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        <title type="main" level="a">L’altra metà della DC. Le donne della Democrazia Cristiana nella costruzione della Repubblica italiana</title>
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          <resp>This is a section of <title>Suffragio, donne, partiti</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0904-5</idno>) by </resp>
          <name>Patrizia Gabrielli, Liliosa Azara</name>
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        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.09</idno>
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        <p>The following paper retraces the role of the women belonging to the Christian Democracy party in shaping the Italian Republic, from the Resistance to the Constituent Assembly and the first legislatures. From analysing the political biographies of the nine DC members elected in 1946, the key issues of Catholic female emancipation are explored: the relationship between spirituality, citizenship, and participation, the tension between tradition and modernity, and the fragile balance between family mission and public engagement defining women’s political identity in post-war Italy.</p>
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            <item>Women and politics</item>
            <item>Christian Democracy</item>
            <item>Female citizenship</item>
            <item>Resistance</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.09<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.09" /></p>
      <div><head>L’altra metà della DC. Le donne della Democrazia Cristiana nella costruzione della Repubblica italiana</head><p rend="h1_author">Liliosa Azara </p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Abstract</hi>: The following paper retraces the role of the women belonging to the Christian Democracy party in shaping the Italian Republic, from the Resistance to the Constituent Assembly and the first legislatures. From analysing the political biographies of the nine DC members elected in 1946, the key issues of Catholic female emancipation are explored: the relationship between spirituality, citizenship, and participation, the tension between tradition and modernity, and the fragile balance between family mission and public engagement defining women’s political identity in post-war Italy.</p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Keywords</hi>: Women and politics, Christian Democracy, Female citizenship, Resistance.</p><div><head><hi >1. </hi>Dal suffragio alla rappresentanza: la nascita della cittadinanza femminile</head><p rend="text">La data del 2 giugno 1946 è giustamente considerata uno spartiacque cruciale nella storia italiana per più d’una ragione: con lo strumento referendario, gli elettori – e, per la prima volta a livello nazionale, le elettrici – scelsero di abbandonare la forma di governo monarchica per passare a quella repubblicana e composero l’Assemblea Costituente con il compito di redigere la Costituzione italiana, che sarebbe entrata in vigore due anni dopo.</p><p rend="text">Che proprio questa occasione abbia rappresentato il debutto femminile alle urne, in particolare, merita uno spazio di attenzione dedicato. Le ultime elezioni ‘libere’ in Italia risalivano al 1924, all’alba del ventennio fascista, e anche in quel caso si era comunque trattato di un processo democratico solamente nella forma, come denunciato dal socialista Giacomo Matteotti prima di essere assassinato in un attacco squadrista. Nel Paese esisteva dunque un’intera generazione, nata durante il fascismo o poco prima, che non aveva alcuna contezza del significato materiale del voto, tantomeno politico o istituzionale. Per le donne la situazione era ancora più complicata, essendo loro precluso l’accesso al corpo elettorale anche nell’Italia liberale prefascista, e questo aspetto avrebbe condizionato la politica delle democristiane in Costituente e negli anni immediatamente successivi. </p><p rend="text">A dimostrazione di quanto ancora oggi il 2 giugno 1946 sia percepito come un passaggio epocale nella storia italiana, e più nello specifico nella storia dei diritti civili e di genere, vi è l’enorme successo avuto nel 2023 dal film <hi rend="italic">C’è Ancora Domani</hi>, debutto alla regia di Paola Cortellesi, assurto in breve tempo a vero e proprio fenomeno di massa, che ha aperto la strada, tra gli altri temi, a un revival del dibattito sul suffragio femminile e, più in generale, sull’equità di genere nelle istituzioni. Già all’epoca molte donne contemporanee si erano rese conto della portata storica che quell’evento potesse recare; tra loro vi era, ad esempio, Maria Federici Agamben, democristiana, futuro membro della Costituente e penna importante per <hi rend="italic">Il </hi><hi rend="italic">Popolo</hi> e <hi rend="italic">Azione Femminile</hi>, che attraverso il CIF (Centro Italiano Femminile) (Chiaia 2014), fondato nel 1945 dalla Santa Sede e di cui fu la prima presidente (1945-1950), si batté affinché le donne venissero educate al voto e potessero esprimersi con coscienza e consapevolezza, senza subire l’influenza maschile, per esempio dei mariti o dei padri (Canavero 2020).