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        <title type="main" level="a">Enrico Damiani direttore della Biblioteca della Camera fascista</title>
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          <resp>This is a section of <title>La slavistica come strumento per l'amicizia fra i popoli</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0846-8</idno>) by </resp>
          <name>Andrea Fernando De Carlo, Gabriele Mazzitelli, Rosanna Morabito</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0846-8.09</idno>
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        <p>Enrico Damiani worked for 35 years in the Library of the Chamber of Deputies. In 1915, he won the competition for secretary, a position that in the bureaucratic language of the time corresponded to the role of civil servant. The author of the chapter reconstructs Damiani's work at the Library of the Chamber of Deputies during the Fascist era, publishing some letters in the appendix.</p>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0846-8.09<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0846-8.09" /></p>
      <div><head>Enrico Damiani direttore della Biblioteca della Camera fascista</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Fernando Venturini</p><p rend="text">Enrico Damiani lavorò per 35 anni nella Biblioteca della Camera dei deputati. Vinse nel 1915 il concorso per segretario, qualifica che nel linguaggio burocratico del tempo corrispondeva al ruolo di funzionario. Divenne direttore della Biblioteca nel dicembre 1927 e, su sua richiesta, lasciò il servizio anticipatamente, nel 1950, dopo che l’Ufficio di Presidenza della Camera aveva dichiarato incompatibile la funzione di direttore con incarichi universitari fuori sede (allora Damiani aveva due incarichi, uno presso l’Università “La Sapienza” e l’altro presso l’Istituto Orientale di Napoli). </p><p rend="text">Damiani fu dunque bibliotecario per quasi tutta la sua vita lavorativa, in una biblioteca che apparteneva all’istituzione più lontana dalla sensibilità del regime fascista e che poco aveva a che fare con la sua passione per il mondo slavo. La ricostruzione della sua carriera ci consente di mettere a confronto la figura dello studioso con quella del dirigente di un’istituzione poco amata dal fascismo, per cercare di capire come convissero questi due ruoli e perché, nel Parlamento dell’Italia democratica, divennero inconciliabili. </p><div><head>1. La Biblioteca della Camera dopo la Grande Guerra</head><p rend="text">La Biblioteca della Camera dei deputati, alla fine della Grande Guerra, quando la classe dirigente liberale era ormai al tramonto, era il frutto di una lunga e fortunata stagione, nella quale si era stabilito un rapporto virtuoso tra il bibliotecario Pietro Fea (1849-1932), assunto nel 1870, direttore dal 1889 al 1920, e la Commissione di vigilanza e di indirizzo, organismo politico costituito da tre deputati, eletti dall’Assemblea, e dai due questori, guidato per molti anni da Luigi Luzzatti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0012.html#footnote-009">1</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La Biblioteca della Camera era funzionale alle esigenze di un’utenza ristretta e qualificata: circa 150.000 volumi, in grande parte a scaffale aperto, sia pure secondo modalità rudimentali (collezioni disposte per materia in modo approssimativo, spesso mescolando opere monografiche e periodici), a disposizione dei deputati, nelle varie sale al secondo piano di Palazzo Montecitorio. Una parte molto significativa delle collezioni era in lingua straniera, in percentuali non comparabili con altre biblioteche italiane. Questa proiezione esterna nasceva, alle origini, dal cosmopolitismo positivista ed enciclopedico di buona parte della classe dirigente liberale e dalla volontà di far circolare idee ed esperienze provenienti dalle grandi nazioni europee. Inoltre, a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento, la Biblioteca della Camera si era dotata di un raffinato apparato catalografico che comprendeva lo spoglio di centinaia di riviste, in tutte le lingue di cultura, secondo uno schema classificatorio molto ampio che non si limitava al diritto, alla politica e alla storia.</p><p rend="text">Nel 1915, il personale della Biblioteca era costituito da nove unità su di un organico di dipendenti della Camera dei deputati formato da 63 impiegati e 123 unità di personale ausiliario. Il direttore era ancora Pietro Fea, lo affiancavano il vicedirettore Antonio Rovini e due funzionari, uno dei quali era proprio Enrico Damiani che prese servizio il 1° aprile 1915.</p><p rend="text">Damiani era figlio di un giornalista parlamentare, Igino Damiani (1859-1923), corrispondente romano de <hi rend="italic">Il Resto del </hi><hi rend="italic">Carlino</hi> e della <hi rend="italic">Gazzetta di Mantova</hi>. Il concorso, indetto il 15 settembre 1914, richiedeva solo la laurea in lettere o in giurisprudenza, la conoscenza della lingua francese, una buona calligrafia. Si aggiungeva che «[…] nella scelta si terrà specialmente conto della conoscenza di altre lingue straniere e della pratica del servizio delle biblioteche». Vi parteciparono 62 concorrenti. Il giorno 22 gennaio 1915 si svolse la prova orale nel corso della quale fu fatta prevalere la conoscenza delle lingue: Damiani, che aveva allora 23 anni, dichiarò di conoscere, oltre alle principali lingue di cultura, elementi di arabo, russo e greco moderno, la stenografia, la dattilografia e di aver frequentato la Scuola d’applicazione giuridico criminale. La sua calligrafia fu giudicata «mediocrissima». Nella relazione finale si affermava che la competenza linguistica «si rende sempre più sensibile di mano in mano che si moltiplicano gli acquisti di opere e di riviste inglesi e tedesche da catalogare, da spogliare e talvolta anche da sunteggiare in parte per uso degli on. Deputati»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0012.html#footnote-008">2</ref></hi></hi>.</p></div><div><head>2. Bibliotecari poliglotti e letterati</head><p rend="text">Nel 1920, dopo che Pietro Fea era andato in pensione, sostituito, in qualità di direttore, da Antonio Rovini, fu indetto un nuovo concorso per segretario di biblioteca. Anche in questo caso, la selezione fu affidata quasi esclusivamente alla conoscenza delle lingue straniere, poiché si passava da una a due lingue obbligatorie e l’esperienza nelle biblioteche era solo un titolo preferenziale. Risultarono vincitori due personalità che avevano in comune con Damiani il poliglottismo, l’attenzione alla letteratura e alla filologia, ed uno straordinario interesse per le culture più lontane. Si trattava di Giuseppe Tucci e Giovanni Bach, rispettivamente primo e secondo classificato. Bach (1892-1962), profondo conoscitore delle lingue scandinave, ma anche traduttore dal russo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0012.html#footnote-007">3</ref></hi></hi>, lavorò in Biblioteca a fianco di Damiani fino al 1950. Giuseppe Tucci, è un nome che non ha bisogno di molte parole (Crisanti 2020 e Garzilli 2014). Si tratta del famoso orientalista, indologo, tibetologo, sinologo, fondatore insieme a Giovanni Gentile dell’ISMEO. Figura mitica, la cui breve permanenza come segretario della Biblioteca della Camera appare un passaggio trascurabile di una vita di inarrivabile accademico e di avventuroso esploratore nell’Asia tibetana, con ramificati appoggi politici. </p><p rend="text">Insomma, nel primo dopoguerra, la Biblioteca della Camera, biblioteca di diritto, di storia, di politica, fu la strana palestra nella quale cominciarono a farsi le ossa, con un’intensa produzione di articoli, traduzioni e opere monografiche, personalità di primissimo piano della elaborazione e della trasmissione della cultura orientale, della cultura slava e della cultura scandinava in Italia, in una vocazione internazionalistica che, in parte, si legò con gli interessi del fascismo. Erano questi gli straordinari bibliotecari a cui potevano rivolgersi i neodeputati socialisti e popolari che, nelle elezioni del 1919, ebbero la maggioranza dei seggi in una legislatura che durò solo un anno e quattro mesi. Tra di essi, vi era Giacomo Matteotti, che avrebbe fatto della Biblioteca della Camera, fino al giugno del 1924, un luogo dove preparare i discorsi e raccogliere la documentazione per la sua battaglia antifascista (Venturini 2019b).