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        <title type="main" level="a">Alle origini della Repubblica. Suffragio e cittadinanza nell’agenda politica delle donne</title>
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          <resp>This is a section of <title>Suffragio, donne, partiti</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0904-5</idno>) by </resp>
          <name>Patrizia Gabrielli, Liliosa Azara</name>
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        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.04</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>On 1 February 1945, while the war was still raging in the northern regions, the Bonomi government issued a decree extending voting rights to women.  Especially if set in the long term and in the context of feminist and suffragist tradition to which several generations of women belong, this measure marks a turning point and alters the established gender division which, by assigning women to the private sphere, excludes them from the political one.
Moving beyond the debate (often controversial) on a ‘granted’ vote, this paper, taking into account the transnational context, aims to provide an overview of the various positions expressed on the issue, the choices made by the mass parties, the leading role played by women’s political associations, and the anti-suffragism expressed not only in the satirical press</p>
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            <item>Women’s Suffrage</item>
            <item>Civil Pedagogy</item>
            <item>Union of Italian Women</item>
            <item>Italian Women’s Center</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.04<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.04" /></p>
      <div><head>Alle origini della Repubblica. Suffragio e cittadinanza nell’agenda politica delle donne</head><p rend="h1_author">Patrizia Gabrielli</p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Abstract</hi>:<hi rend="CharOverride-1"> </hi>On 1 February 1945, while the war was still raging in the northern regions, the Bonomi government issued a decree extending voting rights to women. Especially if set in the long term and in the context of feminist and suffragist tradition to which several generations of women belong, this measure marks a turning point and alters the established gender division which, by assigning women to the private sphere, excludes them from the political one. Moving beyond the debate (often controversial) on a “granted” vote, this paper, taking into account the transnational context, aims to provide an overview of the various positions expressed on the issue, the choices made by the mass parties, the leading role played by women’s political associations, and the anti-suffragism expressed not only in the satirical press.</p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Keywords</hi>:<hi rend="CharOverride-1"> </hi>Women’s Suffrage, Civil Pedagogy, UDI – Union of Italian Women, CIF –Italian Women’s Center.</p><div><head>1. Scenari transnazionali e interni</head><quote rend="quotation_b ParaOverride-1">In una cabina di legno povero e con in mano il lapis e due schede, mi trovai di fronte a me, cittadino. Confesso che mi mancò il cuore e mi venne l’impulso di fuggire. Non che non avessi un’idea sicura, anzi; ma mi parvero da rivedere tutte le ragioni che mi avevano portato a quest’idea, alla quale mi pareva quasi di non aver diritto perché non abbastanza ragionata, coscienziosa, pura.</quote><quote rend="quotation_b">Mi parve di essere solo in quel momento immessa in una corrente limpida di verità; e il gesto che stavo per fare e che avrebbe avuto una conseguenza diretta, mi sgomentava (Bellonci 1946, 172).</quote><p rend="text">Sono parole di una nota e apprezzata scrittrice, Maria Bellonci, animatrice di un eccellente salotto letterario e ideatrice del Premio Strega, pubblicate nella piccola ma importante raccolta di testimonianze di altre intellettuali di quella stagione politica e culturale sulle pagine della rivista <hi rend="italic">Mercurio</hi>, fondata e diretta da Alba de Céspedes, primo scrigno in assoluto delle memorie delle italiane sul loro «primo voto» (Di Nicola 2012a; 2012b; Zancan 2005). Brevi testimonianze che, al pari di altre, raccolte a partire dalla metà degli anni Novanta quando la storiografia ha intensificato l’interesse verso il tema del voto, restituisce l’emozione, la solennità di quel momento e l’orgoglio provato nel porre la scheda nell’urna.</p><p rend="text">Il 2 giugno del 1946 (e la mattina successiva), le italiane si recano alle urne per esprimere la propria volontà politica sul Referendum istituzionale e per eleggere l’Assemblea Costituente. Se da un lato è possibile osservare che non per tutte le aventi diritto è la prima volta in assoluto, in quanto tra marzo e aprile si era conclusa la prima tornata delle amministrative, con ben il 78 per cento dei comuni (quasi tutti del Nord e del Centro) coinvolti (Dogliani e Ridolfi 2007; Forlenza 2008), è pur vero che il Referendum e la Costituente hanno ben altra portata e, nonostante l’ampiezza, la capillarità della campagna elettorale per le amministrative (Montagnana 1946) e l’impegno dei partiti come delle associazioni femminili<hi rend="CharOverride-2"> </hi>(Gabrielli 2021; Montesanti e Veltri 2025), quella referendaria chiamò in causa tutto il territorio nazionale e toccò nodi centrali della elaborazione politica su diritti, cittadinanza, emancipazione femminile.</p><p rend="text">Quando in Italia la questione del suffragio torna alla ribalta del palcoscenico politico tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945, nei grandi paesi dell’Occidente il voto era stato riconosciuto prima o a ridosso della Grande Guerra.</p><p rend="text">Eppure, nonostante il ritardo, per le italiane ottenere il diritto di voto fu tutt’altro che facile e, nella valutazione delle scelte che condussero il governo Bonomi a varare il decreto luogotenenziale sull’<hi rend="italic">Estensione del diritto di voto alle</hi><hi rend="italic"> donne</hi>, datato 1° febbraio 1945, occorre tenere conto di alcuni fattori che hanno favorito il superamento della discussione (sovente polemica) su un voto ‘concesso’, per valutare, invece, le diverse forze coinvolte, l’articolazione e gli sviluppi del dibattito compresi gli agenti e fattori internazionali. </p><p rend="text">Il tema della parità di genere, capitolo specifico ma essenziale nella definizione dei diritti umani, era ormai scolpito nell’agenda internazionale alla quale – data la dimensione sovranazionale del quadro politico – era difficile sottrarsi. Presso la Commissione ONU presieduta da Eleanor Roosevelt preposta alla elaborazione della <hi rend="italic">Dichiarazione dei diritti dell’uomo</hi>, istituita nel 1946, prende corpo il dibattito che, dal febbraio del 1946, vede una sede specifica di confronto nella Sottocommissione sui diritti delle donne; sempre al mese di febbraio risale la lettera aperta di Eleanor Roosevelt alle donne del mondo sulla parità e sul loro ruolo a garanzia della pace e della ricostruzione globale<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-003">1</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nel dicembre del 1946 l’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite