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        <title type="main" level="a">Sugli studi polonistici di Enrico Damiani, traduttore, critico e divulgatore</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-1096-5688" type="ORCID">
            <forename>Marina</forename>
            <surname>Ciccarini</surname>
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          <resp>This is a section of <title>La slavistica come strumento per l'amicizia fra i popoli</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0846-8</idno>) by </resp>
          <name>Andrea Fernando De Carlo, Gabriele Mazzitelli, Rosanna Morabito</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0846-8.05</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The author reflects on Enrico Damiani's Polish studies, which aimed to spread Polish culture in Italy. The scholar pursues his goal with stubborn determination, convinced that his task is to provide readers with the tools they need to gain a general idea of the state, trends, achievements, and future potential of the writers who are currently creating new narrative literature in Poland.</p>
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            <item>Damiani</item>
            <item>Polish Studies</item>
            <item>Polish writers</item>
            <item>translation</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0846-8.05<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0846-8.05" /></p>
      <div><head>Sugli studi polonistici di Enrico Damiani, traduttore, critico e divulgatore</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Marina Ciccarini</p><p rend="text">In un prezioso libretto intitolato <hi rend="italic">I narratori della Polonia </hi><hi rend="italic">d’oggi</hi>, edito nel 1928 a Roma dall’Istituto per l’Europa Orientale e parte di quella pregevole collana intitolata “Piccola Biblioteca slava” a cura di Ettore Lo Gatto, si scorge, nelle parole che lo slavista Enrico Damiani (1892-1953) riserva al lettore nella sua breve introduzione, uno dei motivi dominanti del lavoro svolto dallo studioso nel corso della sua vita:</p><quote rend="quotation_b">Gli studi di letteratura polacca che sono finora venuti alla luce in Italia, come le versioni italiane di opere polacche, riguardano quasi esclusivamente tempi e autori già passati alla storia. […] E ciò è più che spiegabile. Ma per questo appunto è stata fino ad oggi trascurata l’opera di altri scrittori pur degni di particolare considerazione, scrittori che creano tuttora, che dànno oggi una loro impronta alla letteratura e che, arricchendo ai giorni nostri la produzione nazionale di nuove opere d’arte, gettano le basi di quella che sarà la letteratura di domani. Di costoro non si sa ancor nulla fra noi, o quasi nulla. La letteratura dei viventi polacchi è ancora, in Italia come altrove, avvolta in tenebre fitte. Questa lacuna intende colmare in qualche modo il mio scritto. […] La presentazione diretta dell’opera di un artista è, a mio parere, sempre la più efficace o obiettiva illustrazione della sua arte (Damiani 1928a, 6-7). </quote><p rend="text">Dunque, un’opera di divulgazione e mediazione culturale che lo studioso persegue con caparbia risolutezza, convinto che il suo compito debba essere quello di fornire al lettore gli strumenti opportuni per ottenere </p><quote rend="quotation_b">dalla lettura dell’insieme un’idea generale sullo stato, le tendenze, i risultati raggiunti e quelli che si potranno ancora raggiungere dagli scrittori che vengono creando oggi in Polonia la nuova letteratura narrativa (Damiani 1928a, 81). </quote><p rend="text">Certo, questo è, in generale, lo spirito del tempo: siamo, infatti, negli anni Venti del secolo scorso, quando diversi fattori, di natura culturale ed economica, contribuiscono ad aprire il campo letterario italiano alla narrativa straniera e comincia a diffondersi la pratica della «contemporaneità della traduzione rispetto al testo originale» (Barrale 2012, 36)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-021">1</ref></hi></hi>. Damiani inizia la sua attività di studioso e traduttore di letterature slave (russa, polacca e bulgara, in particolare) proprio in questi anni cruciali che, come ricorda Gabriele Mazzitelli, furono</p><quote rend="quotation_b">anni di esperienze che, seppure in pieno regime fascista, riuscirono ad aprire la strada per una migliore diffusione in Italia della conoscenza del mondo slavo e, in generale, della cosiddetta Europa Orientale. […] Con a fianco uomini quali Lo Gatto, Maver, Urbani e Cronia, Enrico Damiani è uno dei protagonisti di questa corsa verso un mitico <hi rend="italic">Far East</hi> (Mazzitelli 1990, 402). </quote><p rend="text">Lo studioso appartiene in effetti a quella prima generazione di slavisti italiani che, pionieristicamente, condivisero l’opera dei ‘padri fondatori’ Giovanni Maver ed Ettore Lo Gatto; tuttavia, nell’instancabile attività di critico e traduttore di Damiani si scorge una passione civile, un forte intento morale che non abbandona mai i suoi studi, le sue ricerche. Come viene sottolineato dai curatori nella nota in sua memoria, apparsa nel 1954 sul terzo volume della rivista <hi rend="italic">Ricerche Slavistiche</hi>: </p><quote rend="quotation_b">La slavistica Lo attrasse come strumento di lotta contro l’accettazione in Italia di troppo angusti orizzonti culturali e come espressione di giuste rivendicazioni spirituali in favore di civiltà sottovalutate o addirittura dimenticate dall’occidente europeo. […] Egli, che impersonava l’assoluta opposizione al settarismo e che sapeva trovare un linguaggio comune con persone dai credi più diversi, non seppe né volle mai rinunciare a posizioni di lotta: contro l’ignoranza, contro le prevenzioni ed i fanatismi che impediscono la libera espressione della cultura umana, al di là di ogni artificioso limite o confine. Grazie a questo Suo tenace concreto ed inflessibile attaccamento ai valori fondamentali della dignità umana, Egli poté conferire alla Sua attività di studioso un’impronta particolare ([Picchio?]