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        <title type="main" level="a">Bibliotecario e/o slavista: la missione di Enrico Damiani</title>
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            <forename>Gabriele</forename>
            <surname>Mazzitelli</surname>
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          <resp>This is a section of <title>La slavistica come strumento per l'amicizia fra i popoli</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0846-8</idno>) by </resp>
          <name>Andrea Fernando De Carlo, Gabriele Mazzitelli, Rosanna Morabito</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0846-8.10</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>Enrico Damiani’s life and work have always been strongly characterized by his dual vocation as a librarian and a Slavist. In both of these activities Damiani was always guided by an innate sense of duty and a firm conviction that he had a mission to fulfil: to foster the use of bibliographic resources and to spread knowledge of the languages and literatures of various Slavic countries in Italy. The article retraces some of the main stages of Damiani’s biographical and intellectual journey in order to testify to his unshakeable faith in culture as an instrument of friendship and spiritual fellowship among peoples, capable of enhancing diversity to nurture mutual respect: in this consisted the mission that Damiani, librarian and Slavist, gave himself and honoured until the last moment of his very hard-working life.</p>
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            <item>Damiani</item>
            <item>Lo Gatto</item>
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            <item>librarian</item>
            <item>Slavist</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0846-8.10<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0846-8.10" /></p>
      <div><head>Bibliotecario e/o slavista: la missione di Enrico Damiani</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Gabriele Mazzitelli</p><p rend="text">La luminosa figura di Enrico Damiani si staglia prepotente nell’affresco della slavistica italiana della prima metà del Novecento. Un bilancio complessivo della sua opera non è semplice vista la mole della sua produzione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-022">1</ref></hi></hi>. E la sua doppia anima di bibliotecario e di slavista, anzi per usare le sue parole «la duplice pratica di modesto studioso di lingue e letterature slave e di bibliotecario» (Damiani 1941, 18), ne rende ancora più affascinante l’operosa attività e aggiunge valore al contributo che seppe dare alla slavistica e alla cultura italiane. </p><p rend="text">Damiani condivide con Ettore Lo Gatto e Giovanni Maver la volontà di fondare una disciplina alla quale tutti e tre ritengono necessario fornire delle basi scientifiche. Il loro incontro crea delle sinergie, delle alleanze e non una competizione. Lo Gatto riconosce a Maver l’autorità del maestro, del capostipite, può vedere un rivale in ambito accademico in Cronia, ma che tocchi a Maver essere il portabandiera della slavistica italiana non lo mette mai in dubbio. Damiani ha la fortuna di muoversi su un doppio binario: ha un lavoro sicuro e prestigioso. L’accademia è per lui un corollario, un di più, ambito certo, ma un di più: è un bibliotecario che si affianca ai pochi studiosi di slavistica, e come bibliotecario vive in un mondo un po’ a parte, operando per di più in un contesto molto particolare come quello della Biblioteca della Camera dei deputati. La sua carriera non intralcia quella di altri. È una sorta di battitore libero, la cui unica stella polare è un innato senso del dovere, un desiderio di dissodare un terreno fertile e di farsi mediatore di cultura.</p><p rend="text">Sin da giovane Damiani dimostra una naturale propensione per lo studio e in particolare per l’apprendimento delle lingue. Si laurea in Giurisprudenza e nel 1915 vince il concorso alla Camera dei deputati. All’indomani dell’entrata in guerra dell’Italia, il 30 agosto 1915, è mobilitato nella Croce Rossa. Riprenderà il lavoro il 25 febbraio 1919. Trascorso meno di un mese, il 21 marzo 1919, il padre Igino, all’epoca cronista parlamentare de <hi rend="italic">Il Resto del</hi><hi rend="italic"> Carlino</hi>, scrive a Giovanni Gentile: </p><quote rend="quotation_b">Egregio Professore, Il mio figliuolo verrebbe da Lei, stasera verso le ore 18, uscendo dal suo ufficio a quell’ora. Se meno disturbo può recarle il vederlo in altra ora, sia tanto cortese di farmelo telefonare qui in ufficio. Di nuovo molte scuse ringraziamenti ed ossequi Devoto I. Damiani<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-021">2</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Difficile immaginare quale possa essere stato l’argomento che il giovane Damiani volesse trattare con Gentile o se fosse stato il filosofo a volerlo incontrare, in ogni caso ci testimonia di come sia già in grado di instaurare importanti relazioni con personalità di primo piano della cultura.</p><p rend="text">Certo gli eventi bellici lo hanno segnato, così come è capitato a tutta la sua generazione: fra il maggio e il giugno del 1919 sul quotidiano <hi rend="italic">Il Popolo</hi><hi rend="italic"> Romano</hi> pubblica una serie di articoli poi raccolti in un volumetto dal titolo molto significativo: <hi rend="italic">L’evoluzione della civiltà verso</hi><hi rend="italic"> la pace e la Società delle Nazioni </hi>(Damiani 1919). In questo scritto Damiani ripercorre le varie fasi della storia dell’umanità dall’antichità ai tempi moderni per dar conto dei tentativi che nel corso dei secoli erano stati compiuti per perseguire le stesse finalità che si proponeva la Società delle Nazioni. Il suo è un giudizio negativo sul Congresso di Versailles, ma nutre delle speranze sulla possibilità che gli Stati trovino la via per una futura coesistenza pacifica:</p><quote rend="quotation_b">non saranno gli articoli di uno statuto, né le conclusioni astratte d’una conferenza quelli che potranno affratellare gli uomini e abolire le guerre. Sarà l’opera saggia di singoli uomini di governo, sarà l’organizzazione degli Stati sulle basi più rispondenti alle aspirazioni e agli interessi dei popoli, sarà lo sviluppo dei commerci e delle industrie, il perfezionamento dell’educazione della coltura (Damiani 1919, 41).