adotta una risoluzione sulla uguaglianza di diritti politici tra uomini e donne:<hi > </hi></p><quote rend="quotation_b"><hi >Recommends that all Member States which have not already done </hi><hi >so, adopt measures necessary to fulfil the purposes and aims </hi><hi >of the Charter in this respect by granting to women </hi><hi >the same political rights as to men (United Nation </hi>General Assembly 1946b<hi >, 467-568). </hi></quote><p rend="text">È un chiaro intervento verso quei paesi che continuavano a ignorare tali principi. Sempre volgendo lo sguardo oltre i confini nazionali, va ricordato che con l’ordinanza dell’aprile 1944, confermata nell’ottobre dello stesso anno, la Francia aveva riconosciuto il suffragio femminile (Rossi-Doria 1996; Fiorino 2020). Sarà il Partito Comunista a sottolineare questa influenza, disconoscendo l’intraprendenza delle forze femminili. In un documento dell’inizio del 1945 sottolinea che il voto è stato ‘concesso’ non in virtù di </p><quote rend="quotation_b">una vigorosa spinta di opinione pubblica e di massa, ma piuttosto in obbedienza a un convincimento di carattere generale, rafforzato dalla maggior parte delle Nazioni civili e particolarmente dalla Francia appena liberata (<hi rend="italic">Bollettino di partito </hi>1945, 28). </quote><p rend="text">I movimenti femminili delle singole nazioni andavano ritessendo le reti internazionali e riprendendo il dialogo (Cioci 2023). Un processo che in Europa darà i suoi frutti al Congresso Internazionale Femminile di Parigi del dicembre del 1945 nelle sale de “La Mutualitè”.<hi rend="CharOverride-2"> </hi>Nel dicembre del 1945 le associazioni femminili riannodavano i legami, mettevano a fuoco differenze e affinità:</p><quote rend="quotation_b">E nella sala ecco le donne di tutto il mondo: diverse favelle, costumi strani, cinesi in elegantissima foggia parigina, russe in severissime divise militari (una generalessa, un’aviatrice: quarantadue apparecchi abbattuti) o in pellicce siberiane, indiane avvolte nel manto candido e le australiane, le americane sportive e disinvolte, le francesi elegantissime e perfette ospiti. Sulla gran sala ben presto il volto uguale della guerra dominerà, implacato fantasma, le fantasie e gli animi. Si parla della resistenza: mutano i volti, mutano le lingue, mutano gli accenti, ma il linguaggio è uno solo: la morte, la distruzione, le torture e gli eroismi, la guerra la guerra la guerra (Comandini 1946, 3). </quote><p rend="text">Lo scarto temporale tra gli eventi citati e il decreto Bonomi è di almeno un anno, ma le scelte compiute nell’ambito Onu e nella dimensione transnazionale sono la manifestazione di un processo tutt’altro che immediato, maturato sull’onda della tradizione femminista, come testimoniano i Congressi internazionali realizzati nel passato, e sulla scorta della nuova visibilità femminile nei paesi coinvolti nella Seconda guerra mondiale<hi rend="CharOverride-2"> </hi>(Offen 2010; de Haan et al. 2013; Midgley et al. 2016). </p><p rend="text">Venendo al quadro interno in Italia, merita considerare il ruolo dei partiti di massa impegnati nella costruzione della democrazia e quello svolto dalla Chiesa. Quest’ultima manifestava rinnovata vitalità e appariva decisa ad assumere la funzione di guida ideale, se non direttamente politica, di larghi strati sociali, affidando alle cattoliche un impegno in prima persona nella realizzazione, come è stato da più parti osservato, del «nuovo ordine cristiano» (Giovagnoli 1996, 27-40). L’Allocuzione del papa il 21 ottobre del 1945 alle donne del CIF ribadisce la volontà di </p><quote rend="quotation_b">operare per il raggiungimento e per il miglior esercizio dei diritti civili e politici e per il miglior adempimento dei doveri che ne conseguono; aver ogni possibile forma di assistenza sociale e caritativa che spetta particolarmente alle donne (Casella 1984, 334).</quote><p rend="text">Pur sottolineando la piena dignità tra i sessi, permane in questo disegno lo specifico corredo di funzioni. </p><quote rend="quotation_b">Ella ha da concorrere con l’uomo al bene della civitas, nella quale è in dignità uguale a lui. Ognuno dei due sessi deve prendere la parte che gli spetta secondo la sua natura, i suoi caratteri, le sue attitudini fisiche, intellettuali e morali. Ambedue hanno il diritto e il dovere di cooperare al bene totale della società, della patria; ma che se l’uomo è per temperamento più portato a trattar gli affari esteriori, i negozi pubblici, la donna ha, generalmente parlando, maggior perspicacia e tatto più fine per conoscere e risolvere i problemi delicati della vita domestica e familiare, base di tutta la vita sociale; il che non toglie che alcune sappiano dar saggio di grande perizia anche in ogni campo di pubblica attività (Pio XII 1945, 148 153-54). </quote><p rend="text">Sebbene, come è stato da più parti osservato, Pio XII incaselli il voto nel quadro della tradizione, merita considerare anche i piccoli ma significativi cambiamenti espressi dal pontefice che liberarono </p><quote rend="quotation_b">le donne da ogni remora sulla liceità della loro partecipazione alla vita politica. In questo senso ebbero un effetto dirompente perché mai prima di allora la chiesa si era mostrata ufficialmente favorevole al voto femminile (Novelli 1987). </quote><p rend="text">Anche su tale questione il mondo cattolico appare tutt’altro che monolitico, anche qui si misurano favorevoli e contrari. Del resto, nel clima incendiato del 1919, il Partito Popolare includeva nel programma il suffragio femminile e non mancava di ricordarlo Angela Maria Guidi Cingolani anche al fine di sedare gli animi più spaventati dall’ingresso delle donne nell’elettorato: </p><quote rend="quotation_b">Per noi democratici cristiani porre oggi il problema della partecipazione della donna alla vita politica non è che l’accettare la eredità di tutto un passato, tanto nel campo strettamente politico, quanto nel campo di quelle organizzazioni cattoliche che inquadravano e inquadrano imponenti masse femminili (1944). </quote><p rend="text">Per quanto concerne i partiti di massa, sebbene il dibattito attraversi il PSI e sia sostenuto con convinzione da alcune prestigiose figure del socialismo italiano (Scoppola 1991), sono soprattutto i due leader della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista, Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, gli attori principali, ben consapevoli dei cambiamenti intervenuti con la guerra, dei costi e dei sacrifici imposti alle donne e della loro nuova posizione nello scenario pubblico. Il coinvolgimento femminile nel conflitto e la partecipazione alla Resistenza civile ed organizzata avevano innescato processi di trasformazione tra ampie fasce della popolazione femminile, compresa una diversa consapevolezza di sé e delle proprie attitudini: mutamenti ormai difficili da cancellare. Dal canto loro, i Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della Libertà, nati a Milano e a Torino nell’autunno del 1943, sebbene frutto di una sollecitazione del Partito Comunista vedono tra le fondatrici le esponenti dei partiti antifascisti che si riuniscono per gettare le basi di un’organizzazione femminile unitaria e di massa, sebbene la collaborazione con le cattoliche presenterà in varie aree più di una difficoltà. I