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        <title type="main" level="a">«Con il mio voto cambierò le cose». La prima volta delle elettrici comuniste</title>
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          <resp>This is a section of <title>Suffragio, donne, partiti</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0904-5</idno>) by </resp>
          <name>Patrizia Gabrielli, Liliosa Azara</name>
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        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.10</idno>
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        <p>The contribution of communist women to the June 2nd election was decisive, not only in terms of voter turnout but also in transforming voting into an opportunity for active participation. The seven representatives of the Italian Communist Party elected to the Consulta nazionale and the nine elected to the Constituent Assembly demonstrated how women's issues became part of the political discourse, addressing topics such as work, family, welfare, and equal pay. Prominent figures like Nilde Iotti, Teresa Noce, Rita Montagnana, and Rina Picolato stood out, but the significant roles of the first female mayors and local representatives also emerged. For all of them, the right to vote was the first step to act within societal transformations.</p>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.10<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.10" /></p>
      <div><head>«Con il mio voto cambierò le cose». La prima volta delle elettrici comuniste</head><p rend="h1_author">Anna Tonelli</p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Abstract</hi>: The contribution of communist women to the June 2nd election was decisive, not only in terms of voter turnout but also in transforming voting into an opportunity for active participation. The seven representatives of the Italian Communist Party elected to the <hi rend="italic">Consulta nazionale</hi> and the nine elected to the Constituent Assembly demonstrated how women’s issues became part of the political discourse, addressing topics such as work, family, welfare, and equal pay. Prominent figures like Nilde Iotti, Teresa Noce, Rita Montagnana, and Rina Picolato stood out, but the significant roles of the first female mayors and local representatives also emerged. For all of them, the right to vote was the first step to act within societal transformations.</p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Keywords</hi>: Italian Communist Party, Gender Perspective, Italian elections in the Republican Age.</p><p rend="text">Da parte della dirigenza comunista la questione del voto alle donne non è vissuta da tutti con lo stesso slancio e convinzione. Le prime a muoversi sono le fondatrici del Comitato d’iniziativa provvisorio dell’Unione Donne Italiane, presente nell’Italia centro-meridionale dal settembre 1944, che promuovono una raccolta di firme da portare al presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi «per esprimergli la necessità che venga concesso alle grandi masse femminili il diritto di partecipare alle elezioni amministrative» (<hi rend="italic">Noi Donne</hi> 1944). Una delle voci più attive è quella di Rita Montagnana, appena rientrata in Italia dall’URSS con Palmiro Togliatti, che motiva il diritto al voto come l’esplicita volontà delle donne di dare il loro apporto per cambiare la società: </p><quote rend="quotation_b">Queste donne comprendono che il mondo deve cambiare, che la società come è stata organizzata fino a ieri, è gravida di nuovi lutti, di nuove guerre, di nuove sofferenze e vogliono contribuire alla costruzione di un mondo nuovo, nel quale la volontà del popolo possa manifestarsi liberamente (Montagnana 1944). </quote><p rend="text">In queste parole è evidente la volontà di associare il suffragio universale alla fisionomia di una donna nuova che ha acquisito nella lotta alla guerra e al fascismo una coscienza e un ruolo che ambiscono a dare un segno diverso alla trasformazione globale. Uno scatto in avanti che supera la «tradizione conservatrice», in alcuni casi pure accettata dalle comuniste, secondo la quale «le donne hanno servizi da rendere, non diritti da rivendicare» (Rossi-Doria 1994, 815). </p><p rend="text">Tale posizione di avanguardia viene ribadita anche dalle sette comuniste presenti nella Consulta Nazionale<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-002">1</ref></hi></hi> (Adele Bei, Teresa