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        <title type="main" level="a">Le proposte dei consulenti economici della CISL nella crisi degli anni Settanta</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0009-0003-6824-8483" type="ORCID">
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            <surname>Michelagnoli</surname>
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          <resp>This is a section of <title>L’Italia repubblicana in cammino</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0775-1</idno>) by </resp>
          <name>Piero Bini, Antonio Magliulo, Letizia Pagliai</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.13</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
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        <p>As the traditional means of controlling demand had not provided satisfactory results in taming the 1970s crisis, it was necessary to conceive suitable tools for fostering competitiveness while limiting inflationary phenomena. To this end, the proposals shaped by Ezio Tarantelli and Fausto Vicarelli, who acted as economic advisors of the Cisl in those years, will be recalled. We will focus on the main contents of the OPEC surplus recycling proposal, the proposal to establish an investment fund financed by wages and salary provisions, the predetermination of inflation and the “unemployed shield” proposal. We will conclude by emphasizing the need for close cooperation at the community level to ensure a sound implementation of these policies.</p>
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            <item>Trade Unions</item>
            <item>Italian Economy</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.13<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.13" /></p>
      <div><head>Le proposte dei consulenti economici della CISL nella crisi degli anni Settanta<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-019">1</ref></hi></hi></head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Giovanni Michelagnoli</p><div><head>1. Introduzione</head><p rend="text">Lo studio della cultura economica dei sindacati in Italia può considerarsi un filone di studi particolarmente fecondo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-018">2</ref></hi></hi>. Appare agevole constatare, infatti, che i contributi di storia sindacale adottano una prospettiva viepiù generalista ‒ suggerendo una ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato l’operatività delle varie confederazioni ‒ o istituzionale, indagando il profilo e l’operato di una o più figure carismatiche o di correnti interne (Artioli et al<hi rend="italic">.</hi> 2003) e (Zaninelli 2009). Una pista altrettanto sviluppata prende in considerazione le varie ‘storie’ contestuali, talché è possibile rinvenire copia di contributi che ricostruiscono le vicende delle varie confederazioni a livello regionalistico o, ancora, localistico. </p><p rend="text">Questo scritto suggerisce una sintetica ricostruzione della cultura economica della CISL incentrata sulle principali proposte avanzate dal sindacato al fine di contribuire a fronteggiare la crisi degli anni Settanta. Come si vedrà, la prolificità espressa sul piano dell’elaborazione è, in buona sostanza, riconducibile al fatto che la confederazione si trovò a beneficiare del contributo di studiosi ed economisti operanti, in vario modo, in qualità di consulenti economici: animando in prima persona l’attività di centri studi e istituti di ricerca o prendendo parte alle iniziative di studio ed approfondimento che, di volta in volta, venivano organizzate<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-017">3</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Due tra i principali economisti che, pur tenendo conto delle propensioni personali e dei differenti interessi di ricerca, agirono in qualità di consulenti del sindacato guidato, nel periodo in esame, prima da Bruno Storti (sino al 1976), poi da Luigi Macario (1977-1979) e infine da Pierre Carniti (1979-1985), furono Ezio Tarantelli e Fausto Vicarelli. Intellettuali afferenti, entrambi, al <hi rend="italic">laboratorio culturale</hi> di Federico Caffè, Tarantelli e Vicarelli furono anche docenti alla Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-016">4</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Giacché il loro profilo biografico e scientifico può considerarsi ampiamente noto, sarà sufficiente farvi cenno sinteticamente. Ezio Tarantelli (1941-1985), dopo la laurea conseguita a Roma sotto la guida di Milone e Caffè, ha insegnato Politica economica all’Università Cattolica di Milano (1974-76). Si è poi trasferito all’Università di Firenze, dove ha ricoperto la Cattedra di Politica economica e finanziaria presso la facoltà di Scienze Politiche (1976-83) per tornare, in seguito, a “La Sapienza” di Roma. Il 27 marzo 1985 cadde vittima di un agguato delle brigate rosse. Tarantelli fu anche attivamente impegnato come consigliere economico, prima alla Banca d’Italia, dove ebbe modo di collaborare col premio Nobel Franco Modigliani e, in seguito, come direttore dell’Istituto di Studi di Economia e Lavoro (ISEL) della CISL<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-015">5</ref></hi></hi>. I suoi contributi abbracciano una ricca varietà di tematiche: dalla generalizzazione della curva di Phillips a un paese in via di sviluppo alla stima della funzione del consumo per l’economia italiana, senza trascurare l’approfondimento delle relazioni esistenti fra struttura del sistema di relazioni industriali e performance macroeconomiche. Fausto Vicarelli (1936-1986) fu, anch’egli, fra i maggiori economisti italiani del periodo; svolse attività di docenza di economia politica nelle università di Ancona, Firenze e Roma operando altresì al servizio studi della Banca d’Italia (1968-1986) e, tra fine anni Settanta e inizio anni Ottanta, come consigliere sindacale. Si dedicò con particolare fervore allo studio dei nessi esistenti tra struttura finanziaria e sviluppo economico; filone di indagine che lo ispirò a svolgere un’analisi approfondita del pensiero economico di Keynes tesa a far emergere la strutturale instabilità del processo di accumulazione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-014">6</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Per gli scopi presenti, sembra opportuno aver riguardo ad alcuni spunti che sembrano meritevoli di approfondimento: quali siano state le principali caratteristiche del sodalizio determinatosi fra sindacato e realtà accademico-scientifica; valutare se, e nel caso in quali termini, lo sforzo sul piano dell’elaborazione abbia permesso di superare i limiti dei tradizionali strumenti di controllo della domanda<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-013">7</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Lo scritto si compone di due sezioni: nella prima (par. 2) verrà offerta un’essenziale cornice contestuale dei principali eventi che hanno caratterizzato lo scenario italiano dagli anni Settanta alla metà del decennio successivo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-012">8</ref></hi></hi>. Ci soffermeremo, in seguito (parr. 3-5), sui provvedimenti di politica economica elaborati da Tarantelli e Vicarelli nell’ambito della loro collaborazione con la CISL. Verranno infine suggerite alcune considerazioni conclusive (par. 6).</p></div><div><head>2. Scenari macroeconomici e relazioni industriali in Italia (1969-1985)</head><p rend="text">Il biennio 1969-70 rappresentò una fase di intenso scontro sociale. Mentre alcuni grandi gruppi, quali Fiat e Pirelli, ridimensionarono sensibilmente il numero degli occupati facendo, altresì, ricorso alla cassa integrazione, la maggioranza delle categorie dell’industria e dell’agricoltura avviò la stagione di rinnovi contrattuali. Il prolungamento dei tempi di lavoro e il persistere di significativi differenziali salariali, oltre all’insufficienza di abitazioni e servizi pubblici spinsero i sindacati a sollecitare riforme sociali, consistenti aumenti salariali e una riforma delle modalità organizzative. Con la L. 300/1970 (“Statuto dei lavoratori”) che prevedeva, tra l’altro, la limitazione della mobilità tra impianti e reparti e l’eliminazione delle gabbie salariali, gli operai cominciarono a rifiutare sistemi di cottimo, retribuzioni ad incentivo e processi di matrice tayloristica. Inoltre, lo sviluppo della scolarità e il ridimensionamento dell’occupazione femminile ridussero la possibilità di fare ricorso a forza lavoro scarsamente qualificata o senza precedente esperienza. Sul piano delle relazioni industriali andò profilandosi una sorta di monopolio bilaterale. Nella prospettiva di acquisire un ruolo strategico anche sul piano politico, i sindacati intesero rendersi promotori, oltre che delle rivendicazioni salariali, anche della domanda sociale, in ragione del crescente potere contrattuale e dell’aumentato grado di rappresentatività. Confindustria, dal canto suo, attuò una strategia volta ad accreditare l’élite industriale quale garante della modernizzazione a fronte dell’immobilismo e della prassi clientelare del ceto politico. </p><p rend="text">Nonostante un tentativo di ridefinizione della parità fra dollaro e principali valute (dicembre 1970), il 15 agosto 1971 la valuta americana venne dichiarata inconvertibile; conseguentemente, si determinò una profonda crisi del sistema monetario internazionale. Con l’intento di arginarne le conseguenze, i paesi della comunità europea diedero vita, l’anno successivo, al “Serpente monetario europeo”, accordo che limitava al 2,25% l’oscillazione della parità fra le valute degli aderenti. Ripresero fiato gli interventi pubblici e privati e si verificò una ripresa della produzione industriale. Allo scopo di sottrarre i processi produttivi ai vincoli dell’alto costo del lavoro e dell’elevata conflittualità, la Fiat introdusse i primi robot sulle linee di montaggio avviando, altresì, un ampio programma d’investimenti nel quadro dei finanziamenti per lo sviluppo del Mezzogiorno<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-011">9</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nel luglio 1972 venne costituita la Federazione CGIL-CISL-UIL la quale, con alterne vicende, avrebbe continuato ad operare fino al 1984. La tornata di rinnovi contrattuali del 1973 assicurò ai sindacati risultati notevoli sotto il profilo della stabilità dell’impiego e delle garanzie di salario; ciò