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        <title type="main" level="a">Cittadinanza delle donne: il contributo delle militanti socialiste tra tradizione e innovazione (1944-1954)</title>
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            <forename>Antonella</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Suffragio, donne, partiti</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0904-5</idno>) by </resp>
          <name>Patrizia Gabrielli, Liliosa Azara</name>
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        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.11</idno>
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        <p>In the transitional period between the Resistance and the birth of the Republic, beyond the studies dedicated to their most notable figures, female socialist activists remain understudied. This underestimation has several reasons: in addition to the fragmentary nature of sources, internal divisions, and the difficult collaboration with the UDI, the Socialist Party lacked a coherent and unified project on female citizenship, both from its leadership and from its women's group, where individual figures often clashed. This essay aims to reconstruct the contribution of female socialists to the definition of Italian female citizenship between the final phase of the Resistance and their first experiences of representation, from the National Consulta to the first two legislatures.</p>
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            <item>Italian Socialist Party</item>
            <item>Women’s Citizenship</item>
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            <item>Constituent Assembly</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.11<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.11" /></p>
      <div><head>Cittadinanza delle donne: il contributo delle militanti socialiste tra tradizione e innovazione (1944-1954)</head><p rend="h1_author">Antonella Braga</p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Abstract</hi>: In the transitional period between the Resistance and the birth of the Republic, beyond the studies dedicated to their most notable figures, female socialist activists remain understudied. This underestimation has several reasons: in addition to the fragmentary nature of sources, internal divisions, and the difficult collaboration with the UDI, the Socialist Party lacked a coherent and unified project on female citizenship, both from its leadership and from its women’s group, where individual figures often clashed. This essay aims to reconstruct the contribution of female socialists to the definition of Italian female citizenship between the final phase of the Resistance and their first experiences of representation, from the National Consulta to the first two legislatures.</p><p rend="h1_indexAbstract" ><hi rend="bold">Keywords</hi>: Italian Socialist Party, Women’s Citizenship, National Consulta, Constituent Assembly, First Republican Legislatures.</p><div><head>1. Una storia complessa e una storiografia incompiuta</head><p rend="text">Se per la fase pionieristica tra Ottocento e Novecento, esistono studi più sistemaci (Taricone 2020), per il periodo della lotta antifascista, della Resistenza e dell’Italia repubblicana, la storia delle donne socialiste resta tuttora poco studiata. Su questa sottovalutazione ha influito certamente lo stato di disorganizzazione del Partito Socialista nella fase clandestina, che ostacolò un’azione più strutturata. Ciò contribuì a disperdere le fonti, rendendole frammentarie. Tuttavia, se è ancora oggi difficile ricostruire, al di là dei casi più noti, la storia delle militanti socialiste attive nella lotta clandestina e partigiana, la causa principale va attribuita a «una certa insensibilità del Partito, che non ha mai provato a ricostruire quel patrimonio, […] ma anche a valutare nei giusti termini la questione femminile» (Ajò 2022, 62-4). </p><p rend="text">Quest’atteggiamento si ripropose anche nel periodo tra la fine della Resistenza e la nascita della Repubblica, negli anni qui considerati (1944-1954). In questa fase, si accentuarono le divisioni ideologiche interne al mondo socialista (Mattera 2010), che contribuirono a ostacolare l’assunzione piena e consapevole della questione femminile, avvertita come ulteriore fonte di contrasti. Laddove il rischio della scissione era sempre in agguato, anche la specificità della militanza femminile era un pericolo che andava neutralizzato. Di conseguenza, si preferì non attribuire eccessivo peso all’organizzazione delle donne all’interno del Partito e vi fu un ritardo nell’azione specifica rivolta alle masse femminili. </p><p rend="text">Il riconoscimento del suffragio femminile poneva, invece, questioni urgenti da affrontare. Per tutti i partiti, c’era la necessità di costruire nuovi strumenti per rivolgersi a masse femminili, sino allora in larga parte estranee al dibattito pubblico. Tra le forze politiche di sinistra, il «nuovo partito» di Palmiro Togliatti si dotò da subito di una precisa strategia d’azione, costruendo forme separate di organizzazione per le donne e assegnando alle militanti il compito di mediare tra le masse femminili e il partito (Togliatti 1965, Casalini 2005, 126-50). Le militanti comuniste, benché in parte refrattarie e non sempre inclini a impegnarsi su un fronte che le distoglieva da altri importanti campi di azione, accettarono tale linea per realismo politico e disciplina di partito (Mafai 1979, 49). </p><p rend="text">Così non avvenne all’interno del Partito Socialista di unità proletaria (PSIUP), ricostituitosi nel 1943 (Neri Serneri 1995), e neppure nel nuovo Partito Socialista Italiano (PSI) e nel Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), nati dopo la scissione di Palazzo Barberini del 1947 (Caridi 1990, Pipitone 2019). In tutte queste esperienze, mancarono sia un coordinamento coerente da parte della dirigenza del Partito, sia un progetto unitario da parte del gruppo femminile. Rispecchiando i contrasti tra le diverse correnti, le militanti socialiste rimasero divise e incerte, mostrandosi per lo più indisponibili ad accettare forme separate di organizzazione, che sembravano ledere il diritto a una paritetica adesione al Partito, e poco