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        <title type="main" level="a">Percorsi di internazionalizzazione a confronto: la statistica ufficiale in Francia e in Italia tra secondo dopoguerra e anni Sessanta</title>
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          <resp>This is a section of <title>L’Italia repubblicana in cammino</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0775-1</idno>) by </resp>
          <name>Piero Bini, Antonio Magliulo, Letizia Pagliai</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.08</idno>
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        <p>The end of the Second World War was a turning point for the official statistical services in many Western countries. In terms of methodological advancement, sampling methods were applied to many research areas (labour force surveys, national accounts, etc.) all around the western world, following the US model. This process was coeval to the advance of the Keynesian paradigm. This paper will compare the French and the Italian official statistical services in the post-war years using published sources. Despite the different economic and institutional context, in both countries the public statistical service had to deal with similar challenges and problems. In both countries a process of significant innovation and internationalization occurred, which coexisted with remnants from the past.</p>
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            <item>INSEE</item>
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            <item>National Accounts</item>
            <item>Sampling Methods</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.08<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.08" /></p>
      <div><head>Percorsi di internazionalizzazione a confronto: <lb/>la statistica ufficiale in Francia e in Italia tra secondo dopoguerra e anni Sessanta</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Manfredi Alberti</p><div><head>1. Introduzione</head><p rend="text">La Seconda guerra mondiale sollecitò in quasi tutti i paesi coinvolti, a cominciare dagli Stati Uniti, l’espansione dell’intervento pubblico in economia. Come la storiografia ha già evidenziato, durante e dopo il conflitto, nel quadro della rivalità con l’Unione sovietica, il ruolo egemonico assunto dagli Stati Uniti si resse non solo sul primato militare ma anche sulla capacità di promuovere lo sviluppo economico e la cooperazione, anche a vantaggio dei paesi sconfitti (Judt 2017; Zamagni 2017, 197-216; Steil 2018). Sulla scia del nuovo corso rooseveltiano, gli americani si mostrarono favorevoli a politiche espansive di stampo keynesiano, che permettessero di migliorare le condizioni economiche e sociali di tutti gli strati della popolazione, anche con lo scopo di erodere le basi di consenso al comunismo (Maier 2010). Parte integrante di questo assetto geopolitico e di politica economica fu lo sviluppo di nuovi e più raffinati strumenti di misurazione statistica, applicati alle grandi indagini promosse dai governi (Milward 1977, 109-27). La gestione delle risorse poste in campo dagli Stati Uniti per la ricostruzione dell’Europa, prima nell’ambito dell’UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration), poi, dal 1947, con il varo del Piano Marshall, sollecitò in modi diversi il potenziamento e il perfezionamento delle misurazioni statistiche ufficiali. L’interventismo statunitense per una ripresa economica dell’Europa, nel contesto della nuova ‘guerra fredda’, favorì inoltre la costruzione delle prime istituzioni comunitarie europee, dall’Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea (OECE), nata nel 1948 per controllare la distribuzione degli aiuti statunitensi, al Piano Schuman del 1950, indirizzato a una collaborazione franco-tedesca, punto di partenza per la successiva creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) nel 1951 (Zamagni 2017, 202-5; Steil 2018). Fu anche nell’ambito di tali nuove istituzioni, come vedremo, che prese forma un primo coordinamento dei sistemi statistici nazionali dei paesi aderenti alla Comunità.</p><p rend="text">Sul terreno del potenziamento della statistica pubblica, gli Stati Uniti si erano già collocati sulla frontiera dell’innovazione negli anni fra le due guerre. La Grande depressione e il successivo New Deal rooseveltiano avevano offerto a economisti e statistici un nuovo stimolo e anche le risorse economiche per sperimentare nuove indagini statistiche su scala nazionale, a cominciare da quelle sulla produzione, i consumi e i prezzi (Stapleford 2007). Sul piano istituzionale, sia prima che durante la guerra, il sistema statistico statunitense venne riorganizzato, attribuendo al Census Bureau un ruolo di primo piano, come principale promotore dell’innovazione in campo metodologico e nella tecnica di elaborazione dei dati (Anderson 2015, 185; Didier 2009). In quegli anni negli Stati Uniti le statistiche ufficiali furono influenzate sia dalla diffusione delle idee keynesiane, sia dall’introduzione del nuovo metodo campionario (applicato ad esempio alla misurazione della disoccupazione o del reddito nazionale), un metodo diffusosi a partire dagli anni Trenta anche a causa dei suoi costi contenuti (Desrosières 1998, 204-9; Vanoli 2005). </p><p rend="text">L’esperienza statunitense fu paradigmatica per molti altri Stati del mondo occidentale. Per quel che riguarda il Nord America, il caso canadese conferma il ruolo cruciale svolto dal modello statunitense, che sin dal dopoguerra esercitò un’influenza sul Dominion Bureau of Statistics, l’ufficio statistico governativo che, a partire dal 1945, cominciò a introdurre i metodi di campionamento per il nuovo sistema dei conti nazionali e per le indagini sulle forze di lavoro. In Canada emerse allora una nuova generazione di statistici, più vicini al paradigma keynesiano e più qualificati in termini di padronanza degli strumenti matematici (Beaud Prévost 1998; Prévost 2020).