<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-020">2</ref></hi></hi> 1954, 3, V). </quote><p rend="text">Laureatosi nel 1914 in Giurisprudenza e, dall’anno successivo, Bibliotecario e poi, dal 1927 (fino al 1950), Direttore della Biblioteca della Camera dei deputati, Damiani, come sottolinea Mazzitelli: </p><quote rend="quotation_b">Svolse questo compito dando prova del suo stile di instancabile lavoratore, di persona incline allo studio e dotata di grande umanità, capace di mantenere sempre un equilibrio nei rapporti con i collaboratori. Anche nei confronti del regime fascista cercò sempre di salvaguardare il carattere scientifico della Biblioteca, quale strumento di supporto all’attività parlamentare. Ottenuta nel 1929 la libera docenza per le letterature slave all’Università di Roma, cominciò una lunga carriera accademica che lo vide insegnare anche all’Istituto Orientale di Napoli, cui fu particolarmente legato (Mazzitelli 2021a).</quote><p rend="text">Anche Nullo Minissi, amico e collega di Damiani presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli, si sofferma su queste caratteristiche: </p><quote rend="quotation_b">Sapevo […] che [Damiani] aveva creduto in Wilson e nella Società delle Nazioni, che era convinto della forza pacificatrice della reciproca conoscenza tra i popoli, che girando il mondo per innumerevoli conferenze, senza mai concedere niente s’era imposto a tutti i regimi, compreso quello italiano, a cui opponeva l’insuperabilità del suo sorriso e della sua camicia bianca. Avevo trovato in lui quelle ferme convinzioni senza fede o ideologia, quel laicismo saldo e assoluto a cui anche a me avevano nutrito gli studi (Minissi 2003, 17).</quote><p rend="text">Per quest’attività di studioso mediatore tra la cultura italiana e polacca Damiani riceve numerosi e alti riconoscimenti (ad esempio nel 1940 gli viene conferito il “Lauro d’argento” dell’Accademia di Letteratura di Varsavia), divenendo membro effettivo dell’Accademia polacca delle Arti e delle Scienze di Cracovia (PAU) e poi dell’Accademia polacca delle Scienze di Varsavia (PAN). Risale, infine, al 1942 l’istituzione, da parte dell’Istituto Orientale di Napoli, delle cattedre di polacco e bulgaro che l’Ateneo gli affida. Proprio all’Università partenopea lo studioso, nel 1953, alcuni mesi prima della sua morte, donerà la sua biblioteca personale di circa 11.000 volumi, dedicata alla memoria del figlio Roberto scomparso tragicamente nel 1947<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-019">3</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Damiani frequenta la Polonia fin da giovanissimo: risale infatti al 1922 il suo primo viaggio in questo paese e all’anno accademico successivo la partecipazione, come studente, ai corsi su Adam Mickiewicz, Zygmunt Krasiński e Juliusz Słowacki tenuti dal professore Roman Pollak (1886-1972), di cui diviene in breve anche collaboratore e al quale si deve la prima cattedra di Lingua e letteratura polacca presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, risalente al 1923<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-018">4</ref></hi></hi>. In quegli anni, le frequenti missioni di Damiani in terra polacca, a riprova del legame sentito e fecondo con questo paese, culminano nel 1928 con la sua partecipazione al seminario di tre settimane tenutosi a Zakopane e riservato proprio ai polonisti italiani<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-017">5</ref></hi></hi>. A questo soggiorno fecero seguito numerosi altri periodi di studio trascorsi in Polonia che consolidarono la sua amicizia con intellettuali e scrittori dell’epoca. Ma già in una conferenza tenuta dal giovane Damiani, in polacco, proprio a Zakopane nel 1927 – a cui aveva fatto seguito una lettura di canti di Kasprowicz e Asnyk da lui tradotti e del III canto dell’<hi rend="italic">Inferno</hi> di Dante nella traduzione polacca di Asnyk –, lo studioso aveva rivendicato con passione la vicinanza culturale, politica e sociale di Italia e Polonia e, ripercorrendo le prime tappe degli studi dei pionieri della polonistica italiana appena nata, aveva sottolineato il grande lavoro fatto da questi in soli quattro anni, a partire dal 1923: </p><quote rend="quotation_b">Merito di questi discepoli, diretti e indiretti, ai quali sono fiero di appartenere, e di altri piccoli gruppi a Torino e Firenze, è la maggior parte dei lavori biografici e critici e delle traduzioni di capolavori polacchi venuti alla luce in Italia. […] Tutto ciò si è compiuto nel breve spazio di qualche anno […] Nel corso di quattro anni […] s’è formata in Italia una minuscola ma attiva e feconda scuola di polonisti, nel corso di quattro anni la vostra potente e difficile lingua ha trovato in Italia persone capaci di comprendere e far comprendere ad altri i più difficili capolavori della vostra letteratura (Damiani 1927a, 246)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-016">6</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Convinto assertore della bontà degli studi polonistici in Italia, anni dopo, nell’estratto <hi rend="italic">Gli studi polonistici in Italia tra la p</hi><hi rend="italic">rima e la seconda guerra mondiale</hi>, del 1941, Damiani ancora una volta ribadisce con forza la sua convinzione che «l’opera dei polonisti italiani e degli studiosi in generale delle cose polacche non è, nell’insieme, seconda a quella di nessun altro paese di cultura» (Damiani 1941, 33). </p><p rend="text">La vicinanza tra i due popoli, la loro consanguineità spirituale e letteraria trova infatti riscontro frequente negli scritti di Damiani il quale, nel 1953, com’è noto, decide di inaugurare la prestigiosa collana della serie cosiddetta delle “Letterature slave” proprio con una <hi rend="italic">Storia della letteratura polacca</hi> la cui cura è affidata a Marina Bersano Begey, studiosa «fra i più valorosi e benemeriti cultori e – direi addirittura – apostoli degli studî polonistici» (Damiani 1953, 7). Damiani, a cui evidentemente era stato dato l’incarico di curare tutta la serie slava della collana, offre due ragioni per la sua scelta: un motivo di natura ‘pratica’ – «è questa la prima completa storia <hi rend="italic">italiana</hi> della letteratura polacca» (Damiani 1953, 7) –, e uno di carattere ‘ideale’: </p><quote rend="quotation_b">La seconda ragione – la ragione ideale – che ci ha consigliato di inserire come prima in questa nostra collana (a differenza di quanto s’è fatto finora in tutte le analoghe collezioni straniere) la letteratura polacca, è l’eccezionale importanza che la letteratura stessa assume per noi Italiani, come la più italiana, la più latina – di gran lunga la più italiana e la più latina di tutte le letterature slave. Caratteristiche queste che trovano riscontro – e spiegazione – nelle condizioni di vita storica e spirituale dell’intera nazione polacca, dalle sue più remote origini, e nello stesso temperamento latino del popolo polacco (Damiani 1953, 7-8).