nonostante, le relazioni industriali seguitarono ad essere improntate a marcata conflittualità. Gli imprenditori reagirono limitando gli investimenti e mantenendo, talora, dimensioni aziendali strumentalmente ridotte al fine di impedire l’applicazione dello Statuto dei lavoratori. </p><p rend="text">Nel febbraio 1973, l’Italia uscì dal Serpente monetario. Dopo la svalutazione dell’11% del dollaro nei confronti dell’oro, tutti i paesi abbandonarono le parità stabilite a fine 1971 adottando, al contempo, cambi flessibili; venne così a determinarsi la definitiva cessazione degli accordi di Bretton Woods. Negli ultimi mesi dell’anno i paesi Opec decisero una graduale riduzione della produzione di greggio fissando altresì un consistente aumento di prezzo. Il governo varò un articolato complesso di misure destinate fronteggiare l’emergenza petrolifera; queste, tuttavia, si rivelarono del tutto ininfluenti sul contenimento dei consumi. Crebbero rapidamente produzione industriale ed investimenti e aumentò la produzione totale per quanto, prevalentemente, grazie all’espansione del terziario. Contestualmente, tuttavia, si sviluppò una dinamica inflazionistica propiziata dalla svalutazione della lira. Con l’intento di fronteggiarla, il governo introdusse il blocco dei prezzi di un paniere di ventuno beni di largo consumo e dei prodotti delle grandi imprese, mentre la Banca d’Italia varò una politica moderatamente restrittiva e introdusse il cosiddetto <hi rend="italic">vincolo di portafoglio</hi>. Alle banche veniva così ingiunto di destinare una quota fissa degli impieghi in titoli di Stato o garantiti dallo Stato. I congressi del 1973 consolidarono il processo unitario: il sesto congresso della UIL varò il principio di incompatibilità tra cariche sindacali e politiche; il settimo congresso della CISL segnò la definitiva vittoria di Storti, sostenuto da Macario e Carniti, contro la linea antiunitaria di Scalia. All’attenzione dell’ottavo congresso della CGIL, anch’esso del 1973, si pose, infine, la proposta di patto sociale avanzata dalla Confindustria. A questa, il segretario Lama, sostenuto da Trentin, intese contrapporre la cosiddetta <hi rend="italic">proposta globale</hi>: strategia che coniugava impegno per le riforme, difesa del salario e dell’indicizzazione con l’estensione, al pubblico impiego, di aumenti salariali e benefici normativi conseguiti a favore dei lavoratori industriali. </p><p rend="text">Nell’aprile 1974, Agnelli venne eletto alla presidenza di Confindustria; le linee fondamentali della sua azione furono esposte nel discorso del 30 maggio, in cui asserì la necessità di agire relazioni industriali tripolari nel quadro di un patto che restituisse centralità all’industria. Simile disegno rimase, tuttavia, sul piano delle intenzioni, mentre le relazioni sindacali furono scandite da due momenti di particolare rilievo: l’accordo FIAT-FLM (marzo 1974) ‒ che permise l’apertura di un canale informativo permanente da parte dell’impresa su varie tematiche economico-organizzative ‒ e la sottoscrizione dell’accordo con la federazione sindacale unitaria a conclusione della vertenza sull’indennità integrativa (gennaio 1975). Per suo tramite vennero introdotti il ‘punto unico pesante’ e la trimestralizzazione del meccanismo di indicizzazione salariale noto come <hi rend="italic">scala mobile</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-010">10</ref></hi></hi>. Gli imprenditori acquisirono, per questa via, facoltà di scaricare sui prezzi i costi del lavoro, costantemente crescenti, in regime di libera fluttuazione della moneta. Fu Guido Carli ‒ che nel giro di circa due anni sarebbe succeduto ad Agnelli alla guida della confederazione imprenditoriale ‒ a sottolineare, con particolare lucidità, gli esiti cui simile scenario avrebbe dato luogo. Da una parte, l’accordo istituiva un meccanismo capace di condurre, in breve tempo, le retribuzioni «verso il completo appiattimento, verso un egualitarismo indifferente alla produttività espressa dai diversi comparti e dalle diverse aziende»; dall’altra, per suo tramite si era inteso creare «una sorta di ombrello protettivo che rendeva i lavoratori dipendenti […] indifferenti all’andamento del ciclo economico» (Carli 1993, 339). </p><p rend="text">Il governo Andreotti, monocolore democristiano con astensione di tutti i partiti, insediatosi a fine luglio 1976, varò un piano che prevedeva l’aumento del prelievo fiscale indiretto, il blocco di prezzi e tariffe e il blocco parziale della scala mobile per i redditi più elevati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-009">11</ref></hi></hi>. Alla politica restrittiva praticata dalla Banca d’Italia, l’esecutivo affiancò un più efficace controllo della spesa; sinergia che permise di ottenere un provvisorio miglioramento dei conti. Quello stesso mese, come si è anticipato, Carli successe ad Agnelli al vertice di Confindustria, avviando un mandato connotato da particolare fervore progettuale grazie, anche, al potenziamento dell’Ufficio studi confederale.</p><p rend="text">Dal 1973 al 1976 la bilancia dei pagamenti italiana era andata accumulando notevoli passività, che solo in parte sarebbero state compensate nel successivo triennio. In contropartita a un prestito del Fondo Monetario Internazionale di 530 milioni di dollari, il governo Andreotti sottoscrisse, nell’aprile 1977, una <hi rend="italic">lettera di intenti </hi>con la quale s’impegnò a adottare misure severe per contenere la dinamica dei prezzi. La politica di maggior rigore finanziario si rifletté in una riduzione del rapporto fabbisogno pubblico/Pil. Nel triennio 1977-79 la lira si svalutò nei confronti del marco e, in misura minore, del franco francese, pur rivalutandosi leggermente nei confronti del dollaro. </p><p rend="text">Il 26 gennaio 1977, il governo aveva promosso un accordo tra Confindustria e sindacati, a garanzia del quale si impegnava a adottare misure per l’occupazione, il controllo dei prezzi e lo sviluppo del Mezzogiorno. Le organizzazioni sindacali accettarono una lieve riduzione dall’indicizzazione salariale, una revisione di scatti di anzianità e meccanismi di liquidazione, un maggiore controllo aziendale sull’assenteismo e una maggiore mobilità del lavoro. L’accordo costituì un primo, embrionale, tentativo di ‘scambio politico’ fra sindacati, imprese e governo. In particolare, l’esecutivo si dichiarava disposto ad agevolare le imprese nella ricostituzione dei margini di profitto attraverso l’assunzione, a carico del bilancio pubblico, di parte dei contributi previdenziali dovuti dalle imprese (fiscalizzazione degli oneri sociali). Quello stesso anno, tuttavia, Modigliani e Padoa-Schioppa diedero alle stampe un noto contributo, in cui si raccomandava una sollecita riduzione dei salari reali al fine di propiziare l’uscita dell’economia italiana dal circolo vizioso ‒ definito come vero e proprio «triangolo infernale» ‒ determinato dalla contemporanea presenza di disoccupazione, inflazione e svalutazione (Modigliani Padoa-Schioppa 1977).</p><p rend="text">Il 24 gennaio 1978, il segretario della CGIL Lama rilasciò, a <hi rend="italic">La Repubblica</hi>, un’intervista in cui asseriva l’assenza, in un sistema aperto, di variabili indipendenti sottolineando, altresì, che anche la dinamica salariale avrebbe dovuto ricollocarsi nel più ampio alveo delle compatibilità economiche. Il 13 febbraio 1978, nella conferenza dell’Eur, la federazione sindacale abbracciò, a larga maggioranza, la linea di moderazione salariale e maggiore flessibilità del lavoro illustrata pochi giorni prima dal segretario, a fronte della quale richiedeva l’attuazione di riforme nel campo dell’edilizia, dei trasporti, del fisco e della finanza pubblica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-008">12</ref></hi></hi>. Simile ripiegamento diede tuttavia impulso alla contestazione delle categorie, che interpretavano gli umori della base, mentre CISL e UIL ne denunciarono la strumentalità. Nel dicembre di quello stesso anno entrò in funzione il Sistema Monetario Europeo (SME) cui aderirono: Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Irlanda, Olanda e Italia; per suo tramite venne introdotto il cambio a fluttuazione limitata per le valute dei paesi aderenti. Questa svolta sancì la definitiva interruzione della politica di svalutazione competitiva rendendo altresì impossibile trasferire il maggior costo del lavoro sui prezzi. La rivoluzione khomeinista in Iran (secondo esportatore mondiale di petrolio), inoltre ‒ che aveva visto la destituzione del precedente regime filoccidentale di Teheran ‒ influì sul mercato mondiale, dal momento che le forniture da quel paese cessarono. La reazione dei governi provocò una nuova impennata dei prezzi. In Italia aumentò il ritmo di crescita dell’economia. Alla ripresa della domanda, dei profitti e della produttività, si accompagnò un rapido aumento dell’utilizzazione della capacità produttiva che, tuttavia, alimentò le attese inflazionistiche. </p><p rend="text">Nel 1980 terminò il quinquennio di crescita dell’economia italiana iniziato nel 1976. Mentre rallentava la crescita reale, il tasso d’inflazione si attestò al 21,1%, valore più alto su base annua dal dopoguerra; si ampliò così il differenziale nei confronti degli altri paesi europei. Le aspettative degli imprenditori e la reazione delle organizzazioni sindacali al <hi rend="italic">fiscal</hi><hi rend="italic"> drag</hi> diedero luogo ad un rapido aumento del costo del lavoro e, conseguentemente, dei prezzi. A far emergere la necessità di controllare l’andamento del costo del lavoro contribuirono altri due fattori, il primo dei quali era rappresentato dalla politica di elevati tassi d’interesse praticata dalla Banca d’Italia e finalizzata a rendere appetibile la sottoscrizione dei titoli pubblici. Da una parte, questa favorì la progressiva internazionalizzazione dell’economia italiana grazie al flusso di capitali in entrata; dall’altra, comportò la crescita del costo del denaro e un aumento accelerato del debito pubblico. Il secondo fattore derivava dalla necessità per le imprese di avviare le ristrutturazioni funzionali all’impiego delle nuove tecnologie. Venne così a determinarsi una rapida crescita del tasso di disoccupazione ed un significativo declino del soggetto sociale riconducibile all’idealtipo del lavoratore di fabbrica; elementi che contribuirono a sottrarre consenso al paradigma della conflittualità, già in fase declinante per effetto della ricordata