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        <title type="main" level="a">Le masserie «più cospicue» dei Girolamini a Napoli: nota archivistica e bibliografica di sette piante inedite</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0009-0006-3680-7131" type="ORCID">
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          <resp>This is a section of <title>NeaVia La villa napoletana. Antichità e natura tra Rinascimento e Barocco</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0854-3</idno>) by </resp>
          <name>Maria Gabriella Pezone, Angela Michela Convertini</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.24</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The Congregation of the Oratory of the Girolamini can be considered one of the most powerful religious institutions in Naples. Since its foundation in 1586, it has established itself in the city's most lucrative businesses, with its vast real estate and financial assets. The documentary corpus, currently available for consultation in situ, is a valuable tool for studying the religious, social, and economic dynamics of southern Italy. Of particular note is the sub-series “Raccolta Pandette” (Pandect Collection), which includes volume ASG.IV.7.52, a systematic collection of land plans accompanied by technical descriptions, dating from the 17th to the 19th century. This document, together with the larger archival corpus, offers a methodologically relevant contribution to the analysis of agricultural residences located on the outskirts of Naples and to the study of the spread of suburban villas in the Neapolitan context.</p>
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            <item>Girolamini</item>
            <item>Naples</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.24<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0854-3.24" /></p>
      <p rend="h1_chapter">Le masserie «più cospicue» dei Girolamini a Napoli: nota archivistica e bibliografica di sette piante inedite</p><p rend="h1_author ParaOverride-1">Pasqualina Uccello, Marco Lo Tufo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-001"><hi xml:id="endnote-001-backlink">1</hi></ref></hi></p><p rend="jolly_h2_con-autore">Nota metodologica</p><p rend="jolly_autoreParagrafo">Pasqualina Uccello</p><p rend="text">Il volume «Piante delle Massarie e territori che oggi possiede la nostra Congregazione dell’Oratorio più cospicui»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-002"><hi xml:id="endnote-002-backlink">2</hi></ref></hi> conservato nell’Archivio storico dei Girolamini rappresenta per lo studioso la rara occasione di poter vedere ciò che ad oggi non esiste più: nei disegni ivi raccolti è infatti possibile osservare le fattezze dei complessi edilizi rustici che hanno caratterizzato il paesaggio napoletano dall’epoca antica al XIX secolo, finché i mutamenti del tessuto urbano intervenuti nel ‘900 ne hanno cancellato quasi del tutto le tracce. In particolare, l’accurata raccolta rappresenta una pregevole testimonianza dell’attenzione dedicata dai padri alle produttive aziende agricole e molitorie che erano state donate o lasciate in eredità alla Congregazione dell’Oratorio dalle ricche famiglie napoletane fin dagli albori della loro fondazione nella città di Napoli. Grazie ai realistici disegni acquerellati, è possibile osservare i vividi particolari dell’orografia del territorio, nonché la qualità e varietà delle colture, rappresentate nei minuti e puntuali disegni. Degna di nota risulta, in particolare, la «Pianta a braccio di tutti li Molini […]», nella quale, con abile sintesi cartografica, è ritratto l’ampio territorio dalle pendici del monte Somma al mare, con l’indicazione dei mulini attivi presso la Corsea della Volla; questa ancora nel 1728, anno di realizzazione della pianta, continua ad alimentare la villa di Poggioreale, la magnificente residenza costruita dalla corte aragonese, diventata un modello per la diffusione in tutta Europa delle delizie regie in età moderna dopo la visita di Carlo VIII negli ultimi anni del Quattrocento<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-003"><hi xml:id="endnote-003-backlink">3</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Il volume raccoglie 57 piante di tenimenti agricoli e case rustiche site in molte province del regno: in questa sede si tratterà dei disegni delle masserie poste nella città di Napoli e nelle sue pertinenze di Arenella-Due Porte, S. Pietro a Patierno, Ponticelli, Barra, Poggioreale. Il criterio sotteso alla scelta delle piante che sono oggetto dell’analisi documentaria nel presente contributo è legato in particolare alla pertinenza rispetto alla zona di interesse del PRIN <hi rend="italic">NeaVia </hi>per l’area napoletana.