</quote><p rend="text">Già traspare da queste parole quell’idea di <hi rend="italic">humanitas</hi>, di filantropia culturale che sarà una delle basi fondanti del suo operato. Il giovane bibliotecario è ora impegnato in un’intensa attività pubblicistica: escono su quotidiani o riviste gli articoli <hi rend="italic">Il programma politico-sociale di Trotzki per l’</hi><hi rend="italic">ordinamento comunistico della Russia </hi>(Damiani 1920); <hi rend="italic">Spigolature leniniane </hi>(Damiani 1921a); <hi rend="italic">Thomas Nelson Page: l’Italia e la guerra mondiale </hi>(Damiani 1921b); <hi rend="italic">Il programma sociale d’un ministro socialista austriaco, Otto</hi><hi rend="italic"> Bauer </hi>(Damiani 1921c); <hi rend="italic">Sisto di Borbone e l’Italia </hi>(Damiani 1921d); <hi rend="italic">L</hi>’<hi rend="italic">Unione interparlamentare e il suo recente Congresso di</hi><hi rend="italic"> Stoccolma </hi>(Damiani 1921e).</p><p rend="text">Se sin dai banchi di scuola era stato attirato dai caratteri cirillici (M.B. 1936)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-020">3</ref></hi></hi>, gli eventi storici lo portano a interessarsi più compiutamente e criticamente del mondo russo. Grazie al deputato Egilberto Martire (Sorrentino 1993), esponente del Partito Popolare che poi aderirà al fascismo, entra in contatto con la casa editrice “Il Solco” di Città di Castello (Lignani 2015, 57-61), curando la traduzione dal tedesco di alcuni scritti di protagonisti della rivoluzione russa (Trotzki 1921a, Trotzki 1921b, Zinov’ev e Lenin 1921), a dimostrazione di un interesse che presto, però, dalla politica passerà alla letteratura, come testimonia nel 1922 la pubblicazione sul quotidiano <hi rend="italic">il Mondo</hi> diretto da Giovanni Amendola – anche questo forse segno dei rapporti che Damiani poteva instaurare grazie al suo lavoro alla Camera dei deputati – di sue versioni dal russo di Čechov (Cekhow 1922a, b, c), Turgenev (Turgheniev 1922) e Korolenko (Korolenko 1922), che ad oggi risultano essere le sue prime prove di traduzioni dal russo.</p><p rend="text">Sempre in questo 1922 esce un saggio critico dedicato a Garšin, «poeta del dolore»:</p><quote rend="quotation_b">Il realismo è, come noto, una delle caratteristiche dominanti della letteratura russa. Anche là, dove la trama è fantastica, le singole scene, i luoghi, le persone, i loro dialoghi, i loro sentimenti son veri: sovente è vera tutta la trama, sovente l’autore stesso, mutato il nome agisce nei suoi drammi o parla per bocca dei suoi protagonisti. Non è raro che la trama del tutto e la pura e semplice descrizione d’una scena dal vero, la presentazione d’un carattere, l’esposizione d’un pensiero, siano in sé tutta l’opera. In questa sua semplicità, in questo suo realismo palpitante, la letteratura russa è meravigliosa. Giovanissima – non ha in sostanza che un secolo di vita – essa rivela una potenza d’analisi sì profonda e minuta, una tal conoscenza dell’animo umano, una tal perfezione di forma che, ultima apparsa nel rango delle grandi letterature, non rimane seconda a nessuna. L’altra caratteristica generale degli scrittori russi è il sentimento di profonda umanità che li anima e che pervade l’opera loro (Damiani 1922a, 177).</quote><p rend="text">L’articolo viene pubblicato sul periodico <hi rend="italic">Rivista di Cultura</hi>, organo della Società di cultura nazionale, edito dalla casa editrice Maglione e Strini. La rivista era nata nel 1920 quale prosecuzione della <hi rend="italic">Cultura</hi>, storica testata fondata da Ruggero Bonghi nel 1882, ma già alla fine del 1921 Cesare De Lollis, che ne era il direttore, decide di cambiare editore e di tornare al titolo originario della rivista<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-019">4</ref></hi></hi>. Maglione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-018">5</ref></hi></hi> comunque prosegue nella sua impresa e non interrompe la pubblicazione del periodico. Damiani vi collaborerà attivamente con saggi critici e recensioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-017">6</ref></hi></hi>: è ancora del 1922 un articolo dal titolo <hi rend="italic">Le poesie in prosa</hi><hi rend="italic"> di Ivan Sergeevič Turgheniev </hi>(Damiani 1922b), anticipazione del volume che sarà edito da Carabba l’anno successivo (Turgheniev 1923a). </p><p rend="text">Nell’ambito della letteratura russa è proprio Turgenev l’autore a cui Damiani rivolgerà maggiormente la sua attenzione. Sono questi gli anni in cui Ettore Lo Gatto pubblica la rivista <hi rend="italic">Russia</hi>: Damiani vi collabora traducendo e introducendo nel 1923 il racconto <hi rend="italic">Chor e Kalinyč </hi>(Turgheniev 1923b). Il rapporto con Lo Gatto ci conferma che Damiani aveva già avuto modo di farsi conoscere nel ristretto novero dei cultori della letteratura russa. Del 1923 è anche la traduzione di altri racconti di Turgenev <hi rend="italic">L’avventura del tenente Iergunov e altre novelle</hi><hi rend="italic"> </hi>(Turgheniev 1923c). La prefazione a questa raccolta, che riporta la data del gennaio 1922, si intitola <hi rend="italic">Uno sguardo su la</hi><hi rend="italic"> vita e le opere di Ivan Serghievic Turgheniev</hi> ed è seguita, secondo quella che sarà una caratteristica peculiare delle pubblicazioni curate da Damiani, da una <hi rend="italic">Bibliografia</hi> suddivisa in <hi rend="italic">Opere</hi> e <hi rend="italic">Articoli di riviste</hi>. Per avere un’idea del significato che Damiani attribuiva allo scrittore russo basti citare questo suo giudizio: «Turgheniev fu una delle figure più gigantesche e poderose della letteratura russa e mondiale» (Turgheniev 1923c, XXXVI). Concetto ribadito nell’<hi rend="italic">Introduzione </hi>del volume <hi rend="italic">Le poesie in prosa</hi>, datata Roma, novembre 1922:</p><quote rend="quotation_b">Turgheniev è, del resto, una figura troppo gigantesca, troppo gloriosa, troppo caratteristica non solo nella letteratura russa, ma oserei dire, nella letteratura mondiale […], perché anche i meno competenti non sappiano chi egli fu e quali furono per lo meno i suoi capolavori d’arte, i suoi pregi e meriti di scrittore (Turgheniev 1923b, III).