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        <title type="main" level="a">Vita privata ed educazione alla convivenza democratica: Il Giornale dei Genitori di Ada Gobetti</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0001-9321-9367" type="ORCID">
            <forename>Francesca</forename>
            <surname>Borruso</surname>
            <placeName type="affiliation">Roma Tre University, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Suffragio, donne, partiti</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0904-5</idno>) by </resp>
          <name>Patrizia Gabrielli, Liliosa Azara</name>
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        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.07</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>In 1959, Ada Prospero Gobetti founded in Turin the monthly magazine Il Giornale dei genitori, which can be considered one of the most interesting journals of the time in the pedagogical area and benefited from the collaboration of important intellectuals. The magazine aimed to appeal to a broad audience, aiming to serve as a tool for cultural renewal of the family from a democratic-progressive perspective. Thus, the issues of gender and parents-children equality within the family, women status, intergenerational dialogue, and the necessary transformation of customs, mentalities, and educational practices emerged</p>
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            <item>Democracy</item>
            <item>Education</item>
            <item>Family</item>
            <item>Ada Gobetti</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.07<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.07" /></p>
      <div><head>Vita privata ed educazione alla convivenza democratica: <hi rend="italic">Il Giornale dei </hi><hi rend="italic">Genitori</hi> di Ada Gobetti</head><p rend="h1_author">Francesca Borruso</p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Abstract</hi>: In 1959, Ada Prospero Gobetti founded in Turin the monthly magazine <hi rend="italic">Il Giornale dei</hi><hi rend="italic"> genitori</hi>, which can be considered one of the most interesting journals of the time in the pedagogical area and benefited from the collaboration of important intellectuals. The magazine aimed to appeal to a broad audience, aiming to serve as a tool for cultural renewal of the family from a democratic-progressive perspective. Thus, the issues of gender and parents-children equality within the family, women status, intergenerational dialogue, and the necessary transformation of customs, mentalities, and educational practices emerged.</p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Keywords</hi>: Democracy, Education, Family, Ada Gobetti.</p><div><head>1. Verso un’educazione alla cittadinanza democratica</head><p rend="text"><hi rend="italic">Il Giornale dei Genitori</hi>, rivista fondata da Ada Prospero Marchesini Gobetti nel 1959 a Torino, va compresa e interpretata alla luce delle emergenze politiche e socio-culturali che muovono Ada e parte della sua generazione, quella composta dal variegato mondo degli antifascisti militanti già della prima ora (Gabrielli 2024), protagonisti della Resistenza e portatori di quel complesso di valori che si è incarnato nella nostra Costituzione repubblicana (Borruso 2022). Questioni che vedremo essere fondative della stessa vita democratica (Battaglia 1964; Cambi 1980). </p><p rend="text">Staffetta partigiana durante la Resistenza (Allason 1946, 8; Gobetti 1972; Bobbio 2009b), prima donna in Italia a ricoprire la carica di vicesindaco di Torino (accanto al sindaco comunista Giovanni Roveda) in rappresentanza del Partito d’Azione fino al 1946, iscritta al PCI dal 1956, scrittrice di libri per l’infanzia, traduttrice di letteratura inglese, pubblicista presso giornali e riviste su temi di attualità pedagogica (Marchesini Gobetti 1982; Arceri 2018), vedova dell’intellettuale antifascista Piero Gobetti<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-002">1</ref></hi></hi> (Gobetti 1924, 147; Bobbio 1986; 2009a) ucciso dai fascisti nel 1926 e di cui porterà il cognome tutta la vita (Alessandrone Perona 1990, 285; Borruso 