strategia dell’Eur. A questo proposito si considerai, inoltre, che, nel periodo 1971-1991, con particolare accentuazione dalla fine degli anni Settanta, andò verificandosi un’espulsione del 30% della forza lavoro dall’industria e dall’agricoltura solo parzialmente compensato dall’incremento di occupazione nel terziario. Corollario di questo fenomeno fu la riduzione del tasso di sindacalizzazione. </p><p rend="text">Subito dopo l’annuncio dei licenziamenti (porre, a turno, 78.000 dipendenti in cassa integrazione e licenziarne 14 mila) nell’azienda leader dell’industria italiana, la Fiat, iniziò una lunga vertenza, che si protrasse dal 10 settembre al 15 ottobre 1980. Si trattò di uno scontro che vide protagonisti l’amministratore delegato Cesare Romiti il quale ‒ al fine di ridurre l’ingente indebitamento aziendale ‒ optò per una drastica riduzione degli addetti, e la federazione sindacale. Quest’ultima, per la prima volta dopo tanti anni, si vide attaccata in uno snodo vitale della sua forza e della sua credibilità: il controllo dei licenziamenti. Lo scontro sfociò nell’occupazione delle fabbriche da parte dei lavoratori (lotta dei 35 giorni) e nel posizionamento degli impiegati a fianco del management aziendale (c.d. marcia dei 40 mila). La manifestazione da parte del personale qualificato della Fiat, avvenuta il 14 ottobre, finì per sancire una dura sconfitta ai danni del sindacato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-007">13</ref></hi></hi>. Il giorno successivo, Lama, Carniti e Benvenuto non poterono fare altro che prendere atto dell’insuccesso; l’accordo successivamente siglato accoglieva infatti,<hi rend="italic"> </hi>senza eccezioni, le richieste datoriali. </p><p rend="text">Nel periodo 1981-85 la valuta americana tese a rafforzarsi in maniera persistente per effetto dei massicci flussi di capitale attratti verso gli Stati Uniti dall’elevato differenziale dei tassi d’interesse. Per le economie occidentali, la rivalutazione del dollaro comportò un costante aumento dei prezzi all’importazione di petrolio, materie prime e semilavorati. Contestualmente, il riallineamento delle parità nello SME provocò la svalutazione della lira e del franco francese a fronte di una rivalutazione del marco e del fiorino olandese. Tuttavia, la svalutazione nominale del cambio compensò solo in piccola parte il differenziale d’inflazione. La perdita di competitività delle imprese italiane ebbe a riflettersi in un persistente squilibrio esterno; crebbe perciò rapidamente la quota di debito pubblico collocata oltre i confini nazionali e, a causa della crescente spesa per interessi, aumentarono i flussi di capitali verso l’estero. Prese avvio un triennio di recessione (1981-1983): l’indice della produzione industriale restò stagnante, mentre l’inflazione al consumo si mantenne elevata. Si aggravò ulteriormente la situazione dovuta alla crisi dell’occupazione. Agli effetti del secondo shock petrolifero (1979) si aggiunsero le conseguenze dei piani di riorganizzazione e decentramento delle grandi imprese (De Rosa 1997, 130-34). La recessione e la crisi dell’occupazione ad essa conseguente provocarono forte tensione nelle relazioni sindacali. I conflitti si concentrarono sulla scala mobile, della quale Confindustria ebbe a minacciare la disdetta, e sul rinnovo dei contratti nazionali di lavoro. </p><p rend="text">Il ministro del Bilancio La Malfa, frattanto, aveva elaborato un disegno di programmazione a medio termine (1981-1983) basato sul presupposto che stabilità monetaria, controllo della domanda e politica dei redditi stimolassero, nel medio periodo, accumulazione e investimenti propiziando altresì, nel lungo andare, una crescita non inflazionistica. Il presidente di Confindustria, Merloni, aveva esercitato pressioni sull’esecutivo per ottenere un intervento legislativo sulla scala mobile; tuttavia, sia Forlani, sia Spadolini, che gli succedette, preferirono incoraggiare il confronto negoziale. Spadolini, in particolare, credeva fermamente nella necessità di attivare relazioni industriali tripolari come sede privilegiata di pratiche concertative cui affidare il compito di raffreddare l’inflazione e rilanciare la crescita. Il rifiuto opposto a tale eventualità dalla Federazione sindacale intervenne in un momento particolarmente difficile. Proprio nel marzo 1981, infatti, la Banca d’Italia fu costretta ad elevare al 19% il tasso di sconto e a svalutare la lira del 6% nello SME. Tuttavia, il fronte sindacale non era più compatto su questo terreno ed iniziavano ad essere nitidamente avvertibili alcuni segnali di mutamento. Dall’ottavo congresso della UIL (giugno 1981) cominciò ad emergere, più concretamente, il disegno di un sindacato disposto ad abbandonare la tradizionale strategia rivendicativa in favore di una compartecipazione alle grandi scelte di politica economica. La UIL manifestò, per bocca di Benvenuto, aperture verso un ruolo concertativo del sindacato. Dall’aprile di quello stesso anno, inoltre, stava circolando una proposta avanzata dall’economista e consigliere della CISL Ezio Tarantelli, volta a raffreddare l’inflazione, la quale, come meglio si vedrà, prevedeva la programmazione del tasso di inflazione futuro e la predeterminazione dei punti di scala mobile. Questa rispondeva alla duplice esigenza di evitare provvedimenti coercitivi, i quali molto difficilmente sarebbero stati accettati dai sindacati, coinvolgendo contestualmente, questi ultimi, in un progetto di controllo dell’inflazione. Simile scenario era stato concepito allorquando ‒ in seguito al fallimento della proposta di ristrutturazione concordata del salario avanzata da parte datoriale ‒ iniziava a prendere corpo l’ipotesi di disdetta unilaterale della scala mobile. Per scongiurare simile eventualità, il presidente del consiglio Spadolini, alla fine del giugno 1981, intese agire su due fronti. Da un lato fece del presidente dell’Intersind, Massacesi, l’interlocutore privilegiato per la definizione del programma economico del governo; dall’altro agì su Confindustria con l’intento di prevenire ogni iniziativa unilaterale che inficiasse l’apertura di negoziati triangolari. Dal decimo congresso della CGIL, che si tenne a Roma nel novembre 1981, originò la proposta di porre il limite del 16% all’accrescimento dei salari. Si parlò anche di <hi rend="italic">fiscal drag</hi>, del quale si propose la restituzione entro aumenti al di sotto di quella soglia. Tale proposta, rigettata da Confindustria, risultava, al tempo stesso, difficilmente recepibile dal governo, dal momento che avrebbe comportato oneri cospicui per la finanza pubblica senza alcuna garanzia sul piano del rientro dall’inflazione. La rottura con Confindustria divenne tuttavia ufficiale quando, nel dicembre, il presidente Merloni rivolse un’aspra critica all’esecutivo per il mancato intervento. Si profilava, così, quella disdetta che si era cercato, con ogni mezzo, di evitare. I margini per il governo si erano, infatti, ulteriormente ristretti, dopo che la Federazione sindacale aveva emesso un documento che richiedeva manovre fiscali per fronteggiare la crisi manifestando, per soprammercato, contrarietà ad un intervento coattivo sulla scala mobile<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-006">14</ref></hi></hi>. Nel settembre 1981, Confagricoltura aveva disdetto la scala mobile, salvo poi riprendere le trattative con le organizzazioni sindacali nel dicembre successivo. </p><p rend="text">Il primo giugno 1982, Confindustria decise la disdetta unilaterale dell’accordo del 1975 puntando, apertamente, al recupero della più ampia flessibilità nell’utilizzo della forza lavoro. A questa fece seguito la disdetta da parte dell’Intersind, cui il presidente Massacesi si piegò nonostante le forti pressioni del presidente del consiglio e rassegnando, poco più tardi, le dimissioni. </p><p rend="text">Nel 1983 venne superata la recessione del 1981-82; produzione e investimenti ripresero a crescere a tassi analoghi e, persino superiori, a quelli dei principali partner europei. L’accordo tra governo, Confindustria e sindacati sul costo del lavoro fu sottoscritto il 22 gennaio 1983 dopo mesi di scioperi e manifestazioni provocati dalla disdetta dell’accordo sulla scala mobile di cui si diceva. Questo prevedeva il mantenimento dell’indicizzazione a punto unico con aggancio delle rivalutazioni trimestrali all’indice dei prezzi, ma ne ridefiniva il meccanismo per limitarne l’effetto inflativo (riduzione del 15% del valore del punto di contingenza); la contrattazione integrativa fu sospesa, inoltre, per diciotto mesi. Venivano rinnovati i contratti di categoria; che la Confindustria aveva bloccato come rivalsa finché non si fosse conclusa positivamente la trattativa. Il governo, dal canto suo, s’impegnava a mantenere la crescita dei prezzi al consumo al di sotto del 13% nel 1983 e del 10% nel 1984, a ridurre la pressione fiscale sulle imprese e a istituire un Fondo di solidarietà destinato a finanziare investimenti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-005">15</ref></hi></hi>. L’accordo provocò un irrigidimento dei contratti nazionali e il blocco della contrattazione aziendale, suscitando la forte opposizione dei sindacati di categoria; in particolare dei metalmeccanici e delle strutture periferiche. Nel corso del congresso del PCI tenutosi a Milano nel marzo 1983, Berlinguer, rieletto alla segreteria, criticava un sindacato che stava perdendo il contatto con la classe operaia e pretendeva di entrare in questioni di pertinenza del partito. Le elezioni del 23 giugno videro la ripresa del PSI; elemento che contribuì a propiziare l’ascesa di Craxi alla presidenza del consiglio. Le questioni della politica dei redditi e della scala mobile seguitavano a permanere al centro del dibattito politico ed economico. Le relazioni industriali avevano infatti subito una recrudescenza in seguito al protrarsi della vertenza inerente al recupero di decimali non pagati per effetto della decurtazione del 15% della scala mobile prevista dall’accordo di gennaio. </p><p rend="text">Nel gennaio 1984, la CGIL approvò un documento in cui chiedeva il blocco di prezzi e tariffe a fronte di una regolazione programmata della dinamica salariale; diversa appariva la linea della CISL, la quale ribadiva la necessità di contenere i più significativi fattori di indicizzazione. Il direttivo del PCI, frattanto, aveva approvato un documento che conteneva un’aspra critica del metodo che il governo intendeva mettere in atto