</p><p rend="text">È documentato come il movimento femminile della DC si impegnò intensamente in questa fase per educare e portare le donne al voto, segnando un momento di grande inedita partecipazione femminile anche nelle prese di parola pubbliche nei comizi (Galeotti 2006; Gabrielli 2016). </p><p rend="text">Il movimento ebbe un ruolo rilevante intra ed extra partito in tal senso fino agli anni Settanta, nei quali le posizioni assunte su temi sensibili come aborto e divorzio (Gaiotti de Biase 2002) furono all’origine di contraddizioni e divaricazioni ideologiche, scivolate progressivamente verso una perdita di attrazione presso la società civile. </p><p rend="text">Delle ventuno donne elette in Assemblea Costituente: nove per la Democrazia Cristiana, nove per il Partito Comunista, due per il Partito Socialista e una per l’Uomo Qualunque (D’amico e D’amico 2020). Del profilo e dell’attività di Laura Bianchini, Elisabetta (Elsa) Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici Agamben, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Maria Nicotra e Vittoria Titomanlio, le nove elette DC, la storiografia ha offerto una ricostruzione dei percorsi ideali, culturali e politici. Molte avviano l’attività politica durante gli anni del fascismo all’interno dell’associazionismo cattolico, cui il regime aveva lasciato, a differenza delle altre organizzazioni politiche, uno spazio di autonomia, e in questo ambito acquisiscono consapevolezza di possibili traguardi e nuovi ruoli femminili. In coincidenza con la stipula dei Patti Lateranensi (1929), le donne cristiane impegnate in politica non sono costrette a dispiegare la propria attività in associazioni interne al Partito Nazionale Fascista (PNF), nello specifico i Fasci Femminili, potendo abbracciare una prospettiva politica e culturale distante dalla concezione fascista di un femminile che si esaurisce nel ruolo di moglie e madre. </p><p rend="text">Con la fondazione della Democrazia Cristiana (1943), molte donne erano pronte, grazie all’esperienza pregressa, ad assumere ruoli dirigenziali e di impegno diretto (Dawes 2014). Un significativo numero di esse proveniva dalla FUCI (Giuntella 2000), il movimento dei cattolici universitari, tra queste Maria De Unterrichter Jervolino (Violi 2014), che ne fu presidente nazionale dal 1925 al 1929. Nella FUCI le posizioni ideali incarnate dalle donne hanno carattere innovativo. Da un carteggio con Iginio Righetti di oltre mille lettere, pubblicate da Nicola Antonetti (1979), si evince che Angela Gotelli è impegnata su un progetto unitario fucino, sostiene che studenti di entrambi i generi debbano frequentare insieme attività ricreative, culturali e politiche, destando scandalo negli ambienti cattolici, dove in quel periodo vige la separatezza fisica quale argine alla promiscuità sessuale. Gotelli insiste sull’esperienza dell’amicizia mista tra maschi e femmine, convinta che possa contribuire ad una elevazione culturale, politica e spirituale per entrambi i generi. In questa fase, altre entrano nella Gioventù Femminile di Azione Cattolica (GFAC), fondata da Armida Barelli (1918): tra queste Vittoria Titomanlio, eletta dopo nel collegio elettorale di Napoli dalla I alla IV legislatura, impegnata sui temi della tutela delle donne lavoratrici e dell’autonomia regionale, o Maria Nicotra, iscritta alla sezione catanese, di cui diviene in seguito presidente diocesana. Altre ancora militano in entrambi i movimenti: è il caso di Filomena Delli Castelli (Verna e Rossi 2006) la quale ha un ruolo rilevante nel primo nucleo abruzzese della DC, guidato da Giuseppe Spataro. Occorre ricordare che già il Partito Popolare di Sturzo aveva aperto, nel gennaio 1919, alla partecipazione femminile e all’estensione del voto alle donne, che secondo la logica popolarista del PPI, rappresentava un modo per scardinare la rigidità accentratrice dello stato liberale e dell’idea elitaria di partecipazione politica basata sul censo. Un orientamento riflesso anche nelle norme delle singole sezioni di partito, che prevedevano la partecipazione delle donne alle assemblee e alle elezioni interne come ogni altro tesserato (Falcucci 1969). La storia di Angela Maria Guidi Cingolani (Mattesini 2020) è emblematica: muove i suoi primi passi in politica nel PPI, divenendo segretaria della sezione romana del partito e impegnandosi sul terreno dell’assistenza agli orfani di guerra e della dignità femminile. Non mancano alcune contraddizioni: basti pensare alla visione promossa in quegli stessi anni da Elena Da Persico, anch’ella iscritta al PPI, la quale, pur sostenendo la dignità femminile, vanta idee conservatrici circa l’autorità maschile all’interno della famiglia. </p><p rend="text">La grande novità della fase successiva, che prese avvio tra la fine del fascismo e l’inizio del nuovo assetto repubblicano, risiede nella concezione delle donne in politica, non più obbligate a rinunciare a matrimonio e maternità, essendo il modello di attivista moglie-madre consentito nei partiti di massa. Esse trovano spazio soprattutto nel movimento femminile della DC, che si sviluppa negli ultimi anni della guerra, una tappa del percorso di genere all’interno della Democrazia Cristiana che mette in luce come il dissidio tra missione familiare e vita politica per le donne sia ormai retaggio del passato, mentre è lo stesso privato, ora, a diventare politica.