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        <title type="main" level="a">Dissonanze e convergenze. Enrico Mattei, l’Eni e la politica estera italiana (1953-1962)</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-9831-2528" type="ORCID">
            <forename>Bruna</forename>
            <surname>Bagnato</surname>
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          <resp>This is a section of <title>L’Italia repubblicana in cammino</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0775-1</idno>) by </resp>
          <name>Piero Bini, Antonio Magliulo, Letizia Pagliai</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.10</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The aim of the article is to understand the type of relationship that existed between Italy’s foreign policy and ENI’s international strategy in the Mattei years. The evolution of the international scenario since the mid-1950s, the changes in Italian foreign and domestic policy and the broad lines of the first phase of ENI’s internationalization are thus remembered and some interpretative hypotheses are put forward on the connection between Italian foreign policy and ENI’s foreign policy.</p>
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            <item>ENI</item>
            <item>Enrico Mattei</item>
            <item>Italian Foreign Policy</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.10<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.10" /></p>
      <div><head>Dissonanze e convergenze. Enrico Mattei, l’Eni e la politica estera italiana (1953-1962)</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Bruna Bagnato</p><div><head>1. Introduzione</head><p rend="text">La figura di Enrico Mattei appartiene a tanti universi. In quello più frequentato, il primo presidente dell’Eni è vestito con i panni di impavido eroe d’altri tempi. I lineamenti netti e le fattezze semplificate sono stilisticamente perfetti per essere impietriti in statuette votive dal più ampio e disinvolto utilizzo politico. E così è. Costretta con violenza in pantheon di distinte e opposte estrazioni, l’esperienza professionale di Mattei è prima smontata e poi ricostruita da bricoleur guidati dall’estro del momento e dalle contingenti necessità propagandistiche, trasformandosi in logo per idee e progetti anche di dubbia aderenza con il rivendicato esergo. Sottoposta a inevitabili smottamenti di significato e richiamata spesso a sproposito, la vicenda di Mattei gode perciò di una duratura attualità, rinverdita anche quando, spigolando qua e là, questo o quel documento prima inaccessibile consente a interpretazioni affrettate e divertite di gridare allo scoop e di stendere ombre che dovrebbero renderla opaca o comunque meno luminosa di quanto richiesto dalla religione civile nazionale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-046">1</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Al di là persino dell’uso ricorrente dell’evocazione di Mattei come ingrediente di qualità per una bassa cucina politica, la volgarizzazione – più della divulgazione – della sua storia, di per sé assai sgradevole, è scientificamente controproducente. Risucchiare l’azione del primo presidente dell’Eni nell’epica della lotta impari fra piccoli e grandi, debolezze e poteri, spregiudicatezza e torpore significa amputarla della sua complessità e della sua intrinseca coerenza. Significa anche imprimere una torsione interpretativa alla dimensione internazionale dell’Eni delle origini, imponendole etichette dotate forse di un qualche appeal editoriale ma estranee alle corde di Mattei, che di quella dimensione era l’ispiratore. Significa, soprattutto, restituire, di un processo delicato come la prima fase dell’internazionalizzazione dell’impresa pubblica italiana, una lettura che non va oltre la piattezza della superficie, con la conseguenza di saziare la fugace curiosità e non aprire squarci per sguardi più approfonditi: come un libro sfogliato, ma non letto, che diventa oggetto inanimato privo di qualsiasi interesse. </p><p rend="text">Non sorprende che siano molti, nella ricca e inesausta letteratura su Mattei<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-045">2</ref></hi></hi>, gli autori che, sedotti dall’aureola eroica con cui, <hi rend="italic">malgré</hi><hi rend="italic"> lui</hi>, la sua immagine è tramandata, ritengono di renderla ancora più radiosa insistendo sul mito della sua solitudine, imprigionandone la breve e intensa esistenza in una sorta di bolla autonoma e autosufficiente. Sono invece ancora pochi coloro che, insoddisfatti dell’epidermide, scavano più a fondo e, convinti della necessità di inserire la sua esperienza nei contesti che le furono propri, danno vita a prodotti dalla ricerca più attenta e dalle argomentazioni più convincenti. Il suggerito cambiamento di registro si dipana lungo molteplici profili, convergenti nell’indicazione di una analisi dai confini meno angusti e dai contorni meno lineari. La quale, anzitutto, deve superare i limiti di una narrazione – divenuta con il tempo quasi un cliché – che riconduce i progetti internazionali di Mattei, nella elaborazione e poi nella realizzazione, esclusivamente a straordinarie e irripetibili caratteristiche individuali. Così facendo, con l’enfatizzare l’eccezionalità dell’uomo, non si rende giustizia né alle abilità organizzative e gestionali dell’imprenditore<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-044">3</ref></hi></hi>, né alle qualità del politico. Qualità, queste, di natura personale che Mattei maturò con (e per) le sue esperienze di vita e che plasmarono la proiezione dell’Eni oltre i confini nazionali: una rara disponibilità all’ascolto che teneva insieme coraggiosa umiltà, genuina curiosità e preziosa porosità; la capacità di essere interprete del presente e di guardare oltre la siepe; la lucidità e il pragmatismo nell’intravedere e attraversare i passaggi più utili per la tutela degli interessi nazionali.</p><p rend="text">Uno studio su Mattei deve poi fare attenzione a sfuggire all’ipnotico gorgo di Bascapé: surfare scientificamente fra le iniziative promosse dal primo presidente dell’Eni procedendo a ritroso, alla luce delle tragiche, e ancora oggi non chiarite, circostanze della sua morte<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-043">4</ref></hi></hi> disegna un percorso analitico contrario all’abc epistemologico di chi aspira a fare storia (spiegare il prima con il dopo; dilatare e capovolgere il già scivoloso <hi rend="italic">post hoc propter </hi><hi rend="italic">hoc</hi>) e rischia di aiutare poco a comprendere e molto invece di avallare le interpretazioni più stravaganti.</p><p rend="text">Una lettura della strategia internazionale promossa da Mattei – queste le più recenti indicazioni storiografiche – deve ricercarne le basi teoriche e operative muovendosi lungo un itinerario a un tempo sincronico e diacronico, personale e collettivo. Deve cioè permettere al primo presidente dell’Eni di accomodarsi nelle coordinate politiche di spazio e di tempo in cui visse e operò. Ciò che non significa, va da sé, intaccare l’originalità del suo approccio al tema delle risorse energetiche. Che originale fu in tutto: nelle premesse, nelle intenzioni, negli sviluppi, negli esiti. Né il carico innovativo della «formula» con cui esso venne tradotto e che da lui prese il nome. Si tratta piuttosto di risalire alle radici economiche e politiche del famoso 75-25, numeri che si facevano epitome della dirompente risposta di Mattei ai cambiamenti della morfologia internazionale e interna a cui assisteva. Per la traslazione delle idee in azione concreta e efficace, poi, non erano sufficienti le unanimemente riconosciute doti personali di entusiasmo, tenacia, intuito, pensiero out of the box, lucidità, pragmatismo. Occorrevano circostanze politiche favorevoli, dentro e fuori i confini dell’Italia, per fare sì che il suo messaggio non vagasse eternamente chiuso nella bottiglia e arrivasse ai destinatari. Perché che Mattei parlasse con voce al contempo politica ed economica non vi è dubbio: basta ascoltarlo e leggerlo (Mattei 2012). La domanda su quanto la sua proposta fosse lontana e difforme – o al contrario vicina e conforme – agli orientamenti dei governi italiani con cui interloquì apre invece un ventaglio interpretativo. Ed è il nesso tra i due piani – politica estera italiana; «politica estera dell’Eni» – che qui interessa. Distanza, convergenza, divaricazione, intersezione: sono ipotesi da sottoporre al vaglio dei fatti.