</p><p rend="jolly_h2_con-autore">Introduzione: l’Archivio storico dei Girolamini</p><p rend="jolly_autoreParagrafo"><hi rend="italic">Marco Lo Tufo</hi></p><p rend="text">Nel cuore del centro storico di Napoli, a ridosso del decumano maggiore, si erge uno dei complessi monumentali più straordinari della città: quello dei Padri dell’Oratorio di San Filippo Neri, meglio noti come Girolamini. Dal loro arrivo a Napoli, nel 1586, i padri oratoriani portarono uno spirito di innovazione e forte spiritualità, confermato anche dalla cospicua documentazione oggi conservata presso l’archivio storico dell’Istituto che prende il nome di Complesso monumentale e Biblioteca dei Girolamini. L’Archivio è testimonianza secolare di una vita religiosa intrecciata profondamente con le vicende civili e culturali del Regno di Napoli e raccoglie documenti che abbracciano diversi secoli di storia. In esso sono conservati registri, atti notarili, corrispondenze, elenchi di confratelli, documenti relativi alla gestione del patrimonio, lettere autografe e un importante archivio musicale, che rileva il ruolo centrale avuto dagli oratoriani nella promozione della musica sacra. Oltre alla documentazione interna, l’archivio conserva carte relative alle attività educative, caritative e culturali promosse dalla Congregazione, che gestiva scuole, ospizi e opere di assistenza. Si legge, infatti, a sottolineare l’importanza dell’attività e della spiritualità dei padri: «L’opera dei Filippini nel diriggere i diversi sodalizi religiosi da essi fondati, nell’istruire ai figliuoli del popolo e nel venire in pietoso aiuto alle classi diseredate fu, dalla fondazione dell’Istituto, larga, molteplice ed efficace oltre ogni dove. Essi seppero sempre conservare gelosamente le antiche istituzioni, far rivivere e restaurare con alacrità quelle già decadute e saggiamente adottare ai tempi gli usi antichi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-004"><hi xml:id="endnote-004-backlink">4</hi></ref></hi>».</p><p rend="text">La storia dell’Istituto dei Girolamini è da sempre avvolta in un’aura di fascino e mistero, sollevando interrogativi circa le modalità attraverso cui esso sia riuscito a sopravvivere fino all’età contemporanea. Alcuni eventi storici hanno infatti messo seriamente a rischio la continuità dell’istituzione, in particolare l’applicazione delle leggi eversive del XIX secolo, note come “leggi di soppressione degli enti ecclesiastici”, che disposero l’esproprio dei beni delle congregazioni religiose, successivamente alienati tramite aste pubbliche o incorporati nel patrimonio statale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-005"><hi xml:id="endnote-005-backlink">5</hi></ref></hi>. Come moltissime altre realtà religiose, anche i padri dell’Oratorio di Napoli furono colpiti dal provvedimento. Il rischio era quello della dispersione o della perdita irreversibile del patrimonio artistico, archivistico e librario accumulato in secoli di attività. Tuttavia, il Complesso dei Girolamini ebbe una sorte diversa: le notizie vanno ricercate già nel 1866, quando diversi monumenti italiani vennero dichiarati monumenti nazionali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-006"><hi xml:id="endnote-006-backlink">6</hi></ref></hi>, definizione riservata a edifici di particolare valore storico-artistico. Questo <hi rend="italic">status </hi>speciale permise di tutelare in modo eccezionale la chiesa, la biblioteca e gli archivi, preservandoli dalle vendite all’asta o dalle distruzioni. I Girolamini vengono dichiarati Monumento nazionale nel 1869<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-007"><hi xml:id="endnote-007-backlink">7</hi></ref></hi> non subendo, quindi, gli effetti della legge delle soppressioni, ma sottoposti alle dirette dipendenze demaniali del Ministero della pubblica Istruzione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-008"><hi xml:id="endnote-008-backlink">8</hi></ref></hi>. Testimonianza delle vicissitudini dell’Istituto è infatti una nota a margine di