</p><p rend="text">In Europa, con tempi e caratteristiche diverse a seconda del contesto nazionale, durante e dopo la guerra si assistette ad un processo di accentramento dei servizi statistici, unito spesso a un rinnovamento metodologico, anche su influsso del modello americano. Nel Regno Unito persisteva un sistema statistico frammentato, nonostante lo sforzo di centralizzazione rappresentato dalla creazione del Central Statistical Office (CSO) nel 1941, in funzione della necessità di pianificare l’attività economica durante la guerra e sperimentare i primi calcoli del reddito nazionale, su prevalente impulso di Richard Stone. Il CSO iniziò a coordinare i metodi di diversi organismi preesistenti, tra cui l’antico General Register Office (GRO), incaricato principalmente delle rilevazioni censuarie e delle statistiche sociali. Il sistema statistico tedesco, da parte sua, era sempre stato influenzato dalla natura federale dello Stato. Nel 1949 la nuova Repubblica Federale ripristinò gli uffici statistici dei<hi rend="italic"> </hi>Länder, che erano stati assorbiti dall’Ufficio federale di statistica durante l’epoca nazista. Nel dopoguerra le metodologie statistiche della Germania federale si avvicinarono progressivamente a quelle anglo-americane, come nel caso della Francia o dell’Italia, parallelamente al graduale processo di costruzione delle istituzioni comunitarie europee (Desrosières 1998).</p><p rend="text">Nell’ottica di analizzare i cambiamenti organizzativi e metodologici della statistica ufficiale in Europa a partire dal dopoguerra, i casi della Francia e dell’Italia, su cui verterà questo contributo, non sono stati sinora oggetto di una valutazione comparativa, sebbene rappresentino due casi interessanti per comprendere le trasformazioni e le peculiarità della fase postbellica. Entrambi i sistemi statistici, nonostante le profonde diversità legate anche al differente contesto economico e istituzionale, affrontarono sfide e dinamiche evolutive in molti casi simili, in un percorso comune di progressiva apertura al contesto internazionale, nel quadro della nascita della cooperazione europea e della sperimentazione delle politiche di programmazione economica. In Francia nel 1946 venne creato il nuovo Institut National de la Statistique et des Études Économiques (INSEE), con lo scopo di rinnovare e centralizzare l’attività della statistica pubblica. In Italia l’Istituto Centrale di Statistica (ISTAT) – nato nel 1926 con l’obiettivo dichiarato della centralizzazione dei servizi statistici (Alberti 2018) – fu anch’esso caratterizzato da un vasto processo di trasformazione, nonostante la continuità istituzionale.</p><p rend="text">Mettendo a frutto le fonti edite e la letteratura esistente, questo contributo intende gettare le prime basi di una comparazione fra le due esperienze europee tra il secondo dopoguerra e gli anni Sessanta, nel quadro di una riflessione sul ruolo svolto dalla statistica pubblica nello scenario postbellico. Nelle osservazioni conclusive verrà offerta una sintesi dei risultati, con l’indicazione di ulteriori possibili piste di ricerca. </p></div><div><head>2. Un nuovo ufficio statistico per la Francia: la creazione dell’INSEE</head><p rend="text">Per la statistica ufficiale francese la creazione dell’INSEE nell’aprile del 1946 fu un’innovazione significativa, parte integrante delle riforme strutturali attuate dopo la Liberazione dai governi di coalizione, a cominciare da quello guidato da Charles De Gaulle, a cui si deve il sostegno a una politica economica orientata alla programmazione. Nel gennaio 1946, infatti, era stato creato il Commisariat Général du Plan, guidato da Jean Monnet, con l’intento di assegnare a un organismo centrale dello Stato la definizione di obiettivi indicativi per l’approvvigionamento di materie prime e il rilancio della produzione, e per favorire sia la crescita economica sia il contrasto alle disuguaglianze sociali (Zamagni 2017, 212; Judt 2017, 91-2). È in questo quadro che si colloca la fondazione dell’INSEE, risultato di una precisa scelta politica volta a favorire la creazione di nuovi strumenti quantitativi per misurare e influenzare l’attività economica. Il concreto impianto dell’INSEE si deve a Francis-Louis Closon, un giovane funzionario pubblico che era stato membro del movimento di resistenza gollista, e sarebbe stato direttore generale del nuovo istituto dal 1946 al 1961. Avendo alle spalle un retroterra di studi giuridici ed economici, Closon aveva completato la sua formazione negli Stati Uniti, grazie a una borsa di studio della Rockfeller Foundation.</p><p rend="text">Il nuovo ufficio statistico ereditò il personale e la struttura amministrativa del Service National de la Statistique (SNS) creato nel 1941, composto anche dai dipartimenti regionali. Se consideriamo la storia della statistica in Francia in un’ottica di lungo periodo, si può dire che l’INSEE sostituì <hi rend="italic">de</hi><hi rend="italic"> facto</hi> l’antica Statistique Générale de la France (SGF), un’istituzione fondata nel 1800, con sede a Parigi, incaricata principalmente di fare il censimento della popolazione. Le caratteristiche principali della SGF erano le piccole dimensioni, l’impiego di pochi dipendenti e, a differenza del SNS, l’assenza di uffici regionali. La <hi rend="italic">loi de finance</hi> che istituì l’INSEE pose quest’ultimo alle dipendenze del Ministero dell’Economia Nazionale; tuttavia dalla fine del 1947 l’INSEE fu collocato sotto il controllo del Secrétariat d’État aux Affaires économiques. Nonostante la sua natura ‘ministeriale’, dalla sua creazione a oggi l’INSEE è risultato abbastanza indipendente dal potere politico, se si pensa che per gran parte della sua storia la nomina dei suoi dirigenti (in particolare del direttore generale) non è mai coincisa con il cambiamento della maggioranza politica (Desrosières 1989; Touchelay 2000).</p><p rend="text">Sin dall’inizio, un tema rilevante per l’organizzazione interna dell’INSEE fu il ruolo degli uffici regionali in rapporto all’amministrazione centrale con sede a Parigi. La questione era se gli uffici regionali dovessero diventare osservatori economici locali con una loro autonomia o se dovessero limitarsi a compiti puramente esecutivi. La scelta adottata fu di tipo centralistico: le direzioni regionali (dove si concentrava nel dopoguerra la gran parte del personale) vennero mantenute, ma furono considerate come organi esecutivi, finalizzati ad applicare le decisioni prese a Parigi, con un approccio taylorista all’organizzazione del lavoro (Touchelay 2000).