2012), Ada viene travolta dall’urgenza della questione educativa proprio negli anni del passaggio dalla dittatura alla democrazia. Una sensibilità che connoterà, da questo momento in poi, il suo pensiero e la sua azione politica – quest’ultima intesa come la più alta forma di vita volta al bene comune –, e che Ada ha dovuto affrontare in prima persona come ricerca interiore, proprio come tanti della sua generazione (Gobetti, e Gobetti 1991). Gli uomini della Resistenza – scrive Giacomo Noventa (2014, 8), amico di Piero e Ada: </p><quote rend="quotation_b">avevano combattuto, prima ancora che contro il fascismo, contro sé stessi. Avevano dovuto mettere un segno interrogativo o negativo a tutto ciò che avevano pensato essi stessi, rompere tutti gli schemi, sconvolgere le proprie abitudini di ragazzi o di uomini, i propri rapporti familiari, sentimentali e sociali, in una parola tutto il proprio pensiero e la propria vita. </quote><p rend="text">Una frattura già espressa da Ada negli anni della giovinezza, quando insieme a Piero Gobetti condivide la sua militanza intellettuale collaborando alla redazione di <hi rend="italic">Energie Nove</hi> e disattendendo alle richieste piccolo-borghesi della sua famiglia d’origine (Borruso 2012, 144-45); e poi vedova di Piero, dal 1926, mantenendo un comportamento di coerente distanza dal regime, prima silente, poi invece militante diventando staffetta partigiana. Eppure, l’Ada del secondo dopoguerra ha maturato ancora una nuova declinazione della sua azione politica, non più connotata da quella ‘eroica’ diversità esistenziale tipica della giovinezza, bensì «onesta volontà di sacrificio» concreta e operativa: </p><quote rend="quotation_b">Imbevuta inguaribilmente del quarantottesco patriottismo di cui s’era nutrita la mia esaltata adolescenza, sognavo, forse senza ben confessarmelo, gesta fiammeggiane e gloriose in cui avrei potuto degnamente concludere l’aspirazione eroica, sempre viva e sempre frustrata, di tutta la mia vita. Ma pur riconoscendo i limiti e le tare d’origine, posso dire in coscienza che tale mio desiderio non era superficiale retorica, ma onesta volontà di sacrificio (Gobetti 1972, 352).</quote><p rend="text">Fra le emergenze educative che Ada avverte come decisive vi è proprio l’educazione alla vita democratica in una prospettiva fortemente deweyana e azionista insieme: ossia democrazia da intendersi non solo come nuova forma degli assetti istituzionali (regole, procedure, meccanismi), ma come nuova grammatica delle relazioni interpersonali. Cosicché, sulla scia delle idee di alcuni dei grandi teorici azionisti – come Guido Calogero, Ferruccio Parri, Emilio Lussu, Ernesto Rossi, Piero Calamandrei – per Ada democrazia è un modo di stare al mondo con gli altri, anzi in modo più preciso, è un modo che implica strutturalmente il tener conto degli altri, all’interno di una cultura che ha fra i suoi assi portanti i valori della solidarietà e della giustizia sociale; in cui gli individui vanno educati al dialogo paritario e democratico, che significa sì diritto di parlare ma anche dovere di ascoltare le idee, le sofferenze, i desideri altrui; in cui la tolleranza va intesa non solo come rispetto dell’altro, ma anche come limite all’esercizio dei propri diritti e della propria libertà. Andava così creata una nuova cultura politica assetata di rinnovamento etico e una nuova generazione di cittadini che avessero la capacità di evitare le colpe dei padri, in primis il culto della personalità e l’identificazione con un capo-demiurgo, ma anche il particolarismo, il conformismo, l’apatia politica, la strumentalizzazione delle istituzioni per i propri personali interessi. Ma questo processo di defascistizzazione e di educazione alla cultura democratica era un processo lungo e complesso che avrebbe dovuto operare su più livelli. Nella scuola pubblica, ad esempio, la penetrazione su vasta scala del pensiero deweyano con la sua idea di educazione democratica non sarà agile. Scrive Cives negli anni Sessanta: </p><quote rend="quotation_b">L’ondata deweyana non ha superato i confini di una ristrettissima élite e di essa alla scuola italiana non sono giunti, indirettamente, che deformati slogans, equivoci e mezzi concetti