</quote><p rend="text">Malgrado De Lollis avesse dato per certo che la <hi rend="italic">Rivista di Cultura</hi> fosse già di fatto finita nel 1921 (Stefanelli 2018, 309 nota 14), Damiani contribuisce invece significativamente a tenerla in vita curando nel 1925 ben tre <hi rend="italic">Quaderni</hi>. Si tratta di volumi monografici, due dei quali raccolgono testi già pubblicati sul periodico, che testimoniano l’ampliamento dei suoi interessi anche ad altre lingue e letterature slave. Il primo è dedicato ad Adam Mickiewicz (Mickiewicz 1925), il secondo si intitola <hi rend="italic">Poeti bulgari </hi>(Damiani 1925)<hi rend="italic"> </hi>e il terzo tratta di Juliusz Słowacki (Słowacki<hi rend="CharOverride-2"> </hi>1926). Colpisce la rete di rapporti che il giovane studioso è già riuscito a tessere, come dimostrano gli autori che collaborano a questi quaderni: Egisto De Andreis, Attilio Begey, Maria Bersano Begey, Clotilde Garosci, Aurelio Palmieri, Paolo Emilio Pavolini e soprattutto Roman Pollak, di cui era stato allievo e che non mancherà di ricordare il fervore giovanile del più anziano dei suoi studenti romani (Pollak 1954 e 2002). Nella <hi rend="italic">Prefazione</hi> a <hi rend="italic">Poeti bulgari</hi> Damiani afferma che:</p><quote rend="quotation_b">Nella scarsissima conoscenza che si ha anche oggi in Italia delle cose di Bulgaria in generale della sua letteratura in particolare, questo fascicolo si propone di colmare una vera e propria lacuna nella nostra cultura generale letteraria. […] Una certa innegabile affinità di spirito, di carattere, di tendenze avvicina quasi inconsciamente noi Italiani al popolo bulgaro, forse più che a qualsiasi altro popolo balcanico. Le lunghe sofferenze e i martiri sofferti sotto il giogo straniero, le lotte eroiche e tenaci pel riscatto nazionale costituiscono pagine di lacrime e di gioia così pel popolo nostro come pel bulgaro. Ed è anche questa forse una causa di affratellamento ideale. […] La letteratura è lo specchio più fedele dell’anima e della mente di ogni popolo (Damiani 1925, 3-4)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-016">7</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Per la preparazione e la redazione di questa antologia il giovane slavista esprime un ringraziamento a Olga Balabanova «guida preziosa e instancabile nel non facile lavoro di scelta, d’analisi e d’interpretazione di testi e di coordinamento generale della materia» (Damiani 1925, 4). Balabanova lo affiancherà in seguito come lettrice di bulgaro alla “Sapienza”, e sarà l’insegnante di uno dei suoi allievi prediletti, vale a dire Luigi Salvini, di cui toccherà a Damiani lodare il «giovanile fervore» (Salvini 1930, 9) nella <hi rend="italic">Prefazione</hi> alla traduzione dei <hi rend="italic">Canti popolari bulgari</hi>, che vedrà la luce nel 1930<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-015">8</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il 3 gennaio 1925 il <hi rend="italic">Corriere della Sera</hi> ospita nella rubrica <hi rend="italic">Libri ricevuti</hi> un breve trafiletto in cui si dà notizia della pubblicazione del volume <hi rend="italic">Le memorie letterarie </hi>di Turgenev (Turgheniev 1924), tradotte da Damiani: </p><quote rend="quotation_b">Queste pagine di Turghenieff benché non ci parlino di grandi scrittori che egli conobbe, per ragioni di dissidi sorti con essi, quali Dostoewski, Tolstoi, Gonciarov, Nekrasov, Ostrowski, Garsin, e siano in questo senso manchevoli e scarsamente interessanti, servono però a completare il quadro della vita letteraria russa con notizie che esse ci danno e con il ricordo di figure secondarie, che pure hanno avuto una certa importanza (Corriere 1925, 3).</quote><p rend="text">Per l’Italia non si tratta di un giorno qualsiasi. </p><quote rend="quotation_b">Ma poi, o signori, – avrebbe tuonato Mussolini parlando alla Camera dei deputati – quali farfalle andiamo a cercare sotto l’arco di Tito? Ebbene, io dichiaro qui, al cospetto di questa assemblea, ed al cospetto di tutto il popolo italiano, che assumo (io solo!) la responsabilità (politica! morale! storica!) di tutto quanto è avvenuto. </quote><p rend="text">Il fascismo diventava dittatura rivendicando di fatto l’assassinio di Giacomo Matteotti che Damiani doveva ben conoscere perché era un assiduo frequentatore della Biblioteca della Camera dei deputati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-014">9</ref></hi></hi>. Cominciava anche per il giovane studioso quel lungo viaggio attraverso il ventennio, vissuto da un osservatorio molto particolare che certo gli consentiva e lo costringeva ad avere rapporti diretti con esponenti del Fascismo, che erano, però, sempre all’insegna della pacatezza e della misura tipica dell’uomo. Damiani conviveva con il potere politico e certo ebbe modo di sfruttare le ambizioni del regime quale ambasciatore della cultura italiana soprattutto in Bulgaria. Ma che gli scopi culturali prevalgano in lui su quelli politici mi pare non sia discutibile. </p><p rend="text">Nel corso degli anni Venti di fatto Damiani altro non fa che proseguire e consolidare la sua indefessa attività di divulgatore, mentre grazie all’opera dell’Istituto per l’Europa Orientale, fondato nel 1921 e di cui è segretario Lo Gatto, la diffusione della conoscenza del mondo slavo in Italia trova maggiore spazio anche dal punto di vista editoriale: Damiani fa parte del Consiglio dell’Istituto e collabora da subito con la <hi rend="italic">Rivista</hi><hi rend="italic"> di letterature slave</hi>, che inizia le sue pubblicazioni nel 1926, nello stesso anno in cui lo slavista/bibliotecario dà alle stampe la prima opera bibliografica di ampio respiro quale <hi rend="italic">Appendice</hi> alla sua traduzione della <hi rend="italic">Storia della letteratura russa</hi> del Veselovskij (Veselovskij 1926) e che sarà seguita in tutto l’arco della futura attività di Damiani da una notevole quantità di bilanci periodici e compilazioni bibliografiche relative all’intero mondo slavo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-013">10</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Quasi inevitabile legare la passione per le bibliografie con l’attività di bibliotecario, visto che anche nel suo lavoro alla Camera, Damiani promuove la creazione di strumenti volti a facilitare la ricerca bibliografica. Ma il dato non è poi così scontato. La bibliografia è segno di un amore per i libri che lo porterà a costituire la sua importante biblioteca poi donata all’“Orientale” di Napoli, ma è anche testimonianza di uno stile, di un modo di avvicinarsi allo studio. Avere delle solide basi, poter documentare quanto si vuole sostenere, rifuggire dal dilettantismo e dall’approssimazione. La fatica delle bibliografie per Damiani è la stessa dell’amanuense.