Gruppi uniscono alle questioni connesse alla guerra contro il nazifascismo quelle relative alla condizione femminile e a tale riguardo attivarono un’opera di sensibilizzazione tra le donne; si preoccuparono di coinvolgerle nella vita politica della nazione senza trascurare del tutto la specificità dei loro bisogni. Il suffragio non fu l’unica né tanto meno la più importante preoccupazione per le esponenti dei partiti, per i Gruppi, per le associazioni nate alla fine del 1944 nelle zone dell’Italia liberata – l’Unione donne italiane e il Centro Italiano Femminile – eppure sulle testate clandestine è presente una tensione in tal senso. Se «un tema presentissimo è il diritto delle donne al lavoro fuori casa» (Bravo 1998, 92), non sono tuttavia trascurati i diritti politici, anzi, «l’auspicio al voto politico è inequivoco», ha sostenuto Bianca Guidetti Serra protagonista di quella stagione politica<hi rend="CharOverride-2"> </hi>(1998, 112). Con ciò non si intende affermare la presenza di una posizione compatta al riguardo: era diffuso nella sinistra un atteggiamento di sottovalutazione. In questa fascia si potevano sostanzialmente riscontrare due diversi orientamenti: da un lato, coloro che ritenevano il riconoscimento di quel diritto scontato, ormai irreversibile, data la responsabilità dimostrata dalle italiane nel conflitto; dall’altro, chi, fedele all’impostazione economicista, valorizzava soprattutto la difesa degli interessi ‘materiali’ delle masse femminili, difesa del diritto al lavoro e parità salariale, e considerava il voto un semplice corollario e non un passaggio sostanziale per l’emancipazione. Non mancava però nei diversi schieramenti una consistente fascia di suffragiste. Tra queste convinte assertrici del voto, nei partiti di massa come al di fuori di questi, c’era chi si adoperava sulla stampa con toni persuasivi e pedagogici per insegnare alle italiane il valore di quel diritto e le possibilità di cambiamento favorite dalla presenza femminile nella sfera pubblica; presenza che tuttavia non si esauriva con il diritto di voto ma prevedeva la partecipazione attiva: «Prepariamoci ad amministrare ed a governare», annunciava l’edizione lombarda di <hi rend="italic">Noi donne</hi>, stampato in clandestinità nel settembre del 1944 (1944c); mentre in Emilia i Gruppi progettavano </p><quote rend="quotation_b">in ogni villaggio, in ogni rione delle sedi che offrano un ambiente nuovo, sano dove le donne, senza abbandonare le occupazioni particolarmente femminili, approfondiscano le loro conoscenze della vita e del mondo, dove temprino le loro capacità e volontà di lotta e si preparino al grande compito che le attende di partecipare alle elezioni politiche ed amministrative (<hi rend="italic">Paura non abbiamo </hi>1983, 100). </quote><p rend="text">Nella rete organizzativa di questi partiti, finalizzata ad incentivare la partecipazione e a ottenere il consenso, le donne avevano un posto tutt’altro che secondario, se non altro per fini elettorali. Per converso nutrivano timori i partiti più piccoli, preoccupati dal raddoppiamento dell’elettorato che avrebbe favorito, in proporzione, proprio i partiti di massa. Tra le forze laiche poi circolava la convinzione che il voto delle donne fosse ancorato alla Chiesa (Crain Merz 2013) da tali timori non erano esenti le dirigenti (Vassallo 2021). Furono tutt’altro che rare le resistenze al voto in area liberale e democratica. Una posizione espressa senza mezzi termini dall’insigne studioso liberale Guido De Ruggiero, il quale, pur ritenendo «giusto» il decreto Bonomi, si domandava se le donne avrebbero saputo servirsene e con quali ricadute sulle «forze reazionarie» (1945). Discussioni e prese di posizione che non caddero nel silenzio. Così «una cittadina», prendendo le distanze da De Ruggiero, difendeva quel diritto in tutta la sua pienezza e sosteneva la sua indiscutibilità comunque, le elettrici si fossero espresse. Del resto – osservava a ragione l’anonima autrice – «quanti cittadini dovrebbero rinunciare al voto se davvero la concessione di quel diritto fosse commisurata alla capacità di servirsene» (Una cittadina<hi rend="italic"> </hi>1945). Posizione espressa senza mezzi termini pure da Bastianina Musu: </p><quote rend="quotation_b">È sicuro che questo primo apporto femminile alla vita politica del paese non sarà né peggiore né migliore di quello degli uomini e che ad ogni modo rappresenta il riconoscimento di elementare inviolabile diritto (1945). </quote><p rend="text">Affermazioni di principio si rintracciano anche tra le comuniste: </p><quote rend="quotation_b">Si sente dire che il voto alle donne costituisca un pericolo – affermava Adele Bei – che le donne non capiscono, che si lasciano corrompere, ebbene, noi rispondiamo che se anche il voto alle donne dovesse rappresentare per noi un elemento negativo, è pur sempre un percorso decisivo verso la democrazia, e come tale dobbiamo salutarlo e rallegrarcene<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-002">2</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Gli avversi o i dubbiosi verso il suffragio erano numerosi pure nei partiti di massa e fu l’autorevolezza dei tre grandi leader, di Nenni, e in special modo di De Gasperi e Togliatti, a mettere a tacere gli spiriti antisuffragisti. Nel Partito Comunista la fronda era consistente, ma dubbi perplessità erano nutriti da uomini e donne e tagliavano trasversalmente le forze politiche. Bene lo dichiara Maria Federici: </p><quote rend="quotation_b">Quando nei prossimi anni sarà entrato nel novero delle cose normali e pacifiche l’esercizio del voto femminile, ripensando alla fatica che si è fatta per stimolare e orientare favorevolmente sulla questione uomini di governo, opinione pubblica e attenzione femminile e maschile, ci verrà da ridere (1945). </quote><p rend="text">Già nel 1944 una chiara progettualità si faceva strada nella Democrazia Cristiana. Alcide De Gasperi, individuando nel protagonismo femminile un potenziale di energie da convogliare nella ricostruzione morale e sociale del Paese – oltre che una risorsa da sottrarre agli avversari –, insisteva sul valore civile di questa partecipazione, affidava alle italiane un ruolo attivo e individuava nel voto un passaggio imprescindibile.</p><p rend="text">Nel settembre del 1944, il Consiglio nazionale della Dc sgomberava il campo da ogni dubbio: «sin dalla prima consultazione elettorale amministrativa, trovi riconoscimento ed applicazione il diritto del voto anche per le donne», recita la mozione votata in quella occasione (<hi rend="italic">Atti e </hi><hi rend="italic">documenti </hi>1959, 63): Togliatti, dal canto suo, coerentemente con il progetto del partito nuovo e di massa, considerava le potenzialità dell’elettorato femminile e definiva una strategia politica a riguardo e, nel discorso alle donne romane nell’estate del 1944, sosteneva: «Noi vogliamo che sia concesso alla donna italiana il diritto a votare per la prossima Assemblea Costituente che dovrà decidere del modo come verrà governato in futuro il nuovo Stato» (Rossi-Doria 1994, 845). Chiesa e partiti politici non sono i soli protagonisti, a rivendicare il suffragio ci sono soprattutto le donne organizzate nei movimenti femminili nei partiti come nelle associazioni. </p></div><div><head>2. Donne nella scena politica: un inedito protagonismo, nuove pratiche</head><p rend="text">La questione del voto, già presente, come accennato, nella stampa dei Gruppi di difesa della Donna entra nelle agende politiche delle nuove associazioni di massa, UDI e CIF, attive nell’Italia liberata. Oltre alla promozione di azioni di solidarietà sociale, è un susseguirsi di riunioni, colloqui, iniziative a favore del diritto di voto. Un fermento di cui ha lasciato una vivida testimonianza Dina Ermini del PCI e dirigente UDI:</p><quote rend="quotation_b">Da Firenze, dove mi trovavo, per partecipare alla resistenza e alla liberazione della città, venni chiamata a Roma dal Partito, per partecipare all’incontro delle donne dirigenti, che facevano parte dei partiti aderenti al C.L.N. e alle dirigenti delle organizzazioni femminili, che da poco si erano costituite, per porre per la prima volta, in modo unitario, la rivendicazione del Diritto al Voto alle donne.