deformati. Vale a dire nulla, oppure peggio di nulla (1962, 22). </quote><p rend="text">Inoltre, se la questione normativa doveva affrontare il passaggio da una democrazia formale ad una sostanziale – ossia tradurre in legge ordinaria la Costituzione Repubblicana (cosa che avverrà a partire dai primi governi di centro-sinistra degli anni sessanta) –, la trasformazione della vita privata, delle mentalità, dei costumi, delle dinamiche comunicative interpersonali era una questione molto più complessa che doveva frantumare abitudini, tabù millenari, assetti di potere patriarcali consolidati, miti e immaginari che avevano contribuito a costruire subalternità, differenze, disparità. La costruzione della democrazia, insomma, per citare Guido Calogero, richiedeva una vasta opera educativa proiettata nel futuro e nel lungo periodo, che attraversasse le generazioni e che rendesse habitus mentale vivere, sentire, agire democraticamente con e insieme agli altri. </p><p rend="text">Ma per intervenire dentro la vita privata della famiglia italiana, che in quegli anni era ancora una monarchia, andava frantumato il muro della vita privata, che si ergeva forte e granitico da secoli, e che impediva di scompaginare gli assetti di una famiglia borghese ancora gerarchica e patriarcale, «una buia e chiusa fortezza, dominata da egoismi tribali e da prepotenti diffidenze»<hi rend="CharOverride-1"> </hi>(Gobetti 1960). Una famiglia in cui vige, ancora in quegli anni, una spietata disparità fra i sessi e fra genitori e figli (Sineau 1992): cosicché, se le donne – educate alla sottomissione, all’oblatività, alla domesticità, genitrici dei figli del padre (di cui portano il cognome amputando quello materno, e alla cui potestà sono soggetti – sono di fatto escluse dalla vita politica e sociale e giuridicamente escluse da alcune professioni intellettuali, per i figli esistono ancora rapporti di deferenza e distanza (per citare una definizione cara a Marzio Barbagli, 1984) verso i propri genitori. Si distinguono ancora in figli legittimi e naturali (distinzione abolita in parte nel 1975, definitivamente solo nel 2012), sono destinatari di un’educazione diversa in base al sesso di appartenenza, per lo più costretti a replicare l’identico, avvolti dai silenzi familiari che costruiscono tabù, illibertà, gerarchie, divieti di autodeterminazione esistenziale (Ulivieri 1999; Covato 2014). Così si racconteranno i protagonisti di quel Sessantotto che metterà sotto accusa anche la famiglia e un intero sistema sociale (Socrate 2018; Pironi 2020). E proprio dentro questo segmento sociale, considerato il più inespugnabile della storia del diritto, Ada vuole collocare la sua azione politica. </p><p rend="text"><hi rend="italic">Il Giornale</hi><hi rend="italic"> dei genitori</hi>, così, che negli anni si avvarrà della collaborazione di grandi intellettuali provenienti dalle più disparate realtà come Bianca Guidetti Serra, Elena Gianini Belotti, Lucio Lombardo Radice, Goffredo Fofi, Dina Bertoni Jovine, Gianni Rodari (che sarà direttore dopo la morte di Ada, dal 1968 al 1977), dichiara il suo scopo sin dagli esordi: «aiutare i padri e le madri a risolvere, in senso democratico e progressista, sia nell’impostazione ideale sia nella pratica quotidiana, il problema dell’educazione dei figli» (Gobetti 1959, 2). Il GG non intende fornire soluzioni, ricette precostituite, bensì vuole essere uno strumento di lavoro che permetta ai genitori – spesso impreparati a ricoprire questo ruolo in una società sempre più complessa e, al contempo, carica di contraddizioni e di ritardi culturali – di risolvere in autonomia e nelle prassi quotidiane i problemi emergenti di carattere educativo, offrire spunti di interpretazione sul dialogo intergenerazionale, alimentare il dialogo fra la famiglia e la scuola, fornire esempi concreti su come declinare un’educazione attiva, libertaria, antifascista e democratica. Scritta in un linguaggio semplice e ricca di immagini che ne rendano più seduttiva la fruizione, la rivista intende rivolgersi ad un pubblico vasto, popolare, alla «gente comune», con l’obiettivo sia di affrancare il discorso educativo dal monopolio degli specialismi e dei tecnicismi rendendolo invece «coscienza pedagogica