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        <title type="main" level="a">Il dibattito sulla pianificazione (1942-1948)</title>
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          <resp>This is a section of <title>L’Italia repubblicana in cammino</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0775-1</idno>) by </resp>
          <name>Piero Bini, Antonio Magliulo, Letizia Pagliai</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.05</idno>
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        <p>The discussion on economic planning in Italy in the years of post-war reconstruction is examined from the point of view of its substantial continuity with the debate on corporatism in late Fascism. In this debate, planning stands for a radical transformation of the existing social and political order, so that the whole discussion takes an ideological, abstract and ultimately inconclusive turn. Exceptions to this trend of continuity are found in technocratic fringes of the Catholic social movement and in the attempt of Cesare Dami to alert the economic culture of the Communist Party to the economic calculation approach to planning. The initiatives of both, however, were repressed by the uncongenial political climate of the period.</p>
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            <item>Fascist corporatism</item>
            <item>Economic planning</item>
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            <item>Economic liberalism</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.05<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.05" /></p>
      
      <div><head>Il dibattito sulla pianificazione (1942-1948)</head><p rend="h1_author">Marco Dardi</p><div><head>1. Introduzione</head><p rend="text">Il tratto di storia che percorriamo in queste pagine è già stato ricostruito molte volte e da molti punti di vista<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-059">1</ref></hi></hi>. Mi limito perciò a darne un riassunto sommario prima di passare a illustrare la particolare prospettiva di questo studio. Dal 1943 in poi, a liberazione ancora lontana ma ormai percepita come certa, tutti i gruppi politici antifascisti con l’unica eccezione dei comunisti si aspettano che la ricostruzione economica post-bellica sarà un’operazione condotta in buona misura in regime di pianificazione (vedi Barucci 1978, 196-210; Bartolozzi 1980). Il clima è da occasione storica, ma come sappiamo la storia non andrà nel modo sperato. Durante la ricostruzione e in fase costituente, di pianificazione molto si discute per invocarla o deprecarla ma è una discussione prevalentemente astratta e ideologica, che non arriva mai a incidere sui concreti orientamenti di politica economica dei governi del tempo. È stato detto che ciò è accaduto perché l’opzione pianificatoria nell’Italia post-bellica non era realmente disponibile, per ragioni in parte di politica estera (collocazione dell’Italia nel blocco occidentale) in parte di politica interna (debolezza delle sinistre, evidenziata dalla sconfitta elettorale del 18 aprile 1948). Quella che a molti era sembrata un’occasione storica forse non era mai esistita.</p><p rend="text">La pianificazione però è esistita come mito, positivo o negativo a seconda dei punti di vista, per tutti gli anni Trenta ed oltre, tanto in Europa quanto negli Usa, rappresentando il punto di convergenza ideale di tante vie di fuga da un capitalismo che, dopo la grande crisi, è percepito sia a sinistra che a destra come arrivato all’ultima spiaggia. Anche il fascismo italiano ha ambiguamente coltivato questo mito. Il capitalismo è superato, annuncia Mussolini nel famoso discorso al Consiglio nazionale delle Corporazioni del 14 novembre 1933, ma non spiega in cosa consista il sistema che dovrebbe prendere il suo posto: solo formule vaghe, «l’economia disciplinata, e quindi anche controllata», «una nuova sintesi» che superi liberalismo e socialismo, e così via. Dopo anni di propaganda martellante il corporativismo, arrivato alla vigilia della sua traduzione in istituzioni dello Stato, è un sistema ancora fluido, oscillante fra versioni minimali e versioni estreme o ‘integrali’. In questa fluidità la situazione è favorevole al proliferare di filoni di fascismo di sinistra che vedono in una pianificazione in qualche modo differenziata da quella sovietica e dagli esperimenti tentati in altri paesi occidentali l’esito finale a cui dovrà inevitabilmente portare il corporativismo. Fra i gerarchi del regime il più spinto su questa posizione è senza dubbio Giuseppe Bottai, fiancheggiato da intellettuali di spicco come Ugo Spirito, Arnaldo Volpicelli, Camillo Pellizzi, il fondatore della scienza aziendale italiana Federico Maria Pacces, e altri. Idee simili o ancora più estreme troviamo in esponenti del sindacato fascista come Luigi Razza, Tullio Cianetti, Edoardo Malusardi; e in molti dei giovani fascisti che ruotano intorno a riviste di fronda come <hi rend="italic">Il Saggiatore</hi>, <hi rend="italic">Orpheus</hi>, <hi rend="italic">Il </hi><hi rend="italic">Cantiere</hi>, <hi rend="italic">L’Universale</hi>, e che in buon numero finiranno con lo scivolare nello schieramento opposto per la delusione di fronte alla povertà delle realizzazioni rispetto alle tante promesse rivoluzionarie<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-058">2</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Le suggestioni pianificatorie che provengono da questi ambienti hanno tutte contenuti piuttosto generici. Forse è proprio per questo che trovano punti di contatto con linee di pensiero formatesi fuori dal fascismo, in ambienti socialisti o liberal-sociali. La chiave di lettura che intendo proporre parte da qui. Del grande dibattito mondiale sul piano degli anni Trenta e della sua appendice italiana, parzialmente dissimulata sotto il dibattito sul corporativismo, in Italia si consumano inutilmente gli ultimi sussulti fra il 1942, ultimo anno in cui si continua ancora a discutere di pianificazione <hi rend="italic">en</hi><hi rend="italic"> travesti</hi>, e il 1948 che mette la parola stessa ‘pianificazione’ al bando per un po’ di anni. In questo prolungamento il dibattito si porta dietro l’impostazione ideologica degli anni Trenta. Cambiano, ma non tutti, i protagonisti; non cambiano, o cambiano solo in parte, i contenuti. Con poche eccezioni, la pianificazione viene intesa non come strumento di politica economica, e quindi strumento dello Stato in qualunque forma costituito; ma come essa stessa una forma di Stato, forma che definisce nuovi rapporti con la società civile e con le organizzazioni in cui si incanala la vita economica. Di fronte alla radicalità di questa concezione la dimensione puramente economico-tecnica del problema del piano, l’individuazione e valutazione degli strumenti con cui pianificare, passa in secondo piano quando non viene del tutto ignorata. </p><p rend="text">Come già ricordato, il fascismo non parte dalla pianificazione come obiettivo ma direttamente da un progetto di riforma dello Stato nel quale la pianificazione si inserisce come una conseguenza collaterale. Si tratta quindi di una pianificazione concepita non per sé ma come parte di un disegno di trasformazione sociale che comincia dall’organizzazione economica per arrivare alla struttura stessa del sistema politico, un esperimento tanto ambizioso quanto incerto nei risultati, affidati fra l’altro a un simultaneo processo di rigenerazione delle coscienze dei cittadini che non si capisce come e perché dovrebbe prodursi. Da qui, probabilmente, anche la lunga indecisione del fascismo, al di là di tanta propaganda, sui contenuti reali da dare alla formula verbale ‘Stato corporativo’. E da qui – si può sostenere, o almeno questa sarà la mia tesi – l’inconcludenza del dibattito sulla pianificazione nell’immediato post-fascismo: un dibattito che ancora elude i problemi concreti di realizzazione del piano e non riesce a staccarsi da speculazioni etico-politiche su che cosa una società vuole essere e da dove partire per diventarlo. Non c’è da sorprendersi quindi se, interrotto nel 1942 e ripreso fra il 1945 e il ’48 in un formato rimasto sostanzialmente invariato, il dibattito continua a manifestare la stessa vocazione all’inconcludenza<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-057">3</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’intervento di una voce nuova rappresentata dal PCI di Togliatti, assente dal dibattito pubblico italiano degli anni Trenta, non aiuta a sbloccare la situazione. I nuovi interlocutori non manifestano particolare interesse o sensibilità per la dimensione economica del problema pianificazione sì o no, anzi sembrano anch’essi pienamente a loro agio nella dimensione ideologica in cui lo trovano già impostato. Ed è proprio in questa dimensione che si produce un singolare allineamento, o come dice Barucci una «perfetta saldatura» (Barucci 1978, 235-37), fra la posizione del PCI e quella dei principali avversari della pianificazione, gli industriali e gli economisti liberal-liberisti di cui Einaudi è l’esponente più in vista. Da un lato il PCI, che sostiene che pianificare in un paese non socialista rafforza i nemici della classe operaia e allontana il socialismo; dall’altro Einaudi e con lui buona parte dei cattedratici di economia politica, convinti che pianificare in un paese non socialista distrugge la libertà e le condizioni di buon funzionamento dell’economia. Il risultato è che per entrambi vale la formula ‘nessuna pianificazione fuori dal socialismo’. Nell’Italia del 1945-48, quindi, qualunque tentativo di muoversi nella direzione del piano viene doppiamente bloccato, da sinistra come da destra, per ragioni di segno opposto ma di fatto convergenti. </p><p rend="text">Vittime di questo blocco sono tutti coloro che dopo il ’43 hanno creduto nella pianificazione come la chiave che apre a forme di società e di Stato più giuste e democratiche dell’attuale – cioè quello schieramento ideologicamente eterogeneo della sinistra non comunista in cui troviamo varie correnti di azionismo, cattolico-sociali e socialisti di linea morandiana. Ma se questi sono gli sconfitti non si può dire che nell’opposto schieramento liberal-liberista siano tutti vincitori. Certamente non lo sono sul piano politico-economico, perché il percorso dell’economia italiana del dopoguerra non si è svolto come in quello schieramento avrebbero desiderato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-056">4</ref></hi></hi>; e nemmeno sul piano culturale, perché nonostante il prestigio di tanti accademici illustri non si può certo parlare di una egemonia liberal-liberista nella cultura italiana della seconda parte del Novecento. In conclusione, si può forse dire che il dibattito post-fascista sulla pianificazione si spegne per esaurimento, senza produrre né risultati né vincitori. </p><p rend="text">A tutto questo si aggiunga che il dibattito lascia indifferenti se non addirittura infastiditi coloro – una minoranza anch’essa politicamente eterogenea – che vedono nella pianificazione semplicemente un insieme di strumenti di razionalizzazione economica da attivare o no secondo necessità contingenti e per obiettivi di volta in volta limitati, senza pretesa che ciò vada a