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        <title type="main" level="a">Il piano per il Sud crocevia di idee economiche e sociali. Dalla fine della guerra all’avvio di una politica di coesione (1944-1953)</title>
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            <forename>Simone</forename>
            <surname>Misiani</surname>
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          <resp>This is a section of <title>L’Italia repubblicana in cammino</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0775-1</idno>) by </resp>
          <name>Piero Bini, Antonio Magliulo, Letizia Pagliai</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.09</idno>
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        <p>At the end of the Second World War, a period began in Italy marked by a renewed interest in the South, leading to a comprehensive rethinking of the paradigms of economic and social thought considered up to that point. "The Plan for the South" experiments with an intellectual, rather than political, alliance between exponents of diverse backgrounds and interests, bringing Italy to the center of international debate. The paper concisely reconstructs the main centers of economic thought; it connects the moments of study to the economic policy choices of political power; it places the timing of technical thought within the framework of international historical events.</p>
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            <item>Postwar History</item>
            <item>Southern Italy and Depressed Areas</item>
            <item>Development Policy</item>
            <item>Alessandro Molinari</item>
            <item>Albert Otto Hirschman</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.09<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.09" /></p>
      <div><head>Il piano per il Sud crocevia di idee economiche e sociali. Dalla fine della guerra all’avvio di una politica di coesione (1944-1953)</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Simone Misiani</p><div><head>1. Introduzione</head><p rend="text">Nell’ultimo decennio la questione del divario regionale è tornata di interesse, a partire dalla crisi economica del 2008 in una prospettiva storiografica diversa rispetto al passato, con un’attenzione alla priorità di favorire le potenzialità interne al Sud nel contesto di una economia globale. Negli ultimi decenni, in particolare dopo la crisi del 2008, ha ripreso vigore l’interesse del pensiero economico sul tema dei divari di sviluppo tra Nord e Sud ma anche tra Italia ed Europa. All’interno dell’Unione Europea le disparità hanno iniziato a crescere in modo significativo in seguito alla crisi finanziaria del 2008. La teoria economica ha dimostrato che la presenza di divari regionali è un fenomeno comune in diverse aree del mondo. Oltre allo storico divario Nord-Sud si registra l’apertura di un dislivello tra Italia ed Europa. Da tale premessa è derivata una ripresa di interesse sulla storia delle politiche di intervento pubblico e del governo degli squilibri per indirizzare il cambiamento al fine della definizione di un nuovo quadro di riferimento<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-021">1</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il presente contributo intende offrire alcuni semplici spunti di riflessione interni alla cultura economica sul modello di politica per lo sviluppo del Sud come apporto allo studio della stabilizzazione dell’Italia repubblicana nel dopoguerra ma anche del mondo capitalista in una prospettiva di analisi economica globale. La storiografia ha riconosciuto che la soluzione della questione meridionale è stata un elemento programmatico della cultura economica costituzionale (Barucci 1976; Cafagna 1989; Galasso 2005, 93 e sgg.; Felice 2013; Pescosolido 2017). Il presente si interroga sulla evoluzione nel tempo dei modelli di politica di convergenza Nord-Sud. In questo contesto rientra lo studio sull’origine di un piano per il Sud nel dopoguerra. Il motivo di interesse sul meridionalismo nel secondo dopoguerra è fondato sulla scoperta della concentrazione geografica dello sviluppo con tendenza alla crescita del divario interno. Questo aspetto inserisce il pensiero italiano nel circuito internazionale della teoria dello sviluppo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-020">2</ref></hi></hi>. Il contributo sottolinea i legami tra il programma di investimenti nel Sud d’Italia con l’avvio dei primi finanziamenti per piani di sviluppo a partire dai fondi del Piano Marshall, e ad opera della Banca Mondiale e della Commissione economica europea della Nazioni Unite (OECE). Il nodo del nazionalismo economico non poteva risolversi con un ritorno ad una regolazione basata sul libero scambio commerciale. Apparve, in tutta evidenza, che il potere politico aveva il compito di evitare che il libero scambio facesse prevalere il potere monopolistico e la reiterazione di dipendenza tra le nazioni. In Italia questa tendenza riguardava, in particolar modo, la macroregione del Sud. La politica di convergenza avrebbe dovuto allargare il consenso alla democrazia evitando il pericolo del fascismo, offrendo una risposta alla penetrazione del comunismo. Il programma affermava, in primo luogo, il compito dell’economia di ridurre i divari socioeconomici e ambientali delle diverse regioni italiane al fine di giungere ad uno sviluppo equilibrato della nazione. La tesi poggiava sull’idea che la vittoria delle democrazie occidentali contro i totalitarismi era avvenuta attraverso una politica di convergenza e di inclusione sociale. Questa visione si coniugava alla teoria economica dello sviluppo, applicata nelle democrazie del dopoguerra, seguendo un orientamento sia liberale che interventista. </p><p rend="text">Il Mezzogiorno è preso in considerazione come contributo per uno studio sull’importanza della politica del dopoguerra, non solo ai fini della ricostruzione ma anche dello sviluppo a favore delle aree depresse. In particolare, lo studio sul Sud si è proposto di analizzare il ruolo della politica di sviluppo come fattore di tenuta della democrazia. Ci si è proposti di far emergere la critica all’economia ortodossa di tipo produttivista e, in secondo luogo, ci si è interrogati intorno il pensiero critico sull’economia dello sviluppo. Questo snodo è cruciale nella storia degli anni Cinquanta e Sessanta. Obiettivo di fondo è far emergere la funzione paradigmatica del caso italiano per valutare il modello di pianificazione nel mondo occidentale.