</quote><quote rend="quotation_b">L’Incontro ebbe luogo ai primi d’Ottobre del 1944, in via 4 novembre nel palazzo della Direzione Nazionale dell’I.N.A.I.L. Per alcuni giorni ci riunimmo attorno ad un tavolo rotondo, dibattendo e discutendo per rivendicare questo diritto, che le donne si erano guadagnate partecipando attivamente alla Resistenza e alla liberazione del nostro Paese. La riunione venne presieduta dalla Rita, che nelle sue conclusioni prese a porre questo problema al Presidente del Consiglio, ai vari Ministri, e personalità varie, nonché a tutti i segretari dei partiti, che facevano parte del C.L.N<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-001">3</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Dall’autunno del 1944 assume consistenza la campagna pro suffragio che si dota di uno strumento di intervento politico unitario, il Comitato pro-voto al quale aderiscono oltre alle rappresentanti dei Comitati femminili dei partiti del Cln, due associazioni di vecchia data appena ricostituite, la Federazione delle donne Laureate e diplomate (FILDIS) rappresentata da Maria Crova e l’Alleanza Femminile Italiana Pro Suffragio di matrice liberale democratica, decisamente suffragista, come testimonia già di per sé la presenza di Teresita Sandeschi Scelba e Bastianina Martini Musu, che quel diritto lo avevano sostenuto già alle soglie del Novecento (Taricone 1992; Serci 2020; La Banca 2020). </p><p rend="text">La prima riunione del Comitato data 25 ottobre e, da quel momento, maura una strategia pro voto che coinvolge i partiti antifascisti come conferma, ad esempio, il Pro-memoria inviato al CLN firmato dalle rappresentanti dei partiti politici, che non lascia spazio a equivoci in quanto a fermezza suffragista. Si sostiene di garantire la partecipazione in piena parità con gli uomini alle elezioni, già dalle prossime amministrative, di estendere il riconoscimento a tutte le donne, sventando ogni ipotesi di un riconoscimento parziale, ad esempio a categorie di donne meritevoli. Intanto si dà avvio alla campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica: si svolgono comizi, conferenze e campagne stampa per illustrare «l’importanza per la donna della conquista dei diritti politici» e «l’urgenza di correggere una vecchia ingiustizia» (<hi rend="italic">Noi Donne</hi> 1944b).<hi rend="italic"> </hi>L’UDI lanciava la settimana Pro-voto: la raccolta di firme tocca alcune delle città liberate, è il caso di Roma, che vide la raccolta in alcuni quartieri popolari, come ad esempio Trionfale e il 30 gennaio le invia al Consiglio dei Ministri (<hi rend="italic">Noi Donne</hi> 1944a; <hi rend="italic">l’Unità</hi> 1944). </p><p rend="text">Che i tempi fossero ormai maturi era opinione condivisa anche dal CIF. I suoi obiettivi sono sintetizzati nell’<hi rend="italic">Invito al Cif</hi>, pubblicato dall’omonimo bollettino. Particolare attenzione è rivolta alle attività solidaristiche, all’assistenza alle popolazioni colpite dalla guerra, alla condizione femminile e alla partecipazione alla vita politica. Nel 1945 a Roma, al primo Convegno nazionale delle presidenti provinciali, la discussione s’incentrò intorno a tre principali nodi: la campagna di risanamento morale della nazione, la preparazione politica delle donne e l’indipendenza dai partiti (Taricone 2001). Angela Maria Guidi Cingolani, il 25 dicembre del 1944, richiamando all’unità, sottolineava: </p><quote rend="quotation_b">Tutti i partiti e correnti politiche hanno posto ormai all’ordine del giorno la partecipazione della donna alla vita politica. Le discussioni vertono sulle modalità di questa partecipazione, sulla preparazione della donna non solo nell’esercizio del voto ma anche nell’elettorato attivo (1944). </quote><p rend="text">Qualcun’altra ribadiva lo stretto vincolo tra suffragio attivo e passivo: </p><quote rend="quotation_b">Il diritto di voto rappresenterà poca cosa, se non è accompagnato dal diritto all’eleggibilità, anzi dalla necessità legale di eleggere una certa percentuale di donne in tutti gli organismi dello stato. Il Partito d’Azione sostiene che la donna debba partecipare a tutte le responsabilità della vita pubblica. </quote><p rend="text">Né mancavano di intervenire le comuniste. Teresa Mattei – partigiana e futura costituente – sosteneva «le donne non solo siano chiamate ad eleggere ma siano eleggibili». </p><p rend="text">Il 20 gennaio del 1945 Palmiro Togliatti così scriveva ad Alcide De Gasperi:</p><quote rend="quotation_b">Una delegazione del Comitato per il Voto e venuta nuovamente a sollecitare da noi l’iscrizione delle donne nelle liste elettorali per le prossime elezioni amministrative.</quote><quote rend="quotation_b">Poiché è mia convinzione che il voto alle donne debba essere concesso già per le prossime elezioni amministrative, e poiché so che tu pure sei della stessa opinione, ti propongo di inviare in comune al presidente del Consiglio la richiesta scritta di porre la questione all’ordine del giorno del prossimo Consiglio dei ministri, allo scopo di deciderla in senso positivo. Credo che ciò significherebbe, praticamente, la soluzione della questione del voto alle donne tanto in linea di principio quanto in linea di risoluzione pratica.</quote><p rend="text">La risposta del Segretario della Dc, è immediata e puntuale:</p><quote rend="quotation_b">ho fatto più rapidamente ancora di quanto mi chiedi. Ho telefonato a Bonomi, praticamente o lunedì sera o martedì mattina tu e io faremo un passo presso di lui per pregarlo di presentare per la prossima seduta un progetto per l’inclusione del voto femminile nelle liste delle prossime elezioni amministrative – Facesse intanto preparare il testo del decreto. Mi ha risposto affermativamente (Camera dei deputati 2016, 82-3). </quote><p rend="text">Almeno ai vertici dei due partiti, l’orientamento è chiaro e nel volgere di una decina di giorni, il secondo governo Bonomi, il 1°febbraio del 1945, emana il decreto che riconosce il suffragio femminile. </p><p rend="text">In più occasioni, dalle stesse protagoniste dell’epoca, è stato criticato il silenzio che seguì la scelta. Di fatto più che il silenzio emerse diffidenza e opposizione. È il caso de <hi rend="italic">Il</hi><hi rend="italic"> Resto del Carlino</hi>, che commentava: «Mentre si muore di fame ci si preoccupa del voto alle donne» e gli faceva eco un giornale satirico, mentre strofe e vignette ridicolizzavano