da case e giardini, viene così descritto:</p><p rend="quotation_b">«[…] due palazzi con decorosa abitazione con tre giardini uniti a ciascheduno palazzo. Due masserie in circa 30 moggia, due botteghe di pizzicarolo, una di esse con molta abitazione di sopra con una chianga di sotto e inchiuso per comodità della medesima. Un’osteria con più camere sopra con giardino in piano a dette camere e ivi contiguo accosto alla detta abitazione una bottega di sportellaro. Un casino con cortile e giardino assegnati per patrimonio al reverendo Gabriele fratello di Fabio»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-026"><hi xml:id="endnote-026-backlink">26</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Dalla descrizione risulta chiaro che si tratti di una gamma varia di immobili, alcuni dedicati all’abitazione del medesimo padrone – per la cui casa <hi rend="italic">palaziata</hi> con giardino e masseria Fabio spese più di 2200 ducati per rifazioni, aumenti di volumetrie ed abbellimenti, nel corso di 14 anni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-027"><hi xml:id="endnote-027-backlink">27</hi></ref></hi> – altri adibiti all’uso dei coloni, ed altri ancora atti ad ospitare esercizi commerciali come quella della bottega e del macello. Oltre alla descrizione degli immobili, meraviglia certamente quella dei beni mobili: dal testamento, infatti, risulta che Giuseppe possedeva ben settanta dipinti distribuiti nella galleria e altre stanze, e numerosi mobili antichi e di pregio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-028"><hi xml:id="endnote-028-backlink">28</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Dai confini descritti nel lascito testamentario è possibile desumere con discreta certezza che il luogo in cui si estendeva la villa della famiglia Rossi del Barbazzale attualmente fa parte del Museo e Real Bosco di Capodimonte; in particolare, la zona interessata corrisponde all’area della reggia e dei giardini circostanti, delimitato a sud-ovest dal confine naturale del piano della collina, la quale diventa successivamente ripida e scoscesa, e a nord-est dal viale centrale che attualmente collega la porta Piccola alla porta Grande del Real Bosco di Capodimonte, e che, all’epoca della fondazione del sito, era la via pubblica che portava dalla città di Napoli al limitrofo casale di Miano (Fig. 3).</p><p rend="text">Gli stralci dell’apprezzo contenuti nell’atto dei notai di corte Ranucci<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-029"><hi xml:id="endnote-029-backlink">29</hi></ref></hi> offrono una sintesi della descrizione fisica della proprietà, in puntuale riferimento alla legenda di una pianta, purtroppo non rinvenuta nel protocollo. L’apprezzo ci ragguaglia su diverse case, cortili, spiazzi, giardini, fontane, due masserie e gli esercizi commerciali di un macello, di un’osteria e una bottega, contraddistinte da lettere e numeri per il rimando al disegno.</p><p rend="text">In assenza di piante e disegni e delle tracce materiali della villa, tutt’altro che facile risulta ricostruire la distribuzione di edifici e giardini della villa dei Rossi, ogni traccia dei quali è stata cancellata dalla successiva fondazione del Palazzo reale. Attenendoci alle sole fonti testuali, sono indicate tre grandi case: «la prima, la più principale coi suoi cortili, spiazzi, giardini fontane e altre comodità», alla quale si accedeva dalla via pubblica «mediante largo e spiazzoso portone coperto a lamia ed un lungo viale e con suoi spiazzi giardini e boschetto»; una seconda casa «con i suoi giardini collaterali […] allegata alla precedente descritta», situata «nella testa del viale giusta la sua descrizione così di fabbriche come di spiazzi, giardini, fontana ed altro»; una terza «casa palaziata con giardino con alcuni piedi di gelsi» situata «infine il medesimo viale a destra, a fianco della chiesa di San Francesco con suo giardino a fronte della via pubblica». Oltre a queste fabbriche, sono annotate quattro case ad uso dei coloni all’interno delle masserie, case «per comodo della casa palaziata», altre due case non meglio descritte, una piccola cappella, e infine tre case per uso di osteria, di macello e di bottega lungo la strada pubblica. Vi erano poi alcune porzioni di territorio «in fronte alla strada, di vari particolari», che pagavano un annuo censo alla famiglia Rossi, e una masseria di 27 moggi, al cui interno sono distinte una masseria grande e un’altra piccola. Con