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        <title type="main" level="a">Per una storia della ‘lunga’ Calciopoli</title>
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          <resp>This is a section of <title>Il diritto sportivo tra autonomia e antinomie</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0887-1</idno>) by </resp>
          <name>Roberto Borrello, Antonio Riviezzo</name>
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        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
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        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0887-1.06</idno>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0887-1.06<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0887-1.06" /></p>
      <div><head>Per una storia della ‘lunga’ Calciopoli </head><p rend="h1_author">Gianni Silei</p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Sommario</hi>: 1. Una rivoluzione mancata. – 2. Prologo: le mille ombre sul «campionato più bello del mondo». – 3. Lo scandalo. – 4. Una lunga vicenda. – 5. Alcune possibili chiavi di lettura.</p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Abstract</hi>: Lo scandalo delle intercettazioni, più noto come Calciopoli, e la sua successiva appendice, Calciopoli-bis, scossero dalle fondamenta il sistema calcistico italiano, minarono la sua stessa credibilità agli occhi degli sportivi e dell’opinione pubblica in generale tanto in Italia quanto all’estero. Spesso presentato come «sistema Moggi», in riferimento al principale indagato, l’allora direttore generale della Juventus, quello scandalo rappresentò in realtà il momento culminante di un progressivo declino del movimento calcistico professionistico italiano e forse l’esempio di una prassi radicata e di ben più lunga data. In attesa di una storia di Calciopoli che si liberi dai veleni e illazioni, uscendo dalle interpretazioni giornalistiche o di parte che fino a questo momento hanno contraddistinto la letteratura esistente, questo contributo, per individuando nella massima dirigenza bianconera di allora la principale causa scatenante, propone una lettura più ampia dello scandalo, alla luce dei suoi sviluppi e, più in generale, dell’intreccio di interessi economici, finanziari e politici che si aggiunsero a quelli meramente sportivi e che mossero i gruppi di interesse che facevano capo alle varie squadre che vi furono coinvolte.</p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Parole chiave</hi>: Calcio italiano, scandalo Calciopoli, governance sportiva</p><div><head>1. Una rivoluzione mancata</head><p rend="text">Scoppiato ai primi di maggio del 2006, Calciopoli – come venne presto ribattezzato dai media – fu uno scandalo di portata epocale, tale da produrre un terremoto che scosse dalle fondamenta l’intero sistema calcistico in Italia. Nell’arco di pochi giorni, i vertici della Federazione italiana furono azzerati: alle dimissioni del presidente Franco Carraro si aggiunsero quelle di uno dei vicepresidenti, Innocenzo Mazzini. Di poco successive furono le dimissioni di Tullio Lanese, presidente dell’Associazione arbitri. Alla guida della Federazione, il CONI nominò un commissario straordinario, Guido Rossi, il quale pose Francesco Saverio Borrelli, già capo del pool di ‘mani pulite’, alla guida dell’Ufficio indagini. Alla guida dell’AIA, dopo una breve reggenza da parte del vicepresidente Cesare Sagrestani, fu nominato commissario straordinario l’ex arbitro Luigi Agnolin.</p><p rend="text">Non è questa la sede per una ricostruzione dettagliata della concatenazione di eventi che portarono a questo scandalo. La documentazione raccolta dagli inquirenti, alla quale va aggiunta quella prodotta dai vari collegi difensivi e dalle parti lese nei vari gradi di giudizio, compresa quella inizialmente celata e poi ‘apparsa’ a distanza di anni, cui va aggiunta la mole straordinaria di interviste, dichiarazioni che fecero da corollario all’intera vicenda rendono estremamente arduo questo compito. Inoltre, per quanto puntuali ed utili, le ‘storie di Calciopoli’ attualmente disponibili (Bartolozzi e Mensurati 2007; Prioreschi 2012; Narducci 2012) forniscono uno spaccato parziale o comunque di parte. Altrettanto pretenzioso, visto l’esito dei processi in sede penale e civile ma anche la mole di illazioni, bugie e millanterie che fecero da corollario a quello scandalo, sarebbe fornire un giudizio univoco su ciò che avvenne e sulle responsabilità dei vari attori che vi furono coinvolti.</p><p rend="text">In attesa di una storia di Calciopoli e delle sue conseguenze, questo contributo, che dunque va considerato come una riflessione del tutto introduttiva alla questione, si propone di delineare un primo quadro del contesto in cui lo scandalo maturò e poi venne alla luce, di proporre una periodizzazione di massima e di fornire sulla scorta della sua narrazione, un primo panorama delle conseguenze immediate e di più lungo respiro, che esso produsse oltre che di alcune possibili linee di approfondimento. </p><p rend="text">Nell’immediato, non furono pochi coloro che, di fronte alle clamorose rivelazioni e alle conseguenze sportive e penali decise dagli organi giudicanti, pensarono che lo shock prodotto potesse comunque rappresentare una straordinaria occasione di rinnovamento e di rinascita. Invece, al di là del terremoto iniziale che questo scandalo produsse e di alcune decisioni clamorose, ma alla luce dei fatti inevitabili (su tutte la retrocessione in Serie B della Juventus), la tanto auspicata rivoluzione – in positivo – non si verificò. A prevalere furono semmai i sospetti, le accuse reciproche, il ‘cospirazionismo’. Si trattava delle stesse ombre che, a ben vedere, avevano preceduto le clamorose rivelazioni del maggio 2006, avvelenando il clima attorno allo sport più amato del paese. </p></div><div><head>2. Prologo: le mille ombre sul «campionato più bello del mondo»</head><p rend="text">Per una corretta messa a fuoco del contesto nel quale si innestò lo scandalo del 2006, occorre rammentare che i primi anni Duemila furono anni tempestosi per il sistema-calcio Italia. Da tempo costantemente sul filo del rasoio, quest’ultimo, infatti, come gli sviluppi successivi avrebbero dimostrato, aveva imboccato una fase di crisi e di progressivo declino. Da questo punto di vista, dunque, Calciopoli fu, sotto molti aspetti, il momento più significativo ma non l’unico di un processo più ampio. Quello scandalo appare in effetti inestricabilmente collegato ad altre questioni altrettanto rilevanti: il caso calcioscommesse 2003-2004, le dinamiche sempre più conflittuali relative ai rapporti di forza interni ai vertici calcistico-sportivi (Federazione ma anche Coni) e, altrettanto significativamente, le finalità politiche e finanziarie, diverse e spesso confliggenti, che muovevano i principali protagonisti di quella vicenda e i loro rispettivi gruppi di interesse. </p><p