le suffragiste (Gabrielli 2020). </p><p rend="text">Il voto, in sintesi, non fu né semplicemente concesso, né semplicemente conquistato (sebbene questa ultima ipotesi, se si inquadra la questione nel lungo periodo, ha solide fondamenta, data la storia del movimento suffragista in Italia), ma vi concorsero forze e motivazioni diverse. Una sintesi in tal senso è ben articolata da Maria Comandini Calogero, responsabile del movimento femminile del Partito d’Azione: </p><quote rend="quotation_b">Non si può negare che questo diritto sia stato riconosciuto più per opera dei partiti, che da esso contano di trarre grandi vantaggi elettorali, che non da una vera e propria agitazione popolare che abbia obbligato il governo a questa concessione. Ma è anche vero che di fronte all’imponente opera compiuta dalle associazioni femminili di resistenza, e di fronte alle notevoli forze femminili organizzate nelle associazioni di massa – o nei movimenti di partito – anche i partiti che avrebbero potuto opporsi – e con plausibili argomenti, dopo il ventennio di campagna demografica – hanno sentito che, in questa nuova situazione, non potevano farlo. L’aria era cambiata e radicalmente<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-000">4</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Come è stato osservato da più parti, quel diritto, giunse in una forma giuridica riduttiva e assai poco solenne, qual è quella di un decreto, inadeguata per definire un cambiamento tanto significativo e l’accelerazione impartita dal governo vanificò, o perlomeno ridusse, l’autorevolezza e la forza contrattuale del Comitato pro-voto. </p><p rend="text">Questi due fattori sarebbero alle origini di una memoria debole imperniata sul principio della concessione, secondo un’interpretazione che snatura il concetto stesso di diritto. Si tratta di tesi condivisibili ma merita tuttavia valutare anche possibili ipotesi interpretative. L’unica sede possibile per un confronto istituzionale poteva essere la Consulta Nazionale ma il provvedimento sarebbe stato rimandato di diversi mesi considerato che la prima riunione si tiene il 25 settembre del 1945, tuttavia, trattandosi di organo consultivo, privo di potere legislativo, comunque si sarebbe potuto procedere con la formula del decreto che sarebbe stato emanato almeno sette mesi dopo. La posticipazione avrebbe rischiato di estenuare o perlomeno di mettere a dura prova la tenuta organizzativa del suffragismo nelle sue diverse componenti. L’associazionismo si è da poco costituito, è debole, le forze e le risorse sono scarne, reggere una campagna tanto lunga avrebbe potuto comportare una fatica enorme e uno svuotamento. A rafforzare la tesi della ‘elargizione dovuta’ non fu tanto l’accelerazione sottolineata in sede storiografica, quanto l’assenza di un’occasione solenne e la trascuratezza della stampa. Non mancano poi preoccupazioni o convinzioni circa l’orientamento moderato e antisuffragista delle masse femminili: «si è deciso di dare il voto alle donne senza che questa decisione fosse invocata da un serio, largo, consapevole movimento femminista» (M.B. 1945). Altri sottolineavano che un provvedimento di tale importanza spettasse alla Costituente: «la più importante legge organica per la Costituente o addirittura della Costituente» (Cifarelli 1945, 8), ma molte protagoniste, come scrive Marisa Rodano dirigente dell’UDI, intendevano «ottenere per le donne, da subito, senza attendere una futura assemblea costituente, il diritto di voto» (2010, 24). </p><p rend="text">Stando a una consolidata tesi storiografica il decreto ha la funzione di arginare ulteriori richieste in primis il divorzio. Il protagonismo femminile aveva prodotto tensioni profonde, una diffusa paura di ulteriori cambiamenti, basta sfogliare quotidiani e rotocalchi per incontrare lo spettro della distruzione della famiglia e, per conseguenza, l’alterazione dell’ordine sociale, causate dalla presenza femminile nella sfera politica, e in queste pratiche discorsive volte a denigrare il suffragismo, si affaccia la questione del divorzio emblema n. 1 del disordine sociale e morale. Il tema è agitato soprattutto a fini propagandistici, per gettare discredito sulla democrazia e sulla parità di genere, più che dalle protagoniste di quella stagione politica, nonostante si manifestino posizioni favorevoli.</p><p rend="text">Se Angela Guidi Cingolani si mostrava vigile di fronte al tema, la repubblicana Fernanda Roccotti non sembrava esprimere posizioni troppo distanti; la stessa Teresita Sandeschi Scelba, memore del sodalizio tra suffragio e divorzio dispiegatosi in età liberale sostenuto da alcune femministe e da qualche democratico o socialista, avvertiva la necessità di rassicurare elettrici ed elettori prendendo le distanze da coloro che su quel legame, invece, insistevano (Calosso 1946a; 1946b): voto e divorzio «non essendo questioni interdipendenti tra loro e richiedendo trattazione diversa», non andavano congiunti, l’uno non implicava il riconoscimento dell’altro. Le dirigenti della sinistra, tranne poche voci, è il caso delle socialiste Elena Gatti Caporaso e Luisa Usellini e dell’azionista Bastianina Musu, sembravano molto prudenti, malgrado qualcuna vivesse sulla propria pelle la staticità delle leggi e della morale in fatto di matrimonio. Tra le fine del 1944 e l’inizio del 1945 il divorzio non rientrava nella strategia dei movimenti femminili mentre si coglievano tensioni nelle relazioni di coppia e familiari: </p><quote rend="quotation_b">Il giovane marito sa benissimo che non troverà, tornando a casa, la donna ad attenderlo in vestaglia di seta, languidamente stesa sul divano e spesso non potrà trovarla nemmeno affaccendata intorno ai fornelli, ma la incontrerà magari per la strada, di ritorno dall’ufficio e andrà con lei al cinematografo, </quote><p rend="text_NOindent">così affermava Anna Garofalo dimostrando di saper leggere i sentimenti più reconditi delle italiane (1956, 112). L’esigenza di salvaguardare gli spazi del privato e i vincoli familiari, da un lato, ripensare le relazioni tra i coniugi, dall’altro, sembra rientrare nei progetti dei movimenti politici delle donne. Sul tema del rinnovamento dei rapporti coniugali si soffermava la loro stampa, insistendo sul rispetto e la parità, su un’unione fondata sul dialogo e sul confronto, sull’accordo nelle decisioni. L’identità femminile per quella generazione politica era fondata innanzitutto sul materno e la campagna elettorale, da diversi fronti, richiamò con decisione temi e questioni ad esso connesse (Comandini Calogero 1945, 37; Tragella 1946). </p><p rend="text">Sebbene il tema della parità tra coniugi sarà largamente sostenuto dalle Costituenti, di fatto una qualche timidezza sulle trasformazioni ambite da molte della sfera privata, si registra. Le ragioni sono diverse, ma vale la pena ascoltare le parole di Miriam Mafai, attiva nell’UDI e nel Partito Comunista:</p><quote rend="quotation_b">Stare in mezzo alle donne – osservava Miriam Mafai – comportava inevitabilmente un adeguamento alla mentalità e al costume correnti, una preoccupazione costante di non essere diverse, di accettare in ultima analisi quel modello di donna di famiglia, di rapporti impersonali che era dominante nella società di allora. Era il prezzo da pagare per rendere saldo il legame che doveva instaurarsi