Noce, Rita Montagnana, Gisella Floreanini, Rina Picolato, Elettra Pollastrini, Ofelia Garoia) che rappresenta nel 1945 il primo banco di prova per ribadire l’urgenza di considerare la condizione femminile come parte del discorso politico. Durante l’Assemblea plenaria, Picolato che è una delle fondatrici dei Gruppi di difesa della donna e membro della Commissione femminile del PCI, pronuncia un discorso accorato per sottolineare come la presenza delle donne nella storia politica del paese abbia allargato le basi della democrazia, introducendo «nuovi bisogni, nuovi interessi, nuovi sentimenti che possono trovare qui la possibilità di esprimersi direttamente, e misurarsi con i bisogni, gli interessi, i sentimenti di tutta la Nazione» (Consulta Nazionale 1945a, 127). È opportuno rilevare la novità di un linguaggio che attribuisce alle donne tre prerogative – bisogni, interessi, sentimenti – che compaiono insieme all’obiettivo di disegnare con consapevolezza i nuovi tratti di una società democratica. Ed è ancora Picolato ad esplicitarlo in aula: </p><quote rend="quotation_b">Ciò significa che i problemi che più preoccupano le donne, la casa, la famiglia, l’infanzia, l’educazione fisica e morale e l’istruzione dei figli, potranno essere studiati e risolti con la partecipazione delle madri, delle lavoratrici, delle donne italiane. Questo fatto significa inoltre che le donne hanno oggi la possibilità, il dovere di uscire dalla loro condizione di inferiorità sociale e politica (Consulta Nazionale 1945a, 127).</quote><p rend="text">Se all’apparenza può sembrare che ancora una volta si attribuiscano alle donne solo temi più specificamente domestici, in realtà la sottolineatura di una inedita partecipazione femminile necessaria a dare una visione diversa al paese, è già un segnale di profonda rottura con il passato. Invocando lo spirito di collaborazione anche con le rappresentanti degli altri partiti, le donne comuniste intendono «riportare un po’ di ordine negli spiriti e nella vita del nostro popolo», per contribuire a «operare per il bene e all’elevazione del nostro paese», arrivando a una conclusione che è anche un auspicio: «e così come abbiamo vinto la battaglia per l’insurrezione, vinceremo anche la battaglia per la democrazia, per la rinascita della nostra Italia» (Consulta Nazionale 1945a, 127). </p><p rend="text">La specificità delle consultrici comuniste si fa notare anche nella Terza Sottocommissione «Lineamenti economici e sociali» dove spicca il ruolo di Teresa Noce che, già nei primi interventi con le Commissioni riunite per discutere, alla presenza del ministro dell’assistenza post-bellica Emilio Lussu, del «sussidio temporaneo a favore dei reduci disoccupati e bisognosi», fa presente come il termine «sussidi» vada sostituito con «provvidenze» perché «interessa la parte più vitale della Nazione, la parte costituita da coloro che hanno sofferto in modo del tutto particolare, a beneficio dei quali occorre fare anche qualche notevole sacrificio» (Consulta Nazionale 1945b, 13). Un invito alla solidarietà «concreta e anche morale» che parte dal riconoscimento di chi ha conosciuto gli orrori della guerra, attraverso alcune proposte concrete quali la precedenza nell’assunzione di tali individui nei luoghi di lavoro, l’aumento delle razioni alimentari, la distribuzione del pacco vestiario e le agevolazioni sui mezzi di trasporto. </p><p rend="text">Pur essendo temi importanti a segnalare il contributo femminile, è però la questione del voto a concentrare l’impegno collettivo. Ma la campagna sembra essere affidata più alle associazioni che al partito. In questo lasso di tempo <hi rend="italic">l’Unità</hi> dedica poco spazio all’argomento: un editoriale che dà notizia dell’approvazione del voto di fronte al silenzio generale (1944a); una conversazione alla radio con la dirigente Laura Lombardo Radice (1945b) e un comizio delle donne di Trastevere (1945a).