</p><p rend="text">L’INSEE ebbe sin dal 1946 una doppia natura: da un lato, aveva lo scopo di produrre le statistiche di base (censimenti, indagini su imprese e famiglie, statistiche del lavoro, statistiche sociali, e così via); dall’altro, fu incaricato di elaborare studi statistici, analisi regionali e previsioni in ambito demografico, economico e sociale, coerenti con la pianificazione ‘indicativa’ prospettata da Jean Monnet. L’INSEE era chiamato a realizzare indagini statistiche su tutto il territorio nazionale e a coordinare i metodi e le fonti utilizzate a fini statistici dalle amministrazioni pubbliche e dagli organismi privati sovvenzionati o controllati dallo Stato. Una vastità di compiti giudicata da alcuni osservatori persino eccessiva, espressione di un’attitudine ‘imperialistica’ rispetto ad altri organismi statistici (Besson 1989). La divulgazione dei risultati più importanti dell’attività statistica era un altro compito importante dell’INSEE, un aspetto che avrebbe potenziato e perfezionato soprattutto a partire dalla fine degli anni Sessanta (Touchelay 2000, 169-70).</p><p rend="text">La vocazione all’innovazione metodologica che caratterizzò l’INSEE nei suoi primi anni di vita è testimoniata dalla creazione di una scuola per la formazione del personale. Anche grazie ad essa, fin dalla sua fondazione l’INSEE sfruttò le competenze di giovani statistici con un forte retroterra matematico, spesso legato alla padronanza dei metodi di campionamento adottati negli Stati Uniti (Touchelay 2000, 170). In generale, come evidenziato dalla storiografia, il reclutamento del personale rispose sin da subito a logiche di efficienza tecnica e di competenza. Secondo Alain Desrosières (1989), le caratteristiche appena descritte erano coerenti con la tradizione amministrativa dello Stato francese, almeno dall’epoca della Rivoluzione, quando lo Stato aveva iniziato a investire nella costruzione di un forte governo centrale, composto da uffici amministrativi che potevano contare su un patrimonio di competenze tecniche. Rispetto all’ISTAT italiano, l’INSEE era un’istituzione più giovane. Tuttavia, l’INSEE poté basarsi su una più solida e antica tradizione di centralizzazione statale, la cui forza risiedeva nell’esistenza di organismi amministrativi con una spiccata specializzazione tecnica (Steil 2018, 350).</p><p rend="text">La nascita dell’INSEE avvenne in un momento di accresciuta circolazione di idee e pratiche della statistica ufficiale su scala europea e atlantica. Tra il 1947 e il 1950 molti statistici che lavoravano all’INSEE ebbero l’opportunità di visitare altri paesi e le loro istituzioni statistiche (tra cui Stati Uniti, Regno Unito e Italia)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-011">1</ref></hi></hi>. Come nel caso dell’Italia, a partire dal dopoguerra la volontà di aprire il sistema statistico francese ad altre esperienze internazionali è confermata anche dal contributo dato dal direttore generale dell’INSEE alle principali conferenze internazionali degli statistici, di tipo sia accademico sia istituzionale. L’INSEE svolse un ruolo attivo anche all’interno delle giovani istituzioni comunitarie europee, che furono un importante volano sia per la rinascita economica del continente sia per l’integrazione dei sistemi statistici nazionali. Contemporaneamente alla nascita degli organismi comunitari (dopo la CECA, nel 1957 venne istituita la Comunità economica europea – CEE), era necessario realizzare statistiche economiche e sociali comparabili e omogenee (Steil 2018, 131). Nel 1952, all’interno della CECA, venne creato un organismo di collegamento fra i sistemi statistici nazionali, la Conferenza degli statistici europei, una struttura che riuniva i direttori generali degli istituti nazionali di statistica dei diversi paesi. Nel 1958, dopo la nascita della CEE, venne istituito un servizio statistico comune europeo. Era l’antenato dell’attuale Eurostat, a partire dal 1959 chiamato Ufficio statistico delle Comunità europee (SOEC) (De Michelis Chantrain 2003). Nel 1953 Closon era diventato vicesegretario della Conferenza degli statistici europei, presso cui svolsero incarichi importanti anche altri dirigenti dell’INSEE (Touchelay 1995, 11-24).</p><p rend="text">A partire dagli anni Cinquanta, in un contesto caratterizzato dall’adozione di politiche economiche keynesiane, l’INSEE promosse e implementò in molti ambiti di ricerca il metodo delle indagini campionarie, su cui acquisì rapidamente una piena padronanza, consolidando così una reputazione che sarebbe durata per molti decenni. Le nuove tecniche del sondaggio d’opinione e delle indagini campionarie avrebbero acquisito una crescente popolarità tra gli statistici francesi, nonostante il margine di errore che comportavano, che era in un certo senso il prezzo da pagare per poter contare su uno strumento rapido ed efficace di politica economica. Le indagini campionarie sulle famiglie, le forze di lavoro, i consumi, l’istruzione e così via, su modello statunitense, divennero anche uno strumento per rispondere alle nuove istanze politiche di giustizia sociale e lotta alle disuguaglianze emerse nel dopoguerra (Desrosières 1989).</p><p rend="text">La teoria keynesiana del reddito fu il retroterra analitico dei nuovi conti nazionali, introdotti in Francia dopo la guerra. La contabilità nazionale rese operativa l’analisi keynesiana degli squilibri macroeconomici, e fu uno strumento utile a verificare l’efficacia delle politiche economiche a breve termine e la coerenza della pianificazione delle risorse a medio termine. Nel caso della Francia, si possono individuare quattro fasi nella storia dei conti nazionali. Una fase pionieristica, tra il 1945 e il 1949, quando la SNS (e poi l’INSEE), insieme ad altre istituzioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-010">2</ref></hi></hi>, attuarono una prima statistica del reddito nazionale per gli anni 1929, 1938 e 1945, seguendo il modello anglosassone. Una seconda fase, limitata agli anni tra il 1950 e il 1959, quando i conti nazionali furono sotto l’egida di una nuova istituzione all’interno del ministero delle Finanze, il Service d’Études Économiques Financières (SEEF), che costruì un modello autonomo da quello dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea (OECE), adottato dalle Nazioni Unite. Poi una terza fase di consolidamento, con la pubblicazione nel 1960 della ‘base 1956’ per la classificazione delle attività economiche. Infine, gli anni tra il 1963 e il 1976, quando l’INSEE assorbì gran parte del SEEF, compreso il servizio di contabilità nazionale e l’attività di previsione economica, e cominciarono ad emergere le necessità di un’integrazione tra i diversi sistemi di contabilità all’interno della CEE (Consolo 1987; Besson 1989; Desrosières 1989).