</p><p rend="text">Il 12 settembre del 1924 su un tram a Roma il carpentiere comunista Giovanni Corvi uccide con tre colpi di rivoltella il deputato fascista Armando Casalini al grido di «Vendetta per Matteotti». Il 15 settembre, presente anche Mussolini, tra due ali di folla Via del Corso è attraversata dai solenni funerali. In prima fila a seguire il passaggio del corteo funebre vi sono anche Vjačeslav Ivanov con i figli Lidija e Dmitrij: si sono da pochi giorni trasferiti a Roma e abitano nella pensione Rubens in via Belsiana, una traversa del Corso. Di lì a poco andranno a vivere in un appartamento in via delle Quattro Fontane, al civico 172, dove si recherà periodicamente a trovarli, come ricorda la figlia del poeta Lidija Ivanova, il «caro amico poeta Damiani» (Ivanova 1990, 137). Non deve stupire questo appellativo di «poeta», se si consideri che si deve a Damiani la traduzione, apparsa sulla <hi rend="italic">Rivista di Cultura </hi>nel 1927, del canto di Ivanov <hi rend="italic">Le </hi><hi rend="italic">fiaccole </hi>(Ivanov 1927). Nella <hi rend="italic">Presentazione</hi> Damiani informa il lettore che:</p><quote rend="quotation_b">Venceslao (Viaceslav) Ivanov, nato a Mosca nel 1866, è fra i poeti russi viventi uno dei più autorevoli rappresentanti dell’indirizzo simbolico. La potenza della sua arte, la ricchezza della sua produzione letteraria, la vastità della sua cultura, essenzialmente classica, fanno di lui uno dei maggiori letterati che vanti oggi la Russia, forse il più alto dei suoi poeti viventi. […] La traduzione del canto che offro oggi ai lettori italiani mi fu proposta dal poeta per aderire al desiderio della sua figliuola, un’insigne pianista e compositrice, la quale, avendo messo in musica il canto stesso, desiderava che il testo russo fosse adattato alle note della sua composizione anche in italiano. Il poeta medesimo m’ha assistito nella non facile lettura e interpretazione del testo, egli medesimo m’ha suggerito qua e là ritocchi, autorizzandomi anche in qualche punto ad allontanarmi dal significato letterale dei versi originali per dare alla forma italiana maggiore efficacia e renderla più rispondente al ritmo originale (Ivanov 1927, 23-4).</quote><p rend="text">Ancora una volta abbiamo la dimostrazione della grande facilità di Damiani di intessere relazioni. Ne è un’altra prova una foto scattata a Harenda, vicino a Zakopane, nel 1927 che lo ritrae assieme alla moglie di Kasprowicz<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-012">11</ref></hi></hi> di cui nel primo numero della <hi rend="italic">Rivista di letterature</hi><hi rend="italic"> slave</hi> aveva tradotto dei versi (Kasprowicz 1926), corredandoli con la versione di un saggio critico di Zygmunt Waliszewski sullo scrittore polacco (Waliszewski<hi rend="CharOverride-2"> </hi>1926). La foto testimonia anche dei suoi soggiorni in Polonia, il primo dei quali risaliva al 1922 (Żurawska 2003, 11). E nel 1928 tornerà a Zakopane per partecipare a un seminario estivo organizzato da Pollak per un gruppo di studiosi italiani.</p><p rend="text">L’8 febbraio 1930 Damiani consegue la libera docenza in Letterature slave e due giorni dopo scrive al Magnifico Rettore dell’Università di Roma: </p><quote rend="quotation_b">Il sottoscritto, avendo conseguito, con decreto del Ministero dell’Educazione Nazionale in data 8 febbraio corr., la libera docenza in “Letterature slave”, chiede di essere autorizzato a iniziare i suoi corsi nel corrente anno accademico 1929-1930<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-011">12</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Intanto, a partire dal 1928 insegna anche italiano all’Università di Sofia.</p><p rend="text">Damiani allarga l’orizzonte delle sue collaborazioni a riviste polacche e bulgare<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-010">13</ref></hi></hi>. In questa sua produzione che adesso copre anche la letteratura italiana vi è, però, un disegno ben preciso: l’affermazione del primato della cultura come strumento per la reciproca conoscenza dei popoli. Per Damiani la cultura è qualcosa di concreto, l’espressione più alta dell’animo umano e, quindi, un elemento vitale, un nutrimento quotidiano dello spirito.</p><p rend="text">In questo 1930 torna ancora al “suo” Turgenev, pubblicando una monografia edita in collaborazione dall’Istituto per l’Europa Orientale e dalla casa editrice Slavia:</p><quote rend="quotation_b">Turghènjev è precisamente uno dei maggiori e più fecondi prosatori della Russia: oserei dire, senza tema di esagerare, uno dei maggiori e più fecondi prosatori del mondo. La sua arte, come quella di quasi tutti gli scrittori russi, è essenzialmente arte realistica: nella vita reale trova le sue fonti dirette d’ispirazione, la vita reale rivive in racconti, descrizioni, dialoghi, che formano, per la sapiente osservazione e maestria dell’autore, per l’avvincente bellezza e disinvoltura del suo stile, per la potenza della rappresentazione, mirabili quadri dal vero (Damiani 1930, 7-8).</quote><p rend="text">Proprio queste parole avrebbero dato lo spunto a Leone Ginzburg per affermare che:</p><quote rend="quotation_b">I pregi e i limiti del lavoro si possono già scorgere in queste parole. L‘affettuoso entusiasmo che vi traspare ravviva la parte biografica, in cui la figura morale del Turgenev è ricostruita con penetrazione; ma nella parte critica esso conduce all‘esame di problemi che ormai non è più legittimo riproporsi, perché, almeno in quella forma, non sono più vivi (si veda il cap. III, // nichilismo di Turgenev); o dà origini a valutazioni estetiche imprecise, che sostanzialmente non differiscono da quella che s‘è riportata. Eppure il Turgenev meriterebbe d‘essere studiato e definito anche come artista, prescindendo dall‘alto valore politico-sociale della sua attività, che sempre fu anteposto a tutto dalla critica russa (Ginzburg 1930, 383).</quote><p rend="text">Le osservazioni di Ginzburg possono essere condivise perché l’approccio critico di Damiani risente di un’impostazione, per così dire, tradizionale. Ma Damiani è mosso dal desiderio di far conoscere, di rendere accessibili, aspirando al massimo rigore filologico, tutti gli autori che propone al lettore: ed è in questo che si sostanzia la qualità del suo agire critico.