propense a impegnarsi negli organismi di massa, come l’Unione Donne Italiane (UDI) (Gabrielli 2005), preferendo un’azione autonoma entro il PSIUP. </p><p rend="text">Più che nelle forme di un’attività collettiva, la proposta socialista trovò così espressione in percorsi autonomi di singole personalità emergenti, spesso in contrasto tra loro, e risultò divisa, anche sul piano dei contenuti da attribuire alla cittadinanza delle donne. Accanto a istanze paritarie di grande modernità, che rivendicavano un radicale mutamento della condizione femminile anche sul piano dei costumi, persisteva una visione più tradizionale della donna come soggetto bisognoso di tutela. Questa pluralità di posizioni fu l’espressione di un dibattito più articolato rispetto a quello coevo tra le compagne comuniste, che però finì col disperdere molte delle energie propositive nella discussione interna del partito, facendo poca presa sulle masse femminili (Casalini 2005, 153-70). </p><p rend="text">Le complesse vicende interne al mondo socialista ostacolarono il costituirsi di una memoria collettiva e, in seguito, l’avvio di una ricerca storica sistematica. Molte restano così le domande aperte e i nodi da sciogliere, insieme alla necessità di evidenziare continuità e fratture con la tradizione socialista precedente. Nel variegato dibattito tra le militanti socialiste, si possono infatti rintracciare, insieme a posizioni ormai datate, anche voci più disinibite e meno convenzionali. È questo, ad esempio, il caso, poco noto ma significativo, de <hi rend="italic">La donna socialista</hi>,<hi rend="italic"> </hi>un foglio uscito a Roma nel periodo di effervescenza progettuale compreso tra la liberazione della città e i primi mesi successivi alla fine della guerra. Partendo dall’analisi di questo foglio, si proverà a ricostruire il loro specifico contributo alla definizione della cittadinanza delle donne, nel momento decisivo delle prime esperienze di voto e di rappresentanza (Gabrielli 2016; 2020). </p></div><div><head>2. Un caso poco noto: <hi rend="italic">La donna socialista</hi> di Luisa Villani Usellini </head><p rend="text">Con la liberazione di Roma il 4 giugno 1944, si aprì un periodo di intensa elaborazione politica per tutte le forze antifasciste. Mentre al Nord ancora si combatteva, a Roma si muovevano i primi passi verso una vita politica libera, pur sotto il vigile controllo degli Alleati (Ranzato 2019). È questo il contesto in cui apparve il foglio <hi rend="italic">La donna</hi><hi rend="italic"> socialista</hi>, supplemento quindicinale dell’edizione romana dell’<hi rend="italic">Avanti!</hi>, uscito in diciassette numeri tra l’11 luglio 1944 e il 19 marzo 1945. </p><p rend="text">Espressione del Centro femminile socialista, fu diretto all’inizio da Gemma Romita<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-011">1</ref></hi></hi>, ma già a partire dal terzo numero del 21 agosto 1944 passò sotto la direzione della milanese Luisa Villani Usellini (1910-1989). Colta e con inclinazioni artistiche, Luisa si era trasferita a Roma nel 1935 con il marito, lo scrittore Guglielmo Usellini (Rognoni Vercelli e Fontana 2012). Con lui, aveva aderito al manifesto <hi rend="italic">Per</hi><hi rend="italic"> un’Europa libera unita</hi>,<hi rend="italic"> </hi>scritto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi a Ventotene nel 1941, dando vita tra il 1942 al 1943 a un primo sodalizio federalista romano (Braga 2021). Dopo la fuga dal confino di Melfi nel maggio 1943, si unì al gruppo anche il filosofo Eugenio Colorni, già animatore del Centro interno socialista, che elevò il livello di elaborazione politica, allargando il cerchio dei contatti anche alla rete socialista (Degl’Innocenti 2010, Zucca 2011)<hi rend="italic">.</hi></p><p rend="text">La caduta del regime e il successivo arresto del marito, avvenuto il 31 luglio 1943 da parte della polizia di Badoglio per la diffusione di un appello antinazista (Delzell 1966, 206), spinsero Luisa ad assumere un impegno politico più personale e diretto. Il 12 novembre 1943, ottenuto un falso mandato di liberazione per il marito, lo aiutò a fuggire in Svizzera, scegliendo però di non seguirlo e di restare a Roma con il piccolo figlio Daniele<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-010">2</ref></hi></hi>. Nel clima di fervore ideale della Resistenza, Luisa costruì con Eugenio Colorni un sodalizio sentimentale e politico, tanto intenso quanto breve. Colorni fu, infatti, ferito il 28 maggio 1944 da militi della banda Koch e morì il 30 maggio, solo quattro giorni prima della liberazione di Roma (Tedesco 2014). </p><p rend="text">Nei pochi mesi in cui durò la loro relazione, Luisa fu attiva all’interno del gruppo eterogeneo costituitosi intorno a Colorni, formato da federalisti, azionisti, repubblicani e giovani socialisti, collaborando alla nascita della Federazione Giovanile Socialista e alla redazione del foglio <hi rend="italic">Rivoluzione socialista </hi>(Solari 1980; 2009). Insieme a Colorni, fu presente a incontri clandestini con i vertici del Partito, assistendo al sorgere delle Brigate Matteotti (Conti 2006). </p><p rend="text">Dopo la morte di Colorni, Luisa reagì al trauma proseguendo il suo impegno politico all’interno del PSIUP, per affermare un socialismo antidogmatico, autonomo dai comunisti e orientato verso posizioni federaliste. Su richiesta di Nenni, coordinò il Centro Femminile Socialista, formatosi a Roma nel luglio 1944<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-009">3</ref></hi></hi> e, come tale, fu cooptata nella direzione del Partito e incaricata di dirigere il supplemento femminile dell’<hi rend="italic">Avanti!</hi>.</p><p rend="text">Accanto a lei, come redattrice responsabile, c’era l’amica Marcella Ficca Monaco, moglie del medico socialista di “Regina Coeli”, che col marito aveva aiutato l’evasione di Pertini e Saragat dal carcere (Pertini 1970). Il gruppo delle collaboratrici più assidue – se si escludono Rosa Fazio Longo e Giuliana Nenni – era composto da giovani, nate nel primo dopoguerra o negli anni del regime, che, come Adriana Motti, Silvia Della Seta, Elena Gatti Caporaso, Carla Cartasegna avevano partecipato alla lotta clandestina ma avevano scarsa esperienza della vita di partito. A loro si aggiunse la firma di militanti di antica data, come Maria Giudice<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-008">4</ref></hi></hi> (Calapso 1996), o di più solida esperienza politica, come la napoletana Vera Lombardi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-007">5</ref></hi></hi> (Cirella 2003). Non mancarono neppure contributi maschili, come quelli di Umberto Calosso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-006">6</ref></hi></hi>, che scrisse a sostegno del diritto di voto alle donne.