</p><p rend="text">Nel complesso, si può affermare che il periodo in cui Closon fu direttore generale dell’INSEE, tra il 1946 e il 1961, vide un significativo miglioramento delle statistiche economiche e sociali, con un evidente sforzo di favorire l’integrazione del sistema statistico francese con quello internazionale. Come abbiamo già evidenziato, l’introduzione di sondaggi e indagini campionarie fu probabilmente la principale innovazione metodologica. L’INSEE realizzò numerose indagini statistiche basate su campioni ottenuti anche sfruttando le banche dati costruite grazie ai tradizionali censimenti. Vennero introdotti strumenti più raffinati per la misurazione delle variabili del mercato del lavoro, anche in collaborazione con il ministero del Lavoro. Dal 1947 l’uso delle dichiarazioni fiscali dei datori di lavoro contribuì inoltre a perfezionare le statistiche salariali. La prima indagine sull’occupazione basata su campioni casuali fu organizzata dall’INSEE nel 1950, quasi in sincronia con quanto accadde in Italia. Si trattava di un’indagine sperimentale, chiaramente ispirata al modello statunitense (Lévy-Bruhl 1987, 561). Nel 1952 seguì un’indagine sulla mobilità professionale e sociale, mentre nel 1954 l’INSEE partecipò alla prima indagine della CEE sui salari e gli oneri sociali nel settore industriale (Touchelay 2000, 177-78).</p><p rend="text">Nonostante le innovazioni che abbiamo rapidamente evidenziato, i primi anni di vita dell’INSEE furono segnati anche da molte difficoltà. Come ha sottolineato Beatrice Touchelay, gli ostacoli che si frapposero a una rapida centralizzazione e al rinnovamento delle indagini statistiche furono di natura sia finanziaria sia istituzionale (Touchelay 1995, 2000). Una prima criticità furono le restrizioni di bilancio durante i primi anni di attività dell’INSEE, che impedirono innanzi tutto di mantenere stabile negli anni il numero di dipendenti. Dopo la guerra, i dipendenti dell’INSEE erano piuttosto numerosi, e fino alla prima metà degli anni Cinquanta non emersero carenze di personale. Se guardiamo all’evoluzione di medio-lungo termine, tuttavia, notiamo un progressivo assottigliamento degli organici: il numero di dipendenti dell’INSEE nel 1947 era di circa 5.000 unità, ma scese poi a meno di 3.000 nel 1960 (Raymond Lévy-Bruhl 1987). I vincoli di bilancio, inoltre, non consentirono al governo francese di ottemperare all’accordo con le Nazioni Unite per l’attuazione di un censimento agricolo e demografico nel 1950. Se il secondo censimento della popolazione fu di fatto attuato nel 1954 (dopo il primo che risaliva al 1946), quello agricolo fu posticipato al 1956 (un ritardo analogo si verificò anche in Italia)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-009">3</ref></hi></hi>. Il censimento industriale, invece, sarebbe stato attuato solo nel 1963. Tali ritardi e lacune ebbero dei gravi contraccolpi rispetto all’esecuzione di altre indagini statistiche collegate, a partire dai conti nazionali. Sotto questo profilo, come evidenziò un rapporto del 1954, la condizione delle statistiche ufficiali francesi sembrava peggiore rispetto a quella di altri importanti paesi occidentali (Touchelay 2000).</p><p rend="text">Un altro aspetto della complessa fase iniziale della vita dell’INSEE fu la persistenza di una certa diffidenza nei confronti delle indagini statistiche condotte dall’Istituto, espressa dalla cittadinanza, da alcuni studiosi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-008">4</ref></hi></hi> e dal mondo delle imprese, un atteggiamento tale, forse, da spiegare l’adozione della nuova normativa del 1951 che introdusse l’obbligo di rispondere alle domande statistiche dell’INSEE, creando al contempo un nuovo organo di coordinamento (il Comité de Coordination des Enquêtes Statistiques – COCOES) responsabile della programmazione delle indagini statistiche da attuare (Touchelay 2000, 170-76). Negli anni del dopoguerra, anche molte amministrazioni pubbliche furono restie a condividere i propri strumenti e servizi con l’INSEE, una tendenza simile a quanto era già accaduto in Italia subito dopo la creazione dell’ISTAT (Alberti 2018).</p></div><div><head>3. L’ISTAT dal fascismo alla Repubblica: continuità e rotture</head><p rend="text">La storiografia ha già fatto luce su molti aspetti dell’attività dell’ISTAT nel dopoguerra. Pur in assenza di una riorganizzazione sul piano giuridico-istituzionale e nonostante la permanenza della vecchia generazione dei componenti del Consiglio Superiore di Statistica (CSS) (l’organo consultivo incaricato di definire i compiti statistici dell’ISTAT), a partire dagli anni Cinquanta l’ISTAT fu caratterizzato da un dinamismo maggiore rispetto ad altri organi della pubblica amministrazione italiana, mostrando molti elementi di cambiamento sul piano delle metodologie e degli obiettivi dell’indagine statistica (Favero Trivellato 2000; Favero 2011). Come nel caso della Francia, la fine della guerra e la nuova posizione geopolitica dell’Italia nel cotesto europeo e nord-atlantico costituirono uno stimolo per il rinnovamento e l’apertura internazionale dell’ISTAT.