per contenere l’inflazione dovendosi ritenere, tale finalità, perseguita col sacrificio dei lavoratori. Dopo lunghe trattative, il protocollo elaborato dall’esecutivo venne presentato alle parti l’11 febbraio. Il governo propose ai sindacati il blocco di prezzi amministrati e tariffe per due mesi, la sospensione degli scatti dell’equo canone per tutto il 1984 e la restituzione del <hi rend="italic">fiscal</hi><hi rend="italic"> drag</hi> dall’anno successivo. In contropartita richiedeva il taglio di alcuni punti della scala mobile. Le quarantott’ore di tempo concesse dal presidente del Consiglio per raggiungere un’intesa unitaria costrinsero le Confederazioni a schierarsi: CISL e UIL si dichiararono favorevoli, mentre forte contrarietà emerse da parte della componente comunista, quella di maggioranza, della CGIL. L’esecutivo procedette, pertanto, emanando, il 15 febbraio, un decreto (decreto di S. Valentino) che prevedeva la decurtazione di quattro punti di scala mobile. Si trattò di un evento che determinò lo scioglimento della federazione sindacale unitaria, in seguito al quale, ogni organizzazione riacquistò piena autonomia. Iniziò, quindi, la lunga battaglia politica e referendaria contro il decreto, momento topico della quale fu senz’altro l’imponente manifestazione tenutasi a Roma il 24 marzo. Non di meno, l’azione governativa seguitò a perseguire il rientro dall’inflazione, al punto che, il 9 giugno di quello stesso anno, venne approvato un ulteriore decreto, noto come decreto antinflazione, che sanciva la predeterminazione degli scatti di contingenza. Ritenendo simili modalità autoritarie, Democrazia proletaria e PCI promossero un referendum abrogativo, che si tenne nel giugno 1985. Questo vide tuttavia prevalere, col 54,3%, i voti contrari all’abrogazione. </p></div><div><head>3. Prima della riforma della scala mobile: il riciclaggio del surplus Opec ed il Fondo di solidarietà</head><p rend="text">Nel prendere in considerazione le proposte avanzate dai consulenti della CISL converrà, preliminarmente, mettere in luce che, in termini generali, queste possono inquadrarsi nella già ricordata linea dell’Eur. Si trattava di una strategia d’ispirazione ‘compatibilista’ in accordo alla quale il sindacato accettava di moderare le rivendicazioni salariali in ragione delle criticità esibite dall’economia italiana (Graziani 1981).</p><p rend="text">Si ambiva, per questa via, a conseguire un maggior coinvolgimento nell’elaborazione della strategia e delle scelte di politica economica e ‒ questione che, se possibile, assumeva rilievo ancora maggiore ‒ a scongiurare interventi di riforma della scala mobile. Ancora a metà 1980 simile ipotesi risultava infatti, nonostante i ricordati pronunciamenti di Lama, invisa a buona parte del sindacato.</p><quote rend="quotation_b">Non siamo […] disponibili ‒ si legge nell’intervento di Benvenuto al direttivo unitario del luglio 1980 ‒, e lo diciamo con grande chiarezza, […] a un negoziato sulla scala mobile. […]. Da tempo ormai vi è nel sindacato un’attenzione costante sugli effetti del meccanismo della scala mobile, sul grado di copertura che esso ha e sulle conseguenze dirette e indirette che ha sull’insieme della politica salariale. Questa ricerca e questa attenzione non sembrano […] dare in alcun modo ragione a coloro che sostengono che il meccanismo d’indicizzazione sia, così com’è congegnato, portatore d’inflazione. È vero invece […] che si abbassa sempre più il grado di copertura dei salari reali e che questo è il vero elemento di preoccupazione per tutti noi (Benvenuto 1980, 26). </quote><p rend="text">Dar corso ad una riforma della scala mobile in un contesto del genere doveva ritenersi ‒ proseguiva pertanto ‒ un «fatto di natura autoritaria perché limitativo dell’autonomia contrattuale delle parti sociali e, in sostanza, punitivo, oltre che di dubbia significatività dal punto di vista economico» (Benvenuto 1980, 26). </p><p rend="text">Nel quadro di una strategia volta a coniugare le esigenze di miglioramento delle performance macroeconomiche con l’intento di scongiurare interventi sulla scala mobile possono, senz’altro, inquadrarsi la proposta di riciclaggio del surplus Opec e quella di costituzione del Fondo di solidarietà.</p><p rend="text">La proposta di riciclaggio del surplus Opec venne elaborata da Tarantelli, assieme a Guido Carli, nel 1978, periodo in cui la sua collaborazione col sindacato non aveva raggiunto quella pienezza e quell’intensità che avrebbero, invece, caratterizzato il quinquennio 1980-1985. Già in un contributo apparso in quello stesso anno, egli aveva tuttavia manifestato l’auspicio che il sindacato potesse dotarsi di un apparato tecnico costituito da centri studi e istituto di ricerca che il suo nuovo ruolo ‒ quello che andava appunto profilandosi in seno alla strategia dell’Eur ‒ gli pareva richiedere. </p><quote rend="quotation_b">Purtroppo, ‒ affermava al riguardo ‒ mentre la Confindustria si appresta oggi a sostenere il vecchio tema della centralità dell’impresa […] organizzando il secondo maggior servizio di studi in Italia, il sindacato e la sinistra italiana stentano ancora a darsi degli strumenti tecnici […] che il loro nuovo ruolo economico rende ormai necessari e che li aiuterebbero a trasformare in nuova egemonia costruttrice la forza rivendicativa, dirompente qualora lasciata a se stessa, della base operaia più combattiva d’Europa (Tarantelli 1978, 111).</quote><p rend="text">Allo scopo, per mano di Aris Accornero, in quegli anni presidente del CESPE, Tarantelli, sottopose l’ipotesi di costituire un Istituto di studi di economia del lavoro al leader della CGIL Luciano Lama. L’incertezza che questi ebbe a manifestare contribuì tuttavia, in maniera definitiva, a designare il segretario della CISL, Carniti, come l’interlocutore destinato ad accogliere simili istanze (Carniti 2004, 59).</p><p rend="text">Nell’accingerci ad entrare nel merito della proposta, giova premettere che, già dal febbraio 1975, il sindacato guardava con preoccupazione alle politiche economiche che il rispetto del vincolo esterno sembrava richiedere in conseguenza del primo shock petrolifero. </p><quote rend="quotation_b">Si deve uscire, in qualche modo, […] ‒ affermava il segretario Carniti ‒ da una concezione di equilibrio che rischia di tramutarsi in camicia di forza per ogni ripresa produttiva cui sia legato l’aumento dell’occupazione e degli investimenti. Se infatti il pareggio dei conti con l’estero si realizza con la caduta degli investimenti, la restrizione della base produttiva, il mancato rinnovamento tecnologico degli impianti, diventa fatale che ogni ripresa della domanda interna sia destinata ad aprire nuove voragini nei conti con l’estero, in un circolo vizioso di cui non si vede la fine. Non si esce cioè dal dilemma inflazione o disoccupazione (CISL 1977, 223). </quote><p rend="text">La proposta di riciclaggio, dunque, per quanto maturata in un periodo in cui la collaborazione di Tarantelli col sindacato poteva considerarsi ancora in via di definizione, sembrava poter offrire risposta ad alcune delle questioni economiche sollevate dalla CISL nei consessi di quel periodo. Nelle intenzioni dei suoi estensori questa intendeva porsi come alternativa alle strette monetarie per fronteggiare le eccedenze di cui i paesi produttori di petrolio si erano trovati a beneficiare<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-004">16</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">«La deflazione e la disoccupazione [a queste conseguenti] – avvertivano – [sono] stat[e] infatti spesso giustificat[e] proprio dalle condizioni di <hi rend="italic">force majeure</hi> imposte dal surplus petrolifero dei paesi arabi» (Tarantelli 1978, 56).</p><p rend="text">Il fondamento economico della proposta era rappresentato dalla constatazione che, dal 1973, i paesi esportatori di petrolio erano andati esibendo un elevato surplus strutturale; parallelamente, il sistema di riciclaggio delle eccedenze internazionali si era modificato in maniera significativa. Prima di allora veniva privilegiato il ricorso al prestito bilaterale diretto, ossia uno «scambio di denaro esterno». La qual cosa consentiva, ai paesi in surplus ‒ in quella fase si trattava di quelli industrializzati ‒, di conseguire una duplice finalità: da una parte, «era il modo più diretto […] di sostenere le loro esportazioni» (Carli Tarantelli 1988 [1978], 527); dall’altra, permetteva di importare materie prime senza incorrere in squilibri di parte corrente. Successivamente, il riciclaggio aveva assunto la forma di uno «scambio di denaro internazionale»: l’acquisto di attività, da parte dei paesi produttori, sui mercati finanziari. Dell’origine di tale mutamento venivano offerte due ipotesi. In primo luogo, il prestito diretto non avrebbe potuto trovare applicazione a causa del rischio-paese connesso al crescente indebitamento esterno di paesi già gravati da squilibri significativi. Occorreva, inoltre, considerare la scarsa esperienza dei paesi produttori nella concessione di prestiti bilaterali. Per questa via, i paesi Opec avrebbero acquisito, in conclusione, facoltà di «scegliere da chi e a che prezzo importare le loro merci e i loro servizi nel gruppo dei paesi industrializzati» (Carli Tarantelli 1988 [1978], 529). I produttori, infatti, non avevano alcun bisogno di sostenere le proprie esportazioni, risultando queste costituite essenzialmente da petrolio; mentre l’acquisto di attività emesse da vari paesi consentiva loro di selezionare una pluralità di fornitori internazionali.</p><p rend="text">Salvo ritornare nel proseguo sulla questione, basti per ora dire che la proposta Carli-Tarantelli consisteva nel ritorno a un meccanismo diretto di riciclaggio. Un ulteriore elemento su cui questa poggiava era rappresentato dalla concezione del surplus Opec in quanto risparmio obbligatorio imposto ai paesi importatori; elemento che induceva gli autori ad ipotizzare una particolare forma di remunerazione del debito.</p><quote rend="quotation_b">Le eccedenze finanziarie accumulate dai paesi esportatori di petrolio in possesso di eccedenze petrolifere, – osservavano – nella misura in cui scaturiscono da una quantità di petrolio richiesta che eccede la capacità di assorbimento interna, possono essere tecnicamente considerate come un risparmio forzato imposto, al nuovo prezzo, ai paesi importatori da parte di quegli esportatori di petrolio (Carli Tarantelli 1988 [1978], 531).