</p><p rend="text">Nei primissimi anni Venti, anche Enrico Damiani si occupò di politica più che di letteratura. Il suo primo scritto di qualche interesse è probabilmente un articolo su <hi rend="italic">Il Popolo romano</hi>, tra maggio e giugno 1919, poi pubblicato in opuscolo, dedicato ai tentativi di composizione pacifica dei conflitti, fino al progetto di Società delle nazioni (Damiani 1919). Poi tradusse dal tedesco e dal russo per far conoscere la realtà della rivoluzione bolscevica che egli giudicava severamente, come una ‘follia collettiva’. Si avvicinò probabilmente al Partito popolare e stabilì un rapporto di amicizia con il deputato Egilberto Martire, componente della Commissione di vigilanza sulla Biblioteca, che, attraverso il sacerdote don Enrico Giovagnoli, lo segnalò alla casa editrice Il Solco di Città di Castello per la traduzione di alcuni opuscoli sul bolscevismo (Lignani 2015). Tra il 1920 e il 1921 furono così pubblicati 4 volumetti con scritti di Lenin, Zinov’ev e Trockij<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0012.html#footnote-006">4</ref></hi></hi>. Dall’inizio del 1922 come si può constatare consultando la bibliografia curata da Gabriele Mazzitelli (Mazzitelli 2007), abbandonò la casa editrice Il Solco e si dedicò esclusivamente alla slavistica, nella veste di traduttore, filologo e critico letterario, con attenzione prima alla Russia, poi alla Polonia dove ebbe modo di soggiornare nel 1923, infine ai paesi slavi meridionali. Nel dicembre 1922 completò forse il lavoro più gravoso di questo periodo, la traduzione delle memorie letterarie di Turgenev poi pubblicate nel 1924 per Vallecchi (Turgheniev 1924).</p></div><div><head>3. Damiani diventa direttore</head><p rend="text">L’affermazione della dittatura fascista tra il 1925 e il 1926, ebbe immediate ripercussioni sulla Biblioteca. Rovini chiese, a soli 55 anni, il collocamento a riposo, ufficialmente per aver compiuto 35 anni di servizio. In realtà, le sue dimissioni sono probabilmente da collegare alle conclusioni dell’inchiesta sulla massoneria all’interno della Camera dei deputati che colpirono alcuni funzionari che si erano esposti politicamente dopo il delitto Matteotti e furono alle origini anche delle dimissioni del Segretario generale Camillo Montalcini, poche settimane dopo la decadenza dei deputati aventiniani (Pacelli 2006, 91-6). </p><p rend="text">L’autonomia e il peso politico della Commissione di vigilanza furono ridimensionati rispetto alla linea gerarchica Presidente-Segretario generale, coerentemente al processo di ministerializzazione della Camera dei deputati che si affermò dalla fine degli anni Venti. Fu abrogato l’art. 137 del Regolamento della Camera che prevedeva la nomina del bibliotecario da parte dell’assemblea e fu ampliata la composizione della Commissione di vigilanza a nove membri, sette deputati, un Vicepresidente e un Questore. Presidente della Commissione fu il Vicepresidente Giacomo Acerbo (nel 1929 i deputati furono poi ridotti da sette a cinque). Sul piano dei contenuti, si cercò di riorientare la Biblioteca della Camera nella prospettiva della funzione nazionale delle biblioteche, in un quadro di esaltazione del regime e dei suoi miti fondatori, a cominciare dalla Grande Guerra, e fu annunciato un vero e proprio programma di pubblicazioni, volto a far conoscere la Biblioteca al di fuori delle mura di Montecitorio. In particolare, si accennò alla pubblicazione di uno speciale catalogo dedicato alle opere sul fascismo, immaginando, anche in questo modo – attraverso una riverniciatura ‘culturale’ e la valorizzazione della Biblioteca – di ‘difendere’ l’immagine della Camera dei deputati, istituzione che aveva visto drasticamente ridimensionato il proprio ruolo costituzionale.</p><p rend="text">Come si collocò Damiani in questo contesto? Dopo molte incertezze e il tentativo di trovare un bibliotecario nei ruoli delle biblioteche governative, il Consiglio di presidenza nominò Damiani Bibliotecario il 7 dicembre 1927. Nel verbale si legge: «Egli conosce molte lingue. È colto e capace fascista». Si aggiungeva tuttavia che «Per il posto di Vice Direttore occorre trovare un elemento che abbia le cognizioni giuridiche ed economiche che mancano al Damiani. A tale posto non è adatto il Bach, pure ottimo nelle materie letterarie». In realtà Bach fu nominato vicebibliotecario nel 1929 ma, in ogni caso, il problema della presenza di un funzionario con solide conoscenze giuridiche fu risolto solo quando, nel 1931, fu comandato presso la Biblioteca della Camera Giacomo Perticone, su proposta di Arturo Marpicati.</p><p rend="text">Con questa triade di dirigenti (Damiani, Bach, Perticone) si svolse la vita della Biblioteca durante il fascismo. Tucci si era già allontanato nel novembre 1925 alla volta dell’India, insieme all’orientalista Carlo Formichi, che lo aveva personalmente raccomandato a Mussolini, e non tornò più in servizio. Inutilmente il Presidente della Camera Antonio Casertano cercò di tutelare l’interesse della Biblioteca, scrivendo direttamente a Mussolini, per ottenere almeno che fosse collocato in aspettativa o trasferito nei ruoli del Ministero degli esteri. Tucci transitò dai ruoli della Camera a quelli dell’Istituto Orientale di Napoli quando fu nominato professore stabile di cinese il 1° novembre 1930. </p><p rend="text">Fu questo probabilmente un esempio molto importante per Enrico Damiani che, nel mese di settembre del 1927, fece un lungo viaggio privato in Bulgaria, incontrando intellettuali, imprenditori, uomini politici. Al suo ritorno, come è noto, mise per iscritto una sorta di programma, nella rivista <hi rend="italic">L’Europa Orientale</hi>, dal titolo “L’Italia in Bulgaria” (Damiani 1927), dove erano elencate le ragioni e le opportunità di quello che egli definiva «il più sacro e sublime degli imperialismi nel mondo: l’imperialismo della cultura». Certamente le sue competenze e il suo entusiasmo non erano passati inosservati negli ambienti dell’ambasciata italiana, in particolare agli occhi del Ministro plenipotenziario Renato Piacentini. All’inizio del 1928, l’Università di Sofia invitò Damiani a tenere un corso di lezioni in Bulgaria con il pieno appoggio del Ministero degli esteri italiano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0012.html#footnote-005">5</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Anche nel caso di Damiani si ripeté, senza successo, il tentativo di Casertano e del Segretario generale della Camera di limitare i ripetuti e lunghi soggiorni che da quell’anno, in primavera e in estate, Damiani poté svolgere in Bulgaria ed in altri paesi slavi. Dal 1929, con le prime elezioni plebiscitarie, il cambio di Presidenza della Camera e la progressiva trasformazione delle istituzioni parlamentari in una sorta di organismo ‘ausiliario’, Damiani non incontrò più ostacoli burocratici, anzi ricevette compiaciute attestazioni da parte della Presidenza di Giovanni Giuriati, di Costanzo Ciano e, infine, di Dino Grandi.</p><p rend="text">Dal 1929 Damiani ebbe l’insegnamento di lingue e letterature slave all’Università di Roma e, negli anni successivi, continuò ad alternare i corsi alla “Sapienza” e, successivamente, all’Istituto Orientale di Napoli, a lunghi soggiorni in Bulgaria ed in altri paesi slavi. Naturalmente, la fratellanza dinastica stabilita dal matrimonio della principessa Giovanna di Savoia con il Re Boris di Bulgaria, nel 1930, rese tutto più facile. Le sue ultime missioni si tennero nel 1942 quando, in piena guerra, trascorse gran parte della primavera e dell’estate in Bulgaria e poi a Lubiana. Nell’archivio storico della Camera dei deputati si conservano relazioni e lettere indirizzate al Segretario generale, relative ai soggiorni all’estero di Damiani. Alcuni esempi, tra i più significativi, sono trascritti in appendice.