</p><p rend="text">Diversamente da ciò che accadeva nella stampa femminile coeva, anche dei partiti di sinistra, l’intento pedagogico, il tono moralizzante, l’insistenza sul ruolo di <hi rend="italic">maternage </hi>sociale della donna, benché a tratti presenti anche sulle pagine de <hi rend="italic">La donna</hi> <hi rend="italic">socialista</hi>, cedevano il passo a una varietà di stili e contenuti. La presenza di redattrici giovani, cresciute negli anni della guerra e della Resistenza, testimoniava il cambiamento di mentalità apportato da quelle esperienze, che solo il processo di normalizzazione, cui si sarebbe assistito nel dopoguerra, avrebbe temporaneamente arrestato. </p><p rend="text">Una delle più brillanti penne de <hi rend="italic">La donna socialista</hi>, Adriana Motti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-005">7</ref></hi></hi>, destinata a diventare una nota traduttrice nel panorama postbellico, scriveva articoli dal tono libero e disinibito, in cui si toccavano temi quali la morale tradizionale e i limiti della famiglia borghese, i costumi sessuali degli Italiani e la richiesta di pari diritti nella sfera amorosa e famigliare (Motti 1944). Tali articoli suscitarono qualche perplessità da parte dei compagni socialisti e la dura reprimenda del foglio della DC, <hi rend="italic">Il Popolo</hi> (1944)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-004">8</ref></hi></hi>, cui la direttrice Usellini rispose con decisione (1944).</p><p rend="text">Finché fu possibile, <hi rend="italic">La donna socialista</hi> restò un giornale libero, senza nessun complesso di inferiorità rispetto al mondo maschile, alla segreteria del Partito o al dominante protagonismo delle donne comuniste, che si esprimeva attraverso l’UDI,<hi rend="italic"> </hi>verso cui la direttrice Usellini mostrava una certa diffidenza<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-003">9</ref></hi></hi>, differenziandosi su questo punto da Rosetta Fazio Longo e Giuliana Nenni (1944). </p><p rend="text">Nell’inverno 1945, con l’approssimarsi della fine del conflitto, lo spiraglio attraverso cui manifestare posizioni autonome si fece, però, sempre più stretto. La dirigenza del Partito decise di porre un freno alle fronde interne, richiamando tutti a uno spirito unitario e al rispetto del patto di unità col PCI. Per ridimensionare l’autonomia del Centro femminile, intervenne direttamente il segretario Pietro Nenni. Posta di fronte alla scelta se uniformarsi o andarsene, nel febbraio 1945, Luisa si dimise dalla direzione de <hi rend="italic">La</hi><hi rend="italic"> Donna socialista</hi> e dal direttivo del Partito<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-002">10</ref></hi></hi> e, in seguito, decise di uscire dal PSIUP. Tutto ciò disorientò le sue collaboratrici, molte delle quali si staccarono dal Centro femminile e dal giornale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-001">11</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nell’aprile 1945, tuttavia, il piglio libertario de <hi rend="italic">La donna socialista </hi>fu ripreso e sviluppato da un nuovo foglio, cui diede vita il Centro femminile socialista romano. Si tratta di <hi rend="italic">Lettera alla donna</hi>, diretto da Carla Cartasegna, già collaboratrice del precedente giornale<hi rend="italic">, </hi>che fu<hi rend="italic"> </hi>affiancata da Umberto Calosso, come condirettore (Ajò 2022, 70-1). Nei primi numeri, il nuovo foglio, soprattutto attraverso la rubrica di Calosso, propose un neofemminismo di stampo anglosassone che, con ironia, metteva in discussione i tradizionali ruoli di genere nell’ambito del privato, denunciando anche gli effetti negativi della pervasività dell’amore materno (Casalini 2005, 159). </p><p rend="text">Era un messaggio eversivo per la società del tempo<hi rend="italic">, </hi>destinato a non trovare ascolto. Nel clima di progressiva normalizzazione del dopoguerra, anche i partiti di sinistra, per accreditarsi di fronte alle masse, si allineavano ai tradizionali codici sociali, sostenendo la centralità della famiglia e la naturalità del ruolo materno. Sulle colonne dell’<hi rend="italic">Avanti!</hi> e della <hi rend="italic">Compagna</hi>, non mancavano persino accenti misogini e si riproponeva l’approccio paternalistico verso le masse femminili, considerate vittime dello sfruttamento capitalista, dell’ignoranza, della superstizione e, per questo, giudicate pericolose ai fini del consenso elettorale (Casalini 2005, 162-3). </p><p rend="text">In questo contesto, <hi rend="italic">Lettera alla donna </hi>fu in breve tempo normalizzata. Nel gennaio1946, Calosso fu sostituito nella condirezione del giornale da Lina Merlin, divenuta nel frattempo responsabile del Centro femminile. Proprio nel momento in cui, con il primo esercizio del voto delle donne, si doveva conquistare il consenso femminile, la proposta socialista, dibattuta tra istanze paritarie di eccezionale modernità e il retaggio di una lunga tradizione antifemminista ormai datata, si mostrava, dunque, divisa e ambigua (Ajò 2022, 70-1).</p></div><div><head>3. Le prime rappresentanti socialiste nella Consulta nazionale e nelle amministrazioni locali</head><p rend="text">Data la documentazione frammentaria e la dispersione dei materiali, in questa sede si può solo contribuire a delineare alcune tendenze di sviluppo manifestatesi in area socialista, a partire dal primo esordio delle donne italiane nell’agone pubblico, che avvenne con la partecipazione alla Consulta nazionale nel 1945, sino all’inizio della seconda legislatura parlamentare nel 1953. Si è scelto questo termine <hi rend="italic">ad quem</hi>, perché nel 1954 la storiografia sul tema ha evidenziato, all’interno del PSI, un tentativo di «svolta» in merito alla questione femminile (Ajò 2022, 76-8).