</p></div><div><head>2. Transizioni parallele </head><p rend="text">Tra la seconda metà degli anni Cinquanta e gli inizi degli anni Sessanta, quando prese avvio e forma il processo di internazionalizzazione dell’Eni guidata da Mattei, l’Italia attraversava un periodo di fluidità. Una fluidità in cui si rispecchiavano da un lato le confuse dinamiche interne, con il passaggio dalla ricostruzione allo sviluppo e dal centrismo al centro-sinistra, e dall’altro la fase interlocutoria del sistema internazionale, in transizione tra una guerra fredda di cui, <hi rend="italic">stricto sensu</hi>, è difficile parlare dopo il 1954, e quella effettiva distensione che divenne il modello di cogestione delle dinamiche planetarie solo dalla metà degli anni Sessanta. Entrambi i processi incidevano inevitabilmente sulla qualità della partecipazione dell’Italia alla comunità internazionale. Anzi, sono rari i momenti della storia italiana in cui l’intreccio tra politica estera e politica interna è più stretto e visibile<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-042">5</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Fra il 1954 e il 1955, in poco più di un anno, l’Italia completò infine l’itinerario di uscita dal dopoguerra, acquisendo in via potenziale ma oggettiva una più ampia latitudine di azione internazionale. Nell’ottobre 1954 la firma del compromesso su Trieste la liberava da un soffocante cappio politico-diplomatico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-041">6</ref></hi></hi>; nel dicembre 1955 l’ingresso alle Nazioni Unite era il segno della sua definitiva riabilitazione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-040">7</ref></hi></hi>. Sia pure in modo diverso, i due sviluppi, che eliminavano i residui della sconfitta bellica e i suoi stigmi, furono possibili solo grazie ai cambiamenti in corso nel sistema bipolare e al contempo erano indici di movimento degli equilibri europei e mondiali. Era un movimento di cui era difficile prevedere i punti di assestamento ma che rappresentava, in sé, una clamorosa novità, perché segnava il superamento della paresi della guerra fredda. In senso solo apparentemente paradossale, la mobilità traeva origine da una stabilizzazione regionale. La strutturazione del sistema occidentale tra la fine del 1954 e gli inizi del 1955 – con la nascita della Unione Europea Occidentale e l’ingresso della Germania federale nel Patto Atlantico e nella Nato – e quella, a poca distanza, del sistema sovietico – completata nel maggio 1955, con la costituzione del Patto di Varsavia – ne rappresentavano i cardini. La precisa indicazione del perimetro delle sfere di azione rispettive equivaleva a una sterilizzazione del conflitto bipolare, perché rappresentava l’obiettivo ora raggiunto del braccio di ferro sul suolo europeo – il campo di battaglia della fase originaria della guerra fredda (<hi >Trachtenberg 1991; 1999</hi>).</p><p rend="text">L’equilibrio raggiunto nel vecchio continente non spengeva la dura dialettica fra Est e Ovest, tutt’altro. Annunciava piuttosto l’avvio di una diversa stagione di uno scontro ideologico che, nell’esprimere idee inconciliabili di modernità e futuro possibile, permaneva con la sua ineliminabilità e la sua asprezza consustanziale e necessaria. Anzi si acuiva. Non più in una Europa ora deliberatamente ingessata, ma fuori d’Europa, dove il processo di decolonizzazione in corso e in accelerazione spalancava immense praterie d’azione solcate da infinite linee di trincee politiche. La Conferenza di Bandung<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-039">8</ref></hi></hi>, nell’aprile 1955, fu il battesimo politico di un Terzo mondo che negava con forza la legittimità del persistere dei legami coloniali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-038">9</ref></hi></hi> e contestava la centralità della faglia bipolare nelle dinamiche globali (<hi >Westad 2005, 97 sgg.</hi>); la Conferenza di Ginevra, tre mesi dopo, registrava l’accordo di Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna e Francia sul congelamento degli equilibri europei, promettendo una distensione in nome del suo «spirito»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-037">10</ref></hi></hi>: l’unione dei due momenti dà di per sé il polso della svolta del sistema internazionale alla metà degli anni Cinquanta. </p><p rend="text">Nello spostarsi da una dimensione geograficamente ristretta a una scala virtualmente planetaria, il confronto Est-Ovest cambiava, insieme all’orizzonte, la posta in gioco, le modalità, la strumentazione e la natura. La sua trasformazione era recepita anche sul piano strettamente terminologico: per designare questa stagione si accettò universalmente la formula lanciata da Mosca di «coesistenza competitiva». Era un nuovo quasi-ossimoro, dopo quello della guerra fredda, che diceva tutto: riconoscimento dell’avversario come interlocutore nel quadro di un dialogo fra Stati e nessun cedimento su una rivalità ideologica che i fatti nuovi, in Europa e nel mondo, dilatavano a una dimensione globale. Con l’annuncio prima e l’avvio poi della fase più incisiva e prorompente del processo di decolonizzazione, la gara bipolare si misurava sulla capacità dei due sistemi di esportare il proprio modello economico e politico nei paesi di recente o prossima indipendenza. Paesi, cioè, chiamati a decidere quale fosse il loro punto di riferimento esterno privilegiato perché più adeguato a garantire crescita e sviluppo, inevitabili priorità nazionali per l’uscita dallo status coloniale e passaggio necessario di legittimazione delle nuove classi dirigenti. La coesistenza competitiva era in questo senso il risultato della addizione politica delle novità rappresentate da Bandung e Ginevra nel 1955. I fatti di Suez e di Budapest, un anno dopo, si incaricarono di validare i nuovi paradigmi di condotta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-036">11</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In una Italia uscita dalla ricostruzione e dal dopoguerra, dove era necessario uno sforzo riformistico in grado di sostenere e accompagnare l’incipiente slancio di modernizzazione e di sviluppo, il rilassamento della tensione fra Est e Ovest incideva in via diretta sulle dinamiche politiche. L’avvio di un percorso internazionale con caratteri dialogici contribuiva a sbloccare una situazione di stasi; suggeriva movimento nelle scelte delle maggioranze governative; faceva intravedere opzioni e opportunità che fino a quel momento erano state (o almeno erano state considerate) precluse. La variabile internazionale, che negli anni della conclamata guerra fredda aveva raggelato l’evoluzione degli equilibri interni, assicurando fortuna e continuità al centrismo degasperiano, manteneva un ruolo importante nella geometria degli assetti domestici ma cambiava di senso. Se fra il 1947 e il 1954-55 l’asprezza dello scontro bipolare era stato il solido parametro esterno su cui costruire, all’interno, alleanze e opposizioni, il suo cedimento provocava inevitabilmente uno stato di incertezza. Una incertezza che seminava timori, da un lato, generava speranze dall’altro.</p><p rend="text">Timori: perché la distensione, se si fosse compiutamente affermata, avrebbe rotto schemi di condotta ormai consuetudinari e familiari sostituendoli con interrogativi e incognite e, con il suo sgretolare gli argini politici costruiti nel 1947, avrebbe prodotto effetti nefasti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-035">12</ref></hi></hi>. Drammatici, secondo alcuni: in considerazione del ridotto margine di consensi «tra comunisti e democrazia», gli italiani erano ancora un «popolo libero» solo «per miracolo» e solo perché «la guerra fredda li aveva salvati»: «l’unico modo per contenere il comunismo era che la guerra fredda continuasse»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-034">13</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Speranze, speculari ai timori, di trovare una alternativa a un centrismo in affanno, con formule che esprimessero con maggiore coraggio la volontà di realizzare una democrazia inclusiva e sostanziale e di dare respiro a una politica estera ora definitivamente libera dal peso della sconfitta bellica. </p><p rend="text">Qualche settimana prima di Ginevra, su un piano diverso ma attiguo, analoghi timori e speranze aveva suscitato l’elezione alla presidenza della Repubblica di Giovanni Gronchi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-033">14</ref></hi></hi>. Una elezione che, percepita correttamente come la metonimia della crisi del centrismo, fu letta come il presagio (forse persino la spia) di una svolta e, per questo, fu, dai fautori dello <hi rend="italic">status quo</hi>, prima temuta e avversata, poi accettata con rassegnazione e infine vissuta con grande allarme. Negli ambienti dei diplomatici italiani, poi, la reazione andò dalla preoccupazione alla «costernazione»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-032">15</ref></hi></hi>, generate, l’una e l’altra, dalla previsione che il nuovo presidente, che non faceva mistero di considerare