</p></div><div><head>4. Damiani direttore della Biblioteca</head><p rend="text">Il suo antico direttore, Pietro Fea, diede questo giudizio di Damiani: «giovane di vasta cultura, esperto nelle lingue straniere quanto forse nessun altro in Italia, scrittore gentile, animo d’oro, ma, secondo me, non altrettanto adatto a tener la direzione dell’Ufficio» (Fea 1935, 90). Non conosciamo le ragioni di questo giudizio non troppo lusinghiero. Quel che è certo è che si percepisce un impaccio, una difficoltà nel rapporto di Damiani con la Biblioteca che, a mio parere, è anche un impaccio nel rapporto con il fascismo.</p><p rend="text">La direzione della Biblioteca della Camera era per Damiani certamente una posizione di prestigio, che gli garantiva grandi risorse bibliografiche e un trattamento economico superiore a quello di un professore universitario. Arrivò alla direzione molto giovane e un po’ casualmente, non senza i dubbi del vertice politico della Camera, il che conferma che non era certamente un fascista della prima ora. La diresse avvalendosi della collaborazione di Bach e poi di Perticone, in una sorta di triumvirato dove Bach svolgeva il ruolo di direttore in assenza di Damiani.</p><p rend="text">La direzione di Damiani e Bach coincise con una sorta di ripiegamento ed evasione letteraria che fu il tratto di una parte della cultura del ventennio. La ripartizione per materia degli acquisti rivela un’attenzione alla letteratura, alla filologia, alla filosofia, all’arte, sproporzionata anche rispetto alla tradizione eclettica della Biblioteca. Naturalmente i libri di slavistica li dobbiamo cercare nella biblioteca personale di Damiani che fu poi donata negli anni Cinquanta all’Istituto Orientale di Napoli. Tuttavia, i temi legati alla storia dell’Europa orientale e della Russia sono molto presenti nelle collezioni della Biblioteca della Camera di quegli anni, come dimostra ad esempio la creazione di una sezione “Russia” tra le nuove collocazioni per materia create alla fine degli anni Venti. Segnalo anche che è rimasta nella Biblioteca della Camera una forza attrattiva verso il mondo slavo. Lo dimostrano, negli anni Sessanta, i rapporti di scambio bibliografico con i paesi del blocco sovietico promossi da Silvio Furlani, altro poliglotta, che entrò in Biblioteca nel 1947 quando Damiani era ancora direttore. Lo dimostra la donazione avvenuta nel 2001 del fondo di Lia Wainstein attraverso la prof.ssa Clara Castelli e la nipote Regina Wainstein. Si tratta tuttavia di linee di sviluppo eccentriche rispetto all’utenza e legate a singole personalità.</p><p rend="text">Al di là di questi aspetti, in generale, l’organizzazione della Biblioteca negli anni del fascismo fu in continuità con la biblioteca ottocentesca di Pietro Fea, anche se ormai il fecondo rapporto con una classe di notabili si era smarrito. Negli anni Venti e Trenta, diversamente dalla Biblioteca del Senato, non si tennero concorsi per la Biblioteca della Camera, che divenne, in alcuni casi, luogo di destinazione e di ‘parcheggio’ di alcuni funzionari assunti per chiamata diretta o per benemerenze fasciste, anche se fra tante figure sbiadite spiccano due personalità di rilievo, Giacomo Perticone, comandato in biblioteca nel 1931 e, poi, a vario titolo, rimasto come funzionario aggiunto e poi come consulente fino ai primi anni Sessanta, e Romolo Murri, assunto, per interessamento dell’allora Presidente Dino Grandi, con un contratto stipulato nel 1941 e rinnovato fino al 1943. </p><p rend="text">Le attività di catalogazione e di ‘spoglio’ delle riviste continuarono senza significativi cambiamenti. Il catalogo metodico a volumi fu aggiornato creando classi specifiche per la Grande Guerra e per il Fascismo. Per quanto riguarda il catalogo per autori, fu realizzata l’unificazione del catalogo a volumi e del successivo catalogo a schede, in un nuovo schedario metallico mediante copia di tutte le schede del catalogo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0012.html#footnote-004">6</ref></hi></hi>. La Biblioteca della Camera aveva, nel 1934, un patrimonio librario imponente, circa 200.000 volumi, con una quota di libri stranieri molto alta per la realtà italiana dell’epoca. Ciò dipendeva anche dalla relativa immunità di cui godeva, rispetto alle politiche censorie del regime e dalla situazione di ‘blindatura’ di Montecitorio, che era precluso non solo agli aventiniani ma anche a tutti gli ex deputati che non avessero una specifica autorizzazione da parte del Presidente. Anche gli utenti esterni, oltre ad una presentazione da parte di un deputato in carica, furono ben presto sottoposti a controlli preventivi della Questura e del Ministero degli esteri.</p><p rend="text">Nel 1938, la Biblioteca riceveva 750 riviste e giornali, di cui 436 per abbonamento e 314 in dono e scambio, e occupava gran parte del secondo piano (il quarto, sul lato del nuovo palazzo Basile) con un organico di 12 dipendenti. </p></div><div><head>5. Il rapporto controverso con il fascismo</head><p rend="text">La notorietà dell’attività di slavista di Damiani e il suo prodigioso poliglottismo, ne favorirono la presenza nella realtà bibliotecaria internazionale degli anni Venti e Trenta, che si concretizzò anche in un ruolo di primo piano nel dibattito sulle biblioteche parlamentari. Nel corso del primo Congresso mondiale delle Biblioteche e di bibliografia, tenutosi a Roma e a Venezia dal 15 al 30 giugno 1929, tenne una relazione sulla Biblioteca della Camera dei deputati (Relazione 1929) scritta insieme al Presidente della Commissione di vigilanza Giacomo Acerbo. Nel corso del II Congresso mondiale tenutosi a Madrid, presentò una relazione sulle pubblicazioni periodiche e legislative del Parlamento (Damiani 1935) e, insieme al Segretario generale del Senato, Annibale Alberti, anche una relazione sulla realtà e sul futuro delle Biblioteche parlamentari, rimasta inedita fino a pochi anni fa (Documenti 2020, 86-9). Nel 1935, fu nominato segretario del Comitato internazionale delle biblioteche parlamentari e partecipò regolarmente a tutti i congressi del Comitato internazionale delle biblioteche, sorta di organo esecutivo dell’IFLA. In occasione dell’XI sessione, tenutasi dal 4 al 5 luglio 1938 a Bruxelles, svolse un rapporto su «L’organizzazione dei servizî di documentazione parlamentare e bibliografica nei diversi paesi del mondo». Fu anche membro del Consiglio direttivo dell’AIB dal 1940 fino all’interruzione bellica.</p><p rend="text">Il tema tecnico che più lo interessò, come è stato segnalato da Gabriele Mazzitelli (Mazzitelli 1996), fu il problema della traslitterazione dal cirillico per favorire la diffusione della conoscenza del mondo slavo anche tramite un utilizzo più agevole dei cataloghi. La sintesi di queste riflessioni fu presentata al VI Congresso nazionale dell’Associazione italiana biblioteche (Damiani 1940). Certo, fu la bibliografia il campo nel quale le sue competenze di bibliotecario e i suoi interessi letterari e linguistici si fusero con risultati molto moderni. Damiani fu un grande bibliografo, capace di andare oltre la dimensione erudita: la sua introduzione agli studi slavistici (Damiani 1941) è un esempio ancora molto convincente di guida bibliografica, genere rarissimo nella realtà italiana. </p><p rend="text">Ma la Biblioteca della Camera doveva essere per Damiani anche un terreno chiuso e troppo angusto, una sorta di gabbia, dorata ma pur sempre limitativa. Damiani non aveva la vocazione dell’erudito ‘topo di biblioteca’: le sue sterminate conoscenze filologiche erano al servizio di una particolare vocazione divulgativa e pragmatica che richiedeva la condivisione intellettuale e l’appartenenza a una comunità di maestri e discepoli. Inoltre, non amava i problemi organizzativi e dovette sopportare con crescente fastidio la progressiva burocratizzazione e ministerializzazione della Biblioteca. Tutto ciò lo spingeva lontano da Montecitorio, tra le aule universitarie o nei lunghi soggiorni in Bulgaria o in altri paesi. Tra le mura di Montecitorio, la conciliazione con le esigenze del regime non era sempre facile, come dimostra il seguente esempio.