un documento, scritto da Padre Enrico Mandarini<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-009"><hi xml:id="endnote-009-backlink">9</hi></ref></hi> che cita: «La congregazione venne colpita dalla legge sulle soppressioni religiose del 6 luglio 1868, ma venne dichiarato monumento nazionale e Capecelatro fu nominato soprintendente»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-010"><hi xml:id="endnote-010-backlink">10</hi></ref></hi>. In quel “ma venne” si può leggere tutta la fortuna che ebbero gli Oratoriani nell’essere dichiarati Monumento nazionale riuscendo così a salvaguardare il proprio patrimonio. La legge, inoltre, permise in alcuni casi che i religiosi potessero continuare ad abitare i conventi trasformati in «case dei monumenti», sotto controllo statale; questo fu proprio il caso dei padri filippini di Napoli. L’archivio fu riconosciuto come parte integrante del valore monumentale del complesso e pertanto protetto dalla dispersione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-011"><hi xml:id="endnote-011-backlink">11</hi></ref></hi>. Le antiche segnature poste sulla documentazione denotano una <hi rend="italic">consecutio </hi>logica e strutturale del materiale conservato, la cui organicità, tuttavia, iniziò a decadere a partire dal secondo dopoguerra e subì un ulteriore deterioramento in seguito al terremoto del 1980. Solo negli ultimi anni la documentazione è tornata alla luce grazie a importanti progetti di recupero, inventariazione e parziale digitalizzazione, che hanno finalmente restituito valore all’archivio storico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-012"><hi xml:id="endnote-012-backlink">12</hi></ref></hi>. Iniziano ad emergere interessanti elementi delle attività dei Padri, della loro vita e della loro storia.</p><p rend="text">Per una scarsa presenza di materiali e strumenti di corredo, il lavoro di riordino ha seguito l’applicazione di un titolario di classificazione presente in archivio, databile intorno al XIX secolo, creando sette serie archivistiche: I. Amministrazione; II. Patrimonio; III. Beneficenza; IV. Contabilità; V. Registri; VI. Corrispondenza; VII. Biblioteche<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-013"><hi xml:id="endnote-013-backlink">13</hi></ref></hi>. Ognuna delle serie è ramificata con sottoserie per identificare e collocare in modo preciso ogni tipologia di documentazione. Oggi il Complesso monumentale dei Girolamini vanta una straordinaria quantità di fonti, con materiale inedito e, tra questi, vi è un volume di enorme valore per le dettagliate informazioni in esso contenute, relativamente alla gestione del patrimonio degli Oratoriani di Napoli. Il volume è identificato con titolo originale: «Piante delle Masserie e territori che oggi possiede la nostra congregazione dell’Oratorio più cospicui»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-014"><hi xml:id="endnote-014-backlink">14</hi></ref></hi>. La pandetta si configura come una raccolta organica di disegni e piante relative ai fondi agricoli di maggiore rilievo appartenenti alla Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri. Ciascuna pianta è accompagnata da una descrizione esplicativa che ne illustra le modalità di accesso, la localizzazione rispetto ai confini territoriali adiacenti e le caratteristiche utili al riconoscimento del bene come appartenente agli Oratoriani, attraverso segni distintivi o elementi identificativi appositamente annotati. All’interno dell’Archivio questo volume, insieme ad una parte significativa della documentazione, è conservato in una specifica sezione della struttura archivistica, identificata con la denominazione di Serie «Contabilità» e, più precisamente, collocata nella sottoserie intitolata «Raccolta Pandette». L’articolazione interna non è casuale, ma riflette una precisa scelta di ordinamento finalizzata a valorizzare un nucleo documentario di notevole importanza. La sottoserie «Raccolta Pandette» costituisce infatti un vero e proprio <hi rend="italic">corpus </hi>a sé stante, distinto per le sue caratteristiche e per la notevole quantità di materiali che lo compongono. Le dimensioni particolarmente ampie della documentazione, unite alla sua specificità tematica e alla sua rilevanza storica e amministrativa, conferiscono a questa sezione dell’archivio un ruolo centrale per la ricostruzione e lo studio della gestione contabile