</p><p rend="text">In questo paragrafo si cercherà sia di ripercorrere quanto evidenziato sinora dalla storiografia, sia di riconsiderare tali acquisizioni alla luce delle fonti prodotte dallo stesso ISTAT (come i volumi di sintesi dell’attività annuale dell’Istituto o i verbali del CSS), mettendo a confronto le circostanze italiane con le dinamiche già emerse a proposito del caso francese. Le questioni su cui ci si interrogherà sono essenzialmente due. Da un lato, in che termini il passaggio dal fascismo alla Repubblica fu un’occasione per un rinnovamento dell’ISTAT, sia sul versante dell’organizzazione interna sia su quello delle opzioni metodologiche. Dall’altro, in che misura l’esperienza italiana differisca da quella francese. </p><p rend="text">Dopo la disarticolazione del servizio statistico pubblico negli anni della guerra, nel giugno del 1944, con la liberazione di Roma, l’ISTAT risorse sotto il controllo diretto delle autorità alleate (Della Torre 2021)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-007">5</ref></hi></hi>. Protagonista di questa fase di passaggio fu il direttore generale Alessandro Molinari, che tuttavia, nel gennaio del 1945, fu sospeso dall’incarico a causa del processo di epurazione del personale della pubblica amministrazione compromesso con il vecchio regime fascista (Misiani 2007). A Molinari subentrò Benedetto Barberi (nominato direttore generale nel 1946), che avrebbe ricoperto un ruolo centrale all’interno dell’Istituto fino al 1963, anno del suo passaggio all’università (Alberti 2024a). La fama di statistico di Barberi e il suo lungo mandato lo resero forse più importante dei due presidenti dell’ISTAT succedutisi tra il 1945 e il 1961, entrambi statistici accademici con una precedente esperienza come consulenti e funzionari pubblici: Alberto Canaletti Gaudenti, presidente dal 1945 al 1949, e Lanfranco Maroi (Alberti 2024b), presidente dal 1949 al 1961. Già attivo all’interno dell’ISTAT durante il periodo fascista, Barberi è stato forse uno dei protagonisti più importanti dell’Istituto nel dopoguerra. Primo direttore generale con una formazione matematica (era laureato in Matematica e Fisica), Barberi svolse un ruolo cruciale nel promuovere l’introduzione delle indagini campionarie e l’aggiornamento delle basi metodologiche delle rilevazioni ISTAT, sulla scorta di quanto da egli stesso delineato in occasione della realizzazione del censimento industriale del 1937-40, i cui risultati furono ripresi già in occasione dei lavori della Commissione economica promossa dal ministero della Costituente (Misiani 2010, 454).</p><p rend="text">Come abbiamo osservato a proposito del caso francese, la necessità di introdurre nuovi strumenti statistici dipendeva sia dalla nuova collocazione geopolitica dell’Italia, sia dalle nuove sfide di politica economica del dopoguerra, interpretate dal 1947 a tutti gli anni Cinquanta dai governi centristi: la ripresa economica del Paese, la stabilizzazione monetaria e, successivamente, la lotta contro la disoccupazione e la povertà e la riduzione dei divari regionali. Alla luce dello sprone costituito dalle autorità statunitensi incaricate di gestire il Piano Marshall e dalle organizzazioni internazionali a cui l’Italia aderì (le Nazioni Unite, ma anche le prime istituzioni comunitarie europee), Barberi promosse, seguendo il modello anglosassone, l’avvio delle grandi indagini campionarie sul valore aggiunto delle imprese, sui bilanci di famiglia e sulle forze di lavoro, necessarie per fornire dati di prima mano al nascente sistema dei conti nazionali (Baffigi 2015). L’adeguamento metodologico delle statistiche ufficiali italiane ai criteri prevalenti nel mondo occidentale si può riscontrare anche in altri campi, come ad esempio la misurazione della bilancia dei pagamenti. Quest’ultima, introdotta nel 1947, venne interamente costruita seguendo il metodo del Fondo Monetario Internazionale, che classicamente distingueva tra conto corrente e conto capitale (ISTAT 1949, 88-98)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-006">6</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">In questo quadro, come nel caso francese, anche la statistica ufficiale italiana collaborò attivamente con le istituzioni sovranazionali. Dal 1946 l’ISTAT e in particolare il suo direttore generale Barberi cominciarono a partecipare a numerose riunioni e comitati internazionali: i gruppi di lavoro delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), il Comitato per i rapporti con le istituzioni di Bretton Woods, le conferenze dell’Istituto Internazionale di Statistica (ISI)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-005">7</ref></hi></hi>, l’OECE, il servizio statistico della CECA e così via (ISTAT 1949, 112-19).</p><p rend="text">Come nel caso dell’INSEE, le due innovazioni principali promosse dall’ISTAT sotto la guida di Barberi furono l’introduzione della contabilità nazionale e l’adozione del metodo campionario. Entrambi si affermarono nonostante le resistenze di molti dei componenti accademici del CSS, espressione di un ‘campo statistico’ formatosi negli anni Trenta e fortemente influenzato da Corrado Gini, che era stato anche il primo presidente dell’ISTAT (Prévost 2009). L’opposizione di Gini ai metodi di campionamento e le sue perplessità rispetto alla definizione standard di reddito nazionale sono ben note (Favero 2011, 731-33); i dubbi rispetto alla contabilità nazionale riguardavano principalmente il concetto stesso di reddito nazionale definito in termini di «valore aggiunto» (Baffigi 2015, 92-3)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-004">8</ref></hi></hi>. Su quest’ultimo punto altre critiche furono espresse nel 1950 anche dall’economista liberale Luigi Einaudi, allora Presidente della Repubblica, che si mostrò scettico rispetto al metodo di stima utilizzato per il settore informale e quello pubblico dell’economia e, più in generale, sulla reale rilevanza macroeconomica della stima del reddito nazionale, soprattutto nel caso di un paese poco industrializzato come l’Italia (Misiani 2010). Non a caso Einaudi, da ministro delle Finanze, nel 1948 aveva commissionato ad altre istituzioni private, in particolare all’istituto sondaggistico Doxa, fondato da Pierpaolo Luzzatto Fegiz, l’incarico di effettuare calcoli alternativi del reddito nazionale (Favero 2011, 735). </p><p rend="text">Il primo tentativo di fornire una valutazione esatta del reddito nazionale per gli anni 1938 e 1947 risale al 1947, e venne fortemente raccomandato in sede internazionale anche in relazione agli accordi – di natura sia economica sia geopolitica – che l’Italia aveva sottoscritto con gli Stati Uniti. La stima del reddito nazionale fu ricondotta al concetto di valore aggiunto, secondo le metodologie definite dal ‘gruppo di Cambridge’ dell’OECE guidato da Richard Stone, sebbene Barberi sottolineasse l’autonomia e la specificità dell’approccio italiano al calcolo del reddito nazionale. Come già accennato, il primo contributo di Barberi alla definizione del reddito nazionale e del valore aggiunto risale al censimento industriale del 1937-40. Successivamente Barberi scrisse altri contributi sulle indagini campionarie e sulla stima del reddito nazionale (ISTAT 1950; 1957a; 1957b)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-003">9</ref></hi></hi>. Nel frattempo, nel corso degli anni Cinquanta, Barberi mantenne contatti personali con Simon Kuznets, uno dei padri fondatori dei conti nazionali, anche per stimolare ricerche comuni e ottenere finanziamenti per migliorare le ricerche sul reddito nazionale, con una revisione critica delle stime esistenti del reddito e della ricchezza nazionale a partire dal 1860, da effettuarsi sotto la direzione di Barberi. I risultati definitivi sarebbero stati pubblicati nel 1957 (ISTAT 1957b).