</p><p rend="text">Alla Biblioteca della Camera – se ne è già fatto cenno – fu affidata la raccolta di tutte le pubblicazioni che riguardavano il fenomeno fascista e la redazione di appositi cataloghi, pubblicati in più edizioni nel 1928, 1932 e 1934 (Camera dei deputati 1928; 1932; 1934). Fu così avviata, coinvolgendo anche le sedi consolari italiane, una campagna per individuare pubblicazioni sul fascismo edite anche in paesi lontani o critiche verso il regime, il che è all’origine del ricco fondo attualmente a disposizione degli studiosi. La prima edizione comprendeva anche le pubblicazioni di alcuni simboli dell’antifascismo come Matteotti, Nitti, Sturzo, Salvemini, Trentin ecc. Nelle successive edizioni si esercitò una progressiva censura che mirava a non esporre all’esterno il contenuto antifascista della collezione. I libri in questione restavano in Biblioteca ma non dovevano emergere nel catalogo oggetto di pubblicazione. Non sappiamo in base a quali sollecitazioni si ebbero questi aggiustamenti ma è Damiani stesso, nel passaggio tra la prima versione della sua introduzione e le successive, a darcene conto togliendo un inciso e passando alla forma impersonale. </p><quote rend="quotation_b">[ed. 1928]</quote><quote rend="quotation_b">… di piena intesa con S. E. il Presidente della Camera onorevole Giuriati e con l’intera Commissione parlamentare della Biblioteca, presieduta da S. E. l’onorevole Bodrero, abbiamo compreso nel nostro indice anche opere di critica al fascismo, anche quelle dei suoi più noti e irriducibili nemici, possedute dalla nostra Biblioteca. </quote><quote rend="quotations_quotation_b2">[ed. 1932 e 1934]</quote><quote rend="quotations_quotation_b3">… di piena intesa con S. E. il Presidente della Camera e con l’intera Commissione parlamentare della Biblioteca, sono state comprese nell’<hi rend="italic">Indice</hi> anche opere di critica al Fascismo, nell’intento di dare agli studî, che si fanno di giorno in giorno più numerosi e più ampii, sul complesso, poliedrico e gigantesco fenomeno del Fascismo, un contributo onesto e fecondo.</quote><p rend="text">Qui, il nostro discorso deve spostarsi sul rapporto tra Damiani – iscritto al PNF, insieme a Bach, dal 29 ottobre 1932, cioè dal decennale della marcia su Roma – e il fascismo. Si è parlato di «aperta militanza politica fascista» (Santoro 2005, 133) ma, in realtà, è davvero arduo trovare espressioni di aperta adesione al fascismo nelle pubblicazioni di Damiani. Il suo atteggiamento è più controverso e, per definirlo, sembra preferibile ricorrere ad una terminologia più sfumata, come convivenza, o adattamento, secondo categorie che ritroviamo nella storia del rapporto tra molti intellettuali e fascismo. </p><p rend="text">Per approfondire questo tema, sarebbe necessaria un’analisi puntuale dei vari aspetti che può assumere il rapporto con il fascismo, sul modello di quanto fatto da Francesca Romoli per un altro fondatore della slavistica italiana come Ettore Lo Gatto (Romoli 2008). Quello che si può dire è che Damiani aderì certamente alla prospettiva revisionista ed egemonica che il fascismo si era dato nell’Europa orientale. Ma la interpretò a suo modo, come la copertura politica, ritenuta necessaria, di una missione culturale che aveva le sue radici nel nazionalismo e nell’irredentismo italiano, di cui il fascismo si presentava come l’erede, il tutto rafforzato dalla componente antibolscevica, altro elemento importante della formazione intellettuale di Damiani (come del resto di Lo Gatto). Inoltre, occorre considerare che dissenso e fascinazione per il potere convivono negli intellettuali del Novecento perché le <hi rend="italic">élites </hi>politiche ed economiche controllano le risorse senza le quali gli intellettuali non potrebbero svolgere il proprio ruolo (Bauman 1992).</p><p rend="text">In questo adattamento al fascismo, sulla scia della politica culturale italiana nei Balcani, il ruolo di direttore della Biblioteca della Camera dei deputati, dopo una prima fase nella quale sembrò che fosse di ostacolo, consentì a Damiani di collocare più agevolmente i propri interessi scientifici e la propria vocazione sotto la ‘protezione’ data dall’appartenenza a un’amministrazione <hi rend="italic">sui generis</hi> come quella della Camera, all’interno della quale la Biblioteca godeva di una sorta di ‘extraterritorialità culturale’. Si può aggiungere che non abbiamo traccia di tentativi di Damiani di sfruttare la sua posizione burocratica e i contatti con la Presidenza della Camera sul terreno della carriera accademica, come invece fece Giacomo Perticone (Venturini 2017, 220), la cui presenza fu comunque importante anche per Damiani, poiché garantiva agli occhi dei vertici amministrativi della Camera la copertura delle materie giuridiche e storiche. </p><p rend="text">Ma, ci si potrebbe chiedere, come si concilia il nazionalismo culturale di Damiani con la sua fama di apostolo della cultura? Come si concilia, cioè, con la finalità etica che sembra emergere in tutto il suo lavoro di traduttore, di filologo, di divulgatore, in una prospettiva di fratellanza tra gli uomini attraverso il superamento delle barriere culturali e linguistiche? Non so rispondere, se non osservando che il pensiero di Mazzini dimostra che il nazionalismo non è inconciliabile con la fratellanza tra i popoli e che l’idea di nazione può essere concepita come strumento per giungere all’<hi rend="italic">umanità</hi>, quando «la parola <hi rend="italic">straniero</hi> passerà dalla favella degli uomini; e l’uomo saluterà l’uomo […] col dolce nome di fratello» (Chabod 1967, 80). Ed è stato notato che Damiani aderì al confuso tentativo «di conciliare mazzinianesimo e fascismo per mezzo dell’Istituto scientifico-letterario Europa giovane, fondato nel 1937 da Pietro Gorgolini» (Santoro 1999, 31) con il programma di difendere la cultura «greco-latina, cattolica, fascista» da ogni forma di degenerazione (Istituto scientifico letterario Europa Giovane 1939). </p><p rend="text">Certo, la Guerra incrinò irreparabilmente il rapporto tra alta cultura e fascismo (Turi 1980). Nel caso di Damiani, più nello specifico, il passaggio dalla propaganda all’aggressione nei Balcani rese più difficile lo sforzo di rendere compatibile il suo progetto culturale con l’imperialismo del regime. Ma, anche su questo punto, vi sono aspetti contraddittori che meriterebbero di essere approfonditi. Esiste, presso l’Archivio Centrale dello Stato, un fascicolo della polizia politica del 1940 che segnala Bach e Damiani come «pacifisti antifascisti seppure non pericolosi», sui quali, peraltro, dopo «accuratissime indagini estese agli ambienti della Camera dei fasci e delle corporazioni non era emerso alcun elemento di prova»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0012.html#footnote-003">7</ref></hi></hi>. Nello stesso tempo, tra il 1941 e il 1942, troviamo Damiani a Lubiana impegnato nella Commissione per la revisione dei libri di testo da utilizzare nelle scuole, cioè nelle attività di ‘bonifica culturale’ avviate dal regime (Santoro 2005, 344), anche se sappiamo che ciò non gli impedì di continuare a svolgere il suo ruolo di mediatore culturale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0012.html#footnote-002">8</ref></hi></hi>. In ogni caso, quando, dopo l’armistizio, Roma cadde sotto l’occupazione nazista, Damiani, come quasi tutti gli impiegati della Camera, si rifiutò di trasferirsi a Venezia, sede scelta per la Camera dei fasci della Repubblica sociale italiana, e fu collocato a riposo. Durante l’occupazione tedesca di Roma, Damiani e Bach continuarono a lavorare alacremente, dedicandosi alle traduzioni con una lena proporzionale al loro isolamento. Insieme con la gran parte dei dipendenti che costituivano il vecchio nucleo prefascista, sarebbero stati richiamati in servizio dopo la liberazione di Roma e l’insediamento del Governo Bonomi.