riformare radicalmente l’ordine politico-sociale esistente. Pensiamo a figure di tecnico-politici come Pasquale Saraceno, Ezio Vanoni, Ugo La Malfa; ai tecnici, manager e giovani economisti (la generazione dei Caffè, Steve, Fuà, Sylos Labini) attivi fra l’università e gli istituti che cominciavano allora a dotarsi di proprie strutture di ricerca economica come la Banca d’Italia, la Banca Commerciale, l’IRI (<hi >vedi Asso, Lavista e Nerozzi 2020</hi>). Si tratta di quelli che Barucci definisce «i pianificatori in punta di razionalità economica» (Barucci 1978, 203), figure per le quali la dimensione tecnica prevale su quella ideologica, e che nelle vicende del dopoguerra hanno cercato di dare il meglio di sé per quanto è stato loro consentito dagli ostacoli creati dalla politica e da un dibattito ormai vecchio e arenato nell’insignificanza. È qui che troviamo le riserve per la ripresa del discorso sulla pianificazione quando, al tempo del centro-sinistra, l’idea di orientare lo sviluppo dell’economia italiana lungo le linee di un piano o programma avrà la sua seconda e ultima <hi rend="italic">chance</hi>. </p></div><div><head>2. Corporativismo e pianificazione</head><p rend="text">In Italia negli anni Trenta si discute di pianificazione, in modo per lo più indiretto e allusivo, come tassello di un progetto di trasformazione del vecchio Stato liberale in Stato corporativo, con l’enfatizzato obiettivo di superare il conflitto fra capitale e lavoro e ricomporre armonicamente il rapporto fra individuo e Stato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-055">5</ref></hi></hi>. Il progetto, come all’epoca qualcuno cautamente insinuava, è intrinsecamente debole perché fa leva sulla fiducia nel verificarsi di una specie di miracolo: che la ricombinazione degli aggregati sociali da <hi rend="italic">classi</hi>, definite (marxianamente) rispetto alla posizione nel ciclo di riproduzione del capitale, in <hi rend="italic">categorie</hi> di produttori definite rispetto al prodotto finale e formalmente inquadrate nell’ordinamento statale, sia di per sé sufficiente a suscitare uno spirito di appartenenza non più settoriale e rivendicativo ma nazionale e collaborativo nel raggiungimento di fini collettivi. Da qui si vede come anche il fascismo, al pari di tutte le utopie più o meno rivoluzionarie, avesse necessità di appoggiarsi al mito della creazione di un ‘uomo nuovo’, nella fattispecie la trasformazione dello <hi rend="italic">homo œconomicus</hi> in un ‘uomo corporativo’ fantasticata da economisti come Gino Arias e Filippo Carli. Molti altri aspetti del progetto corporativo restano non chiari dal principio alla fine, primo fra tutti come tenere insieme la rappresentanza politica del lavoro attraverso la corporazione con la rappresentanza sindacale mantenuta in vita al suo interno, cosa che crea non poche tensioni fra partito e sindacati fascisti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-054">6</ref></hi></hi>. Ma al di là di tutto questo interessa qui sottolineare come il progetto rinviasse inevitabilmente a un’economia ‘programmatica’, ‘regolata’ o ‘controllata’ che dir si voglia. Infatti, l’idea stessa di incardinare raggruppamenti di interessi economici settoriali nella struttura dello Stato, ovvero, nella terminologia dell’epoca, di ‘pubblicizzare’ gli interessi privati, non poteva avere altro scopo se non la subordinazione delle pratiche economiche private alle finalità della politica – quali che fossero le origini di quest’ultime, l’arbitrio di uno Stato autocratico o le spinte dal basso di aspirazioni socialmente diffuse. Una volta che il disegno del sistema corporativo fosse stato completato sembrava inevitabile che qualunque finalità politica, per esser realizzata, si trasformasse in un piano economico su cui far convergere tutte le risorse produttive nazionali disponibili. </p><p rend="text">Che la propaganda ufficiale non insistesse su questa implicazione è comprensibile. Mussolini ha bisogno dell’appoggio dei grandi gruppi industriali e non è nel suo interesse evocare formule che questi percepiscono come ostili<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-053">7</ref></hi></hi>. Inoltre, vuole diffondere un’immagine del fascismo come movimento sempre all’avanguardia nella sperimentazione sociale, mentre la pianificazione non è formula né nuova né esclusiva, anzi già praticata in un sistema politico, quello sovietico, ufficialmente avversario del regime<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-052">8</ref></hi></hi>. Nella gara per aggiudicarsi il titolo di <hi rend="italic">leader</hi> della modernità post-capitalistica è essenziale che il corporativismo fascista riesca a differenziarsi tanto dal collettivismo in stile sovietico quanto da quelle forme di economia mista che negli anni Trenta vanno sempre più prendendo piede in Europa, negli Usa, e con apparente paradosso (vedi più avanti) nella stessa Italia fascista. In altre parole, è essenziale che l’apparato che il fascismo mette a dirigere l’economia sia percepito come novità assoluta, da non confondere con le organizzazioni del capitalismo privato né con gli apparati già esistenti all’interno dello Stato con tutto il loro contorno di burocratismo inefficiente.</p><p rend="text">La discriminante su cui più insiste la propaganda fascista è racchiusa nello slogan che esalta la corporazione come «organo di autogoverno delle categorie». La formula suggerisce ambiguamente una libertà di autodeterminazione che però, in uno Stato fortemente gerarchizzato e centralizzato come quello fascista, può solo realizzarsi nel presupposto che gli interessi e le finalità di ogni categoria produttiva vengano a coincidere con quelli della nazione così come lo Stato li interpreta. L’ambiguità sta nel non specificare il modo in cui si verifica questa provvidenziale coincidenza di interessi e finalità, cioè se essa debba essere risultato di imposizione dall’alto o espressione di convinta e spontanea volontà dal basso. Se prendiamo a riferimento i due più importanti modellatori del sistema corporativo, Alfredo Rocco e Giuseppe Bottai, è chiaro che nella visione di Rocco il caso che rileva è solo il primo: la libertà delle categorie produttive si limita all’organizzazione dei mezzi di produzione, ma l’indicazione dei fini ultimi a cui questi devono essere diretti è e resta prerogativa esclusiva dello Stato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-051">9</ref></hi></hi>. Diversamente, il punto fondamentale per Bottai è che le categorie si sentano coinvolte nella direzione dell’economia nazionale, non siano trattate come mere destinatarie di ordini ma venga loro riconosciuto un ruolo attivo nella formazione di una visione condivisa degli interessi del paese. </p><p rend="text">Nella visione di Bottai<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-050">10</ref></hi></hi> si può avvertire un’eco, e forse qualcosa di più di un’eco, della dottrina gentiliana dello Stato come «Stato Etico»: uno Stato che nella sua realizzazione ideale non è altro dall’individuo ma personificazione della coscienza dell’individuo in quanto essere sociale, e quindi Stato la cui volontà è la proiezione della volontà dell’individuo sul piano universale della legge<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-049">11</ref></hi></hi>. Sulla base di questa dottrina Spirito, nel convegno corporativo ferrarese del 1932, aveva elaborato la sua famosa tesi della libertà come identità di individuo e Stato. Ed è evidente come in una narrazione di questo genere fosse possibile anche a uno Stato autocratico presentarsi come Stato liberale, far passare ogni proprio progetto come progetto che la società, adeguatamente ‘educata’, si è spontaneamente voluta dare. Qui, infatti, ciò che conta non è la particolare struttura di comando statuale, ma il fatto che lo Stato riesce a farsi percepire come portatore di ideali che l’intera società riconosce, o è guidata a riconoscere, come propri<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-048">12</ref></hi></hi>. È così che Bottai può andare avanti per anni ad argomentare che la corporazione è strumento di libertà, veicolo di processi di autogoverno dell’economia che partono dal basso, pur senza mai sconfessare la propria idea di Stato come uno Stato assoluto strutturato gerarchicamente. L’importante è che la gerarchia rifletta un ordine di valori ideali condivisi, e non di mere posizioni burocratiche<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-047">13</ref></hi></hi>. Camillo Pellizzi, nella sua ricostruzione retrospettiva di quello che il corporativismo avrebbe potuto essere e non è stato, è arrivato a vedere nella rappresentazione di Bottai un modello quasi gildista, </p><quote rend="quotation_b">un corporativismo non troppo lontano da quelle linee che noi intravediamo: programmatore certo, ma con estrema spontaneità dal basso, con una forte gerarchia di valori effettivi, con molta iniziativa in alto e un minimo di burocrazia (Pellizzi 1949, 137).</quote><p rend="text">Naturalmente questa non è l’unica lettura del corporativismo, e in ogni caso rispetto a questa come ad altre Mussolini si è sempre tenuto le mani libere senza minimamente preoccuparsi di allineare la prassi agli annunci propagandistici. Non sorprende quindi se le strutture istituzionali che il corporativismo è riuscito a darsi prima dell’entrata in guerra risultano ben lontane dal realizzare anche in misura minima l’ideale bottaiano. Ciò, tuttavia, non significa che il fascismo abbia fallito nel progetto di un’economia regolata in qualche modo e misura. La regolazione che è riuscito a imporre è una regolazione scopertamente autoritaria e realizzata attraverso strumenti non così originali e innovativi come gli istituti di rappresentanza corporativa ambivano ad essere. Al contrario, il regime si è servito di strumenti d’intervento pubblico già allora ampiamente sperimentati in paesi a economia mista con coesistenza di capitale privato e pubblico. Infatti, mentre l’autogoverno delle categorie fatica a tradursi in strutture istituzionali adeguate, l’istintivo dirigismo dall’alto del regime non conosce esitazioni e si manifesta attraverso una sequenza di misure di politica industriale e finanziaria che, tutti gli spettatori dell’epoca concordano, in sé nulla hanno di corporativo. Mi riferisco alle note leggi sui consorzi obbligatori del 1932 e sulle autorizzazioni industriali del 1933<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-046">14</ref></hi></hi>, e soprattutto a quell’architettura di strumenti d’intervento pubblico diretto che De Cecco ha felicemente definito il «sistema Beneduce» (De Cecco 2010), costituita da IMI (1931), IRI (1933) e da un settore creditizio interamente ristrutturato dalla riforma bancaria del 1936<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-045">15</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Dal 1935 in poi si parla sempre meno di corporativismo, spiazzato da nuove parole d’ordine ritenute più efficaci per tenere vivo il consenso: «impero», «autarchia», «razza». Ma nel 1942, col regime avviato verso il collasso, c’è un breve ritorno di fiamma rappresentato da tre convegni in cui si rilanciano i temi corporativismo e pianificazione, questa volta apertamente collegati fra di