dell’ente nel corso del tempo. La segnatura completa del volume è ASG.IV.7.52. In questa sigla, ASG rappresenta l’acronimo di Archivio Storico Girolamini. Il numero IV indica la serie archivistica, che in questo caso corrisponde alla contabilità. Il numero 7 si riferisce alla sottoserie, «Raccolta Pandette». Infine, il numero 52 identifica fisicamente l’unità archivistica all’interno della sottoserie. Questa segnatura consente una precisa localizzazione del documento all’interno della struttura dell’archivio, facilitandone l’individuazione e la consultazione. Il documento fornisce elementi di notevole interesse, tanto nell’introduzione generale alle piante quanto nella descrizione dettagliata di ciascuna di esse. Ogni pianta è rappresentata con grande precisione e vivacità, grazie all’uso sapiente di colori e alla cura minuziosa dei particolari, che contribuiscono a delimitare con chiarezza e rigore ogni singolo possedimento raffigurato. La pandetta, di cm 53x39, risulta composta da una serie di piante realizzate singolarmente e successivamente raccolte in un unico volume. Questa modalità di assemblaggio è confermata da una nota manoscritta di un antico catalogo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-015"><hi xml:id="endnote-015-backlink">15</hi></ref></hi> conservato presso l’Istituto. La nota, redatta da Padre Enrico Mandarini, recita testualmente: «S’è posta nella Platea dei territori<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-016"><hi xml:id="endnote-016-backlink">16</hi></ref></hi>» e si riferisce in particolare alla pianta dei mulini appartenuti ai padri, che attualmente corrispondono alle carte 41v-42r del volume. I beni immobiliari raffigurati e descritti in questo prezioso documento testimoniano l’entità delle ricchezze che l’ordine religioso ha accumulato nel corso dei secoli, sia attraverso donazioni spontanee da parte dei fedeli, sia mediante atti d’acquisto. Si tratta dunque non solo di un importante strumento di documentazione patrimoniale, ma anche di una testimonianza viva della storia, del potere economico e del radicamento territoriale dell’istituzione religiosa che lo ha prodotto e custodito. Si compone complessivamente di 57 piante relativi a 29 luoghi, disposte secondo un ordine cronologico, sebbene non sempre tale criterio venga rigorosamente rispettato, a partire dai primissimi anni del Settecento, fino alla seconda metà dell’Ottocento, distribuite su un totale di 127 carte. Di particolare interesse risulta l’evidenza del contributo economico generato da tali possedimenti, attestato non solo nei registri contabili, ma anche in specifici cataloghi, nei quali si rinviene la dicitura “Carte diverse riguardanti diversi affittuari di Masserie della nostra Congregazione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-017"><hi xml:id="endnote-017-backlink">17</hi></ref></hi>”, seguita dall’indicazione nominativa dell’affittuario e dalla precisa identificazione della masseria a lui assegnata. Il documento ASG.IV.7.52 rappresenta una testimonianza preziosa per la storia dell’oratorio filippino napoletano, al pari dell’intero complesso documentario conservato nell’archivio della Congregazione. In esso si riflettono non solo le dinamiche di gestione e valorizzazione del patrimonio, ma con la sua articolata struttura descrittiva, offre un esempio fondamentale della funzione strategica che la documentazione amministrativa e territoriale rivestiva all’interno degli ordini religiosi, fungendo da strumento di controllo, pianificazione e memoria storica. Lo studio di questo documento, integrato all’analisi del contesto archivistico di riferimento, contribuisce pertanto a fornire importanti dettagli per arricchire e approfondire la storia distintiva dei Girolamini di Napoli.