</p><p rend="text">Rispetto al percorso di internazionalizzazione che stiamo tratteggiando, merita di essere richiamato anche il Centro di Ricerche e Applicazioni Econometriche, fondato dall’ISTAT nel 1948, un laboratorio per l’introduzione del metodo campionario e della contabilità nazionale secondo gli standard internazionali. Questo centro, diretto da Barberi, aveva il compito di compiere studi su diversi temi: il calcolo del reddito nazionale e della bilancia dei pagamenti, i metodi di campionamento e la loro applicazione a un’ampia gamma di indagini, gli indici delle congiunture economiche, la statistica del lavoro e le questioni relative alla piena occupazione (ISTAT 1949, 119-22). La contabilità nazionale progredì anche grazie a contributi significativi provenienti da studiose esterne all’ISTAT, come Vera Cao Pinna che, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, fu consulente dell’ISTAT, incaricata in particolare di aggiornare le tavole input-output per il 1959 e il 1965, un lavoro fondamentale che non è mai stato valorizzato, né riconosciuto ufficialmente dall’ISTAT. La previsione economica e lo studio della congiuntura rimasero fuori dai compiti istituzionali dell’ISTAT, trovando fuori di esso sviluppi importanti nel dopoguerra. Vale la pena evidenziare che in materia di previsioni economiche risale a questa fase la contrapposizione fra due impostazioni: quella legata a Cao Pinna, direttrice a partire dal 1965 del Centro di studi e piani economici, e quella sostenuta dall’Istituto nazionale per lo studio della congiuntura (ISCO), sorto nel 1955 su impulso del ministro del Bilancio Ezio Vanoni, a cui diede contributi importanti Almerina Ipsevich, una studiosa che può essere considerata come la madre, in ambito italiano, della <hi rend="italic">business cycle analysis</hi>. Se il primo orientamento era favorevole a una più estesa applicazione della pianificazione, sulla base di modelli di previsione a lungo termine, il secondo faceva affidamento a una crescita economica più orientata al mercato, alla luce di schemi previsionali a breve termine (Corsi Zacchia 2019). </p><p rend="text">Sul versante delle statistiche sul lavoro, l’ISTAT riuscì a varare a inizio anni Cinquanta nuove importanti indagini, fra cui spicca la rilevazione campionaria sulle forze di lavoro, attuata a partire dal 1952 in occasione dell’Inchiesta parlamentare sulla disoccupazione (Alberti 2016, 186-87). I criteri utilizzati per misurare la disoccupazione non erano evidentemente né naturali né perfetti, come dimostra un dibattito coevo. La scuola di statistica bolognese, e in particolare Paolo Fortunati e Athos Bellettini, espressero un forte scetticismo rispetto alle definizioni standard di «occupato» e «disoccupato» adottate dall’ISTAT, assumendo come riferimento la nozione marxiana di «esercito industriale di riserva» (un concetto più ampio che include ad esempio la sottoccupazione o il lavoro precario). Entrambi sottolineavano in particolare la persistenza in Italia di forme tradizionali (principalmente agricole) di sottoccupazione, non rilevabili mediante una definizione standard di disoccupazione. La loro critica all’ISTAT non riguardava tanto l’uso dei metodi di campionamento, quanto la scelta di definizioni dei fatti sociali poco realistiche e non storicamente determinate (Tassinari 2019).</p><p rend="text">Come nel caso francese, a fronte della progressiva ‘riconversione’ dell’ISTAT alle esigenze metodologiche e alle priorità di rilevazione statistica definite anche in sede internazionale, la ripresa delle attività dell’Istituto fu caratterizzata da problemi legati alla lenta riorganizzazione degli uffici statali centrali e periferici da cui erano ricavati molti dei dati, in assenza di un’autonoma organizzazione periferica dell’Istituto (differenza decisiva rispetto al caso dell’INSEE) (ISTAT 1949, 11). La prima riunione del CSS si tenne solo nel 1949, quattro anni dopo la fine della guerra; molti dei dibattiti che vi si svolsero, tra l’altro, furono spesso incentrati su questioni astrattamente teoriche, ben lontane dalle concrete necessità di riorganizzazione degli uffici dell’l’ISTAT<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-002">10</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Alcuni tentativi di riformare l’architettura istituzionale dell’ISTAT non ebbero successo. Nel 1950 il CSS presentò al presidente del Consiglio una propria proposta di riforma, con l’obiettivo di fare dell’ISTAT uno strumento direttamente funzionale all’azione legislativa. Alla fine del 1951 fu presentato un altro progetto di riforma su iniziativa del Comitato per la riforma della pubblica amministrazione, sottoscritto anche dall’ex presidente Canaletti Gaudenti. Entrambe le proposte vennero respinte (Marucco 1996, 200-2). Tra il 1956 e il 1957 fallì anche l’obiettivo di istituire uffici provinciali di statistica dipendenti dall’ISTAT, a causa dell’opposizione del ministero dell’Industria e del Commercio (ISTAT 1978, 33). Sul piano giuridico-istituzionale l’attività dell’ISTAT seguì dunque i binari già tracciati dalle norme istitutive risalenti al 1926 e al 1929, essendo naufragate le proposte per una riforma strutturale della <hi rend="italic">governance</hi> dell’Istituto. </p><p rend="text">Come nel caso francese, anche per l’ISTAT gli anni del dopoguerra furono un periodo di limitazioni di bilancio. Il personale dell’ISTAT diminuì rispetto al periodo prebellico e, come sottolineato all’epoca da Barberi, le carenze nell’organico risultavano particolarmente evidenti nel caso del personale altamente qualificato. Rispetto all’INSEE, all’inizio degli anni Cinquanta l’ISTAT