tra il Pci, o meglio tra le donne comuniste e le masse femminili (1979, 49). </quote><p rend="text">Affermazioni che inducono a riflettere su quanto è stato letto come rinuncia o come subordinazione alle leggi dei partiti che avrebbero costretto le donne a un reale e simbolico ritorno a casa, a una sorta di Resistenza femminile tradita, mentre sarebbe opportuno riflettere e approfondire la possibile adesione e condivisione di un principio di mediazione e di costruzione del consenso basato sulla ragionevolezza che </p><quote rend="quotation_b">non significa in nessun modo l’appiattimento sulla situazione stessa […]; né equivale d’altronde all’uso strumentale di qualche principio di realtà, con il quale smorzare, al modo della conservazione, ogni eccessivo entusiasmo nella progettazione. Il principio di ragionevolezza significa al contrario l’assunzione responsabile, a partire dalla situazione di un atteggiamento di costante e comune apertura progettuale (Riva 1997, XXXIII-XXXIV). </quote><p rend="text">Così come varrebbe la pena rileggere dettagliatamente la memorialistica della Resistenza in rapporto alle stagioni memoriali e storiografiche e soprattutto in rapporto ai documenti coevi al fine di misurare intrecci e negoziazioni tra passato e presente, meglio definire i contorni di una tensione emancipazionista. Il timore di cadute nel giacobinismo era preoccupazione condivisa, soprattutto il tema della emancipazione era avvertito e declinato differentemente. Connessa alle istanze di emancipazione è la questione del familismo e la valorizzazione, sovente esaltazione, del materno che attraversa i diversi schieramenti femminili. L’insistenza sul materno, sul valore della famiglia furono certo funzionali alla grave condizione economica del momento, la famiglia supplisce alle incertezze e dispensa servizi. Ma quei richiami furono pure passaggi per certi versi obbligati in un paese che desiderava pace e tranquillità dopo tanti dolori e lacerazioni. Il ceto politico femminile del dopoguerra in primo luogo si trovò a fare i conti con conservatorismo e reazione, basta leggere il dibattito alla Costituente sull’accesso alla magistratura per averne un’idea, in secondo luogo, la presenza capillare nel territorio favorì la conoscenza di orientamenti e spinte contrastanti tra le masse popolari femminili, la valutazione delle diverse istanze, delle incertezze condusse a prefigurare una transizione dolce, non traumatica, dal privato alla politica (Residori 2021), un passaggio più aderente ai desideri e alla realtà di molte italiane che, dopo aver vissuto con profondo dolore l’essere madri – la guerra imponendo gravi sofferenze all’infanzia le aveva, di fatto, espropriate da questo ruolo –, ora potevano viverlo. Il materno comportò anche la definizione di un linguaggio in grado di toccare la sensibilità di molte e rendere immediata la percezione di un progetto e di uno stile politico non omologato a quello maschile. Fu soprattutto la cultura politica della responsabilità, capace di favorire lo sviluppo della società democratica, a introdurre nelle coordinate della democrazia milioni di cittadine lasciate estranee alla sfera pubblica e plasmare un paradigma della cittadinanza comprensivo dei diritti sociali. Una cultura politica rimasta a lungo e in gran parte non riconosciuta.</p><p rend="text">L’estensione del diritto di voto segnò comunque una novità, operò un cambiamento anche sul piano simbolico e politico. Specialmente inquadrato nel lungo periodo, il decreto del febbraio 1945 marca un passaggio, altera una concezione del diritto di cittadinanza quale territorio maschile fondato su un concetto di uguaglianza omologante, basata sull’universalismo dei diritti presentato come neuro e desessualizzato ma di fatto sessuato (Pateman 1997; Bonacchi e Dau Novelli 2010, 9-14) da cui derivano, in partizione gerarchica, i ruoli di genere e, dunque, i diritti e i doveri che regolano il rapporto degli individui con la società e lo Stato, con la conseguente divisione tra sfere di competenza maschili e femminili e la esclusione delle donne dalla sfera pubblica, secondo il principio del loro «naturale» compito di mogli e di madri e, in quanto tali, affidate alla dimensione privata. </p><p rend="text">Il decreto del febbraio non esplicitava il diritto al suffragio passivo, assenza che non può essere semplicemente interpretata come il semplice frutto di una approssimazione o distrazione. Quella dimenticanza – è stato osservato è «una spia del fatto che il principio dell’eleggibilità delle donne suscitava perplessità e ostacoli» (Rossi-Doria 1996, 23; <hi rend="italic">Clio</hi> 2016). L’osservazione è condivisibile, soprattutto se la valutazione riguarda principalmente il piano simbolico. In quanto quella grave mancanza fu superata dai fatti dalle nomine alla Consulta Nazionale già nel 1945 e dalle candidature alle amministrative, che hanno inizio il 10 marzo (Gaiotti De Biase 2007), data dell’emanazione del decreto <hi rend="italic">Norme per l’elezione dei deputati all’Assemblea Costituente</hi> che prevede il suffragio femminile passivo. Merita inoltre sottolineare che le leggi elettorali che avevano decretato il suffragio universale maschile, quella del 1912 e quella del 1918 che la completa eliminando le ultime riserve, non indicavano in forma specifica il diritto all’elettorato passivo, bensì citavano l’estensione del diritto in questione ai cittadini in possesso dei requisiti citati in un elenco.</p></div><div><head>3. Una capillare opera di pedagogia politica </head><p rend="text">La storiografia ha sottolineato la vivacità e i tratti inediti delle campagne elettorali del 1946, le diverse forme della comunicazione, dai manifesti, agli opuscoli, alle cartoline fino ai comizi. É una grande novità il fermento di quei mesi, ma ancora più nuova è la visibilità femminile. Le dirigenti nazionali e locali attraversano il Paese decise a combattere l’astensionismo, oltre che a conquistarsi un voto. Parlano dalle tribune e alla radio, improvvisano comizi nei mercati, nei cortili di abitazioni popolari, in città del Nord come del Sud: le donne oratrici sono una delle novità di quella stagione. Parlare in pubblico fu una prova per tutte. Educare le donne alla politica fu l’obiettivo condiviso, e più che semplice propaganda elettorale che definisco un’ampia opera di pedagogia politica. </p><p rend="text">I loro interventi dimostrano coerenza e testimoniano la convinzione che il voto sia parte integrante del processo di emancipazione, soprattutto il suo «valore» e il suo «significato» emergono dall’insistenza su un voto cosciente e consapevole. Tutte sono convinte che timidezze, ignoranza, in qualche caso apatia, senso di sfiducia in sé stesse impongano un dialogo diffuso e serrato con le potenziali elettrici:</p><quote rend="quotation_b">Bisogna far comprendere loro, che la conquista del voto è stata una grande vittoria e che questo è il primo grande passo verso la vera emancipazione della donna in quanto dà ad essa il diritto di essere considerata pari. Bisogna far comprendere loro, che la conquista del voto è stata una grande vittoria e che questo è il primo grande passo verso la vera emancipazione della donna in quanto dà ad essa il diritto di essere considerata pari all’uomo (Istituto Gramsci Marche, Archivio Mosca, 090 779). </quote><p