tutta probabilità queste ultime facevano parte delle proprietà che Giuseppe Rosso, il 14 luglio 1674, acquistò da Alessandro Felice Rovito, duca di Castel Saraceno e Santomango<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-030"><hi xml:id="endnote-030-backlink">30</hi></ref></hi>, in qualità di erede del reggente Scipione Rovito<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-031"><hi xml:id="endnote-031-backlink">31</hi></ref></hi>. Nello strumento di vendita è descritta infatti una masseria di 20 moggi circa, con una casa grande <hi rend="italic">palaziata</hi> e una casa piccola, corredata di terreni coltivati, forni e altre comodità, e con giardini connessi alla masseria e alla casa, siti nelle vicinanze della chiesa di San Francesco. La villa del reggente Scipione a Capodimonte è stata studiata per gli abbellimenti pittorici di gran pregio, segno del suo prestigio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-032"><hi xml:id="endnote-032-backlink">32</hi></ref></hi>, ma sinora non era però mai stato evidenziato che la proprietà del famoso giureconsulto fosse ricompresa all’interno dei possedimenti della famiglia dei Rossi del Barbazzale.</p><p rend="text">Numerosi elementi inducono ad affermare che nel complesso si tratta di una villa lussuosa, confacente al rango dell’importante famiglia di seggio di lunga tradizione, edificata sul ciglio del promontorio e dunque a favore dello splendido panorama sulla città di Napoli e del golfo, ma anche di una villa altamente produttiva, grazie ai tenimenti agricoli e alle attività commerciali, come si evince dalla stima dei periti:</p><p rend="quotation_b">«gli stabili, loro sito e rendita e le spese voluttuose fatte da Fabio in formare giardini pensili, boschetti fontane acquedotti tufulature e conserve d’acqua, pitture altri simili abbellimenti fatti dal signor Fabio, considerato ancora il prospetto che godono della città mare colline piani e monti che rendono detti stabili oltremodo deliziosi. E considerato ancora che alcuni corpi stavano destinati in particolari industrie che davano notabile lucro al detto Fabio, hanno apprezzati nel seguente modo: per le quattro case dentro la masseria con giardini, boschetto, suoli di vie, spiazzi e cortili, osteria, chianca e botteghe per ducati 45.248.2.10»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-033"><hi xml:id="endnote-033-backlink">33</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Non sfugge a Michelangelo Schipa l’esosa stima economica valutata per rilevare la villa Rossi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-034"><hi xml:id="endnote-034-backlink">34</hi></ref></hi>: tra le proprietà risulta infatti quella più cara e maggiormente incidente sulla somma complessiva di un milione di ducati impiegata, come riportato dell’autore – che ha avuto la possibilità di consultare gli archivi di Casa Reale prima dei danni di guerra – solo per avviare la realizzazione del sito reale di Capodimonte.</p><p rend="text">In realtà, l’iniziativa finanziaria messa in atto dalla Real Azienda finalizzata alla compravendita risulta essere solo limitatamente fondata sull’effettivo trasferimento di denaro. Dai riscontri documentari presso l’Archivio del Banco di Napoli risulta infatti che la Regia Corte non versò mai per intero ai Rossi la cifra stimata per l’acquisto della villa. La notevole somma di oltre 45.000 ducati conferita il 17 dicembre 1737 da Giovanni Brancaccio, soprintendente della Real Azienda, tramite il Banco dello Spirito Santo, sul conto di Fabio Rosso, venne infatti subito parzialmente girata dal medesimo Fabio al conto della Deputazione del Donativo di un Milione, una sorta di collegio nobiliare, di cui lui stesso era membro, la cui istituzione era finalizzata a raccogliere il donativo di un milione di ducati da corrispondere alla corona borbonica in cambio della rinuncia alla remissione dei feudi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-035"><hi xml:id="endnote-035-backlink">35</hi></ref></hi>. Nello specifico Fabio utilizzò per sé, nell’anno successivo, solo parte dei soldi ricevuti, precisamente 15.248.10 ducati, per appianare i debiti pregressi con vari creditori<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-036"><hi xml:id="endnote-036-backlink">36</hi></ref></hi>: i rimanenti 30.000 ducati vennero da lui appunto trasferiti al conto della Deputazione del Donativo del Milione pochi giorni dopo la ricezione del danaro dalla Regia Corte e quindi furono destinati a tornare nella disponibilità della corona, in una sorta di partita di giro finanziaria (Fig. 4).