rend="text">L’anno che avrebbe portato all’incredibile retrocessione in serie B della Juventus, si aprì con un altro scandalo, legato all’eco del dibattito accesosi in Francia attorno alla pubblicazione del libro dell’ex giocatore del Marsiglia Jean-Jacques Eydelie (Eydelie 2006), nel quale egli denunciava il sistematico uso del doping, affermando che anche in occasione della finale di Coppa dei Campioni del 26 maggio 1993, vinta dall’Olympique Marsiglia contro il Milan di Berlusconi, la squadra francese vi aveva fatto ricorso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-006">1</ref></hi></hi>. Facendo leva su queste rivelazioni, che ricordavano molto le accuse lanciate in più occasioni dall’ex centravanti di Genoa, Milan, Torino, Roma e Verona Carlo Petrini (Petrini 2000; 2005), il dirigente rossonero Adriano Galliani, che in quel momento ricopriva anche la carica di presidente della Lega Nazionale Professionisti, chiese un intervento delle massime autorità calcistiche europee che però decisero di non procedere. </p><p rend="text">In Italia, la questione doping era emersa nel 1998 a seguito delle accuse dell’allora allenatore della Roma, Zdenek Zeman, nei riguardi della Juventus e del suo staff medico. La vicenda si era conclusa il 14 dicembre 2005 quando la Corte di Appello di Torino decise per l’assoluzione dell’ex amministratore delegato della Juventus, Antonio Giraudo, e del medico sociale bianconero, Riccardo Agricola, già condannati in primo grado, dall’accusa di frode sportiva, in relazione all’abuso di farmaci somministrati ai calciatori del club torinese (Manzi 2005). Il verdetto di assoluzione sarebbe poi stato confermato anche in sede sportiva tramite la Commissione Disciplinare e poi, dopo l’appello, la Commissione d’Appello Federale. Tuttavia, anziché porre la parola fine ad una lunga e dolorosa vicenda, la soluzione del ‘processo doping’ continuò ad alimentare dubbi e polemiche (Calzia e Castellani 2006). Del resto, ombre pesanti non gravavano solo sulla squadra bianconera ma sull’intero movimento calcistico italiano che – si pensi alle dichiarazioni di alcuni ex giocatori della Fiorentina degli anni Settanta (Nello Saltutti, Massimo Mattolini e altri) raccolti a più riprese da <hi rend="italic">Avvenire</hi>, a quelle del 2004 dell’ex tecnico di Pescara e Udinese Giovanni Galeone e alla drammatica dichiarazione ai Nas della vedova di una altro ex viola Bruno Beatrice, scomparso nel 1987 («mio marito è stato ucciso dal calcio»)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-005">2</ref></hi></hi> – coinvolgevano numerose altre squadre, con episodi risalenti ad anni se non a decenni prima. Il video di Fabio Cannavaro, all’epoca al Parma, mentre si sottoponeva ad una flebo «di vitamine» prima della finale di Coppa Uefa del 1999, andato in onda nella primavera del 2005 fu probabilmente uno dei momenti di questa vicenda che impressionarono maggiormente l’opinione pubblica. </p><p rend="text">La questione del doping sportivo, ulteriormente amplificatasi con il moltiplicarsi delle notizie dei casi di sclerosi laterale amiotrofica tra ex calciatori, non era però l’unica ombra a gravare sul calcio italiano: sempre nel corso del 2005, alcuni giornali, tra i quali <hi rend="italic">La Stampa </hi>di Torino, rilanciarono l’espressione «doping amministrativo» – coniata a suo tempo dall’amministratore delegato della Juventus Antonio Giraudo, in riferimento ad un’inchiesta della procura di Roma, iniziata nel novembre del 2003 a seguito delle accuse dell’azionista di riferimento del Bologna, Giuseppe Gazzoni Frascara – per commentare la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati dell’ex presidente della Lazio, Sergio Cragnotti, e dell’allora patron giallorosso, Franco Sensi, assieme a un ex consigliere economico della Roma<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-004">3</ref></hi></hi>. L’ipotesi di reato configurata nei loro confronti era quella di falso in bilancio: a finire nel mirino dei magistrati erano i criteri di gestione dei club nel periodo 2001-2002.</p><p rend="text">In aggiunta a tutto questo, ad inasprire ulteriormente i rapporti tra alcune società del movimento calcistico italiano e a minare, in Italia come all’estero, l’immagine e la credibilità di quello che un tempo era stato definito «il campionato più bello del mondo» era ancora forte l’eco delle violente polemiche seguite alla gara del 26 aprile del 1998 quando allo Stadio Delle Alpi Juventus-Inter, il match scudetto giocato a quattro giornate dalla fine del campionato con le due squadre separate da appena un punto (66 la Juventus, 65 l’Inter), si era concluso con la vittoria dei bianconeri per 1-0 tra mille polemiche. Al 25’ del secondo tempo, infatti, uno scontro tra Ronaldo e Iuliano nell’area bianconera era stato giudicato regolare dall’arbitro Ceccarini che aveva fatto proseguire il gioco, provocando un rovesciamento di fronte al termine del quale il difensore dell’Inter Taribo West, atterrando in area Del Piero, aveva provocato un rigore, concesso dal direttore di gara tra le violente proteste dei nerazzurri. Da quel momento la rivalità tra Inter e Juve era cresciuta esponenzialmente, culminando il 5 maggio del 2002 nella clamorosa sconfitta dei milanesi, in quel momento in testa alla classifica, con la Lazio all’Olimpico nell’ultima giornata, con la contemporanea vittoria (e sorpasso) della Juventus con l’Udinese. Visto retrospettivamente, Juventus-Inter del ’98, fissatosi indelebilmente nell’immaginario calcistico nazionale, rappresentò, come riportarono successivamente le cronache giudiziarie, una sorta di ‘prologo’ allo scandalo esploso nel 2006 e non solo per le accuse più o meno velate di sudditanza psicologica rivolte alla classe arbitrale e di campionati segnati in partenza che furono formulate all’indomani di quella partita<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-003">4</ref></hi></hi>. Come sarebbe emerso successivamente, infatti, fu proprio tra l’estate del 2002 e i primi mesi del 2003 che, secondo le ipotesi accusatorie, i vertici dirigenziali della squadra nerazzurra incaricarono al responsabile della sicurezza della Telecom Giuliano Tavaroli, di avviare una sorta di dossieraggio (nominato in codice «Operazione Ladroni») nei confronti di alcuni arbitri, di Luciano Moggi e altri dirigenti della Juventus.