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        <title type="main" level="a">Il doping sportivo come problema bioetico nella filosofia dello sport</title>
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          <resp>This is a section of <title>Il diritto sportivo tra autonomia e antinomie</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0887-1</idno>) by </resp>
          <name>Roberto Borrello, Antonio Riviezzo</name>
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        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0887-1.09</idno>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0887-1.09<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0887-1.09" /></p>
      <div><head>Il doping sportivo come problema bioetico nella filosofia dello sport</head><p rend="h1_author" >Francesco Zini</p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Sommario</hi>: 1. La filosofia dello sport e il doping. – 2. Filosofie dello sport. – 3. La questione bioetica del doping. – 4. Linee di filosofia del doping. – 5. Le definizioni del doping. – 6. L’antidoping e la prevenzione. – 7. Per una bioetica dello sport senza doping.</p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Abstract</hi>: Nel saggio si analizza il fenomeno del doping sportivo sia da un punto di vista bioetico che biogiuridico, nell’ambito della più ampia filosofia dello sport. La definizione di doping e la sua qualificazione e classificazione viene esaminata nella prospettiva del potenziamento umano facendo emergere il carattere negativo e intrinsecamente contraddittorio dell’abuso delle sostanze dopanti per falsare illecitamente il risultato sportivo. Viene infine ricostruita la disciplina biogiuridica che vuole contrastare il fenomeno del doping attraverso l’educazione, la prevenzione e la sanzione repressiva del fenomeno antisportivo dell’utilizzo del doping.</p><p rend="h1_indexAbstract"><hi rend="bold">Parole chiave</hi>: doping, salute, lealtà sportiva</p><div><head>1. La filosofia dello sport e il doping</head><p rend="text" >Per comprendere il fenomeno doping e cercare di inquadralo all’interno del più ampio fenomeno sportivo si deve ripercorrere alcune categorie filosofiche fondamentali che riguardano innanzitutto il profilo soggettivo, l’atleta come ‘persona’. L’etimologia del termine ‘atleta’ deriva dal greco antico <hi rend="italic">αθλητής, athletés</hi>, a sua volta da <hi rend="italic">âthlos,</hi> lotta, gara e competizione. L’atleta rappresenta colui che cerca con <hi rend="italic">fatica</hi> attraverso una sfida o una prova sportiva di superare un ostacolo o un limite, compiendo un’attività e un esercizio che richiede uno sforzo ‘non comune’, per arrivare quindi a compiere un’impresa (sportiva). L’analisi approfondita dell’elemento della gara e del confronto ‘tra uguali’, <hi rend="italic">peer to peer </hi>con gli altri, appare necessario ad un primo approccio e ad una prima ricognizione del fenomeno sportivo (Sorgi 2010): l’impresa sportiva può essere sia con sé stessi, sia con gli altri che gareggiano e partecipano alla sfida. Innanzitutto, la sfida sportiva per l’atleta si configura come uno sforzo di <hi rend="italic">controllo</hi> delle proprie funzioni e capacità <hi rend="italic">psicomotorie</hi>, confrontandosi con i propri <hi rend="italic">limiti</hi> e la prima sfida concerne il rapporto dell’atleta col proprio corpo (Aledda 2002). Solo in un secondo momento compare il ‘confronto sportivo’ con gli altri atleti che gareggiano tra di loro nel medesimo esercizio o nella medesima prova o gioco, all’interno di una regolamentazione sportiva che prevede un inizio ed una conclusione con la vittoria del <hi rend="italic">migliore</hi> che ha ottenuto una<hi rend="italic"> misura</hi> (punteggio o tempo) maggiore rispetto agli altri (Gregorini 2010).</p><p rend="text" >Per questo motivo all’atleta viene richiesta una prestazione che manifesta un’attività che include sia la sfera corporale che mentale (psicomotoria) e a questa si deve guardare per trovare il giusto equilibrio prodromo all’esito della gara sportiva (Callois 1995).</p><p rend="text" >Il poeta Decimo Giunio Giovenale in un passo delle <hi rend="italic">Satire</hi> (Libro quarto, X, 256) intitolato «Le nebbie dell’errore» scriveva: <hi rend="italic">orandum est ut sit mens sana in corpore sano</hi>, per il quale non c’era benessere che non contemplasse un equilibro fra mente e corpo.</p><p rend="text" >L’equilibrio e l’armonia del gesto atletico a sua volta sarebbe il presupposto oggettivo del buon uso <hi rend="italic">controllato</hi> dell’interazione tra la forza fisica con la forza mentale, attraverso l’espressione di un <hi rend="italic">facere</hi> ‘virtuoso’, in cui la forza corporale viene indirizzata verso una finalità ludica e benevola (nel senso che non a-busa della forza fisica per sopraffare l’altro). Per l’atleta il ‘vincere’ sarebbe un ‘costringere il proprio corpo’ ad eseguire un’attività che preveda un’estensione dell’azione sportiva <hi rend="italic">sotto sforzo</hi>, con un ostacolo da superare o un limite da oltrepassare con un allenamento (da <hi rend="italic">dar lena</hi>), contribuendo così a svolgere un compito o un esercizio in competizione con gli altri. In questo senso la categoria dell’atleta sportivo si caratterizza con la capacità di qualificare la propria prova e il proprio gesto atletico-sportivo, sempre con un <hi rend="italic">superlativo</hi> descritto bene dal motto olimpico: <hi rend="italic">citius, altius, fortius</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-011">1</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Per comprendere a fondo il termine che caratterizza la modalità antisportiva del doping si deve iniziare dall’analisi semantica ed etimologica del termine ‘doping’ (Ghizzo 2006). L’origine proverrebbe dal fiammingo <hi rend="italic">doop</hi>, che significa ‘mistura, miscela, poltiglia’; secondo altri deriverebbe dal termine sudafricano <hi rend="italic">dope </hi>che viene associato ad una bevanda alcolica usata come stimolante nelle danze e nei riti primordiali; inoltre, il termine inglese <hi rend="italic">dope</hi> identifica una sostanza densa, liquida, ‘lubrificante’, come ad esempio uno stupefacente. In questa prospettiva si può comprende una caratteristica sostanziale del doping, la sua <hi rend="italic">esternalità e artificialità</hi> rispetto all’assunzione di una sostanza naturale: l’assunzione di un prodotto artificialmente ‘mescolato’ o comunque di una sostanza ‘esterna’, che non fa parte di per sé della normale fisiologia del corpo umano, né come bevanda, né come normale alimentazione (Van Hilvoorde <hi rend="italic">et al.