</p><p rend="text">Solo quando nel gennaio 1945 Togliatti riceve una delegazione del Comitato per il voto alle donne composta dalla comunista Nadia Spano, dalla socialista Elena Caporaso e dalla democristiana Angela Cingolani e si dichiara favorevole «senza esitazione» al suffragio universale, il tema viene fatto proprio da tutto il partito. Il segretario del PCI scrive una lettera a De Gasperi per proporre al presidente del Consiglio la richiesta comune di inserire un ordine del giorno per la concessione del voto alle donne già per le elezioni amministrative, avviando ufficialmente anche l’iter parlamentare per arrivare alla soluzione «tanto in linea di principio quanto in linea di realizzazione pratica» (Spagnolo, Gualtieri, e Taviani 2007)<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-001">2</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nonostante la linea ufficiale venga rispettata e seguita, non mancano preoccupazioni all’interno del partito circa la scarsa educazione al voto da parte delle donne che avrebbero potuto diventare strumento di convincimento sotto l’influenza della Chiesa o nelle mani delle figure maschili, paterne, maritali o familiari (Rossi-Doria 2007, 130-45), attraverso metafore irrispettose che diventano anche oggetto di satira da parte degli avversari politici (Galeotti 2009). La posta in gioco è molto alta perché si trattava di scegliere che profilo dare alla nuova Italia democratica e quale rappresentatività far raggiungere al partito. Dopo aver respinto in un comizio organizzato dalle militanti le illazioni di quanti ritengono che le donne «possano favorire un ritorno a forme più o meno larvate di un passato reazionario» (<hi rend="italic">l’Unità</hi> 1944b), tocca ancora a Togliatti riaffermare l’importanza del ruolo delle donne, in un’occasione come quella della I Conferenza delle donne comuniste, nel giugno 1945, in cui inserisce la questione femminile come pilastro centrale per il processo democratico: </p><quote rend="quotation_b">La democrazia italiana ha bisogno della donna e la donna ha bisogno della democrazia. Questo vuol dire che tutte le questioni legate alla formazione e affermazione di un nuovo regime democratico, sono strettamente legate anche alla emancipazione delle donne, all’avvento delle donne alla vita politica e alla libertà, in modo che esse riescano, attraverso un grande rivolgimento di natura sociale e morale, ad acquistare nella società italiana il posto che è stato loro negato finora, e che invece sono capaci di tenere (Togliatti 1945; 1953; 1965, 39).</quote><p rend="text">Un riconoscimento dunque di un ritardo da colmare. In sede di giudizio storico però, è stato notato come la conquista di quel “posto” che coincide con il processo di emancipazione da compiersi in una nuova società socialista, avvenga all’interno della cosiddetta «politica “separatista”» fra donne e uomini, con le prime impegnate nelle Commissioni femminili e i secondi chiamati a dare corpo al «partito nuovo» (Lussana 2010). Una separazione che da una parte permette di avviare le donne all’attivismo politico, ma dall’altra riserva loro un luogo apposito con minori possibilità di incidere nel gruppo dirigente e sui temi di interesse generale. </p><p rend="text">Nel dibattito per il voto, sono le stesse donne comuniste che si appropriano della questione e ne fanno un valore aggiunto del loro protagonismo, per trasformare la cittadinanza femminile nel «baluardo della democrazia» (Tambor 2014; Fondazione Nilde Iotti 2018; Betti 2021).</p><p rend="text">Una battaglia che si compie nelle associazioni femminili, e in primis nell’UDI, più che nel partito, in una sorta di dualismo mai superato: all’inizio è il partito ad assegnare all’UDI il compito del raccordo, ma in seguito la forza e l’autonomia dell’associazione femminile creano problemi, anche alle iscritte, per la doppia militanza che invece di rafforzare il legame viene vista anche in seguito quasi come una sorta di concorrenza (Michetti, Repetto, e Viviani 1984, 167-78; Gabrielli 2005; Tola 2016). </p><p rend="text">Il voto costituisce il diritto negato e al contempo lo strumento per affermare una presenza attiva. Un percorso che viene intrapreso dalle dirigenti e dalle semplici militanti, dalle alfabetizzate e dalle analfabete, dalle intellettuali e dalle operaie e contadine, in un’unione fra alto e basso che fa la differenza. </p><p rend="text">Se l’obiettivo è comune, fra partito e UDI si evidenziano però delle differenze nei toni e nelle parole utilizzate (Bassi 2019). Il PCI continua a richiamare spesso i requisiti morali delle donne comuniste che si adoperano per la famiglia e i figli, per difendersi dagli attacchi degli avversari moderati pronti a cavalcare la propaganda dei comunisti inaffidabili moralmente e distruttori del nucleo familiare. Per il partito anche il voto serve a dimostrare la sobrietà comunista che riguarda anche le donne per conquistarsi un’affidabilità sul piano politico e pubblico, ma manca una reale coscienza di come la cittadinanza femminile debba essere considerata