</p><p rend="text">Non solo: dopo quelli del passato più o meno recente, un nuovo caso calcioscommesse si andava profilando all’orizzonte. Nel 2001, un pentito di camorra Salvatore Rezzuto, appartenente al clan di Forcella, aveva confermato ai pubblici ministeri Beatrice e Narducci le voci diffuse un anno prima da parte di un altro pentito sempre del clan Giuliano, rivelando di essere a conoscenza di partite truccate, relativamente alla stagione 1998-1999. I giudici si attivarono immediatamente. Ciò che man mano emerse fu un’intricata rete di collusioni che legava il mondo criminale dell’hinterland napoletano a calciatori di serie minori, con Antonio Di Dio, consigliere circoscrizionale di Bagnoli, che svolgeva il ruolo di intermediario. I calciatori coinvolti furono numerosi: da Generoso Rossi e D’Aversa del Siena, al centrocampista del Grosseto Ambrosino. Sarebbe stato proprio quest’ultimo, tra quelli maggiormente compromessi col sistema, a collaborare con gli inquirenti. </p><p rend="text">Alla fine, furono i fatti di Bari del 17 aprile 2004 ad aprire un ulteriore fronte destinato destinato ad innescare la catena di eventi che portò a Calciopoli. Nel corso della gara Messina-Venezia, diretta dall’arbitro emergente Luca Palanca, venne assegnato un rigore dubbio contro i veneti. Maldonado e Soviero protestarono energicamente e vennero espulsi. La partita finì con la vittoria del Messina per 2-1 e fu seguita da una coda di polemiche provocate dalle pesanti dichiarazioni del dirigente del Venezia Dal Cin. Il Messina veniva accusato di essere in ottimi rapporti con la Juventus, con la società Gea World (società di consulenza e gestione sportiva guidata da Alessandro Moggi, figlio dell’allora Direttore Generale della Juventus Luciano) e di riflesso con la classe arbitrale. Sentitosi chiamato in causa, il presidente siciliano Franza aveva dichiarato all’agenzia Adn Kronos:</p><quote rend="quotation_b">Quattro presidenti non vogliono il Messina in serie A. Finalmente ho capito cosa è successo sabato sera a Bari. Ho parlato con l’amministratore unico del Venezia, Franco Dal Cin. Mi ha confermato che Massimo Cellino e Aldo Spinelli, presidenti del Cagliari e del Livorno, lo hanno chiamato dopo che per l’incontro di sabato era stato designato l’arbitro Palanca. «Avrai problemi», gli hanno detto. Dal Cin mi ha rivelato che è stato contattato anche da altri due presidenti. Non so se vorrà fare i nomi<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-002">5</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Nell’estate del 2004, all’inchiesta sulle scommesse condotta da Beatrice e Narducci, si aggiunse dunque un ulteriore filone investigativo, stavolta avviato da parte della procura di Torino nelle persone di Raffaele Guariniello e Marcello Maddalena, basato su ipotesi di reato quali l’associazione per delinquere finalizzata alla frode sportiva. Sebbene dalle intercettazioni telefoniche raccolte dai giudici di Torino dall’agosto al settembre 2004 non emergessero elementi ritenuti sufficienti per un rinvio a giudizio (nelle registrazioni si parlava di amichevoli precampionato), nel luglio del 2005 la procura torinese, che pure aveva proseguito le indagini nel corso di quello stesso anno (ascoltando tra gli altri Maria Grazia Fazi della segreteria della Commissione Arbitrale Nazionale), pur decidendo di archiviare il caso, decise comunque di inviare la documentazione raccolta alla Figc, all’Uefa e alla procura di Roma che dal settembre del 2004, avvalendosi del gruppo del maggiore Attilio Auricchio del Nucleo Operativo dei carabinieri della capitale, stava a sua volta indagando su Moggi e sulla Gea World.</p><p rend="text">Nell’ottobre del 2004, senza essere a conoscenza che nel frattempo Guariniello e Maddalena avevano disposto delle intercettazioni telefoniche nei confronti dei dirigenti della Juventus Moggi e Giraudo e del designatore arbitrale Pairetto, la procura di Napoli, nell’ambito di una operazione denominata «Offside», avviò a sua volta una serie di intercettazioni, destinate stavolta a protrarsi per l’intero campionato, allargate ad altre figure di rilievo tra le quali il designatore Paolo Bergamo, il presidente dell’Aia Tullio Lanese, il vicepresidente della Federazione Innocenzo Mazzini e l’arbitro Massimo De Santis. Anche in questo caso, ad essere incaricati della fase investigativa (circostanza questa che in sede processuale avrebbe sollevato polemiche tra gli innocentisti) furono i carabinieri di Roma e il maggiore Auricchio in quanto questi avevano già del materiale e avevano a loro volta iniziato a indagare su Moggi e la Gea World. Mentre le intercettazioni venivano raccolte, prese il via il campionato di Serie A 2004-2005, allargato a 20 squadre. Per come si svolse e soprattutto per il suo convulso epilogo, quel torneo era destinato a portare alla luce quello che sarebbe stato enfaticamente definito «il più grande scandalo della storia dello sport» (Foot 2007, 319). Lo scudetto fu assegnato il 29 maggio – secondo pronostico – alla Juventus di Fabio Capello che si impose con sette punti di vantaggio sul Milan di Carlo Ancelotti. Il finale di stagione per le ben 13 squadre invischiate nella lotta per non retrocedere (tra le quali figuravano Lazio, Roma e la rinata Fiorentina dei Della Valle) fu drammatico e caratterizzato da polemiche e clamorose ‘sviste’ arbitrali. In B furono retrocesse l’Atalanta, il Brescia (sconfitto all’ultima giornata dalla pericolante Fiorentina) e, dopo un drammatico spareggio, il Bologna. Furono proprio gli eventi di quella stagione a finire al centro del ‘caso Calciopoli’.</p></div><div><head>3. Lo scandalo</head><p rend="text">Il 3 maggio del 2006, dopo che già avevano iniziato a circolare voci e illazioni al riguardo, alcuni organi di stampa informarono il pubblico che l’Ufficio indagini della Federazione italiana giuoco calcio aveva preso contatto con la procura di Roma, che stava conducendo un’inchiesta sulla Gea World, società di Alessandro Moggi, figlio del direttore generale della Juventus Luciano Moggi e che «nomi eccellenti» del calcio italiano erano coinvolti (Toti 2006)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-001">6</ref></hi></hi>. Ad avviare l’inchiesta degli organi federali era stato il presidente Franco Carraro, al quale era stata inviata un’ampia documentazione fatta di intercettazioni telefoniche. Si trattava di un atto dovuto. Ricevuti i documenti dai magistrati che li avevano raccolti, Carraro non aveva potuto fare altro che girarli al capo Ufficio indagini, il generale della guardia di finanza Italo Pappa, il quale aveva a sua volta attivato il procuratore federale Palazzi. Alla notizia dell’avvio delle indagini seguì la pubblicazione dei nomi dei principali indagati: il vicepresidente federale Innocenzo Mazzini, il designatore arbitrale Pairetto, immediatamente rimosso dalla Figc su pressione dell’Uefa dalla Commissione arbitrale europea, e il direttore generale della Juventus Luciano Moggi. Il 4 maggio l’elenco dei nomi coinvolti si ampliò ulteriormente con gli arbitri Dondarini, Dattilo, Trefoloni, Bertini. Ad essi si aggiunsero i testi delle prime trascrizioni delle telefonate intercorse tra gli accusati e intercettate dagli inquirenti. Gli indagati parlavano di Maserati, di orologi da 40 milioni, di designazioni pilotate. Man mano che i contenuti delle intercettazioni venivano pubblicati, lo sconcerto e l’indignazione del pubblico crebbero esponenzialmente. Inizialmente quello che sembrò configurarsi era ciò che alcuni giornali si affrettarono a definire