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        <title type="main" level="a">Villa della Riccia a Capodimonte. Un «luogo di delizia, d’ottimo clima, e di spasso»</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0009-0000-4971-8417" type="ORCID">
            <forename>Simona</forename>
            <surname>Landi</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Campania Luigi Vanvitelli, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>NeaVia La villa napoletana. Antichità e natura tra Rinascimento e Barocco</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0854-3</idno>) by </resp>
          <name>Maria Gabriella Pezone, Angela Michela Convertini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.21</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The Villa della Riccia in Capodimonte, an elegant suburban residence located on the Miradois hill, has been known since the 19th century as the perfect spot for observing the sky, first becoming the Royal Observatory and then the Astronomical Observatory in the 20th century. However, behind its neoclassical facade overlooking the quarters of Vergini and Sanità below, lies a complex historical stratification, whose roots date back to the second half of the fifteenth century. This study develves into the fragmented events that characterised this ‹‹luogo di delizia, d’ottimo clima, e di spasso›› between the 16th and 18th centuries, beloved by both the nobility and the emerging bourgeoisie, reconstructing the entire network of transfer of property within its complex history.</p>
      </abstract>
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            <item>Naples</item>
            <item>Capodimonte</item>
            <item>Villa della Riccia</item>
            <item>15th - 18th centuries</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.21<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.21" /></p>
      <p rend="h1_chapter">Villa della Riccia a Capodimonte. Un «luogo di delizia, d’ottimo clima, e di spasso»</p><p rend="h1_author ParaOverride-1">Simona Landi</p><p rend="h2">Introduzione</p><p rend="quotations_quotation_b3">«Fra le colline che circondano la vasta Napoli […] sorge nella parte settentrionale, declinando alquanto verso oriente, e poco lungi dalla Villa Reale di Capo-di-monte, la collina nominata di <hi rend="italic">Miradois</hi>, e da alcuni anche <hi rend="italic">Minadois</hi>, celebre fra i punti più ridenti e variata prospettiva, dei quali i contorni di Napoli abbondano, sulla quale, nel luogo nominato altre volte <hi rend="italic">La Riccia</hi>, è edificata la Specola Reale»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-001"><hi xml:id="endnote-001-backlink">1</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Così veniva descritto il punto più eccelso di Capodimonte<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-002"><hi xml:id="endnote-002-backlink">2</hi></ref></hi> da Carlo Brioschi, famoso astronomo e successore di Federico Zuccari alla direzione dell’Osservatorio Astronomico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-003"><hi xml:id="endnote-003-backlink">3</hi></ref></hi>, costruito qui a partire dal 1812 dopo aver visitato tutte le colline suburbane di Napoli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-004"><hi xml:id="endnote-004-backlink">4</hi></ref></hi>. La sua posizione dominante sul borgo dei Vergini e di Sant’Antonio Abate che permetteva di godere dell’ampiezza dell’orizzonte, nonché la lontananza dalla città, lo rendeva il luogo perfetto per esplorare il cielo napoletano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-005"><hi xml:id="endnote-005-backlink">5</hi></ref></hi>. Tuttavia, molto prima che questo sito divenisse la “Collina di Urania”<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-006"><hi xml:id="endnote-006-backlink">6</hi></ref></hi>, il suo toponimo, Miradois, rimanda a tempi ben più antichi. Nel XVI secolo, i naviganti, che ancora si orientavano servendosi del Sole e delle stelle, potevano scorgere dal golfo la regolare tessitura delle colline fatta di poggi e terrazze collegati da stradine e inframezzate da ville<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-007"><hi xml:id="endnote-007-backlink">7</hi></ref></hi>. Tra queste vi era lo splendido casino della famiglia Minadois, come scriveva il Giustiani:</p><p rend="quotation_b">«Joan. Minadois U.I.D. […] si scelse una delle più amene Colline, che sono intorno a questa Capitale, e dalla interrotta residenza, che vi facea, prese anche il nome, che or tuttavia ritiene di <hi rend="italic">Minadois</hi>»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-008"><hi xml:id="endnote-008-backlink">8</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Sulla villa della Riccia esiste un approfondito studio monografico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-009"><hi xml:id="endnote-009-backlink">9</hi></ref></hi>, ma rimangono ancora alcuni snodi da chiarire e lacune nei passaggi di proprietà che si proverà a colmare in questo saggio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-010"><hi xml:id="endnote-010-backlink">10</hi></ref></hi>, offrendo un quadro più articolato delle sue vicende e dei protagonisti tra la seconda metà del Cinquecento e la prima metà del Settecento.