la politica estera il terreno più propizio per favorire un incontro tra la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista (Gronchi 1986, 481-90), potesse creare loro insostenibili turbamenti ponendoli di fronte a un problema di «duplice lealtà»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-031">16</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nella primavera-estate del 1955 i tempi erano ancora del tutto acerbi perché il centro-sinistra si trasformasse da ipotesi in realtà<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-030">17</ref></hi></hi> ma l’avvio di una fase di preparazione per nuove combinazioni, indicato dalla scelta di un inquilino del Quirinale che certo la avrebbe facilitata e accelerata, condizionò, fin dal suo profilarsi, la politica estera italiana. Che andò incontro a una fase di ripensamento per allinearsi agli annunciati sia pur confusi cambiamenti dello scenario interno: i progetti di trasformazioni strutturali, i prodromi del «miracolo economico», le mutate esigenze delle categorie produttive. L’evoluzione dell’ambiente internazionale alimentava le riflessioni. La abbozzata distensione faceva riaffiorare inclinazioni neutraliste che la scelta occidentale del 1947-48 aveva sopito; la calante conflittualità in Europa diminuiva l’importanza strategica dell’Italia continentale e aumentava quella della sua componente insulare; la nuova centralità del Mediterraneo doveva essere agganciata alla tradizionale attenzione all’Europa; l’uscita definitiva dal dopoguerra solleticava sensibilità attente al richiamo della foresta di una qualche autonomia d’azione internazionale. Erano elementi di un riesame della politica estera italiana alla quale, in un momento in cui i vecchi cardini del gioco globale sbiadivano e quelli nuovi erano lungi dall’essere nitidi, si aprivano interessanti, ancorché indefiniti, orizzonti.</p></div><div><head>3. Il neoatlantismo e i suoi confini </head><p rend="text">Furono i ‘giovani’ della corrente democristiana La Base, espressione della nuova generazione del partito e sostenuta da Mattei (Mattesini 2012; Capperucci 2010), fra i primi a collegare il cambiamento della grammatica delle dinamiche internazionali e l’ampliata latitudine della politica estera italiana. Nel maggio 1955, dalle pagine della rivista <hi rend="italic">Prospettive</hi> (“Problemi internazionali e apertura a sinistra”), si sollecitava l’Italia ad assumere un ruolo internazionale «degno della sua grandezza» nello sviluppo di una «nuova politica di più coraggiosa mediazione e distensione fra i blocchi e di più attiva presenza in Asia e in Africa a sostegno e non già di ostacolo del moto dei popoli coloniali» (articolo edito in Gallo 1971, 217-20).</p><p rend="text">Erano i temi di un dibattito che si stava svolgendo all’interno della Democrazia Cristiana, guidata dal 1954 da Amintore Fanfani. Dibattito che, all’indomani del chiarimento e della lezione impartita dagli eventi di Ungheria e dalla crisi di Suez<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-029">18</ref></hi></hi>, partorì i caratteri di una nuova, possibile, politica estera. Nell’aprile 1957 Giuseppe Pella, in procinto di assumere la titolarità degli Esteri nel governo Zoli, la battezzò, con un termine che avrebbe avuto fortuna, «neoatlantismo». Pella parlò della </p><quote rend="quotation_b">esigenza di un neo-atlantismo, neo-atlantismo che non deve essere in nessun modo il rinnegamento di quanto di buono o meglio di ottimo vi è stato nel passato, ma l’aggiunta di qualche nuova possibilità in relazione alle nuove situazioni (Pella 1957a; 1957b).</quote><p rend="text">Una definizione precisa del neoatlantismo non fu data, né da Pella, né da coloro che sono riconosciuti come i suoi maggiori sostenitori. Le «aggiunte» di cui, per prudenza o convinzione, parlò il ministro degli Esteri in pectore suggeriscono che il proposito fosse di interpretare in modo più dinamico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-028">19</ref></hi></hi> i dettami dell’alleanza euro-americana, sulla base e in appoggio a ciò che era stabilito dall’art. 2 del Patto (Organisation du Traité de l’Atlantique Nord 1949) e a quanto, in proposito, aveva concluso il Comitato dei tre saggi, costituito in sede Nato nella primavera del 1956 per chiarire (e aggiornare) i compiti dell’alleanza in una fase di conflittualità decrescente con il blocco sovietico e il cui rapporto era stato approvato nel dicembre 1956<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-027">20</ref></hi></hi>. Allineato così come si proponeva a sviluppi collegialmente accolti, il neo-atlantismo sembrava avere un contenuto tutt’altro che eretico o polemico. Ben poco di rivoluzionario vi era, almeno in via teorica e letterale, anche con riguardo alla geometria delle scelte nazionali. Il neo-atlantismo pareva piuttosto indicare gli spazi possibili dell’azione dell’Italia rileggendo la tradizione del passato alla luce delle novità (e delle incertezze) del presente. Perché in fondo nel coniugare la tentazione e l’ambizione di svolgere un ruolo incisivo nel Mediterraneo, l’accettazione della sfida della distensione, la conferma della solidità del rapporto atlantico e la necessità di salvaguardare e difendere gli interessi nazionali, il neo-atlantismo si limitava a chiarire e ordinare parametri omogeneamente stabiliti dalla geografia, dalla storia, dai vincoli internazionali dell’Italia e dalle norme che, sempre e da sempre, regolano i compiti che una comunità nazionale affida al suo governo. </p><p rend="text">Il problema era capire cosa sarebbe accaduto se e quando la tutela degli interessi nazionali, ora posta sul proscenio, fosse stata incompatibile o non completamente riconducibile alle esigenze di blocco. Il sospetto che dietro la novità neoatlantica si celasse il rigurgito di un vecchio e pericoloso nazionalismo suscitava allarme negli osservatori interni e internazionali. I quali notavano con certa preoccupazione come la scena neo-atlantica fosse affollata di attori che, pur privi di prerogative istituzionali specifiche, volevano incidere sulla politica estera dell’Italia e, fra cacofonie e dissonanze, rendevano confuso e ambiguo il suo linguaggio internazionale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-026">21</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">A ciò si aggiungeva il peso dell’assetto interno, in una fase di inarrestabile declino del centrismo e lentissimo maturare dell’ipotesi di centro-sinistra. Dinamiche, quelle domestiche, importanti per soppesare vantaggi e rischi della politica neo-atlantica. Che, pavimentando nuovi sentieri verso Est nel segno della distensione e verso Sud nel segno dell’anticolonialismo, poteva rappresentare un prezioso terreno di convergenza tra la DC e il PSI. Anzi di più: forse, come sospettavano molti, era quello interno il perimetro d’elezione della intravista nuova strategia internazionale dell’Italia.</p><p rend="text">Con la sua ricchezza di sfumature e i suoi incerti caratteri, la proposta neo-atlantica ha esercitato vasta attrazione storiografica e, passata al vaglio degli sviluppi e degli esiti, ha generato una divaricazione dei giudizi: demagogica, verbosa, inconcludente, secondo alcuni; innovativa e insieme antica, espressione adeguata alla realtà geografica di paese occidentale di frontiera, modulo di azione che teneva opportunamente conto delle recenti novità internazionali, secondo altri<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-025">22</ref></hi></hi>. L’unico momento di convergenza di un dibattito polarizzato è il disegno del cerchio dei maggiori esponenti del neoatlantismo: Fanfani, Mattei, Gronchi, il sindaco di Firenze (o parlamentare) Giorgio La Pira sono unanimemente indicati come gli interpreti più efficaci di quello che Palazzo Farnese battezzò, fra ironia e diffidenza, «nuovo corso»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-024">23</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Che il neo-atlantismo recepisse le novità era certo. Era in fondo l’esito della riflessione italiana sul significato della duplice crisi della fine del 1956 che, da un lato, a Suez, con la scomunica americana dell’imperialismo d’antan anglo-francese, aveva calibrato i termini dell’intersezione fra l’asse Est/Ovest e l’asse Nord/Sud, e dall’altro, a Budapest, con il silenzio occidentale ai carri armati sovietici, aveva confermato il paradigma di equilibrio stabilito a Ginevra. In una ormai affermata «coesistenza competitiva», la «potenza» di un paese si misurava con un metro frastagliato in cui pesavano anche valori immateriali: «intelligenza politica, abilità diplomatica, ferma volontà, cultura, storia, ecc.». E l’Italia, che sul piano materiale potenza non era, con il neo-atlantismo promuoveva «un atlantismo attivo» che voleva unire