rend="text">Mentre Maria Federici, riflettendo su quel passaggio della storia del Paese, scriveva:</p><quote rend="quotation_b">il voto vuol dire scelta, ma non si può scegliere se non si sa fare una valutazione. La valutazione delle idee è cosa difficile, presuppone un’educazione. Il voto dovrà essere un atto cosciente. Non voglio dire che noi non sapremo compiere un atto cosciente, voglio dire che dovremo fare in modo che tutte le donne arrivino a comprendere come per esse il mondo è cambiato in modo radicale (1957, 33-4). </quote><p rend="text">Riflessioni che lasciavano comprendere quanto il diritto di voto fosse considerato, se non da tutte, almeno da una parte non proprio minoritaria, espressione individuale e momento di autonomia. </p><p rend="text">Fu anche propaganda a favore dei partiti? Senz’altro. Ormai si vota, le donne sono parte dell’elettorato: si sceglie, si deve scegliere bene e si forniscono dati e ragioni a favore dell’uno o dell’altro partito, ma non fu solo, semplicemente, propaganda elettorale. Il risultato di questa propaganda che alcune cifine delle Marche definirono «metodica e capillare» si vide l’indomani delle elezioni, quando le percentuali sull’afflusso ai seggi furono chiare a tutti. Sorprende che anche riviste come <hi rend="italic">Gioia</hi> coinvolgano sull’argomento, seppure con intenti moderati, le lettrici:</p><quote rend="quotation_b">Che cosa pensate del voto alle donne?</quote><quote rend="quotation_b">Con che atteggiamento interiore vi presenterete alle urne?</quote><quote rend="quotation_b">Come vi comporterete con lui, (marito, fratello, fidanzato, speranza prossima o lontana) se vi troverete in politica di parere contrario? (Fugazza e Cassamagnaghi 2006)</quote><p rend="text">Le migliori testimonianze avrebbero ricevuto in premio un abbonamento a <hi rend="italic">Gioia</hi>, «una profumatissima bottiglietta di lavanda fragrante» e tre romanzi. I criteri stabiliti erano conformi alla tradizione. Migliori erano giudicate quelle che confermavano «che il capo della famiglia non è già la donna, ma l’uomo». Per la redazione della rivista meritava la lode </p><quote rend="quotation_b">l’alta coscienza morale nella donna […] infatti è quasi da escludere – salve rarissime eccezioni – che la donna aspiri a raggiungere posti di primo piano in questa primavera di rinascita politica nazionale; quindi i fini che essa persegue, le cause che difende non sono già di indole privata, ma mirano a quelli che rappresentano i massimi problemi universali e sociali, basi indispensabili a garantire la saldezza della compagine familiare e a tutelarne i diritti più intimi e profondi (Fugazza e Cassamagnaghi 2006).</quote><p rend="text">I messaggi che passano nelle pagine della stampa femminile sono diversi, talvolta distanti tra loro, ma ciò che colpisce è l’interesse per la novità rappresentata dall’esercizio del voto. Agli inizi del 1946 si leggeva su <hi rend="italic">Grazia</hi>, una delle riviste femminili più diffuse:</p><quote rend="quotation_b">Non solo gli uomini hanno fatto la guerra. Come loro noi abbiamo sofferto, lottato, resistito, difeso i nostri figli, i nostri vecchi e noi stesse fino all’estremo limite delle nostre forze morali e materiali. È stata una terribile prova, ma anche una cura i cui effetti devono mostrarsi benefici. Ed è per questo che oggi, senza timore di destare compatimento possiamo pretendere di essere considerate non solo sorelle, spose e madri, ma compagne, amiche dei nostri uomini. Noi donne abbiamo compiti nuovi e importanti da assolvere e oggi lo sappiamo meglio di prima. Vogliamo essere compagne dell’uomo perché abbiamo dimostrato di essergli uguali nel rischio e oltre il rischio. Siamo entrate nella lotta, ne abbiamo fatto parte e vogliamo rimanerci, continuare ad offrire il nostro aiuto fin dove è possibile. Ci sentiamo capaci di affrontare la più dura realtà e sappiamo che respingendola ci sentiremo colpevoli con noi stesse, i nostri figli e la società. Abbiamo raggiunto un gradino dal quale ci è dato di vedere e di comprendere cose che non avevamo mai visto e compreso. E da quel gradino noi non possiamo più scendere. Non possiamo e non vogliamo. </quote><p rend="text">L’indomani delle elezioni Anna Garofalo, giornalista e scrittrice, così commentava l’appuntamento alle urne:</p><quote rend="quotation_b">Lunghissima attesa davanti ai seggi elettorali. Sembra di essere tornate alle code per l’acqua, per i generi razionati. Abbiamo tutti nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto a quel nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Si vedono molti sgabelli pieghevoli infilati al braccio di donne timorose di stancarsi e molte tasche gonfie per il pacchetto della colazione. Le conversazioni che nascono tra uomini e donne hanno un tono diverso, alla pari (1956, 38). </quote><p rend="text">Milioni di donne in tutta Italia sostano in lunghe file davanti ai seggi elettorali. Alcune sono semplicemente abbigliate, qualcuna, come in una giornata di festa, indossa l’abito nuovo (negli anni abbiamo raccolto testimonianze sull’abito nuovo confezionato per l’occasione). Attente alle indicazioni che sono giunte dai partiti e dai comitati elettorali, hanno evitato il rigo di rossetto nel timore di annullare la scheda che, all’epoca, andava sigillata. Le memorie hanno insistito sull’evento mettendo in rilievo il valore del voto. I sentimenti e le posizioni di coloro che furono chiamate a votare per la prima volta restano per molti versi insondabili, ma è altresì vero che le migliaia di firme raccolte dall’UDI durante la Settimana pro-voto, quei foglietti dove si susseguono nomi e cognomi di donne, scritture incerte di chi è poco avvezza a tenere la penna in mano e grafie dai tratti leggeri e sicuri, sono ancora oggi una testimonianza toccante del desiderio di molte di esprimere la propria volontà politica e del valore che vi attribuirono. Per le firmatarie di quella petizione gli obiettivi erano chiari, forte la consapevolezza, e recandosi alle urne provarono una qualche emozione rimasta purtroppo indecifrata dalla incuria del tempo. Pensieri ed emozioni dimenticate, disperse nei solchi di una memoria poco coltivata, solo di recente la tela del silenzio è stata squarciata e si è valorizzato il dato dell’autonomia di cui quella ricorrenza era colma: il 2 giugno 1946 – e qualche mese prima, in occasione delle consultazioni amministrative che si svolsero in alcune regioni – si vota libere da ogni ancoraggio alla famiglia, anche se nel dibattito furono diffuse e rilevanti le tentazioni in tal senso. Sole nel segreto della cabina elettorale, le italiane – professioniste, contadine e operaie, donne di diverse generazioni e classi sociali – furono libere di decidere. Come è stato osservato: </p><quote rend="quotation_b">La segretezza del voto ha un valore simbolico essenziale perché l’adulto è tagliato fuori da tutti i suoi ruoli nei sistemi di subordinazione che sono propri della famiglia, del quartiere, dell’organizzazione di lavoro, della chiesa, delle associazioni civiche, ed è indotto ad agire esclusivamente nel ruolo astratto di cittadino appartenente al sistema politico nel suo complesso (Rokkan 1970; Cavazza 2004, 263-89). </quote><p rend="text">Alle elezioni amministrative del 1946 votarono l’82% delle aventi diritto e il 2 giugno del 1946 l’89,2%. Si smentì così, in modo clamoroso, il timore diffuso ad arte dagli oppositori del suffragio, che l’‘analfabetismo politico’ delle donne le avrebbe dissuase dal recarsi alle urne. In fondo anche gli uomini erano ‘analfabeti’ politicamente dopo venti anni di fascismo: l’esperienza di un voto libero non era poi così radicata e matura in Italia neppure tra gli uomini (Zincone 1992), ma il giudizio negativo continuava a gravare soltanto sulle donne.