</p><p rend="text">Come si è detto, una delle prime tendenze che si evidenzia è quella di un confronto, a tratti aspro, tra una pluralità di posizioni, che fu specchio anche di diverse sensibilità generazionali. Il primo gruppo di rappresentanti socialiste fu, infatti, caratterizzato da una difficile convivenza tra due generazioni di militanti: le più anziane, nate alla fine dell’Ottocento in età liberale, e quelle più giovani, cresciute negli anni del regime fascista, che a volte faticavano a dialogare e a comprendersi.</p><p rend="text">Tra le tredici donne nominate alla Consulta nazionale (Landoni 2022) nel 1945, la più anziana, Clementina Caligaris Velletri (classe 1882), e la più giovane, Jole Tagliacozzo Lombardi (classe 1918) appartenevano al piccolo drappello delle tre rappresentanti del PSIUP. Anche la terza Consultrice socialista, Claudia Maffioli (classe 1896), faceva parte della generazione delle militanti più anziane. A parte una biografia su Caligaris (Petti 2019), non esistono ricerche note su di loro. È dunque difficile, allo stato attuale, indagare le loro relazioni, benché qualche indicazione si possa trarre dagli scarni dati disponibili.</p><p rend="text">Clementina Angiolina Teresa Caligaris, nata a Vercelli l’8 settembre del 1882, fu educata agli ideali socialisti dal padre, un piccolo commerciante. Diplomatasi maestra, nel 1904, si trasferì a Sezze romano (Latina), in una delle zone rurali più povere del Lazio meridionale, dove svolse un’intensa attività sindacale a sostegno delle lotte dei braccianti e delle maestre elementari, che rappresentò nei vertici regionali dell’Unione Magistrale Nazionale. A Sezze conobbe Temistocle Velletri, che divenne suo compagno di vita e di lotta politica. Nel 1920, Clementina fondò a Sezze la prima Lega femminile socialista, mentre il marito diventò sindaco del paese. Nel 1922, minacciati dai fascisti, furono costretti a trasferirsi a Velletri, dove si stabilirono definitivamente. Descritta come un’abile oratrice e con un forte scendente sulle donne del popolo, Clementina fu designata per volontà di Pietro Nenni alla Consulta. Quest’incarico fu il suo impegno istituzionale più alto, cui si unì, sempre nel 1945, la nomina ad assessora della Giunta comunale di Velletri, su designazione del locale CLN (Petti 2019). </p><p rend="text">Interessante è anche la figura di Claudia Maffioli, milanese, nata il 28 gennaio 1896, figlia dell’ex deputato socialista Osvaldo (1871-1943). Laureata in Lettere e filosofia, insegnante nelle scuole superiori, fu attiva nelle reti clandestine antifasciste e partigiane. Assidua frequentatrice della casa milanese di Lina Merlin, in via Catalani 63, divenuta luogo di riunioni clandestine, fu coinvolta nella preparazione dei piani per l’insurrezione dell’aprile 1945. Fu attiva anche nei Gruppi di Difesa della Donna (GDD) (Orlandini 2018). Nel 1944 partecipò alla redazione dei primi numeri ciclostilati dell’edizione lombarda di <hi rend="italic">Noi Donne</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-000">12</ref></hi></hi>. Nell’immediato dopoguerra, partecipò con Antonio Banfi e Luciano Raimondi all’esperienza educativa dei Convitti di Rinascita, sorti per iniziativa di un gruppo di reduci della X Brigata Garibaldi ‘Rocco’. Indirizzati dapprima alla formazione dei partigiani, che avevano interrotto gli studi per partecipare alla lotta di liberazione, i Convitti furono poi aperti anche ai giovani delle classi popolari (Raimondi 2016). </p><p rend="text">Meno si conosce della più giovane delle Consultrici, ma quel poco che si sa è sufficiente per collocarla in un altro contesto culturale e sociale. Jole Tagliacozzo, nata a Napoli nel 1918, di origine ebraica, era moglie del filosofo Franco Lombardi, che apparteneva a una nota famiglia socialista. Figlio del deputato socialista Giovanni, Franco era fratello di Vera Lombardi, nota militante e dirigente del PSIUP. Un fratello di Jole, lo storico Enzo Tagliacozzo, sposò un’altra sorella di Franco, Nora Lombardi, legando a filo sempre più stretto le due famiglie, entrambe di tradizioni socialiste e impegnate nella lotta antifascista. Dopo il matrimonio, nel 1943, Jole si trasferì col marito a Roma, dove visse il periodo della Resistenza. Dopo l’esperienza della Consulta, non risulta aver rivestito altri incarichi politici, mentre si dedicò ad attività di insegnamento e promozione culturale.</p><p rend="text">Nessuna delle tre socialiste nominate alla Consulta fu poi eletta all’Assemblea Costituente. Tra il 1946 e il 1953, si assistette, infatti, a un frequente ricambio delle elette socialiste nelle diverse tornate elettorali e solo alcune di loro riuscirono a mantenere una certa continuità di carica. </p><p rend="text">Nelle prime elezioni amministrative dell’Italia libera (Dau Novelli 2010), svoltesi tra la primavera e l’autunno 1946, tra le oltre duemila donne elette come consigliere, non si sa, allo stato attuale delle ricerche, quante siano state nel complesso le socialiste. Per quanto riguarda le sindache, tra le dodici sinora individuate, tra cui sei democristiane e quattro comuniste, solo due risultano appartenere al PSIUP: Elisa Carloni e Anna Montiroli Coccia (Gabrielli 2021). </p><p rend="text">La maestra Elisa Carloni fu eletta il 24 marzo 1946 a Castiglion Fibocchi, un piccolo centro poco distante da Arezzo. A causa di mancanza di memorie su di lei, anche a livello famigliare, poco si può dire sul suo conto. È certamente la più anziana tra le dodici sindache elette nel 1946, con i suoi 57 anni, essendo nata nel 1889. Non si conosce un suo impegno diretto nelle file antifasciste durante gli anni del regime. Come le altre sindache, cercò di impegnarsi con spirito pratico nei problemi della ricostruzione. Stando ai dati emersi, durò in carica sino al 1949, quando la sua amministrazione fu fatta cadere e il Comune commissariato. Dimenticata a livello locale e nazionale, la sua memoria è stata riscoperta solo di recente (Gabrielli 2021, 50-1, 56, 59, 60, 77, 80).