</quote><p rend="text">Eppure, la quota più elevata degli investimenti derivanti dalle eccedenze petrolifere veniva remunerata al tasso di mercato; come se questi originassero, a tutti gli effetti, da risparmio volontario. Simile esito non poteva tuttavia ritenersi condivisibile sul piano teorico, né sul piano delle politiche necessarie a far fronte all’onere del debito. Il risparmio accumulato dai paesi esportatori, in altre parole, non poteva essere concepito in quanto frutto di un’astinenza volontaria dal consumo; doveva piuttosto essere imputato ad un limitato assorbimento interno. A simile qualificazione avrebbe dovuto corrispondere una differente tipologia di remunerazione; un compenso, cioè, che tenesse conto dell’origine coercitiva del risparmio che finanziava il prestito. </p><p rend="text">Gli autori concludevano, pertanto, che la capacità di fissare un più alto prezzo del petrolio andava ricondotta al grado di monopolio esercitato dai paesi produttori, ossia alla loro ‘capacità di imporre’. A quest’ultima avrebbe dovuto tuttavia corrispondere, perché non si verificassero fenomeni di insolvenza, la «capacità di pagare» da parte dei paesi in deficit. Come indicatore della medesima, Carli e Tarantelli proponevano di assumere il tasso di crescita registrato dalle loro economie. La strategia di riciclaggio suggerita consisteva, pertanto, nell’emissione di obbligazioni, in valuta del paese debitore, indicizzate al tasso reale di crescita dell’economia del medesimo, espresso in termini monetari, direttamente a favore dei paesi in surplus. Per questa via, sarebbe stato possibile scongiurare politiche di contrazione monetaria le quali, come conseguenza del riassorbimento del deficit, avrebbero imposto vincoli stringenti alla crescita ed elevati livelli di disoccupazione. Al tempo stesso, la massimizzazione del tasso di crescita delle economie dei paesi in deficit, avrebbe rappresentato la migliore garanzia del credito concesso da quelli in surplus visto che, proprio a tale parametro, avrebbero dovuto essere indicizzati i prestiti bilaterali. </p><p rend="text">Veniamo adesso all’accoglimento riservato alla proposta. Vi fu chi, come Mastracchio, si pronunciò a favore di un meccanismo di riciclaggio coordinato dal Fondo Monetario Internazionale. «Queste organizzazioni – spiegava infatti – sono le uniche a potere imporre certe condizioni di politica economica ai paesi debitori, in grado di favorire i necessari aggiustamenti» (Mastracchio 1978, 43). </p><p rend="text">Spaventa, al contrario, la salutò con particolare favore definendola positivamente ‘ambiziosa’ e, comunque, necessaria, dal momento che giudicava assai improbabile che </p><quote rend="quotation_b">il sistema bancario dello xeno-mercato possa andare oltre certi limiti, sovente già raggiunti, di “rischio paese”, anche tenendo presente la crescente divaricazione fra durata dei depositi e durata degli impieghi (Spaventa 1980, 26). </quote><p rend="text">Vi fu, tuttavia, anche chi intese esprimere posizioni maggiormente interlocutorie.</p><quote rend="quotation_b">Il nuovo sistema di finanziamento del disavanzo dovuto alle importazioni di petrolio [osservava D’Antonio] si presenta […] come una maniera per rendere complementari i sistemi economici […] del paese creditore e del paese debitore, collegando l’accrescimento e la modifica di composizione delle produzioni di quest’ultimo al fabbisogno di importazioni del primo (D’Antonio Onida 1978, 83).</quote><p rend="text">Su questa base si raccomandava maggiore cautela, al fine di evitare un’eventuale subordinazione delle attività produttive dei paesi importatori alla domanda potenziale dei paesi produttori. Onida osservava, invece, che la proposta finiva per rendere illiquido il surplus Opec, non essendo prevista la negoziazione dei prestiti bilaterali sul mercato secondario. Pertanto, affermava: </p><quote rend="quotation_b">il principio per cui il debito viene indicizzato anche al tasso di crescita reale del debitore mi rimane oscuro. Una più veloce crescita reale dell’economia del paese debitore, lungi dall’assicurare una migliore <hi rend="italic">ability</hi><hi rend="italic"> to pay</hi> al debitore stesso, può tradursi in maggiore disavanzo di parte corrente e pertanto una minore capacità di servire il debito (D’Antonio Onida 1978, 85).</quote><p rend="text">Se, dalla relazione di Benvenuto poc’anzi richiamata ben emergeva l’esplicita avversione, da parte sindacale, ad interventi sulla scala mobile, non altrettanto poteva dirsi a proposito della proposta relativa alla costituzione di un Fondo di solidarietà alimentato da accantonamenti salariali. Non si trattava, spiegava infatti, di «una specie di tassa sul salario», come ‒ asseriva ‒ si sosteneva da parte «dei settori conservatori». Doveva piuttosto ritenersi espressione «del senso di responsabilità e solidarietà dei lavoratori dipendenti» e, «vista più in prospettiva, [poteva] contribuire a portare sul concreto il dibattito e la sperimentazione in tema di democrazia economica […] collega[ndosi] ad un diverso rapporto fra sindacato e istituzioni» (Benvenuto 1980, 26).</p><p rend="text">Com’è stato possibile ricordare, la crisi degli anni Settanta aveva segnato una profonda caduta nel processo di accumulazione e inficiato la dinamica degli investimenti. Si rendeva dunque necessario abbracciare una prospettiva di rilancio dell’economia. Fu Fausto Vicarelli l’economista che, in seno all’Ufficio studi della CISL, si dedicò con particolare fervore all’elaborazione della proposta di costituzione di quello che venne definito Fondo di solidarietà (o fondo dello 0,50%). Si trattava, in sostanza, di un’applicazione del principio di risparmio obbligatorio, la quale prevedeva l’accantonamento di una quota, pari allo 0,50% del salario, ad un fondo destinato ad investimenti a favore dei lavoratori<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-003">17</ref></hi></hi>. Per questa via sarebbe stato possibile propiziare, anche attraverso l’azione del sindacato, la ripresa di quel processo che, il progressivo deterioramento degli spiriti dell’accumulazione manifestatosi nel decennio, aveva condotto in fase di stallo. Non è difficile cogliere, a questo proposito, la stretta relazione fra il principio ispiratore della proposta e l’interpretazione del pensiero keynesiano suggerita dall’autore e incentrata, appunto, sul ruolo delle aspettative come determinante fondamentale dell’attuazione dei progetti imprenditoriali. </p><quote rend="quotation_b">L’idea assolutamente originale, e sulla quale s’impernia il disegno della <hi rend="italic">Teoria Generale</hi>, ‒ osservava infatti ‒ è che il capitale si accumula solo […] in quanto esiste nel sistema una particolare razza di operatori, gli imprenditori, i quali sfidano l’incertezza del futuro e si arrischiano a mettere in piedi nuove unità produttive o ad allargare unità già esistenti, sulla base di valutazioni […] che vanno al di là del puro e freddo calcolo di convenienza economica (Vicarelli 1977, 140).</quote><p rend="text">Se, tuttavia, il processo di accumulazione fosse stato completamente affidato al mercato, si sarebbe potuta determinare la «diffusione di sistemi computerizzati per produrre macchinette (cioè cose superflue) a mezzo di macchinette»; scenario foriero di «grossi guai per lo sviluppo e per l’occupazione» (Vicarelli 1987 [1981], 234-35). Inoltre, l’eventuale concentrazione degli investimenti nell’ambito precipuo dell’innovazione tecnologica avrebbe determinato il venir meno di qualsivoglia «socialità» dell’accumulazione. Al contrario,</p><quote rend="quotation_b">quando parliamo di accumulazione non dobbiamo essere sempre così economisti. Non dobbiamo pensare che l’accumulazione debba essere costituita necessariamente da macchine, attrezzature, impianti, eccetera. L’accumulazione comprende anche le scuole, le case, gli ospedali. Accumulazione in senso lato, in un paese civile, è anche questo, e questa, forse, è la parte che nobilita il processo di sviluppo (Vicarelli 1987 [1981], 225). </quote><p rend="text">Su queste basi è possibile comprendere come Vicarelli ritenesse il Fondo di solidarietà un’opportuna «via intermedia» fra «l’ipotesi di un sindacato imprenditore» e quella di un «sindacato-istituzione finanziaria». Nel primo caso, l’autore sottolinea come il sistema pluralistico che contraddistingueva la società democratica avrebbe potuto «subire delle trasformazioni in direzioni non facilmente controllabili»; nell’altro, il sindacato avrebbe potuto «essere tentato di raccogliere i fondi per investirli finanziariamente» senza alcun riguardo alla destinazione dei medesimi (Fondo di solidarietà 1983, 13). Il fondo avrebbe altresì consentito operazioni di investimento nell’attività dei servizi e in quella industriale superando l’«anello rappresentato dall’intermediazione finanziaria che ‒ osservava ‒ attualmente esiste in tutte le società capitalistiche e che, in qualche modo, separa l’investimento dal risparmio» (Fondo di solidarietà 1983, 13). Essenzialmente due le direttrici lungo le quali si suggeriva di articolare gli impieghi. Nel meridione, in particolare, si sarebbe potuto dar vita a consorzi nell’ambito dei sevizi sociali o a cooperative edilizie per realizzare alloggi destinati agli stessi lavoratori. Alternativamente, si sarebbero potute indirizzare le risorse verso il settore industriale attraverso società finanziarie le quali, unitamente alla raccolta del risparmio, avrebbero dovuto assicurarne un impiego qualificato, convogliandolo «verso attività […] coerenti […] con la soluzione del problema dell’occupazione» (Fondo di solidarietà 1983, 13).