parte integrante del processo democratico. In sede storiografica, Molly Tambor sostiene che il PCI intende «risolvere la questione femminile attraverso il concetto dell’emancipazione», senza un inserimento urgente «nella “vera” politica generale della direzione del partito» (2021, 171). </p><p rend="text">Da parte delle donne invece, il suffragio ha un valore più politico perché riguarda il processo di emancipazione e l’acquisizione di un peso diverso nella società, da acquisire attraverso un difficile cammino per respingere le diffuse critiche di immaturità e impreparazione. Il fervore è innescato soprattutto dalla propaganda dell’UDI «mirata e orientata in senso pratico», con la confezione di materiali, la chiamata a raccolta in comizi e manifestazioni, fino alla proclamazione della giornata del voto alla donna (Gabrielli 2009, 109). </p><p rend="text">Il voto quindi non è una concessione, ma una conquista. Un atto dovuto che nasce dalla consapevolezza di aver contribuito a cambiare le cose durante la guerra, nel fronte antifascista, nella Resistenza, in un processo elaborato chiaramente dalle donne, e meno dai partiti che «in nome di quella stessa partecipazione sollecitano molte donne a rientrare nei binari più tradizionali dei ruoli femminili come segno di una ritrovata normalità e solidità morale della nuova nazione repubblicana» (Fiorino 2025, 209). Anche il PCI non si discosta molto da questa posizione, perdendo l’occasione di trasformare il diritto al voto femminile in una lotta più ampia dove le donne costituivano un alleato alla pari. </p><p rend="text">Con queste premesse, le donne comuniste danno un contributo solido alle elezioni sia amministrative svolte in più tornate, fra marzo e aprile 1946, sia a quelle del 2 giugno relative al referendum e all’Assemblea Costituente. La partecipazione di massa e le altissime percentuali dell’affluenza testimoniano non solo il rispetto delle indicazioni del partito e delle organizzazioni femminili, ma anche la riappropriazione di un’autonomia e di una libertà che andranno a solidificare il senso di appartenenza democratica e repubblicana. </p><p rend="text">Nelle rappresentazioni della stampa che rilancia lo stereotipo della donna timida e timorosa davanti al seggio, le comuniste non sfuggono al tipo di narrazione. Ma se si vanno a leggere le memorie o le interviste che raccontano quell’esperienza, i luoghi comuni dell’improvvisazione lasciano però lo spazio ad altre emozioni, più proiettate all’idea di un futuro in cui il voto possa essere determinante. «È importante perché con il mio voto cambierò le cose», racconta Marisa Rodano (2020) rievocando quel voto che innescava stati d’animo diversi, ma concordi a solidificare una coscienza collettiva femminile che riprendeva un nuovo cammino (Bruno 2016). </p><div><head>1. «Una donna in ogni lista». Le elezioni amministrative</head><p rend="text">Come noto, il decreto per l’eleggibilità delle donne non rientra nel primo provvedimento del 1° febbraio 1945 varato dal secondo governo Bonomi come «estensione alle donne del diritto di voto», ma necessita di un ulteriore decreto emanato il 10 marzo 1946 in cui si stabilisce che alle prime elezioni amministrative potevano votare ed essere eleggibili le cittadine con 25 anni di età. </p><p rend="text">Di fronte a tale novità, anche i comunisti e le comuniste si interrogano su quali posizioni assumere. Prima della ‘correzione’ sull’eleggibilità femminile, il partito interpreta il voto amministrativo esteso alle donne come decisivo per allargare il consenso e far nominare i propri rappresentanti. Si fa leva sulla volontà di dare voce alle donne che sono state finora messe in disparte come «un elemento attivo nuovo e indispensabile per la soluzione dei problemi attuali e di domani» (Grieco 1945). Non è un caso che anche il PCI insista sul pragmatismo femminile, in grado di individuare i problemi contingenti di un paese che di lì a poco avrebbe dovuto fare i conti con la ricostruzione fisica e morale postbellica per creare le basi di una nuova democrazia. </p><p rend="text">Il voto alle amministrative diventa un tema in discussione anche al II Consiglio nazionale del PCI che si tiene a Roma nell’aprile 1945. E le specificità dei dirigenti maschili e delle dirigenti femminili si evidenziano nelle sfumature che denotano però una diversità di approccio. Se per Ruggero Grieco il «risveglio delle donne lavoratrici» si deve «all’influenza del Pci» (<hi rend="italic">Le donne italiane</hi> 