</p><p rend="h2">La trasformazione da palazzo turrito a casino di delizie tra Quattro e Cinquecento</p><p rend="text">Giovan Tommaso Minadois<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-011"><hi xml:id="endnote-011-backlink">11</hi></ref></hi> (Fig. 1), figlio d’arte<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-012"><hi xml:id="endnote-012-backlink">12</hi></ref></hi>, nacque a Napoli e intraprese la carriera accademica negli anni Trenta del Cinquecento, ricoprendo la cattedra di diritto canonico come professore ordinario; fu eletto inoltre consigliere da Carlo V e reggente della Gran Corte della Vicaria<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-013"><hi xml:id="endnote-013-backlink">13</hi></ref></hi>. Proprio in quel periodo di forte ascesa sociale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-014"><hi xml:id="endnote-014-backlink">14</hi></ref></hi>, avvenne l’acquisto della villa sulla Montagnola<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-015"><hi xml:id="endnote-015-backlink">15</hi></ref></hi>, menzionata in virtù della lite avvenuta tra il Principe di Avellino e Torquato Tasso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-016"><hi xml:id="endnote-016-backlink">16</hi></ref></hi>, per la «ricuperazione dei beni di sua madre»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-017"><hi xml:id="endnote-017-backlink">17</hi></ref></hi>. Come si desume dal testo, la proprietà fu venduta nel 1539 al Minadois da Jacobo Maria de’ Rossi, figlio di Giovanni de’ Rossi – o Giacomo, secondo il Manso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-018"><hi xml:id="endnote-018-backlink">18</hi></ref></hi> – noto mercante pisano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-019"><hi xml:id="endnote-019-backlink">19</hi></ref></hi>, e Lucrezia Gambacorta, discendente di Gherardo Gambacorta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-020"><hi xml:id="endnote-020-backlink">20</hi></ref></hi>, nonni materni del Tasso e proprietari della villa dalla seconda metà del Quattrocento.</p><p rend="text">Nella <hi rend="italic">Tavola Strozzi</hi>, l’edificio si mostra sotto forma di palazzo turrito orientato a sud-est, con un corpo di fabbrica leggermente più basso e sormontato da un’altana, che funge da elemento di apertura sul paesaggio circostante (Fig. 2). Sebbene non si abbiano notizie relative agli anni successivi all’acquisto, nel processo in questione – svoltosi tra il 1592 e il 1594 – emergono alcune importanti informazioni, come l’estensione della proprietà con i confini e il suo successivo proprietario, il Presidente Giulio Cesare Minadois<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-021"><hi xml:id="endnote-021-backlink">21</hi></ref></hi>, figlio di Giovan Tommaso e Isabella Bozzuto. Proprio quest’ultima, rimasta vedova, nel suo testamento datato 1581 lascerà tutti i suoi beni mobili e stabili – compresa la casa dell’Arcivescovado e la masseria – ai suoi tre figli Scipione, Monsignor Fabio e Giulio Cesare Minadois, ponendo la clausola che, nel caso Scipione muoia senza figli, i suoi beni passeranno a Giulio Cesare<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-022"><hi xml:id="endnote-022-backlink">22</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Nel 1590, infatti, il fondo risulta enumerato tra beni immobili di Giulio Cesare<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-023"><hi xml:id="endnote-023-backlink">23</hi></ref></hi> ed era descritto come una «masseria de moja 27 in circa, arbustata et vitata, con case e cortiglio, et altre comodità, sita e posta […] a Capo di monte al luogo dove si dice Canzato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-024"><hi xml:id="endnote-024-backlink">24</hi></ref></hi>, seu Monticello» confinante «colli beni del magnifico Berardino Passaro, iuxta li beni del magnifico Giovanni Cecise (?) barone, via publica de doje bandem et altri confini»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-025"><hi xml:id="endnote-025-backlink">25</hi></ref></hi>. Dalle fonti archivistiche risulta che era inoltre adiacente a sud con la chiesa di Santa Maria degli Angeli alle Croci<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-026"><hi xml:id="endnote-026-backlink">26</hi></ref></hi> e a ovest con la masseria dei padri Gesuiti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-027"><hi xml:id="endnote-027-backlink">27</hi></ref></hi>, ricordata dal Celano vicino alla chiesa di San Severo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-028"><hi xml:id="endnote-028-backlink">28</hi></ref></hi>, oggi ancora esistente.