la sua «mobilità tattica» al legame con Washington con il duplice obiettivo di «ricomporre col sostegno degli Stati Uniti la gerarchia atlantica a scapito della Gran Bretagna e della Francia» e di proporsi come «la coscienza critica, la mente politica delle alleanze occidentali nei confronti del moto epocale di emancipazione dei popoli dell’Africa e dell’Asia» (Galante 1990, 103, 105-6). </p><p rend="text">A chiamarla alla funzione di interfaccia atlantica verso Sud, e a legittimarne le ambizioni, una unicità che derivava dalla addizione dei suoi molteplici caratteri, politici e/o geografici. Ancorata all’Europa e leale partner atlantica, l’Italia era un ponte sul Mediterraneo, perno strategico della nuova stagione del confronto bipolare. Di più: perso l’impero nel 1949, aveva fatto (fin troppo rapidamente) abiura del suo passato coloniale (Labanca 2002, 430 sgg.; Calchi Novati 2011; Bagnato 2017) e da allora si era offerta nell’inedita veste di interlocutore empatico a paesi in cui, in forma opposta, quel passato era recente o ancora presente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-023">24</ref></hi></hi>. Un’Italia europea e atlantica, e al contempo mediterranea e anticoloniale, poteva rivendicare un posto di rilievo nella famiglia occidentale, chiamata a combattere contro il comunismo internazionale in un mondo extraeuropeo in ebollizione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-022">25</ref></hi></hi>. </p></div><div><head>4. Assonanze</head><p rend="text">Nell’indicare il neo-atlantismo come nuova frontiera della politica estera nazionale, Pella aveva riassunto in un termine ciò che Fanfani aveva detto qualche ora prima al congresso delle Nouvelles Equipes Internationales, una sorta di internazionale democristiana. In lungo discorso sulla «crisi del comunismo», il segretario della Dc, partendo dall’analisi del rapporto segreto pronunciato dal leader sovietico Nikita Chruščëv nel febbraio 1956, era approdato a precise indicazioni d’azione per i partiti europei di ispirazione cristiana<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-021">26</ref></hi></hi>. A una lunga analisi del Fanfani storico economico sulla crisi del comunismo, era infatti seguito l’appello del Fanfani segretario democristiano alle forze del riformismo moderato e cattolico affinché additassero con decisione la giustizia sociale come obiettivo principale della loro azione, come risposta alla sfida lanciata da un comunismo che, sia pure condannato dalla storia e dall’economia, non attenuava la sua presa. Ciò, aveva detto Fanfani, significava agire in modo omogeneo lungo due orizzonti: interno, dove la forza dei partiti comunisti dell’Europa occidentale, solo scalfita dagli eventi di Ungheria, era riconducibile a una perdurante sete di equità sociale; internazionale, dove non mancavano «gli scontenti della situazione e i tentati dal comunismo» i quali, in fondo, «non chiedevano che di poter avere una più grande speranza». E, in ambito internazionale, le richieste di giustizia sociale, di progresso economico e di sviluppo politico – in una parola: le domande di speranza – provenivano soprattutto dalle aree extraeuropee, luogo di espansione di un comunismo che «incoraggiava il nazionalismo» per preordinare «un fronte comune di sollevazione antioccidentale». Per parare tale manovra, affermava con l’abituale passione il segretario della DC, il mondo occidentale doveva muoversi su un piano analogo e opposto: doveva avviare «una nuova grande lungimirante politica» che potesse «fugare i residui sospetti dei popoli d’Africa e d’Asia nei confronti delle libere democrazie» e «accendere una nuova grande speranza… arra di lavoro, di giustizia, di libertà, di progresso e di pace… per i popoli che stiamo difendendo dal comunismo». Ciò avrebbe portato, insieme, alla soluzione dei molti limiti della politica occidentale verso il Sud del mondo e alla bonifica dei terreni di coltura di un’ideologia comunista che, pure fallita, godeva di una perdurante e solida capacità attrattiva.</p><p rend="text">Nelle parole di Fanfani era facile avvertire, traslata in un linguaggio squisitamente politico e applicata ai nuovi tempi e ai nuovi perimetri, l’eco delle riflessioni che, durante il fascismo e nel primo dopoguerra, avevano animato le discussioni dei circoli culturali di ispirazione cattolica, in particolare attorno all’Università Cattolica di Milano, e a cui il segretario democristiano – studente prima e poi per lungo tempo professore a Piazza Sant’Ambrogio – aveva partecipato (Cova Besana 2014) la crisi del mondo moderno; il ruolo sociale dei cattolici e i caratteri della loro presenza politica (Bocci 1999, 287 sgg.); il dibattito sulle nozioni di bene comune e giustizia sociale (Persico 2014); le forme dell’intervento in economia di uno Stato chiamato a svolgere una azione correttiva del mercato capitalistico sul piano della equità distributiva, per rispondere all’ «attesa della povera gente»<hi rend="CharOverride-2"> (</hi>La Pira 1950<hi rend="CharOverride-2">)</hi> e in conformità con una visione della «economia al servizio dell’uomo» robustamente orientata a preservare la centralità della persona umana e a puntare all’obiettivo extra-economico della giustizia sociale (Vito 1949). </p><p rend="text">Questi temi, approfonditi da Fanfani nel corso della sua vita personale, politica e professionale, erano familiari a Mattei che, lasciata la piccola e provinciale Matelica per Milano nel 1929, dopo il diploma si era iscritto all’Università Cattolica ed era stato introdotto da Marcello Boldrini in un ambiente culturale particolarmente vivace (Bocci 2017). La prossimità al professore di Statistica – è stato sottolineato – fu «decisiva per la crescita morale, culturale e politica di Mattei», innestata su educazione familiare, convinzioni religiose, principi morali legati alla tradizione cattolica (Ignesti 1995, 23) e a permettere la nascita di «un personaggio che mescolava la sete di giustizia con la rabbia verso i potenti», puntando alla fondazione di un sistema di solidarismo sociale, dove la creazione di ricchezza doveva andare a beneficio di tutti (Colitti 1979). La partecipazione alla Resistenza, poi, avrebbe completato l’alfabetizzazione politica di Mattei, permettendo alle sue idee di «modernizzarsi e assumere densità nobile e profonda» (Boldrini 1965) e di declinarsi in «un pragmatismo fondato su una visione totale» che molto era debitore alla «concretezza» e alla comprensione di «un senso della storia» lungo una prospettiva mondiale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-020">27</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Arrivato ai vertici dell’Eni, Mattei statutariamente guardava al futuro della collettività nazionale ma portava inevitabilmente con sé il suo passato individuale, innervato da stimoli ed esperienze in grande misura comuni e condivise. Gli snodi della dottrina sociale della Chiesa, i principi della Resistenza, il «senso della storia», ormai irrobustiti ed eletti a parametri della sua azione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-019">28</ref></hi></hi>, dettero spessore al suo messaggio al Sud del mondo, in un linguaggio in cui esigenze etiche, preoccupazioni politiche e urgenze economiche coabitavano senza stridore e anzi confortandosi reciprocamente (Bagnato 1999). Sulla indivisibilità del trittico, il Presidente dell’Eni insisteva in passaggi confluenti: dilatando a scala planetaria il messaggio della lotta partigiana italiana per denunciare l’inattualità di legami coloniali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-018">29</ref></hi></hi>; sostenendo l’importanza di raccogliere la sfida di Mosca con l’offerta ai paesi più poveri di un modello di sviluppo coerente con i loro bisogni e nel rispetto della loro sovranità; additando il contenuto politico del tema delle risorse petrolifere e delle formule che lo racchiudevano. </p><p rend="text">Collocando opportunamente la frontiera dello scontro bipolare nel mondo extraeuropeo <hi rend="italic">à la</hi> Fanfani, Mattei sollecitava la comunità occidentale, di cui era membro convinto e partecipe, a valutare con attenzione i rischi di un ritardo nel modificare i vecchi stilemi del rapporto Nord-Sud e a riconoscere le legittime aspirazioni al progresso economico e sociale delle popolazioni che vivevano nelle aree depresse del pianeta. Era quello l’orizzonte in cui si misurava la sua capacità di reagire all’offensiva comunista<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-017">30</ref></hi></hi>. E il presidente dell’Eni avvertiva con lucidità che «se i governi e le grandi industrie dell’Occidente non avessero saputo valutare con realismo la situazione, l’Asia, l’Africa e l’America Latina si sarebbero volte altrove»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-016">31</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In