1945), Rita Montagnana individua nelle 40.000 iscritte «una grande, nuova e fresca forza che il Partito saprà certamente utilizzare», come un «esercito che guida e guiderà tutta la popolazione femminile nella lotta per la ricostruzione del Paese su basi nuove» (1945, 7). Cambia dunque il soggetto dell’azione: per Grieco è il partito, per Montagnana sono le donne. Figure che vogliono entrare nelle cariche pubbliche, come auspica Sparta Trivelli della Federazione marchigiana di Ancona e Pesaro (1945, 21-2). O che già esercitano una sorta di potere locale a Ravenna dove operaie e braccianti costituiscono «il termometro della situazione economica della popolazioni» e più degli uomini sono in grado di «presentare e risolvere con maggiore conoscenza certe necessità familiari locali» (Pisoni 1945, 26). </p><p rend="text">Le comuniste non nascondono le difficoltà di portare alle urne le donne e di trovare le candidate, tanto che Nadia Gallico Spano racconta le sue peregrinazioni «casa per casa» per insegnare come si compila una scheda (2005, 257). Ma l’attivismo e l’ostinazione delle militanti spingono il partito a inserire nelle liste di ogni Comune almeno una donna perché, come sostiene Egle Gualdi, membro della Sezione nazionale femminile, «le elettrici saranno molto contente di dare il loro voto ad una donna» (1945, 30). Non sempre l’appello viene ascoltato, anche per la difficoltà di coinvolgere candidate pronte a scendere nell’agone politico, ma anche se non in proporzioni massicce, il primo voto amministrativo porta nei Comuni un piccolo drappello di comuniste (Dogliani e Ridolfi 2007; Forlenza 2008; Noce 2023). Un calcolo preciso non è stato fatto, ma sulle oltre 2000 donne scelte, una buona percentuale spetta alle rappresentanti dell’UDI e del PCI: «valorose combattenti, antifasciste, molte sono comuniste» (<hi rend="italic">Il voto alle donne</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi>1972, 130). Una prova generale che trova conferma pochi mesi dopo. </p></div><div><head>2. Le 9 madri costituenti comuniste: interventi su lavoro, famiglia, assistenza</head><p rend="text">Rispetto ai 556 eletti, nel piccolo gruppo delle 21 donne che fanno parte dell’Assemblea Costituente il più rappresentativo è composto dalle 9 comuniste: a fianco delle più note Nilde Iotti, Rita Montagnana, Teresa Noce, entrano in Parlamento anche Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Teresa Mattei, Angiola Minella, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi. La presenza femminile desta più curiosità che interesse, ma le elette cercano di superare pregiudizi e diffidenze con un impegno su alcuni temi basilari che andranno a comporre gli articoli della Costituzione. </p><p rend="text">Anche per il PCI avere delle donne in lista non è stato né facile né scontato. Quando è il momento di selezionare le donne da mandare alla Commissione dei 75 che ha il compito di redigere la Carta Costituzionale, di rappresentanti comuniste ce ne sono solo due: Nilde Iotti e Teresa Noce. Ed è proprio quest’ultima, dirigente con una personalità forte e riluttante ai compromessi, a spiegare la poca propensione del partito a puntare sulle donne: «Ho chiesto di entrarci: se no, mica mi ci mettevano – racconta in un’intervista successiva – Ho detto: voglio far parte della Commissione dei 75 e della Commissione del lavoro. È andata così. Le cose bisogna prendersele di forza. Altrimenti magari ci mettevano qualcuno di quei soliti intellettuali che combinano poco» (Gerosa 1979, 27). Un’affermazione provocatoria che denota un rapporto burrascoso con il partito, ma che rivela come i ritardi nella valorizzazione dell’apporto delle donne coinvolgano anche il PCI, nel sempre complicato rapporto con la questione femminile (Tiso 1976; Turco 2022). </p><p rend="text">L’esigua squadra di elette comuniste, spesso in accordo anche con le rappresentanti degli altri partiti, si distingue per la capacità di saper interpretare la delicatezza del passaggio fra un passato di oppressione, lutti e povertà a un presente da ricostruire. Lo si capisce già nelle prime sedute del dibattito all’Assemblea Costituente dove Nadia Gallico Spano chiede espressamente di estendere il cosiddetto «premio della Repubblica», ossia un contributo finanziario di 3000 lire destinato agli impiegati dello Stato, ai reduci e ai prigionieri di guerra, anche alle vedove di guerra e alle mogli dei prigionieri in quanto responsabili delle proprie famiglie: </p><quote rend="quotation_b">Le