poteva contare su un numero nettamente inferiore di dipendenti, più o meno 700. Questo deficit di personale era connesso alla circostanza che nel dopoguerra non si ebbe un significativo <hi rend="italic">turnover</hi>, come evidenziato dal fatto che il personale in servizio all’ISTAT era meno giovane rispetto al periodo prebellico, con conseguenze sulla produttività del lavoro che è facile immaginare. A fronte di questo quadro, è interessante sottolineare che negli anni della Ricostruzione una percentuale crescente di dipendenti venne trasferita dal settore delle statistiche demografiche e sociali a quello delle statistiche economiche. Era un chiaro segno dei tempi mutati, e testimoniava la maggiore importanza attribuita alla statistica economica rispetto al passato, probabilmente anche in risposta alla richiesta da parte del governo degli Stati Uniti di dati più dettagliati sull’industria italiana (ISTAT 1951, 55-7). Nonostante i dubbi espressi da molti membri del CSS, il governo americano fu infatti irremovibile rispetto alla necessità di dare priorità al censimento industriale per ottenere dati affidabili sulle industrie italiane, mostrando la propria disponibilità a concedere finanziamenti <hi rend="italic">ad hoc</hi> per la sua attuazione, come emerge dai verbali del CSS. Inizialmente previsto per il 1949 al fine di ottenere le risorse concesse dagli Stati Uniti nell’ambito dell’European Recovery Program – ERP<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-001">11</ref></hi></hi> (ISTAT 1949, 15), di fatto l’ISTAT effettuò il censimento industriale e commerciale solo nel 1951, principalmente sul modello dei censimenti economici effettuati all’epoca negli Stati Uniti e nel Regno Unito. A fronte di questi ritardi, in quegli anni gli Alleati fecero riferimento anche alla Banca d’Italia e al suo Servizio studi (retto sin dalla fine della guerra da Paolo Baffi, futuro governatore) per ottenere dati e studi affidabili sulla situazione economica dell’Italia (Gigliobianco 2006, 316-18). Da questo punto di vista, più che nel caso francese, si può registrare in Italia una più ampia pluralità di centri di analisi dei dati: oltre alla Banca d’Italia, si pensi ad esempio alle indagini e agli studi su base regionale realizzati da istituzioni come l’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno (Svimez), sorta nel 1946 come centro di elaborazione di un «nuovo meridionalismo» (Misiani 2007).</p><p rend="text">Come abbiamo visto per la Francia, sul versante delle statistiche agricole anche la FAO aveva raccomandato l’attuazione di un nuovo censimento generale dell’agricoltura, in conformità con un programma proposto dall’Organizzazione stessa e discusso a lungo in una conferenza speciale tenutasi a Roma nel marzo 1947. In vista di ottemperare a questo impegno, vennero condotti studi preliminari, prevedendo anche di introdurre per la prima volta alcuni elementi del metodo campionario (ISTAT 1949, 15-22). Il censimento venne però effettuato con molto ritardo, in modo del tutto analogo al caso della Francia: l’ISTAT, infatti, fu in grado di attuare il censimento agricolo solo nel 1961.</p></div><div><head>4. Conclusioni</head><p rend="text">Il quadro tratteggiato sin qui ha inteso offrire uno sguardo d’insieme sull’evoluzione della statistica ufficiale in Francia e in Italia nei decenni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, fornendo alcuni elementi preliminari per una ricerca di tipo comparativo, sinora mai tentata, che richiede ulteriori approfondimenti sulla base delle fonti edite e archivistiche, nella direzione di una storia europea della statistica pubblica nel dopoguerra.</p><p rend="text">Gli anni considerati furono un momento di svolta per la statistica ufficiale in molti paesi occidentali. Non fanno eccezione la Francia e l’Italia: nonostante il diverso contesto economico, politico e istituzionale, in entrambi i paesi il servizio statistico pubblico dovette affrontare sfide simili, rispetto alla riorganizzazione postbellica e l’aggiornamento dei metodi e degli oggetti delle rilevazioni. Il rinnovamento metodologico, in tutti e due i paesi, fu sollecitato e reso possibile anche dal fatto che sia l’ISTAT che l’INSEE furono guidati da due direttori generali – Barberi e Closon – entrambi eminenti statistici con una forte formazione tecnica e una levatura internazionale, che rimasero in carica per un periodo particolarmente lungo che si protrasse dal dopoguerra fino all’inizio degli anni Sessanta. </p><p rend="text">Per l’ISTAT il passaggio dal fascismo alla Repubblica fu un’occasione per introdurre importanti cambiamenti, che riguardarono più le opzioni metodologiche che non l’organizzazione istituzionale dell’ente o il ricambio del personale. In Francia, a fronte della netta cesura costituita dalla fondazione dell’INSEE, si osservò un mix di elementi di continuità e di rottura, tra eredità del passato (la lentezza della gestione burocratica, ma anche la vecchia tradizione delle competenze tecniche statali, che risaliva alla Rivoluzione) e innovazioni (in particolare l’introduzione delle indagini campionarie e il rafforzamento delle competenze matematiche del personale). Non mancarono in entrambi casi criticità anche rilevanti: al netto delle differenze già richiamate, negli anni del dopoguerra entrambi i sistemi statistici pubblici andarono incontro a difficoltà finanziarie, con un impatto analogo sul ritardo nell’attuazione di alcune indagini statistiche cruciali, e in particolare del censimento agrario. </p><p rend="text">In entrambi i paesi una parola chiave per comprendere la condizione peculiare del servizio statistico pubblico, rispetto ad altri esempi europei, è probabilmente ‘centralizzazione’. Infatti, dal 1946 entrambi gli istituti – ISTAT e INSEE – divennero responsabili di un’ampia gamma di compiti, mentre in altri paesi queste stesse responsabilità rimasero spesso suddivise tra diversi istituti incaricati di realizzare le statistiche ufficiali. Il processo di centralizzazione della statistica pubblica in un unico istituto nazionale era stato avviato in Italia vent’anni prima della Francia, con la creazione dell’ISTAT nel 1926, anche se nel dopoguerra l’ISTAT perse l’occasione di attuare una riforma giuridico-istituzionale che permettesse una raccolta dei dati più efficiente, per esempio