diffusa», almeno a partire dagli «strati attivi e progressisti del nostro Paese» (Gobetti 1953), sia uno strumento di rinnovamento e avanzamento culturale della società in prospettiva democratico-progressista. Le rubriche articolate per temi spaziavano dall’analisi della produzione mass mediatica emergente – cinema, libri, musica – ai consigli pratici sull’educazione, sull’alimentazione, sul vestiario, sui giochi; dalla sezione <hi rend="italic">Lettera del direttore</hi>, scritta in collaborazione con la Scuola dei genitori di Milano alla <hi rend="italic">Banca </hi><hi rend="italic">dei consigli</hi> contenente le lettere dei lettori e delle lettrici; ancora, c’era una rubrica sui giochi curata inizialmente da Goffredo Fofi; infine, le schede-libri della rivista <hi rend="italic">Scuola e città</hi> (Arceri, LXXI). È emblematica del clima di contrapposizione politica e culturale l’accoglienza che la stampa di allora riserva alla rivista: così, se per la rivista dell’Istituto cattolico dell’educazione la rivista viene considerata «un nuovo organo della propaganda comunista» da evitare, <hi rend="italic">Paese Sera </hi>ne loda la concezione non libresca dei problemi educativi e l’aderenza alla realtà, mentre <hi rend="italic">La Riforma della scuola </hi>evidenzia «l’impostazione di grande apertura con cui si guarda al problema» (Arceri, LXXI).</p></div><div><head>2. «Siamo tutti educatori». Temi e questioni</head><p rend="text">L’ideale educativo di Ada, maturato soprattutto nel corso degli anni Cinquanta, è un complesso incontro che integra, incastra, mette in dialogo la sua autobiografia con il pensiero gobettiano, con quello azionista dell’età matura, con l’attivismo pedagogico deweyano (la sua tesi di laurea è centrata sul pragmatismo anglo-americano), con le tecniche frenettiane che ispireranno l’MCE, con il pensiero gramsciano, con quello sulla non violenza di Aldo Capitini (Catarci 2007) e Danilo Dolci (Schirripa 2010). Ancora, partecipa attivamente al sorgere delle organizzazioni femminili di sinistra nel secondo dopoguerra, mettendo al centro della sua riflessione il tema dell’emancipazione femminile.</p><p rend="text">«La vita è lavoro, è lotta, è rinnovamento, è progresso continuo» (Gobetti 1953, 1). In questa lotta incessante dell’uomo con l’ambiente, l’educazione emerge come strumento di liberazione dell’uomo dai pregiudizi che arrestano il suo cammino, come sviluppo e progresso individuale e sociale (Marchesini Gobetti 1954). Ecco perché </p><quote rend="quotation_b">i lati negativi della vita (lo sfruttamento, il male, il dolore) […] vanno rivelati e indicati ai nostri figli come i nemici contro cui dovranno combattere con tutte le loro forze […], con tutto il loro vigore umano, in una completa solidarietà con gli altri uomini (Gobetti 1953, 3). </quote><p rend="text">La disobbedienza civile e la resistenza passiva – come quella di Bertrand Russell per il disarmo nucleare, di Aldo Capitini con le sue marce per la pace, di Danilo Dolci con il suo «sciopero al contrario» (Calamandrei 1966) che si realizzano in quegli anni – vengono indicati come esempi da seguire perché forgiano nuove armi di difesa e di razionale battaglia per il cambiamento sociale (Marchesini Gobetti 1962). </p><p rend="text">Ancora, Ada pensa ad un’educazione che punti ad una formazione globale dell’uomo secondo l’insegnamento di Gramsci, che sia onnilaterale (Meta 2019), – non solo fra mente e affetti, fra intelletto ed esperienza, fra teoria e prassi, – ma anche in relazione al recupero di una nuova etica sociale che integri vita pubblica e privata, perché «non si può essere un cattivo padre e un buon cittadino» (Marchesini Gobetti 1967b, 9). Una considerazione che ribadisce l’importanza di porre in essere quelle virtù civiche sia nella vita privata sia nella vita pubblica, in contrasto con i malcostumi diffusi dei ceti dirigenti, con le apparenze di facciata, con le pratiche di una doppia morale capace di scindersi dai costumi condivisi: ritenute tutte forme di sabotaggio alla realizzazione di una vita democratica. Un discorso ancora presente negli anni successivi, se pensiamo alla questione morale posta da Berlinguer negli anni Ottanta come una emergenza della vita democratica (1981). </p><p rend="text">Queste alcune delle riflessioni emblematiche che emergono dalle pagine della rivista, negli anni della direzione di Ada Gobetti (1959-1968). In prima istanza è espresso il timore di una frattura generazionale sulla trasmissione dei valori democratici i quali, per sopravvivere, hanno bisogno di essere sì esperiti, ma anche trasmessi, perpetuati, perfezionati nel tempo. Il rischio di perdere ciò che una generazione aveva tanto faticosamente costruito, sacrificando in alcuni casi la propria stessa vita in vista della costituzione di una società democratica (Marchesini Gobetti 1964b), è una preoccupazione presente. Si tratta di una questione essenziale ed intrinseca perché la democrazia si sarebbe potuta costruire solo nel lungo periodo e il progetto richiedeva il concorso di numerose generazioni al suo interno. Il disorientamento, inoltre, di giovani e adulti, Ada lo interpreta già in quegli anni come un cortocircuito nella comunicazione intergenerazionale, causato dall’irrisolta elaborazione dell’educazione autoritaria del passato, che era stata interiorizzata, riproposta malamente alle nuove generazioni fra mille contraddizioni e che rendeva, i giovani adulti degli anni Cinquanta, individui sospesi, eterni adolescenti, privi di modelli da proporre ai figli, anche solo per essere oggetto di contestazione filiale (Marchesini Gobetti 1960b). </p><p rend="text">Già a partire dal 1960 la rivista affronta il tema di una necessaria educazione sessuale dei giovani che andrebbe assolta sia dalla scuola sia dalla famiglia in contrapposizione ai silenzi educativi posti in essere dalle generazioni precedenti (Marchesini Gobetti 1960a). La rivista affronta temi che sono veri e propri tabù per quel momento storico – come i rapporti pre-matrimoniali, l’autoerotismo, la contraccezione, l’aborto, l’omosessualità – evidenziando gli effetti di una rimozione educativa di lunga data che si riflette sulla clandestinità delle scelte giovanili e sulla loro solitudine esistenziale (Marchesini Gobetti 1964a). Ada Gobetti sostiene la necessità di un’educazione sessuale che non sia la semplice informazione medico-sanitaria – come le stesse correnti progressiste intendevano proporre in quegli anni – bensì individuazione, elaborazione di un’etica sessuale nuova, alimentata da nuovi valori non più coincidenti con quelli della famiglia borghese (verginità, matrimonio, sottomissione femminile, sesso e riproduzione), e in cui il sesso sia esperienza formativa, ossia incontro tra due esseri umani liberi, consapevoli, animati da un sentimento reciproco, e, al contempo, «progresso individuale, acquisizione della gioia di vivere» (Marchesini Gobetti 1960a). Combattere contro la rigida morale tradizionale sessuofobica significa per Ada combattere contro il mantenimento «della distribuzione del potere nella famiglia e nella società»; significa combattere contro la «strumentalizzazione del sesso a fini commerciali ed economici» (Marchesini Gobetti 1967a)<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-001">2</ref></hi></hi>, che mercifica sempre di più il corpo della donna rendendola oggetto passivo e funzionale alla proiezione di un desiderio maschile (Irigaray 1976; Shorter 1984; Cagnolati, Pinto Minerva, e Ulivieri 2013). Inoltre, questa famiglia borghese secondo Ada annega nelle contraddizioni culturali perché, se da un canto colpevolizza le curiosità sessuali dei giovani adolescenti, d’altro canto accoglie senza fiatare la mercificazione del sesso e del corpo femminile, operata dalle società dei consumi «attraverso le immagini dello schermo, le pagine dei rotocalchi, i manifesti pubblicitari» (Marchesini Gobetti 1960a, 11). </p><p rend="text">È bene ricordare che, in quegli anni, il dibattito sull’educazione sessuale che avrebbe inevitabilmente portato con sé il tema dell’emancipazione femminile, esplicitava con chiarezza la paura diffusa di dissolvere un ordine costituito, cosicché le stesse forze più progressiste avvertivano la necessità di governare questo mutamento della morale sessuale. La stessa élite progressista, insomma, in molti casi, si muoveva con circospezione quando si trattava della vita privata, poiché condivideva sì la necessità di rinnovare