</hi> 2017). Il doping rimanda quindi ad una sostanza che viene assunta per «stimolare e aumentare» la prestazione psicofisica, al fine di «migliorare o agevolare» il movimento, la forza o l’intensità della prova, «alterando» il risultato della gara sportiva<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-010">2</ref></hi></hi>. L’altro aspetto concerne la sua illiceità, in quanto la sostanza dopante costituisce un mezzo <hi rend="italic">illegale e fraudolento</hi> a cui si ricorre per ottenere un vantaggio rispetto agli altri atleti o concorrenti, senza mettere a conoscenza i partecipanti o gli organizzatori. In questo senso il doping rimane una sostanza vietata in quanto rende impossibile verificare il risultato oggettivo della gara o dell’esercizio. Da questa constatazione (in filosofia si direbbe <hi rend="italic">ontofenomenologica</hi>) deriva il divieto di assunzione di sostanze dopanti proibite da parte delle autorità sportive, poiché tali sostanze (comprese le procedure atte ad ostacolarne il controllo), accrescono artificiosamente la prestazione e l’efficienza agonistica, diminuendo la fatica e lo sforzo psicofisico, aumentando le capacità dell’atleta sportivo e contravvenendo al principio supremo della <hi rend="italic">lealtà sportiva</hi>. Questo aspetto appare decisivo per evidenziare l’aspetto negativo del doping poiché introduce nel confronto un aspetto sostanziale <hi rend="italic">deviante,</hi> che inficia l’autenticità della prestazione e che falsa il risultato, rendendo impossibile l’attribuzione del risultato personale all’atleta dopato (Ravaglioli 2013). </p><p rend="text" >Con l’uso incontrollato e la diffusione nascosta del doping sportivo si va a perdere lo spirito agonistico e il principio sportivo della reciproca lealtà, fondata sulle uguali condizioni di partenza, in cui gli unici strumenti permessi dovrebbero essere la determinazione e la <hi rend="italic">fatica</hi> dell’allenamento continuo e costante; in cui la stessa dimensione dell’autocontrollo fisico viene costruita nel tempo dell’allenamento e dalla faticosa concentrazione verso l’obiettivo il superamento della prova. Il valore della vittoria inteso come preminente interesse agonistico non può essere alterato o manipolato da sostanze che costituiscono fattori esogeni ‘indebiti’, poiché esclusi dai mezzi leciti permessi a tutti gli altri atleti, per la preparazione e l’esecuzione della sfida sportiva (Porro 2001).</p><p rend="text" >Il doping acquista una dimensione preoccupante, soprattutto per la salute degli atleti, nell’ambito dello sport professionistico, dove intorno all’atleta confluiscono numerosi interessi economici con ricompense sia in denaro, che in termini di beni materiali derivanti da sponsorizzazioni e <hi rend="italic">marketing</hi> commerciale. Questo aspetto economico avrebbe moltiplicato l’interesse verso l’aumento della dimensione ‘prestazionale’ con qualsiasi mezzo o strumento disponibile, purché aumenti la probabilità di raggiungere l’obbiettivo finale della vittoria ‘a tutti i costi’, anche attraverso la frode e il ricorso all’uso illecito di sostanze dopanti (Balistreri 2009).</p><p rend="text" >In questo senso la filosofia dello sport può aiutare a riportare il fenomeno sportivo nell’alveo della sua dimensione semantica dell’<hi rend="italic">otium </hi>e<hi rend="italic"> </hi>del gioco (Suits 1967), del <hi rend="italic">divertissement</hi>, per entrare in quella contrattuale dello sport professionistico in cui lo sport diviene un <hi rend="italic">lavoro</hi>, in cui il <hi rend="italic">negotium</hi> viene regolamentato da numerose discipline privatistiche (contratti sportivi) e pubblicistiche<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-009">3</ref></hi></hi>.</p></div><div><head>2. Filosofie dello sport</head><p rend="text" >Uno degli aspetti della relazionalità ludico sportiva è rappresentato dalla <hi rend="italic">lealtà</hi> del confronto sportivo degli atleti. Nel confronto sportivo si esplica il senso più profondo della competizione sportiva e dell’intera filosofia dello sport (Papineau 2017). Nell’atto di mettere di-fronte, l’uno con l’altro, gli atleti, si attua un <hi rend="italic">riscontro agonistico</hi> che permette una relazionalità profonda, in cui si evidenziano e si riconoscono le differenze (Bertman 2008). Nel confronto si paragona e si distinguono le qualità dell’uno e dell’altro atleta, mettendo i due sullo stesso piano: la disuguaglianza e la diversità nell’uguaglianza delle condizioni. In questo senso nel confronto emergono le differenze e le specificità di ciascun atleta:</p><quote rend="quotation_b" >In linea generale, non solo nelle competizioni sportive, noi ricompensiamo il successo, ossia il risultato, non l’impegno o le capacità, anche se chi ha maggiori capacità generalmente raggiunge migliori risultati. Distribuire secondo il merito molto spesso equivale dunque a distribuire secondo i risultati che possono dipendere dalle migliori doti del soggetto più che dal suo più alto impegno. E talenti naturali non sono un merito ma un’occasione di dotazione (Canguilhem 1998). L’idea che minimizza il merito morale (impegno, lealtà, forza di volontà) e che bada al risultato non può essere assolutizzata: bisogna mantenere un’area in cui valga il merito morale, e mantenga un’importanza non un’etica delle prestazioni ma della fioritura delle capacità umane attraverso l’affinamento delle proprie funzioni fisiche e spirituali (Possenti 2013, 149).</quote><p rend="text" >Nella filosofia ermeneutica dello sport risulta imprescindibile e necessaria la ‘parità delle condizioni di partenza’ degli sportivi e il principio dell’uguaglianza sostanziale, che garantisce le uguali condizioni all’inizio della competizione (Lopez Frias 2016). Il confronto sportivo deve avvenire per differenziare soggetti uguali: questo apparente paradosso serve all’emersione della differenza delle prestazioni degli atleti e questo aspetto costituisce la <hi rend="italic">cifra</hi> finale della competizione sportiva, come estrinsecazione delle capacità corporali e fisiche per attingere ad un livello superiore che travalica la determinazione delle ‘singole volontà di potenza’ di primeggiare (o sopraffare) sull’altro. In questo senso la dimensione corporale potrebbe diventare uno strumento per affermare una volontà di potenza e supremazia sull’altro, come una <hi rend="italic">vis </hi>irrazionale<hi rend="italic"> </hi>della pre-potenza<hi rend="italic">,</hi> affermata da Nietzsche: «Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua ragione. E anche ciò che tu chiami saggezza, chissà a qual fine proprio essa è necessaria al tuo corpo»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-008">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >La filosofia dionisiaca dell’ostentazione della forza del corpo umano, come la dimensione agonale nietzchiana, potrebbe manifestare una modalità di confronto estremo per l’imposizione della sua superiorità, con l’unico obiettivo del ‘soverchiamento’ del più forte per l’ottenimento del risultato e della ‘vittoria’, disponendo l’atleta alla violazione di qualsiasi regola, rispetto della parità delle condizioni tra atleti che eseguono un medesimo esercizio fisico all’interno della stessa disciplina sportiva<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-007">5</ref></hi></hi>. Il significato profondo della filosofia della sport appare simile a tutte le dimensioni del confronto come un concorso in cui tutti partecipano per <hi rend="italic">vincere</hi> (o arrivare in una buona posizione della graduatoria e della classifica finale). Come già osservato in precedenza ci sarebbe un aspetto fondante che distingue lo sport professionistico, (che di fatto diviene un vero e proprio lavoro, contrattualmente definito