un momento in cui, disse nel gennaio 1959,</p><quote rend="quotation_b">il tema dominante dell’attuale vita internazionale è la sfida del mondo comunista sul terreno del progresso economico, si ha l’impressione, per quanto riguarda i territori sottosviluppati, che l’Occidente non abbia ancora sufficientemente chiariti a se stesso le dimensioni del problema, né i mezzi più adatti per risolverlo, fuori degli schemi puramente politico-diplomatici, oggi di limitata efficacia, di fronte a situazioni in cui giocano non solo sentimenti e risentimenti, ma soprattutto aspirazioni economiche e sociali<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-015">32</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">La formula del 75-25 applicata al negoziato petrolifero dall’Eni di Mattei racchiudeva plasticamente e concretamente il senso di questa politica. Come è noto, tale formula, sperimentata per la prima volta a Teheran, su suggerimento e stimolo degli iraniani<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-014">33</ref></hi></hi>, prevedeva la creazione di una società mista tra l’Agip mineraria e lo stato produttore, a capitale paritario, che aveva per scopo la ricerca e la produzione di petrolio. L’Agip mineraria si faceva carico delle spese iniziali di ricerca. In caso di scoperta di un giacimento commercialmente sfruttabile, la società avrebbe rimborsato le spese sostenute dall’Agip mineraria e si sarebbe fatta carico delle spese di sviluppo e sfruttamento del giacimento scoperto. Il 50 per cento dei profitti netti della società sarebbe andato allo Stato, sotto forma di royalty, diritti e tasse; l’altro 50 per cento sarebbe stato diviso tra le due parti contraenti della società. Ora, poiché era lo stesso Stato produttore a essere parte della società, la percentuale di utili che gli erano riconosciuti era del 75 per cento. L’ulteriore 25 per cento degli eventuali utili era percepito solo a fronte di un diretto impegno imprenditoriale dello Stato: e questo era il punto. Il carattere innovativo della formula dell’Eni risiedeva non in una maggiore generosità dell’ente italiano ma nel fatto che in essa il paese produttore cessava di essere un affittuario passivo per trasformarsi in socio attivo e responsabile dello sfruttamento delle proprie risorse petrolifere. Era un passaggio tutt’altro che politicamente irrilevante. Con il 75-25 Mattei offriva «un senso di partecipazione, di comunanza di interessi che le grandi società di atavico colonialismo non potevano dare»: la formula dell’Eni </p><quote rend="quotations_quotation_b1">sembrò elevare la condizione del governo in causa da quello di collettore di tasse e di oggetto di munificenza, a quello di co-industriale, di socio attivo, senza tuttavia che il governo (o la società nazionale che lo esprimeva) partecipasse al rischio di una perdita totale dovuta a un’eventuale assoluta assenza di petrolio (Frankel 1970, 116-17)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-013">34</ref></hi></hi>.</quote></div><div><head>5. Petrolio, interessi nazionali e registri di linguaggio </head><p rend="text">La trasformazione dei paesi produttori da rentier a partner era il nocciolo robustamente politico della strategia di Mattei. Che petrolio e politica appartenessero allo stesso universo concettuale lo disse lo stesso Mattei quando, nel novembre 1957, a Parigi, sostenne che il petrolio era la risorsa «politica per eccellenza», che – aggiunse – doveva ora essere posta al servizio </p><quote rend="quotation_b">di una buona politica, il più possibile priva di reminiscenze imperialistiche e colonialistiche, volta al mantenimento della pace, al benessere di chi quella risorsa possiede per dono della natura e di chi la utilizza per forza della sua industria<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-012">35</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Alla sfida che il comunismo lanciava su scala planetaria, diceva in sintesi Mattei, occorreva rispondere rendendo il tema delle risorse il volano di una prospettiva politica che contendesse a una ideologia in crisi ma ancora seducente la capacità di stimolare e rispondere alle speranze: speranze di lavoro, di sviluppo, di progresso. Di un futuro migliore, insomma. </p><p rend="text">La domanda su quanto lungo questo percorso Mattei si muovesse in solitudine o potesse invece contare su compagni di viaggio disposti a sostenerlo nel cammino era solo in parte legittima, perché il presidente dell’Eni in fondo esprimeva lo snodo cruciale del neoatlantismo. Traducendolo in fatti. Nei circoli domestici e nella carriera diplomatica italiana non erano pochi coloro che, refrattari alle sirene neoatlantiche e preoccupati dell’eccessiva influenza che Mattei riusciva a esercitare sugli ambienti politici, additavano il pericolo che la strategia internazionale dell’Italia si sviluppasse attorno alle priorità indicate dall’Eni e al suo linguaggio fin troppo netto e brutalmente concreto, correndo il rischio di deragliare dai binari stabiliti dalle norme delle famiglie, europea e atlantica, alle quali il paese apparteneva. Per gli osservatori esteri, invece, non vi erano dubbi che l’Eni e l’Italia si muovessero in sintonia, con mutuo vantaggio e implicita distribuzione dei compiti: l’azienda petrolifera di Stato si faceva parte attiva nella difesa e nella espansione degli interessi nazionali; il governo italiano garantiva tutela e protezione politica alle traiettorie internazionali dell’Eni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-011">36</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Che il presidente dell’Eni misurasse l’efficacia della sua azione con la salvaguardia e, auspicabilmente, il potenziamento degli interessi nazionali nel campo delle risorse energetiche – e anche oltre – era naturale. Era scritto nel codice genetico dell’ente e nella sua natura pubblica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-010">37</ref></hi></hi>. Mattei, del resto, lo rivendicava con semplicità, forza e orgoglio. E ripetutamente. </p><quote rend="quotation_b">Noi cerchiamo di entrare, di penetrare, di fare il nostro interesse di Italiani che vogliono, per il nostro Paese, fonti di energia necessarie al nostro sviluppo […] all’estero siamo l’Italia, non siamo solo l’Eni. Siamo la bandiera italiana, lavoriamo per il nostro paese e per le necessità e per il domani del nostro Paese<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-009">38</ref></hi></hi>, </quote><p rend="text_NOindent">disse il 5 febbraio 1958 nel corso di una intervista alla televisione italiana. A <hi rend="italic">L’opinion économique et financière</hi> il 1° giugno 1961 dichiarò che l’Eni seguiva una politica nazionale, non una politica commerciale. A <hi rend="italic">Le Monde</hi>, il 1° dicembre 1961, disse che era suo dovere aiutare e sostenere l’industria italiana, perché «sono italiano – aggiunse – non dimenticatelo» (Mattei<hi rend="italic"> </hi>2012, 815-19). E, ancora, agli inizi del 1962, durante una conferenza stampa, rivendicò la piena convergenza tra le azioni dell’Eni e la politica estera italiana<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-008">39</ref></hi></hi>. I fatti del resto parlavano. Così, a titolo di esempio, in Argentina l’espansione del gruppo italiano portò con sé contratti della Saipem, Snam e Nuovo Pignone (società del gruppo Eni) ma anche della Finsider e della Breda (a partecipazione statale) e della Fiat e della Ercole Marelli (società private); in Egitto, l’accordo con l’Eni aprì il paese ai contratti con la Fiat e con la Finsider; il caso del Marocco era poi emblematico: i progetti di ditte italiane riguardavano fra gli altri una fabbrica di fertilizzanti, una acciaieria, una catena di motel, una fabbrica di assemblaggio veicoli, una industria tessile, una fabbrica di armi, una stazione Tv, lavori pubblici in larga scala ecc. (Bagnato 2004).