</p><p rend="text">Una considerazione conclusiva veniva dedicata alla remunerazione dell’investimento. Il rendimento delle somme conferite, spiegava Vicarelli, avrebbe potuto pure attestarsi a un livello più contenuto del saggio di remunerazione su depositi bancari e titoli di Stato (o di attività finanziarie maggiormente redditizie), ma simile ‘sacrificio’ avrebbe dovuto ritenersi più che compensato «dalla qualità particolare degli investimenti socialmente importanti, verso i quali i fondi sono stati destinati» (Fondo di solidarietà 1983, 13). </p><p rend="text">Sembra adesso opportuno far cenno all’accoglimento della proposta. Al riguardo, mentre è possibile rilevare che, in effetti, dai primi anni Ottanta, l’operatività della borsa conobbe un incremento significativo e strumenti quali i certificati di deposito vennero introdotti sul mercato, considerazioni analoghe non possono essere sviluppate in merito al destino del Fondo di solidarietà. L’iter dell’apparato normativo che avrebbe dovuto presiedere alla sua sistematizzazione istituzionale, infatti, nonostante un avvio promettente, conobbe una decisiva battuta d’arresto e, come opportunamente si ebbe a rilevare, «ad un certo punto, quasi di colpo, la discussione è cessata ed il tema è praticamente scomparso dal dibattito sindacale e politico» (Casarosa 1981, 671). </p><p rend="text">Risulta comunque possibile, al riguardo, avanzare alcune ipotesi: da una parte le criticità che caratterizzavano la messa in atto della proposta unitamente ad alcune riserve sulla sua efficacia; dall’altra, occorre ricordare ‒ per quanto la questione esuli dagli scopi presenti ‒ la tendenziale ritrosia dei pubblici poteri a favorire la partecipazione dei corpi intermedi all’accumulazione di capitale e, più in generale, al governo dell’economia. </p></div><div><head>4. La proposta di rientro dall’inflazione e la riforma della scala mobile</head><p rend="text">La prima formulazione della proposta di rientro avanzata da Tarantelli ‒ e da lui stesso perfezionata e integrata a più riprese tra 1981 e 1983 ‒ si compone, per esplicita ammissione dell’autore, di tre elementi costitutivi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-002">18</ref></hi></hi>. La maggior parte di questi, come egli stesso avrebbe rilevato, venne recepita nell’accordo sul costo del lavoro siglato il 22 gennaio 1983, il cui obiettivo fondamentale, come si è detto, consisteva nell’allineamento del tasso di inflazione interno con quello medio europeo. Per suo tramite fu possibile inaugurare, anche in Italia, quella stagione di cooperazione fra le parti sociali che sarebbe proseguita, nel decennio successivo, con i protocolli sul costo del lavoro del 1992 e del 1993. </p><p rend="text">Un primo elemento della proposta era rappresentato dalla predeterminazione dell’inflazione e del numero dei punti della scala mobile. Tarantelli iniziò ad elaborare questa intuizione nel dicembre 1980, ma la formulò compiutamente solo nella primavera 1981<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-001">19</ref></hi></hi>. </p><quote rend="quotation_b">Il tasso di inflazione previsto nei prossimi quattro trimestri – scriveva su <hi rend="italic">La Repubblica</hi> l’8 aprile 1981 – dovrebbe essere determinato dal sindacato, d’accordo alle altre parti sociali e contestualmente ad un pacchetto di misure di intervento strutturale sull’economia, con il duplice scopo di garantire il potere d’acquisto dei salari e il rientro dall’inflazione (Tarantelli 2010 [1981], 20).</quote><p rend="text">In questa logica si poneva il secondo elemento della proposta: lo scambio politico cui le parti avrebbero dovuto dar corso. In particolare, da parte di Confindustria si prevedeva l’immediato ritiro della disdetta della scala mobile, annunciata nel giugno 1982, e l’inizio dei rinnovi contrattuali; da parte del sindacato l’accettazione di uno schema di rientro basato sulla predeterminazione dall’inflazione. Con l’accordo di gennaio, in concreto, il tasso di inflazione veniva predeterminato al 13% e, nel fissarlo al 10% per il 1984, le parti si impegnavano a adottare comportamenti conseguenti. </p><p rend="text">Veniva altresì previsto un meccanismo a garanzia della condotta virtuosa del sindacato, in modo da assicurare l’invarianza del potere d’acquisto. Se cioè, al termine del periodo, il tasso di inflazione avesse ecceduto quello predeterminato, il governo sarebbe stato chiamato a versare ai lavoratori il conguaglio corrispondente. Spiegava a questo proposito Tarantelli:</p><quote rend="quotation_b">a) nel caso in cui l’inflazione travalichi il tetto del 13% e fino al 15% la differenza di punti di scala mobile viene pagata dalle imprese; b) se l’inflazione supera il 15 e raggiunge il 16%, questo punto ulteriore rimane a carico dei lavoratori che non ne ricevono il corrispettivo in termini di scatti della scala mobile: questo costo a carico dei lavoratori non è in realtà essenziale nell’economia della mia proposta e potrebbe essere eliminato, lo considero un “sacrificio simbolico” sull’altare [della] corresponsabilizzazione di tutte le parti sociali […] c) lo Stato diviene assicuratore, garante di ultima istanza, nel caso in cui l’inflazione supera il 16%, vale a dire paga tutti i punti di scala mobile che dovessero scattare in conseguenza del superamento di quelle livello, attraverso una fiscalizzazione degli oneri sociali ed una riduzione del drenaggio fiscale che verrebbe però decisa alla fine del 1982 (Forcellini 1981, 11).</quote><p rend="text">La proposta di predeterminazione suscitò reazioni di diverso tenore da parte degli economisti. Napoleoni ne condivideva la logica di fondo, ma suggeriva di limitare ad un importo prefissato l’eventuale conguaglio da corrispondere ai lavoratori al fine di disincentivare fenomeni di <hi rend="italic">moral hazard</hi> (Napoleoni 1981). Sylos Labini suggerì di implementarne l’efficacia prevedendo la contestuale applicazione di un blocco di tariffe pubbliche e prezzi amministrati, dal momento che loro eventuali aggiustamenti avrebbero contribuito ad alimentare, in maniera sostanziale, la dinamica inflazionistica.</p><quote rend="quotation_b">Fra le cause dell’inflazione – scriveva, anch’egli, su <hi rend="italic">La Repubblica</hi> – ci sono anche gli aumenti delle tariffe e dei prezzi politici […]. Oggi io dico che conviene […] proporre una vera e propria manovra di politica economica volta a ridurre certe tariffe e certi prezzi amministrati allo scopo di frenare l’inflazione, migliorare la competitività internazionale dei nostri prodotti e riaprire subito, prima che sia troppo tardi, il credito (Sylos Labini 1981).</quote><p rend="text">Monti raccomandò, infine, di escludere aumenti dei prezzi delle materie prime ‒ e in particolare del petrolio ‒ dal calcolo degli adeguamenti salariali. Questi rappresentavano, infatti, elementi esogeni, non riconducibili a comportamenti strategici di alcuna delle parti (Monti 1981).</p><p rend="text">Un acceso dibattito concernente i decreti di S. Valentino ‒ che in certa misura può considerarsi ispirato alla proposta di predeterminazione ‒ e, ancor più, quello del 9 giugno, relativo alla predeterminazione degli scatti di contingenza, si sviluppò sulle colonne di <hi rend="italic">Forum Isel</hi>: una delle pubblicazioni dell’Istituto di studi di economia del lavoro. A questo riguardo, nonostante un «certo trionfalismo» potesse, in termini generali, risultare comprensibile, non mancarono i rilievi critici (Arcelli 1984, 1). Fu Arcelli a sottolineare come simili provvedimenti presentassero, nel migliore dei casi, «valenza sostanzialmente congiunturale rispetto all’inflazione» (Arcelli 1984, 1). Non risultava possibile, infatti, riscontare modifiche sostanziali né rispetto al punto di scala mobile: il livello, cioè, degli adeguamenti salariali rispetto alla dinamica inflazionistica, né per quanto concerneva la loro cadenza temporale. Conseguentemente, concludeva, i benefici ottenuti dovevano ritenersi di difficile replicabilità futura. Al fine di propiziare un più duraturo rientro dall’inflazione si sarebbe reso necessario, infatti, depurare la contingenza dall’inflazione importata, come già suggerito da Monti. Simile modalità, «oltre ad avere un notevole significato per rendere rapidamente aggiustabile il corso della nostra economia rispetto a shock esogeni», avrebbe potuto risultare più socialmente accettabile, dal momento che non si trattava di «spogliare i lavoratori dipendenti di una quota di reddito a vantaggio di un’altra classe sociale, ma semplicemente di prendere atto che una parte del reddito si [era] trasferita all’estero» (Arcelli 1984, 1 2). Il carattere eminentemente congiunturale dei decreti venne criticamente commentato anche da Cipolletta, dirigente, in quel periodo, dell’Istituto nazionale per lo studio della congiuntura (ISCO). Si trattava infatti, a suo avviso, di «misure incentrate su specifici meccanismi e limitate nel tempo, al di fuori di una visione più ampia degli obiettivi [di una] politica salariale» compatibile col rientro dall’inflazione (Cipolletta 1984, 3). Da una parte, egli stigmatizzava il fatto che ‒ nonostante i provvedimenti ricordati ‒ gli aumenti contrattuali dei salari rimanevano saldamente al di sopra il livello massimo compatibile con un profilo decrescente del tasso d’inflazione. Per quanto atteneva, poi, l’effettiva possibilità di conseguire il rientro dall’inflazione a fronte dell’invarianza dei salari reali ‒ aspetto in merito al quale «sembrava ci fosse un accordo di massima tra governo e parti sociali» ‒ asseriva: </p><quote rend="quotation_b">tutti i paesi che hanno beneficiato di una riduzione del tasso di inflazione sono passati per la via della compressione dei salari reali: gli aumenti di produttività conseguiti non sono stati distribuiti al lavoro dipendente, ma ne ha beneficiato, almeno in parte, la collettività sotto la forma di riduzione del tasso di inflazione (Cipolletta 1984, 3).</quote><p rend="text">Se, come si è appena ricordato, né Arcelli, né Cipolletta, avevano lesinato critiche alle misure antinflazione, riserve ancora maggiori venivano manifestate da Federico Caffè, il quale intese definire, senza mezzi termini, il percorso che aveva condotto alla loro promulgazione, come «episodio increscioso di <hi rend="italic">non politica</hi> (enfasi in originale)» (Caffè 1984, 2). Questi risultavano infatti carenti di «un ampio consenso sociale»: quello, cioè, che l’autore riconosceva come loro prerequisito imprescindibile. Da una parte suggeriva, pertanto, l’attuazione di un «disegno organico che affid[asse] a una controllata e meditata espansione il compito di un ragionevole rientro dall’inflazione»; dall’altra, raccomandava a quelle che riconosceva come «forze sindacali più consapevoli» di sfuggire «all’insidia del piccolo cabotaggio di intese triangolari o meno» (Caffè 1984, 2)<hi rend="italic">.</hi> Anche nel caso in cui queste ultime avessero alimentato speranze di miglioramento per i lavoratori ‒ avvertiva infatti ‒ la riserva del «mancato concerto» avrebbe comunque finito per legittimare la pratica del «restrizionismo risanatore» (Caffè 1984, 2).