</p></div><div><head>6. Nel secondo dopoguerra</head><p rend="text">Qualcosa del Damiani degli anni Trenta ce lo rivela la situazione che si creò dopo la caduta del fascismo. In sintesi, si può dire che vennero meno i fattori che avevano facilitato l’equilibrio tra i due ruoli di direttore della Biblioteca e di affermato slavista impegnato nella missione di <hi rend="italic">Kulturträger</hi>: da un lato, la politica internazionale dell’Italia, nell’ambito della guerra fredda e della divisione in blocchi, si era ormai ridimensionata, e non vi erano molte possibilità di iniziative autonome verso i paesi slavi. Dall’altro, il Parlamento uscì dal cono d’ombra nel quale si trovava sotto il regime fascista e la Camera dei deputati divenne improvvisamente centrale, ospitando l’Assemblea costituente. </p><p rend="text">La fine della guerra e il panorama europeo che ne uscì completamente modificato, con l’Europa orientale sotto il controllo sovietico, dovettero essere per Damiani un vero <hi rend="italic">shock</hi>, poiché spazzarono via tutti i riferimenti della sua vita. Nell’immediato dopoguerra, il suo stato d’animo ci è rivelato da alcune lettere a Paul Cazin, noto traduttore francese dal polacco, a cui confessò la sua preoccupazione di essere emarginato anche per ragioni politiche e le paure di quel tempo di guerra che aveva irrimediabilmente fiaccato la sua fede nell’umanità (Knysz-Tomaszewska 2003).</p><p rend="text">Damiani non sarebbe stato più abbandonato da questo sentimento di solitudine e di desolazione. Insieme allo stato di prostrazione dopo la morte del figlio per un incidente in montagna, nell’agosto 1947, questo spiega il suo progressivo isolamento nella nuova stagione dell’Italia repubblicana e anche la sua emarginazione quando si ritenne di modernizzare la Biblioteca. Damiani è assente dal fervore di energie intellettuali e competenze, anche linguistiche, che si ebbe intorno all’attività della Consulta nazionale e poi dell’Assemblea costituente. Mentre Giacomo Perticone fu protagonista di quella stagione, Damiani ne fu completamente estraneo e non partecipò in nessuna forma alle tante traduzioni di testi costituzionali stranieri che si ebbero in quel periodo (D’Orazio 2020). Probabilmente consapevole anche dei compromessi che aveva dovuto accettare con il regime, non ebbe la forza, come Perticone, di trovare adeguati referenti politici e non entrò mai in sintonia con il nuovo clima dell’Italia democratica e con una classe politica che doveva risultargli, in gran parte, estranea. </p><p rend="text">In una fotografia dell’estate 1948 (Venturini 2019, 441), possiamo vedere Damiani, insieme a Giovanni Bach con altri dipendenti della Biblioteca sulla terrazza di Montecitorio. È una foto che colpisce per l’immagine dimessa e quasi trasandata di chi, evidentemente, soffriva ancora le ristrettezze dell’immediato dopoguerra. </p><p rend="text">La Biblioteca, nel suo insieme, si presentò ai deputati che inaugurarono la prima legislatura repubblicana sotto una veste non molto diversa. Con i suoi quasi 300.000 volumi, era una struttura complessa che aveva bisogno di competenze tecniche e di energie manageriali ma che viveva all’interno di un’istituzione di dimensioni limitate, amministrata ancora, per molti versi, con un approccio paternalistico, dove le attività diverse dal supporto agli organismi politici erano poco strutturate. Da più parti, si riteneva necessario rilanciare la Biblioteca superando i criteri ottocenteschi, risalenti a Pietro Fea, con i quali era stata organizzata. Per molti motivi Damiani non era l’uomo adatto a questo compito. </p><p rend="text">Nel rispetto delle norme regolamentari prefasciste che tornarono in vigore con l’Assemblea costituente e con il primo Parlamento repubblicano, la Commissione di vigilanza sulla Biblioteca fu costituita da tre deputati e due Questori: Mario Longhena, socialdemocratico, Egidio Tosato, democristiano, e Concetto Marchesi, comunista, oltre ai due Questori, Guglielmo Schiratti e Stefano Riccio, ambedue democristiani. In un primo tempo, la Commissione cercò di affrontare il rinnovamento della Biblioteca in collaborazione con Damiani ma, ben presto, l’iniziativa fu assunta dal vertice politico e amministrativo, cioè dal Segretario generale Ubaldo Cosentino e dal Presidente Giovanni Gronchi, accanto al quale svolse un ruolo decisivo il deputato democristiano Igino Giordani che, dal novembre 1949, sostituì Egidio Tosato nella Commissione di vigilanza. Giordani, che aveva lavorato nella Biblioteca Vaticana, aveva fatto un lungo soggiorno professionale negli Stati Uniti negli anni Venti e riteneva necessarie alcune riforme radicali basate sull’applicazione di tecniche e regole biblioteconomiche moderne. È in questo contesto che Damiani fu messo da parte con un percorso in parte contraddittorio nel quale agirono certamente anche gli interessi di alcuni alti burocrati (Furlani 1979). Prima la Presidenza della Camera chiese ad Antonio Rovini, ormai ottantenne, una consulenza per la riorganizzazione della biblioteca, ma l’ex direttore rifiutò. Poi, Damiani fu posto di fronte all’incompatibilità tra direttore della Biblioteca e docente universitario fuori sede. Il 14 ottobre del 1949 Damiani, molto deluso, chiese il collocamento in pensione. Le sue dimissioni furono discusse in Consiglio di Presidenza solo il 13 luglio 1950. Ad esse si erano aggiunte, nel frattempo, le dimissioni di Giovanni Bach e di altri due funzionari che avevano seguito il loro direttore. Su relazione del questore Schiratti, le dimissioni furono accolte – pur nel rammarico della perdita di un funzionario di grande cultura – in vista della necessità di completare l’opera di sistemazione e di riordinamento della Biblioteca. Inutilmente Damiani fu difeso da Longhena e da Marchesi. Quest’ultimo, anche per solidarietà di studioso, più volte sostenne la compatibilità dell’insegnamento universitario con la funzione di direttore della Biblioteca. </p><p rend="text">Enrico Damiani continuò gli insegnamenti di slavistica presso l’Istituto Orientale di Napoli ma non interruppe completamente i legami con la Biblioteca della Camera. Una lettera del 15 settembre 1953, all’allora direttore <hi rend="italic">pro tempore</hi> della Biblioteca Umberto Collamarini, attesta che Damiani continuò generosamente a recarsi di quando in quando in biblioteca per curare lo scambio con l’Accademia delle scienze dell’URSS e per catalogare i libri in russo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0012.html#footnote-001">9</ref></hi></hi>. Morì il 10 dicembre 1953. Alcuni mesi prima aveva donato all’Istituto di Napoli la sua biblioteca, circa 11.000 volumi, creando un fondo dedicato alla memoria del figlio Roberto. </p></div><div><head>Riferimenti bibliografici </head><p rend="bib_indx_bib">Bauman, Z. 1992. <hi rend="italic">La decadenza degli intellettuali: da legislatori a interpreti</hi>. Torino: Bollati Boringhieri.</p><p rend="bib_indx_bib">Camera dei deputati. 1930. <hi rend="italic">Opere sul fascismo possedute dalla Biblioteca della Camera dei deputati al 30 giugno 1930</hi>. Roma: Segreteria generale della Camera dei deputati.</p><p rend="bib_indx_bib">Camera dei deputati. 1932. <hi rend="italic">Opere sul fascismo possedute dalla Biblioteca della Camera dei deputati al 28 ottobre 1932</hi>. Roma: Segreteria generale della Camera dei deputati.