</p><p rend="text">Riflettendo nell’estate 1962 su come, in quale misura e con quale consapevolezza, la strategia di internazionalizzazione dell’Eni avesse creato le condizioni idonee per l’affermazione degli interessi economici italiani all’estero, al Foreign Office britannico non si mancava di rilevare che l’intreccio fra i due ambiti aveva avuto e aveva inevitabilmente pesanti conseguenze sia nella individuazione delle aree di azione del gruppo, sia nelle dinamiche di concorrenza fra le compagnie petrolifere. Anzitutto – si osservava – i paesi individuati dall’Eni per la sua espansione erano scelti non tanto per le loro ipotizzabili riserve petrolifere quanto, da un lato, per le opportunità che essi presentavano rispetto a una penetrazione economica italiana più complessiva, e, dall’altro, perché meglio di altri potevano permettere al governo di Roma di centrare obiettivi di politica estera<hi rend="notes_number CharOverride-1" ><hi><ref target="xml_10.html#footnote-007">40</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Ora, si notava a Londra con dispetto e fastidio, l’Eni falsava il meccanismo della concorrenza perché per la sua promozione utilizzava abitualmente la propaganda di natura politica. E si spiegava che due, essenzialmente, erano le forme che essa assumeva: da un lato la denuncia di rapacità alle società concorrenti, accusate di essersi costituite in cartello, di fare profitti eccessivi, di non considerare gli interessi delle nazioni in cui operavano ecc.; dall’altro le accuse di neocolonialismo ai governi che ne sostenevano le ragioni. Nella propaganda nei paesi in via di sviluppo, il <hi rend="italic">priority target</hi> dell’azione di Mattei, l’Eni non si limitava peraltro a favorire la sua espansione «damaging the good name of its competitors» ma puntava a convincere le locali autorità di governo a sostituire il sistema abituale di accordi con le compagnie private con accordi diretti tra enti petroliferi pubblici. E andava anche oltre: l’Eni le sollecitava a costituire compagnie petrolifere statali – con l’esclusività di diritti riguardo la ricerca, lo sfruttamento, la raffinazione, il trasporto e la distribuzione dei prodotti – argomentando che la loro creazione avrebbe portato a una revisione del sistema di concessione, perché un ente statale avrebbe avuto il diritto di riesaminare la legittimità dei possessori di tutte le installazioni e persino di requisire le fabbriche e le proprietà che facevano capo alle compagnie straniere senza pagamento o indennità<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-006">41</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Depurate dall’acrimonia (e dall’inspiegabile stupore), le osservazioni dei servizi del Foreign Office gettano luce sull’origine e le cause delle preoccupazioni che le attività dell’Eni all’estero suscitavano negli osservatori internazionali. Che erano correlate alla prevalente dimensione politica del messaggio di Mattei. Ciò che alimentava i sospetti, a Londra, così come a Washington e a Parigi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-005">42</ref></hi></hi>, era la chiara ed esatta percezione che l’Eni era una compagnia petrolifera <hi rend="italic">sui generis</hi>, che non si limitava all’attività estrattiva, alla costruzione di raffinerie, alla predisposizione dei canali di distribuzione dei prodotti petroliferi. Non solo dischiudeva ampi e inediti orizzonti all’industria e alla politica italiana ma, molto pericolosamente, inseriva la sua azione in un progetto di stravolgimento delle regole del mercato delle risorse energetiche, avviando una rivoluzione dei rapporti tra paesi produttori e paesi consumatori, cioè delle relazioni fra Primo e Terzo Mondo. </p><p rend="text">Era, quella di Mattei, una prospettiva in cui, sullo sfondo di radicati convincimenti ideali e del portato di esperienze personali formative, si saldavano piani diversi: le richieste degli operatori economici italiani che, con il boom, si facevano sempre più esigenti; le necessità dettate dal perdurare di un confronto bipolare che aveva reso le aree extraeuropee il suo perimetro di elezione; l’esatta percezione dell’urgenza di reimpostare armonicamente le dinamiche petrolifere per evitare future, dirompenti rotture nel rapporto fra stati produttori e stati consumatori. Nodi e rischi ben presenti al ceto politico italiano più avvertito e lungimirante. Il quale, tuttavia, non poteva esprimersi con un lessico parimenti esplicito perché tenuto istituzionalmente a valutare le possibili ricadute ad ampio spettro di prese di posizione radicali e a evitare <hi rend="italic">cul de sac</hi> politici. </p><p rend="text">L’approccio e le reazioni dei circoli politici italiani alle iniziative dell’Eni si modulavano secondo i casi e i perimetri. Così, ad esempio, il sostegno agli algerini in guerra per l’indipendenza, netto in Mattei, era largamente condiviso ma confezionato in un linguaggio molto più prudente e sommesso dal governo italiano, consapevole di quanto il tema fosse sensibile per l’alleata Francia (Bagnato 2012). Con riguardo a Mosca e Pechino, le due tappe più controverse dell’itinerario internazionale percorso dal primo presidente del gruppo petrolifero, se l’interlocuzione con i sovietici fu sollecitata dalla locale ambasciata d’Italia, favorita dai ministeri italiani e in seguito difesa con energia dal governo di Roma da tutti gli attacchi che si scatenarono contro la mossa dell’Eni (Bagnato 2003), inevitabilmente molto più tiepido e imbarazzato fu il sostegno al dialogo di Mattei con la Repubblica popolare cinese, avviato in un momento in cui l’Italia non aveva ancora riconosciuto il governo di Pechino. E comunque, anche nel caso dell’accordo con la Cina, da Roma non si frapposero ostacoli allo sviluppo della collaborazione bilaterale intrapresa dall’ente petrolifero che, dalle premesse poste nel dicembre 1958<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-004">43</ref></hi></hi>, portò nel 1961 alla conclusione di accordi per la fornitura di fertilizzanti e di beni di investimento al gigante asiatico (Delugan 1994, 34). Nel caso poi dell’Unione Sovietica, il clamoroso accordo petrolifero concluso nell’ottobre 1960, sia pure molto faticoso nella fase di esecuzione, ebbe ricadute economiche preziose di cui gli ambienti politici italiani non mancarono di felicitarsi: per il suo ammontare e i suoi contenuti, esso stravolse il quadro di riferimento dell’interscambio bilaterale che, nella sua impennata, facilitò la corsa al mercato sovietico delle imprese, private e pubbliche, italiane (Bagnato 2003). </p></div><div><head>6. Conclusioni</head><p rend="text">Nel complesso l’azione di internazionalizzazione dell’Eni di Mattei si inserì in armonia nelle direttrici della politica estera italiana, sia pure talora forzandole, come nel caso della Repubblica Popolare Cinese; talora traducendole con una qualche audacia, come nel caso dell’Unione Sovietica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-003">44</ref></hi></hi>, talora anticipandone e preparandone gli sviluppi, come nel caso dei paesi dell’Africa sub-sahariana destinatari dell’attenzione dell’Eni ma fuori dai radar del ministero degli Esteri e della politica nazionale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-002">45</ref></hi></hi>. A seconda della latitudine, con la sua «politica delle cose» (Quaroni 1967, 814), Mattei svolse un ruolo di apripista, di stimolo, di accelerazione: fu, disse Fanfani all’indomani di Bascapé, un «intrepido pioniere di progresso»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-001">46</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il progetto di Mattei, costruito sulla stratificazione delle esperienze di vita personali e del loro dialogo con quelle collettive (la modestia delle condizioni di nascita, la giovinezza passata in provincia, il trasferimento a Milano, la vicinanza agli ambienti culturali cattolici, l’esperienza della Resistenza, la durezza della sconfitta bellica, la fatica – e l’entusiasmo – della ricostruzione, l’avvio e il consolidamento del boom economico) colse con lucidità l’evoluzione delle priorità nazionali e le incertezze degli equilibri internazionali. Né «pirata», né «mistico visionario» (Pozzi 2012, 11) e neppure «profeta disarmato» o «donchisciotte» (Clò 2003, 14), Mattei seppe misurarsi con i cambiamenti e accettarne le sfide. Con l’ampiezza di visione dell’uomo politico che ne spiegava il coraggio e con il pragmatismo dell’imprenditore che verificava a ogni passo la tenuta del terreno su cui procedeva<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-000">47</ref></hi></hi>.</p></div><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib"><hi >Abdulgani, Roeslan. 1981. </hi><hi rend="italic">The Bandung Connection: The Asia-Africa Conference in Bandung in 1955</hi><hi >.</hi><hi > Singapore: Gunung Agung.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">Agostini, Marisa et al. 2022. <hi rend="italic">Eni, la </hi><hi rend="italic">storia di un’impresa, Passato, presente e futuro del cane </hi><hi rend="italic">a sei zampe. </hi>Milano: Fondazione Gian Giacomo Feltrinelli.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Ashton, </hi>Stephen <hi >R.</hi><hi > 1989. </hi><hi rend="italic">In Search of Détente. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-046-backlink">1</ref></hi>	Cfr. la ricostruzione di Mastrolilli<hi rend="italic"> </hi>2022, esempio paradigmatico di come, in mani inesperte, un documento possa dire qualsiasi cosa.