con la creazione di proprie sedi regionali. Fin dalla sua nascita, l’INSEE si caratterizzò invece per l’esistenza di uffici periferici, mentre l’ISTAT introdusse il decentramento solo nel corso degli anni Settanta. Se in Italia la carenza di personale e l’assenza di un vero e proprio <hi rend="italic">turnover</hi> limitarono fortemente l’operatività dell’ISTAT nel dopoguerra, in Francia l’INSEE si rafforzò sin da subito con un organico giovane e altamente qualificato. Un’altra differenza cruciale tra i due paesi è il fatto che, sin dalla sua fondazione, l’INSEE è stato incaricato di fornire analisi statistiche e previsioni, mentre l’ISTAT ha mantenuto il ruolo di mero ‘produttore di dati’, lasciando ad altri centri di studio il compito di formulare analisi e previsioni (tra questi, la Banca d’Italia, la Svimez o l’ISCO). </p><p rend="text">Nel dopoguerra il modello anglo-americano dei conti nazionali e delle indagini campionarie influenzò fortemente l’attuazione delle indagini statistiche in entrambi i paesi, anche alla luce del condizionamento esercitato dalle istituzioni internazionali ed europee, capaci di sollecitare l’innovazione metodologica e la costante ricerca di dati statistici comparabili<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_08.html#footnote-000">12</ref></hi></hi>. In entrambi i paesi, come in tutto il mondo occidentale, il retroterra teorico keynesiano fu quello predominante sul piano dei modelli macroeconomici di riferimento, anche se, a differenza che in Francia, in Italia il riferimento all’approccio keynesiano non fu molto evidente nella costruzione di dati e indicatori statistici, forse per ragioni politiche e culturali su cui occorre indagare più a fondo. La comparazione che si è tratteggiata in questa sede, peraltro, lascia aperte molte altre questioni che richiedono un esame più approfondito, a cominciare dal rapporto fra la statistica ufficiale e la politica, ma anche fra la statistica ufficiale e i servizi statistici di altre istituzioni pubbliche (i ministeri, la banca centrale) e private.</p></div><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Alberti, Manfredi. 2016. <hi rend="italic">Senza lavoro. La disoccupazione in Italia dall’Unità a oggi</hi>. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-011-backlink">1</ref></hi>	Secondo Touchelay (1995) l’esperienza bellica aveva avuto un’influenza positiva sulla reputazione e sul ruolo degli statistici soprattutto nel caso dell’Italia e del Regno Unito, meno nel caso della Francia.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-010-backlink">2</ref></hi>	Tra queste, l’Institut de Conjuncture, il Commissariat au Plan, il ministero delle Finanze, l’Institut des Sciences Économiques Appliquées.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-009-backlink">3</ref></hi>	Si segnala che l’INSEE rifiutò la proposta del governo di consentire l’erogazione di un contributo privato per finanziare il suddetto censimento agricolo (Touchelay 2000, 177).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-008-backlink">4</ref></hi>	Nel febbraio 1947 il noto demografo Alfred Sauvy, scrivendo sulla rivista <hi rend="italic">Defénce Nationale</hi>, si spinse a definire le indagini statistiche dell’INSEE come uno «strumento di oppressione».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-007-backlink">5</ref></hi>	Tra il 1944 e il 1945 furono attuati una serie di censimenti sotto il controllo militare alleato, caratterizzati anche dalla sperimentazione dei metodi campionari. Secondo lo stesso ISTAT, la qualità dei dati prodotti in quelle circostanze fu probabilmente assai limitata, a causa della rapidità con cui furono raccolti (ISTAT 1949, 7).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-006-backlink">6</ref></hi>	Sulla rilevanza di una stima accurata della bilancia dei pagamenti e sui problemi connessi alla sua misurazione si veda anche Hirschman 2022.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-005-backlink">7</ref></hi>	Durante la conferenza dell’ISI tenutasi a Washington nel 1947 Barberi presentò un paper sul concetto di reddito nazionale.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-004-backlink">8</ref></hi>	Gini considerava concettualmente fuorviante il riferimento all’attività produttiva come «valore aggiunto», e sosteneva una concezione di reddito che fosse anche una misura del benessere (Gini 1947; 1948; 1951).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-003-backlink">9</ref></hi>	Si veda a questo riguardo Baffigi 2015.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-002-backlink">10</ref></hi>	I verbali originali degli incontri del CSS, di cui esiste anche una sintesi pubblicata a cura di Parenti (1994), sono conservati nell’Archivio Storico ISTAT, “Consiglio Superiore di Statistica. Verbali (1949-1961)”, fasc. 12, 13, b. 12-13.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-001-backlink">11</ref></hi>	I fondi ERP, nel dopoguerra, contribuirono anche al progressivo rinnovo delle attrezzature meccaniche dell’ISTAT (1951, 23).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_08.html#footnote-000-backlink">12</ref></hi>	Negli anni del dopoguerra Albert O. Hirschman scrisse sull’importanza di dati comparabili per la cooperazione economica in Europa e per il varo di politiche economiche comuni (Hirschman 2022).</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Manfredi Alberti, University of Palermo, Italy, <ref target="mailto:manfredi.alberti@unipa.it">manfredi.alberti@unipa.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0001-6317-8357">0000-0001-6317-8357</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Manfredi Alberti, <hi rend="italic">Percorsi di internazionalizzazione a confronto: la statistica ufficiale in Francia e in Italia tra secondo dopoguerra e anni Sessanta,</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.08">10.36253/979-12-215-0775-1.08</ref>, in Piero Bini, Antonio Magliulo, Letizia Pagliai (edited by), <hi rend="italic">L’Italia repubblicana in cammino. Ricostruzione, crescita, instabilità</hi>, pp. -116, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0775-1, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1">10.36253/979-12-215-0775-1</ref></p></div></div>
      
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