</p><p rend="text">Il presente articolo si propone di rintracciare le origini culturali di una politica di convergenza per la riduzione del dualismo Nord/Sud. In particolare, ci si propone di far emergere l’apporto del pensiero economico che giustifica una politica di piano per lo sviluppo del Sud, all’interno dei vincoli posti dall’adesione all’ordinamento economico internazionale. Si anticipano nell’introduzione alcuni temi/snodi periodizzanti ripresi nel capitolo successivo. Il primo punto attiene alla rappresentazione del Mezzogiorno. La questione meridionale non è più vista in senso recriminatorio/risarcitorio ma in una prospettiva economica come opportunità di investimenti con vantaggi per tutta l’Italia e l’Europa. Il secondo tema riguarda il concetto di continuità/cesura istituzionale che attraversa tutti gli ambiti della vita pubblica ed in particolare il comparto economico con riferimento al tema della età post-bellica. Il terzo più specifico campo seguito dalla ricerca riguarda il pensiero economico. Grazie alla disponibilità delle fonti e della produzione storiografica degli ultimi decenni è possibile far emergere il peso della componente laica e socialista nel dopoguerra al di là del peso elettorale. Basti solo accennare al contributo delle ricerche sull’Italia, al dibattito sull’economia dello sviluppo e alla determinazione delle aree depresse. Da ultimo l’indagine si è proposta l’obiettivo di entrare nello specifico dell’attuazione del primo piano 1948-53, al fine di far emergere i modelli seguiti e i cambiamenti degli anni Cinquanta.</p><p rend="text">Da ultimo l’indagine si è proposta di far emergere il ruolo di una élite di intellettuali-tecnici, chiamati a collaborare con gli organismi economici internazionali al governo delle politiche di sviluppo delle regioni arretrate. In questo senso si è proposto di fornire un apporto allo studio biografico di una élite di tecnici nel dopoguerra, interna alle istituzioni economiche sorte alla fine del conflitto al fine di favorire lo sviluppo e l’allargamento del modello di democrazia all’interno del capitalismo. Il contributo ha approfondito il ruolo degli esperti di legittimazione dell’Italia nel circuito delle relazioni economiche internazionali. L’élite degli esperti aderisce ai principi della democrazia e si è formata nelle istituzioni economiche degli anni Trenta e si confronta con la rivoluzione keynesiana. In questo contesto si giunge alla elaborazione di una politica di convergenza regionale. Il saggio si propone di fornire un quadro d’insieme sui principali prodotti della cultura economica orientati più che alla teoria ai programmi di governo; collegare i momenti di studio con le scelte dei governi di politica economica; riportare i tempi del pensiero dentro il quadro dei grandi eventi della storia mondiale. Il programma di sviluppo del Sud vide l’ascesa di una élite di intellettuali-esperti entrati nelle istituzioni tra due guerre che avevano preso parte al riordino dell’economia con ingresso della mano pubblica guidata da protagonisti con due visioni dello sviluppo diverse: Alberto Beneduce e Arrigo Serpieri. Essi furono chiamati a dirigere l’elaborazione dei piani, negoziare i prestiti internazionali, e dirigere le prime attuazioni dentro l’amministrazione pubblica. Si tratta di un percorso di selezione che, nel quadro del processo di ammodernamento delle istituzioni, si accelerò tra le due guerre. Il contributo si inserisce nel filone di studi intorno alla selezione di una nuova classe dirigente, con funzione di <hi rend="italic">international advisoring</hi>, dentro alle istituzioni economiche e finanziarie come UNRRA, Marshall Plan, World Bank, OECE ecc.</p></div><div><head>2. Il piano per il Sud nel contesto del dopoguerra</head><p rend="text">La rifondazione dell’Europa nel dopoguerra affonda le sue fondamenta su un patto economico per la riduzione delle disuguaglianze interne al capitalismo attraverso il piano per la Ricostruzione ma anche di sviluppo delle zone arretrate<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-019">3</ref></hi></hi>. L’Italia fu il primo paese dell’Europa occidentale a adottare la teoria dello sviluppo per le aree arretrate a beneficio della macroregione del Mezzogiorno. Nel periodo della guerra nasce l’economia dello sviluppo che propone una visione eterodossa, la quale contrasta con la teoria neoclassica. Si applica nel dopoguerra un primo modello di intervento pubblico per i paesi in via di sviluppo finalizzato a ridurre le diseguaglianze geografiche interne al capitalismo. Si viene codificando un modello semplificato adottato negli anni Cinquanta e Sessanta che subirà riforme successive, sulla base dei fallimenti. In questa operazione emerge una élite intellettuale di economisti-esperti chiamati a studiare il piano e negoziare il prestito internazionale. </p><p rend="text">Nel primo triennio post-bellico (1944-47) l’Italia fu inserita nel programma di primi aiuti diretto dalla Missione UNRRA (United Nations Relief and Rehabilitation Administration). La Missione fu guidata da Spurgeon Milton Keeny che diede un indirizzo sociale e favorì una conoscenza sul divario territoriale. Il primo finanziamento all’Italia della Banca mondiale avvenne nel 1947 e fu voluto direttamente da David Lilienthal dopo l’intervento di Mario Einaudi, figlio di Luigi trasferitosi negli Stati Uniti (Grandi 2012). In questo periodo l’impegno del governo si concentrò sul tema della Ricostruzione e della lotta alla povertà con due obiettivi preliminari: la fine della guerra con la riunificazione nazionale e il contenimento dell’inflazione post-bellica. La crisi del rapporto tra lo Stato e il Mezzogiorno aveva radici nel processo di unificazione nazionale, ma anche nel cambiamento intervenuto nell’economia dovuta allo sviluppo del Nord che aveva accentuato l’arretramento del Mezzogiorno. In questo triennio il Sud entrò nella storia del dopoguerra come protagonista sociale delle lotte contadine per la riforma dei patti agrari e l’occupazione di terre del latifondo. La crisi del sistema del latifondo aveva posto la questione della disoccupazione non più riassorbibile nel mondo rurale. Il problema del Sud emerse in termini di questione sociale e demografica. Il partito comunista, dopo l’uscita dal governo, aveva assunto il controllo politico delle lotte contadine favorendo la penetrazione del consenso intorno alla tesi sulla questione agraria e sulla rivoluzione marxista-leninista nelle campagne. In questo contesto fu posta la questione economica di un piano di sviluppo a favore del Sud.