</p><p rend="text">Dunque, sembrerebbe che la tenuta si estendesse fino all’attuale salita Cinesi – ben visibile dalla terrazza della villa – poiché vi sono alcuni elementi che suggeriscono la presenza di proprietà appartenenti alla famiglia in quella zona. Nel 1580, Isabella Bozzuto donò al monastero «Uno Giardino che stà avanti detta Chiesa per la concessione d’Una Cappella sotto il titolo della Congezzione»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-029"><hi xml:id="endnote-029-backlink">29</hi></ref></hi>, mentre Giulio Cesare, oltre che pagare un censo «su alcuni territori alli vergini» a Beatrice Follero<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-030"><hi xml:id="endnote-030-backlink">30</hi></ref></hi>, duchessa di Boiano e proprietaria del casino che nel Settecento sarebbe diventato il Collegio dei Cinesi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-031"><hi xml:id="endnote-031-backlink">31</hi></ref></hi>, concedeva in affitto a vari enfiteuti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-032"><hi xml:id="endnote-032-backlink">32</hi></ref></hi> i propri terreni di San Severo, comprensivi di case<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-033"><hi xml:id="endnote-033-backlink">33</hi></ref></hi> e giardini<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-034"><hi xml:id="endnote-034-backlink">34</hi></ref></hi>. Il lato della masseria che abbracciava parte del crinale sud-occidentale della collina, si collegava idealmente al vicino palazzo cittadino della famiglia, situato «non molto lungi dal duomo»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-035"><hi xml:id="endnote-035-backlink">35</hi></ref></hi>. È verosimile che l’accesso alla villa avvenisse da sud, per poi percorrere l’attuale salita Miradois, che nella veduta Baratta<hi rend="italic"> </hi>(Fig. 3)<hi rend="italic"> </hi>appare come l’unica via diretta per raggiungere la sommità del promontorio. Qui, la facciata risulta arricchita di nuovi elementi architettonici: la torretta – prima unico corpo emergente – nel Seicento è affiancata da corpi di fabbrica più bassi e merlati, che rompono la precedente linearità dell’edificio, incorniciato da una sorta di recinto naturale contrassegnato da quelli che, in lontananza, sembrano essere dei pini marittimi. Il loggiato, il cui soffitto doveva essere ornato con lo stemma araldico familiare<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-036"><hi xml:id="endnote-036-backlink">36</hi></ref></hi>, si sviluppava da sud verso ovest, affacciandosi sul versante collinare e sulla terrazza sottostante. L’ingresso era segnato da un protiro sormontato da un balcone balaustrato, dal quale la vista sul golfo doveva essere davvero sublime. Le camere, la sala e le logge erano ornate da «tempiature di carta fresi, et pitture» eseguite da Prospero Gigante<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-037"><hi xml:id="endnote-037-backlink">37</hi></ref></hi>. Tutti questi lavori furono apprezzati da Dionisio di Bartolomeo, già impegnato nel cantiere della chiesa dei Girolamini, adiacente alla dimora di via Duomo dei Minadois<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-038"><hi xml:id="endnote-038-backlink">38</hi></ref></hi>. Sarà stata forse quest’occasione a determinare il coinvolgimento dell’architetto fiorentino nei lavori che interessarono la villa a Capodimonte nei primi anni del Seicento?</p><p rend="text">Il risultato, frutto dell’adattamento della struttura preesistente al gusto dei nuovi proprietari, è un edificio in cui si fondono le caratteristiche del palazzo turrito e le prerogative del casino di delizie: una sorta di villa-castello, secondo l’accezione Heydenreich<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-039"><hi xml:id="endnote-039-backlink">39</hi></ref></hi>, circondata da giardini e vari casamenti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-040"><hi xml:id="endnote-040-backlink">40</hi></ref></hi>.