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-045-backlink">2</ref></hi>	Nella vasta bibliografia su Mattei e sull’Eni negli anni di Mattei figurano anche volumi di taglio giornalistico o divulgativo dalle basi assai fragili. Per ricordare solo alcune delle opere più solide: Perrone 1989; 1993; 1995; 2001; Venanzi Faggiani 1994; Bazzoli Renzi 1984; Colitti 1979; Bruni Colitti 1967; Magini 1976; Frankel 1970; Galli 1979; 2005; Pietra 1987; Votaw 1965; Li Vigni 1996<hi rend="CharOverride-4">; </hi>2003; Maugeri 1994; Sapelli Carnevali 1992; Pozzi 2009; Tremolada<hi rend="CharOverride-4"> </hi>2011; anche, in prospettiva diversa, Sapelli 2023. Per un profilo di lungo periodo dell’Eni, cfr.<hi rend="italic"> </hi>Agostini et al. 2022. Mi sia consentito ricordare qui Bagnato 2003; 2004; 2012 (sul sostegno dell’Eni alle ragioni dell’indipendenza algerina <hi rend="italic">passim</hi>).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-044-backlink">3</ref></hi>	«Considerare Enrico Mattei come una sorta di eroe romantico solitario […] non rende giustizia alla sua figura di imprenditore. Perché Mattei fu soprattutto un grande organizzatore di uomini e di risorse fisiche, in grado di individuare importanti obiettivi strategici e di mettere in movimento una complessa organizzazione aziendale per raggiungerli»; Pozzi 2012, 11. Più diffusamente Pozzi 2009.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-043-backlink">4</ref></hi>	Nel febbraio 2003 il pm Vincenzo Calia, che nel 1994 aveva riaperto l’inchiesta sulla morte di Mattei, ne chiese l’archiviazione concludendo che il presidente di Eni era stato vittima di un attentato la cui programmazione ed esecuzione avevano visto «il coinvolgimento di uomini inseriti nello stesso ente petrolifero e negli organi di sicurezza dello Stato», come confermato da «depistaggi, soppressione di prove, pressioni». Le «indicazioni di responsabilità», pur cospicue, non avevano tuttavia trovato definitivi riscontri. Procura della Repubblica presso il Tribunale di Pavia. Procedimento penale n.181/94, mod. 44, Richieste del Pubblico Ministero, pp. 426-29. Si veda anche Calia Pisu 2017. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-042-backlink">5</ref></hi>	Sul rapporto tra evoluzione del sistema internazionale e cambiamenti degli assetti interni in Italia, cfr. Di Nolfo 2010. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-041-backlink">6</ref></hi>	Sul peso esercitato dalla questione di Trieste sulla politica estera italiana cfr. De Castro 1981; Valdevit 1986; Ortona 1985.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-040-backlink">7</ref></hi>	Villani 2007. Sugli effetti della distensione a Palazzo di Vetro, cfr. Mugnaini 2015b. Più diffusamente, cfr. Mugnaini <hi >2015a.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-039-backlink">8</ref></hi>	<hi >Sul significato della Conferenza di Bandung, cfr., fra gli altri, </hi><hi >Abdulgani 1981; Lee 2010; Dinkel 2018; in italiano, cfr. </hi>Calchi Novati e Quartapelle 2007.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-038-backlink">9</ref></hi>	Fu «la tomba del colonialismo», scrive Lacouture 2005, 22-3. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-037-backlink">10</ref></hi>	Con “spirito di Ginevra” si designò il nuovo clima dialogico. Sulla Conferenza del luglio 1955, cfr. Trachtenberg 1999; Bishop <hi >Dockrill 2000; DePorte 1979; Ashton 1989;</hi><hi > Van Oudenaren 1991.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-036-backlink">11</ref></hi>	Fra l’immensa bibliografia sulla crisi di Suez si ricordano qui gli Atti di due convegni: Louis <hi >Owen 1989; Troen Shemesh 1990. </hi>Sui fatti ungheresi cfr. Nemeth Papo e Papo 2017.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-035-backlink">12</ref></hi>	Ampia documentazione in questo senso è in Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Roma (d’ora in avanti Asmaeci), Direzione Generale Affari Politici, Italia 1955, Ufficio I, b. 404 e b. 406. Cfr. anche, ivi, Ufficio IV, “Urss”, 1955, b.1087 e b.1088; ivi, Carte di Gabinetto 1943-1958, “Gaetano Martino”, b. 118</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-034-backlink">13</ref></hi>	Così Giuseppe Bettiol, all’epoca ministro per i rapporti con il Parlamento, nel novembre 1959. Archivio Centrale dello Stato, Roma, Verbale della riunione del Consiglio dei ministri, 7 novembre 1959, anche in Archivio Fondazione Istituto Luigi Sturzo, Roma, Fondo Giovanni Gronchi, b. 83, “Viaggio a Mosca”.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-033-backlink">14</ref></hi>	Su Giovanni Gronchi esiste una bibliografia vasta e ineguale: Cavera Merli Sparisci 1995. Di particolare interesse qui Varsori Mazzei 2018.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-032-backlink">15</ref></hi>	Cfr. ad esempio Ortona 1985, 129; Archivio della Fondazione Luigi Einaudi, Torino, Fondo Manlio Brosio, “Diari”, 29 aprile 1955.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-031-backlink">16</ref></hi>	Sul problema della «duplice lealtà», cfr. Luciolli 1988; Ortona 1985, 150.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-030-backlink">17</ref></hi>	Per il faticoso passaggio dal centrismo al centro-sinistra, vedi Di Loreto 1993.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-029-backlink">18</ref></hi>	Sulla posizione italiana nel corso della crisi di Suez, ampia documentazione in ASMAECI, Gabinetto del Ministro 1943-1956, b. 65; Archivio Riservato della Segreteria Generale 1945-1958, b. 52; Direzione Generale Affari Politici Egitto 1956 (in particolare, bb. 1053, 1057, 1062, 1063). Cfr. anche Ministero degli Affari Esteri, Commissione per il riordinamento e la pubblicazione dei documenti diplomatici <hi >1998. </hi>Sugli effetti degli eventi di Budapest in Italia, cfr. Fejérdy 2017.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-028-backlink">19</ref></hi>	«Meglio articolata», così affermò Fanfani, all’epoca presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, davanti alla Commissione Esteri della Camera nell’agosto 1958. Archivio Storico della Camera dei deputati, Commissione Affari Esteri ed Emigrazione, 5 agosto 1958.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-027-backlink">20</ref></hi>	Nel maggio 1956 i ministri degli Esteri dei paesi della Nato decisero di creare un comitato – composto dai ministri degli Esteri dell’Italia, Gaetano Martino, della Norvegia, Harvard Lange, e del Canada, Lester Pearson – con l’incarico di indicare al Consiglio «i modi e gli strumenti per migliorare e estendere la cooperazione della Nato in ambiti non militari e di sviluppare una maggiore unità all’interno della comunità atlantica». Il loro rapporto fu approvato dal Consiglio il 13 dicembre 1956. Il rapporto conclusivo è in Nato Archives, Bruxelles, Council Memoranda, 56, 126. Per i lavori del Comitato, cfr. ivi, Committee of Three on non-military co-operation (CT).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-026-backlink">21</ref></hi>	“Neo-atlanticism as an element in Italy’s Foreign Policy”, January 10, 1958, in National Archives and Records Administration, RG59, Reports of the Bureau of Intelligence and Research, Intelligence Report n. 7641; Archives du Ministère de l’Europe et des Affaires Etrangères, La Courneuve (d’ora in avanti AMEAE), Italie 1944-1970, b. 297, J. Fouques Duparc à Ministère des Affaires Étrangères, n. 1584/EU, 15 settembre 1956; ivi: n. 1561/EU, 4 ottobre 1957.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-025-backlink">22</ref></hi>	Cfr. i saggi raccolti nel volume di De Leonardis 2003. Cfr., poi, fra gli altri Brogi 1996; Calchi Novati 1996.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-024-backlink">23</ref></hi>	Cfr. AMEAE, série Italie 1944-1970, b. 297, J. Fouques Duparc à ministère des Affaires Étrangères, n. 1584/EU, 15 sett. 1956; ivi: n. 1561/EU, 4 ottobre 1957. <hi >Cfr. anche “Neo-atlanticism as an element in Italy’s Foreign </hi><hi >Policy”, January 10, 1958, in National Archives and Records Administration, </hi><hi >RG59, Reports of the Bureau of Intelligence and Research, Intelligence </hi><hi >Report n. 7641.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-023-backlink">24</ref></hi>	Cfr. Morone 2018, vedi anche Morone 2016; Deplano Pes 2014. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-022-backlink">25</ref></hi>	Sull’intreccio fra le principali direttrici della politica estera italiana, vedi Bagnato 2024.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-021-backlink">26</ref></hi>	“La crisi del comunismo e la Democrazia Cristiana”. Relazione generale dell’on. Amintore Fanfani al XI Congresso delle Nouvelles Équipes Internationales (Bagnato 2009).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-020-backlink">27</ref></hi>	Così Giorgio La Pira nell’intervista di Sergio Zavoli, “Ricordo di Enrico Mattei”, 1968: Archivio Storico Eni (d’ora in avanti ASENI), Audiovisivi: &lt;<ref target="https://archiviostorico.eni.com/aseni/it/explore/audiovideo/IT-ENI-AV0001-001503/">https://archiviostorico.eni.com/aseni/it/explore/audiovideo/IT-ENI-AV0001-001503/</ref>&gt;.