</p><p rend="text">Fin dall’autunno del 1944 il Partito d’Azione, formazione della sinistra antitotalitaria, rilanciò la tradizione meridionalista con l’organizzazione di iniziative dedicate al problema agrario. La Conferenza fu guidata da Guido Dorso e dall’economista agrario Manlio Rossi-Doria. Il piano per il Sud avrebbe dovuto dar vita ad una riforma agraria finalizzata alla rottura del sistema sociale del latifondo, con il sostegno alla formazione d’imprese agricole, e la ripresa dell’emigrazione. La proposta di sviluppo rurale entrò nel rapporto della Commissione economica che preparò i lavori dell’Assemblea costituente presieduta dall’economista Giovanni Demaria. L’intervento pubblico avrebbe dovuto favorire il passaggio dal sottosviluppo allo sviluppo attraverso il completamento dei piani di bonifica integrale e favorire la ripresa dell’emigrazione dalle zone sovrappopolate e, in particolare, dalla montagna meridionale. L’indirizzo meridionalista è ripreso dagli articoli che regolano i rapporti economico-sociali, tra i quali l’agricoltura, senza peraltro fare esplicito richiamo al Mezzogiorno.</p><p rend="text">La scelta sulla politica di sviluppo fece un balzo in avanti nel biennio 1948-50 quando gli eventi delle relazioni internazionali influenzarono il corso della storia repubblicana in seguito alla scelta occidentale, con la costituzione di un nuovo governo senza comunisti e socialisti. La soluzione del problema del dualismo economico poneva l’interdipendenza tra stabilizzazione democratica e politica di sviluppo nell’Europa mediterranea. Il primo passo fu l’annuncio del prestito ERP per la Ricostruzione, noto come Piano Marshall premessa per l’avvio di una politica di investimenti pubblici. La linea economica del governo De Gasperi fu definita dal ministro del Bilancio Luigi Einaudi del IV governo De Gasperi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-018">4</ref></hi></hi> che nel 1947-48 impose una stretta creditizia per spegnere l’inflazione post-bellica e consentire all’Italia l’ingresso negli organismi monetari di Bretton Woods. In questo passaggio fu rafforzata la funzione della Banca d’Italia con la nomina a governatore di Donato Menichella in adesione all’indicazione di Einaudi, che nel frattempo era stato eletto Presidente della Repubblica. In questo frangente sorse un organismo europeo l’OECE (Organizzazione Europea di Cooperazione Economica con sede a Parigi) a cui gli Stati Uniti affidarono la gestione dei fondi ERP; in questo modo fu definito l’obiettivo della riduzione delle diseguaglianze geografiche in Europa. Il primo piano del Sud del dopoguerra fu elaborato dal gruppo di esperti, tra l’autunno del 1949 e la primavera del 1950. La svolta cruciale fu decisa dal VI governo De Gasperi, nato con uno spostamento a sinistra della corrente di <hi rend="italic">Cronache Sociali</hi> guidata da Fanfani e la componente tecnico-politica di Ezio Vanoni. Il cambio di rotta rispondeva anche ad una sollecitazione del governo americano che si ispirava al cosiddetto Rapporto Hoffman, scritto da esperti di cultura keynesiana (ottobre 1949) che denunciava il ritardo dell’impiego dei fondi ERP da parte dell’Italia. </p><p rend="text">Il governatore Menichella incaricò il Servizio studi di Banca d’Italia guidato da Paolo Baffi, di dar vita ad un tavolo tecnico di discussione per definire un piano del Sud con la concessione di un prestito della Banca Mondiale BIRS (Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-017">5</ref></hi></hi>. In questo passaggio emerse la posizione di Paul Roseinstein-Rodan, vicedirettore dal 1947 al 1953 della divisione economica e capo del comitato di esperti della Banca mondiale. Questi aveva frequentato negli anni Trenta Luigi Einaudi e la sua scuola. Egli fu autore nel 1943 di un fondamentale studio che pose le premesse sugli investimenti per lo sviluppo in vista del dopoguerra (<hi >Rosenstein-Rodan 1966 [1943]</hi>). Rosenstein-Rodan fu autore di un saggio che aveva fondato l’economia dello sviluppo, con la teoria <hi rend="italic">Big Push Model </hi>ponendo le premesse di un modello di sviluppo, simultaneo e generalizzato, che avrebbe dovuto concentrarsi tanto sulle «industrie di base», quanto su «tutta una serie di industrie che producono l’insieme dei beni per l’acquisto dei quali gli operai spenderanno il proprio salario» (<hi >Rosenstein-Rodan 1966, 227</hi>)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-016">6</ref></hi></hi>. Occorre precisare che si trattava di un modello senza riscontri empirici. Con questo contributo egli aveva affermato il principio che un finanziamento esterno avrebbe preparato il decollo industriale nelle aree arretrate. In questa fase fu invitato dal Servizio Studi anche Albert Hirschman protagonista dell’economia dello sviluppo nel dopoguerra. Albert Hirschman era stato influenzato dalle idee del filosofo Eugenio Colorni, socialista non marxista<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-015">7</ref></hi></hi>. Dopo la laurea in Economia a Trieste si era specializzato alla London School of Economics e, durante la Guerra, si era trasferito negli Stati Uniti. Dal 1946 al 1952 fu il capo della sezione Europa occidentale e Commonwealth Britannico del Federal Reserve Board. Nel corso degli anni Cinquanta si allontanò dal modello di Rosenstein-Rodan in base all’esperienza condotta in Colombia. Questo punto è ripreso successivamente.</p><p rend="text">La delegazione degli esperti italiani presente nelle riunioni organizzate dal Servizio Studi di Banca d’Italia fu guidata da Francesco Giordani, Pasquale Saraceno e Alessandro Molinari economisti della Svimez (Associazione per l’Industrializzazione del Mezzogiorno), centro studi pubblico-privato fondata nel dicembre del 1946 da esperti di formazione cattolica e socialista che avevano preso parte ai lavori della Commissione Economica. La Svimez si fece interprete del governo italiano con gli esperti della Banca mondiale per lo studio di un piano per il Mezzogiorno. Fu il principale centro di elaborazione di un piano economico, dove collaborarono esperti impegnati socialisti e cattolici. Ideò con la collaborazione di Marsan, il primo piano di investimenti per il Mezzogiorno che nel 1950 ottenne il prestito della Banca mondiale finalizzato ad un programma di sviluppo del Sud (SVIMEZ 1951)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-014">8</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Tra il 1947 e il 1949 ebbe luogo una fase di elaborazione di un piano intersettoriale per il Sud da inserire nel programma nazionale di Ricostruzione da sottoporre agli esperti internazionali per la concessione del Prestito ERP e alla Banca Mondiale. Si tratta di una fase più vivace a livello di evoluzione del pensiero, che precede la decisione politica. Si tratta di un momento, per molti versi, unico nella storia dell’Italia repubblicana. Carattere dei piani intersettoriali, in cui sono