</p><p rend="h2 ParaOverride-2">La Villa Filippina nel Seicento tra <hi rend="italic">otium</hi> e <hi rend="italic">negotium</hi></p><p rend="text">Ebbene, i soggiorni in collina si alternavano a quelli in città, nella residenza principale della famiglia, dove videro la luce Carlo e Giuseppe Minadois<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-041"><hi xml:id="endnote-041-backlink">41</hi></ref></hi>, figli di Anna Gomez<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-042"><hi xml:id="endnote-042-backlink">42</hi></ref></hi> e Giovan Tommaso Minadois<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-043"><hi xml:id="endnote-043-backlink">43</hi></ref></hi>, nonché nipoti di Giulio Cesare. Dopo più di un secolo di possesso, la villa fu venduta, probabilmente, tra il 1646 e il 1647, quando Carlo – erede <hi rend="italic">ex filio </hi>di Lucrezia d’Azzia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-044"><hi xml:id="endnote-044-backlink">44</hi></ref></hi> – estinse un debito nei confronti del convento di San Severo, utilizzando i «denari pervenuti dal prezzo della massaria de’ minadois Comprata dal Signor Regente Capecelatro»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-045"><hi xml:id="endnote-045-backlink">45</hi></ref></hi>. Questi, rientrato in Italia in seguito alla fortuna fatta in Spagna e insignito del titolo di reggente e con la mercede di marchese di Torello, decise di acquistare la villa sopra la Montagnola, rendendola «molto deliziosa», senza però poterne godere molto a lungo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-046"><hi xml:id="endnote-046-backlink">46</hi></ref></hi> poiché era spesso impegnato in campagne militari<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-047"><hi xml:id="endnote-047-backlink">47</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Sopraggiunta la morte nel 1654<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-048"><hi xml:id="endnote-048-backlink">48</hi></ref></hi>, i suoi beni furono suddivisi tra la moglie Isabella d’Ayala, marchesa di Torello, che ne acquisì la proprietà usufruttuaria<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-049"><hi xml:id="endnote-049-backlink">49</hi></ref></hi>, il primogenito Carlo, I duca di Siano e reggente anch’egli, fu nominato erede universale dei beni burgensatici e feudali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-050"><hi xml:id="endnote-050-backlink">50</hi></ref></hi>, inclusa la villa alla Montagnola, mentre i suoi fratelli Filippo, Deputato di Napoli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-051"><hi xml:id="endnote-051-backlink">51</hi></ref></hi> e Francesco, Cavaliere dell’Ordine Gerosolimitano, ereditarono i beni mobili<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-052"><hi xml:id="endnote-052-backlink">52</hi></ref></hi>. Dopo la morte del padre, Carlo si ritirò a vita privata<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-053"><hi xml:id="endnote-053-backlink">53</hi></ref></hi> e dal matrimonio con Diana Maria Caracciolo dei marchesi di Macchiagodena, ebbe cinque figli maschi. Di questi, il primogenito Ettore, II duca di Siano, vendette la masseria nel 1689 all’«Orefice pontuale»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-054"><hi xml:id="endnote-054-backlink">54</hi></ref></hi> Gennaro d’Onofrio per seimila e trecentocinquanta ducati, oltre il peso del censo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-055"><hi xml:id="endnote-055-backlink">55</hi></ref></hi>. Si assiste, quindi, a un passaggio che testimonia un cambiamento significativo nella società del tempo: la proprietà passò dalle mani di famiglie titolate, composte da giuristi e uomini d’arme, a quelle di un esponente della borghesia mercantile, abile nel gestire affari e trattative. Dunque, una sorta di ritorno alle origini, seppur breve, con il bene che torna a essere posseduto da un mercante, come già accadeva nel Quattrocento.</p><p rend="text">L’acquisto avvenne a un prezzo inferiore al reale valore, poiché la villa risultava gravemente danneggiata dal devastante terremoto del 1688 e necessitava di «gran refettione»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-056"><hi xml:id="endnote-056-backlink">56</hi></ref></hi>. Inoltre, il fondo si era ridotto di un terzo rispetto alla consistenza iniziale, passando dai ventisette moggi a circa diciotto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-057"><hi xml:id="endnote-057-backlink">57</hi></ref></hi>. Tali condizioni spinsero verosimilmente Ettore Capecelatro, gravemente indebitato, a cedere la proprietà. Nonostante i restauri necessari, dalla descrizione sembra che il palazzo