</p><p rend="text">Alla luce di tale dinamica, è possibile ridimensionare parzialmente la stima totale, riportata da Schipa, di un milione di ducati servita per l’acquisto dei terreni ed edifici nell’area prescelta per il casino e tenuta reali. Gli studi sul bilancio per le spese di Casa Reale negli anni 1735-1739<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-037"><hi xml:id="endnote-037-backlink">37</hi></ref></hi> dimostrano, prima di tutto, che l’intenzione del governo borbonico fu quella di ridurre al minimo l’emissione di moneta per tale operazione finanziaria: il pagamento del corrispettivo ai proprietari non avvenne in un’unica soluzione, ma fu dilazionato in rate soggette a interesse. Inoltre, molta parte del denaro pagato ai precedenti possessori fu, come detto, nuovamente girato al re sotto forma di donativo volontario, come era accaduto a Fabio Rossi. La somma totale fu dunque da una parte dilazionata nella restituzione e dall’altra in qualche modo recuperata grazie alla raccolta del Donativo. Purtroppo, non conosciamo i retroscena di questa trattativa e non ci è dato sapere quale sia stato l’effettivo tornaconto di Fabio Rosso per aver “regalato” 30.000 ducati al re Carlo. Infatti, Fabio non sembra acquistare posizioni nell’<hi rend="italic">entourage</hi> di corte, né sono documentati ruoli per sé e i suoi nell’amministrazione statale successivamente alla vendita.</p><p rend="h2">Le famiglie Rossi del Barbazzale e Brancaccio sulla collina di Capodimonte</p><p rend="text">La vendita della proprietà per la realizzazione del reale casino di caccia comportò, pochi mesi dopo, l’organizzazione, da parte della Regia Corte, delle attività di appalto e aggiudicazione delle imprese edili per i lavori di abbattimento delle fabbriche preesistenti, cioè di «retagliamento e spianamento livellatura e trasporto, con misurazione di sfabricamento, con riserba delle pietre, servibile da ammacerarle ove sarà ordinato»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-038"><hi xml:id="endnote-038-backlink">38</hi></ref></hi>. Intanto, dato che l’immobile ceduto era la sede della residenza storica di famiglia, dopo l’esproprio Fabio Rosso fu costretto a trasferirsi, e lo farà poco lontano, nelle case della masseria Brancaccio trasformate in uno «specioso casino».</p><p rend="text">I legami tra i Rossi del Barbazzale e i Brancaccio Glivoli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-039"><hi xml:id="endnote-039-backlink">39</hi></ref></hi>, entrambe famiglie storiche del Regno di Napoli con origini molto antiche e una genealogia ricca di personaggi illustri, non sono solo di tipo parentale. Fabio Rossi III, infatti, acquisisce in via ereditaria il titolo di marchese di Montesilvano proprio dai Brancaccio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-040"><hi xml:id="endnote-040-backlink">40</hi></ref></hi>: Lelio Brancaccio I<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-041"><hi xml:id="endnote-041-backlink">41</hi></ref></hi> (1537-1599), arcivescovo di Taranto, è il possessore di una masseria a Capodimonte, che perviene nelle proprietà del nipote Alfonso Brancaccio, il cui figlio Francesco sposò Beatrice Rossi, la figlia di Francesco Rosso (1581-1654) e nipote di Fabio Rosso I. Francesco e Beatrice generarono Lelio Brancaccio III, terzo perché a chiamarsi così, prima di lui, furono il sopradetto Lelio I, arcivescovo di Taranto, e Lelio II<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-042"><hi xml:id="endnote-042-backlink">42</hi></ref></hi> (1560 ca.-1637), «cavaliere di Malta, primo Marchese di Montesilvano»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-043"><hi xml:id="endnote-043-backlink">43</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Quest’ultimo, che era cugino di Francesco Rosso, rappresenta una personalità molto interessante per la storia del Regno di Napoli e di Spagna. Lelio II iniziò la carriera militare come cavaliere di Malta, nel ruolo di capitano di numerose fanterie dell’esercito spagnolo. Nel 1609 divenne membro del Consiglio Collaterale e scrisse <hi rend="italic">Carichi militari o Fucina di Marte</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-044"><hi xml:id="endnote-044-backlink">44</hi></ref></hi>, opera che vanta ben tre edizioni in trent’anni. Rappresentò le lagnanze dei patrizi napoletani nel 1619 presso la corte di Filippo III contro l’operato del duca di Osuna, che contribuirono alla destituzione del viceré.