il «sistema Moggi», ovvero un intreccio di contatti, pressioni, favori di vario genere messi in atto dall’allora potente dirigente bianconero volto a favorire gli interessi della propria squadra. Le ombre che da tempo i suoi detrattori facevano aleggiare su di lui, a ben vedere anche prima che questi assumesse l’incarico alla Juventus (si pensi, su tutte, alle accuse di illecito sportivo e favoreggiamento della prostituzione nei confronti degli arbitri emerse a metà degli anni Novanta quanto era dirigente del Torino) sembrarono dunque trovare finalmente una clamorosa e conferma. Ben presto, però, quando emerse il coinvolgimento di altre squadre e dei loro rispettivi vertici societari (Fiorentina, Lazio e Milan) e che ben 19 partite di Serie A della stagione 2004-2005 erano sotto inchiesta, fu chiaro che ciò che stava venendo alla luce era qualcosa di assai più complesso, una prassi consolidata difficilmente attribuibile solo all’iniziativa e alla responsabilità di un singolo, per quanto potente, attore. Il quadro che si andò configurando attraverso i media man mano che questi andarono diffondendo le notizie scosse dalle fondamenta l’intero movimento calcistico italiano (Molinari e Longhi 2023).</p></div><div><head>4. Una lunga vicenda</head><p rend="text">Se ci si focalizza sugli aspetti meramente ‘sportivi’ e sulle conseguenze disciplinari dello scandalo, si sarebbe indotti a pensare che la vicenda Calciopoli si sia conclusa con l’adozione delle decisioni della Camera di conciliazione e arbitrato del Coni prese tra l’ottobre e il dicembre 2006 (relativamente alle società coinvolte), con una successiva appendice, per quanto riguardava i tesserati coinvolti a vario titolo, tra il novembre 2006 e il luglio del 2007. </p><p rend="text">Com’è noto, a seguito delle decisioni della giustizia sportiva, la Juventus si vide revocare lo scudetto della stagione 2004-2005 e fu retrocessa dal primo all’ultimo posto in classifica della stagione 2005-2006 (lo scudetto sarebbe poi stato assegnato all’Inter dalla Figc presieduta dal commissario straordinario Guido Rossi). Oltre alla clamorosa retrocessione, nei confronti dei bianconeri furono decisi 9 punti di penalizzazione da scontare nella serie cadetta 2006-2007. La Fiorentina venne penalizzata di 30 punti per la stagione 2005-2006 e di 15 punti da scontare in serie A per il campionato 2006-2007. La Lazio subì una penalizzazione di 30 punti per la stagione 2005-2006 e di ulteriori 3 punti nel campionato di A 2006-2007; Il Milan fu penalizzato di 30 punti per il 2005-2006 e di ulteriori 8 da scontare nel 2006-2007. Ulteriori penalizzazioni colpirono Reggina e Arezzo. Le sanzioni colpirono i massimi dirigenti coinvolti. Rimasero dure quelle nei confronti di Luciano Moggi, che il 14 maggio si era dimesso dalla sua carica, di Antonio Giraudo e dell’ex vicepresidente federale Innocenzo Mazzini, condannati a 5 anni di inibizione con proposta di radiazione. Escludendo Franco Carraro, che si vide confermare l’ammenda di 80.000 euro attribuitagli in estate, e l’arbitro Massimo De Santis, per il quale furono confermati 4 anni di inibizione, per gli altri, complice forse la clamorosa vittoria della nazionale ai campionati mondiali in Germania, le pene decise in primo grado furono significativamente ridotte: Pierluigi Pairetto fu condannato alla inibizione per 2 anni e 6 mesi. Per quanto riguardava la Fiorentina, Andrea Della Valle venne inibito per 1 anno e 1 mese, il fratello Diego Della Valle per 8 mesi, mentre Sandro Mencucci per 1 anno e 5 mesi. Per il presidente della Lazio Claudio Lotito fu disposta l’inibizione per 4 mesi mentre per i dirigenti del Milan Adriano Galliani e Leonardo Meani si decretò l’inibizione rispettivamente per 5 mesi e per 2 anni e 2 mesi.</p><p rend="text">Nonostante quello che ad alcuni parve un tentativo di chiudere frettolosamente una dolorosa vicenda, ridimensionata nell’immaginario collettivo dalla conquista del mondiale da parte della nazionale di Lippi, la questione era tuttavia destinata a proseguire e con essa le polemiche. Nell’aprile del 2007, a quasi un anno di distanza dalla pubblicazione delle indiscrezioni che fecero scoppiare lo scandalo, il procuratore federale Stefano Palazzi avviò infatti un nuovo filone di indagini, presto ribattezzato ‘Calciopoli-bis’. Stavolta a finire sotto inchiesta furono altri soggetti non coinvolti nella precedente inchiesta, su tutti l’Inter e in particolare il suo massimo dirigente Giacinto Facchetti, accusato di aver contattato gli arbitri per influenzarne l’operato e alterare i risultati a vantaggio della sua squadra. </p><p rend="text">Nel gennaio del 2009 giunse la sentenza di primo grado del processo Gea World, con la condanna di Luciano Moggi e di suo figlio rispettivamente a 1 anno e 6 mesi e 1 anno e 2 mesi. Tra il gennaio del 2009 e il novembre 2011, a Napoli, si svolse invece il processo penale contro gli imputati del reato di «associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva» che (a differenza di Giraudo, Pairetto e altri) non avevano scelto il rito abbreviato. La sentenza, preceduta in marzo dalla sentenza di secondo grado del processo Gea World (che ridusse le condanne per violenza privata a Luciano Moggi e al figlio Alessandro), fu estremamente dura nei confronti dell’ex dirigente bianconero, ritenuto a capo di una vera e propria organizzazione volta a controllare le designazioni arbitrali e a condizionare l’esito delle gare di campionato e perciò condannato a 5 anni e 4 mesi. Innocenzo Mazzini fu condannato a 2 anni e 2 mesi, mentre i designatori arbitrali Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto furono condannati rispettivamente a 3 anni e 8 mesi. Un anno e 4 mesi fu la condanna per l’arbitro De Santis. Tra gli altri, furono inoltre condannati a un anno e 3 mesi i due fratelli Diego e Andrea Della Valle, della Fiorentina, e il presidente della Lazio Claudio Lotito.</p><p rend="text">Mentre si svolgeva il processo penale, nel maggio 2010, la nuova dirigenza della Juventus aveva presentato un esposto alla Figc chiedendo la revoca dell’assegnazione dello scudetto all’Inter. Lo scontro frontale tra la squadra bianconera e quella nerazzurra caratterizzò i mesi successivi culminando nelle polemiche dell’estate dell’anno successivo. Un paio di settimane dopo l’annuncio che la Commissione disciplinare della Figc aveva deciso per la radiazione di Moggi, Giraudo e Mazzini (radiazioni che sarebbero state definitivamente confermate dall’Alta corte di giustizia del Coni nel 2012), la procura federale chiudeva Calciopoli-bis, annunciando di aver disposto per l’archiviazione dell’inchiesta che Palazzi aveva avviato nei riguardi delle società, tra le quali l’Inter di Facchetti, che non erano stato oggetto del primo filone di indagini. Anziché chiudere la questione, quell’annunciò rinfocolò le polemiche. Palazzi confermò infatti l’esistenza di «una rete consolidata di rapporti, di natura non regolamentare, diretti