collegate scienze sociali e umane ed economiche, con il primato assegnato ad un’impostazione quantitativa. Tuttavia, la finalità del piano economico è la rottura dell’equilibrio tradizionale per combattere la disoccupazione strutturale e la sottoccupazione. In secondo luogo, il piano si propose di proporre un modello di coesione sociale con al centro l’obiettivo dell’ascesa sociale attraverso un modello di sviluppo dal basso. L’attuazione di un piano economico per il Mezzogiorno fece seguito all’adesione delle regole fissate per l’utilizzo del prestito per la Ricostruzione post-bellica. Le classi dirigenti italiane ebbero una certa autonomia nel definire strategie e progetti, con ricadute sul modello, ma anche nel criticare i limiti della politica di sviluppo. Questo punto rientrava nella strategia statunitense nella Guerra Fredda fondata sul potenziamento della diplomazia culturale o <hi rend="italic">soft power</hi>, secondo una interpretazione adottata dalla teoria delle relazioni internazionali a partire dagli anni Novanta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-013">9</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La Svimez ereditò dal passato il modello della legislazione speciale di Francesco Saverio Nitti, ripensato alla luce del modello di intervento pubblico dell’IRI ideato tra le due guerre da Alberto Beneduce con il contributo della Banca d’Italia. Si trattava di una delle politiche tecnocratiche con fine produttivista e di inclusione sociale (lotta alla disoccupazione). La linea Nitti-Beneduce fu rilanciata dentro Confindustria da Giuseppe Cenzato, presidente della SME (Società Meridionale Elettricità)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-012">10</ref></hi></hi>. La linea italiana fece un salto in avanti con Pasquale Saraceno protagonista nella stagione degli anni Cinquanta e Sessanta degli studi preparatori dello Schema Vanoni e della programmazione economica del centro-sinistra (Saraceno 1982)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-011">11</ref></hi></hi>. Pasquale Saraceno favorì la transizione del sistema beneduciano con il fine della allocazione degli investimenti direttamente nei settori economici a più alta produttività<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-010">12</ref></hi></hi>; sostenne il concetto della responsabilità sociale dell’impresa anche andando oltre i vincoli del mercato. </p><p rend="text">In secondo luogo, la Svimez, introdusse in Italia la nuova cultura economica dello sviluppo, fondata sul primato di un metodo statistico-quantitativo e si aprì ad una visione interdisciplinare e intersettoriale, con una spiccata attenzione agli investimenti nel sociale. Questa impostazione fece capo al direttore delle ricerche Svimez lo statistico Alessandro Molinari. Questi era stato direttore generale dell’ISTAT (1929-1944) poi, dopo un breve distacco alla Missione UNRRA e la collaborazione alla Commissione Economica approdò alla Svimez. Egli aveva una concezione della pianificazione liberale e socialista, si propose di coniugare l’istanza centrale sulla conoscenza delle differenze realtà zonali favorendo il decentramento territoriale. Egli aveva compreso che il Mezzogiorno si era accresciuto con lo sviluppo industriale prima del crollo del fascismo in base ai risultati del primo censimento industriale con impiego del calcolo sul valore aggiunto (1938-42). Dall’indagine emergeva un divario crescente tra la concentrazione industriale del Nord e la crescita del divario del Mezzogiorno con aumento di un fenomeno di disoccupazione strutturale. </p><p rend="text">Tra il 1947 e il 1949 Molinari pubblicò alcuni fondamentali saggi che inquadrarono il problema storico del divario meridionale nella prospettiva di studio delle <hi rend="italic">depressed areas </hi>di impronta anglosassone (Molinari 1949)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-009">13</ref></hi></hi>. In questi primi studi era impostata la linea di ricerca ed anche erano indicate le soluzioni nella creazione di un istituto economico pubblico capace di sovraintendere all’attuazione di un programma di investimenti macroregionali. La sua definizione riprendeva le idee di Rosenstein-Rodan intorno al significato e criterio di applicazione del piano economico, ed anche la visione anglosassone del Piano Beveridge. Promosse un’analisi conoscitiva di tipo quantitativo e qualitativo sulla struttura sociale e la classe politica ed altri indicatori ambientali. L’analisi sul problema dello sviluppo si allargava dal dato economico del trasferimento delle risorse pubbliche alla questione più complessa del livello di funzionamento delle istituzioni a cui andavano destinati i fondi per la Ricostruzione e quindi al funzionamento delle amministrazioni meridionali.</p><p rend="text">Nel 1948-49 Molinari organizzò dentro la Svimez piani regionali di sviluppo. Le ricerche fornirono quadro conoscitivo preliminare all’impostazione del piano di previsione economica di medio e lungo periodo. Il problema meridionale era unico in Italia e nel contesto dell’Europa occidentale poiché derivava dalla nascita dello Stato unitario e si era aggravato con la crescita economica. Fu affermata la necessità di un programma di investimenti per il Sud da una parte degli organismi di ricerca economica e del mondo delle imprese. La Svimez dimostrò la tesi che fosse necessaria una politica di convergenza con investimenti tanto pubblici quanto privati, al fine di spezzare il circuito del sottosviluppo meridionale. Il decollo industriale andava sostenuto con interventi dall’esterno operando mediante misure di intervento pubblico in economia. Si poneva, a questo punto, la necessità di operare uno scarto rispetto alla teoria keynesiana del moltiplicatore, ai fini della soluzione del problema di una macroregione arretrata (il Mezzogiorno). </p><p rend="text">Il programma di ricerche seguì il metodo statistico economico e demografico, con l’apporto determinante di altri strumenti di analisi (Molinari 1988). La pianificazione regionale riprese dall’analisi agraria il metodo della zonizzazione per lo sviluppo industriale secondo indicatori definiti da studi socio-ambientali. L’indagine adottò la zonizzazione INEA (Istituto Nazionale di Economia Agraria), avanzata per la prosecuzione della bonifica integrale (Legge Serpieri 1933) nella lotta contro il sistema sociale del latifondo meridionale. In secondo luogo, era acquisito l’apporto del metodo dei piani urbanistici regionali dell’Istituto Nazionale di Urbanistica per l’applicazione dalla legge urbanistica del 1942 che aveva imposto l’obbligo di fare piani regionali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-008">14</ref></hi></hi>. Un terzo decisivo apporto provenne dalla pianificazione regionale collegata all’iniziativa sociale diretta dal sociologo dello sviluppo Giorgio Ceriani Sebregondi (1989). Il valore della sociologia era di favorire la partecipazione delle comunità locali alla gestione della politica di piano. I piani regionali della Svimez (1948-49) furono ripresi e aggiornati a metà degli anni Cinquanta nello studio per i prestiti internazionali al Sud, confluiti nello Schema Vanoni.