</p><p rend="text">Ed è grazie a Lelio II, infatti, che la famiglia Brancaccio arriva a possedere il Marchesato di Montesilvano, concesso dal re Filippo IV di Spagna, in virtù dei servigi militari prestati nelle Fiandre. Prefetto dell’Annona della città di Napoli dal 1624, ricoprì altri prestigiosi incarichi militari per conto del re spagnolo, che gli resero nel 1634 il massimo riconoscimento allora possibile, ovvero l’elezione nel Supremo Consiglio di Stato di Spagna. Conosciamo le sue fattezze grazie ad una bellissima stampa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-045"><hi xml:id="endnote-045-backlink">45</hi></ref></hi>, il cui disegno è stato realizzato da Anton van Dyck (1599-1641), celebre pittore di corte fiammingo e incisa da Nicolaes Lauwers uno dei migliori artisti della “Scuola di Rubens”<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-046"><hi xml:id="endnote-046-backlink">46</hi></ref></hi> (Fig. 5).</p><p rend="text">Successivamente i titoli di Lelio III, il già citato figlio di Beatrice Rossi e Francesco Brancaccio, per mancanza di eredi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-047"><hi xml:id="endnote-047-backlink">47</hi></ref></hi>, vennero trasmessi al cugino Giuseppe Rosso, figlio di Fabio II, fratello di Beatrice, ma non il patrimonio immobiliare della famiglia Brancaccio, per le ultime volontà espresse da Lelio Brancaccio in un dettagliato testamento del 24 luglio 1597<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-048"><hi xml:id="endnote-048-backlink">48</hi></ref></hi>. La masseria di Capodimonte, con case, giardini e selva, fu donata ai Padri del monastero di Santa Maria maggiore della Pietrasanta, che ne entrarono in possesso successivamente alla convenzione stipulata con Tiberio Brancaccio il 9 aprile 1733<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-049"><hi xml:id="endnote-049-backlink">49</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Anche se i Rossi del Barbazzale non furono mai i proprietari della limitrofa villa dei loro parenti Brancaccio, dal 1720 abitarono comunque alcune delle case della masseria.</p><p rend="text">Tali informazioni provengono dalle carte di un processo giudiziario tra i Rossi del Barbazzale e il monastero di Santa Maria Maggiore del 1751, riguardante una contesa su alcuni corpi di fabbrica nella proprietà Rossi che avrebbero secondo i Padri arrecato danno alla loro casa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-050"><hi xml:id="endnote-050-backlink">50</hi></ref></hi>. Dagli atti, infatti, è stato possibile ricostruire che i fratelli Antonio e Fabio Rossi presero possesso di parte dei possedimenti di Capodimonte dei Brancaccio-Pietrasanta e che si dedicarono alla miglioria di tali stabili, trasformandoli in «speciosi casini».</p><p rend="text">Le liti giudiziarie rappresentano fonti preziose per la ricerca storica: nel nostro caso restituiscono una sintesi delle trasformazioni avvenute nel corso del XVIII secolo sulla cortina di case lungo l’attuale via Sant’Antonio a Capodimonte, strada principale per raggiungere il piano della collina fino alla costruzione del corso Napoleone. Dal processo, dunque, risulta che gli edifici posti al confine occidentale della masseria della famiglia Brancaccio, erano, prima del Settecento, pressoché ruderi e che, a partire dal 1720, nell’arco di 30 anni, progressivamente si tramutarono nella «cospicua casa palaziata con specioso e delizioso giardino di rimpetto al venerabile convento dei padri conventuali di San Francesco». Dal 1720 al 1738 le case, concesse dai Brancaccio in enfiteusi perpetua al fratello di Fabio, il colonnello Antonio Rossi, subirono una prima trasformazione in «abitazione nobile»; dal 1738 in poi, da quando Fabio ne venne in possesso, subentrando al fratello Antonio nella titolarità dell’enfiteusi, successivi lavori di fabbrica portarono all’edificazione della «decorosa e magnifica casa palaziata con giardino».