ad alterare i principi di terzietà, imparzialità e indipendenza del settore arbitrale» alla quale anche l’Inter dell’allora presidente Facchetti aveva preso parte con condotte «certamente dirette ad assicurare un vantaggio in classifica». Nonostante fosse ritenuta colpevole di illecito sportivo, dunque, l’Inter non veniva punita per via dei termini di prescrizione. Nello stesso tempo, veniva respinto l’esposto della Juventus relativamente alla revoca dello scudetto. In entrambi i casi, la procura si rimetteva alla decisione del consiglio federale che, qualche giorno dopo, mentre le polemiche e le accuse reciproche seguite all’annuncio di Palazzi raggiungevano il loro apice, di fatto le ratificò. Relativamente all’assegnazione dello scudetto, la Juventus presentò un ricorso al Tnas, il Tribunale nazionale di arbitrato per lo sport che nel frattempo era stato costituito presso il Coni ma quest’ultimo dichiarò di non poter deliberare in merito. Così, all’indomani della sentenza dei giudici di Napoli e alla luce della controversa conclusione dell’indagine di Palazzi e delle conseguenti decisioni della Figc, la Juventus, suscitando le critiche degli organismi calcistici, annunciò la propria volontà di continuare la propria battaglia risarcitoria nei confronti dell’Inter, quantificata in 440 milioni di euro, facendo ricorso al Tar del Lazio. Quest’ultima vicenda si sarebbe conclusa nell’aprile del 2016 con il respingimento delle richieste della società bianconera.</p><p rend="text">Il 5 dicembre 2012 si concluse il processo di appello per gli imputati che avevano optato per il rito abbreviato, tra i quali Antonio Giraudo, condannato a 1 anno e 8 mesi di reclusione per associazione per delinquere finalizzata alla frode sportiva. Un anno più tardi giunse la sentenza di secondo grado del processo di Napoli, che comportò una significativa riduzione delle pene per Moggi, Pairetto e Mazzini e la prescrizione, tra gli altri, per Lotito, i fratelli Della Valle e Mencucci. Nel marzo del 2015 la Cassazione confermò questi ultimi provvedimenti e si pronunciò per la prescrizione del reato di associazione per delinquere di Moggi e Giraudo, l’assoluzione per gli arbitri Bertini e Dattilo, la condanna a 10 mesi (con sospensione della pena) per l’arbitro De Santis. </p><p rend="text">Alla luce di questa ricostruzione dello scandalo e di una minima parte dei suoi mille e controversi risvolti, emerge dunque con chiarezza come le vicende di Calciopoli non si esauriscano con gli eventi della primavera ed estate del 2006. Se, come andrebbe fatto, si analizza infatti la vicenda prendendone in esame tutti gli sviluppi, le indagini sportive successive (la cosiddetta ‘Calciopoli-bis’) e le loro conseguenze, l’andamento dei processi nei vari gradi della giustizia ordinaria e tutti gli altri procedimenti collegati, con le rispettive sentenze, è impossibile non notare come di fatto la storia si sia chiusa in realtà ben vent’anni dopo, con la sentenza della Cassazione (sezione III Civile, ordinanza numero 6116) del 7 marzo 2025, con la quale si sono chiusi per sempre i contenziosi aperti dalla società dell’ex presidente del Bologna Gazzoni e dal Brescia contro la Juventus, Moggi e gli altri imputati. Quella di Calciopoli, insomma, è una storia ‘lunga’ e controversa, che andrebbe dunque scritta da questa prospettiva e che, soprattutto, appare imprescindibile dall’intreccio di interessi nel quale avvenne.</p></div><div><head>5. Alcune possibili chiavi di lettura</head><p rend="text">Come scrivono Aldo Agosti e Giovanni De Luna nella loro storia della Juventus, vista dalla prospettiva dei tifosi juventini, Calciopoli fu «una vicenda oscura e dolorosa, un lutto ancora oggi difficile da elaborare, una discesa agli inferi emotivamente complicata che deve essere trattata ancorandosi agli strumenti più saldi del nostro mestiere di storici, in primis alla cronologia» (Agosti e De Luna 2019).</p><p rend="text">E in effetti, a distanza di anni, «la sequenza delle notizie tratte dai principali quotidiani è ancora in grado di restituirci tutto il drammatico incalzare di eventi destinati a squassare l’interno mondo bianconero: tifosi, dirigenti, calciatori, tutti sbalorditi, tutti a brancolare nella confusione, sottoposti ad attacchi martellanti e reiterati, alla ricerca di una spiegazione plausibile, di una via d’uscita accettabile» (Agosti e De Luna 2019). Sempre Agosti e De Luna sottolineano come le nubi sulla cosiddetta ‘triade’ (Moggi, Giraudo, Bettega), a cominciare dal caso doping, si fossero addensate più volte. La Juventus, scrivono, ne «era uscita un po’ ammaccata – la prescrizione non era un’assoluzione – ma sostanzialmente indenne». Stavolta, però, la mole di documentazione raccolta a carico della massima dirigenza bianconera era tale da rendere sostanzialmente vano ogni tentativo di sminuirne il livello di coinvolgimento. La Juventus si trovò in una situazione oggettivamente indifendibile. Le parole di Cobolli Gigli in occasione della drammatica assemblea degli azionisti della società bianconera del 26 ottobre 2006 sono emblematiche: fin da subito, disse, «era subentrata la consapevolezza che la retrocessione in Serie B sarebbe stata comunque inevitabile». Questa convinzione trovò conferma nelle parole di un altro che intervenne in quel dibattito, l’avvocato Cesare Zaccone (peraltro di fede granata), che aveva difeso la Juventus. Gli atti parlavano chiaro: nelle migliaia di pagine prodotte dall’accusa «si documentava inequivocabilmente quello che era stato un comportamento irrispettoso delle regole dell’etica del calcio». Di fronte a questo si prospettarono due alternative: «difendere i dirigenti che avevano creato il disastro, oppure prenderne le distanze tenendo presente la situazione per cercare di evitare la sciagura della Serie C». Per molti negli stessi ambienti della società bianconera, l’unica soluzione era quella di «cercare di sopravvivere, di superare l’impressione terrificante che anche i giudici avevano tratto dalla lettura delle carte».</p><p rend="text">L’analogia lessicale con Tangentopoli, ulteriormente rafforzatasi con la nomina di Francesco Saverio Borrelli, l’ex procuratore di Milano, alla carica di capo ufficio indagini ci dice altro. Ci dice che, almeno inizialmente, Calciopoli fu «l’evento che più di ogni altro mise in luce la crisi morale, giuridica ed economica» più grave della storia del calcio italiano. Di fronte all’enormità di quanto emerso sembrò che «dovesse essere sovvertito l’intero assetto del mondo del calcio». Di conseguenza, rientrava quindi nella logica «che la Juventus, la squadra più forte e più gloriosa», ma anche la più odiata, finisse per essere «il bersaglio principale di tale rivoluzione».</p><p rend="text">Al di là dell’eco immediata e del lungo corteo di veleni e polemiche che si sono accumulati nel corso degli anni successivi è allora possibile avanzare, senza alcuna pretesa di esaustività e lasciando da parte gli aspetti tecnici giuridico-sportivi, alcune possibili riflessioni e spunti di approfondimento riguardo Calciopoli?