</p><p rend="text">Le ricerche storiche hanno esaltato la cesura 1949-50 con la decisione del governo De Gasperi di avvio di una politica di convergenza tra Nord e Sud, in contrasto con l’indirizzo del fascismo che aveva portato ad un aumento delle differenze territoriali in termini di struttura produttiva, reddito pro-capite e livelli di disoccupazione ma anche e principalmente di funzionamento dei servizi pubblici. Nel 1950 la discussione si spostò dai tavoli tecnici alla sede parlamentare per l’approvazione del piano straordinario di opere per il Sud con l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno. Questo snodo rappresenta un passaggio decisivo nella storia dell’Italia repubblicana. In questa sede ebbe luogo una discussione di grande interesse con riferimenti all’economia internazionale dello sviluppo. Emerse un fronte ampio di apertura alla politica di piano per il Sud, rispetto allo schieramento della Guerra Fredda. Il partito comunista si schierò contro il piano di intervento straordinario, tuttavia, Giorgio Amendola nel suo intervento svolse una analisi critica richiamando i dati della Svimez sul divario geografico e sui limiti del modello di sviluppo. Più interessante è la posizione fuori dal Parlamento assunta dalla CGIL di Giuseppe Di Vittorio il quale diede luogo al Piano del lavoro con la collaborazione di economisti ed esperti, tra i quali Paolo Sylos Labini, impegnati nello studio del piano per il Sud. In generale il Piano del Lavoro aprì la critica marxista all’impostazione labourista e sperimentò per la prima volta in Italia un metodo di pianificazione dal basso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-007">15</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’iniziativa del governo De Gasperi portò alla legge 646 di istituzione della Cassa inaugurata. Nell’atto istitutivo erano annunciati i progetti finanziati con il prestito internazionale (ERP) delimitati ad opere di interesse pubblico finalizzati – si legge – «al progresso economico e sociale», che rientravano tra i cosiddetti «monopoli naturali» come la gestione delle acque o delle ferrovie<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-006">16</ref></hi></hi>. Fu votato un piano decennale del governo per il Sud di mille miliardi definiti dal Comitato dei ministri per il Mezzogiorno ispirato al piano della Svimez. Il periodo 1950-57 è considerato il primo tempo della Cassa e dello sviluppo italiano. I partiti di governo avevano potere di nomina della presidenza dei vertici della Cassa per il Mezzogiorno, tuttavia, era garantita una certa autonomia agli esperti. Il piano decennale del governo per il Sud prevedeva un impegno finanziario di mille miliardi con progetti di spesa realizzati nel primo triennio (1950-53) di 350 miliardi. Il primo prestito della BIRS del 1951 fu destinato ad impianti idroelettrici per 6 miliardi. Dentro alla Cassa fu assunto personale tecnico proveniente dall’esperienza della Bonifica Integrale (Consorzi di bonifica e Opera Nazionale per i Combattenti). Il finanziamento iniziale della Cassa fu vincolato al raggiungimento dell’autonomia economica, e alla lotta contro i monopoli sulla base dell’esperienza della TVA. Nel primo triennio il primato dei progetti fu destinato al settore agro-alimentare: dalla bonifica integrale alle infrastrutture. </p><p rend="text">Fu varato un piano articolato più per impatto etico e politico che seguendo una spinta degli interessi economici. Fu affidato a diversi provvedimenti; in particolare al provvedimento istitutivo della Cassa per il Mezzogiorno e alle leggi di riforma agraria, cui si devono giungere provvedimenti relativi a campi specifici. In definitiva la legislazione agraria andava letta sotto un profilo normativo in modo organico con la politica di intervento straordinario. </p><p rend="text">Fu posta fin dalla organizzazione direttiva dell’ente della Cassa e, in misura diversa, degli enti di riforma agraria, la questione del controllo dei partiti con la tendenza ad uso clientelare delle risorse. Il problema in verità era comune a tutte le politiche d’intervento pubblico, tuttavia, questa tendenza rispetto alla Cassa fu più presente negli enti di riforma agraria là dove il peso demografico apparve svincolata dagli interessi delle amministrazioni locali. Va detto che in secondo luogo apparve difficile svolgere un’azione coordinata nei diversi settori di intervento, tuttavia, questo dato ha costituito un elemento di indubbia forza del programma d’intervento pubblico. Questa critica evidenzia in ogni modo la difficoltà di funzionamento delle amministrazioni locali del Sud ed in particolare dei centri rurali. Una terza fondamentale critica riguarda il rapporto tra i piani e la domanda del territorio. Questo aspetto merita una particolare attenzione poiché riguarda il campo della cultura economica. Infatti, su questo problema di metodo si confrontarono due visioni della pianificazione. Il primo indirizzo, che fece capo a Saraceno, puntava ad un piano dall’alto basandosi sui dati delle tendenze macroeconomiche. All’opposto si pose negli stessi anni una visione dal basso della pianificazione che puntava a far emergere il valore <hi rend="CharOverride-2">dello sviluppo comunitario e del capitale sociale (Putnam 1993)</hi>. </p><p rend="text">Questa seconda prospettiva di intervento pubblico faceva capo alla teoria della crescita endogena e al ruolo decisivo delle politiche pubbliche per sostenere la crescita di lungo periodo attraverso investimenti a supporto dell’innovazione culturale e dei servizi. In definitiva nel primo piano per il Sud i prestiti internazionali prevedevano misure per il potenziamento del capitale umano, dai progetti di educazione degli adulti agli interventi per la formazione post-laurea e agli interventi per ridurre le barriere alla concorrenza. Non è oggetto del presente contributo valutare i risultati ottenuti in termini economici e sociali della manovra varata nel 1950. Giova sottolineare che le opere di pre-industrializzazione vanno considerate in una prospettiva di medio lungo termine nel decennio degli anni Cinquanta. </p></div><div><head>3. Il piano del Sud nella storia della teoria dello sviluppo</head><p rend="text">Con