loro e anzi con enfasi decisamente spostata sul secondo tema rispetto al primo. Siamo in economia di guerra, pianificare la produzione e la distribuzione è questione di sopravvivenza, l’alleato tedesco ha saputo farlo in modo efficiente senza inimicarsi il grande capitale privato: insomma sembra inevitabile che il tema pianificazione finisca col rubare la scena. Parliamo di tre convegni ben noti (<hi >v</hi><hi >edi Bientinesi e Cini 2020</hi>), quello su ‘l’ordine nuovo’ organizzato da Bruguier Pacini presso la Scuola di perfezionamento in discipline corporative di Pisa (maggio), il convegno romano della Società Italiana per il Progresso delle Scienze presieduto da Papi (settembre-ottobre), e infine quello sul piano economico tenuto ancora a Roma nell’atmosfera ovattata dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista (INCF) sotto la presidenza Pellizzi in due sessioni, novembre 1942 e aprile 1943. Mentre del secondo convegno non resta documentazione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-044">16</ref></hi></hi>, del primo abbiamo la raccolta degli Atti, benché non completi, e del terzo il testo della relazione principale e un dettagliato resoconto stenografico della discussione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-043">17</ref></hi></hi>. Il linguaggio è ancora coperto da una patina di dissimulazione (anche se nel convegno INCF le rassicurazioni di Pellizzi ai partecipanti incoraggiano a parlare senza timore di delazioni), ma anche così traspare con tutta evidenza che la tesi ormai prevalente fra le teste pensanti è che il progetto corporativo italiano è fallito. Con questo è dichiarato fallito il progetto di un’economia regolata e autogovernata tramite quella particolare forma di rappresentanza economico-politica chiamata corporazione, ma resta in piedi, e l’economia di guerra la accentua, l’esigenza di una pianificazione della produzione che a questo punto può solo esser gestita direttamente dallo Stato mettendo all’opera tutte le strutture di intervento pubblico create dal regime, corporative o no. Liberato dalla costrizione a profondersi in elogi del principio corporativo, il dibattito ritorna alla sua radice economico-politica di partenza, il problema di tutte le ‘terze vie’ possibili e immaginabili: come imbrigliare i poteri del capitale privato senza far venir meno le sue risorse di imprenditorialità e senza cadere in ostaggio di una burocrazia vessatoria e inefficiente. La dissoluzione della velleità fascista di lasciarsi dietro, con uno scatto di originalità in gran parte illusoria, liberalismo e comunismo segna il totale riassorbimento della discussione italiana nel <hi rend="italic">mainstream</hi> europeo del Novecento da cui il regime teneva tanto a distinguersi. </p></div><div><head>3. 1942-1945, elementi di continuità<hi rend="italic"> </hi></head><p rend="text">Fra i tanti partecipanti ai convegni su corporativismo e pianificazione del 1942 mi fermo su due figure che sembrano rappresentare al meglio le posizioni estreme che si contrappongono in questa fase, e che continueranno a contrapporsi anche dopo il crollo del fascismo e la fine della guerra. Da un lato lo statistico Paolo Fortunati, presente in tutti e tre i convegni e protagonista assoluto di quello dell’INCF; dall’altro Giovanni Demaria, all’epoca il principale economista della Bocconi, segnalato per lo scalpore suscitato dal suo intervento al convegno pisano. Fortunati sostiene un’idea di pianificazione come una vera e propria forma di vita sociale ‘integrale’, forma la cui sostenibilità dipende in modo essenziale dalla partecipazione attiva di tutti i membri della società. Come argomenterò più avanti, in questa concezione si può vedere una radicalizzazione in senso democratico dell’autogoverno corporativo come lo intendeva Bottai, però depurato da qualunque tacito o esplicito rinvio allo Stato Etico gentiliano grazie al retroterra storicistico di Fortunati, al suo mettere sempre in primo piano l’interazione reciproca fra organizzazione della produzione e cultura sociale, ognuna formata da e formatrice dell’altra. All’altro estremo, Demaria fa venire allo scoperto l’insofferenza sinora faticosamente repressa dell’accademia liberal-liberista verso qualunque forma di delimitazione delle libertà economiche individuali – quindi qualunque forma di pianificazione – che non sia motivata da precise e storicamente localizzate emergenze collettive quali lo stato di guerra, la protezione dell’industria nascente, il contrasto di posizioni di monopolio ecc. Entrambi gli autori rigettano l’idea corporativa, il primo in quanto modo mal concepito e peggio realizzato di stabilire un controllo sociale sull’economia, il secondo in quanto qualunque forma di controllo sociale sull’economia, fatta eccezione per i casi molto speciali esemplificati sopra, è sempre per sua natura mal concepita. Tolto di mezzo l’inconsistente schermo corporativo, la polarità che riemerge nuda e cruda in questo contrasto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-042">18</ref></hi></hi> è quella fra le concezioni più classiche di socialismo e liberalismo, fra vincolare l’iniziativa economica privata a salvaguardia dei gruppi sociali più deboli o rimuovere ogni rimuovibile vincolo lasciando i deboli a badare a sé stessi.</p><p rend="text">Fortunati, frequentatore di uomini e ambienti del fascismo ferrarese, al tempo del convegno è già ideologicamente orientato verso il marxismo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-041">19</ref></hi></hi> e coinvolto nelle attività clandestine del PCI, ma nello stesso tempo è anche membro del consiglio direttivo dell’INCF e uomo di cui Pellizzi, forse all’oscuro della sua reale collocazione politica, dimostra di avere la massima stima. Giustamente Melis lo indica come esempio perfetto di quanto sottile fosse allora il discrimine fra certe fronde del regime e i suoi oppositori<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-040">20</ref></hi></hi>. Fortunati non ha bisogno di fare la fatica di dissimulare perché ciò che scrive nel ’42<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-039">21</ref></hi></hi>, e che dice nel corso della discussione allo INCF con un nutrito gruppo di economisti, uomini di azienda e politici, può benissimo apparire come la protesta di un bottaiano deluso per il fallimento del progetto corporativo. La pianificazione che Fortunati prospetta nella sua relazione è, come il corporativismo, un esperimento di socializzazione della produzione che però, a differenza di quello fascista, (<hi rend="italic">a</hi>) pone come obiettivo primario anziché eventuale effetto collaterale l’attenuazione del disagio sociale attraverso una regolazione della distribuzione del reddito in senso più egualitario, e (<hi rend="italic">b</hi>) abolisce la proprietà privata dell’impresa che invece negli schemi corporativi era considerata inviolabile<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-038">22</ref></hi></hi>. Per Fortunati il capitalista che lavora per il profitto, e l’impresa come organizzazione adibita a questo fine, sono entità che non possono trovar posto nell’economia pianificata, dove vale il principio che si lavora e ci si organizza esclusivamente in vista di fini sociali. Come il corporativismo, anche la pianificazione di Fortunati richiede per il suo successo una graduale educazione degli individui, qui intesa però non come opera di indottrinamento e propaganda ma come sviluppo spontaneo della coscienza della necessità delle trasformazioni della vita associata che il piano porta con sé. Come già notato, la sua è una visione storicistica nella quale organizzazione della produzione e cultura sociale o si muovono in solido o finiscono col bloccare e far degenerare qualunque progetto di cambiamento: </p><quote rend="quotation_b">il piano non è una imposizione dall’alto, ma è l’espressione di un bisogno che va man mano diffondendosi nella psicologia, anche economica, degli attori economici, questa psicologia non potrà non muoversi in un piano diverso man mano che questa organizzazione va muovendosi (Fortunati in Melis 1997, 172-73). </quote><p rend="text">Una volta superata la fase sperimentale di costruzione del piano non ci saranno un ‘alto’ e un ‘basso’ gerarchicamente ordinati ma un ciclo in cui ogni iniziativa origina dalla periferia per muoversi verso il centro, dove avviene la sintesi con le altre iniziative e da dove torna alla periferia per la fase esecutiva. È in questo ciclo che si realizza </p><quote rend="quotation_b">l’autogoverno politico-economico […] estrinsecazione della libertà di iniziativa, di responsabilità, di cultura […] rivelazione umana di nostre attitudini particolari, di nostre particolari capacità che sono tecniche e spirituali (Fortunati in Melis 1997, 124).</quote><p rend="text">In questa nuova versione il principio di autogoverno funziona anche da principio di inclusività. La pianificazione dev’essere di tutti e per tutti, e quindi nel realizzarla si deve aver cura che ogni individuo si senta legato alla collettività in quanto partecipante in modo attivo al processo e non esecutore di ordini impartiti da altri<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-037">23</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">In sintesi, sembra di poter dire che nell’idea di pianificazione proposta da Fortunati si realizza uno spostamento concettuale dal mito dello Stato Etico di Gentile, più o meno esplicitamente evocato dalla sinistra di Bottai (vedi <hi rend="italic">supra</hi>, par. 2), alla società vista per quello che è nella realtà del momento storico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-036">24</ref></hi></hi>. Anche Fortunati ammette che nella fase sperimentale di costruzione del nuovo sistema – il quale, come tutti i nuovi sistemi, non nasce tutto d’un tratto secondo un progetto (un piano!) completamente specificato, ma passo dopo passo, per prova ed errore – vi sia un’avanguardia politico-culturale, «una minoranza […] consapevolmente critica […] [che] imponga una certa organizzazione perché il piano nasca». Se questa minoranza ha ben interpretato le esigenze del momento storico il piano finirà per esser consapevolmente accettato dalla massa e potrà così avviarsi una prassi planista che davvero configuri una forma di autogoverno (Fortunati in Melis 1997, 125). Questa funzione di avanguardia avrebbe dovuto spettare alla borghesia italiana, che nei primi anni del fascismo aveva avuto abbondanza di strumenti per esercitarla ma si è dimostrata impari al compito<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-035">25</ref></hi></hi>. Da ciò il fallimento essenzialmente culturale del corporativismo fascista che non ha saputo preparare la mentalità degli italiani a capire la necessità di questa trasformazione dell’organizzazione sociale. In linguaggio che ancora, nonostante tutto, sembra mutuato da Gentile o da Spirito, Fortunati chiosa: </p><quote rend="quotation_b">determinate forme della vita sociale non possono ad un certo momento, attraverso i costumi, le abitudini, ecc., non entrare in noi […]. Lo Stato di oggi non può pianificare, perché lo Stato di oggi non è entrato in noi (Fortunati in Melis 1997, 142-43). </quote><p rend="text">La relazione di Fortunati non disdegna di entrare