avesse conservato parte del suo antico splendore: l’edificio si componeva di «case in più appartamenti superiori ed inferiori consistenti con Cortile, loggie, statue di marmo, con giardino murato d’agrumi e frutti, con una massaria […] aratoria arbustata, e fruttata»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-058"><hi xml:id="endnote-058-backlink">58</hi></ref></hi>, oltre alle cisterne che alimentavano fontane e giochi d’acqua, boschetti e la galleria, dove erano collocate parte delle sculture marmoree<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-059"><hi xml:id="endnote-059-backlink">59</hi></ref></hi>. Tra le clausole di vendita imposte a Gennaro d’Onofrio vi era la continuità di utilizzo da parte dei Padri Girolamini del teatro destinato alle loro rappresentazioni spirituali, concessa dal II duca di Siano e motivo per il quale la villa, per un periodo, fu nota anche come Villa Filippina<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-060"><hi xml:id="endnote-060-backlink">60</hi></ref></hi>. Durante gli anni di residenza dei Capecelatro, infatti, la Congregazione aveva adoperato quello spazio per la messa in scena delle loro operette; la “gradiata”, da cui si assisteva agli spettacoli e già visibile nella veduta di Baratta, sarebbe stata in seguito arricchita da un teatro di fabbrica «per predicare e rapresentare l’Opere con largo avanti»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-061"><hi xml:id="endnote-061-backlink">61</hi></ref></hi>. Il Celano, paragonandolo al teatro situato sotto il convento di Sant’Onofrio a Roma, ne ricordava i giorni festivi scanditi dai vespertini e accompagnati dai sermoni, mentre i giovani ragazzi venivano coinvolti nella rappresentazione di opere spirituali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-062"><hi xml:id="endnote-062-backlink">62</hi></ref></hi>. Nei primi anni del Settecento, infatti, i boschetti della villa erano frequentati dal giovane Alfonso Maria de’ Liguori, insieme ad altri membri della Congrega Oratoriana di San Giuseppe, ove «i Padri concessero, com’era in uso, a coloro che lo volevano, di giuocare nei lunghi viali a bocce con le arance»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-063"><hi xml:id="endnote-063-backlink">63</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Confinante, poi, con i giardini del palazzo vi era un «Casino con giardino di frutti» appartenente a Nicola Gambacorta, commerciante della media borghesia, che si collocava proprio sotto al «Palazzo detto de Minadois»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-064"><hi xml:id="endnote-064-backlink">64</hi></ref></hi>. Sarà stato forse un discendente di Lucrezia Gambacorta, nonna materna di Tasso, che aveva conservato parte della proprietà sulla collina?</p><p rend="text">Ad ogni modo, la vita scorreva lenta tra le campagne rigogliose, coltivate a viti e agrumeti, finché non emersero le prime difficoltà economiche anche per la famiglia d’Onofrio. Nel 1718, Gennaro d’Onofrio, ormai anziano e infermo, nominò il figlio Luigi suo procuratore, al quale affidò il compito di risanare i debiti contratti con vari creditori e meglio amministrare le proprietà familiari – comprendenti anche due masserie alla Conocchia – nonché di occuparsi della dote delle figlie Dorotea e Rosa. Benché ad un certo punto si fosse prospettata la decisione di vendere la masseria per una cifra non inferiore a tredicimila ducati, si optò invece di sfruttare il bene come fonte di reddito stabile, attraverso la cessione di annualità garantite sui suoi primi frutti e l’affitto delle altre proprietà. Per avvalorare ulteriormente l’accordo, ci fu la rinuncia delle ipoteche dotali da parte di Caterina Porzio, moglie di Gennaro<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-065"><hi xml:id="endnote-065-backlink">65</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">La vicenda divenne più intricata poiché Gennaro d’Onofrio, tra il 1718 e il 1719, stipulò un contratto di censo con la Venerabile Congregazione dei Girolamini, verso la quale era debitore, ipotecando la masseria per un valore, appunto, di tredicimila ducati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-066"><hi xml:id="endnote-066-backlink">66</hi></ref></hi>. Alla sua morte, i figli ed eredi – Luigi, Pompilio, Gaetano e Cristoforo, insieme alle sorelle Dorotea e Rosa e alla madre Caterina – ereditarono non solo i beni ma anche i gravosi obblighi finanziari e sebbene siano riusciti ad abitare nella villa ancora per un po’ di anni, dopo aver speso migliaia di ducati per la coltivazione dei terreni e il suo ampliamento – come si deduce dalla veduta Petrini (Fig. 4) – giunsero all’amara decisione di venderla.