</p></div><div><head><hi >2. </hi>Spiritualità, Resistenza e impegno civile: il laboratorio cattolico delle donne DC</head><p rend="text">Molte donne della DC parteciparono attivamente nella Resistenza, momento decisivo grazie al quale assunsero anche ruoli dirigenziali, con una significativa espansione dello spazio politico di azione (Bravo e Bruzzone 1995; Bellina e Sega 2004). È noto che Tina Anselmi, appena diciottenne, entra a far parte della brigata Cesare Battisti ed è componente del gruppo che deve trattare la resa dei nazisti a Castelfranco Veneto. Non semplice staffetta, dunque, ma spinta dalla «volontà di rendersi utile», come recentemente ha scritto Alba Lazzaretto in un volume dedicato alla <hi rend="italic">Donna delle riforme sociali </hi>(2025), Tina Anselmi assume una posizione di rilievo riconosciutale dopo la guerra con il conferimento del titolo di «partigiana combattente» (Anselmi e Vinci 2006; Pitteri 2018). Una simile esperienza accomuna anche Laura Bianchini e Angela Gotelli; la prima (Marsala 2022), dopo l’otto settembre, ospita incontri antifascisti nella sua casa di Brescia. Ricercata, si rifugia a Milano, e dalle fiamme verdi riceve l’incarico di coordinare la stampa clandestina, entrando nella redazione de <hi rend="italic">Il</hi> <hi rend="italic">Ribelle</hi>. Da qui riflette sulla crucialità di una educazione alla pace ispirata ai valori cristiani, concepita quale base su cui edificare una democrazia nuova. Con la nomina, nel 1944, nel comitato esecutivo ristretto della Democrazia Cristiana settentrionale, prende avvio il suo percorso politico; il fratello di Alcide De Gasperi, Augusto, le affida il compito di formare gruppi femminili per la Democrazia Cristiana. Partecipa, a Roma, ai lavori della Consulta nazionale, invitata dalla dirigenza democristiana, dove è eletta segretaria della commissione Istruzione e Belle Arti. Diventa, infine, responsabile per la stampa del movimento femminile della Democrazia Cristiana grazie alla notorietà che le procura la guida  de <hi rend="italic">Il Ribelle</hi>. Per un altro verso, Angela Gotelli (Carozza 2023), durante la guerra, frequenta un corso da crocerossina per poi abbracciare l’esperienza resistenziale in provincia di Parma e La Spezia, impegnandosi in funzioni di collegamento e, nel 1944, tratta con i nazisti per uno scambio di prigionieri. È una delle poche donne invitate a Camaldoli, nel 1943, per la riflessione sul manifesto da cui emergono i temi al centro della sua idea politica: dignità della persona, rifiuto di una visione totalitaria della politica, abbandono della categoria di Stato confessionale in favore della libertà religiosa, superamento del corporativismo cristiano e diritto al lavoro. In Assemblea Costituente è la sola donna eletta in Liguria e, al referendum istituzionale del 1946, sceglie la Repubblica, rivelando dopo diversi decenni, in un convegno dell’associazione degli ex parlamentari, la convinzione profonda di quell’orientamento: </p><quote rend="quotation_b">eravamo tutte donne, con esperienze e sofferenze proprie, […] unite nel desiderio di ricostruire la patria devastata, nella fondazione consapevole e coraggiosa di un nuovo ordinamento. Alle spalle, né per il periodo fascista, né per il periodo prefascista, trovavamo qualcosa che rispondesse al pieno dei nostri desideri e che ci rassicurasse davvero sull’avvenire<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-003">1</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Invitata, nel 1947, in sostituzione dell’onorevole Carmelo Caristia, a far parte della Commissione dei 75, contribuisce alla redazione del testo costituzionale e prende parte ai lavori della prima sottocommissione “Diritti e doveri dei cittadini”, con un impegno rivolto, in special modo, all’universo femminile nel lavoro, nello studio e nella politica. </p><p rend="text">Non è un caso che i percorsi di molte delle cattoliche che presero parte al movimento resistenziale abbiano attraversato l’associazionismo cattolico negli anni del regime. Esperienze che costituirono un laboratorio di emancipazione, seppure nel perimetro di un linguaggio tradizionale e subordinato alla gerarchia ecclesiastica. Le giovani cattoliche impararono qui a gestire associazioni, organizzare attività, parlare in pubblico, confrontarsi