da un corrispettivo pattuito), dalla dimensione ludico sportiva (Kolers 2018) dell’<hi rend="italic">otium</hi> dove lo sport rimane un ‘gioco’, dal latino <hi rend="italic">iocus,</hi> in origine ‘gioco di parole’, ‘scherzo’, che va collocato in un contesto semantico ed etimologico di ‘lieta beffa’ o come una ‘facezia’, in cui manifestare liberamente le proprie abilità e capacità a fare qualcosa di particolarmente complesso che ad altri risulta difficile compiere, in una modalità unica per forza, ampiezza o per velocità. In Grecia il concetto di <hi rend="italic">otium</hi> corrisponde alla parola greca <hi rend="italic">scholé</hi> (<hi rend="italic">σχολή</hi>), che indica il tempo libero, il tempo dedicato alla riflessione, allo studio e alla contemplazione, in contrasto con <hi rend="italic">negotium</hi> romano che indica un <hi rend="italic">facere</hi>, un’attività o un lavoro dietro corrispettivo economico (Reid 2002; 2011; 2012). In pratica, l’<hi rend="italic">otium</hi> costituisce il tempo ‘libero’ utilizzato per attività disinteressate, come lo studio, la lettura, la meditazione o il semplice godimento della vita, quelli che oggi si chiamerebbero <hi rend="italic">hobbies </hi>(Suits 1978; 1988).</p><p rend="text" >Nel gioco ludico chi vince non guadagna nulla ‘di più’ dell’avversario o del concorrente e il premio ‘è già’ nel mero riconoscimento pubblico della propria bravura (come attribuzione della titolarità dell’esecuzione), permanendo nel gesto dell’impresa sportiva un totale disinteresse, conseguente al risultato, poiché la vittoria si esaurisce e finisce con la fine del gioco e del suo riconoscimento sociale (Marmor 2009). Nella dimensione ludica emerge la vera e autentica essenza dello sport non professionistico: la competizione non serve a primeggiare sull’altro, ma per esaltare le virtù sportive dell’atleta unico protagonista in quel preciso momento e in quella condizione; così lo sport costruisce una relazione interpersonale, sempre mutevole, poiché cambiano le <hi rend="italic">condizioni di abilità</hi> e l’essere ‘più forte’ in quel momento simboleggia proprio la virtù astratta diano-etica contenuta nella filosofia dello sport, come consapevolezza del proprio essere. Le virtù morali dianoetiche riguardano propriamente la <hi rend="italic">noesis</hi>, l’intuizione intellettuale del filosofo. Tra le virtù dianoetiche, quella dotata di maggiore rilievo per Aristotele è la <hi rend="italic">phrònesis</hi>, la saggezza (o <hi rend="italic">prudentia</hi>), in quanto chi la possiede sa deliberare in modo giusto, con equilibrio, armonia, mente, giusto mezzo, svolgendo un ruolo determinante anche per la comunità (Isidori 2011).</p><p rend="text" >Inoltre, il valore etico dello sport diviene <hi rend="italic">pratico</hi> proprio nella competizione leale e onesta, come un riflesso della ‘verità’ della prestazione sportiva, intesa come <hi rend="italic">aletheia,</hi> come disvelamento della competizione interpersonale e essere più bravi significa superare gli altri tirando fuori il meglio di sé per donarlo gratuitamente: <hi rend="italic">il fine ultimo della competizione sportiva è il dono</hi>. Lo scopo della prestazione sportiva non serve solo per <hi rend="italic">vincere</hi> sull’altro, ma per di-mostrare una superiorità simbolica (realizzando un’impresa sportiva) attraverso le proprie capacità e virtù che si manifestano in quel momento in quella disciplina, con una maggiore capacità di esternazione del proprio talento. La bravura sportiva diviene in questo contesto un riflesso indiretto e simbolico della dirittura morale sociale (Lo Verde 2014). La correttezza morale sportiva diviene quindi un requisito assoluto e necessario, poiché costituisce il presupposto per l’emersione dei valori atletici autentici, esteriorizzati sul campo di gioco e resi pubblici nella manifestazione e nel confronto sportivo che acquista un relativo valore etico-sociale, assurgendo a modello di riferimento generale per il confronto migliore nei rapporti interpersonali, con la necessaria correttezza e trasparenza (Grion 2015).</p><p rend="text" >Per tali motivi uno degli aspetti fondamentali dello sport in senso ludico rimane la gratuità del gesto sportivo, come un <hi rend="italic">dono</hi> senza ricompensa o corrispettivo, costituito dal riconoscimento pubblico della capacità del ‘gesto’ migliore, che non ha di per sé un valore patrimoniale o patrimoniabilizzabile (Walsh e Giulianotti 2007). In questo senso l’essenza dello sport di per sé costituisce un bene immateriale, poiché rappresenta un’attività di manifestazione della grazia del movimento e dell’ottenimento di un risultato immateriale attraverso un gesto esteriore. Perciò la gratuità del gesto sportivo sarebbe costituita dalla mancanza di guadagno o vantaggio economico e configura la filosofia dello sport come filosofia del dono. Il gesto sportivo (come la prestazione sportiva e agonistica), quando non ha una natura professionale, contiene in sé un elemento caratteristico e intrinseco della gratuità del dono: l’essenziale <hi rend="italic">inutilità</hi>, che si manifesta nel disinteresse completo per le conseguenze dell’esito della prestazione sportiva. In questa dimensione donativa il gesto sportivo come dono di sé e delle proprie capacità psicomotorie diviene un atto <hi rend="italic">aletico</hi> puro, fine a sé stesso, assoluto (D’Agostino 2019). La vittoria diventa l’occasione per manifestare pubblicamente le capacità dell’atleta (che simboleggia quelle dell’uomo giusto), che si impegna e fatica per compiere un gesto atletico <hi rend="italic">perfetto</hi>, migliore degli altri e che manifesta l’ideale di armonia tra corpo e mente, caro ad una società tendente all’equilibrio delle forme e delle relazioni (Gregorini 2010).</p></div><div><head>3. La questione bioetica del doping</head><p rend="text" >La questione bioetica del doping si inserisce come un ostacolo insormontabile per quella filosofia dello sport fondata sull’onestà e la ‘pulizia’ morale (Isidori 2012). Nel caso del doping uno dei primi aspetti che emerge sarebbe la difficoltà tecnica di una sua definizione per indicare con precisione il tipo di sostanze che migliorano artificialmente le prestazioni alterando fraudolentemente il risultato. Questo aspetto scientifico appare molto problematico sul lato definitorio per la modificazione continua del progresso del settore biomedicale e la ricerca che scopre sempre nuove sostanze dopanti, con nuove formule chimico-farmaceutiche con i relativi metodi di ‘nascondimento’, attraverso procedure innovative. Per tale motivo seguendo il criterio della precauzione e l’approccio aristotelico razionale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-006">6</ref></hi></hi>, la conoscenza tecnica anche in questo campo pratico sarebbe una questione di <hi rend="italic">prudenza</hi>, il cui modo di procedere consiste nel riflettere e approfondire la reale efficacia e mutazione di queste sostanze per individuare e inserirle tra quelle dopanti in base ai loro effetti (Parere CNB 2010).