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-019-backlink">28</ref></hi>	Cfr. Mattei 1959-1960; Mattei 1961-1962, entrambi ora Mattei<hi rend="italic"> </hi>2012,<hi rend="italic"> </hi>701-12, 820-27. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-018-backlink">29</ref></hi>	Articolo del 1962 in <hi rend="italic">Europa</hi><hi rend="italic"> libera</hi>, ora in Mattei<hi rend="italic"> </hi>2012,<hi rend="italic"> </hi>196-200.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-017-backlink">30</ref></hi>	Sull’anticomunismo come chiave di volta dell’attenzione di Mattei al futuro dall’Africa, cfr. Lafond 2010. Sulla ‘corrispondenza di intenti’ tra Fanfani e Mattei insiste Tremolada 2010, 293.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-016-backlink">31</ref></hi>	“Sunto del colloquio tra l’ing. Mattei, il sig. Sulzberger ed il dott. di Brazzà”, 13 aprile 1962, ASENI, Fondo Eni Presidenza Mattei, f. 63E, b. 87.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-015-backlink">32</ref></hi>	“Considerazioni sui problemi internazionali del petrolio”, Roma, Banco di Roma, Centro italiano di studi per la riconciliazione internazionale, 8 gennaio 1959, ivi, Segreteria Mattei, b. 121, f. 729, ora in Mattei<hi rend="italic"> </hi>2012,<hi rend="italic"> </hi>633-42.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-014-backlink">33</ref></hi>	La formula era stata elaborata dalla NIOC (National Iranian Oil Company); Tremolada 2011, 332-34. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-013-backlink">34</ref></hi>	Sulle reazioni delle grandi compagnie alla formula del 75-25, già ai tempi del contratto dell’Eni con l’iraniana NIOC, cfr. anche<hi rend="CharOverride-4"> </hi>Votaw 1965,<hi rend="italic"> </hi>103 sgg.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-012-backlink">35</ref></hi>	ASENI, Fondo Eni, Segreteria Mattei, Carteggio, b. 76, f. 168, Conferenza al centro di studi di politica estera, Parigi, 22 novembre 1957; ora in Mattei<hi rend="italic"> </hi>2012, 509-18. Per le reazioni francesi cfr. ASMAECI, Ambasciata di Parigi, 1957, b. 73, telespr ris.1611/1248, Pietro Quaroni a MAE, 25 novembre 1957.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-011-backlink">36</ref></hi>	Per il Foreign Office britannico un esempio illuminante di uso di pressione politica era stato dato da Carlo Russo, sottosegretario agli Esteri. Rispondendo in Parlamento a una interrogazione scritta, il 16 ottobre 1961 Russo aveva affermato che, con riguardo alle difficoltà che l’Eni incontrava in Kenya e Rodesia nel portare avanti i suoi programmi, il governo italiano (e in particolare il ministero degli Affari Esteri, in accordo con il ministero delle Partecipazioni Statali e il ministero del Commercio con l’Estero) aveva immediatamente incaricato i locali consolati italiani di prendere contatto con i due governi per spiegare l’interesse particolare che rivestiva per l’Italia la soddisfazione delle legittime aspettative dell’Eni – e ciò poiché la compagnia italiana era controllata dallo stato. The National Archives, Public Record Office, Foreign Office (d’ora in avanti TNA, PRO, FO) 8371/163741, Eni, Draft memorandum for Use with H.M.G., confidential, s.d. (ma successivo al giugno 1962 e precedente all’ottobre 1962). Cfr. anche ivi, “The significance of Ente Nazionale Idrocarburi», Confidential, RT1531/3, Circular n. 029, T 236/6440, March 30, 1961.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-010-backlink">37</ref></hi>	La legge 10 febbraio 1953, n. 136 che dava vita all’Ente Nazionale Idrocarburi all’art. 1 affidava all’Eni «il compito di promuovere ed attuare iniziative di interesse nazionale nel campo degli idrocarburi e dei vapori naturali». GU, serie Generale, n. 72 del 27 marzo 1953, &lt;<ref target="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1953/03/27/053U0136/sg#">https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1953/03/27/053U0136/sg#</ref>:~:text=136&gt;. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-009-backlink">38</ref></hi>	“Intervista alla televisione dell’ing. E. Mattei, presidente dell’Eni”, 5 febbraio 1958 (ASENI, Fondo Eni, segreteria Mattei, b.74, f. 174; ora in Mattei<hi rend="italic"> </hi>2012, 557-65). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-008-backlink">39</ref></hi>	“Conferenza stampa dell’ing. Mattei alla associazione della stampa estera”, Roma, 14 febbraio 1962 (ASENI, Fondo Mattei, Carteggio, b. 89, fasc. 289; ora Mattei<hi rend="italic"> </hi>2012, 827-38).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-007-backlink">40</ref></hi>	<hi >Sotto questa luce i</hi><hi > servizi diplomatici britannici </hi>non potevano non essere d’accordo con Paul Hoffman, corrispondente da Roma del <hi rend="italic">New York Times</hi>, il quale il 7 giugno 1962 scriveva che<hi > «the politically </hi><hi >influential head of the State-owned oil and gas enterprise, Enrico </hi><hi >Mattei, is pioneering Italian economic expansion in Africa, the Middle </hi><hi >East and Asia».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-006-backlink">41</ref></hi>	TNA, PRO, FO 371/163741, Eni Draft memorandum, for Use with H.M.G., confidential, s.d.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-005-backlink">42</ref></hi>	<hi >Cfr. ad esempio, nelle Foreign Relations of the </hi><hi >United States (FRUS) </hi>U.S. Department of State 1957<hi > e </hi>1958. Per la Francia, Note d’information personnelle. “Quelques aspects des activités extérieures de M. Enrico Mattei en Afrique et en Europe”, n. 331, 7 juillet 1961 in Centre des Archives économiques et financières, Savigny-Le Temple, Archives du ministère de l’Economie, du Budget et des Finances, Fonds Trésor: Relations bilatérales, Bureau F 1 Affaires Internationales: Italie 1923-1965, b. 10777.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-004-backlink">43</ref></hi>	ASENI, Fondo Segreteria Enrico Mattei, B72, fasc.134, “Missione Eni in Cina dal 15 al 21 dicembre 1958”. Cfr. Samarani 2008; Rocca 2014. I contatti con la Cina si svilupparono in seguito in altre missioni: ASENI, Fondo Eni, Presidenza Mattei, b. 72, f. 48F, “Missione Eni a Pechino, 27 settembre-6 ottobre 1959”.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-003-backlink">44</ref></hi>	Dopo la firma del contratto, in una intervista alla rivista sovietica <hi rend="italic">Tempi Nuovi</hi>, Mattei disse che l’Eni era «il bambino disubbidiente» del mercato petrolifero e sottolineò l’opportunità di stabilire un nuovo sistema basato su una collaborazione diretta tra paesi produttori e paesi consumatori per stabilizzare il mercato mondiale del petrolio. Asmaeci, Telegrammi, Russia, Arrivo, E. Carrara, Mosca, a MAE, n. 1085, 21 ottobre 1960.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-002-backlink">45</ref></hi>	Questo era, ad esempio, il caso del Ghana; cfr. Ceravolo 2020 </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-001-backlink">46</ref></hi>	Archivio Storico del Senato, Roma, Fondo Amintore Fanfani, Diario Fanfani, annotazione del 28 ottobre 1962. I diari di Fanfani del periodo 1943-1963 sono stati pubblicati da Rubbettino nel 2013.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-000-backlink">47</ref></hi>	Perché, in fondo, come ha notato Eugenio Cefis, Mattei era un «operatore politico […] con un piede nel mondo imprenditoriale e l’altro in quello della politica». Venanzi Faggiani 1994, 258.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Bruna Bagnato, University of Florence, Italy, <ref target="mailto:bruna.bagnato@unifi.it">bruna.bagnato@unifi.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0001-9831-2528">0000-0001-9831-2528</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Bruna Bagnato, <hi rend="italic">Dissonanze e convergenze. Enrico Mattei, l’Eni e la politica estera italiana (1953-1962),</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.10">10.36253/979-12-215-0775-1.10</ref>, in Piero Bini, Antonio Magliulo, Letizia Pagliai (edited by), <hi rend="italic">L’Italia repubblicana in cammino. Ricostruzione, crescita, instabilità</hi>, pp. -154, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0775-1, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1">10.36253/979-12-215-0775-1</ref></p></div></div>
      
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          <bibl n="217560">Bagnato, Bruna. 2024. “La dimensione mediterranea della politica estera italiana fra Atlantico e Europa, 1949-1969.” In Atlante Geopolitico del Mediterraneo, 2024, a cura di Andrea Ungari, e Francesco Anghelone, 19-41. Roma: Bordeaux edizioni.</bibl>
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