anche nel merito di <hi rend="italic">come</hi> sia possibile pianificare un’economia, soffermandosi sui problemi tecnico-statistici di predisposizione della base informativa necessaria per gestire una politica di piano; ma il baricentro della sua esposizione non sta qui bensì nell’approccio fondamentalmente storicistico che abbiamo ricostruito sopra, nel suo riportare sempre l’attenzione sulle trasformazioni umane che inevitabilmente si accompagnano all’istituzionalizzazione del piano, giustificandola e al tempo stesso rendendola socialmente sostenibile. Questo taglio, così risonante dei grandi temi del corporativismo di sinistra e tale da mettere in secondo piano gli aspetti tecnico-organizzativi, è una caratteristica che ritroviamo a poca distanza di tempo, a guerra finita, quando la discussione sul piano riprende in connessione con i problemi della ricostruzione. L’area politica in cui questa linea di continuità è più visibile si colloca, come già detto, nella sinistra non comunista e include varie correnti del Partito d’Azione e la corrente morandiana del Partito Socialista<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-034">26</ref></hi></hi>. Va detto che anche nella sinistra cattolico-sociale non mancano le posizioni favorevoli alla pianificazione, posizioni che spesso hanno il loro fondamento in interpretazioni non sempre convergenti della così detta dottrina sociale della Chiesa. Anche qui si potrebbe discutere di continuità fra prima e dopo la guerra, ma sarebbe più la continuità con sé stesso di un pensiero che si rapporta costantemente a una tradizione di lungo corso scandita dalle encicliche papali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-033">27</ref></hi></hi> piuttosto che la continuità, oggetto di questa ricerca, fra una certa versione di corporativismo fascista e un certo planismo democratico del dopoguerra. Anzi, a proposito di questa seconda continuità va detto che è dalla stessa sinistra cattolico-sociale che provengono uomini come Saraceno, Vanoni, Lombardini, che pur riconoscendosi pienamente nella loro tradizione di origine riescono a tener separato un discorso pragmatico e tecnicamente articolato sulla pianificazione dal retroterra etico-religioso inscritto nelle loro biografie. Questi «pianificatori in punta di razionalità economica» (Barucci 1978, 203), destinati a svolgere ruoli di primaria importanza nella futura programmazione del centro-sinistra, si possono considerare già dagli anni Quaranta su una linea di netta discontinuità rispetto al dibattito prebellico (così anche Cezzi 2018, 191-95).</p><p rend="text">Il piano economico del Partito d’Azione, così come si trova delineato nei «7 punti» programmatici del 1942 e nella versione più estesa (dopo accese controversie fra le diverse componenti del partito) dei «16 punti» del 1944<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-032">28</ref></hi></hi>, riprende aspetti dello “Schema di programma” del movimento Giustizia e Libertà pubblicato da Carlo Rosselli nel 1932, e del <hi rend="italic">Plan du Travail</hi> elaborato nel 1933 dall’allora influente socialista belga Henri de Man<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-031">29</ref></hi></hi>. Fra questi aspetti due spiccano in particolare. Primo, la partizione del sistema industriale in due settori, l’uno di imprese di grandi dimensioni nazionalizzate e a gestione pubblica, l’altro di imprese private medio-piccole in libera concorrenza fra di loro. E secondo, il coinvolgimento del lavoro nel controllo e nella gestione delle imprese private attraverso la partecipazione ad apposite commissioni interne. L’idea dei due settori è una componente ormai scontata nel programma di qualunque partito che si sia formato la convinzione che la storia del Novecento ha ormai reso irrealistica l’ipotesi che un’economia possa essere o tutta privatizzata o tutta collettivizzata<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-030">30</ref></hi></hi>. Anche il coinvolgimento del lavoro nella gestione non è nuovo, nel caso di Fortunati lo abbiamo già incontrato come una delle condizioni necessarie perché si realizzi l’autogoverno delle categorie produttive. Non sorprende quindi se un piano del genere suscita aspettative di trasformazione della società che riecheggiano certi grandi temi del passato. </p><p rend="text">Significativo a questo proposito è il caso di Alberto Bertolino, economista la cui storia si snoda dalla Lega Democratica di Salvemini del 1919 e dall’idealismo gentiliano giovanile all’approdo nella corrente fiorentina (Calamandrei, Codignola, Enriques Agnoletti) del Partito d’Azione nel 1944. Durante il fascismo Bertolino osserva con attenzione i primi passi dell’esperimento corporativo, specialmente nella interpretazione di Ugo Spirito, vedendovi la speranza di trovare una soluzione radicale al conflitto capitale-lavoro. Alla fine, resterà anche lui, come tanti altri, deluso e indignato per come il fascismo è riuscito a sperperare quel poco di credibilità che si era guadagnato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-029">31</ref></hi></hi>. Negli anni 1945-1947 Bertolino scrive per la rivista di Calamandrei, <hi rend="italic">Il Ponte</hi>, numerosi articoli a sostegno della pianificazione come metodo per razionalizzare la confusa fase della ricostruzione post-bellica. Fra questi articoli uno (Bertolino 1946a) si distingue per il carattere decisamente utopistico, che sembra vedere nella pianificazione la via per la realizzazione di una vera e propria democrazia del lavoro. Qui Bertolino prende spunto dal piano azionista sopra descritto per inserirvi una riforma del diritto di proprietà in base alla quale il lavoro diventerebbe l’unico titolo valido per acquisire il possesso di beni («possesso produttivo»). Applicata a tutte le imprese del settore privato questa riforma porterebbe gradualmente a un rovesciamento dei rapporti di classe interni all’industria, trasformando tutti i lavoratori in proprietari delle imprese per cui lavorano ed esautorando la categoria dei capitalisti in quanto proprietari che non lavorano. I lavoratori impiegati nelle imprese del settore pubblico, la cui proprietà non può essere trasferita, conserverebbero comunque il diritto di partecipare alla loro gestione, quindi, in un modo o nell’altro si raggiungerebbe una situazione di totale autogoverno del lavoro, una specie di corporativismo democratico senza corporazioni. In questo sistema lo Stato svolgerebbe il ruolo di regolatore attraverso il credito (che diventerebbe funzione statale, quindi anch’esso gestito in imprese pubbliche) e attraverso interventi diretti di pianificazione ispirati dalla sua «capacità di interpretare il sentimento generale del bene comune» (Bertolino 1946b). </p><p rend="text">Un caso diverso, ma anch’esso nel segno della continuità, quello del leader socialista Rodolfo Morandi. Proveniente da Giustizia e Libertà, da cui si era distaccato nel 1931 per l’inconciliabilità del socialismo liberale di Carlo Rosselli con le sue convinzioni marxiste, Morandi nei primi anni del dopoguerra è figura di primo piano nel Partito Socialista, impegnato tanto sul fronte politico che su quello del rinnovamento culturale dei quadri dirigenti del partito<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-028">32</ref></hi></hi>. In materia di pianificazione si può distinguere nel suo pensiero una vena tattica, operativa, che nonostante la distanza delle rispettive collocazioni politiche lo porta a collaborare fruttuosamente con Saraceno nel disegno di piani parziali, finalizzati alla soluzione di problemi specifici della ricostruzione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-027">33</ref></hi></hi>; e una vena decisamente speculativa che inserisce la pianificazione nel disegno ideale di un sentiero di transizione dal capitalismo a una società socialista interamente realizzata. Una pianificazione veramente socialista potrà aversi solo al termine di questo percorso, e per arrivarci Morandi ipotizza una serie di «riforme di struttura», ognuna mirata a scardinare qualche componente dell’ordinamento capitalistico fra quelle che più ostacolano il processo di emancipazione della classe lavoratrice. La prima riforma, quella che per un certo periodo assorbe tutta l’attenzione di Morandi, è l’istituzione dei Consigli di Gestione, garanzie di democraticità per l’intero percorso, veicolo di una «concezione nuova dell’industria come fenomeno sociale e forza collettiva del lavoro», strumento che educa la classe operaia a vedere l’azienda non come unità individuale ma come parte di un sistema, e quindi il controllo di gestione dell’azienda come parte del controllo dell’industria nel suo complesso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-026">34</ref></hi></hi>. Si tratta ancora, viene da commentare, di un progetto di transizione verso un sistema produttivo autogovernato e al tempo stesso di educazione del materiale umano che viene guidato verso di esso. Qui è particolarmente evidente la presenza di quel ‘filo rosso’ che, notava Alceo Riosa (vedi Riosa 1976, 87-8), lega Morandi al sindacalismo rivoluzionario del primo dopoguerra. Lo stesso filo rosso, è il caso di osservare, ha quasi nei medesimi anni un altro terminale nella tardiva resipiscenza del fascismo repubblichino, in cerca di un rilancio della vena social-rivoluzionaria delle origini attraverso il decreto sulla socializzazione delle imprese, istitutivo dei Consigli di Gestione, del febbraio 1944<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-025">35</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nell’area azionista e socialista quindi non mancano i rimandi al tema prebellico dell’autogoverno dei produttori trasportato nel contesto di un’ancora incerta democrazia in costruzione. In questo senso credo si possa fondatamente parlare di continuità. Di un’analoga continuità si può parlare anche per la parte avversa alla pianificazione, l’accademia liberal-liberista che da sempre la vede come veicolo di burocratizzazione e perdita di libertà. Sopra abbiamo individuato nell’enfasi di Demaria al convegno pisano del 1942 un segnale di liberazione dalla coazione all’autocensura che il pensiero liberal-liberista in tutte le sue componenti, fasciste e antifasciste, ha subìto fino a quel momento. Lo schema è facilmente riconoscibile. Di fronte alle suggestioni di ‘economia regolata’ esplicite nel progetto corporativo questi autori tipicamente reagiscono con una risposta a due tempi. Primo, affermare che l’ergersi dello Stato a regolatore dell’economia è generalmente cosa non buona; secondo, affrettarsi ad aggiungere che però è anche cosa con la quale il corporativismo ‘bene inteso’ non ha niente a che fare. Naturalmente il secondo passaggio obbliga a costruirsi una versione di ‘corporativismo bene inteso’ depurata da qualsiasi allusione alla regolazione. Gli esempi non mancano. Per Gustavo Del Vecchio il corporativismo si concretizza in nient’altro che un nuovo inquadramento giuridico del mercato del lavoro, non diversamente da come, in altro campo, lo Stato ha ritenuto di dover inquadrare giuridicamente il mercato dei valori mobiliari<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-024">36</ref></hi></hi>. Einaudi in un importante articolo del 1933<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-023">37</ref></hi></hi> riduce il sistema corporativo a un semplice organo di vigilanza sulle deviazioni dei prezzi di mercato dai prezzi di concorrenza perfetta (i ‘prezzi di Barone’). Amoroso e de’ Stefani si lanciano in un’impegnativa metafora filosofico-storica per rappresentare il corporativismo come una ‘forza direttrice’ del sistema economico, forza che, a differenza di altre direttrici come la speculazione finanziaria e il socialismo, non perturba né sovverte la meccanica delle ‘forze naturali’ di mercato, anzi la ripristina nella sua purezza salvandola dalle distorsioni causate dalla concentrazione industriale e dal «dominio della plutocrazia»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-022">38</ref></hi></hi>. Per Giuseppe Ugo Papi la differenza fra il corporativismo e tutti gli altri schemi di controllo pubblico dell’economia sta non tanto nelle caratteristiche dell’ordinamento che il regime sta mettendo in piedi, quanto nei principi della Carta del Lavoro che la propaganda di regime richiama continuamente e che Papi accoglie come fossero assiomi che la realtà non può smentire<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-021">39</ref></hi></hi>. Si potrebbe continuare ma il punto è chiaro: per questi economisti il corporativismo, comunque lo si interpreti, in nessun modo può essere un sistema antiliberale come lo vorrebbero i corporativisti di sinistra.