sui temi sociali, studiare i problemi del lavoro e dell’educazione. Quando l’Italia precipita nella guerra e, dopo l’8 settembre 1943, nella tragedia dell’occupazione nazista e della guerra civile, quelle stesse esperienze associative si rivelano decisive. In linea con la loro formazione politica e culturale, diverse donne cattoliche furono capaci di tradurre quanto avevano appreso negli anni del regime in un impegno orientato al perseguimento di ideali di libertà individuale e dignità umana. </p><p rend="text">L’ingresso delle donne nella vita politica del paese scardina assetti sociali ereditati dal fascismo e dall’Italia liberale di inizio Novecento, rivelando una decisa volontà di costruire uno spazio nuovo, politico e sociale. Tra il 1946 e il 1963 le iscrizioni femminili alla DC rappresentano il 34 per cento del totale, sia pure con una scarsa rappresentatività ai livelli dirigenziali (2-3 per cento) e ancora inferiore nella direzione del partito (0,4 per cento). </p><p rend="text">In Assemblea Costituente il ruolo svolto dalle democristiane non fu affatto marginale, piuttosto focalizzato su punti che connotano sensibilmente la Carta costituzionale. Esse diedero un significativo apporto al dibattito intorno alla famiglia sia pure in uno scenario articolato di posizioni divergenti rispetto al ruolo della donna all’interno delle mura domestiche, incarnate, ad esempio, da Angela Maria Guidi Cingolani ed Elsa Conci. Se per la prima, infatti, la «missione familiare della donna» è prioritaria e deve essere posta a fondamento di qualsivoglia impegno femminile nella vita politica e, in particolare, nelle fila della Democrazia Cristiana (Guidi Cingolani 1944), per la seconda, di avviso nettamente opposto, «la missione delle madri e delle spose non si esaurisce dentro le mura domestiche» (Conci 1946). Anche dopo l’entrata in vigore della Costituzione, nel mondo cattolico, il tema della famiglia mantiene una stabile centralità, giustificata dal timore diffuso che una società proiettata verso la modernizzazione, intrinsecamente producesse la disgregazione del suo nucleo fondativo (Taricone 2015).</p><p rend="text">A seguito della elezione in Parlamento, le nove democristiane (per la I legislatura) animano un dibattito politico e legislativo che vede l’istruzione e il lavoro come essenziali strumenti di emancipazione sociale, in special modo per le donne il cui percorso di <hi rend="italic">empowerment</hi> è più arduo e tortuoso di quello maschile. È un tema intimamente connesso con la concezione politica che accomuna quasi tutte le donne della DC, originata dal popolarismo di matrice sturziana che si riflette in un’idea di emancipazione ineludibilmente riferita all’essere umano e alla sua intrinseca dignità. Il lavoro, tema parimenti cruciale in sede costituente, presentava criticità diffuse, a partire dalla discriminazione delle donne in alcune posizioni lavorative, la più eclatante rappresentata dall’esclusione dalla Magistratura, questione intorno alla quale si scatena un’accesa discussione nel gruppo dei 75, quando in Assemblea il socialista Ferdinando Targetti propone un emendamento a favore dell’immissione: </p><quote rend="quotation_b">non si può, da una parte, ammettere la presenza, graditissima ed utilissima, nella Costituente di tante egregie colleghe; ammettere che la donna possa salire anche su una cattedra universitaria e, dall’altra, negare che la donna abbia le attitudini necessarie per diventare anche Consigliere di Cassazione (Assemblea Costituente 1947).</quote><p rend="text">Tale proposta origina uno scontro interno alla DC tra Giovanni Leone, futuro Presidente della Repubblica, e Maria Federici, che disvela questioni spinose da dirimere tra concezione maschile e femminile dei diritti civili delle donne. In quella stessa seduta Leone sostiene che il suffragio femminile rappresenti già un primo passo importante, non sufficiente, però, a legittimare una partecipazione senza limiti delle donne alla funzione giudiziaria. Pur senza negare che la presenza femminile possa risultare utile nella gestione della giustizia in quei settori dove qualità giudicate eminentemente femminili – sensibilità, capacità di penetrazione psicologica – nei livelli più alti della magistratura, dove le funzioni meramente tecniche sono superate da un equilibrio più complesso, soltanto gli uomini garantiscono una preparazione adeguata (Assemblea Costituente 1947). Non si fa attendere la risposta decisa di Maria Federici – sostenuta anche dalla comunista Nilde Iotti – al collega di partito:</p><quote rend="quotation_b">Ora, quando si stabilisce che il merito e la preparazione sono i soli elementi discriminatori per quanto attiene alla possibilità di aprire tutte le carriere alla donna, non vi è da aggiungere altro. Quando invece si parla di facoltà, di attitudini, di capacità, si portano argomenti deboli, che offendono la giustizia. Se è difficile, ad esempio, trovare una donna capace di comandare un