</p><p rend="text">Come detto, lo scandalo fu senza alcun dubbio un evento che, sia pure in modo incompleto, frammentario, parziale (e ciò fu dovuto alle modalità e alle tempistiche con cui gli eventi divennero di pubblico dominio), mise a nudo quella che appare una prassi diffusa e consolidata del ‘sistema calcio’ in Italia. In questo senso, Calciopoli non fu un fulmine a ciel sereno, dunque. Non lo fu né per molti giornalisti (sportivi e non), osservatori interessati e addetti ai lavori che avevano ripetutamente parlato di quello che fu chiamato il «sistema Moggi», né per molti degli stessi tifosi e appassionati. Come ha scritto John Foot (2007):</p><quote rend="quotation_b">Molti tifosi erano da tempo convinti che l’intero sistema fosse marcio, una farsa, un gioco malato. Adesso avevano le prove, pagine e pagine di prove. La corruzione era diventata uno stile di vita. Non tutti i tifosi, tuttavia, la vedevano come un male: dopo tutto, Moggi era un vincente. E questo atteggiamento di condiscendenza si concretizzò nel più terrificante e cinico striscione esposto dai supporter della Juve dopo lo scandalo: «Il fine giustifica i mezzi. Grazie Triade».</quote><p rend="text">Coloro che da tempo si erano sentiti vessati, schiacciati da un meccanismo che inevitabilmente premiava il potente e penalizzava il più debole trovarono in Calciopoli conferma dei loro sospetti. Chi invece ritenne di avere in qualche modo tratto beneficio da questo <hi rend="italic">modus operandi</hi>, ritenne, più o meno machiavellicamente, che, semplicemente, era stato fatto quel che andava fatto, applicando in maniera perversa il principio coniato da Giampiero Boniperti: «vincere non è importante, è l’unica cosa che conta». In ogni caso, una prima conseguenza di questo scandalo e delle decisioni sportive che ne scaturirono fu l’ulteriore avvelenamento del clima e dei rapporti tra tifoserie rivali. L’esplodere di Calciopoli bis aggiunse ulteriori tensioni e motivi di polemica.</p><p rend="text">Le intercettazioni svelarono quello che apparve un sistema che non solo controllava gli arbitri ma anche la stessa Federazione e una parte significativa del sistema mediatico (e in particolare della televisione), e si avvaleva di figure all’interno delle strutture federali e persino delle forze dell’ordine. Il loro impatto mediatico immediato fu devastante e, soprattutto sul momento, furono molto pochi coloro che le valutarono con le dovute cautele considerando le diverse responsabilità e livelli di coinvolgimento o tenendo conto delle millanterie e delle esagerazioni che spesso le accompagnavano e che erano parte integrante e specchio del contesto e dell’ambiente nel quale si svolgevano.</p><p rend="text">È indubitabile come quella di Moggi apparisse fin da subito, per usare le parole degli inquirenti,</p><quote rend="quotation_b">una posizione egemonica […] che [aveva] come obiettivo prioritario la conservazione dello status quo, il mantenimento delle posizioni di potere e degli ingenti profitti che da questi derivano. In tutto questo gli arbitri, coinvolti nel ‘sistema’ otten[evano] in cambio la garanzia di giungere ai massimi livelli di carriera […], diventare arbitri internazionali, con tutti i profitti derivanti da questo sia in termini di visibilità che in termini di guadagni economici.</quote><p rend="text">Tuttavia, guardando alla vicenda col senno di poi, e considerando le intercettazioni che vennero alla luce successivamente e che coinvolgevano anche molte altre ‘grandi’ – a cominciare dall’Inter e dai suoi vertici societari – l’impressione che se ne ricava è quella che più che di una vera e propria cupola Calciopoli fosseuna prassi della quale beneficiavano le società di volta in volta più potenti ed influenti sul piano sportivo, politico ed economico ma anche mediatico, che, trovandosi in una posizione di preminenza, agivano con tutti i mezzi più o meno leciti a loro disposizione, con la tolleranza se non connivenza di una parte dei vertici federali e arbitrali, per mantenere questo loro privilegio. Così (in una intercettazione) il vicepresidente della Figc Innocenzo Mazzini, travolto dallo scandalo, al presidente della Lazio Lotito che si lamentava di alcuni torti arbitrali: «questo è un ambiente difficilissimo, ha delle sue regole dove un giorno corre la lepre, un giorno corre il cane: tu non puoi pretendere di fare sempre il cane». Si era in presenza di una pratica diffusa e consolidata. Come ha scritto nel suo libro Maurilio Prioreschi, il difensore di Luciano Moggi al processo di Napoli, la storia di Calciopoli è (anche) la storia di «dirigenti che cercavano un posto al sole più degli altri». Lo stesso Cobolli Gigli, fu tra i primi a ricordare – come poi sarebbe stato ripetuto più e più volte in seguito – che i comportamenti di Giraudo e Moggi erano largamente generalizzati e non appannaggio della sola Juventus. </p><p rend="text">Al di là delle comprensibili finalità auto-assolutorie che sottendeva questo richiamo al ‘così fan tutti’, l’impressione che si ricava da una lettura più ampia dello scandalo è che effettivamente questo ‘sistema’ non nasca in quel particolare momento storico ma che abbia radici ben più antiche. Citando Giuseppe Narducci, il giudice che insieme a Stefano Capuano fu protagonista del procedimento penale di Napoli, «è verosimile che questa struttura organizzativa e le metodiche utilizzate non siano nate, improvvisamente, in un imprecisabile momento del 2004, ma affondino le radici in fatti e comportamenti che risalgono ad anni precedenti». Un esempio, su tutti: il 16 aprile 1967, al termine di un controverso Venezia-Inter vinta dai nerazzurri guidati da Herrera (con Angelo Moratti presidente e Italo Allodi direttore sportivo) e diretta da Antonio Sbardella, il dirigente arbitrale Giorgio Bertotto parlò in una conversazione informale con un giornalista (che ovviamente la pubblicò) di «sudditanza psicologica» da parte degli arbitri nei riguardi delle grandi società. Forse dietro quella espressione divenuta proverbiale, che peraltro costò a Bertotto la carica, si nascondono proprio i tratti di un sistema consolidato e radicato che di volta in volta ha guardato con benevolenza al potente (sportivo) di turno? Per quanto la Juventus e i suoi massimi dirigenti siano in prima fila in questo scandalo, per quanto la Juventus lo abbia percepito come un attacco diretto nei suoi confronti e per quanto i suoi nemici abbiano visto in lei l’unica responsabile, Calciopoli fu molto probabilmente qualcosa di ben più ampio.