</quote><p rend="text">L’idealità intesa come tensione interiore motivata da profonde esigenze culturali connota, senza dubbio, l’impronta particolare e profonda lasciata da Damiani nei suoi studi polonistici, e slavistici più in generale, caratterizzata da un’evidente passione e da un sicuro acume critico, ma anche da una forte e motivante volontà di essere un <hi rend="italic">Kulturträger</hi>, un mediatore tra culture diverse<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-015">7</ref></hi></hi>. A questo riguardo, è del tutto significativo il fatto che tra i suoi interessi più spiccati ci sia stata la propensione per l’attività traduttiva intesa, nello specifico, come processo e chiave di comunicazione che consente un ‘attraversamento di frontiera’ tra realtà letterarie diverse<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-014">8</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il professor Roman Pollak, ad esempio, nel necrologio pubblicato nel 1954 nella rivista <hi rend="italic">Pamiętnik Literacki </hi>in occasione della scomparsa di Damiani, ricorda con commozione il suo allievo e amico italiano e, tra le prime fatiche polonistiche dello studioso, ricorda che si era cimentato, proprio all’inizio della sua carriera, tra il 1925 e il 1926, con la traduzione di alcune opere di Mickiewicz (<hi rend="italic">Il Farys</hi>, <hi rend="italic">Il</hi><hi rend="italic"> monumento a Pietro il Grande</hi>, <hi rend="italic">Canti</hi>), del poemetto <hi rend="italic">Ora di riflessione</hi> di Słowacki, di frammenti del romanzo <hi rend="italic">La gioia della vita</hi> di Adolf Dygasiński, dei <hi rend="italic">Lamenti</hi> di Jan Kochanowski, dell’Inno <hi rend="italic">Santo Dio! Santo possente!</hi> di Kasprowicz (cfr. Pollak 1954, 364)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-013">9</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Pollak commenta così il lavoro di Damiani su questi due ultimi volumi, alla cui realizzazione aveva partecipato in veste di consulente: </p><quote rend="quotation_b">Vigilando sulla fedeltà filologica di questi capolavori, ho seguito con profonda emozione il singolare mistero per il quale gli accorati versi di Czarnolas si fondevano nella lingua di Petrarca, e la lava dell’inno di Kasprowicz tuonava nelle orecchie degli italiani con gli accenti dell’<hi rend="italic">Inno a Satana </hi>di Carducci. All’epoca della realizzazione di queste due superbe e artistiche traduzioni non solo il traduttore stesso, ma anche il suo consulente polacco vivevano in una sorta di straordinaria eccitazione, commossi dal confronto con l’essenza di due lingue diverse e con la differenza delle sfumature di sentimento, percepibili nelle singole parole. Qui Damiani ha dimostrato di essere un traduttore-artista di alto livello. Un’analisi comparativa di entrambe le sue traduzioni con le traduzioni delle stesse opere in altre lingue obbliga a dare una sicura preferenza alla traduzione italiana (Pollak 1954, 365. La traduzione è mia M.C.)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-012">10</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Lo studioso polacco ricorda e commenta le successive, numerose traduzioni di Damiani: nel 1927, <hi rend="italic">Le pietre </hi><hi rend="italic">viventi</hi> di Wacław Berent e, a seguire negli anni, vari scrittori del periodo romantico e del Novecento, tra i quali Henryk Sienkiewicz, Bolesław Prus, Maria Konopnicka, Wacław Sieroszewski, Gustaw Daniłowski, Stefan Grabiński, Kornel Makuszyński, Władysław Orkan, Kazimierz Przerwa-Tetmajer, Gabriela Zapolska, Antoni Słonimski ed altri. Accanto a queste opere segnala con particolare vigore anche le ottime traduzioni di alcuni <hi rend="italic">Treni</hi> di Szymon Szymonowicz, delle cosiddette <hi rend="italic">Prediche</hi> di Piotr Skarga, di versi scelti di Jan Andrzej Morsztyn, di alcune favole di Ignacy Krasicki e ancora de <hi rend="italic">I sonetti di Crimea</hi> e di altre opere minori di Mickiewicz, a riprova dell’interesse di Damiani per la cultura letteraria polacca nella sua interezza e complessità (cfr. Pollak 1954, 365-66)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-011">11</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Negli anni, molti condivideranno il giudizio lusinghiero e competente di Roman Pollak sull’attività di Damiani traduttore. Tra gli ultimi va ricordato, ad esempio, il parere di Andrea De Carlo che, ripubblicando sulla rivista di studi polonistici «pl.it – rassegna italiana di argomenti polacchi» dei frammenti del romanzo modernista <hi rend="italic">Pietre viventi</hi> di Berent – tradotto da Damiani nel 1927 –, ricorda la complessità stilistica di quest’importante opera, viaggio allegorico sulla scorta della <hi rend="italic">peregrinatio</hi><hi rend="italic"> vitae</hi> medievale, e riconosce al traduttore il merito di essere riuscito a rispettare le peculiarità e i contenuti del romanzo, nonostante la prosa fortemente arcaicizzante, i numerosi riferimenti a canzoni e leggende medievali, gli elementi di dramma e tragedia alternati, le allegorie e i molteplici strati simbolici<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-010">12</ref></hi></hi>. Sulla raffinatezza e l’eleganza delle traduzioni di Damiani si era soffermata, a sua volta, anche Jolanta Żurawska che, analizzando il primo dei <hi rend="italic">Sonetti di Crimea</hi> e il primo dei <hi rend="italic">Treny</hi> di Kochanowski<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-009">13</ref></hi></hi>, ne aveva esaltato la ricchezza e il fascino – «l’aura poetica» (Żurawska 2003, 25) – della traduzione, mentre Luigi Marinelli, sempre a questo riguardo, ha sottolineato l’«innegabile talento poetico» (Marinelli 2020, 25) dello studioso, il quale senza dubbio appartiene, in piena consonanza con il suo tempo, a quella categoria di intellettuali-traduttori ben