Corpo d’armata, bisogna anche dire che vi sono tanti uomini incapaci. Del resto, almeno una volta nella storia si ha una santa, Giovanna d’Arco, che può dare lezioni a tutti. Non si parli, quindi, di attitudine, di capacità, di facoltà: si lasci il criterio della preparazione e del merito, che può essere accettato dalle donne in genere e anche dalla coscienza nazionale, nel momento in cui si sta elaborando la Costituzione (Assemblea Costituente 1947). </quote><p rend="text">Negli anni successivi alcune democristiane che avevano preso parte ai lavori dell’Assemblea perpetuano il loro impegno su questo stesso terreno: Angela Gotelli con una interpretazione articolata dell’articolo 51 della Costituzione, concludendo che le donne siano pienamente capaci di sedere nelle giurie popolari. Pur riconoscendo quanto gravoso sia il ruolo di giudice popolare, tanto da ritenere che l’esclusione non rappresenti un significativo svantaggio, ad essere contestata con forza è la motivazione sottesa, ovvero la presunta incapacità femminile di distinguere il bene dal male, il vero dal falso, in continuità con l’odiosa percezione di una presunta minorità femminile. Si tratta di una deprecabile offesa alle donne italiane e a quelle che già operano in settori diversi della vita pubblica come insegnanti, educatrici o professioniste, chiamate a esprimere voti e a formulare giudizi, nei consigli comunali così come negli organismi della pubblica amministrazione (Camera dei deputati 1951). </p></div><div><head><hi >3. </hi>Parlare di donne in un partito di uomini: temi, contraddizioni e lascito politico delle democristiane</head><p rend="text">Una volta elette in Parlamento, le democristiane diventano protagoniste di riforme sociali importanti, con al centro i temi sui quali avevano già dispiegato il loro impegno ideale e politico. Nel corso delle prime tre legislature (1948-63) il lavoro svolto dalle democristiane alla Camera – al Senato non ne era stata eletta neanche una – ruota attorno a tre grandi temi: la piena inclusione delle donne nella società – con uno specifico riferimento al mondo del lavoro –, la tutela del mondo giovanile e la difesa della moralità – gli ultimi due in un rapporto di forte complementarità e interdipendenza. </p><p rend="text">Resta una questione non secondaria di esile rappresentanza femminile in Parlamento, riflessa nei numeri: nella prima legislatura (1948-53) sono diciotto le elette – le nove costituenti cui si aggiungono altre nove –, che diventano dodici nella seconda legislatura (1953-58) e con una lieve nuova contrazione a undici nella terza (1958-63). Una riduzione progressiva e costante da ascrivere, in special modo, alla fine del dossettismo nel corso degli anni Cinquanta, con l’affermarsi del centrismo di Alcide De Gasperi, cui buona parte delle democristiane aveva aderito. Il dossettismo aveva rappresentato, nel secondo dopoguerra, una delle esperienze più significative del cattolicesimo politico italiano. Una corrente legata a <hi rend="italic">Cronache sociali </hi>che<hi rend="italic"> </hi>tentò di imprimere sulla Democrazia Cristiana un orientamento radicalmente riformatore, ispirato a principi di giustizia sociale, democrazia sostanziale e rinnovamento morale, affermandosi presto come alternativa politica alla linea proposta da De Gasperi, orientata alla stabilità politica fondata sul centrismo. Un progetto che prevedendo riforme profonde e marcando una netta separatezza dalle destre, deve fare i conti con le contraddizioni e le avversità della Guerra Fredda, con la prudenza e la moderazione dei conservatori, fino alla progressiva marginalità e, in ultimo, al fallimento, che lascia una significativa eredità al mondo cattolico italiano. </p><p rend="text">Responsabili della contrazione della presenza femminile in Parlamento furono anche vicende personali, come quella che coinvolse la figura di Laura Bianchini, travolta da pettegolezzi che la volevano coinvolta in giochi di potere interni alla dirigenza della DC bresciana. Il costo fu alto: dal 1953 Bianchini non fu ricandidata e dovette tornare al suo ruolo di insegnante (Marsala 2022). </p><p rend="text">Con riguardo ai temi che connotano l’iniziativa legislativa delle democristiane, la rivendicazione di più ampie opportunità di inclusione delle donne nell’arena sociale riveste un ruolo centrale ed è ancorata a due proposte cruciali che coinvolgono diverse deputate nel corso delle prime tre legislature: l’immissione delle donne in magistratura e l’istituzione di un corpo di Polizia femminile. Un tema, quello della donna giudice, già emerso in Assemblea Costituente, che confluisce in una prima proposta di legge presentata nel 1951<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-002">2</ref></hi></hi> da Erisia Gennai Tonietti – cofirmatarie Filomena Delli Castelli e Maria Federici. Tonietti aveva assunto ruoli di responsabilità nella formazione e nell’organizzazione dei gruppi femminili, in linea con il profilo che