</p><p rend="text">Demaria, che in un articolo della fine del 1941 (Demaria 1941) aveva già manifestato senza reticenze la sua recisa condanna di tutta la politica economica fascista, e che probabilmente a inizio 1942 aveva avuto accesso a notizie riservate sull’effettiva situazione bellica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-020">40</ref></hi></hi>, nella sua relazione al convegno pisano del 1942 dà ai colleghi il segnale che finalmente si può fare a meno di tali stratagemmi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-019">41</ref></hi></hi>. Di conseguenza il tono della letteratura liberista d’ora in poi cambia e si fa sempre più francamente anti-statista e anti-corporativista man mano che l’area controllata dai nazi-fascisti si ritira verso il nord. Ma va anche sottolineato che nella sostanza gli argomenti contro la pianificazione non cambiano, continuando a rifarsi al modello teorico di equilibrio di concorrenza perfetta affermato in Italia alla svolta del secolo ad opera dei grandi nomi di Pantaleoni, Pareto e Barone, e ormai diventato dottrina da manuale universitario. Più chiaro di tutti in questo senso è lo stesso Demaria del 1942 che, da buon docente bocconiano, rumorosamente contestato da alcuni partecipanti al convegno sbotta che, per quanto lo riguarda, chi non riconosce la validità degli argomenti a sostegno delle posizioni liberiste non merita altro che una bocciatura all’esame di economia politica. Con la caduta del fascismo l’accademia liberal-liberista ritrova la sua vera voce ma al tempo stesso dimostra una totale incapacità di portare nuovi argomenti alla discussione. Di nuovo c’è solo il fatto che criticare le posizioni planiste ora è diventato più facile, perché non servono grandi sforzi intellettuali per screditarle come coperture di una volontà di ritorno all’autoritarismo centralizzato della dittatura appena spazzata via.</p></div><div><head>4<hi rend="italic">. </hi>Le posizioni nel Partito comunista</head><p rend="text">Nel corso di queste pagine ho già accennato alla sostanziale assenza di voci di parte comunista nella ripresa del dibattito sul piano dopo il 1944. Dato che, se non altro per la loro vicinanza a Mosca, qualcosa da dire sulla pianificazione i comunisti avrebbero dovuto averlo, questa singolarità italiana merita qualche approfondimento. L’antefatto storico è la così detta ‘svolta di Salerno’ della primavera 1944, che inaugura la politica di solidarietà nazionale con l’entrata dei comunisti nel secondo governo Badoglio. La ricaduta sul tema pianificazione viene in evidenza più di un anno dopo, nella conferenza economica del Partito comunista tenuta a Roma nell’agosto 1945, a documentazione della quale resta un volumetto a cura del Centro di Studi Economici del partito contenente il resoconto delle relazioni e degli interventi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-018">42</ref></hi></hi>. Relatore principale è l’economista di punta del PCI Antonio Pesenti, fino a poco tempo prima ministro delle finanze nel secondo governo Bonomi. L’ordine del giorno che egli illustra è tutto centrato sulle emergenze immediate del momento post-bellico, principalmente il caro vita e la disoccupazione. Gli unici spunti verso riforme più incisive vengono dall’esigenza di uno stretto controllo pubblico sulle posizioni di monopolio privato legate alla produzione di beni e servizi essenziali, e il ruolo complementare che i Consigli di Gestione possono svolgere in queste attività di controllo operando dall’interno dei centri di produzione. Complessivamente molto interventismo pubblico, ma sulla pianificazione Pesenti non spende nemmeno una parola. </p><p rend="text">Unica voce di dissenso quella di Cesare Dami, giovane economista fiorentino<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-017">43</ref></hi></hi> che interviene per proporre di far rientrare fra i temi della conferenza anche il problema del piano, con qualche considerazione ‘patriottica’ sui successi della pianificazione sovietica. Dami è uno specialista del ramo di teoria della pianificazione sviluppato a livello internazionale negli anni 1920-1930 a partire dalla linea Pareto-Barone: in breve, una linea teorica che analizza la pianificazione e il libero mercato come ‘macchine’ alternative per svolgere una stessa funzione sociale, l’estrazione, dalle risorse produttive che un sistema economico ha a disposizione, di beni di consumo finale da distribuire e nuove risorse produttive per la ripetizione del ciclo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-016">44</ref></hi></hi>. In questo approccio il confronto fra piano e mercato non è più un confronto tra modi di vita in società diversamente organizzate, come in tutta la letteratura che sinora abbiamo passato in rassegna in queste pagine, ma un confronto di efficienza di meccanismi diversi risolubile, una volta definita una misura di efficienza, per via di calcolo. Questo del «calcolo economico in una società socialista» è un approccio molto innovativo sul piano del metodo (anche se Pareto lo aveva inaugurato in scritti che risalgono alla fine dell’Ottocento) e ad altissimo tasso di astrazione. Con questo suo orientamento teorico Dami si era già fatto notare nel convegno pisano del 1942, dove aveva presentato due relazioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-015">45</ref></hi></hi> guadagnandosi una benigna menzione da Bruguier Pacini («elegante», ma «per il suo carattere teorico si presta poco ad una discussione») e una sbrigativa stroncatura dal suo maestro bocconiano Demaria<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-014">46</ref></hi></hi>. A Roma nel 1945 Dami non fa menzione delle sue tesi sulla pianificazione, si limita a dire che sarebbe opportuno discutere se includere l’argomento nell’ordine del giorno del convegno, ma ciononostante l’accoglienza che incontra è decisamente fredda. Pesenti lo richiama all’ordine, altri, fra cui Sereni, Longo e lo stesso Fortunati, convengono con Pesenti nel giudicare la proposta fuori luogo. Alla fine, è Togliatti a parlare chiaro per tutti. Stigmatizza i compagni che «si rifugiano nel puro studio astratto di problemi molto generali»; ricorda che è la prima volta nella sua storia che il partito si trova di fronte a un ruolo non di critica dall’esterno del sistema economico esistente ma di partecipazione diretta alla costruzione di un nuovo sistema; e conclude che nella situazione italiana attuale non è di una pianificazione di tipo sovietico che il paese ha bisogno. Questa sarebbe un’utopia, ammette Togliatti, e se noi la volessimo imporre qui e ora come condizione per la ricostruzione «porremmo una rivendicazione che noi stessi non saremmo in grado di realizzare»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-013">47</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">I convegnisti si adeguano senza molto discutere e la mozione Dami è respinta. Dietro la presa di posizione di Togliatti si possono ricostruire diversi ordini di motivazioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-012">48</ref></hi></hi>. La prima e più ovvia riguarda i sottintesi dell’adesione al ‘patto di solidarietà nazionale’ che nel 1944 ha permesso al PCI di accedere al governo e svolgere un ruolo attivo nel processo di ricostruzione del paese pur stando nell’area europea collocata sotto il controllo anglo-americano. Come lo stesso Togliatti ha spiegato in più di un’occasione, un tale privilegio non veniva gratis ma in cambio dell’impegno a una certa dose di autocontrollo nel proporre misure di politica economica che potessero entrare in conflitto con i criteri generali vigenti in quest’area. Rientra probabilmente in questa promessa di autocontrollo anche la formula togliattiana della ‘democrazia progressiva’, scelta a definire il criterio-guida del partito nella fase costituente; formula che a sua volta rivela una seconda motivazione dietro l’intervento del 1945, la poca fiducia nell’opportunità di una pianificazione di tipo sovietico per un paese come il nostro. Togliatti è consapevole del fatto che la Russia sovietica non può costituire un modello per un’economia come quella italiana che, per quanto disastrata, rientra fra i paesi europei industrialmente sviluppati. Infine, nei passi citati poco sopra si può avvertire anche la presenza di un disagio interno al partito riguardo alla cultura economica dei suoi dirigenti, in gran parte impreparati ad affrontare concretamente i problemi di transizione dell’economia verso un ordinamento di tipo nuovo e ancora tutto da definire<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-011">49</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Come che sia, l’episodio Dami non è un caso minore che si possa chiudere così sbrigativamente. A modo suo va alla radice delle premesse ideologiche e della cultura economica del partito e non può non avere un seguito. Del resto, nemmeno Dami è tipo da lasciar perdere. Nel giugno del 1945 pubblica su <hi rend="italic">Società</hi>, la rivista allora diretta da Romano Bilenchi che serve da vetrina culturale del partito, una versione revisionata e aggiornata di una delle due relazioni presentate al convegno di Pisa del 1942<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-010">50</ref></hi></hi>. Nel 1946 esamina i limiti della capacità di un sistema competitivo di realizzare l’ottima distribuzione delle risorse fra impieghi alternativi, con un articolo sul <hi rend="italic">Giornale degli Economisti</hi> che svela senza ritegno un retroterra culturale saldamente radicato nella teoria neoclassica paretiana e pigouviana (Dami 1946). Nel 1947 e 1950 seguono due grossi volumi per l’editore Einaudi sulla pianificazione nella teoria economica e nella pratica di alcuni paesi europei (rispettivamente, Dami 1947; 1950). Si tratta di scritti a sostegno della superiorità dei sistemi