</p><p rend="text" >Per quanto concerne la tutela biogiuridica che si innesca con la regolamentazione dei divieti dell’uso del doping, questa avrebbe un duplice aspetto. Da un lato si deve garantire il bene comune della correttezza della gara e del confronto tra pari, dall’altro si deve garantire il bene ‘salute’ e l’integrità psicofisica dell’atleta. Il doping non sarebbe solo un aiuto artificiale, ma anche una alterazione del normale funzionamento del corpo umano dell’atleta attraverso il suo potenziamento umano (Palazzani 2015).</p><p rend="text" >Ciò significa che ci sono alcuni rischi collaterali per la salute degli atleti collegati all’uso di sostanze dopanti: rischi di patologie gravi anche dopo molti anni che si è cessata l’attività agonistica con conseguenze dannose e pericolose per le condizioni psicofisiche dell’atleta. Il doping, oltre a danneggiare il valore dell’educazione allo sport come benessere sociale e individuale, introduce elementi che violano la dimensione civica dello sport come valore sociale (Vincenti 2009).</p><p rend="text" >Per questo motivo la semantica del doping rimanda ad un’idea di <hi rend="italic">sporcizia</hi>, mentre l’assenza del doping rimanda all’idea di uno sport <hi rend="italic">pulito</hi>. Quando si inserisce l’uso di sostanze dopanti nell’organismo dello sportivo viene rilevata la presenza di sostanze vietate e/o proibite, assunte con l’intento di modificare in maniera artificiosa la <hi rend="italic">performance</hi> agonistica e quindi di ledere l’integrità della gara o della prova (Ilundáin-Agurruza 2016<hi rend="CharOverride-2">).</hi></p><p rend="text" >L’assunzione di sostanze vietate che manipolano il risultato costituisce un fallimento per la prevenzione e per questo motivo l’educazione sportiva costituisce una <hi rend="italic">paideia</hi> civile, poiché insegna il rispetto delle regole e dei limiti, delle capacità dell’avversario, dell’accettazione dei propri limiti, il sacrificio e l’allenamento continuo, come ricorda Platone (<hi rend="italic">Repubblica</hi>, III, 403 c-d): «Bisogna dunque che anche con questa siano accuratamente allevati per tutta la vita, cominciando fin da bambini»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-005">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Sotto questo profilo la questione del doping rimane sempre aperta poiché il doping costituisce una violazione delle regole di partenza della competizione sportiva: soggetti uguali che si dovrebbero confrontare per far emergere le loro differenze, si ritrovano in una condizione di vantaggio grazie allo sfruttamento delle proprietà delle sostanze dopanti. Questa <hi rend="italic">alterazione</hi> psico-fisica artificiale riguarda il doping sportivo, oltre al doping cognitivo in altri settori e discipline, e per comprendere la sua <hi rend="italic">portata distruttiva</hi> appare necessario partire dal concetto di indebito potenziamento umano come ricorda Palazzani (2014, 179):</p><quote rend="quotation_b" >Un ulteriore elemento di criticità del potenziamento cognitivo, analogamente al doping nello sport, consiste nella ingiustizia, intesa come alterazione della simmetria della competizione. Anche nella misura in cui l’uso di tali sostanze fosse considerato sicuro per la salute ed efficace per il rendimento, oltre che non lesivo della autenticità individuale, dovrebbe essere regolato per assicurare l’equità sociale. Del resto la ragione che spinge all’assunzioni di tali farmaci e all’aumento delle performances è inevitabilmente competitiva: difficile pensare, o comunque sarebbe rara, la condizione di chi potenzia l’intelligenza per fini personali o per migliorare la cooperazione sociale.</quote><p rend="text" >Per tali motivi, un ulteriore elemento di criticità del potenziamento del doping nello sport consiste nella sua intrinseca ‘ingiustizia’ sportiva, intesa come l’alterazione della simmetria relazionale della competizione in una visione perfezionista (Sandel 2007). Anche se l’uso di tali sostanze fosse considerato sicuro per la salute degli atleti ed efficace per il rendimento, dovrebbero essere comunque regolate per assicurare l’<hi rend="italic">equità sociale</hi> della competizione. </p></div><div><head>4. Linee di filosofia del doping</head><p rend="text" >Il valore pubblico della competizione sportiva prevede l’assoluta <hi rend="italic">correttezza</hi> del confronto sportivo e la ragione che spinge all’assunzioni di tali farmaci e all’aumento delle <hi rend="italic">performances</hi> rimane inevitabilmente competitiva (Savulescu 2004). Per esaminare le motivazioni, le giustificazioni e le implicazioni dell’uso di sostanze che migliorano le prestazioni e l’uso di questi<hi rend="italic"> PEDs performance-enhancing drugs </hi>(Kayser, Mauron e Miah 2005; Kayser 2015), appare necessario comprendere le cause e le motivazioni profonde di questi tentativi di ottenere un indebito vantaggio <hi rend="italic">sleale</hi> sugli avversari (Savulescu 2011). Dal punto di vista filosofico, si potrebbe esaminare anche la posizione <hi rend="italic">ad contra </hi>non proibizionista e argomentare se questo vantaggio sia davvero irregolare o se il doping potrebbe essere permesso quando diventasse accessibile a tutti i partecipanti alla gara sportiva; ma questa posizione paradossale e ‘liberazionista’ (<hi rend="italic">vs</hi>. quella proibizionista) costituirebbe un elemento di continua contraddizione e impedirebbe di fatto ogni accertamento sulla legalità delle uguali posizioni di partenza nelle gare sportive, poiché le sostanze dopanti sono in continua evoluzione e l’innovazione andrebbe a costituire uno scarto sempre presente tra chi fa uso di sostanze più ‘potenti e sofisticate’ per alterare il risultato della competizione sportiva e falserebbe tutti i risultati delle prestazioni sportive, impedendo un controllo sulla loro veridicità e andando a falsare il dato del gioco, della partita o della prova sportiva. <hi rend="italic">Il doping costituisce in questo senso la negazione dell’essenza dello sport</hi>;<hi rend="italic"> </hi>inoltre<hi rend="italic"> </hi>per tali motivi anche sul piano dell’autonomia individuale dell’atleta e della libertà personale gli atleti usando sostanze per migliorare le loro prestazioni, potrebbero creare un danno permanente o ad esito infausto per la loro salute (Abad 2010). In questa prospettiva garantista il modello attuale, fondato sull’aggiornamento costante della lista delle sostanze dopanti proibite, costituisce un valido strumento di prevenzione e dissuasione efficace per evitare che il fenomeno doping divenga fuori controllo o possa dilagare a danno degli stessi atleti oltre che della correttezza (<hi rend="italic">fair play</hi>) e della validità delle gare dello stesso gioco che ne sta alla base e al fondamento (Simon 2010; Butcher 1998). In questo senso il doping va certamente inserito in una questione bioetica fondamentale che riguarda il diritto-dovere alla salute personale dell’atleta che partecipa alla gara e alla sicurezza sua e dell’intera organizzazione delle competizioni sportive. Il doping può comportare gravi rischi per la salute e per questo motivo la <hi rend="italic">filosofia dell’anti-doping</hi> (Nouvel e Missa 2011) include il dibattito su quanto sia etico e doveroso garantire una giustificazione forte ai divieti dell’uso di sostanze dopanti per proibire pratiche che potrebbero danneggiare gli atleti, attraverso un’attenta gestione del rischio (<hi rend="italic">risk value</hi>) e l’applicazione del principio di precauzione (CNB 2010).