</p><p rend="text">Gli anni Trenta lo vedono impegnato su molteplici fronti a cominciare dalla direzione della <hi rend="italic">Rivista Italo-bulgara di Letteratura, </hi><hi rend="italic">Storia, Arte</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-009">14</ref></hi></hi>, pubblicata a Sofia. Il 13 aprile 1931 viene fondata a Roma l’Associazione Italo-Bulgara di cui è nominato presidente e in questa veste scrive a Gentile il 21 aprile per comunicargli che è stato incluso tra i soci onorari. Sono gli anni del consolidamento del fascismo. Damiani non fu un fascista della prima ora: prende la tessera N. 119705 del PNF il 29 ottobre 1932<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-008">15</ref></hi></hi>, qualche mese prima di prestare il giuramento a cui erano costretti i docenti universitari<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-007">16</ref></hi></hi>. Stefano Santoro sostiene che Damiani abbia aderito «alle parole d’ordine dell’Italia fascista e al mito del ruolo ‘imperiale’ che il regime mussoliniano avrebbe dovuto svolgere nell’Europa orientale» (Santoro 2005, 133). Santoro fa esplicito riferimento all’articolo apparso nel 1927 su <hi rend="italic">L’Europa </hi><hi rend="italic">Orientale</hi> dal titolo <hi rend="italic">L’Italia in Bulgaria </hi>(Damiani 1927f) in cui Damiani dà conto del suo primo soggiorno in Bulgaria nel settembre di quell’anno e in cui afferma che: «Fra tutte le potenze quella che si trova nelle migliori condizioni, sotto ogni aspetto, per porgere una mano fraterna alla Bulgaria è oggi l’Italia» (Damiani 1927f, 513), sostenendo che: l’«imperialismo della cultura» è «il più sacro e sublime degli imperialismi» (Damiani 1927f, 518). Ma va sottolineato che l’articolo inizia con una presa di posizione molto recisa in merito al carattere del suo resoconto: </p><quote rend="quotation_b">Non sono osservazioni e considerazioni d’un uomo politico: io di politica non mi occupo. Sono osservazioni e considerazioni d’un letterato, d’un letterato italiano, d’un letterato italiano specializzatosi negli studi slavi. E come tali possono interessare anche uomini politici italiani (Damiani 1927f, 509). </quote><p rend="text">Il fanatismo non era nello stile di Damiani che si adeguò di certo ai tempi, ma come detto, fece in modo di servirsi delle enfatizzazioni del regime per i suoi scopi: si veda per esempio il mito di Roma che gli servì per indagare il ruolo che la città eterna aveva avuto nelle letterature bulgare e polacche (si veda Mazzitelli 2019). Come ha sostenuto Fernando Venturini: </p><quote rend="quotation_b">Damiani era ufficialmente fascista, come tutti coloro che avevano posizioni di responsabilità in quegli anni, e […] aveva messo le sue competenze del tutto particolari al servizio della penetrazione culturale del fascismo nei paesi slavi. Aveva utilizzato il fascismo per seguire la sua vocazione ed era stato utilizzato dal fascismo (Venturini 2019, 244). </quote><p rend="text">Quasi simbolicamente questo decennio, che prelude alla tragedia della Seconda guerra mondiale, si chiude con un <hi rend="italic">Elogio </hi><hi rend="italic">della letteratura bulgara </hi>(Damiani 1939), pubblicato sul primo fascicolo del 1939 della neonata <hi rend="italic">Bulgaria</hi>, di cui fino al 1943 Damiani sarà redattore capo.</p><p rend="text">Il 20 dicembre 1941 viene stampato l’<hi rend="italic">Avviamento agli studi slavistici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-006">17</ref></hi></hi>, summa della sua attività bibliografica, in cui Damiani ripropone anche un intervento del 1938 alla Società italiana per il progresso delle Scienze, dal significativo titolo <hi rend="italic">Su l’organizzazione e i compiti degli studi slavistici in </hi><hi rend="italic">Italia</hi>. La prefazione al volume, la cui uscita era stata evidentemente ritardata dagli eventi bellici, reca come data il 1° settembre 1939: è il giorno in cui i nazisti invadono la Polonia dando inizio alla Seconda guerra mondiale. Il primo pensiero di Damiani è di mettersi in contatto con l’amico Mieczysław Brahmer<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-005">18</ref></hi></hi>: «come dimenticare […] la sua voce premurosa e piena d’inquietudine che mi arrivò per prima da lontano a Warszawa nel tragico autunno del ’39» (Brahmer 1973, 3). Non appena trapelò la notizia che il 6 novembre del 1939 erano stati arrestati centinaia di professori della Università Jagellonica di Cracovia, nella cosiddetta “Sonderaktion Krakau”, Damiani intervenne personalmente per perorare la causa degli arrestati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-004">19</ref></hi></hi>, dando il suo contributo perché la diplomazia italiana operasse al fine di liberare quei professori innocenti. Di sicuro prevalse il sincero slancio umanitario sull’interesse personale, il primato dell’amicizia e della cultura sul calcolo di un possibile rischio personale. </p><p rend="text">Quando il 10 giugno del 1940, applaudito da una moltitudine follemente entusiasta, Mussolini si affacciò al balcone di Palazzo Venezia per annunciare che la dichiarazione di guerra era stata consegnata nelle mani degli ambasciatori di Francia e Inghilterra, molti presagirono subito il futuro di lutti e di distruzioni che il Paese avrebbe dovuto subire. Per tanti la guerra segna una cesura definitiva con il regime. Un conto è l’imperialismo culturale, un altro la conquista con le armi. </p><p rend="text">Ancora una volta sorprende l’attivismo di Damiani, che oltre che alla “Sapienza” inizierà a insegnare anche all’“Orientale”  di Napoli. Tra l’ottobre del 1941 e quello del 1942, come attestato dall’elenco delle pubblicazioni e della produzione scientifica da lui redatto proprio su richiesta dell’Istituto Universitario Orientale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-003">20</ref></hi></hi>, si documenta che dal 6 aprile al 20 giugno di quel 1942, Damiani si recò in missione in Bulgaria per tenere conferenze e lezioni in ben trenta città, su invito dell’Istituto italiano di Sofia. Nel 1942 pubblica un corso di lingua bulgara per italiani (Damiani 1942a) e un corso di lingua italiana per i bulgari (Damiani 1942b).