pianificati (ma non necessariamente collettivizzati) sui sistemi basati sul mercato o ‘individualistici’, scritti che si distinguono per la solidità dell’impianto di teoria economica e di documentazione empirica, ma anche – trattandosi di scritti di un membro del partito con una certa visibilità<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-009">51</ref></hi></hi> – per la totale assenza di riferimenti al marxismo e letteratura connessa. </p><p rend="text">Può un simile personaggio esser lasciato libero di svolgere un’attività pubblicistica così intensa e così disallineata nel partito del ‘centralismo democratico’? Evidentemente no, e ne vediamo subito i segnali. Nel 1946-47 interviene Rodolfo Banfi su <hi rend="italic">Rinascita</hi> con una lunga requisitoria contro gli scritti di Pareto sul marxismo, diretta a diffidare quegli «economisti borghesi in cerca di socialismo» che, considerando Marx ormai un «cane morto», cercano di difendere le ragioni della pianificazione con le armi dell’economia pura paretiana. Per non lasciare le cose nel vago Banfi fa subito due nomi, quello di Cesare Dami appunto e quello di Giorgio Fuà, a quel tempo ‘compagno di strada’ non iscritto al partito, oltre che amico personale di Dami<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-008">52</ref></hi></hi>. L’articolo ha un seguito in <hi rend="italic">Critica economica</hi>, la principale rivista economica del partito fondata e diretta da Pesenti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-007">53</ref></hi></hi>, per la penna del direttore stesso che se la prende con «il comunismo dei professori universitari e quello reale», il primo afflitto da una ‘malattia di impostazione’ che colpisce nomi illustri come Pareto, Barone ecc., e nomi meno illustri – ed ecco che di nuovo Dami è chiamato a discolparsi (Pesenti 1948). Non solo, ma Pesenti non perde l’occasione dell’uscita dei volumi di Dami sulla pianificazione nel 1947 e nel 1950 per attaccarlo direttamente attraverso le recensioni. Di queste, la seconda uscita in <hi rend="italic">Critica economica</hi> nel 1950 dà il via a un puntiglioso dibattito a tre nella stessa rivista, con un Dami abbastanza irritato e l’eterodosso Aurelio Macchioro che entra per ultimo in campo a difenderlo dalle critiche di Pesenti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-006">54</ref></hi></hi>. Da questa serie di episodi si trae l’impressione che Pesenti, la cui stima personale per Dami traspare attraverso il fervore della polemica, si sia sentito investito della missione di riportare all’ovile una pecorella degna di attenzione ma con il pessimo vizio di scegliersi la propria strada con troppa indipendenza. </p><p rend="text">Qual è l’errore di Dami e perché Pesenti se la prende così a cuore? Macchioro coglie il punto politico della questione quando afferma (Macchioro 1951, 53) che Pesenti vuole tenere separata la pianificazione genuinamente socialista, realizzabile solo a condizioni che oggi si danno solamente in Unione sovietica, dal ‘terza-forzismo’, termine che copre qualunque tentativo di pianificazione più o meno parziale in economie che, lasciando in mano privata la proprietà di parte consistente dei mezzi di produzione, restano a tutti gli effetti economie capitalistiche. Questo secondo tipo di planismo, ponendosi obiettivi di razionalizzazione dell’economia, finisce inevitabilmente con il rafforzare il capitalismo prolungandone la vita anziché accelerarne il crollo, e ciò non può che essere contrario agli interessi della classe operaia. In fondo, sono le stesse ragioni che in questi anni giustificano l’ostilità del PCI all’adozione di politiche per l’occupazione di tipo keynesiano. Ne troviamo un esempio proprio su <hi rend="italic">Critica economica</hi> nella recensione di Giulio Pietranera della traduzione italiana della <hi rend="italic">General Theory</hi> di Keynes. Il senso delle misure anticrisi keynesiane, secondo Pietranera, consiste nel bloccare le forze autodistruttive del capitalismo, ma in questo modo il risultato è anche quello di prolungarne l’agonia, di «trasformare il becchino in balia» (Pietranera 1948). Nella posizione di Pesenti c’è dunque, paradossalmente, un antiplanismo di natura strumentale, ‘tattica’, che contribuisce a quella occasionale ma ‘perfetta saldatura’ di posizioni fra il PCI ed Einaudi che abbiamo menzionato all’inizio (vedi <hi rend="italic">supra</hi>, par. 1 e Barucci 1978, 235-37).</p><p rend="text">Sul punto del terza-forzismo, peraltro, Dami può difendersi validamente. È chiarissimo dai suoi scritti che la differenza fra pianificazione socialista e pianificazione capitalistica non gli sfugge. Dove l’inconciliabilità è e rimane assoluta – e di nuovo è Macchioro che mette bene a fuoco la questione – è sul piano del metodo, o forse meglio della cultura sottostante al progetto di Dami. Per andare alla radice: fino da quando, giovane studente, Dami ha cominciato a occuparsi di pianificazione, la sua idea guida è che l’alternativa fra piano e non-piano possa essere studiata indipendentemente dal contesto politico in cui si intende calarla; che organizzazione politica (collettivista o individualista) e finalità perseguita (interesse collettivo con il piano, o interesse individuale senza) possano accoppiarsi fra di loro in tutte le quattro combinazioni possibili, al punto che </p><quote rend="quotation_b">il passaggio da un regime individualista del tipo di quello prevalente negli Stati cosiddetti a civiltà occidentale ad un dato tipo di regime collettivista sarebbe assai meno brusco di quello che si pensa e genererebbe perturbamenti sociali ed economici probabilmente inferiori a quelli che può portare un’inflazione e deflazione brusca, oppure una delle tante crisi ricorrenti periodicamente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-005">55</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">È un approccio che porta a isolare il piano dalle sue relazioni con i modi di vivere e di pensare della società da esso regolata; e quindi a ragionare sulla logica del piano seguendo esclusivamente la traccia di Pareto e Barone, senza entrare nella dimensione sociale e politica che, come abbiamo visto, ha caratterizzato gran parte del dibattito italiano a partire dal corporativismo. Nel PCI del tempo un approccio del genere è irricevibile. Pesenti, con il suo insistito richiamare Dami a Marx e al ‘metodo dialettico’ – che poi nel caso specifico si risolve in un modo di ragionare storicistico – si erge a difensore di un ‘eccezionalismo’ culturale del PCI rispetto al quale un progetto di ricerca come quello di Dami appare un assortimento di futili esercizi formali. Ma si tratta di un eccezionalismo non nuovo, di un modo di pensare che era già stato enunciato con chiarezza da Fortunati nel 1942. Se si ignora che, nel corso storico, «una struttura economica nuova […] non solo crea nuove scale di scelta, ma anche riceve nuove valutazioni delle identiche scelte», aveva detto Fortunati, allora il discorso sul piano scade nella banalità: </p><quote rend="quotation_b">ovvio che, se si postula un atteggiamento economico dei singoli invariato, nella migliore delle ipotesi un sistema pianificato non può che raggiungere i risultati di uno non pianificato. La cosa mi sembra talmente lapalissiana che non riesco a capire, ad esempio, le fatiche matematico-economiche di Barone<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-004">56</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Dami è dunque un autentico portatore di discontinuità rispetto alla linea di dibattito ricostruita in queste pagine. Purtroppo per lui le sue novità di metodo si rivelano incompatibili con la cultura del suo partito e la possibilità di inserirle nel dibattito politico gli è negata. Gli interlocutori naturali di Dami non stavano nel PCI ma semmai nel gruppo degli economisti italiani che avevano la sua stessa cultura economica, cioè gli economisti dell’università. Ma questi erano per la maggior parte di orientamento liberal-liberista e avevano già fatto i conti con le teorie del calcolo economico e socialismo a partire almeno dal 1939, respingendo a grande maggioranza le tesi a sostegno della superiorità del piano sul libero mercato (in questo senso si esprimono, fra gli altri, Papi, Demaria, Stammati, Bresciani Turroni), anche se in alcuni casi (Einaudi, Cabiati) con sfumature più possibiliste<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-003">57</ref></hi></hi>. L’interesse a ritornarci sopra era evidentemente scarso, e infatti, con la sola (a mia conoscenza) eccezione di Demaria<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-002">58</ref></hi></hi>, i lavori di Dami non suscitano particolari discussioni fuori dall’ambiente comunista. La polemica Dami-Pesenti resta una ‘lite in famiglia’ che non offre nessun appiglio all’apertura di un fronte di controversia fra comunisti e liberal-liberisti.</p><p rend="text">Con il 1947 si rompe il patto di solidarietà nazionale, che era una delle premesse su cui si appoggiava la linea togliattiana di autocontrollo nelle proposte di politica economica. Di ritorno dalla missione in Usa, De Gasperi forma il suo terzo gabinetto con una sensibile riduzione del peso delle sinistre. A maggio la nuova crisi che porta alla formazione del De Gasperi IV, con la totale esclusione di comunisti e socialisti dal governo e la centralizzazione della politica economica nelle mani della coppia Einaudi al Bilancio e Menichella al governo della Banca d’Italia. È l’inizio della svolta che si perfeziona il 18 aprile 1948 con il crollo elettorale del fronte delle sinistre. In questa fase cadono le motivazioni tattiche di Togliatti ricordate sopra. Ci si potrebbe aspettare, di conseguenza, anche un cambiamento nell’atteggiamento di grande cautela del PCI, magari qualche intervento un po’ più audace su pianificazione e ricostruzione. Ma evidentemente non sono cadute le altre motivazioni che invitano il PCI alla cautela, o forse è la visione strategica che è cambiata. Sta di fatto che, quali che siano gli effetti della svolta sulla linea del partito, una ripresa del discorso sul piano non è nell’aria<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-001">59</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Forse l’ultimo fuoco di paglia è la discussione suscitata in sede di Assemblea costituente dall’emendamento presentato nel maggio 1947 dai deputati PCI Montagnana, Pajetta, Pesenti e altri, proprio in concomitanza con l’apertura della crisi di governo da cui usciranno estromesse le sinistre. La storia è nota<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-000">60</ref></hi></hi>. L’emendamento riguarda il diritto al lavoro e i modi in cui lo Stato promuove condizioni che lo rendano effettivo. Ma produce una sensazione spropositata la frase, contenuta nell’emendamento, secondo cui per garantire questo diritto lo Stato dovrà coordinare e dirigere l’attività produttiva «secondo un piano che dia il massimo rendimento per la collettività» – il che sembra voler fare del ‘piano’ uno strumento di azione pubblica legittimato a livello di carta costituzionale. L’emendamento è battuto in votazione segreta ma la questione più generale di definire i caratteri dell’azione pubblica necessaria al raggiungimento dei fini sociali resta aperta, e nel prosieguo della discussione in assemblea porterà al compromesso incorporato nell’attuale articolo 41. Questo, al terzo comma, recita (nella versione del 1948): «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali», dove, come nel respinto emendamento Montagnana, riconosciamo la figura di uno Stato che dirige e coordina anche se per mezzo di ‘programmi e controlli’ anziché di ‘un piano’. Einaudi notoriamente ironizza sulla non-differenza fra programma e piano invitando i deputati costituenti a consultare il dizionario dei sinonimi. E in effetti tutto l’episodio testimonia che a questo stadio la questione è diventata puramente simbolica, riguarda solo la presenza o assenza in Costituzione di una parola, non della cosa designata, che bene o male è ormai lì per restarci. A dispetto di tante schermaglie verbali, infatti, il giuspubblicista Alberto Predieri argomenterà (Predieri 1963) che il combinato disposto dei principi fondamentali e dell’articolo 41 della Carta erano già di per sé sufficienti a configurare un sistema economico misto, privato-pubblico, nel quale la regolazione tramite piani da parte dello Stato costituisce uno strumento fondamentale per il raggiungimento di fini sociali altrimenti non realizzabili: strumento ‘doveroso’ per gli organi dello Stato e ‘vincolante’ per gli operatori economici pubblici e privati. In questo caso si può forse dire che una necessità storica contingente – chiudere la fase costituente entro il dicembre 1947 – è servita a sgombrare il campo da un dibattito che sempre più stava perdendo contatto con la realtà.