</p><p rend="text">L’altra sindaca socialista, Anna Montiroli, anche lei diplomata maestra, era nata nel 1899 a Poggio Mirteto, nel Reatino, e proveniva da una famiglia di proprietari terrieri. Esule in Francia con il marito, il socialista Ugo Coccia, compì le prime esperienze politiche negli ambienti del fuoriuscitismo e con Vera Modigliani animò una trattoria frequentata dagli antifascisti italiani (Modigliani 2024, Gabrielli 2021, 65). Dopo la morte del marito, nel 1933 rientrò in Italia con i due figli piccoli, Franco e Ughetta, mantenendo sempre un atteggiamento fermo nei confronti del fascismo. La sua buona istruzione, le prove di coraggio durante la guerra, il ricordo del compagno socialista, nonché un’equa amministrazione delle proprietà terriere famigliari contribuirono alla sua candidatura nelle liste socialiste. Il 31 marzo 1946, fu eletta al Consiglio comunale di Roccantica (Rieti), e l’8 aprile fu scelta come sindaca (Gabrielli 2021, 53, 56, 63-70). </p><p rend="text">In questa prima prova di rappresentanza, insieme alle altre loro colleghe, le due sindache socialiste seppero dare buona prova di capacità amministrative, partecipando attivamente alla ricostruzione del Paese, quando ancora l’Italia attendeva il nuovo quadro giuridico-politico che doveva essere definito dalla Costituente.</p></div><div><head>4. Le due costituenti socialiste a confronto: Lina Merlin e Bianca Bianchi</head><p rend="text">Nelle elezioni per l’Assemblea Costituente, per il PSIUP, su sedici candidate, ne risultarono elette due: Angelina Merlin (1887-1979), più nota come Lina, e Bianca Bianchi (1914-2000). La loro biografia è nota, tanto da non richiedere di essere sintetizzate in questa sede. Qui di seguito si richiamano solo i dati che servono a mostrare, attraverso i loro differenti profili, modi diversi di intendere la militanza politica e di rapportarsi all’universo femminile. </p><p rend="text">Tra la veneta Merlin, la più anziana tra le costituenti, essendo nata a Pozzonovo in provincia di Padova il 15 ottobre 1887, e la toscana Bianchi, nata il 31 luglio 1914 a Vicchio, in provincia di Firenze, c’era una distanza di ventisette anni; potevano essere madre e figlia. Lina era cresciuta nel contesto di una borghesia illuminata, colta e progressista, che ne agevolò gli studi; Bianca in un contesto popolare, tra Vicchio e Rufina, nella campagna toscana del Mugello, dove le donne si conformavano ancora ai ruoli tradizionali. </p><p rend="text">Nel caso di Lina Merlin, la più nota tra le due, il suo impegno politico era nato nel primo dopoguerra, in forza di uno slancio umanitario contro la guerra e l’ingiustizia sociale, ed era maturato durante l’opposizione al fascismo e il confino in Sardegna. Dopo la liberazione dal confino nel 1930, Lina proseguì il suo impegno politico a Milano anche durante gli anni della Resistenza. Nel luglio 1945, entrò come unica donna nella direzione del PSIUP, dove restò sino al 1948, e fu nominata responsabile della Commissione femminile nazionale sino al 1947. Nel Congresso del 1946, si schierò con la corrente di sinistra del Partito, guidata da Lelio Basso, Rodolfo Morandi e Piero Nenni. Benché «snobbata dai giovani socialisti per la sua impostazione umanitaria e la difficoltà di misurarsi con la dimensione di massa del partito» (Gabrielli 2022, 145-6), riuscì eletta alla Costituente e vi ebbe un ruolo di primo piano come componente della Commissione dei Settantacinque e della Terza sottocommissione sui diritti-doveri economico-sociali (Merlin 1989, Zanetti 2006, Fioravanzo 2023). </p><p rend="text">Bianca Bianchi aveva, invece, iniziato il suo apprendistato politico tra il 1938 e il 1940, mentre studiava presso la Facoltà di Magistero, con la guida di Ernesto Codignola. La scelta antifascista la condusse, giovane insegnante alle sue prime prove nelle scuole di Genova e Cremona, a sfidare i richiami dei presidi esprimendosi contro la guerra, l’invasione della Polonia, la deportazione degli ebrei, in nome della libertà di pensiero. Da una sospensione definitiva dalla scuola, la salvò un incarico annuale negli Istituti culturali italiani in Bulgaria. Nel 1942, tornata in Italia con la consapevolezza di non poter più insegnare, si stabilì nel Mugello. Nel luglio 1943, si avvicinò al Partito d’Azione e partecipò alla Resistenza. Il suo approdo politico non fu però il mondo azionista, giudicato troppo intellettualistico, ma il PSIUP, cui si iscrisse nel giugno 1945, attestandosi su posizioni autonomiste e riformiste. Benché la sua candidatura alla Costituente avesse suscitato perplessità e invidie, risultò eletta, ottenendo il maggior numero di preferenze nel collegio di Firenze-Pistoia (Vassallo 2021). </p><p rend="text">Quando entrarono nell’Assemblea Costituente, le esperienze pregresse di Merlin e Bianchi erano dunque molto diverse, sebbene entrambe fossero riuscite, con caparbietà, a emergere dal ruolo marginale assegnato alle donne nel PSIUP, ottenendo un buon successo elettorale. Entrambe laureate, erano dotate di una solida preparazione culturale e di una convincente abilità oratoria. Avrebbero potuto unire le loro forze, creando un nucleo attorno cui far crescere un gruppo femminile più solidale all’interno del PSIUP. Così, invece, non avvenne, sia perché erano posizionate su fronti opposti in merito alle alleanze politiche, sia perché diversa era la loro sensibilità verso l’universo femminile.</p><p rend="text">Merlin veniva dalle battaglie socialiste a tutela delle lavoratrici negli anni del primo dopoguerra. L’approccio solidaristico volto alla protezione e all’educazione delle masse femminili, considerate vittime inconsapevoli di un’oppressione atavica, restò in lei predominante, come mostrò in seguito la sua infaticabile battaglia per l’abolizione dello sfruttamento della prostituzione (Merlin e Barberis 1955). Come ha scritto Monica Fioravanzo (2023, 128-9), è difficile scindere la sua fede socialista di impronta umanitaria dal suo femminismo, strettamente legato alla battaglia socialista e non autonomo. Questa visione non le impedì comunque di essere sempre disponibile a collaborazioni trasversali al di là degli schieramenti di partito. Da qui la sua adesione ai GDD – che contribuì a fondare nel novembre 1943 – e poi all’UDI. </p><p rend="text">Tutt’altra esperienza era stata quella di Bianca Bianchi. Dopo la precoce morte del padre Adolfo, fabbro e segretario del Circolo operaio di Vicchio, Bianca sperimentò sin da bambina una «diversità», prima sofferta e poi testardamente rivendicata, nei confronti di quel mondo femminile «d’ombre fisse» per lei rappresentato dalla madre Amante, dalla