l’azione legislativa del 1950 e la creazione della Cassa per il Mezzogiorno, il piano per il Sud si dotò di un quadro normativo con la definizione degli obiettivi e degli strumenti di una politica per le regioni meridionali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-005">17</ref></hi></hi>. Nel primo decennio la Cassa per il Mezzogiorno seguì una linea gradualista, proseguì i piani di bonifica, con investimenti nel settore agricolo, grandi infrastrutture e nei servizi. Il governo adottò altre iniziative per il Sud, come la riforma agraria e la politica socio-educativa rivolta all’istruzione elementare e superiore. La via gradualista da una condizione di sottosviluppo allo sviluppo fu presa in considerazione per i paesi dell’Europa meridionale, tuttavia, l’indirizzo di convergenza regionale fu considerato inadeguato rispetto ai fautori di una politica immediata di industrializzazione. Il cambiamento di approccio accompagnò e talora anticipò lo spostamento a sinistra del governo con la nascita della maggioranza per l’ingresso dei socialisti e l’apporto della cultura socialdemocratica. In questo passaggio si colloca la genesi dello Schema Vanoni e la partecipazione dell’Italia al dibattito internazionale sullo sviluppo. In particolare, Paul Rosenstein-Rodan fu chiamato dalla Svimez a collaborare attivamente all’impostazione dello Schema Vanoni, avviando un rapporto di collaborazione con il Centro di ricerche economiche del MIT. Il contatto con l’economista austriaco fu intessuto dal direttore Alessandro Molinari che promosse lo studio della pianificazione laburista. L’Italia entrò dentro la dialettica che si aprì in questo periodo intorno alla via di sviluppo dei paesi e delle aree depresse. Fu seguita con interesse la teoria sui divari regionali di Gunnar Myrdal, responsabile della Commissione economica europea delle Nazioni Unite (Myrdal 1957)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-004">18</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Negli anni Cinquanta la Svimez si dotò di una politica editoriale con la pubblicazione di <hi rend="italic">Notizie Svimez</hi> che riportava il dibattito internazionale relativamente alle aree sottosviluppate nel contesto nazionale. Sotto la supervisione di Rosenstein-Rodan e il contributo della Ford Foundation e della Rockefeller Foundation fu costituito dalla Svimez un centro di studi sullo sviluppo. Negli stessi anni a Napoli Rossi-Doria diede vita nella facoltà di Agraria di Napoli-Portici ad un Centro di specializzazione economico-agrario che si interrogava sui problemi dello sviluppo, come si deduce dai saggi dell’economista Augusto Graziani, che impiegava categorie liberali e del marxismo per rappresentare la questione dei divari crescenti. In questo capitolo si forniscono cenni sul significato del cambiamento intervenuto nella cultura economica degli anni Cinquanta e Sessanta rispetto all’obiettivo della convergenza regionale. Questa stagione si chiuse con l’avvio della seconda fase di pianificazione economica che ebbe un momento di svolta tra il 1962 e il 1965. In questa fase fu aggiornata la metodologia e gli obiettivi dell’intervento pubblico ai fini di spezzare il circolo del sottosviluppo; il problema dello sviluppo del Mezzogiorno fu oggetto di analisi degli economisti internazionali con alcuni lavori che approfondivano in termini di teoria economica la tendenza alla crescita del divario tra paesi ricchi e paesi poveri. </p><p rend="text">In Italia si avviò un dibattito sulla teoria dello sviluppo e sulle politiche per le aree arretrate in anticipo rispetto al cambiamento di fase della politica di coesione avvenuto a metà degli anni Sessanta. Nella seconda metà degli anni Cinquanta si svolse in Italia un vivace dibattito che riconosceva gli effetti positivi degli aiuti economici nelle regioni depresse del Mezzogiorno, pur se erano fin da allora evidenziate le contraddizioni interne alla logica della politica di sviluppo che, in determinate zone, non aveva portato all’autonomia ma a nuove forme di dipendenza sociale per una molteplicità di cause. Tuttavia, in generale l’impatto positivo fece da collante programmatico di un’evoluzione del quadro politico nazionale. Nella seconda metà degli anni Cinquanta si confrontarono diversi modelli di pianificazione industriale. In primo luogo, la linea industrialista di Saraceno che aveva un modello dirigista diretto e calato dall’alto in base ad una conoscenza dei dati macroeconomici. In secondo luogo, emerse il modello di pianificazione di Rosenstein-Rodan, ripreso da Alessandro Molinari (Misiani 2007, 214 e sgg). Egli assunse in questi passaggio una posizione autonoma rispetto a quella di Saraceno. In terzo luogo, si affacciò una prospettiva del sociologo dello sviluppo Ceriani Sebregondi il quale prefigurava forme di autogoverno. Tuttavia, questa proposta non trovò un particolare spazio dentro i piani di sviluppo (Molinari 1958). In questa fase ebbe maggior prospettiva la proposta di collegare la pianificazione ad un piano dal basso sul modello laburista come emerge dallo studio di Molinari sulla definizione delle aree di intervento industriali e sugli strumenti di una pianificazione regionale e decentrata. In questa fase furono promossi da economisti italiani come Sylos Labini confronti teorici con il <hi rend="italic">Big Push</hi> di Rosenstein-Rodan e il collocamento del Sud, come caso di aree arretrate con l’obiettivo del raggiungimento dell’indipendenza economica attraverso lo sviluppo industriale. </p><p rend="text">La valutazione del cambiamento del Mezzogiorno degli anni Sessanta e Settanta è oggetto di diverse interpretazioni da parte degli storici. In questa sede ci si limita ad accennare che dagli anni Settanta l’economia dello sviluppo ha subito una crisi di interesse dovuta al mutamento delle circostanze storiche ma anche al contrasto ideologico. In questo quadro si richiamano le posizioni di Giuseppe Di Nardi, capo dell’ufficio studi della Cassa per il Mezzogiorno negli anni Cinquanta, Adriano Olivetti, Manlio Rossi-Doria, Augusto Graziani, Claudio Napoleoni, Paolo Sylos Labini e Piero Barucci. Fondamentale è il giudizio storico di Hirschman (1983b) sul ‘declino’ della teoria dello sviluppo all’interno della sua interessante biografia intellettuale e civile. Il contributo costituisce il punto di approdo di tre volumi da leggersi come una trilogia, risultata dell’osservazione sul campo, il primo sulla Colombia, il secondo e il terzo sull’America Latina, Asia e sull’Europa meridionale (Hirschman 1958; 1963; 1967). La critica storiografica di Hirschman si basa su una messa in discussione delle certezze finalistiche della filosofia hegeliana e marxista