vedove di guerra hanno quindi diritto di ottenere questo duplice riconoscimento: primo, di essere considerate capi famiglia: esse hanno dovuto assumere per colpa della guerra tutte le responsabilità del capo famiglie ed è giusto che godano anche gli scarsi benefici collegati a tale qualifica; secondo, conseguentemente, anche se non sono mai state occupate, debbono essere considerate disoccupate e godere dell’assistenza concessa a questa immensa categoria (Assemblea Costituente 1946, 335). </quote><p rend="text">Un modo dunque per porre l’accento non tanto sulla pura assistenza, ma pure sulla centralità del ruolo assunto dalle donne durante la guerra come una condizione destinata a non arretrare più (De Ninno 2022). </p><p rend="text">Gli interventi successivi dimostrano l’ostinazione delle rappresentanti comuniste nel dare un apporto decisivo ad alcuni temi e articoli che concernono il riconoscimento di diritti sociali e civili all’interno di un modello nuovo di società (Morelli 2007). Fra questi, si distinguono le argomentazioni perentorie di Teresa Mattei, giovanissima e combattiva deputata, che propone di inserire nell’articolo 3, quello che stabilisce l’uguaglianza dei cittadini, un’aggiunta fondamentale: «senza distinzioni di sesso», espressione che sta davanti a «razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali». Non passa inosservata la fierezza con la quale Mattei cattura l’attenzione della platea in un discorso appassionato in cui attribuisce alle donne la capacità di costruire «una società migliore, sulla strada del progresso e della giustizia sociale»: </p><quote rend="quotation_b">Noi salutiamo quindi con speranza e con fiducia la figura di donna che nasce dalla solenne affermazione costituzionale. Nasce e viene finalmente riconosciuta nella sua nuova dignità, nella conquistata pienezza dei suoi diritti, questa figura di donna italiana finalmente cittadina della nostra Repubblica. Ancora poche Costituzioni nel mondo riconoscono così esplicitamente alla donna la raggiunta affermazione dei suoi pieni diritti. Le donne italiane lo sanno e sono fiere di questo passo sulla via dell’emancipazione femminile e insieme dell’intero progresso civile e sociale. È, questa conquista, il risultato di una lunga e faticosa lotta di interi decenni. Il fascismo, togliendo libertà e diritti agli uomini del nostro Paese, soffocò, proprio sul nascere, questa richiesta femminile fondamentale, ma la storia e la forza intima della democrazia ancora una volta hanno compiuto un atto di giustizia verso i diseredati e gli oppressi (Assemblea Costituente 1947a, 127).</quote><p rend="text">Conquistato sul campo il ruolo attivo di donne che si sono battute per la libertà e per la democrazia, viene salutato in Assemblea «come un riconoscimento meritato e giusto l’affermazione della completa parità dei nostri diritti» (Assemblea Costituente 1947a, 127). </p><p rend="text">Decisivo è anche il contributo delle Costituenti comuniste per la formulazione dei principi che riguardano la famiglia, sia per provare ad abbattere discriminazioni giuridiche e culturali, sia per introdurre innovazioni che investivano anche il matrimonio, le madri lavoratrici, i figli. Non si tratta di temi che riguardano la sfera tradizionalmente domestica, e quindi per vocazione femminile, ma di trasformare tali questioni in pilastri centrali per il cambiamento della società. In questo scenario, la modernità di Nilde Iotti (Mangullo e Russo 2021; Bottari et al. 2022; Fioravanzo 2024) e la tenacia di Teresa Noce permettono di raggiungere traguardi ragguardevoli. Nella relazione alla I Sottocommissione che si occupa del rapporto fra famiglia e Stato, Iotti introduce un concetto e una definizione che diventano portanti nella scrittura dell’art. 29 che disciplina la famiglia: </p><quote rend="quotation_b">La famiglia si presenta come il nucleo primordiale su cui i cittadini e lo stato possono e debbono poggiare per il rinnovamento materiale e morale della vita italiana e importanza fondamentale acquista la tutela da parte dello stato dell’istituto familiare (1946, 231-32). </quote><p rend="text">Per la dirigente comunista è importante sottolineare la centralità femminile, accompagnata dalla considerazione che la serietà e la dignità dell’istituto familiare saranno favorite dall’indipendenza della donna, non più costretta </p><quote rend="quotation_b">a vedere nel matrimonio un espediente talora forzato per risolvere una situazione economica difficile e assicurarsi