</p><p rend="text" >La parità di condizioni alla partenza della gara (da distinguere dal mero principio di uguaglianza formale) risulterebbe fondamentale per garantire la correttezza del risultato del gioco. Le variabili sull’allenamento, le condizioni fisiche naturali diverse, la preparazione psico-fisica costituiscono forme di disuguaglianza che non si risolvono liberalizzando il doping e rafforzando l’accesso alla disuguaglianza artificialmente determinata dai principi attivi contenuti nelle sostanze dopanti (Kornbeck 2013).</p></div><div><head>5. Le definizioni del doping</head><p rend="text" >Il fenomeno doping contempla l’utilizzo di sostanze artificiali (anche gli integratori naturali o alimentari possono essere dopanti) per superare i limiti naturali del corpo umano (Isidori 2014).</p><p rend="text" >Il doping può essere definito come una delle sette tipologie di potenziamento, insieme alla chirurgia estetica, divieto di selezione eugenetica, <hi rend="italic">smart drugs, deep brain strimulation</hi>, potenziamento militare e potenziamento biologico (Tamburrini 2005).</p><p rend="text" >In questa di definizione di doping come tecnica di potenziamento (<hi rend="italic">enhancement</hi>), grazie alla quale, attraverso la somministrazione di sostanze o particolari metodi, vengono alterate in maniera artificiale le condizioni fisiche e/o biologiche dell’atleta (Douglas 2007), si inserisce la questione farmacologica in quanto essenzialmente il doping si prevede l’uso di farmaci o sostanze farmacologicamente attive per incrementare le prestazioni sportive di un atleta (Bonte e Sterckx 2013).</p><p rend="text" >Da questo punto di vista il doping indica sempre delle fattispecie che implicano l’adozione di pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche, idonee a modificare le condizioni del fisico sempre col fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti.</p><p rend="text" >Tra le questioni che più preoccupano coloro che riflettono criticamente sull’etica sportiva nella prospettiva medica, la questione principale del doping riguarda l’analisi bioetica sull’uso di tali sostanze vietate e i metodi per il miglioramento delle prestazioni (Rizzo 2006). La <hi rend="italic">quæstio</hi> bioetica fondamentale che riguarda le uguali condizioni di partenza pre-gara concerne la dimensione dello statuto della corporeità e dell’identità corporale, a cominciare della differenza di genere (Young 1979) e della disuguaglianza ontologica delle capacità di ogni corpo umano in base alle sue caratteristiche biologiche naturali (Boxill 2003).</p><p rend="text" >Se, come osservato, la legge 276 del 2000<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-004">8</ref></hi></hi>, l’articolo 1, comma 1, identifica la condotta illecita in quelle attività idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti, dall’altro, lo stesso articolo, nel suo <hi rend="italic">incipit</hi>, identifica quelle condotte nell’assunzione e somministrazione delle sostanze dopanti. Sono molteplici i soggetti coinvolti, spesso coordinati da operatori sanitari che dovrebbero conoscere l’azione dopante dei farmaci prescritti. In alcuni casi l’atleta rimane vittima di questi operatori sanitari che gli prescrivono sostanze dopanti a sua insaputa; perciò, deve essere ogni volta verificato e accertato se la condotta penalmente sanzionabile sia caratterizzata dal c.d. dolo specifico. Infatti solo quelle condotte aventi lo scopo di migliorare il risultato della prestazione agonistica ricadono nella zona di antigiuridicità prevista dalle norme, dove si confondono esigenze terapeutiche, sostanze per soli fini curativi e altre idonee ad alterare, migliorandola, la prestazione sportiva (Guttmann 1978). </p><p rend="text" >Il riferimento ai principi etici ed ai valori educativi della filosofia dello sport mette in evidenza la potenziale <hi rend="italic">plurioffensività</hi> della condotta dopante che viola, contemporaneamente, la salute individuale dell’atleta e minaccia la correttezza delle manifestazioni sportive coinvolgendo numerosi operatori del settore privato e pubblico e creando un sistema oscuro che approfitta delle maglie normative per ricercare nuove sostanze dopanti che sfuggono al controllo o alle analisi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-003">9</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Quindi per la definizione di doping nell’ordinamento sportivo secondo il Codice Sportivo Antidoping di NADO Italia (CSA) in vigore dall’11 febbraio 2025 in applicazione del Codice Mondiale Antidoping (Codice WADA) e dei relativi Standard internazionali, è indicata dell’art. 1 la definizione di doping: «Per doping si intende la violazione di una o più norme contenute negli articoli dal 2.1 al 2.11. Altre violazioni delle NSA sono stabilite all’articolo 3». In particolare sono vietate la presenza di una sostanza vietata o dei suoi metaboliti o <hi rend="italic">marker</hi> nel campione biologico dell’atleta; un uso o tentato uso di una sostanza vietata o di un metodo proibito da parte di un atleta; i comportamenti di eludere, rifiutarsi od omettere di sottoporsi al prelievo dei campioni biologici; mancata reperibilità; la manomissione o tentata manomissione in relazione a qualsiasi fase dei controlli antidoping; il possesso di sostanze vietate e metodi proibiti; il traffico illegale o tentato traffico di sostanze vietate o metodi proibiti; la somministrazione o la tentata somministrazione ad un atleta durante le competizioni, di un qualsiasi metodo proibito o sostanza vietata, oppure la somministrazione o la tentata somministrazione ad un atleta, fuori competizione, di un metodo proibito o di una sostanza vietata che siano proibiti fuori competizione; infine il fornire assistenza, incoraggiamento e aiuto, o istigare, dissimulare o assicurare ogni altro tipo di complicità intenzionale in riferimento a una qualsiasi violazione o tentata violazione delle NSA. </p></div><div><head>6. L’antidoping e la prevenzione</head><p rend="text" >Oltre il dettato normativo appare necessario evidenziare i vari tipi di doping utilizzati in particolari periodi della stagione agonistica: periodo pre-gara, durante la preparazione per tentare di aumentare le masse muscolari e la forza fisica o la resistenza, come gli steroidi e l’Epo; durante la gara, per ridurre il senso di fatica o per stimolare il sistema nervoso centrale o, in alcuni sport, per ridurre il livello di ansia come le amfetamine, amine simpaticomimetiche, tranquillanti, beta bloccanti e altri o ancora per tentare di aumentare il trasporto di ossigeno e quindi ridurre il senso di fatica, ad esempio con l’emotrasfusione. Dopo la gara servono per riacquistare il più velocemente possibile le energie (si pensi alle corse a tappe del ciclismo).