</p><p rend="bib_indx_bib">Camera dei deputati. 1934. <hi rend="italic">Opere sul fascismo possedute dalla Biblioteca della Camera fascista al 28 ottobre 1934</hi>. Roma: Segreteria generale della Camera fascista.</p><p rend="bib_indx_bib">Chabod, F. 1967. <hi rend="italic">L’idea di nazione</hi>, a cura di Armando Saitta, ed Ernesto Sestan. Bari: Laterza (prima ed. 1961).</p><p rend="bib_indx_bib">Crisanti, A. 2020. <hi rend="italic">Giuseppe Tucci: una biografia</hi>. Milano: Unicopli.</p><p rend="bib_indx_bib">Damiani, E. 1919. <hi rend="italic">L’evoluzione della civiltà verso la pace e la Società delle nazioni</hi>. 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Città di Castello: Il Solco.</p></div><div><head>Appendice</head><p rend="epistolary_epistolary_number">1</p><p rend="epistolary_epistolary_text_top">Lettera di Damiani del 10 aprile 1934 al segretario generale della Camera dei deputati, Aldo Rossi Merighi, su carta intestata Hotel Élite Palace (Sofia). Damiani formula giudizi molto negativi sulla rivista <hi rend="italic">Bulgaria: rivista delle attività politiche, economiche, letterarie, artistiche</hi><hi rend="italic"> italo-bulgare</hi> e sul suo fondatore Carlo Umberto Cecchi. La lettera nasce da una richiesta di Rossi Merighi di avere informazioni su questa iniziativa poiché il Cecchi aveva chiesto una collaborazione al vicepresidente della Camera Carlo Buttafuochi.</p><p rend="epistolary_epistolary_text">ASCD, Incarti di segreteria, Busta 137, n. 212.</p><p rend="epistolary_epistolary_text_top">10 aprile 1934, XI</p><p rend="epistolary_epistolary_text_top">Gent.mo Commendatore,</p><p rend="epistolary_epistolary_text">anzitutto voglio inviarle, giunto appena da qualche giorno a Sofia, il mio memore e grato saluto. Ho iniziato il mio solito lavoro, come sempre ad… alta tensione e spero di raccogliere anche questa volta, nel bilancio finale, qualche frutto tangibile<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="0012.html#footnote-000">10</ref></hi></hi>. Le lezioni universitarie le inizierò lunedì, e nella stessa settimana ricomincerò anche le mie “tournées” di conferenze, che avranno inizio questa volta con un ciclo sulla letteratura italiana nella Dobrugia irredenta. Intanto spero di riuscire a varare in questi giorni il primo numero della rivista nella nuova edizione.</p><p rend="epistolary_epistolary_text">In quanto alle notizie che mi chiede per conto di sua eccellenza Buttafuochi, sono veramente un po’ imbarazzato nella risposta. Non vorrei aver l’aria di ostacolare iniziative che potrebbero sembrare in concorrenza alle mie. Il che non è in realtà e non sarebbe mai, dato il mio spirito ultraconciliativo e solidale in ogni caso in cui veda seria e sicura base per un lavoro concreto e fecondo. Mi permetterò dunque, in via del tutto riservata, rispondendo alla Sua domanda, di darle francamente il mio parere. Conosco il Cecchi, ideatore e fondatore della nascitura rivista. È un giovane simpatico, attivo, tenace, pieno di fede, e di entusiasmo, ma non meno pieno di illusioni, e mancante, purtroppo, di quell’elementarissimo senso di valutazione delle proprie forze, che è indispensabile per condurre a buon porto qualsiasi impresa. Questo giovane, venuto a Sofia come giornalista, senza alcuna preparazione sul paese e sul popolo (popolo di così difficile comprensione!) e senza la minima nozione della lingua, ha concepito il temerario piano di fondare una rivista in bulgaro e in italiano, con un programma titanico, di carattere politico e culturale. Conosco il Cecchi e ho attentamente esaminato e tentato anche di discutere con lui questo suo programma, che a mio parere, come tutte le cose che non poggiano su una base di matura elaborazione e competenza, è vago, caotico, inorganico. Per di più i soci che il Cecchi ha scelto sono persone che non offrono la minima garanzia né di serietà (intendo serietà nel senso culturale, scientifico, letterario e politico) né di capacità nel campo speciale. Sconosciuti o guardati con diffidenza. Ignorando la lingua, il Cecchi è completamente nelle mani dei suoi redattori bulgari (redattori improvvisati) e dei suoi traduttori, di dubbia competenza. La mia ormai lunga e dolorosa esperienza in fatto di collaborazione con l’elemento locale qui mi insegna a non fidarmi assolutamente di nessuno, quando non mi sia possibile esercitare un controllo diretto e rigoroso, come quello che esercito io con tirannica e inesorabile pedanteria su tutto ciò che pubblico e faccio pubblicare o di cui, comunque, mi valgo. Una semplice occhiata frettolosa, data ieri da me insieme col Cecchi a una piccola parte del materiale ch’egli ha pronto per la sua rivista, ha potuto luminosamente dimostrargli quali colossali inesattezze, errori o gaffes gli si sarebbero fatti commettere se io non glieli avessi segnalati. Ma si trattava di poche pagine, da me rivedute. E tutto il resto? E aggiungo la non meno grave difficoltà nella scelta del materiale di fonte bulgara, che ha bisogno – come pure ho ben dimostrato al Cecchi sulla base di limpidi ed eloquenti esempî – il controllo attentissimo anche quando provenga dai migliori elementi del paese, siano professori universitarî, uomini politici o letterati. </p><p rend="epistolary_epistolary_text">Tutto questo è pel Cecchi, che non conosce la lingua e conosce troppo poco il paese e i Bulgari, tenebra assoluta. E allora che cosa mai verrà fuori da questa sua temeraria impresa?</p><p rend="epistolary_epistolary_text">Io gli ho parlato con tutta franchezza esponendogli e motivandogli tutti i miei dubbi, tutte le mie riserve e tutta la mia sfiducia, ma egli insiste, è pieno di fede e di entusiasmo ed è convinto che riuscirà a superare tutte le difficoltà. Glielo ho augurato e glielo auguro di cuore.</p><p rend="epistolary_epistolary_text">Intanto egli, inviando numerose circolari in Italia, come quelle di cui Ella mi ha trasmesso copia, è riuscito a farsi mandare scritti, note o articoli, da varî illustri italiani (fra cui S. E. Federzoni, S. E. Solmi, S. E. Acerbo, S. E. Marescalchi, etc.), i quali hanno aderito all’impresa. Sì che la rivista potrà uscire con firme autorevoli. Ma questo non significa nulla, perché restano gli scogli colossali cui ho accennato, e dai quali il Cecchi non potrà assolutamente salvarsi. E allora si ripeterà per noi il caso purtroppo così frequente di iniziative individuali all’estero, dovute a persone incompetenti e inadatte, le quali inevitabilmente falliscono o riescono male e coinvolgono così, direttamente o indirettamente, il buon nome d’Italia, sperperando per di più danari ed energie che potrebbero essere assai meglio utilizzati e provocando critiche, malintesi, dissensi, conflitti con l’elemento locale indigeno e fra gli stessi italiani della colonia, che troppo spesso danno prova di assai mal inteso spirito fascista balcanicamente comportandosi fra di loro e verso il paese che li ospita.</p><p rend="epistolary_epistolary_text">Come vede, Le ho parlato con rude franchezza e potrei ben avvalorare alcune mie amare conclusioni con precisi dati di fatto, ma ciò esulerebbe già dalla domanda che Ella mi aveva rivolta. La prego, s’intende, di far uso riservatissimo di quanto le ho scritto, perché so che potrebbe urtare molte suscettibilità… Purtroppo quest’anno in Bulgaria s’è fatto un passo indietro nei riguardi dell’affermazione italiana grazie ad alcuni gravi errori commessi.</p><p rend="epistolary_epistolary_text">Voglia gradire, egregio Commendatore, i miei migliori e più distinti saluti.</p><p rend="epistolary_epistolary_text">Dev.mo Enrico Damiani</p><p rend="epistolary_epistolary_text_top">[P.S.] Per qualsiasi comunicazione è preferibile che Ella mi scriva sempre presso la R. Legazione d’Italia.</p><p rend="epistolary_epistolary_number">2</p><p rend="epistolary_epistolary_text_top">Lettera di Damiani al Segretario generale della Camera dei deputati, Rossi Merighi, su un cartoncino intestato Istituto di cultura italiana in Bulgaria.