l’esistenza, ma la soddisfazione di una profonda esigenza naturale, morale e sociale, e lo sviluppo e coronamento, nella libertà, della propria persona. </quote><p rend="text">Una riflessione che porta al riconoscimento del matrimonio come risultato dell’eguaglianza giuridica dei coniugi. L’art. 29 contempla infatti tre principi: uno propriamente riferito alla famiglia stessa; il secondo riguarda il matrimonio, il terzo la prole. </p><p rend="text">Sul matrimonio, in Assemblea è particolarmente accesa la contesa sul termine indissolubile. Quella dell’indissolubilità è una parola chiave, soprattutto per i cattolici, che gli esponenti comunisti non vorrebbero accettare, senza però dar adito alle inevitabili critiche sulla presunta volontà del PCI di preparare il terreno per il divorzio. La via d’uscita per sopprimere la parola «indissolubile» evitando di attirarsi l’appellativo di divorzisti e cercando di non entrare in collisione con la Democrazia Cristiana, viene trovata da Togliatti che liquida la questione come «un problema non costituzionale» (Assemblea Costituente 1947b, 237).</p><p rend="text">Oltre al matrimonio, l’altro tema sul quale si impegnano le Costituenti comuniste riguarda la protezione delle madri lavoratrici, proprio per tenere uniti i fili dell’uguaglianza nel lavoro e nella famiglia. In questo contesto si distingue l’apporto di Teresa Noce che sottolinea la «funzione sociale» della maternità, di fronte al dovere dello Stato che deve garantire a ogni donna, indipendentemente dalla condizione sociale e giuridica, «la possibilità di procreare in buone condizioni economiche, igieniche e sanitarie» (Tonelli 2020; Betti e Migliucci 2023). Ma la sua attenzione si estende pure a quella dei bambini, compresi gli orfani, verso i quali lo Stato deve assicurare «un minimo di protezione e di cure». Principi che verranno trasferiti poi negli anni successivi in Parlamento quando Teresa Noce sarà la prima firmataria della legge sulla tutela delle madri lavoratrici che è una vera e propria rivoluzione con l’estensione dei diritti economici e sociali a tutte le madri lavoratrici e disoccupate, con la retribuzione nei periodi del riposo prima e dopo il parto. </p></div><div><head>3. Memorie e rappresentazioni</head><p rend="text">Dopo anni di oblio, la voce delle donne è riemersa attraverso le molteplici memorie lasciate dalle protagoniste (Lussana 2000; Lussana e Motti 2007). Un lascito che se da una parte permette di recuperare un protagonismo femminile messo da parte, dall’altra attenua la rappresentazione che viene fornita soprattutto dalla stampa sul significato di quella presenza. E proprio su quest’ultimo piano, studi precedenti hanno dimostrato come le cronache coeve insistano sulle curiosità, sugli stereotipi femminili più che sul significato politico del voto, dovendo aspettare ancora molti anni, e soprattutto gli anniversari del sessantesimo e settantesimo del suffragio, per «ascoltare e dare valore alla memoria delle donne e far sì che quella esperienza entrasse a pieno titolo in una storia attenta anche ai sentimenti e al privato» (Gaballo 2020, 112).</p><p rend="text">Un aspetto che riguarda anche le comuniste che hanno dovuto affrontare una doppia diffidenza, quella dei pregiudizi generali contro le donne affiancati ad altri ancora più feroci propagandati dagli anticomunisti. La costruzione del ‘nemico’ comunista da parte degli avversari politici e dalla stampa conservatrice passa attraverso l’animosità di una narrazione che mira a enfatizzare alcuni requisiti che si basano sulle contrapposizioni, con l’utilizzo anche di tratti fisici o della personalità (Ventrone 2005). In questo contesto le donne si prestano in maniera speculare all’obiettivo, soprattutto all’indomani dell’ingresso in Parlamento, e cioè in una tribuna riservata solitamente agli uomini (Gabrielli 2009, 173 sgg.). Per screditare quella presenza che è al contempo femminile e comunista, vengono adottate alcune descrizioni che coinvolgono soprattutto l’aspetto fisico delle protagoniste<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-000">3</ref></hi></hi>. Il caso di Teresa Noce, dalla corporatura massiccia giudicata poco attraente, rispecchia questa tendenza nei giornali di satira dove si indugia sulla scarsa avvenenza della deputata, disegnata sempre con un corpo pesante e sovrappeso, occhiali spessi, pettinatura poco curata, in atteggiamenti goffi e sgraziati, accompagnati da definizioni denigratorie come Befana antifascista (<hi rend="italic">Candido</hi> 1947) o Miss racchia che sfila con un costume intero impreziosito da stelle con il simbolo della falce e martello (<hi rend="italic">Il Travaso</hi> 1947).