</p><p rend="h2">Una residenza “principesca” nel Settecento</p><p rend="text">La piacevolezza e la bellezza del luogo, definito «di delizia, d’ottimo clima e di spasso»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-067"><hi xml:id="endnote-067-backlink">67</hi></ref></hi>, attirò l’attenzione di Giambattista di Capua, principe della Riccia, che nel 1723 acquisì una prima parte del fondo composto da «Casa, e Giardino di Minadois, esclusa però la Masseria Grande», ove fece «a sua voglia alcune cose di suo genio, e spasso». Proprio a causa degli interventi effettuati – nonostante le numerose offerte da altri acquirenti – i fratelli d’Onofrio decisero di accogliere la sua proposta di acquisto nel 1729<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-068"><hi xml:id="endnote-068-backlink">68</hi></ref></hi>, vendendogli l’intera proprietà «con due Giardini uniti, e divisi, in detta massaria con Casa palaziata, loggia, diverse statue di marmo, Fontane, con due strade di Pilastri di fabrica, ed altre comodità […] coll’aspetto alla nostra Città di Napoli», acquisendo il nome che ha ancora oggi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-069"><hi xml:id="endnote-069-backlink">69</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Tuttavia, l’alienazione pregiudicava i diritti della Congregazione, che rivendicava un’ipoteca anteriore a garanzia del suo credito. Ne nacque un lungo contenzioso dinanzi al Sacro Regio Consiglio, promosso dai padri sia contro i fratelli d’Onofrio, sia contro lo stesso principe della Riccia.</p><p rend="text">Nonostante le circostanze sfavorevoli, il principe già nel maggio dello stesso anno diede avvio ai lavori di ristrutturazione e ampliamento affidati al regio ingegnere Antonio Alinei<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-070"><hi xml:id="endnote-070-backlink">70</hi></ref></hi>. L’edificio, impostato su una pianta rettangolare a due piani e poggiante su di una massiccia struttura di sostegno con contrafforti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-071"><hi xml:id="endnote-071-backlink">71</hi></ref></hi>, venne ampliato con l’aggiunta di un corpo di fabbrica a occidente e prospettante a sud con pianta quasi rettangolare<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-072"><hi xml:id="endnote-072-backlink">72</hi></ref></hi>, chiaramente riconoscibile nell’incisione Werner del 1731 (Fig. 5). Parallelamente vennero intrapresi lavori di abbellimento che coinvolsero numerose maestranze: tra questi, il pittore cartaro Pietro Sarracco, incaricato di decorare porte e finestre<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-073"><hi xml:id="endnote-073-backlink">73</hi></ref></hi>, oltre a falegnami per gli accomodi di nuovi infissi e ornamenti per il giardino<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-074"><hi xml:id="endnote-074-backlink">74</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">L’imponente restauro intrapreso s’interruppe tre anni dopo l’inizio dei lavori con la morte di Giambattista e si aprì una nuova fase per la residenza sulla Montagnola. Dopo un periodo di reggenza da parte della nuora Anna Cattaneo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-075"><hi xml:id="endnote-075-backlink">75</hi></ref></hi> – vedova di Bartolomeo di Capua senior, premorto al padre – il podere passò al nipote Bartolomeo di Capua junior, V principe della Riccia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-076"><hi xml:id="endnote-076-backlink">76</hi></ref></hi>, che si trovò ben presto a dover affrontare le annose questioni pendenti sulla proprietà. Soltanto nel 1743 gli eredi d’Onofrio riconobbero la fondatezza delle pretese della Congregazione, dichiarando rescisso il contratto di censo del 1718 e cedendo tutte le loro azioni nei confronti del principe di Riccia, così che fosse quest’ultimo a rispondere del capitale dei tredicimila ducati. Nel frattempo, versarono una parte degli interessi arretrati, ricavati dalla vendita di una masseria alla Conocchia; i padri, però, non si accontentarono di questa soluzione parziale e insistettero per ottenere l’integrale soddisfazione del credito<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-077"><hi xml:id="endnote-077-backlink">77</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Si giunse quindi a un nuovo accordo: Bartolomeo di Capua riconobbe personalmente il debito a titolo proprio e nel 1745, per garantirlo, stipulò un contratto con cui cedeva alla Congregazione annue entrate per quattrocento cinquantacinque ducati, pari agli interessi sul capitale di tredicimila ducati