visibili, capaci di far emergere la specificità del testo tradotto e, al contempo, la loro voce, forte e chiara<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-008">14</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">È lo stesso Damiani a fornirci alcuni indizi del suo metodo traduttivo: lo fa, tra gli altri, in occasione dell’edizione italiana di <hi rend="italic">Lauro olimpico</hi> di Kazimierz Wierzyński<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-007">15</ref></hi></hi>, raccolta di 15 liriche che esaltano le virtù dello sport e degli atleti in esso impegnati, premiata nel 1928 con la medaglia d’oro al concorso poetico internazionale della IX Olimpiade di Anversa e pubblicata nel 1929 da La Nuova Italia Editrice<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-006">16</ref></hi></hi>. Scrive Damiani nell’Introduzione alla traduzione, a suo dire particolarmente impegnativa: </p><quote rend="quotation_b">Nel dar forma poetica italiana a queste gemme liriche dell’amico Wierzyński ho dovuto sopra tutto lottare contro tre gravi difficoltà: contenere, nei limiti del possibile, in analoghi versi e in analoga disposizione di rime il testo originale senza alterarne il significato e lo spirito; tradurre o adattare alla lingua italiana la terminologia sportiva inglese che, se può agevolmente amalgamarsi con la lingua polacca, è inconciliabile con la particolare armonia del metro e della lingua italiana; trattare una materia, quale la materia sportiva, nella quale la mia personale ignoranza e incompetenza è altrettanto grande e brillante quanto la competenza e l’entusiastica ammirazione dell’Autore (Damiani 1929, 11)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-005">17</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">La dichiarata massima aderenza al testo poetico originale, il rispetto filologico della sua specificità non sfociano mai, in Damiani, in nessuna delle sue traduzioni, in una letteralità scialba o priva di interpretazione soggettiva e, soprattutto, non offuscano il suo stile altamente poetico, il piglio autorevole e inventivo, sempre presenti nel suo ‘dar forma poetica’ che rivela una postura traduttiva forte e riconoscibile<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-004">18</ref></hi></hi>. Il rispetto per le peculiarità formali e la poetica del testo di partenza non rappresentano un ostacolo alla bellezza formale della traduzione e, in questo senso, un ottimo esempio è, tra gli altri, la splendida resa in italiano dell’inno <hi rend="italic">Santo</hi><hi rend="italic"> Dio! Santo possente!</hi> di Kasprowicz (1860-1926) che, come già ricordato, il giovane Damiani realizza nel 1926. Nelle brevi pagine di apertura che accompagnano, come d’abitudine, ogni sua traduzione, lo studioso non manca di fornire al lettore qualche sagace commento relativo all’opera e al suo autore, da lui molto apprezzato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-003">19</ref></hi></hi>, soffermandosi anche sulle caratteristiche specifiche del lungo inno nel quale «l’anarchica libertà di metro e di rime» (Damiani 1926b, 176) dà forma eccellente alla veste poetica del canto «impetuoso e travolgente, che scaturisce dall’animo e, quale dall’animo scaturisce, s’esprime» (Damiani 1926b, 176)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-002">20</ref></hi></hi>. Damiani afferma di aver voluto rispecchiare fedelmente la varietà stilistica dell’opera, una sorta di ‘danza della morte’ medievale, nella quale</p><quote rend="quotation_b">Deliberatamente il poeta rifugge da qualsiasi vincolo di esteriore forma poetica. Strofe non esistono: i versi sono divisi in gruppi variatissimi, corrispondenti alle pause del pensiero e dell’ispirazione. Ugualmente varî sono i metri dei singoli versi, il numero dei cui piedi e delle cui sillabe muta incessantemente […] adattandosi di volta in volta al concetto che esprimono, all’impeto che li muove, al tono, all’ispirazione del poeta. E le rime infine or mancano del tutto, ora appaiono qua e là, alterne o baciate, vicine o lontane, senz’altra norma che quella dell’estro del poeta (Damiani 1926b, 176).</quote><p rend="text">L’Inno è strutturato come una lunga e articolata supplica-invettiva nei confronti di Dio, rappresentato non come un Padre compassionevole ma come un giudice inflessibile e indifferente, insensibile al dolore e alla sofferenza umana e alle suppliche e alle preghiere a lui rivolte. In un’atmosfera cupa, da fine del mondo, l’uomo, vinto, rivolge a Satana, al Male, le sue invocazioni. Il prometeismo potente di questi versi viene accolto e a tratti vivificato dall’impeccabile traduzione di Damiani che restituisce in pieno il carattere luttuoso, la disperazione di tutta l’umanità, lo stile e il linguaggio del poema, simbolico, arcaicizzante, carico di pathos. Nelle righe introduttive alla sua traduzione lo studioso esclude che Kasprowicz si sia ispirato al famoso monologo di Konrad, protagonista de <hi rend="italic">Gli </hi><hi rend="italic">Avi</hi> di Adam Mickiewicz, ma riconosce in entrambi un medesimo anelito, un simile sentimento di ribellione nei confronti dell’«iniquità d’un fato implacabile» (Damiani 1926b, 175). Tuttavia, aggiunge che </p><quote rend="quotation_b">L’Inno di Kasprowicz […] si presta anche a un’interpretazione più ristretta e a un’interpretazione più lata che non il canto di Mickiewicz, potendo esso esprimere a un tempo, oltre al simbolo della martoriata nazione polacca […] il tormento personale del poeta e il tormento mondiale (Damiani 1926b, 175)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-001">21</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Lo sguardo di Damiani critico letterario è sempre nitido e fecondo. Ad esempio, in occasione del centenario della nascita di Sienkiewicz, lo studioso, in apertura del volume che raccoglie traduzioni e commenti critici relativi all’opera dello scrittore polacco, ne tratteggia le linee essenziali della poetica esprimendo un giudizio onesto e imparziale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0006.html#footnote-000">22</ref></hi></hi>. Riconosce i meriti e le indubbie qualità di Sienkiewicz scrittore – «uno dei più popolari fra i giganti della letteratura narrativa polacca» (Damiani 1946, 15) – ma, al tempo stesso, con grande lucidità ed estremo garbo, tratteggia anche gli aspetti meno esaltanti della sua produzione. Si sofferma in particolare sul <hi rend="italic">Quo vadis?