</p><p rend="text">Sorprende, ma non stupisce, perché questa frenetica attività era l’unica risposta che lo slavista poteva dare all’orrore di un conflitto fratricida. La guerra travolge tutto e muta in tragedia la vita quotidiana. A casa Damiani, di cui è nota l’ospitalità, si respira aria di fronda. Dopo l’8 settembre il direttore della Biblioteca della Camera dei deputati si rifiuta di aderire alla Repubblica sociale, il che comporta che venga sospeso dal lavoro e dallo stipendio. Vive o meglio sopravvive di traduzioni. Dell’esule polacco a Roma Michał Pawlikowski pubblica <hi rend="italic">Credo in unum Deum </hi>(Pawlikowski 1944) a cui fa seguire una nota in cui il suo giudizio sul nazismo e sul fascismo è oramai senza appello:</p><quote rend="quotation_b">Il lavoro fu da me compiuto, quasi intimo umile tributo di fede e di solidarietà alla straziata nazione polacca, cui ormai da un ventennio mi legano i più indistruttibili vincoli di spirito, proprio nei giorni più tristi del suo nuovo martirio, allorquando le orde teutoniche naziste ne facevano nuovo scempio. La turpe omertà dell’orrendo regime d’oppressione politica che, per sua incomparabile sventura imbavagliava e incatenava allora l’Italia asservendola agli stessi massacratori della Polonia, non ne consentì subito la pubblicazione (Pawlikowski 1944, 50-1).</quote><p rend="text">Questa nota è datata Roma, 5 giugno 1944. Il giorno prima la città è stata liberata dagli americani e Damiani ha evitato di finire a Via Tasso, come racconta in una lettera a Salvini del 28 giugno 1945<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-002">21</ref></hi></hi>, anno in cui traduce dal croato un racconto di Slavko Kolar (Kolar 1945), primo e presumibilmente unico volume della collana “Scirocco”, edita dall’Istituto editoriale romano e diretta da un suo giovanissimo alunno: Riccardo Picchio.</p><p rend="text">Il 29 novembre 1945 riprende le pubblicazioni <hi rend="italic">L’Italia che scrive</hi>, la rivista fondata da Formiggini, morto suicida nel 1938 per protestare contro la promulgazione delle leggi razziali. Damiani vi collabora attivamente. In questo primo numero recensisce il volume <hi rend="italic">Russia. Letteratura. Arte. Storia</hi>, curato da Lo Gatto. La recensione molto elogiativa si conclude però con una nota critica: </p><quote rend="quotation_b">Mi si consenta solo di deplorare ancora una volta, con la stessa fraterna franchezza con la quale ho espresso il mio plauso, l’adozione per pura “pigrizia” tipografica da parte dell’editore ed eccessiva condiscendenza da parte del compilatore, di quell’assurdo sistema di trascrizione che ho già deplorato a proposito della “Cultura sovietica” e che non è ormai più tollerabile in lavori serii di vera cultura in tempi di così lusinghiere affermazioni degli studi slavistici e che appare tanto più stonato e ingiustificabile quanto più alto e dignitoso è il livello della pubblicazione così scrupolosamente ed esemplarmente curata in ogni altro dettaglio (Damiani 1945)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-001">22</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Dieci anni prima Damiani aveva pubblicato un contributo sul problema della trascrizione dal titolo <hi rend="italic">Sull’unificazione della trascrizione dei nomi </hi><hi rend="italic">slavi originariamente scritti in caratteri cirillici nei cataloghi delle biblioteche </hi><hi rend="italic">a caratteri latini </hi>(Damiani 1935), tema al quale dedicherà anche altri importanti articoli (si veda Mazzitelli 2007, 93-8).</p><p rend="text"><hi rend="italic">L’Italia che scrive</hi> nel numero di dicembre del 1946 ospita anche una sua <hi rend="italic">Guida bibliografica</hi><hi rend="italic"> allo studio della lingua russa </hi>(Damiani 1946). Tra le recensioni presenti in questo fascicolo, oltre ad alcune sue, nella sezione <hi rend="italic">Scienze fisiche e naturali</hi> ne viene pubblicata una al volume <hi rend="italic">La vita delle piante </hi>di Giuseppe Tallarico, a firma Roberto Damiani (Damiani R. 1946), brillante studente di Scienze biologiche, a cui il padre aveva trasmesso oltre alla passione per lo studio anche quella per le escursioni in montagna. Il 20 agosto 1947 Roberto sarebbe scomparso in un tragico incidente in Val di Gavia. «Condannato a sopravvivergli», come si legge nel biglietto di partecipazione al lutto vergato sicuramente dallo stesso Damiani, lo slavista non potrà mai accettare il crudele destino di quella morte. È l’inizio di un lento consumarsi nel dolore, anche se la sua attività di docente, traduttore e divulgatore del mondo slavo non si interrompe. Tre mesi dopo l’entrata in vigore della nuova Costituzione repubblicana, il 1<hi rend="superscript CharOverride-1">o</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi>marzo 1948, assieme a Maver e a Marina Bersano Begey, commemora in Campidoglio Adam Mickiewicz parlando della sua fortuna in Italia. Le tre relazioni, corredate da un’ampia bibliografia, saranno riunite in un volume dal titolo <hi rend="italic">Mickiewicz e l’</hi><hi rend="italic">Italia </hi>(Maver 1949), che inaugura la Serie II (Studi e monografie) delle Pubblicazioni del Seminario di Slavistica dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli. Il primo volume della Serie I (Testi) esce all’inizio del 1950 ed è un’<hi rend="italic">Antologia della </hi><hi rend="italic">poesia bulgara contemporanea </hi>(Damiani 1950a)<hi rend="italic"> </hi>con testo originale a fronte che riporta la dedica: <hi rend="italic">Alla memoria di mio figlio che </hi><hi rend="italic">era tutto il mio mondo</hi>. Una sua assistente, Lavinia Borriero Picchio, non avrebbe mancato di sottolineare che: </p><quote rend="quotation_b">In quest’opera si trovano riaffermate quelle doti di filologo e di letterato che sempre conferiscono un inconfondibile carattere ad ogni lavoro del prof. Damiani, al quale gli studiosi sono grati per questa sua nuova e preziosa fatica (Borriero 1953, 212-13).</quote><p rend="text">Nel 1950 arriva il momento della pensione. Non è un addio indolore alla Biblioteca della Camera, anzi probabilmente è fonte di un dispiacere profondo. Damiani conosce solo una consolazione: continuare a studiare e a scrivere. Sulla <hi rend="italic">Slavistična Revija</hi> pubblica un articolo sulla diffusione della cultura slovena in Italia (Damiani 1950b) e diventa membro del Comitato di redazione della nuova rivista <hi rend="italic">Ricerche slavistiche</hi>, fortemente voluta da Maver, che nel primo numero del 1952 ospita un suo articolo sulla riforma dell’ortografia bulgara (Damiani 1952a). Pubblica con l’editore Valmartina <hi rend="italic">Letture scelte da </hi><hi rend="italic">poeti e prosatori russi. Da Krylov a Korolenko</hi>, destinato a chi fosse desideroso di imparare la lingua russa, in cui si rivolge al lettore, quasi fosse un suo giovane studente, con un ‘tu’ inusuale:</p><quote rend="quotation_b">Vorrei che in questo volumetto, di così piccola mole, non vi fosse nulla di superfluo per te e che leggendolo tutto, a poco a poco, da capo a fondo, e soffermandoti più specialmente su quello che può concretamente aggiungere qualcosa alle tue cognizioni, tu potessi trarne, alla fine, reale vantaggio. Se sarà così, io avrò raggiunto il mio scopo e ne sarò soddisfatto; ma non meno soddisfatto – voglio sperarlo – ne sarai tu e ti sentirai sospinto verso ulteriori progressi. Nei quali, s’intende, non avrai più bisogno della mia guida e tanto meno della mia antologia lilipuziana… (Damiani 1952b, 7-8).