ed in particolare sulla definizione della teoria della dipendenza e dell’alternativa sequenza/simultaneità nella decisione economica sulla nascita dell’Unione Europea. La sua impostazione è stata oggetto di analisi di studiosi di scuole diverse che avevano collaborato alla politica meridionalista, tuttavia, non è stata considerata in una ridefinizione della politica di pianificazione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-003">19</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">A partire da un’analisi sui risultati in Colombia, Albert O. Hirschman criticò il modello di «sviluppo equilibrato» di Rosenstein-Rodan e propose uno «sviluppo squilibrato». L’osservazione del programma in Colombia condusse Hirschman a dissentire sull’idea di Rosenstein-Rodan degli investimenti ‘simultanei’ e a prospettare di investire nei passaggi intermedi tra il sottosviluppo e lo sviluppo. L’approccio <hi rend="italic">Big Push</hi> penalizzava l’agricoltura e il settore sociale. La svolta di Hirschman rifletteva l’osservazione delle politiche di sviluppo in Europa e, in particolare, del Mezzogiorno. Nel 1951 Hirschman ebbe un primo colloquio negli Stati Uniti con Manlio Rossi-Doria, amico di Eugenio Colorni, intorno all’applicazione della riforma agraria in Calabria e dei piani di bonifica della Cassa per il Mezzogiorno. Riprese i contatti epistolari nel 1952-53 confrontandosi intorno al problema dello sviluppo, in procinto di partire per la Colombia. Nel Sud guardò con attenzione al piano di Adriano Olivetti con fondi UNRRA-Casas per la trasformazione di Matera e del suo territorio, che si apriva all’iniziativa delle comunità locali. I rapporti con Rossi-Doria si intensificarono alla metà degli anni Sessanta quando quest’ultimo fu nominato consigliere della Cassa per il Mezzogiorno. I due economisti condivisero la critica di fondo al modello di sviluppo e all’impostazione sulla costruzione dell’Europa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-002">20</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In Italia Augusto Graziani ha evidenziato come nella prima fase dell’intervento nel Mezzogiorno si fosse seguito un modello di sviluppo con risultati migliori, rispetto alla seconda fase di politica meridionalista seguita alla legge del 1964 con investimenti diretti sulle industrie di base e sovvenzioni sul capitale (Graziani 1998, 43-55)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-001">21</ref></hi></hi>. Paolo Sylos Labini ha dimostrato che nel periodo 1950-73 si è ridotto il divario interno in termini di redditi e di consumi, mentre è cresciuto il divario nei livelli della società civile dovuto al basso senso civico (Sylos Labini 2001). Egli riprese la critica di Salvemini contro la «piccola borghesia meridionale» e considerò il problema delle classi dirigenti meridionali come prioritario del Mezzogiorno. Economisti e sociologi hanno riconosciuto la priorità di una riforma del sistema politico e della struttura del potere. Il buon funzionamento della burocrazia e delle istituzioni è stato riconosciuto come condizione necessaria al successo delle politiche pubbliche. Come noto dagli anni Novanta si è imposta in Europa e in Italia una politica monetaria di austerità, ispirata al modello seguito del Fondo Monetario Internazionale con l’imposizione del parametro del pareggio di bilancio, fautrice dell’indebitamento dei paesi. Questo indirizzo ha portato alla crescita delle diseguaglianze geografiche in Europa ed ha penalizzato il Mezzogiorno. Il ritorno ad una concezione della politica di piano e il cambiamento di rotta in Europa, riapre l’opportunità di un confronto sul problema dei divari geografici, pur se occorre far emergere la differenza nel tempo ed evitare gli effetti distorsivi del passato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-000">22</ref></hi></hi>. </p></div><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Acemoglu, Daron, and James A. Robinson. 2012. <hi rend="italic">Why Nations</hi><hi rend="italic"> Fail</hi>. <hi rend="italic">The Origins of Power, Prosperity and poverty</hi>. New York: Crown Business.</p><p rend="bib_indx_bib">Alacevich, Michele, and Pier Francesco Asso. 2023. “Albert O. Hirschman, Europe, and the Postwar Economic Order, 1946–52.” <hi rend="italic">History of Political Economy</hi> 55, 1: 39-75.</p><p rend="bib_indx_bib">Alacevich, Michele. 2007. <hi rend="italic">Le origini della Banca mondiale. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-021-backlink">1</ref></hi>	La nuova fase di studi si basa su Acemoglu Robinson 2012. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-020-backlink">2</ref></hi>	Ci si riferisce, per brevità, al nome di studiosi come Rosenstein-Rodan, Acemoglu e <hi >Hirschman</hi>. Sulla formazione internazionale degli economisti italiani nel dopoguerra, vedi Garofalo Graziani 2004. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-019-backlink">3</ref></hi>	Sull’interdipendenza tra nuovo ordina economico e democrazia del Dopoguerra, vedi Judt 2006. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-018-backlink">4</ref></hi>	In questo contesto ebbe peso l’iniziativa di De Gasperi, il quale diede luogo a una nuova maggioranza di governo con esclusione dei comunisti e ingresso di esponenti della sinistra antitotalitaria. Tale scelta lungimirante rese possibile il piano contro la diseguaglianza Nord-Sud , vedi  Gilbert 2024.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-017-backlink">5</ref></hi>	Per una critica storica sull’indirizzo dei prestiti della Banca Mondiale: Alacevich 2007. Per un’analisi sui primi prestiti per il Sud e la nascita della Cassa per il Mezzogiorno: Lepore 2013; Farese Savona 2014. Sulla linea della Banca d’Italia sul Mezzogiorno: Cotula 2001; Sarcinelli 2007.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-016-backlink">6</ref></hi>	<hi >Il modello subì successive elaborazioni:</hi><hi > Rosenstein-Rodan 1955; 1957. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-015-backlink">7</ref></hi>	Egli aveva vissuto a Berlino, ed era rimasto particolarmente impressionato dall’avvento del nazismo nel 1933. Fondamentale fu l’influenza del filosofo socialista Eugenio Colorni, cognato della sorella Ursula sotto il profilo della formazione intellettuale e delle scelte politiche. Albert Hirschman prese una laurea in Economia a Trieste e fu seguito da Fubini. In essa rilevò l’importanza del fattore politico nella storia monetaria, e in particolare nell’analisi sulla Grande depressione. Sul contributo di Hirschman alla storia del pensiero sullo sviluppo economico: Ginzburg 2014; Alacevich 2021. Intorno all’apporto di Hirschman alla politica di ricostruzione europea del dopoguerra: Alacevich Asso 2023.