</hi>, ritenendola «opera tecnicamente inferiore a quelle dei romanzi della Trilogia (o per lo meno alla prima parte della Trilogia)» (Damiani 1946, 20) che pure considera «grandi opere d’arte, non […] capolavori» (Damiani 1946, 21), analizzando, poi, gli ultimi racconti storici scritti da Sienkiewicz (<hi rend="italic">Sul campo della gloria</hi>, <hi rend="italic">Le </hi><hi rend="italic">legioni</hi>, il romanzo <hi rend="italic">Turbini</hi>), che valuta essere «già opere di decadenza» (Damiani 1946, 21), che culminano nel «canto del cigno» (Damiani 1946, 21) dello scrittore, e cioè nel romanzo <hi rend="italic">Nel deserto e nella foresta</hi>. </p><p rend="text">Damiani non ebbe mai timore di esprimere i suoi giudizi critici e, se necessario, di difenderne la legittimità, come avvenuto, ad esempio, nel 1926 proprio agli inizi del suo viaggio all’interno del mondo polacco quando entrò in polemica con il traduttore dal russo, critico, scrittore e giornalista Rinaldo Küfferle. Questi lo aveva accusato di avere espresso un giudizio troppo elogiativo e compiaciuto dell’opera di Mickiewicz, in occasione della traduzione italiana di un volume di <hi rend="italic">Canti</hi> dello scrittore polacco apparsa nello stesso anno (cfr. Mickiewicz 1926). Damiani rivendica con forza le sue posizioni e, ironicamente, ricorda al suo detrattore che persino ‘il padre della letteratura russa’ Aleksandr Puškin, contemporaneo di Mickiewicz, aveva esaltato la grandezza incomparabile dello scrittore polacco, e chiosa: </p><quote rend="quotation_b">Il signor Kufferle […] non farebbe male a tentare di riabilitare sé stesso, cercando di separare nettamente nell’animo suo quello che possono essere le sue ereditarie antipatie politiche per un popolo che la Russia non ama da quello che sono i valori assoluti d’un grande letterato, che deve come tale necessariamente esser guardato al di sopra di ogni passione di parte (Damiani 1926a, 271).</quote><p rend="text">Dopo aver esortato il suo antagonista a studiare attentamente e «senza lenti deformanti» (Damiani 1926a, 271) la letteratura polacca, in originale e non in traduzione, Damiani ricorda in chiusura della sua infervorata nota il giudizio esplicito di Giuseppe Mazzini che disse di Mickiewicz «Io lo ammiro e lo amo come la natura poetica più potente del secolo!» (Damiani 1926a, 271).</p><p rend="text">Passione, rigore, competenza. Per i polonisti e gli slavisti di oggi rileggere i magistrali scritti di Damiani, mai banali o scontati, analizzare le sue ottime traduzioni, ripercorrere le tappe del suo itinerario di studioso significa, pertanto, immergersi in un mondo fatto di cuore, acume, carattere, nel mondo di uno slavista di vaglia. Nel metodo e nel merito è stato un intellettuale anticonformista, capace di parlare a un pubblico ampio, di fare alta divulgazione e di sperimentare con sagacia e coraggio. Come ha scritto Gramsci nei suoi <hi rend="italic">Quaderni dal carcere</hi>, </p><quote rend="quotation_b ParaOverride-2">Se è vero che ogni secolo o frazione di secolo ha la sua letteratura, non è sempre vero che questa letteratura sia prodotta nella stessa comunità nazionale. Ogni popolo ha la sua letteratura, ma questa può anche venirgli da un altro popolo (Gramsci 1975, 2253)</quote><p rend="text_NOindent">in un determinato segmento della propria vita culturale, si può affermare che Damiani – ‘maestro incomparabile’ come lo ha definito Giovanni Maver – abbia contribuito in maniera incisiva, nel frammento di vita che gli è stato concesso, a far conoscere e divulgare ad alti livelli la letteratura polacca in Italia, con determinazione, intelligenza e inesausto slancio.</p><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Barrale, N. 2012. <hi rend="italic">Le traduzioni di narrativa tedesca durante il fascismo</hi>. Roma: Carocci.</p><p rend="bib_indx_bib">Cometa, M. 2014. “Weltliteratur. Una nozione desueta?” <hi rend="italic">Narrativa</hi> 35-36: 19-33. &lt;<ref target="https://journals.openedition.org/narrativa/1110">https://journals.openedition.org/narrativa/1110</ref>&gt;.</p><p rend="bib_indx_bib">Costagli, S. 2022. “Tra le letterature. Ricezione, Contaminazione. Traduzione.” <hi rend="italic">Lingue antiche e moderne</hi> 11: 5-28. &lt;<ref target="https://lingue-antiche-e-moderne.it/issue/view/114/showToc">https://lingue-antiche-e-moderne.it/issue/view/114/showToc</ref>&gt;.</p><p rend="bib_indx_bib">Damiani, E. 1926a. “Il caso Mickiewicz.” <hi rend="italic">Rivista di letterature slave</hi> 1, 1-2: 269-71.</p><p rend="bib_indx_bib">Damiani, E. 1926b. “L’Inno di Kasprowicz: ‘Santo Dio! Santo possente!’.” <hi rend="italic">Rivista di letterature slave</hi> 1, 1-2: 173-91. </p><p rend="bib_indx_bib">Damiani, E. 1926c. “Nel decimo anniversario della morte di Henryk Sienkiewicz.” <hi rend="italic">Rivista di letterature slave</hi> 1, 3-4: 499-502.</p><p rend="bib_indx_bib">Damiani, E. 1926d. “rec. <hi rend="italic">Wiadomości Literackie</hi> (III, 43, 1926).” <hi rend="italic">Rivista di letterature slave</hi> 1, 3-4: 521-25. </p><p rend="bib_indx_bib">Damiani, E. 1927a. “La letteratura polacca in Italia.” <hi rend="italic">Rivista di Cultura</hi> 8, 10: 242-47.</p><p rend="bib_indx_bib">Damiani, E. 1927b. “Włosi a literatura polska.” <hi rend="italic">Przegląd Współczesny</hi>  6, 23: 257-62. &lt;<ref target="https://polona.pl/item-view/5b1ce563-ae95-4929-85fc-c2199b41202a?page=256">https://polona.pl/item-view/5b1ce563-ae95-4929-85fc-c2199b41202a?page=256</ref>&gt;.</p><p rend="bib_indx_bib">Damiani, E. 1928a. <hi rend="italic">I narratori della Polonia d’oggi</hi>. Roma: IPEO.</p><p rend="bib_indx_bib">Damiani, E. 1928b. “rec. Kazimierz Wierzyński, <hi rend="italic">Laur olimpijski</hi>, Warszawa: J. Mortkowicz.” <hi rend="italic">Rivista di letterature slave</hi> 3, 4-6: 532. </p><p rend="bib_indx_bib">Damiani, E. 1928c. “Un corso di conferenze per polonisti italiani in Polonia.” <hi rend="italic">Rivista di letterature slave</hi> 3, 4-6: 529-30.</p><p rend="bib_indx_bib">Damiani, E. 1929. Introduzione a <hi rend="italic">Lauro olimpico</hi> di Kazimierz Wierzyński, a cura di Enrico Damiani, 5-11. Venezia: La Nuova Italia.