</p><p rend="text">L’acquisto da parte di Fabio Rosso nel 1738 del palazzo con casa e giardino del fratello Antonio è verosimilmente una diretta conseguenza della vendita alla Regia Corte, avvenuta pochi mesi prima, della sua dimora posta «sull’orlo della collina». Per ritornare allo sfarzo della villa distrutta per far posto al palazzo reale, Fabio nel 1744 decise di allargare e abbellire la nuova dimora. Innanzitutto, acquistò un suolo che consentì di «ingrandirsi ed inquadrarsi il suo giardino, per nuova convenzione avuta con i reverendi padri, questa misurata dal signor Buonocore nel 743, con pubblico istrumento dal ‘44 e concessa ad enfiteusi perpetua a detto Fabio per d. 13.1.15 l’anno, con averne pagate le annate decorse dal ‘39 al suddetto tempo»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-051"><hi xml:id="endnote-051-backlink">51</hi></ref></hi>. Il sopracitato documento è prezioso perché ci offre elementi utili a identificare il tenore dei lavori da farsi nel «casino specioso» di Fabio Rosso ricavato nel possedimento della Pietrasanta, alla luce di una allegata relazione a firma del regio ingegnere Martino Buonocore del 12 aprile 1743.</p><p rend="text">Oltre ad allargare il giardino, provvide ad ampliare l’appartamento, con la realizzazione di un’ampia loggia al piano nobile, che dava a est, con affaccio all’interno della masseria dei padri, e una rimessa nel piano inferiore. Non è certo, ma si può presumere che Martino Buonocore, insieme alla stima dei lavori, si occupò anche della loro realizzazione. Sappiamo infatti della sua assenza dal cantiere del palazzo di Carafa della Spina, per assumere nel 1744 la direzione del prestigioso cantiere nella certosa di Padula<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-052"><hi xml:id="endnote-052-backlink">52</hi></ref></hi>. La sua firma, tra l’altro, si legge a margine di una misura del 28 luglio 1751 allegata agli atti del processo Pietrasanta <hi rend="italic">vs</hi> Montesilvano, per alcuni lavori nel casino dei padri al centro della masseria<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-053"><hi xml:id="endnote-053-backlink">53</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Il casino dei marchesi di Montesilvano è raffigurato nella celebre pianta Carafa, sotto il nome «Casa e Poderi della Pietra Santa» al termine delle sue trasformazioni: posto di fianco al viale che portava dalla strada pubblica all’interno della masseria, è descritto in due corpi di fabbrica, con un accesso centrale conducente ad uno spiazzo a pianta semiovale, che a sua volta forma un’esedra di ingresso al giardino. Quest’ultimo risulta di estensione pari a quella degli edifici ed è diviso da quattro viali, i cui incroci determinano una composizione regolare di otto aiuole quadrangolari. Il casino rispetta le caratteristiche tipiche della casa nobiliare fuori città, con la loggia panoramica, che, in questo caso, inquadra la veduta del Vesuvio e della pianura orientale delle pertinenze di Napoli, con il giardino che costituisce il primo piano del panorama<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-054"><hi xml:id="endnote-054-backlink">54</hi></ref></hi> (Fig. 6).</p><p rend="h2">La proprietà dei Rossi-Brancaccio nei secoli XIX-XX</p><p rend="text">Nel secolo XIX, la masseria del Monastero di Santa Maria Maggiore fu oggetto di una seconda acquisizione dei territori di Capodimonte per un nuovo progetto della Regia corte sotto la dinastia francese dei Napoleonidi: nel 1806 furono infatti incorporati nei tenimenti regi nuovi territori limitrofi al sito reale di Capodimonte con lo scopo di ampliarne l’estensione e di realizzare attorno al sito reale una serie di ville da assegnare ad alti dignitari della corte<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-055"><hi xml:id="endnote-055-backlink">55</hi></ref></hi> (Fig. 7). La proprietà della Pietrasanta fu quindi concessa in donazione nel 1808 dal re Giuseppe Bonaparte al principe di Gerace Pasquale Serra, Gran Ciambellano di sua maestà. Tale progetto di realizzare una fascia di rappresentanza di ville semi-pubbliche da conferire, vita natural durante, agli ufficiali della corte francese, non proseguì tuttavia dopo la fine del Decennio. Con la restaurazione l’immobile fu requisito insieme agli altri beni donati al principe e restò tra le proprietà del demanio fino al 1819, quando venne parzialmente acquistato da Ottavio de Marsilio. Del passaggio di proprietà si dà conto nella pianta del R. Officio Topografico del 1828<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-056"><hi xml:id="endnote-056-backlink">56</hi></ref></hi> (Fig. 8), in cui si nota l’intestazione della villa alla Pietrasanta e a Marsigli, oltre alla presenza di un nuovo giardino con le tipiche aiuole tondeggianti all’inglese lungo la parte destra del viale interno alla masseria. Nella