</p><p rend="jolly_h2_con-autore">Sette Piante delle Massarie della Congregazione dell’Oratorio</p><p rend="jolly_autoreParagrafo ParaOverride-2"><hi rend="italic">Pasqualina Uccello</hi></p><p rend="h3 ParaOverride-3">1. Pianta della masseria alle Due Porte, cc. 7-8 (Fig. 1)</p><p rend="h3-uccelo-Tuffo"><hi rend="italic">Intitolazione della pianta</hi></p><p rend="text_NOindent">c. 7: «Pianta della Masseria che possiede la Congreg.ne dell’Oratorio sita sopra il monastero della Salute dei PP. francescani, dove se dice a Due Porte nella quale vanno nel corr.te anno 1702 a ricreatione li Padri metà della quale sta a benef.o de Padri e l’altra metà s’affitta, nella quale vi sono due case una distante dall’altra e due entrate seu due Portoni, una delle quali case serve per habitatione de Padri, nella quale vi è Cappella, e diverse camere con balconi di ferro, stalla, grotta, e più pozzi, e loggia vicino la selva, e nella casa dove habita il massaro vi sono più camere sotto e sopra con cortile tutto murato di fabrica e un’altra Cappella poco distante dalla casa vicino lo portone dove entra il massaro, nella quale però non si dice messa, la pedamentina della quale massaria e tutta selva e l’altra parte e seminatoria et arbustata di pioppi e castagne e arbori fruttiferi di diversi frutti confina da una parte la via pubblica che va alli Camaldoli verso occidente, e dall’oriente lo cavone e a mezzogiorno parte la strada vicinale e parte li beni S.o Pietro Martire e di S.o Paulo et sectione li beni dell’elefante, et è verso la strada tutta murata».</p><p rend="h3-uccelo-Tuffo"><hi rend="italic">Provenienza patrimoniale</hi></p><p rend="text_NOindent">I Girolamini acquistano la masseria alle Due Porte il 29 marzo 1595 per il prezzo di 4400 ducati da Panfilo Coppola<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-018"><hi xml:id="endnote-018-backlink">18</hi></ref></hi>. La proprietà si caratterizza per un’ampiezza di «30 moggi circa, arbustata e vitata di vino latino, coda di falanghino et aglianico, con case in più diversi membri, con una cappelletta per dir messa, con torre, giardini e fontane e con selva e con tutti i suoi stigli e con tre tinacci grandi, uno vorcituro con fornicello»<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-019"><hi xml:id="endnote-019-backlink">19</hi></ref></hi>. L’elevata cifra di denaro viene raggiunta dai padri grazie alla vendita di una masseria a Capodimonte per 2000 ducati, pervenuta alla congregazione pochi anni prima dall’eredità di Giovanni Battista d’Ariano, mentre i restanti 2400 ducati vengono restituiti a Panfilo Coppola in natura, con il ricavato dei frutti della masseria, dilazionato in più anni.</p><p rend="h3-uccelo-Tuffo"><hi rend="italic">Localizzazione</hi></p><p rend="text_NOindent">La masseria è sita nel luogo detto “Turricchio” – da <hi rend="italic">Torricli,</hi> toponimo molto antico, che risale già al periodo ducale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-020"><hi xml:id="endnote-020-backlink">20</hi></ref></hi> – nel casale Due Porte all’Arenella, e confina con la masseria di Giovanni Battista della Porta (una delle ipotesi sull’origine del toponimo Due Porte è appunto la derivazione del nome del casale da quello del celebre filosofo napoletano) e si estende su un pianoro tra due cavoni, su uno dei quali si erge la loggia panoramica rappresentata nella pianta, di cui rimane traccia in un manufatto a forma di torrino in corrispondenza del casello della tangenziale di Napoli all’uscita <hi rend="italic">Zona Ospedaliera</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-021"><hi xml:id="endnote-021-backlink">21</hi></ref></hi>. L’attuale toponomastica rimanda alla masseria con la <hi rend="italic">cupa dei Gerolomini alle Due Porte,</hi> corrispondente alla «strada pubblica che dalla Salute va alli Camaldoli», ben rappresentata sulla pianta Carafa, che divideva la proprietà dai beni dei Gesuiti. Purtroppo, della residenza di villeggiatura dei padri e della casa del massaro non c’è più traccia, a causa della diffusa campagna edilizia di fine Ottocento<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-022"><hi xml:id="endnote-022-backlink">22</hi></ref></hi>, che con il Piano regolatore del nuovo rione Vomero-Arenella ha occupato tutti gli spazi agricoli e occultato definitivamente il paesaggio descritto nelle <hi rend="italic">Lettere villeresche d</hi>i Fasano: «questa sacra villa [dei Girolamini], da pochi anni in quà, è divenuta più deliziosa e magnifica; ma il suo maggior pregio è il sito, l’aria, e’l vasto podere, che la circonda»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-023"><hi xml:id="endnote-023-backlink">23</hi></ref></hi>.