</p><p rend="bib_indx_bib">Damiani, E. 1941. <hi rend="italic">Gli studi polonistici in Italia tra la prima e la seconda guerra mondiale</hi>. Roma: IPEO.</p><p rend="bib_indx_bib">Damiani, E. 1946. “Henryk Sienkiewicz.” In <hi rend="italic">Centenario di Sienkiewicz. 1846-1946</hi>, 13-22. Roma: Libreria dell’800 Editrice. </p><p rend="bib_indx_bib">Damiani, E. 1953. Prefazione a <hi rend="italic">Storia della letteratura polacca</hi> di Marina Bersano Begey, 7-8. Milano: Academia.</p><p rend="bib_indx_bib">De Carlo, A. F. 2013. “Enrico Damiani (1892-1953).” <ref target="http://pl.it"><hi rend="italic">pl.it</hi></ref><hi rend="italic"> – rassegna italiana di argomenti polacchi</hi> 4: 63-4.</p><p rend="bib_indx_bib">Gardoncini, A. 2022. “Un traduttore molto visibile. Tommaso Landolfi negli anni Trenta.” <hi rend="italic">Lingue antiche e moderne</hi> 11: 77-98. &lt;<ref target="https://lingue-antiche-e-moderne.it/article/view/1508">https://lingue-antiche-e-moderne.it/article/view/1508</ref>&gt;.</p><p rend="bib_indx_bib">Gramsci, A. 1975. <hi rend="italic">Quaderni del carcere</hi>, edizione critica dell’Istituto Gramsci, a cura di Valentino Giarratana, vol. III. Torino: Einaudi.</p><p rend="bib_indx_bib">Knysz-Tomaszewska, D. 2003. “Un dialogue interrompu – Les Lettres de Enrico Damiani à Paul Cazin.” In <hi rend="italic">Traduzione e dialogo tra le Nazioni</hi>. Convegno internazionale dedicato alla memoria di Enrico Damiani, Napoli 27-30 settembre 2002, a cura di Jolanta Żurawska, 27-43. Kraków-Napoli: Collegium Columbinum-Università degli studi di Napoli L’Orientale. </p><p rend="bib_indx_bib">Kochanowski, J. 1930. <hi rend="italic">Lamenti</hi>, versione poetica dal polacco con introduzione e note di Enrico Damiani. Roma: IPEO.</p><p rend="bib_indx_bib">Marinelli, L. 2020. Introduzione a <hi rend="italic">Treny</hi> di Jan Kochanowski, a cura di Giulia Olga Fasoli, traduzioni di Umberto Norsa e Enrico Damiani, 5-33. Lugano: Agorà &amp; Co. </p><p rend="bib_indx_bib">Mazzitelli, G. 1990. “Enrico Damiani slavista.” <hi rend="italic">Europa Orientalis</hi> 9: 401-14.</p><p rend="bib_indx_bib">Mazzitelli, G. 2016. <hi rend="italic">Le pubblicazioni dell’Istituto per l’Europa Orientale. Catalogo storico (1921-1944)</hi>. Firenze: Firenze University Press.</p><p rend="bib_indx_bib">Mazzitelli, G. 2021a. “Enrico Damiani.” In <hi rend="italic">AIB. Dizionario bio-bibliografico dei bibliotecari italiani del XX secolo</hi>, Roma: Associazione Italiana Biblioteche. &lt;<ref target="https://www.aib.it/aib/editoria/dbbi20/damiani.htm">https://www.aib.it/aib/editoria/dbbi20/damiani.htm</ref>&gt; (2025-12-29).</p><p rend="bib_indx_bib">Mazzitelli, G. 2021b. “Humanism and Culture: The Teaching of Enrico Damiani (a Bibliography).” <hi rend="italic">Romània Orientale</hi> 34: 249-76.</p><p rend="bib_indx_bib">Mickiewicz, A. 1926. <hi rend="italic">Canti: Świteź</hi>, <hi rend="italic">I sonetti di Crimea, il “Farys”, L’“Episodio”</hi>, traduzione di Enrico Damiani, prefazione di Roman Pollak. Firenze: Vallecchi. </p><p rend="bib_indx_bib">Minissi, N. 2003. “Enrico Damiani: la cultura e la pace.” In <hi rend="italic">Traduzione e dialogo tra le Nazioni</hi>. Convegno internazionale dedicato alla memoria di Enrico Damiani, Napoli 27-30 settembre 2002, a cura di Jolanta Żurawska, 15-8. Kraków-Napoli: Collegium Columbinum-Università degli studi di Napoli L’Orientale.</p><p rend="bib_indx_bib">[Picchio, R.?] 1954. “Enrico Damiani (1892-1953).” <hi rend="italic">Ricerche Slavistiche</hi> 3: III-XII.</p><p rend="bib_indx_bib">Pollak, R. 1954. “Enrico Damiani (1892-1953). Wspomnienie pośmiertne.” <hi rend="italic">Pamiętnik Literacki</hi> 3: 364-67. &lt;<ref target="https://bazhum.muzhp.pl/czasopismo/8/?idno=9416">https://bazhum.muzhp.pl/czasopismo/8/?idno=9416</ref>&gt;.</p><p rend="bib_indx_bib">Pollak, R. 2003. “Enrico Damiani (1892-1953). Wspomnienie pośmiertne.” In <hi rend="italic">Traduzione e dialogo tra le Nazioni</hi>. Convegno internazionale dedicato alla memoria di Enrico Damiani, Napoli 27-30 settembre 2002, a cura di Jolanta Żurawska, 7-9. Kraków-Napoli: Collegium Columbinum-Università degli studi di Napoli L’Orientale. </p><p rend="bib_indx_bib">Rabenda, M., a cura di. 2013. <hi rend="italic">Roman Pollak – Giovanni Maver. Korespondencja (1925-1969)</hi>, wstęp, opracowanie komentarza Marcin Rabenda, red. nauk. Barbara Judkowiak.  Poznań: Poznańskie Studia Polonistyczne.</p><p rend="bib_indx_bib">Wierzyński, K. 1929. <hi rend="italic">Lauro olimpico</hi>, a cura di Enrico Damiani. Venezia: La Nuova Italia.</p><p rend="bib_indx_bib">Żurawska, J. 2003. “Enrico Damiani: filologia e intuizione.” In <hi rend="italic">Traduzione e dialogo tra le Nazioni</hi>. Convegno internazionale dedicato alla memoria di Enrico Damiani, Napoli 27-30 settembre 2002, a cura di Jolanta Żurawska, 19-25. Napoli-Kraków: Collegium Columbinum-Universita degli studi di Napoli L’Orientale.</p><p rend="bib_indx_bib">Żurawska, J. M., e A. F. De Carlo. 2014. “Enrico Damiani polonista.” In <hi rend="italic">Maestri della polonistica italiana</hi>, a cura di Marina Ciccarini, e Piotr Salwa, 61-77. Roma: Accademia Polacca delle Scienze-Biblioteca e Centro di Studi a Roma. </p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-021-backlink">1</ref></hi>	In particolare, si veda il capitolo <hi rend="italic">Traduzioni e</hi><hi rend="italic"> fascismo</hi> (cfr. Barrale 2012, 31-66). Scrive Barrale: «Fino alla prima metà degli anni Trenta non si registra alcun intervento mirato a realizzare una politica restrittiva nel campo delle traduzioni […]. Fino alla guerra d’Etiopia, quindi, non fu adottata nessuna misura specifica per impedire la diffusione delle traduzioni in Italia. […] la situazione cambiò durante la guerra coloniale […] e, tra il 1936 e i primi mesi del 1938, prese il via la cosiddetta “campagna contro le traduzioni”» (Barrale 2012, 47-8; 51). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-020-backlink">2</ref></hi>	Si suppone che l’autore di questa nota in ricordo di Enrico Damiani sia Riccardo Picchio (ai tempi segretario di redazione della rivista) oppure il curatore della rivista Giovanni Maver che, in una lettera indirizzata a Roman Pollak il 3 febbraio del 1954 lo aveva informato dell’intenzione di dedicare <hi rend="italic">Ricerche Slavistiche</hi> allo studioso scomparso e lo aveva invitato a partecipare con un suo contributo, in quanto «caro e fedele amico, nonché primo insegnante di lingua polacca» (Maver in Rabenda 2013, 224) dello studioso romano scomparso qualche mese prima. Il Professor Pollak accetterà l’invito e scriverà a sua volta un accorato necrologio apparso in Polonia sulla rivista <hi rend="italic">Pamiętnik Literacki</hi>, intitolato “Enrico Damiani (1892-1953). Wspomnienie pośmiertne”<hi rend="italic"> </hi>(cfr. Pollak 1954, 364-67).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-019-backlink">3</ref></hi>	In una delle lettere inviate nel 1948 a Paul Cazin, scrittore, polonista e traduttore, Damiani scrive: «Je me sens vraiment anéanti après la disparition de mon fils. <hi >Ma vie n’est plus vie sans lui. Il</hi><hi > a vraiment emporté mon âme avec lui. C’était un</hi><hi > ange, mon fils, et c’était mon ange!» (Damiani</hi><hi > in Knysz-Tomaszewska 2003, 40).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-018-backlink">4</ref></hi>	Enrico Damiani ricorda con queste parole di riconoscenza e stima la figura e l’opera di Roman Pollak: «Il primo impulso fattivo [agli studi polonistici] è dovuto a un polacco: il prof. Roman Pollak, che fu per cinque anni (dal 1924 al 1929) l’anima di ogni movimento culturale polonistico in Italia. In quei cinque anni furono realmente gettate le prime basi solide d’una polonistica italiana. Insegnando con fede d’apostolo la lingua e la letteratura della sua patria all’Università di Roma […] egli riuscì rapidamente a dar vita a una molteplice attività polonistica, la quale cominciò presto a dar frutti tangibili e venne gradualmente sviluppandosi e ampliandosi […]» (Damiani 1941, 5). Sulle pubblicazioni dell’IPEO, cfr. Mazzitelli 2016.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-017-backlink">5</ref></hi>	Per un breve resoconto del seminario, cfr. Damiani 1928c, 529-30.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-016-backlink">6</ref></hi>	Per il testo della conferenza in polacco, cfr. Damiani 1927b.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-015-backlink">7</ref></hi>	Scrive il curatore del necrologio in onore dello studioso: «Enrico Damiani amava le esplorazioni culturali. Più che ‘scienziato’, nel senso rigido del termine, Egli era e voleva essere un <hi rend="italic">Kulturträger</hi>» ([Picchio?] 1954, 3, V). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-014-backlink">8</ref></hi>	Sul concetto di ‘attraversamento di frontiera’ e letteratura universale, cfr. Cometa 2014, 19-33. Per quanto riguarda, invece, il rapporto tra lingue letterarie diverse, cfr. Costagli 2022, 5-28.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-013-backlink">9</ref></hi>	Per una bibliografia delle opere di Damiani, cfr. Mazzitelli 2021b, 249-76.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-012-backlink">10</ref></hi>	<hi >«Czuwając nad stroną filologicznej wierności tych</hi><hi > arcytworów śledziłem z głębokim wzruszeniem to osobliwe misterium, w którym</hi><hi > rzewne wersety czarnoleskie przetapiały się na język Petrarki, a lawa</hi><hi > Kasprowiczowskiego hymnu huczała w uszach Włochów akcentami </hi><hi rend="italic">Ody do szatana</hi><hi > Carducciego. W okresie powstawania tych dwóch świetnych, artystycznych przekładów nie</hi><hi > tylko sam tłumacz, ale i jego polski doradca żyli w</hi><hi > jakimś niezwykłym podnieceniu, przejęci poczuciem zmagania się z żywiołem dwóch</hi><hi > różnych języków i nierównością odcieni uczuciowych, wyczuwalną w poszczególnych wyrazach.</hi><hi > Damiani okazał się tu tłumaczem – artystą wysokiej miary. Porównawcza</hi><hi > analiza obu jego przekładów z przekładami tychże utworów na inne</hi><hi > języki zniewala do przyznania pierwszeństwa przekładom włoskim». </hi>(Pollak 1954, 365). Ampi frammenti di questo necrologio sono stati pubblicati nel volume <hi rend="italic">Traduzione e dialogo tra le Nazioni </hi>(cfr. Pollak 2003, 7-9).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-011-backlink">11</ref></hi>	Per un panorama dell’intensa attività di Damiani slavista e polonista, cfr. Damiani 1941; Żurawska e De Carlo 2014; Mazzitelli 2021b. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-010-backlink">12</ref></hi>	Scrive De Carlo: «<hi rend="italic">Pietre viventi</hi> è un complesso coacervo di forme e contenuti ben amalgamati tra loro e arricchiti da copiose citazioni, cripto-citazioni e parafrasi della letteratura medievale. L’originalità è ravvisabile non solo nella sapiente commistione di generi letterari eterogenei, ma anche dall’uso di una raffinata prosa ritmica fortemente arcaicizzata, ricca di inversioni, voci antiquate, di costruzioni sintattiche insolite, metafore audaci, che la rendono difficilmente accessibile al lettore medio» (De Carlo 2013, 63). Era stato, del resto, lo stesso Damiani a pronunciarsi sulla difficoltà della resa in italiano di questo frammento di <hi rend="italic">Pietre viventi</hi>, portata a termine «in una traduzione fedele e sicura» (Damiani in Knysz-Tomaszewska 2003, 30) grazie all’aiuto del fedele amico, Roman Pollak. <hi >Con la medesima onestà intellettuale Damiani, nel 1946, </hi><hi >scriverà a Paul Cazin: «Savez-vous, je viens de traduire sur</hi><hi > votre exemple, toutes les “</hi><hi rend="italic">Żywe kamienie</hi><hi >”, ce qui m</hi><hi >’a donné l’occasion de constater encore une fois la</hi><hi > grande perfection de votre traduction française, qui m’a été</hi><hi > bien utile à moi aussi pour comprendre le texte polonais,</hi><hi > souvent si difficile!» </hi>(Damiani in Knysz-Tomaszewska 2003, 29).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-009-backlink">13</ref></hi>	I <hi rend="italic">Sonetti di Crimea</hi> di Mickiewicz sono compresi nel volume <hi rend="italic">Canti</hi> (cfr. Mickiewicz 1926). I <hi rend="italic">Treny</hi> di Kochanowski sono stati invece tradotti da Damiani nel 1930 (cfr. Kochanowski 1930).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-008-backlink">14</ref></hi>	Relativamente alla modalità del tradurre negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, scrive Oreste Macrì, critico letterario, filologo e traduttore: «Ai tempi la traduzione è stata, con l’antologia, un vero e proprio genere letterario, espressivo. […] Furono atti … <hi rend="italic">ma non di traduzione</hi>, ecco! Atti poetici! Atti di “riscrizione” nella propria lingua, secondo la poetica della nostra generazione […] Eravamo tutti letterati di una determinata generazione; letterati, non traduttori. […] Si era, bene o male, scrittori, poeti, critici…» (Macrì in Gardoncini 2022, 82).