i costumi presenti all’interno della vita familiare, purché ciò avvenisse senza distruggere quell’ideale di famiglia, nella realtà forse inesistente, che si riteneva essere un insostituibile collante sociale, un patrimonio culturale da preservare. Lo stesso PCI negli anni Cinquanta e Sessanta si occupava di questione femminile solo in relazione al lavoro, ma accantonava la questione tutte le volte che potessero essere coinvolti i rapporti familiari o la conflittualità fra i sessi (Casalini 2010; Pons 2020; Forenza 2024). </p><p rend="text">Nella realtà, la morale sessuale della famiglia italiana era, sostanzialmente, quella che descriveva la giornalista Anna Garofalo, secondo la quale l’illibatezza rappresentava il «capitale che la donna offriva alla famiglia dello sposo», e la verginità ancora uno dei valori su cui fondare la solidità della famiglia borghese (Casalini 2010, 57), in modo analogo alle testimonianze che Pier Paolo Pasolini raccoglieva nel 1963, nel suo celebre documentario <hi rend="italic">Comizi d’amore</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in cui gli italiani ribadivano l’importanza della sottomissione femminile al progetto familiare. </p><p rend="text">Ancora, il tema della scarsa presenza femminile nella vita politica e sociale è affrontato con sistematica scientificità da Ada. In prima istanza viene messo sotto accusa il consumismo delle moderne società capitalistiche che alimenta nuove forme di alienazione e sottomissione, privando gli individui della propria capacità critica e quindi – secondo l’interpretazione marcusiana – anche della propria aggressività. Ada sposa l’interpretazione che il consumismo si traduca in una forma occulta di dominio (Marcuse 1972) che si abbatte anche sulle donne<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-000">3</ref></hi></hi>, rallentando il loro percorso di emancipazione. Celebre in quegli anni l’analisi di Betty Friedan che individua negli interessi del capitalismo la messa a punto di una nuova mistica della femminilità funzionale al consumismo – la felice casalinga sommersa dai suoi elettrodomestici – che alimenta in America una impennata nel tasso di abbandono scolastico femminile e una anticipazione della scelta matrimoniale (1964). </p><p rend="text">Fra gli appelli – numerosi – che Ada scrive per coinvolgere le donne nella vita politica e sociale di una nascente democrazia ancora allo stato embrionale, celebre quello in cui richiama lo spirito ideale delle prime feste dell’8 marzo, quelle celebrate poco dopo la Liberazione, quando le donne, consapevoli di essere diventate finalmente protagoniste della storia, aspiravano a riconquistare la propria umanità negata insieme ai propri diritti: ad essere «come e insieme agli uomini, un essere saldamente e luminosamente umano» (Marchesini Gobetti 1965). Come è noto la società di quegli anni non è ancora pronta ad accogliere il nuovo che avanza, cosicché il processo di individuazione delle giovani donne sarà frammentato e prevalentemente individuale, spesso debole e occultato nella sua significatività, un percorso «dei piccoli passi» lo definirà Simonetta Piccone Stella (1993, 142). E anche se tante donne avevano operato nella Resistenza, e poi avevano partecipato alla costituzione della Repubblica italiana – sia attraverso il diritto di voto, sia attraverso la rappresentanza di alcune donne all’Assemblea Costituente e poi in Parlamento – i giornali femminili continuano a raccomandare alle donne di essere miti, dolci e sottomesse con i loro uomini. Persino lo stesso giornale di sinistra <hi rend="italic">Noi Donne</hi> raccomanda: «Dovrai essere molto arrendevole, non dovrai imporre la tua volontà, dovrai far vedere che hai fatto progressi nel tenere la casa» (Mafai 2008, 290). Dovremo aspettare gli anni della direzione di Giuliana Dal Pozzo negli anni Settanta, perché la rivista <hi rend="italic">Noi donne</hi> inauguri un nuovo corso, decisamente più sensibile alle questioni di genere, affrontando i temi dell’aborto, della contraccezione, del divorzio, della violenza domestica, dell’accesso all’istruzione, delle discriminazioni lavorative e disvelando, al contempo, una sotterranea connivenza delle donne alla cultura