sorella Margherita e dalle altre donne della campagna del Mugello. Il suo spirito libero trovò maggiore comprensione nel nonno materno, Angiolo Cafaggi, che sostenne la sua scelta di proseguire gli studi. La sua personale emancipazione passò, dunque, attraverso la presa di distanza da un mondo femminile di ruoli subalterni, verso cui dichiarò da subito la sua radicale «non appartenenza». Fu questa, forse, l’origine di quelle resistenze mentali che le impedirono di far propria «qualsiasi causa e rivendicazione esplicitamente declinata al femminile» (Vassallo 2021, 67-9). </p><p rend="text">L’esperienza alla Costituente fu così segnata per Bianca Bianchi da una profonda solitudine e da una «rigida incomunicabilità» con la compagna di partito Lina Merlin e con le donne del PCI per la difficoltà di inserirsi in un’«ottica di collaborazione fondata sulla solidarietà di genere». Il senso di solitudine si aggravò quando, con la scissione del 1947, Bianchi aderì al nuovo PSLI, guidato da Giuseppe Saragat (Donno 2009), con cui strinse uno stretto sodalizio, molto chiacchierato. Per screditarne la reputazione, si fecero circolare anche false voci su una sua presunta gravidanza precedente il matrimonio con Giancarlo Checcacci, avvenuto nel 1947 (Vassallo 2021, 78-9). </p><p rend="text">Con Merlin e con le altre costituenti, Bianca Bianchi sperimentò, infatti, la «comune sorte di dover sfidare pregiudizi e riserve mentali». Nelle cronache del tempo colpisce il peso dato all’aspetto estetico delle Costituenti (Gabrielli 2020, Cioci 2020). L’insistenza sull’avvenenza di Bianca Bianchi, il definirla l’«angelo biondo», e l’accento posto sull’eleganza <hi rend="italic">demodé</hi> di Lina Merlin erano il sintomo di un pregiudizio maschilista che sottolineava l’aspetto fisico per ridimensionare il valore complessivo della persona. Non importava che Bianchi e Merlin fossero colte, che possedessero straordinarie doti oratorie, che avessero dato prova di coraggio contro il regime e, che, alle elezioni, ottenessero più voti di un uomo. Il loro operato veniva comunque sottovalutato o fatto oggetto di attacchi volgari, ingiurie e calunnie, quando colpiva qualche interesse o costume inveterato. </p><p rend="text">Accomunate dall’essere due intellettuali, dotate di autonomia di giudizio e di una forte personalità, conobbero entrambe delusioni e invidie nella vita di partito. La loro indipendenza, fonte di continue e aspre polemiche, fu alla lunga difficile da mantenere e, sebbene in modi e tempi diversi, le avrebbe portate entrambe ad allontanarsi dalla vita parlamentare, nel 1953 per Bianchi e nel 1963 per Merlin. </p><p rend="text">Tuttavia, finché durò la loro presenza nelle istituzioni rappresentative, le loro iniziative individuali si tradussero in una serie di importanti proposte, sulle quali seppero convergere, in modo trasversale, anche con donne di altri partiti. Non si può almeno non accennare, in sede di Costituente, all’impegno di Lina Merlin in favore della parità di diritti. Fu, infatti, grazie al suo intervento, se nel primo comma dell’art. 3 della Costituzione, la differenza di sesso fu inscritta tra i fattori «che non devono costituire motivo di disparità di trattamento» (Merlin 1989, 93-4). In sede parlamentare, basti ricordare la battaglia condivisa tra Bianchi e Merlin per la cancellazione dell’infamante sigla «N.N.» dai documenti dei figli illegittimi, condizione che era stata propria anche del padre di Bianca Bianchi (Vassallo 2021, 8, 18, 93-7).</p></div><div><head>5. Le socialiste elette nel 1948 e nel 1953 nelle prime due legislature della Repubblica</head><p rend="text">Nelle elezioni del 1948, per la prima legislatura della Repubblica, furono elette 49 donne su 978 parlamentari: 45 alla Camera su un totale di 613 deputati e solo 4 al Senato su un totale di 365 senatori. Le socialiste furono in tutto sei: quattro alla Camera, oltre a Bianca Bianchi, già entrata nel PSLI, Rosa Fazio Longo (1913-2004), Elsa Molè (1912-2006), Giuliana Nenni (1911-2002); e due al Senato, oltre a Lina Merlin, Pina Palumbo (1906-1989). </p><p rend="text">Nelle elezioni del 1953, per la seconda legislatura, i socialisti si presentarono divisi tra PSI e Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI), nuovo nome assunto dal PSLI. In questa tornata elettorale, definita «la strage delle donne», il numero delle elette decrebbe da 49 a 35: 34 furono le deputate e una sola la senatrice, Lina Merlin, che fu riconfermata tra i 28 senatori del PSI. Alla Camera, su 75 deputati socialisti, solo 4 furono le donne: oltre a Giuliana Nenni, Anna De Lauro Matera (1909-2003); Elena Gatti Caporaso (1918-1999); Maria Vittoria Mezza (1926-2005). Per il PSDI, tra i 19 eletti alla Camera e al Senato, non risultò nessuna donna, neppure Bianca Bianchi.</p><p rend="text">Nel complesso, solo tre delle rappresentanti socialiste elette tra Costituente e prime due legislature (Bianchi, Merlin e Nenni) furono riconfermate almeno una volta nella carica parlamentare all’interno del periodo considerato (1946-1953). Avrebbero poi avuto un nuovo rientro nella vita parlamentare Palumbo e Matera per la terza legislatura nel 1958, Mezza per la quarta e quinta legislatura nel 1963 e nel 1968, e Gatti Caporaso solo nel 1968. Questa discontinuità richiederebbe un approfondimento, ma sembra comunque il sintomo di una certa fragilità dei percorsi individuali all’interno del Partito e di una scarsa propensione del gruppo femminile a ‘fare sistema’ per sostenersi a vicenda. </p><p rend="text">La maggior parte delle rappresentanti socialiste tra 1946 e 1953 proveniva dal Centro-Nord (7 su 9), una da Roma e un’altra dal Molise. La maggior parte era laureata (quattro in Giurisprudenza, una in Filosofia, due in Lingue straniere), una aveva compiuto studi universitari, un’altra aveva conseguito un diploma. Questi scarni tratti non sono sufficienti a delineare la fisionomia di un gruppo che sfugge a facili categorizzazioni. I percorsi biografici individuali sono molto differenziati e non se ne può dar conto qui. Mi limito dunque ad alcuni cenni a tre parlamentari socialiste, che consentono di tirare un po’ le somme di tutto il percorso sin qui compiuto. Si tratta di Rosetta Fazio Longo, Elena Gatti Caporaso e Giuliana Nenni, tutte già collaboratrici de <hi rend="italic">La donna socialista </hi>nel 1944-45<hi rend="italic">.