</p></div><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Aga Rossi, Elena. 1969. <hi rend="italic">Il movimento repubblicano Giustizia e Libertà e il Partito d’Azione</hi>. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-059-backlink">1</ref></hi>	Senza alcuna pretesa di completezza bibliografica segnalo qui alcuni dei testi che più mi hanno orientato nella preparazione di questo scritto: Barucci 1974, 3-47; 1978; Daneo 1975; Spini 1975; 1982; i saggi raccolti in Mori 1980; Faucci 1999; De Cecco 2010; Lavista 2010. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-058-backlink">2</ref></hi>	Sulla sinistra fascista rinvio ai classici Parlato 2000 e Santomassimo 2006. Sul corporativismo di sinistra, uno dei ‘diversi corporativismi’ del regime, vedi Gagliardi 2010.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-057-backlink">3</ref></hi>	Fatte le dovute differenze di taglio e ampiezza d’indagine, la linea interpretativa continuista che propongo in queste pagine segue piste già battute in anni recenti. Vedi per esempio Pasetti 2018. In direzione analoga la relazione di Parlato 2024. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-056-backlink">4</ref></hi>	Su questo punto è chiarissimo Cassese 1974a, 111 e sgg.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-055-backlink">5</ref></hi>	Non è questo il luogo per ripercorrere la copiosa bibliografia sull’argomento. Fra gli studi recenti mi limito a ricordare Bini 2021; Bientinesi e Martini 2024 e Rancan 2024.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-054-backlink">6</ref></hi>	Vedi Gagliardi 2010: cap. 2 e <hi rend="italic">passim</hi>; Melis 2018: cap. 4.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-053-backlink">7</ref></hi>	Colpisce il fatto che già in discussioni parlamentari del 1932 si obietti all’uso della parola «piano», evidentemente sovraccarica di associazioni sgradite, proponendo in alternativa ‘programma di lavoro’; vedi Melis 2018, 428. Analoghe diatribe terminologiche riemergeranno a più riprese al sorgere dell’Italia repubblicana; vedi più avanti, par. 4. «Nell’immediato dopoguerra parlare di pianificazione voleva dire, per gran parte della gente, bestemmiare», annota Bertolino nel rievocare il clima del tempo. Vedi Bertolino 1965. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-052-backlink">8</ref></hi>	Di fatto i rapporti fra Roma e Mosca erano assai più complessi, come si può leggere in Santomassimo 2006, 198 e sgg. Vedi anche Carlesi 2019, e, su un piano più aneddotico, Bassignana 2000. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-051-backlink">9</ref></hi>	Valga questo passo della relazione di Rocco sulla legge del 16 gennaio 1934 istitutiva delle corporazioni: «L’economia fascista non è dunque una economia <hi rend="italic">associata</hi>, non è soltanto una economia <hi rend="italic">diretta</hi> o <hi rend="italic">controllata</hi>, è, soprattutto una <hi rend="italic">economia organizzata</hi>. Organizzata per opera degli stessi produttori, sotto l’alta direzione e il controllo dello Stato. In questo senso si può parlare della economia fascista come di un <hi rend="italic">autogoverno delle categorie produttrici</hi>». La citazione è ripresa da Cardini 1990, 394. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-050-backlink">10</ref></hi>	Per approfondimenti sulla figura di Bottai intellettuale e politico resta fondamentale lo studio biografico di Cassese 1974b.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-049-backlink">11</ref></hi>	Per una sintetica esposizione di questa dottrina vedi Gentile 1923, scritto alla vigilia della sua adesione al partito fascista.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-048-backlink">12</ref></hi>	Per chi volesse integrare questo troppo sommario riassunto di un complesso argomento di filosofia politica rinvio a Stolzi 2012, e alla copiosa letteratura primaria e secondaria ivi citata.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-047-backlink">13</ref></hi>	Fra i tanti testi citabili di Bottai vedi Bottai 1935, 21-2 (sull’evoluzione della corporazione da tramite fra lo Stato e le categorie economiche a ‘organo di autogoverno’ nel senso di organo di elaborazione del nuovo ordine economico) e 79-81 (sul piano economico nazionale come risultato di una sintesi elaborata al vertice di programmi locali elaborati a livello periferico).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-046-backlink">14</ref></hi>	È pur vero che questi due provvedimenti hanno avuto la loro genesi nel Comitato corporativo centrale ma, come sottolinea Gagliardi (2010, 87-8), sono congegnati in modo tale che i poteri di controllo sull’industria da essi istituiti risultano rigorosamente esclusi dalle competenze degli stessi organi corporativi. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-045-backlink">15</ref></hi>	Bottai, chiaramente disturbato da questo attivismo che sconfessa lo sbandierato primato del sistema corporativo, non trova di meglio che degradare questi provvedimenti e istituti al rango di «strumenti di emergenza» imposti dal verificarsi di contingenze particolari, e perciò «parte caduca» dell’ordinamento corporativo in costruzione (Bottai 1935, 32-4). Più tardi, nel 1942, parlerà in modo meno cauto di vere e proprie ‘deviazioni’ dai principii del corporativismo. Vedi Bottai 1942.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-044-backlink">16</ref></hi>	Gli <hi rend="italic">Atti</hi> del Convegno andarono in gran parte distrutti in un bombardamento nel 1944. Un’eco del dibattito tenuto in quella sede si ha in un successivo scambio polemico fra Attilio Da Empoli e Paolo Fortunati, vedi Fortunati 1943. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-043-backlink">17</ref></hi>	Convegno<hi rend="italic"> </hi>1942-1943 (il terzo volume che avrebbe dovuto completare la raccolta non fu mai pubblicato). Fortunati 1942a è il testo ricavato dal resoconto stenografico della relazione di Fortunati al Convegno INCF, mentre in Melis 1997 si trova il verbale stenografico dell’intera discussione. L’introduzione di Melis a quest’ultimo volume contiene una dettagliata ricostruzione del contesto dei tre convegni.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-042-backlink">18</ref></hi>	Se ne vedono i segnali già a Pisa nello scontro verbale diretto fra Fortunati e Demaria riportato nella relazione al duce di Carlo Alberto Biggini, presente al convegno in qualità di direttore della Scuola di discipline corporative (vedi l’“Introduzione” di Melis 1997, 15).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-041-backlink">19</ref></hi>	Un marxismo filtrato attraverso lo studio di Antonio Labriola e a quanto sembra anche con qualche riferimento a Gramsci e Gobetti. Sulla biografia e formazione politico-culturale di Fortunati vedi le ricche note di Melis 1997, 18-24. Vedi anche Melis 2024 e Favero 2024.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-040-backlink">20</ref></hi>	Melis 1997, 23. Viene a proposito qui un’annotazione di Pellizzi contenuta in un manoscritto inedito del 1942, secondo la quale la contrapposizione politica fondamentale della sua epoca non è tra destra e sinistra ma «tra fascisti, antifascisti e <hi rend="italic">confusi</hi> (le due ultime categorie tendono a sovrapporsi)». La citazione è tratta da Salvati 2021, 318 nota 112.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-039-backlink">21</ref></hi>	Oltre a Fortunati 1942a, vedi anche Fortunati 1942b; 1943.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-038-backlink">22</ref></hi>	A questo proposito anche Bottai in realtà si era spinto a teorizzare che la corporazione «non può rimanere sulla porta dell’azienda» (vedi per esempio Bottai 1942, 271), ma sempre in termini vaghi e senza mai contraddire i reiterati richiami di Mussolini al principio, sancito nella Carta del lavoro, di intangibilità di proprietà e iniziativa privata.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-037-backlink">23</ref></hi>	«Noi dobbiamo inserire questa collettività umana nel processo produttivo, dando al processo produttivo […] una forma che dia a questo individuo [l’operaio che «guarda con diffidenza a noi, perché pensa che noi lo consideriamo un essere inferiore»] la sensazione di essere portato su un piano di dirigenza tecnica-economica»; ivi, 117.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-036-backlink">24</ref></hi>	Questo spostamento è rilevato lucidamente da Pellizzi 1949, 155-56: «Lo <hi rend="italic">Stato etico</hi> del Gentile, per noi, è sempre e solo la società come tale, in quanto tale […]. Ogni valore o disvalore etico si manifesta, si attua e si esaurisce nella socialità, non fuori o oltre; nella socialità e per essa soltanto hanno vita normale e non patologica, non immorale, non abusiva, gli istituti della collettività, quali che siano».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-035-backlink">25</ref></hi>	Fortunati in Melis 1997, 132-33. A questo punto Fortunati chiama a sostegno il libro dell’amico ferrarese Quilici 1932.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-034-backlink">26</ref></hi>	Sul planismo azionista, socialista e (per quanto riguarda gli aspetti che tratterò nel par. 4) comunista, vedi Rapone 1979; Cezzi 2018. Per un inquadramento più generale nella storia politica del dopoguerra vedi anche Pipitone 2013, soprattutto il cap. 5.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-033-backlink">27</ref></hi>	Per un approfondimento di questi pochi accenni si possono vedere Roggi 1980; Magliulo 1991; e inoltre Magliulo 2021.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-032-backlink">28</ref></hi>	Sulle vicende interne del Partito d’Azione, vedi Aga Rossi 1969; Vitali 1980; De Luna 1997.