discriminatoria. Emblematico in tal senso è uno dei primi articoli apparsi sotto la nuova direzione dal titolo emblematico “I figli, quanti ne vogliamo, quando li vogliamo” che, come dice Maria Casalini, nel clima dell’epoca, doveva sembrare quasi una bestemmia (2010, 169). </p><p rend="text">E sono pochi gli uomini progressisti che affiancano le donne in questa battaglia. Nel 1963 una ricerca di carattere sociologico, denunciava le ipocrisie della società italiana anche all’interno dell’élite intellettuali </p><quote rend="quotation_b">che applaudono volentieri chi parla con accenti di passione all’avanzata delle donne come della marcia travolgente di un esercito ormai vittorioso e vanno a casa a controllare che l’avanzata risparmi loro, se possibile, tutti quei disagi di cui tutti più o meno si lamentano (Cesareo 1963).</quote><p rend="text">L’appello dell’8 marzo può servirci per comprendere meglio l’orizzonte valoriale del pensiero di Ada Gobetti e delle frange progressiste di quegli anni. Si, è l’ideale di una società democratica come abbiamo già detto, composta da uomini e donne che interagiscano su un piano di parità autentica e sostanziale, ma di una democrazia fondata sul principio di una pedagogia della cooperazione ai processi sociali. Quest’idea della solidarietà cooperativa, affrontato da numerosi studiosi in quegli anni ed espressione di un’approfondita riflessione dell’attivismo pedagogico deweyano (Borghi 1967; 1972) è una esperienza vissuta e testata da Ada nella sua autobiografia e ritenuta, perciò, insostituibile per generare cambiamento e vita democratica. Essa solo è capace di espandere la vitalità degli individui, a differenza del calcolo privatistico che non torna utile alla sopravvivenza di nessuno. Una società fondata sulla partecipazione attiva, solidale e cooperativa, risolutiva al dolore degli altri senza alcuna contropartita utilitaristica, bensì come dovere etico e aumento di significato della nostra vita. </p></div><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Alessandrone Perona, Ersilia. 1990. “Il sistema Ada-Piero. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-002-backlink">1</ref></hi>	Intellettuale liberale e antifascista, editore e animatore culturale di straordinaria capacità, ucciso a seguito del pestaggio ad opera di una squadra fascista. Il pestaggio viene narrato dallo stesso Piero (1924, 147).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-001-backlink">2</ref></hi>	L’intervento è la riproposizione di un intervento di Ada al Convegno sull’educazione sessuale promosso dal CADD (Comitato per l’Affermazione dei diritti della donna) a Bologna.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-000-backlink">3</ref></hi>	L’analisi di Marcuse evidenziava come il passaggio dalla servitù volontaria, che esiste nelle società opulente, alla libertà presuppone l’abolizione dei meccanismi di repressione e cioè riforme di struttura. Ma queste implicano un nuovo stile di vita da parte dell’individuo, poiché la massificazione operata dai mass media, dai sistemi tecnologici di comunicazione, dalla propaganda, e la soddisfazione dei bisogni attuata dalla società tecnologica, spuntano ogni aggressività degli individui.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Francesca Borruso, Roma Tre University, Italy, <ref target="mailto:francesca.borruso@uniroma3.it">francesca.borruso@uniroma3.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0001-9321-9367">0000-0001-9321-9367</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Francesca Borruso, <hi rend="italic">Vita privata ed educazione alla convivenza democratica: Il Giornale dei Genitori di Ada Gobetti,</hi> © Author(s), <ref target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">CC BY-SA</ref> 4.0, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.07">10.36253/979-12-215-0904-5.07</ref>, in Patrizia Gabrielli, Liliosa Azara (edited by), <hi rend="CharOverride-3">Suffragio, donne, partiti. Profili e temi</hi>, pp. -72, 2026, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0904-5, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5">10.36253/979-12-215-0904-5</ref></p></div></div>
      
      <div>
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