</hi></p><p rend="text">Giuliana Nenni, è figura nota, anche per il ruolo di collaboratrice da lei svolto per il padre Pietro, leader di lungo corso del Partito Socialista. Esule con la famiglia tra il 1926 e il 1943 in Francia, frequentò i corsi di “Civilisation française” alla Sorbona e compì le prime esperienze politiche negli ambienti del fuoriuscitismo. Dopo la caduta del fascismo, rientrò a Roma, dove partecipò alla Resistenza. Nel 1944 fu tra le promotrici dell’UDI con Marisa Cinciari Rodano, Rita Montagnana e Rosa Fazio Longo (Rodano 2010). Eletta nel 1948 e nel 1953 alla Camera e al Senato nel 1958 e nel 1963, si allontanò poi dalla vita parlamentare per assistere, in qualità di segretaria, l’anziano padre, contribuendo alla pubblicazione del suo diario politico (Nenni 1981).</p><p rend="text">Rosa (Rosetta) Fazio Longo, d’origini molisane, laureatasi in lettere e giurisprudenza a Roma, maturò la propria scelta politica negli anni del conflitto. Durante l’occupazione nazifascista, insegnò nelle scuole romane, si iscrisse al PSIUP e militò nell’Associazione degli Insegnanti Medi. Si contraddistinse da subito per la combattività con cui si impegnò per promuovere i diritti civili delle donne, perorando la revisione di alcune norme relative al ruolo dell’uomo come capo famiglia, al sistema dotale e alla sperequazione delle pene per adulterio. Nel 1944, partecipò alla costituzione dell’UDI, di cui fu segretaria generale (1947-1959), carica che rivestì anche nella Federazione democratica internazionale femminile (FDIF) (Cioci 2023).<hi rend="italic"> </hi>Fu eletta alla Camera solo per la prima legislatura.</p><p rend="text">La romana Elena Gatti Caporaso (1918-1999), la più giovane delle tre, si iscrisse al PSIUP e collaborò alla Resistenza quando ancora era studentessa in giurisprudenza. Costante fu la sua militanza nell’UDI, con incarichi negli organismi dirigenti centrali dal 1947 agli anni Settanta. Fece parte della direzione del Partito dal 1949 sino al 1969 e fu eletta nella seconda legislatura alla Camera, e nella quinta, nel 1968, al Senato, dove fu nominata sottosegretaria per la Pubblica istruzione.</p><p rend="text">Ciò che accomunava queste tre donne era di essere, da una parte, orientate a promuovere i valori della tradizione socialista insieme a istanze più avanzate nel campo dei diritti civili, e, dall’altra, di essere convintamente impegnante nell’UDI. Secondo Elena Caporaso questa prospettiva, almeno fino alla metà degli anni Cinquanta, non fu condivisa dalla maggioranza delle compagne socialiste, che restavano ostili anche alla formazione di gruppi femminili specifici entro il Partito. </p><p rend="text">Per questo nel 1947, dopo la scissione di Palazzo Barberini, divenuta responsabile della Commissione femminile del nuovo PSI, Elena Caporaso, organizzò un convegno nazionale a Roma, il 9-10 marzo, per cercare di conciliare le opposte esigenze delle militanti, già impegnate negli organismi del partito, che consideravano il lavoro specifico tra le donne come una sorta di diminuzione del loro ruolo, con quelle delle attiviste di base che, a contatto diretto con le masse femminili, ritenevano indispensabile riunirsi separatamente per discutere di problemi più specifici delle donne. Si cercò dunque di trovare un punto di accordo che prevedeva, laddove ritenuto necessario, di creare – solo temporaneamente – gruppi femminili specifici (Ajò 2022, 73).</p><p rend="text">Tale accordo, tuttavia, non attecchì, perché tra le militanti e le dirigenti restava prevalente la volontà di ribadire la parità degli iscritti, senza distinzioni di genere, prevista dallo statuto del Partito, mentre nei confronti dell’UDI si manteneva per lo più una partecipazione dall’esterno, quasi una pura «immissione rappresentativa», senza un impegno comune di elaborazione sulle tematiche femminili (Casalini 2005, 154). Alcune figure di primo piano – come Joyce Lussu (Ballestra 2024), che ebbe un ruolo di coordinamento tra 1948 e 1949 durante la segreteria di Alberto Jacometti – rimasero sempre ostili a forme di organizzazione separata e diffidenti verso il coinvolgimento nell’UDI, preferendo un impegno autonomo dentro il Partito (Casalini 2005, 153; Lussu 1976). </p><p rend="text">In mancanza di una presa di posizione chiara da parte del Partito, non si arrivò a una composizione tra le diverse istanze e la polemica tra le militanti impedì loro di influenzare la linea politica interna, che rimase monopolizzata dai dirigenti maschi. Tutte le questioni si riproposero così invariate nella Conferenza nazionale del 1950 e, successivamente, nel IV Convegno del movimento femminile socialista, convocato nel 1954 sempre da Elena Caporaso, per tenare di imprimere una svolta all’iniziativa politica delle donne socialiste. Nella sua relazione, Caporaso tracciò una sintesi dei conflitti interni che avevano reso poco produttiva l’azione delle militanti socialiste dentro e fuori il Partito, invitando le compagne a una maggiore consapevolezza e a un dialogo più costruttivo con l’UDI (Direzione del PSI 1954, 48-9).</p><p rend="text">In quest’occasione, si espose anche lo stesso leader socialista Pietro Nenni che, denunciando il ritardo della legislazione e del costume sociale, nonché il misoginismo clericale e lo scarso interesse dello stesso PSI vero l’emancipazione femminile, chiese di promuovere un’azione al di fuori dal Partito, negli organismi di massa e nella società, per cambiare nei fatti la condizione delle donne italiane (Ajò 2022, 76-7). A metà degli anni Cinquanta, il nucleo dirigente del PSI sembrò, dunque, sollecitare con più convinzione il litigioso fronte delle militanti socialiste a confluire nel modello del ‘collateralismo femminile’ proposto dal PCI di Togliatti che, pur con tutti i suoi limiti, era risultato l’unica proposta forte della Sinistra in quegli anni (Casalini 2005, 24).