</p><p rend="text">Nello stesso tempo, superato lo shock e l’indignazione iniziali, Calciopoli venne percepito come una rivoluzione ma anche come una straordinaria occasione per il calcio di ripartire su basi nuove, più etiche e trasparenti. Coloro che hanno guardato allo scandalo se non con un occhio più benevolo, comunque da una prospettiva più vicina a quella della Juventus, fanno ad esempio notare come la pesante condanna fosse accettata dalla nuova dirigenza bianconera anche perché questa, a cominciare da Cobolli Gigli, era convinta – emendandosi – «di poter contribuire alla complessiva rifondazione (etica) del sistema calcio». A ben vedere, invece, si trattò, come scandali successivi avrebbero dimostrato (si pensi, su tutti, alla storia delle plusvalenze), dell’ennesima rivoluzione mancata.</p><p rend="text">Restando alla vicenda Calciopoli in sé, va sottolineata un’altra sensazione, tutta da verificare ma da studiare, ovvero il fatto che oltre agli aspetti esclusivamente etici della vicenda vadano considerati anche i molteplici e ulteriori intrecci di politica sportiva e politici <hi rend="italic">tout court</hi>. L’impressione è che dietro Calciopoli non ci siano, insomma, soltanto le vicende legate alla Serie A 2004-2005 ma che intervengano anche altre questioni egualmente rilevanti. Lo ‘scandalo degli scandali’ scoppiò infatti in un momento ben preciso ed in un contesto particolare sia sul piano degli equilibri meramente federali, arbitrali e societario-sportivi sia su quello, più ampio e ben più rilevante, di carattere economico, mediatico e politico. Più che le società, insomma, una storia di Calciopoli richiederebbe un <hi rend="italic">focus</hi> privilegiato sugli attori (presidenti, <hi rend="italic">patron</hi>, dirigenti) che ne furono i principali protagonisti e sui rispettivi interessi sportivi e, soprattutto finanziari. La regola aurea investigativa del <hi rend="italic">follow the money</hi>, divenuta popolare durante la stagione del Watergate e degli scandali politici degli anni Settanta del ’900, potrebbe dunque rivelarsi un ulteriore interessante approccio alla vicenda.</p><p rend="text">Innanzitutto, come è stato sottolineato (Narducci 2012), i fatti oggetto delle indagini coincisero con il clima che portò alla rielezione alla presidenza della Federazione Calcio di Franco Carraro ma sulla base di un accordo-staffetta in base al quale, due anni dopo, gli sarebbe subentrato Giancarlo Abete. Figura controversa e criticata in riferimento alla gestione del fallimento della Fiorentina di Vittorio Cecchi Gori e al salvataggio della Lazio attraverso l’intervento di MedioCredito Centrale (istituto di credito di cui era presidente) e quindi della Roma (Garanzini 2007), Carraro fu tra i nomi eccellenti a finire nelle trascrizioni.</p><p rend="text">In secondo luogo, occorre tenere presente la definitiva entrata in crisi, proprio nel corso della stagione 2004-2005, del sistema delle designazioni così com’era stato configurato dal 1999. Il sistema si incrinò definitivamente mettendo in crisi la Can (Commissione Arbitrale Nazionale). I rapporti sempre più difficili tra Bergamo e Pairetto e il rapporto tra questi e l’allora presidente dell’Aia, Tullio Lanese costituiscono dunque un altro tassello di quella vicenda, alla quale vanno aggiunte figure solo apparentemente di secondo piano come quella di Maria Grazia Fazi, della segreteria Can e stretta collaboratrice dei designatori, allontanata dal suo ruolo al termine del campionato 2003-2004 e oggetto di numerose conversazioni.</p><p rend="text">Ci sono, infine, due ulteriori fattori da tenere in considerazione, pur prestando le dovute cautele per evitare di scadere in vuoti complottismi. Calciopoli esplose nel pieno di una vera e propria lotta di potere per la gestione delle massime istituzioni calcistiche tra i soggetti fino a quel momento egemoni (la Juventus della ‘triade’ Moggi-Giraudo-Bettega, il Milan di Berlusconi e Galliani) e alcune figure emergenti (la Fiorentina di Diego e Andrea Della Valle, la stessa Inter di Moratti e Facchetti) che chiedevano un profondo rinnovamento. Si trattava di una lotta per il controllo e la gestione del pallone che era in atto dalla fine degli anni Novanta ma che si riacutizzò all’inizio degli anni Duemila, a causa delle crescenti difficoltà economiche e finanziarie e della scarsità di risorse e della necessità di trovare un accordo su alcune questioni rilevanti proprio sul piano economico – su tutti la ripartizione dei diritti televisivi. Non è un caso che alla vigilia della pubblicazione delle prime notizie relative allo scandalo Aldo Grasso, sulla sua rubrica <hi rend="italic">A fil di rete </hi>pubblicata dal <hi rend="italic">Corriere della Sera</hi>, sottolineasse come la piattaforma satellitare Sky tra le ore 15.00 e le ore 17.00 del 22 aprile avesse fatto registrare uno share del 15,9% pari a un milione di spettatori, confermando il ruolo preponderante delle tv satellitari<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-000">7</ref></hi></hi>. Il 4 febbraio 2005, proprio la Fiorentina dei Della Valle, in lotta per estromettere il presidente della Figc Franco Carraro (in carica dal 1978) e il presidente della Lega e vicepresidente esecutivo del Milan Adriano Galliani, si presentò a Marassi contro la Sampdoria. Nei primi dieci minuti di gioco l’arbitro Dondarini decretò l’espulsione in sequenza due giocatori della squadra viola: Bojinov per fallo reazione e Delli Carri per proteste. La Fiorentina perse 3-0. Si trattava della quarta sconfitta consecutiva. La squadra scivolò in zona retrocessione. Negli spogliatoi, Dino Zoff, da poco subentrato alla guida della squadra, parlò di «cattivi pensieri» e aggiunse: «forse politicamente la mia presenza non ha aiutato nessuno». I giornali non mancarono di sottolineare queste dichiarazioni inusuali ricordando l’estate del 2000 quando, dopo la finale persa agli Europei, Berlusconi aveva duramente criticato l’allora allenatore della nazionale Zoff e questi, non sentendosi tutelato dal presidente federale Nizzola, si era dimesso. Fu in questo contesto che, secondo le intercettazioni, il vicepresidente della Figc Innocenzo Mazzini, spiegò a Sandro Mencucci, amministratore delegato della Fiorentina, le regole del gioco, molto sottili, che a suo parere valevano in questo contesto: «Comprare e vendere le partite non va mica bene, l’unica cosa che si può fare, importante e vera, è quella di essere tutelato, cioè ti mandano un arbitro che ti dà il 50%, tu mi hai capito bene? Tu vieni a Coverciano in una stanza riservata e tu gli dici, “caro Paolo (Paolo Bergamo, il designatore capo degli arbitri) guarda noi abbiamo sbagliato qualche cosa… però siamo la Fiorentina, siamo i Della Valle, siamo persone perbene, da voi vorremmo essere tutelati”. Quando hai fatto questo mi basta e avanza».