accomunava molte di loro, per aderire dopo la guerra alla Democrazia Cristiana ed essere eletta alla Camera dei deputati nel 1948. Da lì, prende avvio una carriera parlamentare che la vede protagonista di quattro legislature, nel corso delle quali si distingue per l’impegno a favore delle donne, dei bambini e delle comunità locali, avanzando proposte di legge che prevedono la partecipazione femminile alle giurie popolari, la tutela dell’infanzia abbandonata e per la valorizzazione dell’Elba, sua terra d’origine, di cui diventa sindaca in due momenti diversi (1956-1964 e 1967-1972). La proposta di legge del 1951 poggia su alcune riflessioni intorno alla piena attuazione dei principi costituzionali – gli articoli 3 e 51, in special modo, e alla valorizzazione della «natura femminile» che con le sue prerogative non può che rendere migliore l’istituzione di cui si discute, come eloquentemente dichiara: </p><quote rend="quotation_b">potrà portare nei giudizi di assise, più e meglio dei giudici popolari di sesso maschile quel profondo senso di umanità, quell’intuito diagnostico della personalità umana, quella serena valutazione delle prove e dei fatti, quel senso di misura ed equilibrio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-001">3</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Una proposta che trova piena applicazione solo cinque anni più tardi, durante il governo Segni I, con la legge (1441/1956) che garantisce pieno accesso alle donne nelle giurie popolari delle Corti di Assise e nei Tribunali per i minorenni ma con un limite significativo: ammesse nella loro qualità di private cittadine, non di magistrate. Per l’ingresso effettivo delle donne in magistratura è decisivo il disegno di legge presentato da Maria Cocco nel 1960<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-000">4</ref></hi></hi>. Parlamentare dal 1958 al 1976, in rappresentanza della Sardegna, nel corso del suo lungo mandato, Maria Cocco ricopre incarichi in commissioni diverse – Giustizia e Lavoro, Assistenza e Previdenza Sociale – per poi essere nominata Sottosegretaria di Stato al ministero della Salute nel governo presieduto da Giovanni Leone. La proposta del 1960 prevede l’accesso delle donne «a tutti gli impieghi dello Stato, degli enti pubblici e parastatali, nei vari ruoli, carriere e categorie, senza limitazione di mansioni e di svolgimento della carriera». Sostenuta dalla storica sentenza della Corte costituzionale (33/1960) che aveva dichiarato incostituzionale la legge, in vigore dal 1919, che escludeva le donne dall’alta dirigenza dello Stato, nella quale il sesso femminile era «assunto come tale a fondamento di incapacità o di minore capacità». La legge del 1919 era in aperto contrasto con l’articolo 51 della Costituzione italiana, il cui faticoso percorso di attuazione, tra limitazioni e discriminazioni persistenti, aveva nei fatti invalidato il principio di uguaglianza su cui poggia il diritto di cittadine e cittadini di accedere ai pubblici uffici e alle carriere elettive. È abrogata tre anni dopo, quando durante il governo Fanfani, la legge n. 66 del 9 febbraio 1963 stabilisce il diritto di accesso delle donne a tutte le cariche, professioni ed impieghi pubblici (ad esclusione delle forze armate), compresa la Magistratura (Tacchi 2010; Di Caro 2023), e pone fine a una discriminazione perpetuata strenuamente e a lungo dai vari corpi dello Stato, e in particolare dai magistrati. Un ostracismo diffuso accompagna la discussione: il deputato comunista Otello Nannuzzi controbatte Maria Cocco, rilanciando le dichiarazioni rilasciate da un magistrato in televisione, riferite alla difficoltà maschile di giudicare con obiettività quando il corpo della magistratura fosse stato composto anche da donne di bell’aspetto (Camera dei deputati 1962). Un dibattito segnato anche da analisi sulla discutibile propensione femminile a svolgere alcune mansioni, come ebbe a dire il democristiano Giuseppe Medici, Ministro per la riforma della pubblica amministrazione: </p><quote rend="quotation_b">il nostro punto di vista è questo: la Costituzione provvede anche per quanto la donna non deve, non può, non è bene che faccia. Per esempio… entrare nell’aviazione supersonica! […] Vi sono dei ruoli, come ad esempio quello delle guardie forestali, ch’io non credo s’attaglino perfettamente alle donne (Camera dei deputati 1962).</quote><p rend="text">La conclusione fatalistica, se non apocalittica, prevedeva il rischio grave di essere governati da donne, da lì a cento anni (Camera dei deputati 1962).