</p><p rend="text" >Attraverso il <hi rend="italic">World antidoping code </hi>redatto dalla <hi rend="italic">World Anti-Doping Agency</hi> (WADA), una fondazione del Comitato Olimpico Internazionale (CIO) nel 1999 a Losanna prepara una lista di sostanze aggiornate che devono essere proibite agli atleti sia nel corso degli allenamenti che prima, durante e dopo la gara. Questa lista viene periodicamente approvata da tutte le Nazioni che hanno istituito leggi specifiche per promuovere la lotta al doping (Kayser 2018). </p><p rend="text" >Le classi di sostanze bandite dal CIO sono gli stimolanti, gli analgesici narcotici, beta bloccanti, diuretici, agenti anabolizzanti, ormoni peptidici e analoghi, sostanze che possono alterare l’integrità delle analisi delle urine (Holm 2007).</p><p rend="text" >Sul piano nazionale un’altra fonte di interesse per lo sport italiano riguarda proprio il rapporto medico paziente-atleta laddove nel <hi rend="italic">Codice Deontologia Medica</hi>, Capo III, art. 92 intitolato «Uso sostanze dopanti» si afferma che:</p><quote rend="quotation_b" >Il medico non deve utilizzare trattamenti farmacologici o di altra natura che possano influenzare artificialmente le prestazioni di un atleta, soprattutto qualora tali interventi agiscano direttamente o indirettamente modificando il naturale equilibrio psico-fisico del soggetto. </quote><p rend="text" >Il medico di fiducia dell’atleta o l’<hi rend="italic">equipe</hi> degli operatori sanitari non possono né consigliare o prescrivere trattamenti di ‘doping’ e grande attenzione deve essere rivolta alle altre terapie mediche. Sotto il profilo ‘fenomenologico’ i metodi delle sostanze dopanti possono consistere essenzialmente in una manipolazione farmacologica, chimica o fisica attraverso un doping ematico o con sostanze soggette a restrizioni come alcool, cannabinoidi, anestetici locali, beta-bloccanti, corticosteroidi (art. 4 d.l. 31 maggio 2024 n. 71 e la già citata legge n. 376 del 2000). </p><p rend="text" >Sul piano dei controlli nazionali è istituita presso il Ministero della Sanità una Commissione per la Vigilanza ed il Controllo sul doping per la tutela della salute nelle attività sportive, che predispone le classi di farmaci e procede alla revisione delle stesse; determina, in conformità con il CIO, i casi, i criteri e le metodologie dei controlli antidoping; individua le competizioni e le attività sportive da sottoporre a controllo. Inoltre promuove campagne di informazione per la tutela della salute nelle attività sportive e di prevenzione del doping ed effettua i controlli antidoping e quelli di tutela della salute in gara e fuori gara. Predispone i programmi di ricerca sui farmaci, sostanze e pratiche mediche utilizzabili ai fini del doping nello sport; individua le forme di collaborazione con il SSN in materia di controlli antidoping e infine mantiene rapporti operativi con l’Unione europea e con gli organismi internazionali, garantendo la partecipazione a programmi di intervento antidoping (Kayser 2017). Altra categoria di sostanze dopanti sono gli steroidi anabolizzanti, particolarmente pericolosi per la salute dell’atleta poiché possono produrre danni epatici, colestasiepatite, tumori benigni e maligni, oltre a predisporre a danni cardiovascolari, cardiomiopatia, infarto miocardico acuto, patologie cerebrovascolari e embolia polmonare: oltre alla famosa creatina, l’ormone della crescita e eritropoietina o Epo, infine, ci sono i numerosi danni psichici collaterali o conseguenti all’uso delle sostanze dopanti. Indicatori di una possibile assunzione di sostanze dopanti sono rappresentati dai valori di laboratorio ‘sospetti’, come l’aumento dei globuli rossi e l’aumento dell’ematocrito che possono avere conseguenze gravi: possono portare a danni cerebrovascolari, infarto del miocardio e alla morte improvvisa. Per procedere ai controlli sono state costituite diverse organizzazioni nazionali e internazionali come l’<hi rend="italic">Organizzazione Nazionale Antidoping</hi> (NADO)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-002">10</ref></hi></hi> che è l’ente designato da ciascun paese in ordine all’adozione e all’attuazione delle norme antidoping, alla pianificazione e conduzione dei prelievi dei campioni, alla gestione dei risultati delle analisi ed allo svolgimento delle udienze, in ambito nazionale. La Nado Italia è diretta da un Presidente ed è composta da vari Organismi operativi e di giustizia. A livello nazionale, fonti di diritto sportivo sono le «norme sportive antidoping» (NSA), il documento tecnico-attuativo italiano del Codice Mondiale Antidoping e dei relativi Standard Internazionali; inoltre rilevante è l’attività del Comitato Controlli Antidoping (CCA), organismo indipendente, che provvede alla pianificazione ed organizzazione dei controlli antidoping, in competizione e fuori competizione, oltre all’elaborazione, all’aggiornamento e alla gestione dell’RTP Nazionale fissandone i criteri di inclusione degli atleti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-001">11</ref></hi></hi>; il Comitato Esenzione ai Fini Terapeutici (CEFT), organismo indipendente, che provvede all’attuazione delle procedure inerenti le richieste di esenzione ai fini terapeutici; infine la Procura Nazionale Antidoping (PNA), organismo indipendente che provvede alla gestione dei risultati nonché a compiere, in via esclusiva, tutti gli atti necessari all’accertamento delle violazioni delle NSA da parte dei soggetti sui quali la NADO Italia ha la giurisdizione, inviando rapporti all’Autorità giudiziaria e comunicando alle Procure della Repubblica competenti le violazioni delle NSA contestate di interesse, ai sensi e per gli effetti del vigente quadro normativo di riferimento. Altro organismo indipendente di giustizia è il Tribunale Nazionale Antidoping (TNA), articolato in due Sezioni, che decide, in via esclusiva, in materia di violazioni della normativa antidoping: le sezioni sono indipendenti e composte da collegi giudicanti distinti a livello internazionale. Inoltre a livello internazionale è costituito il TAS, il <hi rend="italic">Tribunale arbitrale internazionale dello sport</hi>, un organismo giudiziario con sede a Losanna, in Svizzera, che riceve i ricorsi dell’Agenzia Mondiale Antidoping. Nel corso degli ultimi decenni, il TAS ha sviluppato un ruolo fondamentale quale autorità indipendente specializzata nel decidere dispute internazionali in ambito sportivo: in principio, i lodi del Tribunale Arbitrale Sportivo sono unicamente impugnabili davanti al Tribunale Federale svizzero, ciò che facilita una certa uniformità procedurale e sicurezza del diritto (Valori 2016). Alla luce della giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, gli Stati membri della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo godono di un margine di apprezzamento considerevole nello stabilire quali censure possono essere sollevate contro un lodo arbitrale, per trovare un equilibrio tra gli interessi di attrattività ed efficacia dell’arbitrato internazionale e quelli del controllo necessario per garantire la sicurezza del diritto e l’amministrazione della giustizia; da ciò ne risulta una procedura di ricorso in cui i lodi del Tribunale Arbitrale Sportivo sono soggetti a esigenze in termini di ammissibilità restrittive e a un potere di esame limitato del lodo, per controllare e garantire che il TAS si attenga a principi legali fondamentali nell’ambito del suo processo decisionale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-000">12</ref></hi></hi>.