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-007-backlink">15</ref></hi>	Kazimierz Wierzyński (1894-1969), poeta, narratore e giornalista polacco, esponente di spicco del gruppo poetico «Skamander», molto apprezzato da Enrico Damiani che già nel 1928 aveva tradotto e pubblicato sulla <hi rend="italic">Rivista di letterature slave</hi> (3, 1, 48-50) due liriche del poeta a cui era legato anche da sentita amicizia. La raccolta <hi rend="italic">Laur olimpijski</hi> era stata pubblicata da Wierzyński a Varsavia nel 1927, per i tipi di Jakub Mortkowicz. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-006-backlink">16</ref></hi>	Cfr. Wierzyński 1929. Nel risguardo del volume appare una foto del poeta polacco e la seguente dedica: «A Enrico Damiani amico della poesia polacca traduttore del mio <hi rend="italic">Laur olimpijski</hi>. Kazimierz Wierzyński. Warszawa 20.I.1929». L’anno prima Damiani aveva già recensito <hi rend="italic">Laur olimpijski</hi>, presentandola come un’opera i cui versi «Varî di rime e di metro, agili e maschi come gli eroi e le gesta che esaltano, […] sgorgano direttamente da un animo giovane ed entusiasta, assetato d’aria e di luce, e travolgono con l’impeto della giovanile freschezza che in essi aleggia e che comunica a chi legge, suo malgrado, la sana, serena e gioconda gioia di vita del simpatico autore» (Damiani 1928c, 532).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-005-backlink">17</ref></hi>	L’attività indefessa di Damiani si inserisce in pieno nel periodo che va dagli anni Venti ai primi anni Quaranta, quando «diversi fattori, di natura culturale ed economica, contribuirono ad aprire il campo letterario italiano alla narrativa straniera. […] Un tratto peculiare del nuovo assetto del mercato editoriale italiano è infine l’esistenza del nuovo pubblico di lettori, di gran lunga più vasto ed eterogeneo rispetto a quello d’élite d’anteguerra. Oltre all’indubbio interesse economico delle case editrici, al dibattito pubblicistico e alla comparsa di una nuova generazione di validi traduttori nel panorama editoriale italiano, a generare un clima favorevole per il boom delle traduzioni contribuì infatti il gusto del pubblico, la cui evidente propensione per i prodotti stranieri veniva alimentata da un flusso costante di importazioni» (Barrale 2012, 32 e 35).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-004-backlink">18</ref></hi>	Sulla felice categoria di ‘postura traduttiva’, intesa come la personale poetica del tradurre di un determinato autore, cfr. Gardoncini 2022, 79. A tale riguardo, è da rilevare che la feconda attività di Damiani traduttore e conoscitore di varie lingue slave meriterebbe un saggio a sé stante, dedicato al corpus complessivo delle traduzioni dello studioso, che esamini in dettaglio le peculiarità delle sue scelte stilistiche, linguistiche e versificatorie, anche alla luce della tradizione traduttiva a lui coeva.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-003-backlink">19</ref></hi>	In occasione della morte di Jan Kasprowicz, avvenuta nel 1926, Damiani aveva recensito nel dettaglio il numero speciale di «Wiadomości Literackie» (III, 43, 1926) dedicato allo scrittore polacco. Cfr. Damiani 1926d, 521-25.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-002-backlink">20</ref></hi>	Damiani, nell’<hi rend="italic">Introduzione</hi>, spiega che l’Inno: «trae origine da un canto liturgico, assai in voga tra le popolazioni polacche: una preghiera che il popolo suole cantare in coro nelle chiese per invocare la misericordia celeste nelle grandi sventure […] Tutto l’inno è come un grido disperato dell’anima travagliata, anelante alla pace: […] anima della tormentata nazione polacca, gemente in catene sotto un triplice gioco straniero e anelante al riscatto; anima di tutto il genere umano, languente sotto il peso dell’universale ingiustizia e agognante la pace e l’oblio» (Damiani 1926b, 174).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-001-backlink">21</ref></hi>	Ribadisce Damiani che: «Anche il metro è nella sua complessa varietà assai simile nel monologo di Corrado e nel canto di Kasprowicz. La spontaneità dell’ispirazione è evidente in entrambi e si palesa nella fluidità meravigliosa di quei versi, susseguentisi in note sublimi, vibranti di vita e passione, erompenti in una specie di getto continuo, come una limpida fonte impetuosa, che sgorghi direttamente dall’animo» (Damiani 1926b, 176).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0006.html#footnote-000-backlink">22</ref></hi>	In occasione del decimo anniversario della morte di Sienkiewicz, Damiani aveva già scritto una breve presentazione dell’opera dello scrittore polacco apparsa nella sezione <hi rend="italic">Note e appunti</hi> in <hi rend="italic">Rivista di letterature slave</hi> (cfr. Damiani 1926c, 499-502).</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Marina Ciccarini, University of Rome Tor Vergata, Italy, <ref target="mailto:marina.ciccarini@gmail.com">marina.ciccarini@gmail.com</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-1096-5688">0000-0002-1096-5688</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Marina Ciccarini, <hi rend="italic">Sugli studi polonistici di Enrico Damiani, traduttore, critico e divulgatore,</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0846-8.05">10.36253/979-12-215-0846-8.05</ref>, in Andrea Fernando De Carlo, Gabriele Mazzitelli, Rosanna Morabito (edited by), <hi rend="italic">La slavistica come strumento per l’amicizia fra i popoli. In ricordo di Enrico Damiani (1892-1953)</hi>, © 2025 Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0846-8, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0846-8">10.36253/979-12-215-0846-8</ref>, pp. -12, 2025, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0846-8, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0846-8">10.36253/979-12-215-0846-8</ref></p></div></div>
      
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