</p><p rend="text">La terza legislatura è illuminata anche dalla costituzione di un nuovo corpo dello Stato al femminile, istituito nel 1961, quando le prime italiane indossano l’uniforme da ispettrice o assistente di polizia. Una proposta presentata a più riprese da Maria Pia Dal Canton (Azara 2023), che riflette le lentezze e le inesorabilità delle avanzate verso la crisi della cultura patriarcale e del monopolio del potere maschile, segnando l’ingresso delle donne nell’amministrazione di pubblica sicurezza, sia pure tardivo rispetto allo scenario internazionale. </p><p rend="text">La tutela del mondo minorile e la difesa della pubblica moralità, strettamente correlati tra loro, sono non casualmente tra le funzioni primarie delle poliziotte italiane nonché al centro di una fervida attività legislativa che coinvolge Maria Pia Dal Canton, all’origine di un disegno in materia di cinematografia per ragazzi (proposta 23 marzo 1950, n. 1183), seguito da un’iniziativa maschile a cura di Giovanni Battista Migliori ma con un consenso ampio di molte deputate democristiane e similmente orientato a dettare disposizioni dal forte carattere repressivo in materia di affissione ed esposizione al pubblico di manifesti, immagini, oggetti contrari al pudore o alla decenza (proposta 16 ottobre 1959, n. 1644). </p><p rend="text">Nel disegno di legge di Dal Canton era evidente la preoccupazione che il bambino, già nella prima infanzia, fosse suggestionabile, e con il manifestarsi della crisi adolescenziale, attraversata da desideri e emozioni forti e sconosciute, l’attrazione per quanto è ignoto, insieme con il disordine emotivo in cui si mescolano confusamente egoismo, bontà, generosità e violenza, suffragata dalla visione di un film possa ingenerare un’atmosfera sognante, accentuando lo squilibrio tra la vita reale e il suo mondo interiore. Un approccio pedagogico che postulava la incapacità di reazione del bambino e la più assoluta passività nell’introiezione di immagini che diventano idoli da emulare. Si spiegavano così, a giudizio della deputata, gli atteggiamenti di ragazze che avrebbero voluto imitare l’attrice prediletta o di ragazzi in cui un istinto di violenza latente o tare ereditarie del subconscio emergevano sotto la suggestione dei film. Pellicole frivole ed erotiche spingevano le passioni verso l’immoralità, mistificando la realtà e minando l’idea di moralità trasmessa con l’educazione, fino a confondere il morale con l’immorale. Al cinema era da imputare la grande responsabilità di esercitare sulla fantasia dei bambini e degli adolescenti una influenza perniciosa capace di falsare la sua coscienza morale, spingendolo verso una concezione puramente emozionale dell’esistenza. Da qui, il divieto di visione ai ragazzi di età inferiore ai 16 anni. La proposta prevede anche l’istituzione di una commissione incaricata di analizzare il contenuto «morale, culturale e ricreativo» del film, la cui composizione si arricchiva di due genitori «di provata probità e competenza educativa designati dal Ministro dell’interno». </p><p rend="text">Nel medesimo perimetro ideologico si inserisce la proposta che intende regolare l’affissione di immagini e manifesti che si scontrano con l’idea socialmente percepita e accettata di decenza e pudore. La tutela dei giovani che, contro la loro volontà, sono spesso obbligati a subire immagini o manifesti per strada che li inducono, a causa della loro naturale immaturità, ad adottare comportamenti devianti lesivi del consesso sociale, è l’assunto di fondo del disegno presentato da Giovanni Battista Migliori, secondo il cui giudizio: </p><quote rend="quotation_b">Il moltiplicarsi degli episodi di criminalità giovanile ed anche il più tenue fenomeno della ostentata spavalderia ribelle di tanti adolescenti, ha portato educatori, studiosi, politici di ogni parte a segnalare come una, е non l’ultima, delle complesse cause di tale infezione sociale la suggestione esercitata sui fanciulli ed adolescenti dalle visioni di fatti e figure atte a provocare precoci ed abnormi eccitazioni degli istinti ed a suscitare infatuazioni per l’ardimento spietato violatore di ogni legge (Camera dei deputati 1960).</quote><p rend="text">Segue un intenso dibattito politico intorno ai concetti di libertà di espressione e morale sessuale dal quale emerge una visione secondo la quale la libertà consiste nella tutela di ogni bene morale e fisico e quando tale bene non fosse ancora stato raggiunto, occorre dispiegare tutte le misure per conseguirlo nel rispetto della tradizione, del costume e delle leggi, conservando il diritto di essere educati e educare con rigore. D’altro canto, il discorso sulla morale sessuale, assunto simbolicamente nell’intervento dell’onorevole Samuele Andreucci, disvela la concezione integralista del femminile che pervade il mondo democristiano del tempo:</p><quote rend="quotation_b">Le scene tuttavia reclamizzate dai diversi film, in cui si vedono una donna a torso nudo, di schiena o di lato, con vicinanza o contorno di un letto o di un uomo che abbraccia la donna o la contempla, sono contrarie alla pubblica decenza o non lo sono? […] Un certo film faceva vedere una donna nuda, coperta da una sottile e trasparente camicia da notte, e un manifesto a grandezza più che naturale ne propagava le né segrete, né decenti fattezze: ciò non è contrario alla pubblica decenza, a quanto è sembrato, ma la stessa cosa può dirsi in riferimento ai minori? E un manifesto con una donnina tutta nuda, anche se coperta da altre immagini, anche se non nuda in realtà nel film, ma resa suggestivamente tale per la sapiente ed equivoca dosatura delle ombre nella figura, non è contrario alla pubblica decenza, anche se provoca da parte di adolescenti, piuttosto liberi, compiaciuti omaggi verbali (uditi da rispettabili insegnanti) o addirittura atti che potrebbero qualificarsi di libidine se fatti con un essere vivo, e non tali perché compiuti su un bel manifesto sapientemente colorato e suggestivamente vero (Camera dei deputati 1960).