</p><p rend="h3 ParaOverride-4">2-3. Piante della masseria a San Pietro a Patierno, cc. 11-12, 39 (Figg. 2-3)</p><p rend="h3-uccelo-Tuffo"><hi rend="italic">Intitolazione delle piante</hi></p><p rend="text_NOindent">c. 12: «Pianta della Massaria della Congregazione dell’Oratorio di Napoli sita nelle pertinenze di S.to Pietro a Patierno dove si dice allo Trecco seu Piccioi tutta Arbustata con due case una distante assai dal altra di moia 52. Confina con li beni del monasterio delli Miracoli e tre vie publiche a ciascheduna delle quali case vi è una lapide di marmo con le seguenti parole <hi rend="italic">Congreg.nis Oratorij Neap. </hi>cioè una sopra lo Portone del Cortile e l’altra sopra la porta di un Bastio delle case che stanno in mezzo la massaria con due arie una nel Cortile e l’altra vicino la casa Piccola tutta Arbustata e Vitata. Fatta d.a Pianta a marzo 1702; per andare alla quale si passa per la strada che sta vicino la polverera fuora porta Capuana e si va sempre dritto sino che a un cantone della massaria presente, si trova un termine di piperno, nel quale viene impresso il seg.te segno R vicino ad un altro termine sul quale vi è impresso il seg.te segno F. che significa dove arriva la giurisditione della Farina di Nap. posto dalli Governatori atteso la nostra massaria e tutta nella giurisditione del Casale di S.o Pietro a Paterno et infine la nostra massaria incomincia quella della farina, e vicino li beni del Monastero delli miracoli vi sono cinque termini di pietra di caserta e di piperno col seg.te segno R. e sta tutta in piano».</p><p rend="text">c. 39: «Pianta geometrica del territorio che si possiede dalla Venerabile Congregazione dell’Oratorio de’ RR.di PP. Gerolmini, sita nel Casale delli Pichioi. Il territorio sudetto è di moggia 52 = quarte 5 = e quinte 2. A. Abitazioni per li coloni. B. Aja. C. Cisterna. D. Strada che dal casale delli Pichioi mena a detto territorio. E. Strada che mena a Capo di chino. F. Strada publica, che per tre lati confina detto territorio. G. Termini di pietra, colla cifre della Congregazione, indicanti il confine tra l’territorio sudetto, e quello del V.ble Monistero de Miracoli. Antonio Desio 1781».</p><p rend="h3-uccelo-Tuffo"><hi rend="italic">Provenienza patrimoniale</hi></p><p rend="text_NOindent">La proprietà è composta da due diverse donazioni, provenienti dalla famiglia Tanga e dai Capece Bozzuto, feudatari del casale di Afragola (1381-1536)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-024"><hi xml:id="endnote-024-backlink">24</hi></ref></hi> che donano, grazie al padre Francesco Capece Bozzuto, con testamento per mano di Salvatore Crispino di Napoli del 23 luglio 1649, varie proprietà ai Girolamini, tra cui la masseria in zona “Lo Trecco” o “Pichioi”. Nell’ASG è presente una cospicua documentazione della famiglia Capece Bozzuto, essendo i Girolamini destinatari di varie loro proprietà. Si evince dalle carte che furono feudatari della terra di Afragola, avendola tra i loro beni burgensatici, fino al 1575, quando fu venduto il casale di Afragola per 20000 ducati al fine di sanare i debiti contratti da Paolo e Ludovico <hi rend="italic">senjores,</hi> figli di Troiano, alla morte del padre. L’archivio dei Girolamini raccoglie appunto le carte prodotte nel tentativo di rivendicare la terra di Afragola alla metà del Seicento quando le proprietà dei Bozzuto erano già nel patrimonio dei Girolamini.</p><p rend="h3-uccelo-Tuffo"><hi rend="italic">Localizzazione</hi></p><p rend="text_NOindent">La masseria si trovava nei pressi del <hi rend="italic">Monte lo Trecco </hi>tra Capodichino, San Pietro a Patierno e Poggioreale, in una zona molto ben collegata alla città di Napoli, all’interno della confinazione della città, come si rileva dalla pianta del Porpora<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-025"><hi xml:id="endnote-025-backlink">25</hi></ref></hi>.</p><p rend="text">Proprietà molto estesa, di 52 moggi, risultato di due diverse acquisizioni, tutta arbustata e confinante con la Masseria della farina, del Monastero dei Miracoli e con tre vie pubbliche. Il toponimo “Lo Trecco” rimanda ad un celebre episodio della storia di Napoli: il pianoro in collina, che si raggiunge salendo dall’erta via che usciva da Napoli detta <hi rend="italic">clivus </hi>(oggi salita Capodichino), prende il nome dal sito in cui si accamparono i francesi durante l’assedio della città del 1528 e dove morì il generale delle truppe Lautrec<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-026"><hi xml:id="endnote-026-backlink">26</hi></ref></hi>. L’etimologia di <hi rend="italic">Pichioi </hi>è dibattuta: Capasso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-027"><hi xml:id="endnote-027-backlink">27</hi></ref></hi> identifica