</p><p rend="text">Infine, ma non meno importante, va tenuto conto di un ulteriore elemento. Le prime notizie relative allo scandalo seguirono di pochissimo il voto del 9-10 aprile 2006, tenutosi in un clima di forti tensioni per via della contrapposizione frontale tra Berlusconi e Diego Della Valle: si pensi allo scontro in televisione del dicembre 2005 alla trasmissione <hi rend="italic">Porta a Porta </hi>o al duro botta e risposta avvenuto all’Assemblea nazionale di Confindustria di Vicenza, nel marzo del 2006, a seguito del quale Diego Della Valle si dimise dal Consiglio direttivo di Confindustria. Scontro di natura politica – in quei giorni le voci di una ‘discesa in campo’ politica di Della Valle si moltiplicarono – ma anche finanziario, visto il concomitante braccio di ferro per il controllo del <hi rend="italic">Corriere della Sera </hi>e del gruppo editoriale RCS in atto in quello stesso momento.</p><p rend="text">Un’ultima considerazione circa l’eredità dello scandalo del 2006.</p><p rend="text">Come si è detto, al di là del Commissariamento della FIGC, Calciopoli alla fine non produsse affatto quella rivoluzione etica che era stata promessa e nella quale molti speravano ma anzi creò ferite profonde, divisioni insanabili, diffuse veleni che ancora oggi circolano ai vertici come alla base del movimento calcistico italiano. Come hanno scritto i giornalisti Bruno Bartolozzi e Marco Mensurati nel loro libro-inchiesta (Bartolozzi e Mensurati 2007):</p><quote rend="quotation_b">Tutto si è svolto secondo i soliti riti, passando dalla rabbia popolare dei primi tempi – tempi di parole grosse e gesti eclatanti, in cui sembrava che nulla sarebbe stato come prima – all’emarginazione e alla demonizzazione del potente di turno, caduto in disgrazia, per arrivare alla frettolosa normalizzazione dei mesi successivi e all’atto finale, all’assassinio (figurato) compiuto con fredda ferocia, con la sostanziale complicità di tutti o quasi. Perché da quella scomoda rivoluzione i tanti personaggi di quel sistema avrebbero avuto molto da perdere e poco da guadagnare.</quote><p rend="text">Un’occasione mancata? Forse. In questo senso, probabilmente aveva ragione Gianni Mura quando, in questo contesto ebbe a commentare, amaramente: «il nostro calcio ha voglia di pulizia, trasparenza e lealtà quanta ne ho io di farmi frate».</p></div><div><head>Bibliografia</head><p rend="bib_indx_bib">Agosti, Aldo, e Giovanni De Luna. 2019. <hi rend="italic">Juventus. Storia di una passione italiana. Dalle origini ai giorni nostri</hi>. Torino: Utet.</p><p rend="bib_indx_bib">Ala Sinistra, Mezzala Destra. 2006. <hi rend="italic">Lucky Luciano. Intrighi maneggi scandali del padrone del calcio Luciano Moggi</hi>. Milano: Kaos.</p><p rend="bib_indx_bib">Barletta, Mauro. 2005. <hi rend="italic">Il calcio in farmacia. La Juventus e le altre squadre. Le inchieste sul doping. I documenti. Le testimonianze</hi>, Torino: Lindau.</p><p rend="bib_indx_bib">Bartolozzi, Bruno, e Marco Mensurati. 2007. <hi rend="italic">Calciopoli. Collasso e restaurazione di un sistema corrotto</hi>. Milano: Baldini, Castoldi, Dalai.</p><p rend="bib_indx_bib">Càlzia, Fabrizio, e Massimiliano Castellani. 2006. <hi rend="italic">Palla avvelenata. Morti misteriose, doping e sospetti nel calcio italiano</hi>. Torino: Bradipolibri.</p><p rend="bib_indx_bib">Carnichael, Fiona, Rossi, Giambattista, e Denis Thomas. <hi >2017. </hi><hi >“Production, Efficiency, and Corruption in Italian Serie A Football.” </hi><hi rend="italic">Journal of Sports Economics</hi><hi >:</hi><hi > 34-57.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Eydelie, Jean-Jacques. 2006. </hi><hi rend="italic">Je ne joue plus! </hi><hi rend="italic">Un foot-balleur brise l’omerta</hi><hi >, Paris: l’Archipel.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Foot, John. 2007. <hi rend="italic">Calcio, 1898-2010. Storia dello sport che ha fatto l’Italia</hi>. Milano: Rizzoli.</p><p rend="bib_indx_bib">Gallo, Pasquale. 2019. <hi rend="italic">Questione di stile. L’anima juventina</hi>. 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Casale Monferrato: Piemme.</p><p rend="bib_indx_bib">Petrini, Carlo. 2000. <hi rend="italic">Nel fango del dio pallone</hi>. Milano: Kaos.</p><p rend="bib_indx_bib">Petrini, Carlo. 2005. <hi rend="italic">Scudetti dopati</hi>. Milano: Kaos.</p><p rend="bib_indx_bib">Prioreschi, Maurilio. 2012. <hi rend="italic">Trenta sul campo</hi>. Milano: Baldini, Castoldi, Dalai.</p><p rend="bib_indx_bib">Russo, Pippo. 2014. <hi rend="italic">Gol di rapina. Il lato oscuro del calcio globale</hi>. Firenze: Clichy.</p><list type="ordered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-006-backlink">1</ref></hi>	Per le reazioni in Italia cfr. Enrico Currò, “Noi del Marsiglia eravamo dopati nella finale del ‘93 contro il Milan.” <hi rend="italic">La Repubblica</hi>, 21 gennaio 2006; Alessandro Grandesso, “Il doping a Marsiglia ha fatto scuola.” <hi rend="italic">Corriere della Sera</hi>, 15 febbraio 2006, p. 48.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-005-backlink">2</ref></hi>	Cfr. Massimiliano Castellani, “Il pallone avvelenato. Non finisce il giallo dei viola anni ‘70.”<hi rend="italic"> Avvenire</hi>,<hi rend="italic"> </hi>14 ottobre 2009; Corrado Zunino, “Galeone: io prendevo di tutto.” <hi rend="italic">La Repubblica</hi>, 10 gennaio 2004; Lamberto Gherpelli, <hi rend="italic">Qualcuno corre troppo</hi>, Torino, Edizioni Gruppo Abele 2015, 78.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-004-backlink">3</ref></hi>	Guglielmo Buccheri, “«Drogavano i bilanci» Nel mirino i conti di Cragnotti e Sensi.” <hi rend="italic">La Stampa</hi>, 4 dicembre 2004, 39.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-003-backlink">4</ref></hi>	Si veda, ad esempio, “Moratti: «Gli arbitri hanno paura di loro».” <hi rend="italic">la Repubblica</hi>, 27 aprile 1998.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-002-backlink">5</ref></hi>	“Risse, veleni, combine: la serie B è una bagarre.” <hi rend="italic">La Repubblica</hi>, 19 aprile 2004.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-001-backlink">6</ref></hi>	“Caso intercettazioni. Tre nomi eccellenti.” <hi rend="italic">Il Corriere della Sera</hi>, 3 maggio 2006, 51.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-000-backlink">7</ref></hi>	“Sky con il calcio è il Terzo Polo.” <hi rend="italic">Il Corriere della Sera</hi>, 1° maggio 2006.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Gianni Silei, University of Siena, Italy, <ref target="mailto:gianni.silei@unisi.it">gianni.silei@unisi.it</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Gianni Silei, <hi rend="italic">Per una storia della ‘lunga’ Calciopoli ,</hi> © Author(s), <ref target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">CC BY-SA</ref> 4.0, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0887-1.06">10.36253/979-12-215-0887-1.06</ref>, in Roberto Borrello, Antonio Riviezzo (edited by), <hi rend="CharOverride-2">Il diritto sportivo tra autonomia e antinomie. Atti del seminario «Giornate senesi sullo sport», Siena, 22 maggio 2024</hi>, pp. -74, 2025, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0887-1, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0887-1">10.36253/979-12-215-0887-1</ref></p></div></div>
      
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