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-014-backlink">8</ref></hi>	Lo studio espresse il pensiero di Pasquale Saraceno, da lui diretto con la collaborazione di Venerio Marsan, Fabio Pillotton, e Bruno Sacchi. Sul significato dello studio nel dibattito interno sulle politiche per il Mezzogiorno: D’Antone 2017.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-013-backlink">9</ref></hi>	Il concetto di diplomazia culturale si basa sulla definizione di Nye 2004. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-012-backlink">10</ref></hi>	Cenzato fu autore con Guidotti, economista di Banca d’Italia, di un saggio (1946) sul problema industriale del Sud. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-011-backlink">11</ref></hi>	Per una biografia intellettuale di Pasquale Saraceno: Persico 2013; D’Antone 2017.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-010-backlink">12</ref></hi>	Pasquale Saraceno era stato assunto nell’IRI dopo la sua creazione, e diretto collaboratore di Beneduce e Menichella alla riorganizzazione del comparto industriale negli anni della Grande Depressione. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-009-backlink">13</ref></hi>	Sul pensiero di Molinari, vedi Misiani 2007, 181-91.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-008-backlink">14</ref></hi>	Sul significato della Legge urbanistica 1150/1942 nella storia della pianificazione territoriale: Zucconi 1989.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-007-backlink">15</ref></hi>	Per un’interpretazione del Piano della CGIL dal punto di vista della teoria economica: Bellofiore Halevi 2015.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-006-backlink">16</ref></hi>	Ci si riferisce all’art. 1 della L. 646/1950 riportato nella nota seguente.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-005-backlink">17</ref></hi>	Così recita l’art. 1 della L. 646/1950: «I ministri per l’Agricoltura e per le Foreste, per il Tesoro, per l’Industria e Commercio, per i Lavori Pubblici, per il Lavoro e la Previdenza Sociale, per i Trasporti, sotto la Presidenza del Presidente del Consiglio dei Ministri o di un Ministro all’uopo designato dal Consiglio dei Ministri, formulano un piano generale per l’esecuzione, entro un periodo di 12 anni, dal 1950 al 1962, di opere straordinarie dirette in modo specifico al progresso economico e sociale dell’Italia meridionale, coordinandolo con i programmi di opere predisposti dalle Amministrazioni pubbliche. Il piano suaccennato riguarda complessi organici di opere inerenti alla sistemazione dei bacini montani e dei relativi corsi d’acqua, alla bonifica, all’irrigazione, alla trasformazione agraria, anche in dipendenza dei programmi di riforma fondiaria, alla viabilità ordinaria non statale, agli impianti per la valorizzazione dei prodotti agricoli ed alle opere di interesse turistico, nonché la esecuzione di acquedotti e fognature e di opere di sistemazione straordinaria di linee ferroviarie a grande traffico. Restano ferme le attribuzioni e gli oneri dei Ministeri competenti per le opere, anche straordinarie, alle quali lo Stato provvede con carattere di generalità, al cui finanziamento viene fatto fronte mediante stanziamenti dei singoli stati di previsione dei ministeri suddetti». Per un commento da un punto di vista del nuovo ordinamento istituzionale si rimanda a Pescatore 1962. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-004-backlink">18</ref></hi>	Lo studio dimostrava l’esistenza del meccanismo della Causazione Circolare Cumulativa (CCC). Una volta determinatasi l’agglomerazione di imprese in una determina area – in questo caso, al Nord – e l’operare di economie di scala, quell’area diventa un attrattore di investimenti provenienti da altre aree. Cresce dunque il PIL nell’area già ricca e si riduce, sia in termini assoluti, sia in termini relativi, la ricchezza prodotta nell’area inizialmente già povera. Un’economia di mercato deregolamentata produce, per questa via, crescenti diseguaglianze territoriali.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-003-backlink">19</ref></hi>	È sintomatico il giudizio critico sulla metodologia di Hirschman da parte di Krugman 1994, fautore di una teoria sui divari geografici. La tesi dell’economista Krugman sui divari geografici non ha dato spazio alle varie contraddizioni dei risultati così da non riuscire a cogliere le differenze nel tempo dell’economia dello sviluppo. Di notevole interesse per la fortuna delle idee di Hirschman è Ginzburg 2014. Il contributo rielabora il fondamentale scritto autobiografico di Hirschman 1983a.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-002-backlink">20</ref></hi>	Rossi-Doria all’inizio degli anni Ottanta offre una lettura schematica del mutamento del Mezzogiorno negli anni della Repubblica ed indica diversi fattori, tra cui la politica di industrializzazione, riconoscendo che il problema prioritario del Sud permane quello dell’inadeguatezza delle classi dirigenti meridionali (Rossi-Doria 1982, 200). Sull’itinerario intellettuale di Rossi-Doria, in particolare sul rapporto con Hirschman: Misiani 2010, 234 e sgg.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-001-backlink">21</ref></hi>	Sull’evoluzione del pensiero economico di Graziani, si rimanda alla selezione dei suoi scritti: Graziani 2020.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-000-backlink">22</ref></hi>	Il ritorno alla cultura della pianificazione in Europa è avvenuto dopo la crisi finanziaria del 2008 e la pandemia del 2020. La nuova teoria economica si fonda di un’analisi storico-critica globale sull’impatto delle politiche pubbliche nel XX secolo (Acemoglu Robinson 2012).</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Simone Misiani, University of Teramo, Italy, <ref target="mailto:smisiani@unite.it">smisiani@unite.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-7101-101X">0000-0002-7101-101X</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Simone Misiani, <hi rend="italic">Il piano per il Sud crocevia di idee economiche e sociali. Dalla fine della guerra all’avvio di una politica di coesione (1944-1953),</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.09">10.36253/979-12-215-0775-1.09</ref>, in Piero Bini, Antonio Magliulo, Letizia Pagliai (edited by), <hi rend="italic">L’Italia repubblicana in cammino. Ricostruzione, crescita, instabilità</hi>, pp. -132, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0775-1, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1">10.36253/979-12-215-0775-1</ref></p></div></div>
      
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