il luogo con Capodichino, sposando la tesi di Ignarra<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-028"><hi xml:id="endnote-028-backlink">28</hi></ref></hi>, che fa provenire il toponimo <hi rend="italic">Pichiuovi </hi>da <hi rend="italic">Pluvio Iovi,</hi> il rito femminile di implorare la pioggia da Giove con i capelli sciolti, cui fa cenno anche Petronio nella Coena Trimalchionis. Fusco<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-029"><hi xml:id="endnote-029-backlink">29</hi></ref></hi> preferisce l’interpretazione di Giustiniani, secondo il quale il nome deriverebbe da Andrea Pichioli, possessore di un podere in zona; lo studioso sostiene inoltre che il <hi rend="italic">clivo </hi>di cui parla Petronio nella cena di Trimalcione, identificato da Ignarra con Capodichino, non si riferisca a quello napoletano, piuttosto a quello capitolino.</p><p rend="h3 ParaOverride-4">4. Pianta delle paludi nelle pertinenze della Barra dove si dice <hi rend="italic">li Sassi,</hi> cc. 13-14 (Fig. 4)</p><p rend="h3-uccelo-Tuffo"><hi rend="italic">Intitolazione della pianta</hi></p><p rend="text_NOindent">cc. 13v-14r: «Pianta delle Paduli possiede la nostra Congreg.ne dell’Oratorio vicino le Moline nelle pertinenze della Barra dove si dice li sassi che furono di D. Isabella Galuccio, quali sono state terminate a Feb.o 1702 come dalla fede che si conserva in nostro Archivio che sono moia dieci e quarte due nelle quali vi si sono posti dodeci termini cioè 2 di pietra bianca di Caserta e due colonnette di marmo bianco e 8 di piperno forte nelli quali vi sta il seg.te Segno R. e vi è un pilastro di fabrica fra mezzo questi due territorij con due imagini cioè la Madonna della Valicella dalla parte della strada e di S.to Filippo da dentro lo territ.o conforme si vede qui sotto designato. Per andare alle quali si va per il Ponte della Madalena e poi per la strada che va alle moline che stanno in mezzo le Paduli di Napoli».</p><p rend="h3-uccelo-Tuffo"><hi rend="italic">Provenienza patrimoniale</hi></p><p rend="text_NOindent">Il territorio padulese di 10 moggi perviene nelle proprietà dei Girolamini per lascito testamentario di Isabella Gallucci, vedova del <hi rend="italic">quondam </hi>Claudio Rocco, in virtù di testamento di notaio Francesco Del Monte del gennaio 1646<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-030"><hi xml:id="endnote-030-backlink">30</hi></ref></hi>.</p><p rend="h3-uccelo-Tuffo"><hi rend="italic">Localizzazione</hi></p><p rend="text_NOindent">Il territorio si trova a Barra, uno dei luoghi che furono casali di Napoli, all’interno della zona plagese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-031"><hi xml:id="endnote-031-backlink">31</hi></ref></hi>, il cui sviluppo urbano è intimamente legato allo sfruttamento delle abbondanti risorse idriche del territorio provenienti dalle vicine alture vesuviane, oltre che dal fiume Sebeto – il toponimo compare nel XIII secolo e nel XVI secolo si fonde con quello più antico di <hi rend="italic">Sirinum,</hi> annoverato tra gli antichi casali <hi rend="italic">foris fluvium</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="#endnote-032"><hi xml:id="endnote-032-backlink">32</hi></ref></hi><hi rend="italic">, </hi>diventando <hi rend="italic">Barra di Serino.</hi></p><p rend="h3 ParaOverride-5">5. Pianta a braccio di tutti li Molini, cc. 41-42 (Fig. 5)</p><p rend="h3-uccelo-Tuffo"><hi rend="italic">Intitolazione della pianta</hi></p><p rend="text_NOindent">cc. 41-42: «Pianta a braccio di tutti li Molini, che sono nelle Paludi d[i qu]esta città di Napoli, dalla Bolla per infino al Mare, detti della Corsia, come anche di tutti gli altri, che sono nelle dette Palud[i …]oltano o con acque di Scaturigini, o con derivate da Formali reale, che viene dalla Bolla, oppure dall’acque dette di [C]armignano [il] tutto particolarmente notato si osserva. Napoli 26 luglio 1728».</p><p rend="h3-uccelo-Tuffo"><hi rend="italic">Provenienza patrimoniale</hi></p><p rend="text_NOindent">La pianta rivela l’interesse dei Girolamini per l’area rappresentata, con l’indicazione dei mulini serviti dal formale della Bolla. Il mulino dei Girolamini proviene dal lascito testamentario di Francesco Rummo ai padri nel 1660 sottoscritto dal notaio Francesco Montanaro di Napoli. Dalle carte dell’AGir risulta inoltre che a fine Settecento l’azienda molitoria era in società con il principe di Caposele Carlo Ligni, a causa delle rivendicazioni di quest’ultimo sull’eredità di Francesco Rummo autorizzate dal Sacro Regio Consiglio. Il mulino era denominato anche <hi rend="italic">Fellapane,</hi> e subisce molti lavori di manutenzione e di rifazione, evidentemente giustificati dalla sua alta produttività.