alla ragione del tre e mezzo per cento. Tale obbligazione gravava non soltanto sulla masseria, ma anche sul suo palazzo di via San Biagio dei Librai, oltre che su altri beni feudali e burgensatici in suo possesso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-078"><hi xml:id="endnote-078-backlink">78</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Verso la metà del Settecento ebbe poi inizio una seconda e più significativa fase di ristrutturazione del fabbricato, affidata all’ingegnere Felice Bottiglieri<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-079"><hi xml:id="endnote-079-backlink">79</hi></ref></hi>, forse accompagnato da qualche suggerimento dell’architetto Luigi Vanvitelli, che in quegli anni era spesso ospite nel palazzo di Capua di Portici<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-080"><hi xml:id="endnote-080-backlink">80</hi></ref></hi>. I dettagli decorativi che incorniciano le aperture della facciata principale, alta ben ventuno metri, rivelano un gusto neoclassico; ma ciò che colpisce maggiormente è l’equilibrio della facciata stessa, contraddistinta da proporzioni eleganti e misurate secondo un perfetto rapporto aureo, il tutto ancora visibile<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-081"><hi xml:id="endnote-081-backlink">81</hi></ref></hi>. Nella <hi rend="italic">Mappa</hi> del duca di Noja (Fig. 6) si leggono chiaramente i due accessi: uno da nord, che collegava la villa alla Reggia prima della realizzazione delle due strade dei Ponti Rossi e di via Capodimonte, e quello da sud, dalla salita della Riccia, che giunge alla sinistra del prospetto sul cortile<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-082"><hi xml:id="endnote-082-backlink">82</hi></ref></hi>. Sul retro vi era un terrapieno che ospitava un piccolo giardino detto “degli ananassi”, articolato in aiuole quadrate e dotato di un pozzo collocato in un angolo, raggiungibile attraverso una rampa terminante in un ampio piazzale e in seguito raccordato alla scala di accesso della Specola. A oriente della facciata settentrionale si sviluppava un <hi rend="italic">ambulacrum</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-083"><hi xml:id="endnote-083-backlink">83</hi></ref></hi>, un lungo camminamento disposto in posizione panoramica verso mezzogiorno, una volta scandito da pilastrini. Quest’ultimo era forse l’«ambulacro» citato nelle fonti archivistiche, ove sono menzionati altri due viali delimitati da «<hi rend="italic">epistiliis</hi>», insieme a due giardini ornati da statue e fontane<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-084"><hi xml:id="endnote-084-backlink">84</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Vi furono poi due brevi lassi di tempo in cui vennero effettuati ulteriori lavori: tra il 1771 e il 1773 sono attestati interventi di pittura eseguiti da Nicola Alfano, già attivo al Palazzo di San Biagio dei Librai nel 1756<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-085"><hi xml:id="endnote-085-backlink">85</hi></ref></hi>, mentre le ultime opere volute dal principe, di maggiore consistenza, risalgono al 1791, quando fu costruito su direzione di Bartolomeo Bottiglieri<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-086"><hi xml:id="endnote-086-backlink">86</hi></ref></hi> un nuovo muro «che attacca verso Capodimonte» e venne rifatta una piccola stanza destinata al “conduttore” della masseria.</p><p rend="text">Bartolomeo di Capua non ebbe eredi diretti dal matrimonio con Costanza Caetani, nominando suo successore uno dei figli di Luigi Sanseverino, principe di Bisignano. Nel 1792 morì senza eredi feudali e, fino a quel momento, i Girolamini ricevettero regolarmente i pagamenti delle annualità vendute. A quel punto il Fisco sequestrò i beni ereditari, garantendo comunque il versamento delle rate<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-087"><hi xml:id="endnote-087-backlink">87</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">In quell’anno, nell’ambito della ricognizione dei beni presenti nella villa, vennero trovati molti reperti archeologici, alcuni dei quali acquistati dal Real Museo Borbonico; tra questi vi era un bassorilievo funebre di epoca romana con un’epigrafe latina che si trovava in un terrazzo del palazzo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-088"><hi xml:id="endnote-088-backlink">88</hi></ref></hi>.