</p><p rend="epistolary_epistolary_text">ASCD, Incarti di segreteria, Busta 156, D-3, n. 2.</p><p rend="epistolary_epistolary_text_top">Sofia, 10 aprile 1938-XVI</p><p rend="epistolary_epistolary_text_top">Gent.mo Commendatore,</p><p rend="epistolary_epistolary_text">sono ormai alla “liquidazione” della mia lunga e laboriosa impresa bulgara, nella quale mi riservo di riferirle dettagliatamente a voce, limitandomi per ora a dirLe che ho lavorato con fede e tenacia italiana e fascista, senza un solo istante (non esagero!) di tregua ed ottenendo i più lusinghieri risultati. Sono stato, oltre Sofia, in altre dieci città (in tutte le città, cioè, dove esistono corsi d’italiano o dove si vuol organizzarne) e da per tutto ho tenuto conferenze sull’Italia, che hanno avuto accoglienza incredibilmente entusiastica. A Sofia, ho svolto anche due piccoli corsi speciali, all’Istituto Italiano e all’Università. Da per tutto ho lavorato, con successo, all’organizzazione della propaganda italiana, favorito dal più incondizionato appoggio degli elementi locali, fra i quali ho ormai da anni, da per tutto, innumerevoli amici personali. Domani terrò l’ultima conferenza qui a Sofia. A tutta una serie di inviti giuntimi da tante altre città, rinunzio per materiale mancanza di tempo. Ho potuto anche curare qualche pubblicazione, tra cui – proprio in questi giorni – quella del Diario di Guerra del Duce, che uscirà prossimamente come I° volume d’una nuova collana di volumi, da me diretta (d’intesa, è naturale, col Ministero degli Esteri e con la Legazione) e intitolata: “Italia d’oggi”, e ho già consegnato all’editore il manoscritto di un nuovo grosso volume dell’altra mia collana: “Biblioteca di cultura italiana”, contenente gli esercizi pratici per lo studio della lingua italiana, sulla scorta della mia grammatica (uscita come VI volume della collana stessa), la quale è talmente diffusa, che sta per essere esaurita.</p><p rend="epistolary_epistolary_text">Come vede, dunque, ho cercato anche questa volta di meritarmi la benevola condiscendenza di S. E. il Presidente, che m’ha così cortesemente consentito questa prolungata assenza da Roma, portando un nuovo modesto quanto fervido contributo a una grande opera d’italianità, alla quale ormai sono votato da tanti anni e che è, nel fondo della mia inesorabile autocritica e insoddisfazione, una fiamma di luce per me.</p><p rend="epistolary_epistolary_text">Non mi rimprovererà per questo – conosco bene il Suo animo – qualche giorno di ritardo nei riguardi del mio ritorno, è vero? Avevo calcolato di tornare tra il 10 o il 15. Sarò forse a Roma appena la mattina di Pasqua, cioè il 17, e riprenderò subito il mio servizio in Biblioteca.</p><p rend="epistolary_epistolary_text">Intanto lasci che Le rinnovi, egregio Commendatore, l’espressione del mio grato animo e Le invii fin d’ora i più sinceri e fervidi auguri per la prossima Pasqua, auguri che conto di rinnovarLe a voce, anche se con un lieve ritardo. La prego, confermare a S. E. il Presidente la mia riconoscenza e la mia devozione.</p><p rend="epistolary_epistolary_text">Dev.mo </p><p rend="epistolary_epistolary_text">Enrico Damiani</p><p rend="epistolary_epistolary_number">3</p><p rend="epistolary_epistolary_text_top">Relazione di 5 pagine al Ministero degli esteri, datata 28 aprile 1938, sulla missione svolta dal 2 marzo al 17 aprile 1938 in Jugoslavia e Bulgaria. </p><p rend="epistolary_epistolary_text">ASCD, Incarti di segreteria, Busta 156, D-3, n. 2.</p><p rend="epistolary_epistolary_text_top"><hi rend="italic">La relazione è costituita da 5 parti. </hi></p><p rend="epistolary_epistolary_text"><hi rend="italic">1. Un</hi><hi rend="italic"> lungo elenco di lezioni e conferenze, tenute quasi tutte in</hi><hi rend="italic"> bulgaro:</hi> «L’accoglienza del pubblico ad ogni mia conferenza, senza eccezione, è stata delle più cordiali: ho avuto sempre sale (e il più delle volte aule capaci di parecchie centinaia di persone) rigurgitanti di pubblico, tra cui gli elementi migliori dell’aristocrazia intellettuale (professori, letterati, scrittori, artisti, ufficiali superiori, clero, etc.) e in più occasioni erano gremite di pubblico perfino aule e corridoi adiacenti, e numeroso pubblico ha dovuto essere rimandato (specialmente all’Università di Sofia e all’Istituto di Cultura Italiana) per materiale impossibilità di trovar posto».</p><p rend="epistolary_epistolary_text"><hi rend="italic">2. Pubblicazioni</hi>. Accenna alla consegna del manoscritto del secondo volume della sua grammatica di italiano per bulgari e ad una nuova collana di volumi bulgari su temi italiani, intitolata Săvremenna Italija (Italia contemporanea) il cui primo volume sarebbe stato il Diario di guerra di Mussolini del quale sta rivedendo la traduzione fatta dal Dott. Stojanov per incarico del Ministero della cultura popolare. </p><p rend="epistolary_epistolary_text"><hi rend="italic">3. Sulla questione della diffusione della lingua e della cultura</hi><hi rend="italic"> italiana in Bulgaria. </hi>Afferma che complessivamente circa un migliaio di persone studiano l’italiano in Bulgaria. Lamenta l’estrema penuria di libri, giornali e riviste in lingua italiana. «In Bulgaria si legge molto – specialmente in provincia, anche nei piccoli centri, perché assai rari sono in Bulgaria gli analfabeti».</p><p rend="epistolary_epistolary_text">4<hi rend="italic">. </hi><hi rend="italic">Obbligatorietà dell’insegnamento della lingua italiana nei ginnasi bulgari</hi>. «La nuova legge bulgara sull’istruzione prevede l’insegnamento di quattro lingue, ugualmente obbligatorie a scelta, in tutti i ginnasi bulgari: il tedesco, il francese, l’inglese e l’italiano. Peraltro la legge stessa stabilisce che in ogni ginnasio vengano effettivamente insegnate soltanto due di queste lingue e lascia al Ministro la designazione di esse caso per caso e allo scolaro la scelta d’una di esse, come materia obbligatoria. D’intesa con S. E. il Ministro d’Italia ho fatto presente a S. E. il Ministro bulgaro della P. I. la necessità che l’insegnamento dell’italiano come materia obbligatoria venga per ora garantito per lo meno in ciascuna delle città dove di fatto esso già esiste come insegnamento facoltativo […] e per di più venga introdotto, magari a titolo di esperimento per quest’anno, in qualcuna delle altre città dove per varie ragioni esso presenti maggiori probabilità di buona accoglienza […]. Il Ministro d’Italia ritiene peraltro – e, a mio parere, fondatamente – che non sia opportuno chiedere che l’insegnamento dell’italiano venga reso obbligatorio in nessuna città a scapito d’un’altra delle lingue equivalenti, ma venga invece semplicemente aggiunto ad esse, lasciando piena libertà di scelta all’alunno. Cioè, invece che tra due lingue effettivamente insegnate in ogni ginnasio, come prescrive ora la legge, la scelta dovrebbe avvenire tra almeno tre lingue, una delle quali dovrebbe essere l’italiano. In questo modo si eliminerebbe l’inevitabile e ben difficilmente risolubile conflitto d’interessi tra i singoli paesi le cui lingue rientrano negli insegnamenti ufficiali bulgari e nessuno dei quali certo vorrebbe adattarsi a rinunciare ai ginnasi delle città principali, e si toglierebbe anche quell’impressione di quasi coazione che potrebbero avere coloro che, per qualsiasi ragione, preferissero lo studio d’un’altra lingua. L’esperienza insegna che la lingua italiana è amata e desiderata e studiata volentieri tra i Bulgari. […]». </p><p rend="epistolary_epistolary_number">4</p><p rend="epistolary_epistolary_text_top">Lettera di Damiani al Segretario generale della Camera dei deputati, Rossi Merighi, datata 12 luglio 1938, dove si riferisce sulla partecipazione alla XI sessione del Comitato internazionale delle biblioteche, a Bruxelles.</p><p rend="epistolary_epistolary_text">ASCD, Incarti di segreteria, Busta 156, D-3, n. 2.