</p><p rend="h3-uccelo-Tuffo"><hi rend="italic">Localizzazione</hi></p><p rend="text_NOindent">La pianta rappresenta la vasta area che dalle pendici del Monte Somma giunge fino al ponte della Maddalena e al mare; in particolare illustra le fonti e i corsi d’acqua che scorrono dalla sorgente della Bolla fino alla città di Napoli: il “Fosso reale”, l’acquedotto Carmignano e il canale di acque correnti denominato “Fiume Corsea” o “Corsea della Volla”, lungo il quale si insediarono i mulini per la macina delle farine, tra cui quello dei Girolamini. Proprietà di potenti feudatari e ricchi ordini religiosi, i mulini della Corsea ottennero per le loro industrie nel 1517 dal Consiglio Collaterale l’assegnazione della metà del flusso d’acqua della Bolla, a scapito dell’approvvigionamento idrico dei cittadini napoletani<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-033"><hi xml:id="endnote-033-backlink">33</hi></ref></hi>. Di particolare interesse risulta la rappresentazione di Poggioreale precedente alla costruzione del cimitero e della omonima villa reale, servita da ben due acquedotti, della Bolla e di Carmignano. Il disegno del magnifico palazzo di epoca rinascimentale, seppur schematico – l’illustrazione è infatti funzionale al rilevamento della presenza degli acquedotti che la attraversano – ci conferma la persistenza della villa reale, ancora nel 1728, e la sua plausibile funzionalità, essendo alimentata d’acqua. Inoltre, il disegno rivela importanti testimonianze di elementi non presenti in fonti documentarie già note: l’esistenza di un «nuovo mulino» all’estremità meridionale del giardino, oltre che di quello reale posto al centro, è inedita rispetto all’<hi rend="italic">Ichnographia ed Hydrografia della Città di Napoli</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-034"><hi xml:id="endnote-034-backlink">34</hi></ref></hi>. Inoltre, la capillare rete dei mulini ai piedi delle sorgive, disposti perfino a ridosso della medesima villa di Poggioreale, da idea sia dell’importanza produttiva dei mulini sia del potere e dell’influenza politica dei loro proprietari.</p><p rend="h3 ParaOverride-4">6-7. Piante della masseria a Sant’Arpino a Poggioreale, cc. 20, 44 (Figg. 6-7)</p><p rend="h3-uccelo-Tuffo"><hi rend="italic">Intitolazione delle piante</hi></p><p rend="text_NOindent">c. 20: «Pianta della Massaria sita a Arpino a Poggio Reale e proprio alla gabella della farina di moia quattordeci pervenuta alla Congreg.e dalle sig.re Teresa e Giuditta Puoti sorelle del Regio Consig.ro Luca Puoti nell’anno 1711».</p><p rend="text">c. 44: «Pianta del territ.o, che si possiede dalla V.ble Congregazione dell’Oratorio, sito alle spalle della Taverna della Statera di capacità passi 10774 1/8, che forma mog.a 11 quarte 9, e none 6. A. Adrietto avanti la Cappella. B. Cappella. C. Sagrestia. D. Giardine. E. Casa rurale. F. Aja. G. Curtile. H. Via propria».</p><p rend="h3-uccelo-Tuffo"><hi rend="italic">Provenienza patrimoniale</hi></p><p rend="text_NOindent">La masseria proviene dalla famiglia Puoti: le sorelle del regio consigliere Luca Puoti donano la masseria, insieme ad altre case poste nei dintorni di via Sapienza, il 16 marzo 1711, con atto del notaio Alessandro de Martino di Napoli.</p><p rend="h3-uccelo-Tuffo"><hi rend="italic">Localizzazione</hi></p><p rend="text_NOindent">Le due piante rappresentano la medesima masseria posta a nord della villa di Poggioreale, verso il casale di Arpino, descritta a c. 20 nelle prossimità della gabella della farina e a c. 44 presso la <hi rend="italic">taverna della Statera,</hi> a indicare evidentemente lo stesso edificio. Laddove Summonte descrive l’area annoverabile «tra i vaghi e meravigliosi degli antichi Romani»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="#endnote-035"><hi xml:id="endnote-035-backlink">35</hi></ref></hi>, dove la corte aragonese fece costruire il magnifico palazzo, attualmente non vi è alcuna traccia architettonica superstite di questo glorioso passato, di cui non resta che il toponimo.</p>
      
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