</p><p rend="text">Le immagini pubblicate dalla stampa e i cinegiornali dell’epoca insistono sulla novità: mamme con bambini in braccio, anziane, suore, la popolare Anna Magnani, tutte sono alle prese con il primo voto. Le didascalie a commento richiamano agli «elettori di ogni sesso» che «formando lunghe code avanzano, lentamente, pazientemente, sotto il cocente sole». Calma e pazienza sono virtù indispensabili per le soste lunghissime, che a molte avranno ricordato quelle quotidiane davanti a forni e a fontane pubbliche in tempo di guerra: «la sosta si è protratta per 7 ore dando ragione ai previdenti che si erano portati la pagnottella»<hi rend="CharOverride-2"> </hi>(<hi rend="italic">La Tribuna illustrata </hi>1946) osserva un anonimo giornalista. Saranno queste cronache a conferire a quelle giornate il sapore di un’impresa memorabile, di una giornata storica<hi rend="CharOverride-2"> </hi>(<hi rend="italic">La Domenica</hi><hi rend="italic"> del Corriere </hi>1946). Gli entusiasmi non cancellano i tanti timori manifestati circa il «salto nel buio» rappresentato dall’elettorato femminile, né annullano il grido di allarme sul rovesciamento dei ruoli di genere causa di ogni nefandezza, anzi l’appuntamento elettorale è spesso definito «una parentesi» rispetto alla tradizionale routine familiare; mentre la stampa favorevole al voto insiste sulla partecipazione, posizione largamente condivisa dalle forze democratiche nel dopoguerra che individuavano nell’assunzione di responsabilità civiche, dunque, nella coniugazione diritti-doveri e, in quella che oggi definiamo «cittadinanza attiva» (Moro 1998; 2005) la più profonda rottura con il totalitarismo fascista. L’associazionismo femminile era consapevole che la cittadinanza politica non poteva pienamente realizzarsi senza le altre conquiste. Per tali ragioni tra il ’44 e il ’45 i temi principalmente affrontati, oltre al voto, riguardano il lavoro e le garanzie alla maternità e all’infanzia. Viene proposto un modello di cittadinanza societaria e operosa, una responsabilità affrontata in prima persona, e si prospettano diritti che impegnano lo Stato in un ruolo attivo. In sintesi, se i diritti sociali – come osservava Piero Calamandrei – «costituiscono la premessa indispensabile per assicurare a tutti i cittadini il godimento effettivo delle libertà politiche» (Bobbio 1997) ciò era ancor più vero per le donne alle quali spettavano molte incombenze domestiche: l’alleggerimento di quel carico di lavoro non retribuito era un passo necessario per la partecipazione sociale e politica. Parafrasando una grande protagonista di quella stagione, Maria Federici, si dovevano <hi rend="CharOverride-2">«</hi>rimescolare le carte della politica» (1969, 204), indirizzando il discorso sui diritti sociali che potevano tradursi in garanzie per la maternità e l’infanzia, in un alleggerimento del lavoro domestico e, dunque, in una porzione di tempo a disposizione da poter dedicare alla sfera pubblica. Questa impostazione, che produce un’estensione del campo semantico della cittadinanza democratica, con i suoi sbocchi nelle pratiche solidali: si pensi anche soltanto alla campagna <hi rend="italic">Salviamo l’infanzia!</hi>,<hi rend="italic"> </hi>un’infanzia strappata dalla guerra alla spensieratezza vittima di disagi, che si cerca di alleviare con l’apertura di colonie montane e marine, si pensi ai treni dell’accoglienza che salvano dalla denutrizione centinaia di bambini delle regioni più colpite dalla guerra), questa impostazione, dicevo, favorì l’accesso graduale alla sfera pubblica, aiutò lo sviluppo di una cultura solidale e prefigurò – come la storiografia ha ampiamente dimostrato – le moderne politiche di <hi rend="italic">Welfare</hi>.<hi rend="italic"> </hi>Pratiche sociali che si riconnettono strettamente al tradizionale lavoro di cura svolto dalle donne nella famiglia e, più in generale, nella sfera privata, quella virtù quotidiana della cura che esse trasferiscono quasi in linea ininterrotta nel privato, immettendovi nuove energie, competenza e prospettive di gestione della ‘cosa pubblica’.</p><p rend="text">Non senza difficoltà ma grazie a una concertazione politica tutt’altro che semplice, le 21 costituenti, le madri della Repubblica italiana, portarono nel dibattito alla Costituente queste istanze con l’obiettivo di garantire la parità che in quella stagione si traduceva anche e soprattutto nella coniugazione di maternità e lavoro, ed essere madre e lavoratrice agli occhi dei più un ossimoro.</p><p rend="text">Non mancarono divisioni, delusioni ma vale la pena ricordare il senso di soddisfazione provato da molte elette e le molte speranze, una sorta di proiezione collettiva verso il futuro che si rinvengono nelle memorie. </p></div><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">Atti e documenti della Democrazia Cristiana</hi><hi rend="italic"> 1943-1959</hi>. 1959. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="xml_04.html#footnote-003-backlink">1</ref></hi>	United Nations Economic and Social Council 1946<hi >; </hi>United Nations General Assembly 1946a.<hi > </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-002-backlink">2</ref></hi>	Fondazione Gramsci (Roma) Archivio partito comunista, fasc. 090 796, <hi rend="italic">I conferenza provinciale del </hi><hi rend="italic">Pci. 8-9 giugno 1945 Intervento Adele Bei</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="xml_04.html#footnote-001-backlink">3</ref></hi>	Fondazione Gramsci (Roma) Archivio partito comunista, Biografie Memorie Testimonianze, fasc. D. Ermini Roasio, <hi rend="italic">Ricordi sulla compagna Rita Montagnana</hi>, pp. 2-3.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-000-backlink">4</ref></hi>	Archivio Maria Comandini Calogero (Roma) Maria Comandini Calogero, <hi rend="italic">Considerazioni sul voto alle donne</hi>, s.d., minuta di articolo.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Patrizia Gabrielli, University of Siena, Italy, <ref target="mailto:patrizia.gabrielli@unisi.it">patrizia.gabrielli@unisi.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0001-5579-4686">0000-0001-5579-4686</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Patrizia Gabrielli, <hi rend="italic">Alle origini della Repubblica. Suffragio e cittadinanza nell’agenda politica delle donne,</hi> © Author(s), <ref target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">CC BY-SA</ref> 4.0, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.04">10.36253/979-12-215-0904-5.04</ref>, in Patrizia Gabrielli, Liliosa Azara (edited by), <hi rend="CharOverride-4">Suffragio, donne, partiti. Profili e temi</hi>, pp. -36, 2026, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0904-5, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5">10.36253/979-12-215-0904-5</ref></p></div></div>
      
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