</p><p rend="h2">La nascita dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte nell’Ottocento</p><p rend="text">Da qui, la storia è nota: ai princìpi dell’Ottocento, sotto Gioacchino Murat e su decisione dell’astronomo Zuccari, si optò per la costruzione <hi rend="italic">ex-novo </hi>di una struttura dedicata all’osservazione delle stelle: la Specola Reale, la prima in Italia, nata espressamente con questo scopo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-089"><hi xml:id="endnote-089-backlink">89</hi></ref></hi>. Il sito fu scelto per il suo terreno dalla «maschia solidità» e per la posizione, lontana dalle vie pubbliche<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-090"><hi xml:id="endnote-090-backlink">90</hi></ref></hi>. All’epoca, l’estensione del fondo era di dodici moggi, inferiore rispetto al secolo precedente. L’acquisto del terreno avvenne sulla base di una stima economica redatta dal Consiglio degli Edifizi Civili, corredata da una pianta geometrica e da una dettagliata relazione di Stefano Gasse ove si apprende che la proprietà era stata suddivisa tra le famiglie Porcelli, Piscopo e Magri, forse venduta dal Regio Fisco per far fronte ai debiti ereditati dal principe<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-091"><hi xml:id="endnote-091-backlink">91</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">I lavori furono avviati nel 1812 e conclusi nel 1819, dopo diverse modifiche, su progetto dello stesso Gasse che, nella sua prima opera napoletana, seppe tradurre la necessità della scienza in un disegno architettonico fatto di nobili ed eleganti forme<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-092"><hi xml:id="endnote-092-backlink">92</hi></ref></hi>. L’edificio, primo esempio di architettura neoclassica a Napoli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-093"><hi xml:id="endnote-093-backlink">93</hi></ref></hi>, si ispirava chiaramente alle costruzioni dell’antica Grecia, poiché concepito come un piccolo padiglione elegante, in stile dorico e fiancheggiato da due cupole ove, ancora oggi, sono racchiusi gli strumenti per l’osservazione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-094"><hi xml:id="endnote-094-backlink">94</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Anche la villa fu interessata da interventi di adattamento per adeguarla alla sua nuova funzione: le dimore degli astronomi, prima «antica abitazione de’ principi della Riccia», vennero «restaurate ed abbellite in modo che a pubblico edificio conviensi»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-095"><hi xml:id="endnote-095-backlink">95</hi></ref></hi> e per raggiungere la Specola da qui, dovevano attraversare un camminamento protetto, un cunicolo stretto e lungo – ancora oggi detto “<hi rend="italic">budello</hi>” – che serviva a ripararsi da possibili attacchi di briganti. Oltre a svolgere la funzione di foresteria, la villa divenne anche un importante salotto letterario, animato dalla poetessa Giuseppina Guacci, attenta osservatrice delle vicende politiche del tempo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-096"><hi xml:id="endnote-096-backlink">96</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Durante la Seconda Guerra Mondiale, il fondo venne occupato prima come deposito di artiglieria tedesca, poi dagli inglesi e, in seguito, dagli americani, per installare delle postazioni contraeree<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-097"><hi xml:id="endnote-097-backlink">97</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Oggi l’edificio è sede dell’INAF e accoglie uffici, centri di ricerca e alcune unità residenziali. Un’associazione di astrofili, inoltre, supporta l’organizzazione delle aperture al pubblico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-098"><hi xml:id="endnote-098-backlink">98</hi></ref></hi>. Nonostante le massicce trasformazioni per adattarlo alle mutate esigenze, si riescono a leggere ancora degli elementi dell’antica configurazione, come la scala fuori asse rispetto all’ingresso e la terrazza panoramica, raggiungibile attraverso un vano arcato aperto nell’atrio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-099"><hi xml:id="endnote-099-backlink">99</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Pur avendo perduto il suo scopo originario di <hi rend="italic">casino d’otium</hi>, la villa mantiene il forte rapporto con il paesaggio (Fig. 7), ove alla contemplazione della natura si affianca quella delle costellazioni, mentre la ripida salita un tempo solcata dalle carrozze, ha perso la sua esclusività, sostituita dalla viabilità successiva. Non rimane che il ricordo di un cammino simbolico della “non facile via che porta alle stelle”<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-100"><hi xml:id="endnote-100-backlink">100</hi></ref></hi>.</p>
      
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