</p><p rend="epistolary_epistolary_text_top">12 luglio 1938-XVI</p><p rend="epistolary_epistolary_text_top">Gr. Uff. Dott. Aldo Rossi Merighi</p><p rend="epistolary_epistolary_text">Segretario Generale della Camera fascista</p><p rend="epistolary_epistolary_text">Roma</p><p rend="epistolary_epistolary_text_top">Come ho avuto già occasione di riferirVi a voce, ho partecipato, in seguito a cortese autorizzazione di S. E. il Presidente, all’XI sessione del Comitato Internazionale delle Biblioteche, tenutasi a Bruxelles il 4 e 5 corr. e nella mia qualità di delegato italiano della sottocommissione delle Biblioteche parlamentari e di relatore generale della medesima ho svolto un rapporto su “l’organizzazione dei servizî di documentazione parlamentare e bibliografica nei diversi paesi del mondo”.</p><p rend="epistolary_epistolary_text">Tale rapporto, che mi ha dato agio di mettere facilmente in rilievo l’indiscutibile primato italiano in materia di pubblicazioni legislative, documentarie e bibliografiche dei due rami del parlamento (e dello stesso Provveditorato Gen. dello Stato), è stato seguito col più lusinghiero interesse da parte di tutti i presenti e accolto con unanime plauso. Esso sarà pubblicato nel volume degli Atti della sessione, che uscirà entro l’anno. Ne attendo copia, che mi permetterò d’inviarVi non appena mi perverrà.</p><p rend="epistolary_epistolary_text">Nel segnalare le più recenti pubblicazioni bibliografiche della Biblioteca della Camera Fascista ho presentato il nuovo volume della “Bibliografia dell’Impero”, uscito in questi giorni. Tale volume è stato largamente lodato e citato ad esempio. Quasi tutti i presenti me ne hanno chiesto copia per le rispettive biblioteche.</p><p rend="epistolary_epistolary_text">Infine il Dott. A.C. Breycha-Vauthier, Capo del Servizio Giuridico e politico alla Biblioteca della Società delle Nazioni, ha distribuito la mia recente monografia (pubblicata dalla “Revue Internationale des Études Balkaniques”) sull’adozione di un sistema internazionale uniforme di trascrizione dei nomi stranieri in generale, di quelli in caratteri cirillici in particolare e per l’unificazione di tutte le infinite forme di trascrizione seguite nei varî paesi da applicarsi in tutte le biblioteche, comunicando il voto in tal senso formulato tre anni or sono dal Congresso mondiale delle Biblioteche e di Bibliografia di Madrid e Barcellona, che aveva già pienamente approvato la mia proposta, e l’ordine del giorno del Comitato mondiale per la Documentazione, che volle ribadirla l’anno scorso a Parigi, e che ha deciso di ripresentarla quest’anno al prossimo congresso di Oxford e di Londra (Settembre p.v.).</p><p rend="epistolary_epistolary_text">All’XI sessione del Comitato Internazionale delle Biblioteche hanno partecipato, come delegati del Ministero dell’Educazione Nazionale, anche S. E. il Sen. P. S. Leicht e il Conte Boselli, Bibliotecario della Nazionale di Firenze.</p><p rend="epistolary_epistolary_text">Vi sarò particolarmente grato se vorrete autorizzarmi a far invio alle principali biblioteche straniere, che me ne hanno rivolto richiesta, il nostro nuovo volume della “Bibliografia dell’Impero” ed eventualmente altri nostri cataloghi.</p><p rend="epistolary_epistolary_text_top">Il Direttore generale della Biblioteca Enrico Damiani</p><p rend="epistolary_epistolary_text_top"><hi rend="italic">In calce:</hi> “Compiacersi - accordare autorizzazione RM”</p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0012.html#footnote-009-backlink">1</ref></hi>	Per la storia della Biblioteca della Camera rinvio al mio saggio Venturini 2019a. In particolare, per il primo dopoguerra, pp. 162-95, per il periodo fascista pp. 197-251. Per una sintesi ed una raccolta di documenti: Documenti 2020. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0012.html#footnote-008-backlink">2</ref></hi>	Le citazioni sono tratte da: ASCD (Archivio storico della Camera dei deputati), Fondo Biblioteca, busta 3.4. Sul giovane Damiani, si veda anche Mazzitelli 2019.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0012.html#footnote-007-backlink">3</ref></hi>	Nel 1920 aveva pubblicato una traduzione delle liriche di Lermontov (Lermontoff 1920).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0012.html#footnote-006-backlink">4</ref></hi>	Per l’opuscolo (Zinov’ev e Lenin 1921) Damiani aveva preparato alcune notizie biografiche su Lenin che la redazione della casa editrice omise a causa della loro «intonazione troppo vivacemente antibolscevica» (Lignani 2015, 59). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="0012.html#footnote-005-backlink">5</ref></hi>	Santoro (Santoro 2005, 133) utilizzando fonti dell’ambasciata americana, scrive che Damiani non fu inizialmente ben accolto dall’Università di Sofia per la sua aperta militanza fascista. In realtà, Penka Danova (Danova 2014, 112-28) documenta che Damiani fece un’ottima impressione negli ambienti universitari di Sofia e che il corso gli era stato già proposto durante il suo soggiorno in Bulgaria.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0012.html#footnote-004-backlink">6</ref></hi>	È da notare – segno di un certo isolamento della Biblioteca – che nella preparazione di questo lavoro, non furono prese in considerazione le regole nazionali di catalogazione per autori che erano state pubblicate nel 1921 per iniziativa del Ministero della pubblica istruzione, nonostante vi fosse già l’esperienza della Biblioteca del Senato che, a metà degli anni Venti, le aveva utilizzate, sia pure con alcuni adattamenti, prima di aderire alle regole vaticane. Il nuovo catalogo per autori della Biblioteca fu così redatto continuando ad utilizzare le regole stabilite da Pietro Fea negli anni Ottanta dell’Ottocento.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0012.html#footnote-003-backlink">7</ref></hi>	ACS, Ministero dell’interno, Divisione polizia politica, busta 381, fasc. Enrico Damiani.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0012.html#footnote-002-backlink">8</ref></hi>	Aleksandra Žabjek (Žabjek 2003, 76) ha scritto che, durante l’occupazione italiana, quando la resistenza invitò a sabotare le manifestazioni culturali nel territorio occupato, Damiani «uomo e uomo di scienza, era capace non solo di ritagliarsi, ma anche di conservare un posticino rilevante da studioso e da intermediario fra le due culture: italiana e slovena. Egli s’inserì con le sue conferenze in un discorso valido pure per gli sloveni».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0012.html#footnote-001-backlink">9</ref></hi>	Biblioteca della Camera dei deputati. Archivio di deposito della segreteria, Busta 3, fasc. 40. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0012.html#footnote-000-backlink">10</ref></hi>	Questa strana frase potrebbe far pensare che Damiani svolgesse anche attività di tipo paraspionistico, ma non abbiamo alcun elemento per avvalorare un’ipotesi di questo tipo.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Fernando Venturini, Library of the Chamber of Deputies, Italy, <ref target="mailto:venturini_f@camera.it">venturini_f@camera.it</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Fernando Venturini, <hi rend="italic">Enrico Damiani direttore della Biblioteca della Camera fascista,</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0846-8.09">10.36253/979-12-215-0846-8.09</ref>, in Andrea Fernando De Carlo, Gabriele Mazzitelli, Rosanna Morabito (edited by), <hi rend="italic">La slavistica come strumento per l’amicizia fra i popoli. In ricordo di Enrico Damiani (1892-1953)</hi>, © 2025 Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0846-8, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0846-8">10.36253/979-12-215-0846-8</ref>, pp. -20, 2025, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0846-8, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0846-8">10.36253/979-12-215-0846-8</ref></p></div></div>
      
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</TEI>