</p></div><div><head>7. Per una bioetica dello sport senza doping</head><p rend="text" >La questione del doping nello sport può rilevare sia come problema biogiuridico di produzione normativa ‘difensiva’ per contrastare il fenomeno e, su un piano diverso, può essere considerato un problema bioetico per prevenire lo scorretto uso di sostanze proibite che alterano in modo fraudolento la veridicità della prestazione e della gara. Nel primo ambito possiamo inserire anche lo statuto epistemologico del doping come attività dedicata e finalizzata a determinare l’aggiornamento di tutte quelle sostanze tese ad aumentare la prestazione per ottenere il risultato e la vittoria con modalità illecite. Le costanti azioni atte a frodare i risultati e l’analisi dei nuovi farmaci vanno sottoposti alla valutazione necessaria e continua in base all’effetto che producono sull’atleta dopato e su quanto questo possa alterare e falsare la prestazione sulla base del principio bioetico <hi rend="italic">doping is cheating</hi>, che significa ‘barare’ sui principi fondamentali dello sport (Hargreaves 1986). </p><p rend="text" >Certamente ogni sportivo e ogni atleta appare diverso per caratteristiche fisiche, patrimonio genetico, capacità, specificità, doti psico-fisiche, ma il significato dello sport come attività umana di confronto sulla base di regole del gioco predefinite, non può tollerare mezzi ‘sporchi’ o nascosti, che impediscono una valutazione <hi rend="italic">trasparente</hi> e <hi rend="italic">oggettiva</hi> della prestazione e del risultato. Perciò l’unica attività preparatoria ammessa nello sport è l’<hi rend="italic">achievement, </hi>con un risultato ottenuto attraverso il duro allenamento per la preparazione alla gara, alla competizione alla partita, attraverso la sola fatica e il sacrificio personale, l’impegno e la volontà individuale e con il lavoro di ripetizione dell’esercizio psico fisico con dedizione, serietà e <hi rend="italic">costanza</hi> (Palazzani 2015). Gli stessi Giochi olimpici, secondo Coubertin contribuirono proprio a ricollegare l’euritmia ellenica un tempo perduta ai tempi moderni, in cui si ritrova l’armonia originale dell’anima e del corpo, con i suoi elementi fondamentali: fede, volontà e ragione (Jacomuzzi 1976). Queste dimensioni spirituali dell’umano possono essere colte attraverso lo sport nelle sue innumerevoli forme (Kanin 1981); per Coubertin lo sport come campo specifico dell’attività umana non sarebbe solo un prodotto della cultura, ma anche delle tendenze naturali e innate dell’uomo verso la bellezza estetica del gesto atletico come esempio e modello di confronto sociale (Best 1974). In questo senso la filosofia dello sport si inserisce a pieno nella filosofia sociale non solo in senso descrittivo, ma soprattutto <hi rend="italic">promozionale</hi> e <hi rend="italic">sostanziale</hi>. Lo sport aiuta la società a creare legami sociali solidi e relazionali, rinsaldando l’unione e le dinamiche sociali di rispetto delle regole (Kanin 1981). Lo stesso olimpismo sportivo diviene una forma di umanesimo ‘visionario’ o utopistico, che non crea utopie irrealizzabili la pratica sportiva diviene normale estrinsecazione della personalità sociale come si ricorda all’articolo 33 della Costituzione, al quale è stato aggiunto il comma: «La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme». </p><p rend="text" >Lo sport permette il riscatto sociale e la premialità fondata sul merito, è multiculturale, inclusivo e pluralista, per cui costituisce un modello di «democrazia partecipativa», dove le gerarchie si modificano continuamente attraverso i risultati (Sabl 2008). Da questo punto di vista l’olimpismo sportivo (Lomabardo 1988) rappresenta una testimonianza democratica di un modello sociale ‘aperto’, in cui tutti gli atleti in base alla propria condizione e valore possono partecipare ed arrivare a raggiungere i risultati più ambiziosi senza discriminazioni o limitazioni (Brackett 2017).</p><p rend="text" >Lo sport costituisce una leva per una società democratica che si dovrebbe ispirare proprio ai valori sportivi della competizione sana e corretta, in cui tutti rispettano le stesse regole e accettano la sconfitta o il risultato dell’avversario, senza trasgredire o rompere il patto di onestà e correttezza per uno sport ‘pulito’, rispettoso della dimensione della corporeità e capace di portare valori di pace e rispetto (Bagnasco 2021; Papisca 1986).</p></div><div><head>Bibliografia</head><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Abad, Diana. 2010. “Sportsmanship.” </hi><hi rend="italic">Sport,</hi><hi> </hi><hi rend="italic">Ethics and Philosophy</hi><hi> 4(1): 27-41.</hi></p><p rend="bib_indx_bib" ><hi>Aledda, Aldo. 2002. </hi><hi rend="italic">Sport. 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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-011-backlink">1</ref></hi>	Fu Padre Didon l’inventore del motto olimpico, una figura che affiancò il barone De Coubertin nella costituzione del Movimento Olimpico moderno offrendo un contributo importante nella costruzione del modello valoriale dello sport, basato sulle virtù e sull’intenzionalità educativa e sociale. Si veda Teja, Angela. 2014. <hi rend="italic">Padre Henri Didon. Un domenicano alle radici dell’olimpismo</hi>, Roma: Editrice AVE.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-010-backlink">2</ref></hi>	Il termine inglese ‘Sport’ (apparso nel 1532) significava ‘divertimento’, come un’abbreviazione dal francese antico della voce ‘desport’, da cui derivano lo spagnolo ‘deporte’ e l’italiano ‘diporto’ (svago, divertimento, ricreazione); dal latino <hi rend="italic">divertĕre</hi>, ‘volgere altrove’, composto da dis e <hi rend="italic">vertĕre</hi>, volgere.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-009-backlink">3</ref></hi>	Dal 1971 il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) ha reso noto un elenco di sostanze considerate proibite e viene annualmente aggiornato (Kayser <hi rend="italic">et al.</hi>, 2005). I responsabili della sanità all’ONU per combattere la diffusione del doping hanno stilato un codice medico con una classificazione che viene annualmente aggiornata. La «Dichiarazione di Losanna» della Conferenza mondiale sul doping nello sport nel febbraio del 1999 è un passo importante per garantire una collaborazione fra diverse Istituzioni come Comunità europea, Coni nazionali, Federazioni sportive e gli stessi Governi; essa prevede inoltre, dei controlli sugli atleti e delle sanzioni a tutti coloro che dovrebbero contribuire al ripristino di uno «sport leale» a rinnovamento di quei valori che hanno ispirato il barone Pierre De Coubertain, padre dei Giochi Olimpici moderni (De Coubertin 2003).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-008-backlink">4</ref></hi>	Nietzsche, Friedrich, <hi rend="italic">Frammenti postumi 1882-1884</hi>, parte I, fr. 4. 240: 163. Continua (fr. 36. 