</quote><p rend="text">Posizioni simili sono sostenute anche da esponenti femminili della Democrazia Cristiana, facendo emergere nitidamente come il percorso politico intrapreso dal partito si collochi su un binario distinto e distante rispetto a quello che attraversa la società civile, orientata, a partire dagli anni Sessanta, verso forme sempre più marcate di modernizzazione nei costumi, nei valori e nelle relazioni sociali. Un divario, quello tra partito e società, che diventa evidente a partire dalla stagione contestativa del 1968, quando il fermento culturale e politico giovanile mette in discussione e decostruisce assetti consolidati, tradizioni educative e modelli di comportamento radicati, esibendo distanza incolmabile tra il progetto politico democristiano e le istanze emergenti del tessuto sociale. Uno scarto che sul piano politico-istituzionale si manifesta con forza in occasione del dibattito e delle scelte operate su temi di grande rilevanza civile e morale, come aborto e divorzio, in cui la Democrazia Cristiana difende rigidamente valori tradizionali e si oppone alle spinte riformatrici che, invece, trovano diffuso consenso in settori sempre più ampi della società. L’universo femminile democristiano, che nel secondo dopoguerra aveva rappresentato un punto di riferimento ineludibile per molte donne italiane, anche in virtù del ruolo svolto nel processo di ricostruzione e nella promozione della cittadinanza femminile, assiste all’indebolimento inarrestabile della sua capacità di attrazione. Il progressivo scollamento con la società civile, infatti, rende meno efficace l’azione delle organizzazioni femminili legate alla DC, divenute incapaci di intercettare i bisogni e le aspirazioni delle nuove generazioni di donne, consapevoli dell’emancipazione, dell’autodeterminazione e della parità.</p><p rend="text">Una perdita di centralità che nel tempo si traduce in un ridimensionamento del ruolo del femminile democristiano nello scenario politico e sociale italiano (Di Maio 2009; Noce 2014), cui fa da contraltare il ruolo e l’azione di personalità politiche protagoniste delle istituzioni repubblicane nella seconda metà degli anni Sessanta (Gabrielli 2024), a partire da Tina Anselmi, le cui battaglie legislative hanno condotto ad acquisizioni responsabili in positivo di un nuovo volto dello Stato sociale italiano. </p></div><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Anselmi, Tina, e Anna Vinci. 2006. <hi rend="italic">Storia di una passione politica</hi>. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-003-backlink">1</ref></hi>	Convegno promosso dall’Associazione degli ex parlamentari dal titolo “Le donne e la Costituzione”, Roma, Camera dei deputati, 22-23 marzo 1988.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-002-backlink">2</ref></hi>	Proposta 9 maggio 1951 n. 1972, “Norme per la partecipazione delle donne alle giurie popolari nelle Corti di Assise”.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-001-backlink">3</ref></hi>	Proposta 9 maggio 1951 n. 1972, “Norme per la partecipazione delle donne alle giurie popolari nelle Corti di Assise”.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-000-backlink">4</ref></hi>	Proposta 5 agosto 1960 n. 2441, “Abrogazione della legge n. 1176 del 17 luglio 1919 riguardante la condizione giuridica della donna”.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Liliosa Azara, Roma Tre University, Italy, <ref target="mailto:liliosa.azara@uniroma3.it">liliosa.azara@uniroma3.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0001-8665-6809">0000-0001-8665-6809</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Liliosa Azara, <hi rend="italic">L’altra metà della DC. Le donne della Democrazia Cristiana nella costruzione della Repubblica italiana,</hi> © Author(s), <ref target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">CC BY-SA</ref> 4.0, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.09">10.36253/979-12-215-0904-5.09</ref>, in Patrizia Gabrielli, Liliosa Azara (edited by), <hi rend="CharOverride-2">Suffragio, donne, partiti. Profili e temi</hi>, pp. -97, 2026, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0904-5, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5">10.36253/979-12-215-0904-5</ref></p></div></div>
      
      
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