successiva pianta dello Schiavoni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-057"><hi xml:id="endnote-057-backlink">57</hi></ref></hi> (Fig. 9) anche il giardino del casino Rossi, che dal 1784 passa nelle proprietà della famiglia Sanfelice di Acquavella<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-058"><hi xml:id="endnote-058-backlink">58</hi></ref></hi>, appare organizzato diversamente da come rappresentato nella pianta Carafa: la precedente impostazione geometrica appare ridimensionata, a favore di un impianto maggiormente variegato, composto da aiuole tondeggianti che ne introducono altre tripartite e incentrate su di una essenza posta al centro della composizione. Attualmente il casino Rossi poi Acquavella corrisponde al n. 41 della via Sant’Antonio a Capodimonte, al cosiddetto Palazzo Cilento<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-059"><hi xml:id="endnote-059-backlink">59</hi></ref></hi> (Fig. 10), che mantiene a grandi linee l’impianto settecentesco degli edifici e il giardino. Della casa al centro della masseria, nonché dell’intera area agricola, non resta nessuna traccia, se non l’atrio e il viale interno.</p><p rend="text">Dagli anni Sessanta del XX secolo, infatti, è stato costruito il parco “Villa Teresa”, il complesso di nuove palazzine edificate attorno ai valloni dell’area. Il nome di “Villa Teresa” è mutuato da quello della proprietaria nei primi anni del Novecento, la marchesa Teresa Antonini Castiglione, moglie di Alfonso Dragonetti de Torres, i cui eredi vendettero alla società “Fondiaria Capodimonte” il 14 maggio del 1956 il complesso immobiliare descritto come segue:</p><p rend="quotation_b">«giardino e terreno seminatorio con piccole costruzioni per la custodia e la rimessa di carrozza, di pochissimi vani, annesse al cosiddetto palazzo di villeggiatura, costruzione che costituiva l’unità immobiliare di più rilevante valore, composto di piano terra e piano rialzato ora completamente e irrimediabilmente danneggiato in conseguenza del terremoto del 1931 e per le successive offese belliche causate da cadute di bombe in prossimità della casa ed infine per violento incendio scoppiato il 15 ottobre 1946 durato circa 36 ore per mancanza di acqua per l’estinzione».</p><p rend="text">Dalla pianta realizzata per il progetto edilizio a cura dell’ingegnere Antonio Guizzi si possono osservare il posizionamento delle nuove palazzine, in prossimità delle parti piane e lungo la costa della collina, l’ingombro dei «ruderi» corrispondenti evidentemente alla casa di villeggiatura e del noccioleto che sparirà completamente, a causa della successiva edificazione che ha creato un agglomerato urbano affatto compatto in corrispondenza dell’area una volta boschiva<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-060"><hi xml:id="endnote-060-backlink">60</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">L’aspetto interessante della vicenda costruttiva delle nuove palazzine riguarda l’autorizzazione del Ministero della Pubblica Istruzione e della Soprintendenza ai Monumenti della Campania esistente a corredo della documentazione delle cooperative edilizie impegnate nella costruzione dell’area. Sulla zona nord-occidentale del Comune di Napoli gravavano, infatti i vincoli di tutela paesaggistica ambientale a norma della L. 1497/39 per la protezione delle bellezze naturali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-061"><hi xml:id="endnote-061-backlink">61</hi></ref></hi>, nonché il DM 23 novembre 1957 sul notevole interesse pubblico della zona del Moiariello-Capodimonte, normative che purtroppo non sono bastate ad evitare l’indiscriminata costruzione di uno dei punti più panoramici della collina.</p><p rend="text">Come in tantissimi altri casi, la speculazione edilizia ha dunque cancellato e fagocitato quasi ogni traccia delle fabbriche e dei giardini che, secolo dopo secolo, avevano plasmato il paesaggio della collina di Capodimonte, rendendolo tra i più celebrati dalla letteratura europea, tale da esaltare gli ingegni dei letterati e di essere individuato come <hi rend="italic">hortus deliciarum</hi> dapprima da nobili e maggiorenti della città e successivamente dalla stessa casa regnante, al punto da poter essere descritto come paradigmatico della medesima unicità della città di Parthenope, adagiata com’è tra il mare e gli stessi rilievi collinari che le cingono graziosamente le spalle.</p>
      
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