</p><p rend="text">A contrastare tale impostazione per dare invece un’altra versione del protagonismo femminile concorrono altri tipi di fonti. Numerosi sono diari, lettere, autobiografie, interviste che, nei limiti inevitabili di una memoria individuale (Lavabre 1994; Traverso 2006), fanno emergere una soggettività comunista (Pennetier e Pudal 2014) contraddistinta da fierezza di scelta, sentimento di appartenenza, orgoglio e consapevolezza dell’importanza del suffragio. Centinaia di pagine scritte in tempi diversi che tratteggiano un «lessico femminile» (Petrignani 2019; Caffiero e Venzo 2007) che fa trasparire emozioni, passioni, conquiste. </p><p rend="text">Pur con le avvertenze di dover dosare fonti che si possono rivelare insidiose per la parzialità del racconto personale (Judt con Snyder 2012, 270-80), la storiografia ha riscoperto questa documentazione come un filone fertile dove l’impegno pubblico e politico si intreccia con la dimensione soggettiva, attraverso uno sguardo originale verso l’universo femminile. Emergono così i racconti delle dirigenti o delle semplici militanti che costituiscono un mosaico interessante per ricostruire a posteriori il significato di quel voto. </p><p rend="text">Non è questa la sede per riportare le testimonianze (Guidetti Serra 1978) e le memorie (Egidi Bouchard<hi rend="CharOverride-1"> </hi>2022) che nel tempo sono state pubblicate, a livello nazionale e locale, per colmare il vuoto di un vissuto fatto riassaporare con la lente del presente. Ma ciò che è importante rilevare è come il suffragio costituisca uno spartiacque all’interno di una traiettoria politica di lungo periodo in cui il peso delle donne comuniste acquista un rilievo determinante. Un percorso lungo e faticoso, mai risolto in maniera definitiva, ma che dimostra come l’impegno politico e il «desiderio» di fare politica (Guerra 2000, 174), debba essere svolto dentro – e talvolta contro – il partito e dentro la società. </p></div><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Assemblea Costituente. 1946. Intevento di Nadia Gallico Spano durante la seduta del 25 luglio 1946, 335.</p><p rend="bib_indx_bib">Assemblea Costituente. 1947a. <hi rend="italic">Discussione del progetto di Costituzione della Repubblica italiana</hi>, “Disposizioni generali”, seduta del 17 marzo 1947, p. 127.</p><p rend="bib_indx_bib">Assemblea Costituente. 1947b. “Il «no» all’indissolubilità.” Dal dibattito in Assemblea plenaria del 23 aprile 1947, in Sezione centrale scuole di partito del PCI 1946, 237.</p><p rend="bib_indx_bib">Bassi, Giulia. 2019. <hi rend="italic">Non è solo questione di </hi><hi rend="italic">classe. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-002-backlink">1</ref></hi>	Sull’istituzione e il funzionamento della Consulta: Landoni 2022. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-001-backlink">2</ref></hi>	La lettera di Palmiro Togliatti ad Alcide De Gasperi del 20 gennaio 1945 è riprodotta in Togliatti 2014, 36. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-000-backlink">3</ref></hi>	Una galleria di immagini è raccolta nel progetto “Elette ed eletti. Rappresentanza e rappresentazioni di genere nell’Italia repubblicana”, promosso dall’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano per cui cfr. <hi rend="italic">elettiedelette.it</hi>. s.d.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Anna Tonelli, University of Urbino Carlo Bo, Italy, <ref target="mailto:anna.tonelli@uniurb.it">anna.tonelli@uniurb.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0001-5367-4672">0000-0001-5367-4672</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Anna Tonelli, <hi rend="italic">«Con il mio voto cambierò le cose». La prima volta delle elettrici comuniste,</hi> © Author(s), <ref target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">CC BY-SA</ref> 4.0, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.10">10.36253/979-12-215-0904-5.10</ref>, in Patrizia Gabrielli, Liliosa Azara (edited by), <hi rend="CharOverride-3">Suffragio, donne, partiti. Profili e temi</hi>, pp. -111, 2026, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0904-5, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5">10.36253/979-12-215-0904-5</ref></p></div></div>
      
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