</quote><p rend="text">Siamo nel settembre del 1952. Per lo stesso editore da pochissimo Damiani ha curato la <hi rend="italic">Storia letteraria dei popoli slavi (dai tempi più remoti </hi><hi rend="italic">ai nostri giorni) </hi>(Damiani 1952c) in due volumi, in cui presenta la traduzione di saggi di famosi slavisti stranieri, con i necessari aggiornamenti e il corredo di un’ampia bibliografia. Nell’introduzione Damiani delinea un quadro generale delle lingue slave, proponendo alcune riflessioni in merito alla Slavia latina e a quella ortodossa che saranno poi riprese e approfondite da Riccardo Picchio. I due volumi escono il 20 luglio 1952.</p><p rend="text">Esattamente un anno dopo il 20 luglio 1953 Leone Pacini firma la stima della biblioteca che Damiani dona all’“Orientale” di Napoli creando il Fondo Roberto Damiani<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="0013.html#footnote-000">23</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il primo ottobre 1953 scrive la prefazione a quella che definisce la prima storia italiana completa della letteratura polacca di Marina Bersano Begey (Bersano Begey 1953), volume inaugurale di una fortunata collana di cui Damiani dirige la sezione slava. Si tratta di una delle sue ultime fatiche. Il 12 dicembre un trafiletto su “Il Corriere della sera” informa de <hi rend="italic">La morte di Enrico Damiani</hi>: </p><quote rend="quotation_b">È improvvisamente deceduto a Roma il filologo e letterato Enrico Damiani, professore di slavistica nell’Università di Roma e nell’Istituto universitario di Napoli. Era nato nel 1892 a Roma. Studioso della filologia e delle lingue slave, egli fu un tenace divulgatore della cultura italiana all’estero, specie in Bulgaria, dove era stato professore nell’Università di Sofia. Aveva tradotto in italiano opere di lingue slave ed era stato per parecchi anni direttore della biblioteca della Camera dei deputati (Corriere 1953, 4).</quote><p rend="text">A leggere i commossi ricordi di chi lo ebbe professore o amico emerge un tratto di umanità, di capacità di ascolto, di desiderio di comunanza spirituale che sostanzia quella propensione a essere al servizio degli altri che lega il Damiani bibliotecario allo slavista. Lo spessore della sua figura morale ne fa anche oggi un esempio, forse impossibile da imitare, ma che è doveroso ricordare alle nuove generazioni. Nella sua incrollabile fede nella cultura come strumento di amicizia e coesione tra i popoli, di comunanza spirituale tra tutti gli uomini, si scorge il sogno di un’umanità solidale, capace di esaltare le diversità per alimentare il reciproco rispetto. Era la missione che Damiani, bibliotecario e slavista, si era dato e che ha onorato fino all’ultimo istante della sua laboriosissima vita.</p><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Angelova, A. 2013. <hi rend="italic">Na prijatelja na </hi><hi rend="italic">B’lgarija. Knigi s darstveni nadpisi v bibliotekata na Enriko </hi><hi rend="italic">Damiani</hi>. Sofija: Universitetsko izdatelstvo Sv. Kliment Ohridski.</p><p rend="bib_indx_bib">Bersano Begey, M. 1953. <hi rend="italic">Storia della letteratura polacca</hi>, prefazione di Enrico Damiani. Milano: Academia.</p><p rend="bib_indx_bib">Borriero Picchio, L. 1953. “rec. Antologia della poesia bulgara contemporanea.” <hi rend="italic">Ricerche slavistiche</hi> 2: 212-13.</p><p rend="bib_indx_bib">Brahmer, M. 1973. <hi rend="italic">Stanisław Wyspiański e il teatro polacco del primo Novecento</hi>. Wrocław [ecc.]: Zakład Narodowy im. Ossolińskich Wydawnictwo Polskiej Akademii Nauk.</p><p rend="bib_indx_bib">Canali, M. 2004. <hi rend="italic">Le spie del regime</hi>. Bologna: il Mulino.</p><p rend="bib_indx_bib">Cekhow, A. 1922a. “L’impresario sotto di divano. Novella.” <hi rend="italic">il Mondo</hi>, 9 aprile, 1922: 3.</p><p rend="bib_indx_bib">Cekhow, A. 1922b. “Un ragazzaccio. Novella.” <hi rend="italic">il Mondo</hi>, 18 giugno, 1922: 3. </p><p rend="bib_indx_bib">Cechow, A. 1922c. “Un cognome equino. 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Convegno internazionale dedicato alla memoria di Enrico Damiani, Napoli 27-30 settembre 2002, a cura di Jolanta Żurawska, 11-3. Kraków-Napoli: Collegium Columbinum-Università degli studi di Napoli L’Orientale.</p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-022-backlink">1</ref></hi>	Rimando alla mia bibliografia, ancora sicuramente parziale Mazzitelli 2021.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-021-backlink">2</ref></hi>	Copia digitalizzata di questa lettera è disponibile sul sito: Archivio del Senato, Fondi Federati, Fondo Giovanni Gentile &lt;<ref target="https://patrimonio.archivio.senato.it/inventario/scheda/giovanni-gentile/IT-AFS-034-002898/damiani-enrico">https://patrimonio.archivio.senato.it/inventario/scheda/giovanni-gentile/IT-AFS-034-002898/damiani-enrico</ref>&gt; (2025-12-22). Ringrazio la Fondazione Gentile per avermi permesso di utilizzarla. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-020-backlink">3</ref></hi>	«Ancora sui banchi di scuola fu incuriosito dai caratteri tipografici russi e imparò presto a decifrarli, ma per lungo tempo non dovette andare al di là della conoscenza dell’alfabeto. Lo attirava di più l’Oriente musulmano, dunque in un primo tempo dedicò fondamentalmente i suoi sforzi alla cultura araba» (M.B. 1936, 17). Con ogni probabilità l’autore è Mieczysław Brahmer.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-019-backlink">4</ref></hi>	«Nel 1920 la “Cultura” rinacque, col nome di “Rivista di Cultura”, come organo di una Società di cultura nazionale, fondata e diretta da De Lollis, Nicola Festa, Giovanni Gentile, Gioacchino Volpe, Angelandrea Zottoli (segretario di redazione era Bruno Migliorini), stampata dalla Tipografia dell’Unione editrice, per l’editore Maglione e Strini. La Società ebbe vita breve, e si sciolse, a seguito delle dimissioni di tutti e cinque i direttori, nel 1921. In quell’anno De Lollis aveva fatto rinascere la “Cultura” col titolo originario e la nuova rivista andò a sostituire la “Rivista di cultura” (il cui ultimo numero uscì nel novembre-dicembre 1920)» (Stefanelli 2018, 308-9).