8: 230): «Come dai tempi più antichi l’uomo vive in una profonda ignoranza sul suo corpo, accontentandosi di alcune formule per ragguagliare se stesso sul suo stato di salute, così è anche per i giudizi sul valore degli uomini e delle loro azioni: ci si attiene a se stessi, secondo alcuni segni esteriori e secondari, e non si ha nessun senso di quanto profondamente sconosciuti ed estranei noi siamo a noi stessi. «Nietzsche aveva una filosofia del corpo <hi rend="italic">vs</hi>. lo “spirito”, quasi una filosofia della carne, in cui la densità e la gravità del peso del corpo segue la ragione che ne dissimula la guida e il valore. In questo senso il corpo precede la ragione che ne diviene strumento di giustificazione, argomentazione e fondazione della decisione volontaria: «È essenziale muovere dal corpo, e utilizzarlo come filo conduttore. Esso è il fenomeno molto più ricco che consente un’osservazione più precisa. Il credere nel corpo è fondato meglio del credere nello spirito» (fr. 40. 15: 321).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-007-backlink">5</ref></hi>	Cfr. Nietzsche, Friedrich. 1991. “Agone omerico.” (1872) In <hi rend="italic">La filosofia nell’epoca tragica dei greci e scritti 1870-1873</hi>, traduzione italiana di Giorgio Colli: 118-23. Milano: Adelphi. Si veda anche “Il viandante e la sua ombra.” 31, in <hi rend="italic">Umano troppo umano</hi> II, o il frammento di Eraclito (Diels-Kranz), fr. 121.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-006-backlink">6</ref></hi>	Cfr. Aristotele. 2002. <hi rend="italic">Politica</hi>, a cura di Carlo Augusto Viano. Milano: Bur.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-005-backlink">7</ref></hi>	Platone. 2006. <hi rend="italic">Repubblica</hi>, a cura di Mario Vegetti. Milano: Bur, 493.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-004-backlink">8</ref></hi>	Sotto il profilo giuridico-positivo la definizione di doping che si può desumere dalla legge 14 dicembre 2000, n. 376 (art. 1) è la seguente: «Costituiscono doping la somministrazione o l’assunzione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l’adozione o la sottoposizione a pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psichiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti.”</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-003-backlink">9</ref></hi>	Il rimando penalistico va al Codice penale, titolo dodicesimo, <hi rend="italic">Dei delitti contro la persona</hi>, Capo I e all’art. 586-<hi rend="italic">bis</hi>., rubricato «Utilizzo o somministrazione di farmaci o di altre sostanze al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti»: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni e con la multa da euro 2.582 a euro 51.645 chiunque procura ad altri, somministra, assume o favorisce comunque l’utilizzo di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive, ricompresi nelle classi previste dalla legge, che non siano giustificati da condizioni patologiche e siano idonei a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo, al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti, ovvero siano diretti a modificare i risultati dei controlli sull’uso di tali farmaci o sostanze. La pena di cui al primo comma si applica, salvo che il fatto costituisca più grave reato, a chi adotta o si sottopone alle pratiche mediche ricomprese nelle classi previste dalla legge non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo, al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti ovvero dirette a modificare i risultati dei controlli sul ricorso a tali pratiche. La pena di cui al primo e secondo comma è aumentata: a) se dal fatto deriva un danno per la salute; b) se il fatto è commesso nei confronti di un minorenne; c) se il fatto è commesso da un componente o da un dipendente del Comitato olimpico nazionale italiano ovvero di una federazione sportiva nazionale, di una società, di un’associazione o di un ente riconosciuti dal Comitato olimpico nazionale italiano. Se il fatto è commesso da chi esercita una professione sanitaria, alla condanna consegue l’interdizione temporanea dall’esercizio della professione. Nel caso previsto dal terzo comma, lettera c), alla condanna consegue l’interdizione permanente dagli uffici direttivi del Comitato olimpico nazionale italiano, delle federazioni sportive nazionali, società, associazioni ed enti di promozione riconosciuti dal Comitato olimpico nazionale italiano. Con la sentenza di condanna è sempre ordinata la confisca dei farmaci, delle sostanze farmaceutiche e delle altre cose servite o destinate a commettere il reato. Chiunque commercia i farmaci e le sostanze farmacologicamente o biologicamente attive ricompresi nelle classi indicate dalla legge, che siano idonei a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo, al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti ovvero idonei a modificare i risultati dei controlli sull’uso di tali farmaci o sostanze, attraverso canali diversi dalle farmacie aperte al pubblico, dalle farmacie ospedaliere, dai dispensari aperti al pubblico e dalle altre strutture che detengono farmaci direttamente destinati alla utilizzazione sul paziente, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da euro 5.164 a euro 77.468.”</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-002-backlink">10</ref></hi>	La NADO Italia è stata istituita con legge 26 novembre 2007, n. 230, di ratifica della Convenzione internazionale contro il doping nello sport adottata dalla Conferenza Generale dell’UNESCO, in conformità al Codice WADA, di cui NADO Italia è firmataria, con l’obiettivo di agire come Organizzazione Nazionale Antidoping in Italia. L’attività di NADO Italia, svolta in condizioni di piena autonomia e indipendenza, è sottoposta a puntuale vigilanza e verifica da parte della WADA.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-001-backlink">11</ref></hi>	La RTP (<hi rend="italic">Registered Testing Pool</hi>) nazionale è la lista degli Atleti che soddisfano i criteri di inclusione definiti dal CONI-NADO (visionabili sul sito <ref target="http://www.coni.it">www.coni.it</ref>, Sezione Antidoping).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-000-backlink">12</ref></hi>	Per l’analisi delle procedure di ricorso davanti al Tribunale Federale contro un lodo del Tribunale Arbitrale Sportivo alla luce della giurisprudenza federale più recente si può vedere: <ref target="https://www.tas-cas.org/en/general-information/index/">https://www.tas-cas.org/en/general-information/index/</ref></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Francesco Zini, University of Siena, Italy, <ref target="mailto:Francesco.zini@unisi.it">Francesco.zini@unisi.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-7874-3985">0000-0002-7874-3985</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Francesco Zini, <hi rend="italic">Il doping sportivo come problema bioetico nella filosofia dello sport,</hi> © Author(s), <ref target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">CC BY-SA</ref> 4.0, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0887-1.09">10.36253/979-12-215-0887-1.09</ref>, in Roberto Borrello, Antonio Riviezzo (edited by), <hi rend="CharOverride-3">Il diritto sportivo tra autonomia e antinomie. Atti del seminario «Giornate senesi sullo sport», Siena, 22 maggio 2024</hi>, pp. -110, 2025, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0887-1, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0887-1">10.36253/979-12-215-0887-1</ref></p></div></div>
      
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