</p></div><div><head>5. Lo scudo dei disoccupati</head><p rend="text">Veniamo adesso ad alcuni brevi cenni conclusivi su quella che, a tutti gli effetti, costituì l’ultima proposta che Tarantelli ebbe modo di formulare: lo scudo dei disoccupati. Il nesso che lega ed integra quest’ultimo nel complesso delle misure di politica economica sinora esaminate viene da lui stesso esplicitato. </p><quote rend="quotation_b">quando anche tutte le misure finora proposte per il rilancio della domanda interna e il rientro dall’inflazione nel nostro paese andassero in porto, – osservava – ciò non sarebbe di per sé sufficiente a ridurre il tasso di disoccupazione di qui alla fine del decennio. Se il problema viene affrontato in un’ottica sono nazionale, il lenzuolo si rivela, inoltre, comunque troppo corto non solo da noi ma anche negli altri paesi europei (Tarantelli 1988 [1985], 567).</quote><p rend="text">Per cogliere il senso di tali affermazioni gioverà richiamare alcune caratteristiche fondamentali che lo scenario macroeconomico internazionale era andato assumendo nel 1985. Dopo quella che venne definita la crisi «più ampia e prolungata del dopoguerra», le economie occidentali si avviavano ad entrare nel terzo anno di crescita accompagnata da attenuazione delle attese inflazionistiche (Pedone 1985, 3). Al tempo stesso, tuttavia, la ripresa si accompagnava ad un’accentuazione degli squilibri esistenti, sia fra i diversi paesi, sia all’interno dei medesimi. Ai crescenti squilibri di bilancia dei pagamenti da parte degli Stati Uniti, il cui disavanzo si assestava attorno ai 130 miliardi di dollari, si accompagnavano i consistenti surplus di Germania e Giappone, che ne assorbivano la quasi totalità. Non solo. L’effetto espansivo del disavanzo statunitense veniva ulteriormente attenuato dall’effetto restrittivo prodotto dagli elevati tassi di interesse che gli altri paesi erano costretti a mantenere per frenare i deflussi di capitale verso gli Stati Uniti, dove i tassi erano elevati. A simili squilibri, faceva riscontro il sostanziale inasprimento delle divergenze fra i gruppi di paesi. Se il saggio di crescita aveva raggiunto, nel 1984, il 7% negli Stati Uniti e il 6% in Giappone, negli altri paesi si era fermato, in media, al 2%. L’occupazione, inoltre, specie in Europa, esibiva un andamento decrescente, che non lasciava spazio a previsioni di ripresa in assenza di appropriate politiche economiche. </p><p rend="text">In questo quadro maturava la proposta di costituzione di uno scudo a favore dei disoccupati, che prevedeva di rilanciare la crescita economica in Europa creando base monetaria a livello comunitario. Quanto infatti impediva la ripresa, specie in Italia, doveva essere ritenuto il vincolo estero, alimentato da una propensione all’importazione ben superiore ai principali paesi europei. Nello specifico, Tarantelli stimava che la domanda mondiale si sarebbe sviluppata ad un tasso medio del 5% annuo; a tale fenomeno avrebbe fatto seguito un aumento di pari entità delle esportazioni. La significativa propensione all’importazione avrebbe tuttavia determinato uno sviluppo della domanda interna, compatibile con l’equilibrio esterno, non eccedente il 2,5%. Tasso, quest’ultimo, il raggiungimento del quale risultava comunque garantito dagli incrementi di produttività. </p><p rend="text">«La disoccupazione – concludeva dunque – non può, quindi, diminuire. Essa è anzi destinata ad aumentare in misura grosso modo pari al prevedibile aumento della forza lavoro (almeno 100.000 unità l’anno)» (Tarantelli 1988 [1985], 569).</p><p rend="text">Egli proponeva, pertanto, la creazione, presso il Fondo sociale europeo, di un fondo in ECU pari al 10% della disoccupazione di ogni paese (imputando un salario medio per i disoccupati pari al reddito medio pro-capite comunitario), al fine di rilanciarne la domanda interna. Un ulteriore elemento espansivo consisteva nel fatto che, a differenza di quanto di norma avveniva (gli ECU contabilizzati venivano reimpiegati dai singoli paesi sotto forma di valuta nazionale), in quest’ipotesi sarebbero stati reimpiegati in quanto ‘scudi europei’. Si trattava, in sostanza, di una politica monetaria espansiva, coordinata a livello europeo, diretta a favorire l’assorbimento della disoccupazione.</p><p rend="text">Tra coloro che si espressero circa la proposta di costituire uno scudo dei disoccupati merita di essere ricordato Pedone, il quale, pur condividendone le motivazioni e apprezzandone l’originalità, mostrava un certo scetticismo in merito alla possibilità che gli altri paesi europei ne accettassero la logica. Nello specifico, egli si interrogava sulla collaborazione che, all’attuazione dello scudo, avrebbero potuto offrire paesi quali Germania e Inghilterra e sulle conseguenze che una mancata collaborazione da parte loro avrebbe potuto determinare.</p><quote rend="quotation_b">Ciò che frena oggi una politica maggiormente espansiva in Germania o in Inghilterra – spiegava – non è il timore di non disporre di un volume di riserve internazionali liquide sufficiente a garantire da cattive sorprese sul fronte dei conti con l’estero […] perciò, anche in presenza della possibilità di tirare sulle proprie disponibilità di “scudi dei disoccupati”, quei paesi potrebbero non esercitare tale facoltà. È vero che ciò non impedirebbe agli altri paesi di utilizzare pienamente la loro quota, consentendo loro di perseguire politiche maggiormente espansive con un allentamento del vincolo esterno; ma l’effetto complessivo netto sarebbe comunque ridimensionato (a meno che non si consenta l’utilizzazione da parte di qualunque paese della quota di disponibilità non utilizzata dal paese intestatario) (Pedone 1985, 4). </quote><p rend="text">Inoltre, rilevava, l’efficacia dello scudo, avrebbe potuto essere ostacolata dal suo stesso successo: un deprezzamento del dollaro conseguente a più concrete prospettive di sviluppo in Europa avrebbe potuto limitare i benefici da esso ottenibili, dal momento che non poteva ritenersi lecito escludere il ricorso a importazioni anziché il rilancio della domanda interna. Al fine di rifuggire simile esito, osservava Pedone, occorreva non soltanto l’adesione a politiche di rilancio economico da parte di Germania e Inghilterra, ma anche l’adesione a politiche di aggiustamento da parte di Francia e Italia. Ma, concludeva, poteva ravvisarsi sufficiente consenso fra i paesi comunitari nell’individuazione di obiettivi di politica economica da raggiungere in maniera coordinata? A tale obiezione Tarantelli rispose due settimane prima della morte, sostenendo due tesi. La prima: occorreva terminare le ‘processioni’ a Bruxelles da parte dei ministri della Comunità, i quali pregavano i colleghi tedeschi ed inglesi di attuare politiche espansive. La seconda: a fronte di <hi rend="italic">policy makers</hi> i quali facevano della stabilità dei prezzi l’obiettivo precipuo della propria azione, per quanto la disoccupazione si mostrasse in crescita, il sindacato avrebbe dovuto prendere posizione favorendo, a livello europeo, la nascita di una forza di sinistra in grado di promuovere istanze di riforma e rinnovamento (Tarantelli 1985, 11-2). </p></div><div><head>6. Conclusioni</head><p rend="text">Sulla base di quanto siamo andati argomentando sembra possibile suggerire alcune considerazioni di sintesi in ragione degli spunti suggeriti in apertura.</p><p rend="text">Nel periodo in esame, fra organizzazioni sindacali e mondo accademico-scientifico s’instaurò un sodalizio particolarmente fecondo che si concretò in uno sforzo sul piano dell’elaborazione e della proposta caratterizzato da profondo afflato sociale e non comune originalità. Per quanto la questione trascenda ampiamente gli scopi presenti, vien da chiedersi se un particolare scenario, dal punto di vista dell’articolazione del pensiero economico, possa aver contributo ad alimentare il fervore progettuale di cui le proposte sommariamente passate in rassegna costituiscono solo alcune, pur significative, manifestazioni. Richiamando la posizione espressa da Caffè, animatore, come si diceva, del <hi rend="italic">laboratorio culturale</hi> cui sia Tarantelli, sia Vicarelli, afferivano, si potrebbe suggerire, a questo proposito, che fu proprio «la mancanza di un accettato, predominante paradigma» di pensiero, di per sé indice di «intenso e ancora incompiuto ripensamento critico», a suscitare «fervore nella ricerca e […] vitalità nella scienza» (Caffè 2009 [1975], 435). Simili caratteristiche poterono emergere anche grazie alla capacità, da parte degli economisti che si trovarono ad operare in qualità di consulenti, di attingere ad un vasto patrimonio culturale sotto il profilo teorico-economico. È appena il caso di ricordare, al riguardo, l’elevata caratura internazionale dei profili dei due autori i quali, con modalità e tempistiche differenti, ebbero modo di formarsi presso prestigiose università statunitensi anche grazie al supporto della Banca d’Italia (Garofalo Graziani 2004). </p><p rend="text">Quello esperito da Tarantelli e Vicarelli non costituì, ad ogni modo, un tentativo acritico, volto a «interpretare i problemi della realtà economica e sociale italiana sulla base di modelli esplicativi fabbricati altrove e non riferibili immediatamente alla nostra esperienza» (Caffè 1980, 447). Il loro impegno fu piuttosto teso a concepire strategie di rientro dall’inflazione e rilancio occupazionale in grado di superare i limiti dei tradizionali strumenti della politica fiscale e monetaria. A questo proposito conviene, intanto, richiamare la proposta di riciclaggio del surplus Opec: tentativo di limitare l’impatto delle strette monetarie su produzione ed occupazione attraverso un prestito bilaterale fra paese in surplus e paese in deficit. Vale, altresì, sottolineare il ruolo strategico delle aspettative, poste da Tarantelli alla base della proposta di predeterminazione ed inserite in una cornice istituzionale all’interno della quale le parti potevano dar corso ad uno ‘scambio politico’. Per questa via s’intendeva propiziare l’uscita dell’economia italiana dal circolo vizioso di inflazione, disoccupazione e svalutazione ‒ messo in luce da Modigliani e Padoa-Schioppa ‒ senza dover necessariamente ricorrere ad una riduzione dei salari reali. Analoga chiave interpretativa può impiegarsi in relazione alla proposta di costituzione dello scudo dei disoccupati. Se gli esiti ottenibili per suo tramite potevano considerarsi assimilabili a quelli di una politica espansiva tradizionalmente intesa, il respiro comunitario, che ne caratterizzava la dimensione attuativa, doveva ritenersi il principale elemento di novità. Tramite il coordinamento sovranazionale che avrebbe dovuto presiedere alla sua realizzazione, sarebbe infatti risultato possibile amplificare la portata dei benefici conseguenti ad un’espansione monetaria praticata unilateralmente.