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-031-backlink">29</ref></hi>	Rosselli 1932. Sui rapporti fra C. Rosselli e de Man vedi Ghiandelli 2017. Per un’idea delle polemiche sulla controversa figura di de Man, rinvio a Sternhell 1983; Griffiths 2005; Milani <hi >2020.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-030-backlink">30</ref></hi>	Nelle parole di Guido Calogero, uno dei padri fondatori dell’azionismo: «Non c’è liberale o conservatore che pensi di restituire le ferrovie all’iniziativa privata, e non c’è comunista che pensi di poter eliminare qualsiasi forma di piccola intrapresa individuale». Vedi il testo di conferenza “La democrazia al bivio e la terza via” (novembre 1944), ripubblicato in Calogero 1972, 71-96, in part. 75.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-029-backlink">31</ref></hi>	Vedi Bertolino 1934a; 1934b; 1935. Vedi infine la lezione radiofonica sulla politica economica del fascismo del 1° marzo 1945 (De Gasperi, Ragghianti et al. 1945, 85-9). Sulla figura di Bertolino rinvio a Spini 1975; Magliulo 1990; Dardi 2017.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-028-backlink">32</ref></hi>	Per la biografia del personaggio e la bibliografia di base, vedi Pinto 2012. Sul periodo e il tema che a noi interessano vedi Spini 1982, 3-42. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-027-backlink">33</ref></hi>	E anche di più lungo periodo, come è il caso del problema del Mezzogiorno alla cui istituzionalizzazione Morandi dà un primo importante contributo con la fondazione della Svimez nel 1946. Sul rapporto con Morandi, vedi Saraceno 1977. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-026-backlink">34</ref></hi>	Vedi per esempio l’articolo “I consigli di gestione” (<hi rend="italic">Avanti!</hi> 17 novembre 1946, rist. in Morandi 1960, 125-27).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-025-backlink">35</ref></hi>	La legislazione sociale fascista fu poi annullata con decreto del CLNAI nell’aprile 1945 ma la parte che prevedeva l’istituzione dei Consigli di gestione fu temporaneamente lasciata in vigore. Vedi Amari 2014, 29-32.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-024-backlink">36</ref></hi>	Intervento di Del Vecchio 1928. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-023-backlink">37</ref></hi>	Si tratta di Einaudi 1933. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-022-backlink">38</ref></hi>	Amoroso, de’ Stefani 1933. Su Amoroso e il corporativismo, vedi anche Zagari 1990.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-021-backlink">39</ref></hi>	Papi 1936, 225. L’espediente di ripararsi dietro una fonte autorevole è ovviamente uno dei più praticati durante una dittatura. Vedi l’attacco di Fortunati contro Da Empoli per un caso analogo, in Fortunati 1943, 320-22.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-020-backlink">40</ref></hi>	Caracciolo 1992, 45-6, cita la partecipazione di Demaria a un incontro riservato in Banca d’Italia nell’aprile del 1942, presenti Thaon di Revel, Azzolini e un piccolo numero di economisti.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-019-backlink">41</ref></hi>	La relazione “L’ordine nuovo e il problema industriale italiano nel dopoguerra. Relazione generale” fu esclusa dalla pubblicazione degli <hi rend="italic">Atti</hi> del Convegno. Solo nel 1951 fu edita, insieme con “Replica agli interventi sulla relazione generale” in Demaria 1951, 473-99.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-018-backlink">42</ref></hi>	Centro di Studi Economici. PCI 1946.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-017-backlink">43</ref></hi>	Dami è molto citato nella letteratura sulla pianificazione nell’Italia post-bellica ma le notizie biografiche su di lui scarseggiano. Vissuto fra il 1915 e il 1973, si laurea a Firenze con Bertolino nel 1941 con una tesi sul ‘corporativismo integrale’ e prosegue gli studi per un paio di anni con Demaria in Bocconi prima di immergersi nella lotta clandestina e partecipare come comandante partigiano alla battaglia per la liberazione di Firenze nell’estate del 1944. Altre notizie si possono trovare in Spini 1980, 118 nota 86. Vedi anche la voce biografica su di lui di Gattei 2024. Deputato per il PCI nella prima e la terza legislatura del parlamento repubblicano, la sua aspirazione a una carriera universitaria di economista fu stroncata da una bocciatura a concorso di libera docenza che Dami percepì come dovuta a discriminazione politica nei suoi confronti (notizia desunta da un Curriculum Vitae trovato fra le carte di G. Becattini, che fu amico e collaboratore di Dami, e ora conservato nel Fondo Giacomo Becattini presso la Biblioteca di Scienze Sociali dell’Università di Firenze). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-016-backlink">44</ref></hi>	Non è questo il luogo per tentare una bibliografia sia pure ridotta all’essenziale sull’argomento. Mi limito a citare i due testi che hanno occupato il centro del dibattito dagli anni Trenta in poi: Hayek 1935 e Lange Taylor 1938. La traduzione italiana del primo fu proposta da Ernesto Rossi già nel 1942 ma realizzata solo nel 1946 presso l’editore Einaudi con la prefazione di Bresciani Turroni (vedi Omiccioli 2018, 341-47). Sulla reazione degli economisti liberali italiani a questo nuovo approccio teorico alla pianificazione vedi più avanti. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-015-backlink">45</ref></hi>	Delle due relazioni, quella pubblicata negli <hi rend="italic">Atti</hi> è Dami 1942. Da autocitazioni di Dami risulta che della seconda relazione, dal titolo “Alcune ragioni di superiorità dell’economia pianificata su quella individualista”, esiste una versione a stampa (probabilmente in forma di estratti) pubblicata da Arti grafiche Pacini e Mariotti di Pisa nel 1942. Nel catalogo SBN, tuttavia, non ne ho trovato traccia. L’Archivio storico dell’Università Bocconi conserva il dattiloscritto originale di questa relazione, senza titolo, con annotazioni di pugno dell’autore (Dami docc., b. 288-6.2.3. 1942). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-014-backlink">46</ref></hi>	Vedi, rispettivamente, Convegno 1942, vol. I, 10; e Demaria 1951, 488. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-013-backlink">47</ref></hi>	Per le frasi virgolettate vedi Centro di Studi Economici. PCI 1946, 269 e 273.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-012-backlink">48</ref></hi>	Per un inquadramento più generale di questo episodio nella storia del partito vedi fra gli altri: Battilossi 1996; Gambilonghi 2017.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-011-backlink">49</ref></hi>	In questo senso si esprimerà retrospettivamente Giorgio Amendola, vedi Comei 1979, 67-8, nota 33.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-010-backlink">50</ref></hi>	Si tratta della relazione, pubblicata con altro titolo negli <hi rend="italic">Atti</hi> del Convegno (vedi <hi rend="italic">supra</hi>, nota 45), Dami 1945. Sulla linea di politica culturale impressa da Bilenchi alla rivista e le tensioni con il partito vedi Cadioli 1989. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-009-backlink">51</ref></hi>	Dami è presente in posizioni di responsabilità nei primi organi di governo dell’economia del CLN toscano, poi membro della giunta della Camera di Commercio di Firenze, segretario del CER (Centro Economico Regionale per la Ricostruzione) fiorentino, e nel 1948 eletto deputato per la circoscrizione Firenze-Pistoia. Per queste notizie vedi Spini 1980, 118-19, 144, 224-26. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-008-backlink">52</ref></hi>	Banfi 1946; 1947. Sulla fase di comunista non organico al partito nella vita di Fuà, vedi Giulianelli 2019, 154-62.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-007-backlink">53</ref></hi>	Sulle vicende di questa importante rivista nel periodo della ricostruzione, si veda Garzolino 1988; Soliani 2011.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-006-backlink">54</ref></hi>	Pesenti 1950. Il dibattito inizialmente a due fra Dami e Pesenti si svolge nei nn. 1 (febbraio 1951) e 3 (giugno 1951) della rivista, con un’ultima puntata nel n. 4 (agosto 1951) che vede l’intervento di Macchioro 1951.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-005-backlink">55</ref></hi>	Cito da una lettera di Dami a Jacopo Mazzei, ordinario di politica economica nell’ateneo fiorentino e suo mentore negli studi. È il 3 ottobre 1941: Dami, da poco laureato, sta facendo domanda per una borsa di specializzazione in economia corporativa bandita dall’Università Bocconi e si consiglia con Mazzei sul programma di ricerca. La lettera, insieme con altra corrispondenza fra Dami e Mazzei, è conservata nell’Archivio della Famiglia Mazzei presso Fonterutoli nel Chianti senese. Ringrazio Letizia Pagliai per avermi portato a conoscenza di questi documenti. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-004-backlink">56</ref></hi>	Fortunati in Melis 1997,<hi rend="italic"> </hi>68. Sostanzialmente sulla stessa linea l’intervento di Fortunati al primo Convegno di economia e politica industriale (Firenze, 3-5 gennaio 1947). «Non si fa un’economia pianificata per il semplice fatto che vi sono degli economisti e degli uomini che siedono a tavolino e sognano piani. Per fare una economia pianificata […] è necessaria una profonda trasformazione della vita economica e politica di un paese» (Convegno 1947, 469). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-003-backlink">57</ref></hi>	Su questo vedi la rassegna dello stesso Dami 1945.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-002-backlink">58</ref></hi>	Vedi Demaria 1946, una nota-recensione sostanzialmente negativa del volume di Dami uscito nel 1947, allora ancora in corso di stampa. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-001-backlink">59</ref></hi>	Vedi Agosti 1990; Comei 1979, 68-9 nota 36. Spini 1982, 24-5, annota che nel presentare il programma economico del Fronte democratico-popolare alla conferenza del marzo 1948 Morandi non menziona nemmeno la pianificazione per l’opposizione dell’alleato comunista.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-000-backlink">60</ref></hi>	Rinvio alla ricostruzione di Barucci 1980, in part. 47-52. Vedi anche Cezzi 2018, 195-201.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Marco Dardi, University of Florence, Italy, <ref target="mailto:marco.dardi@unifi.it">marco.dardi@unifi.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0003-0414-7379">0000-0003-0414-7379</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Marco Dardi, <hi rend="italic">Il dibattito sulla pianificazione (1942-1948),</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.05">10.36253/979-12-215-0775-1.05</ref>, in Piero Bini, Antonio Magliulo, Letizia Pagliai (edited by), <hi rend="italic">L’Italia repubblicana in cammino. Ricostruzione, crescita, instabilità</hi>, pp. -68, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0775-1, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1">10.36253/979-12-215-0775-1</ref></p></div></div>
      
      
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