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-018-backlink">5</ref></hi>	Pasquale Maglione era un ex francescano dell’Ordine dei Frati minori che millantava di essere parente di monsignor Luigi Maglione, esponente della diplomazia vaticana e dal 1939 Segretario di Stato. Grazie a questa presunta parentela divenne un informatore al soldo di Bice Pupeschi, una spia fascista, riuscendo anche a ottenere non poco denaro (si veda Canali 2004, 195). Maglione gestiva anche una libreria a Roma in Via Due Macelli, 88.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-017-backlink">6</ref></hi>	Per gli articoli e le recensioni pubblicate da Damiani su questa rivista rimando a Mazzitelli 2021.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-016-backlink">7</ref></hi>	«Con questo titolo la “Rivista di cultura” offre ai suoi lettori un saggio interessantissimo intorno alla moderna letteratura bulgara», scriveva Giovanni Maver (Maver 1925, 492). Si veda anche Lekova 2003, 45-61.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-015-backlink">8</ref></hi>	Il volume che Salvini dedica «Alla sign.ra Olga Miletić Balabanova mia gentile e dotta maestra» viene pubblicato con il contributo dell’Istituto per l’Europa Orientale in occasione delle nozze della Principessa Giovanna di Savoia con Boris III di Bulgaria.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-014-backlink">9</ref></hi>	Si veda Venturini 2019, 189-95: “Giacomo Matteotti in biblioteca”. Questo volume è fondamentale per ricostruire l’attività di Damiani quale direttore della Biblioteca della Camera dei deputati.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-013-backlink">10</ref></hi>	Nel solo 1927 pubblica: Damiani 1927a, b, c, d.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-012-backlink">11</ref></hi>	La foto è pubblicata nel volume Romaniuk 2008, 71. Ringrazio Viviana Nosilia che me l’ha segnalata.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-011-backlink">12</ref></hi>	La lettera è conservata nell’Archivio storico della “Sapienza” Università di Roma.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-010-backlink">13</ref></hi>	Si vedano, ad esempio, Damiani 1927e, Damiani 1928a e Damiani 1928b.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-009-backlink">14</ref></hi>	Per un’analisi di questa rivista così come di <hi rend="italic">Bulgaria </hi>rimando a Dell’Agata 2008, in part. 402-10.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-008-backlink">15</ref></hi>	Lo si desume da un documento conservato nel fascicolo relativo a Enrico Damiani conservato nell’Archivio storico della “Sapienza”.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-007-backlink">16</ref></hi>	In questo stesso archivio sono conservati gli attestati degli avvenuti giuramenti che furono due, il primo in data 3 luglio 1933 e il secondo in data 21 dicembre 1936.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-006-backlink">17</ref></hi>	Su questo volume si veda Mazzitelli 2013.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-005-backlink">18</ref></hi>	Mieczysław Brahmer (1899-1984), storico polacco delle letterature romanze, in particolare francese ed italiana. Assieme a Damiani pubblicò il volume Mickiewicz 1939.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-004-backlink">19</ref></hi>	Si veda Pierzchała 1997, 188 e Sondel 2007, 25-6 in cui si legge: «Fra gli interventi atti alla liberazione dei detenuti si rivelò particolarmente efficace l’azione diplomatica italiana. Va evidenziato che in questa occasione il mondo accademico italiano dimostrò una grande solidarietà con i professori polacchi. Numerosi furono i rappresentanti del mondo culturale, tra cui il noto slavista prof. Enrico Damiani».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-003-backlink">20</ref></hi>	Sia la richiesta, in data 19 ottobre 1942, sia la risposta di Damiani sono conservate presso l’Archivio storico Università degli Studi di Napoli l’“Orientale” (Asunior), Fondo personale docente, <hi rend="italic">ad</hi><hi rend="italic"> nomen</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-002-backlink">21</ref></hi>	Devo la conoscenza del testo di questa lettera all’amico professor Giuseppe Dell’Agata che la propone in questo volume.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-001-backlink">22</ref></hi>	Alberto Savinio in un corsivo dal titolo <hi rend="italic">Perché questo lamento? </hi>uscito sul <hi rend="italic">Corriere </hi><hi rend="italic">d’informazione</hi> del 1-2 luglio 1948, la pensava diversamente: «Mi sto leggendo un libro di Berdiaeff: Il destino dell’uomo nel mondo contemporaneo. Berdiaeff si chiama Nicola, ma sulla copertina è scritto Nicolaj. Gli slavisti hanno portato lo scompiglio nella grafia dei nomi russi. Nicola è diventato Nicolaj. Dostoiewski è diventato Dostoevskij. L’autore di <hi rend="italic">Guerra e pace</hi>, che per noi era Leone Tolstoi, ora è Lev Tolstoj. Quale l’utile di queste pignolerie?» (Savinio 1989, 731).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="0013.html#footnote-000-backlink">23</ref></hi>	Sui libri bulgari di questo Fondo si veda Angelova 2013.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Gabriele Mazzitelli, University of Rome Tor Vergata, Italy, <ref target="mailto:mazzitel@uniroma2.it">mazzitel@uniroma2.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-5133-9608">0000-0002-5133-9608</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Gabriele Mazzitelli, <hi rend="italic">Bibliotecario e/o slavista: la missione di Enrico Damiani,</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0846-8.10">10.36253/979-12-215-0846-8.10</ref>, in Andrea Fernando De Carlo, Gabriele Mazzitelli, Rosanna Morabito (edited by), <hi rend="italic">La slavistica come strumento per l’amicizia fra i popoli. In ricordo di Enrico Damiani (1892-1953)</hi>, © 2025 Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0846-8, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0846-8">10.36253/979-12-215-0846-8</ref>, pp. -17, 2025, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0846-8, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0846-8">10.36253/979-12-215-0846-8</ref></p></div></div>
      
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