</p><p rend="text">Considerazioni non dissimili possono svilupparsi a proposito della proposta di costituzione del Fondo di solidarietà. Se infatti, in accordo ad un’interpretazione tradizionale, il rilancio dell’accumulazione e degli investimenti sembravano richiedere una riduzione dei salari valevole al ripristino di più favorevoli attese imprenditoriali, l’introduzione di un meccanismo istituzionale di risparmio obbligatorio avrebbe permesso di supportare il processo di accumulazione ‒ limitando al tempo stesso la propensione all’importazione e, conseguentemente, lo squilibrio esterno ‒ senza inficiare, in prospettiva intertemporale, il potere di acquisto dei lavoratori.</p><p rend="text">Al di là delle osservazioni riferibili alle singole proposte, possono essere altresì formulate alcune considerazioni di carattere generale. Sembra di poter affermare, nello specifico, che l’attuazione dei provvedimenti succintamente richiamati in questo scritto, richiedeva una maturità istituzionale e un particolare senso di responsabilità del quale i pubblici poteri non sempre hanno offerto prova. Basti considerare, al riguardo, l’attuazione, nei fatti fortemente deficitaria, delle riforme sociali ‒ secondo termine dello scambio politico propiziato da Tarantelli ‒ da parte dei pubblici poteri. Simile esito motiva, fra l’altro, la ritrosia ‒ che egli ebbe a manifestare esplicitamente nel corso di un’intervista radiofonica rilasciata poco dopo l’emanazione del decreto del febbraio 1984 ‒ ad esserne considerato il principale fautore<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-000">20</ref></hi></hi>. Si deriva, pertanto, la sensazione che l’élite politico-istituzionale abbia manifestato una sostanziale refrattarietà alle istanze di riforma portate avanti dai sindacati, e concepite dagli economisti accademici loro consulenti, procedendo talora ‒ ove ritenuto funzionale alle finalità di volta in volta perseguite ‒ a un accoglimento meramente strumentale di queste.</p></div><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Amari, Giuseppe, e Nicoletta Rocchi, a cura di. 2007. <hi rend="italic">Federico Caffè:</hi> <hi rend="italic">un economista per gli uomini comuni</hi>. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-019-backlink">1</ref></hi>	Lo stimolo iniziale che ha consentito di giungere all’elaborazione di questo scritto, come i suoi contenuti e la sua articolazione, possono ritenersi frutto di varie conversazioni e occasioni di confronto che ho avuto, nel tempo, con Bruno Chiarini e Luca Michelini dalle quali ho tratto grande beneficio. Le considerazioni di Alessandro Breccia, che ha letto e commentato una versione preliminare, hanno permesso di chiarire alcuni passaggi oscuri e di rendere più lineare l’esposizione. Ho avuto, altresì, la possibilità di presentare una stesura preparatoria del lavoro al seminario: <hi rend="italic">Le proposte dei sindacati nella crisi degli anni Settanta</hi>, tenutosi il 18 aprile 2024 presso la Biblioteca di Scienze Sociali dell’Università di Firenze. Osservazioni e commenti emersi durante il dibattito occorso in quella sede hanno permesso di arricchire in maniera significativa quanto inizialmente proposto. Le osservazioni dell’anonimo <hi rend="italic">referee</hi> hanno consentito di arricchire l’apparato bibliografico e di addivenire a una formulazione più distesa delle conclusioni.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-018-backlink">2</ref></hi>	Bartolozzi 1980 e Bartolozzi 1981; Peschiera 1979 e Peschiera 1994; Castelvetri 1983 e Gozzelino 2011.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-017-backlink">3</ref></hi>	Per quanto possa ritenersi elemento non secondario nell’indagare la storia della politica economica, non si potrà tenere conto, per ragioni espositive, delle articolate dinamiche relazionali, fondate sui rapporti di forza, che emergono sia in seno ad organizzazioni complesse quali, appunto, i sindacati, sia, soprattutto, nell’interazione di questi con le controparti.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-016-backlink">4</ref></hi>	Una visione d’assieme del profilo di Federico Caffè è proposta in Amari Rocchi 2007; Amari 2009. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-015-backlink">5</ref></hi>	La vicenda della costituzione dell’ISEL ed il profilo umano e intellettuale di Ezio Tarantelli sono state oggetto di una puntuale ricostruzione da parte del figlio Luca (Tarantelli 2013), cui si rimanda. I principali contributi di Tarantelli sono raccolti in Tarantelli 1988. Da menzionare è anche il lavoro di digitalizzazione di gran parte dei suoi scritti recentemente condotto dalla Fondazione Tarantelli e resi fruibili al seguente link: &lt;<ref target="https://scritti.fondazionetarantelli.it">https://scritti.fondazionetarantelli.it</ref>&gt; (2025-11-10).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-014-backlink">6</ref></hi>	Il meritorio lavoro di Claudio Gnesutta ha consentito di disporre di tre imponenti volumi i quali, oltre a proporre un’estesa introduzione al pensiero dell’autore, ne raccolgono gli scritti scientifici unitamente ad alcuni materiali inediti. Cfr. Gnesutta 2020.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-013-backlink">7</ref></hi>	Si tratta di una tematica per riflettere sulla quale la Società italiana degli economisti indisse, proprio in quegli anni (1983), un’importante Riunione Scientifica; cfr. Società Italiana degli Economisti 1985.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-012-backlink">8</ref></hi>	In merito ai contenuti del par. 2 si rinvia a Gallo Loreto 2023, 270-334. Si vedano altresì Rossi 2020, 10-69; Cafarelli 2018, 217-33; Graziani 2000, 111-27; Basevi Onofri 1997, 185-261 e Arcelli Micossi 1997, 263-86. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-011-backlink">9</ref></hi>	Le ripercussioni che le criticità di quegli anni determinarono, in modo diversificato, sui tessuti produttivi del meridione e del settentrione del paese sono state, tra le altre, questioni affrontate nella ricostruzione recentemente proposta da Sbrana 2023.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-010-backlink">10</ref></hi>	Gli adeguamenti salariali in risposta ad aumenti di prezzo avvenivano in maniera indifferenziata per i vari livelli contrattuali ed erano calcolati sulle retribuzioni più alte.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-009-backlink">11</ref></hi>	Una recente prospettiva sul mondo cattolico è stata proposta da Farese 2021.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-008-backlink">12</ref></hi>	Com’è stato opportunamente messo in luce, il delinearsi della strategia dell’Eur costituisce uno dei passaggi fondamentali che segna il declino del ‘paradigma della conflittualità’; cfr. Bini 2021a.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-007-backlink">13</ref></hi>	Sul delicato passaggio dagli anni Settanta al decennio successivo, si veda Bini 2021b.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-006-backlink">14</ref></hi>	Anche in sede parlamentare ebbe corso un acceso dibattito in merito alla riforma della scala mobile. Di recente, ne è stata offerta ricostruzione ad opera di Sandonà 2024. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-005-backlink">15</ref></hi>	Si trattava di un elemento che può considerarsi connesso alla proposta elaborata da Vicarelli di cui si dirà.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-004-backlink">16</ref></hi>	Fu lo stesso Guido Carli, durante un’integrazione conoscitiva al dialogo parlamentare tenutasi il 26 febbraio 1986, a precisare i termini del proprio coinvolgimento nell’elaborazione della proposta. «Paolo Baffi ‒ affermava ‒ ha ricordato che esistono settanta proposte di soluzione del problema dell’indebitamento dei paesi in corso di sviluppo. In verità ne esistono settantuno. Nel 1977, insieme ad Ezio Tarantelli, affrontai questo problema. Il testo fu scritto da Ezio; io credo di aver dato il contributo della firma in calce» (Baffi 1986, 47).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-003-backlink">17</ref></hi>	Sugli aspetti istituzionali e il dibattito che l’ipotesi suscitò si veda CESOS 1981.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-002-backlink">18</ref></hi>	Per un approfondimento sulla genesi e la formulazione della proposta sia permesso rinviare a Michelagnoli 2012, 92-104.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-001-backlink">19</ref></hi>	Anche l’economista Paolo Savona era giunto, in maniera indipendente, alla formulazione di un’ipotesi sostanzialmente analoga. Scrive Savona: «Forse perché membri della stessa scuola, quella della Banca d’Italia integrata dagli studi al Mit con Franco Modigliani, ho concepito l’idea in modo indipendente da Tarantelli. L’avevo discussa con Karl Brunner e Michele Fratianni in occasione di uno Shadow Open Market Committee presso l’Università di Rochester. Tarantelli l’ideò e la portò avanti in ambito sindacale, in qualità di consulente della CISL, con maggiore incisività di quanto io non avessi potuto, pagando con la vita il suo anche più ampio impegno sociale»; Savona 2008, LXVI<hi rend="CharOverride-2"> </hi>n. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_13.html#footnote-000-backlink">20</ref></hi>	Si tratta de <hi rend="italic">Il mondo dell’economia</hi> condotta da Carlo Toti, in onda dal 1980 al 1987 su Radio3.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Giovanni Michelagnoli, University of Pisa, Italy, <ref target="mailto:giovanni.michelagnoli@phd.unipi.it">giovanni.michelagnoli@phd.unipi.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0009-0003-6824-8483">0009-0003-6824-8483</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Giovanni Michelagnoli, <hi rend="italic">Le proposte dei consulenti economici della CISL nella crisi degli anni Settanta,</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1.13">10.36253/979-12-215-0775-1.13</ref>, in Piero Bini, Antonio Magliulo, Letizia Pagliai (edited by), <hi rend="italic">L’Italia repubblicana in cammino. Ricostruzione, crescita, instabilità</hi>, pp. -210, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0775-1, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0775-1">10.36253/979-12-215-0775-1</ref></p></div></div>
      
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