</p><p rend="text">Come è stato osservato, questa «svolta» giunse però troppo tardi, dopo che molte energie si erano esaurite in inconcludenti polemiche interne, e solo poco prima che i fatti di Ungheria del 1956 portassero a una frattura tra PCI e PSI e all’uscita di molte socialiste dall’UDI. Dopo aver tentato invano una battaglia per l’unità delle donne, nel 1959, anche Rosetta Fazio lasciò l’UDI, ormai egemo­nizzata dalle donne comuniste, seguendo Nenni sulla strada dell’autonomia dal PCI. La «svolta» del 1954 non ebbe dunque molto tempo per radicarsi all’interno del Partito e così avviare un reale cambiamento. Anche negli anni successivi, non fu facile trovare una strategia comune e coerente, come mostrano gli ostacoli incontrati da Anna De Lauro Matera, divenuta nel 1955 nuova responsabile femminile nazionale (Ajò 2022, 77-80, Galante 2016).</p><p rend="text">Nonostante queste difficoltà, molti furono i tasselli che, in quegli stessi anni (1948-1958), le militanti socialiste misero a punto nella definizione della cittadinanza delle donne e dei loro diritti. Oltre alle leggi già ricordate per l’abolizione dello sfruttamento della prostituzione, la cosiddetta Legge Merlin del 1958 (Azara 2017, Bellassai 2006), e per la tutela giuridica dei figli illegittimi (1955), basti pensare ai disegni di legge contro il licenziamento a causa di matrimonio, per la conservazione del posto di lavoro alle lavoratrici madri, per la modifica delle norme del Codice civile attinenti alla patria potestà e per il cosiddetto ‘piccolo divorzio’, che poneva, per la prima volta, alcuni casi di scioglimento del matrimonio. </p><p rend="text">Alcune di queste proposte si realizzarono solo molto tempo dopo, quando l’iniziativa socialista trovò un terreno d’intesa con le altre forze politiche e con le masse femminili nel contesto di una società in rapido mutamento. Tuttavia, anche se non andarono subito a buon fine, tali proposte sono la prova del contributo che le militanti socialiste seppero apportare, nei primi anni di vita della Repubblica, allo sforzo collettivo di declinare la cittadinanza delle donne italiane sul piano dei diritti civili, politici ed economico-sociali. Per questo la loro storia merita di essere meglio conosciuta e necessita di ulteriori approfondimenti. </p></div><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Ajò, Marta. 2022. <hi rend="italic">La donna</hi><hi rend="italic"> nel socialismo italiano 1892-1978</hi>. Milano: KKIEN Publ. Int.</p><p rend="bib_indx_bib">Azara, Liliosa. 2017. <hi rend="italic">L’uso “politico” del corpo femminile. La legge Merlin</hi><hi rend="italic"> tra nostalgia, moralismo ed emancipazione</hi>. Roma: Carocci.</p><p rend="bib_indx_bib">Ballestra, Silvia. 2024. <hi rend="italic">La Sibilla. Vita di Joyce Lussu</hi>. 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Firenze: Giunti.</p><p rend="bib_indx_bib">Modigliani, Vera. 2024. <hi rend="italic">Esilio. </hi>Roma: Arcadia Edizioni.</p><p rend="bib_indx_bib">Motti, Adriana. 1944. “Per le ragazze, ovverosia quattro parole a bassa voce.” <hi rend="italic">La donna socialista</hi>, 30 ottobre, 1944.</p><p rend="bib_indx_bib">Nenni, Pietro. 1981. <hi rend="italic">Tempo</hi><hi rend="italic"> di guerra fredda. Diari 1943-1956</hi>, vol. I. Milano: SugarCo. </p><p rend="bib_indx_bib">Neri Serneri, Simone. 1995. <hi rend="italic">Resistenza e democrazia dei partiti. I </hi><hi rend="italic">socialisti nell’Italia del 1943-1945</hi>.<hi rend="italic"> </hi>Milano: Lacaita.</p><p rend="bib_indx_bib">Orlandini, Laura. 2018. <hi rend="italic">La democrazia delle donne. I Gruppi di Difesa della Donna </hi><hi rend="italic">nella costruzione della Repubblica (1943-1945)</hi>. Roma: BraDypUS.</p><p rend="bib_indx_bib">Pertini, Sandro. 1970. <hi rend="italic">Sei condanne e due evasioni</hi>, a cura di Vico Faggi. Milano: Mondadori.</p><p rend="bib_indx_bib">Petti, Dario. 2019. <hi rend="italic">Clementina Caligaris. Storia di una</hi><hi rend="italic"> con­sultrice</hi>. Latina: Atlantide.</p><p rend="bib_indx_bib">Pipitone, Daniele. 2019. <hi rend="italic">Il socialismo democratico italiano</hi><hi rend="italic"> fra la Liberazione e la Legge truffa. Fratture, ricomposizioni, e</hi><hi rend="italic"> culture politiche d un’area di frontiera</hi>.<hi rend="italic"> </hi>Milano: Ledizioni.</p><p rend="bib_indx_bib">Raimondi, Luciano. 2016. <hi rend="italic">I Convitti Scuola della Rinascita</hi>, a cura di Nunzia Augeri. Milano: ed. Aurora. </p><p rend="bib_indx_bib">Ranzato, Gabriele. 2019. <hi rend="italic">La</hi><hi rend="italic"> Liberazione di Roma. Alleati e Resistenza</hi>.<hi rend="italic"> </hi>Bari-Roma: Laterza.</p><p rend="bib_indx_bib">Rodano, Marisa. 2010. <hi rend="italic">Memorie di una che c’era. Una storia dell</hi><hi rend="italic">’UDI</hi>. Milano: Il Saggiatore. </p><p rend="bib_indx_bib">Rognoni Vercelli, Cinzia, e Paolo G. Fontana, a cura di. 2012.<hi rend="italic"> Guglielmo Usellini (1906-1958). Un </hi><hi rend="italic">Aronese antifascista precursore dell’Europa unita</hi>. Milano: Edizione Unicopli.</p><p rend="bib_indx_bib">Solari, Leo. 1980. <hi rend="italic">Eugenio Colorni. Ieri e sempre. </hi>Venezia: Marsilio. </p><p rend="bib_indx_bib">Solari, Leo. 2009. <hi rend="italic">I giovani socialisti nel crocevia degli anni ’40</hi>,<hi rend="italic"> </hi>a cura di Davide Conti. Roma: Odradek.</p><p rend="bib_indx_bib">Taricone, Fiorenza. 2020. <hi rend="italic">Politica e cittadinanza. Donne socialiste in Italia tra Ottocento e</hi><hi rend="italic"> Novecento</hi>. Milano: FrancoAngeli.</p><p rend="bib_indx_bib">Tedesco, Antonio. 2014. <hi rend="italic">Il Partigiano Colorni e</hi><hi rend="italic"> il grande sogno europeo</hi>. Roma: Editori Riuniti.</p><p rend="bib_indx_bib">Togliatti, Palmiro. 1965. <hi rend="italic">L’emancipazione femminile: Discorsi alle donne</hi>.<hi rend="italic"> </hi>Roma: Editori Riuniti.</p><p rend="bib_indx_bib">Usellini, Luisa. 1944. “Risposta al ‘Popolo’. Parole alla sbarra.” <hi rend="italic">La donna socialista</hi>, 13 novembre, 1944.</p><p rend="bib_indx_bib">Vassallo, Giulia. 2021. <hi rend="italic">Bianca Bianchi</hi>. Milano: Biblion.</p><p rend="bib_indx_bib">Zanetti, Anna Maria, a cura di. 2006. <hi rend="italic">La Senatrice Lina Merlin, un «pensiero operante»</hi>. Venezia: Marsilio.</p><p rend="bib_indx_bib">Zucca, Fabio, a cura di. 2011. <hi rend="italic">Eugenio Colorni federalista</hi>.<hi rend="italic"> </hi>Manduria-Bari-Roma: Lacaita.</p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-011-backlink">1</ref></hi>	Nata a Torino nel 1922 e trasferitasi a Roma nel 1933, Gemma era figlia del deputato socialista Giuseppe Romita (1887-1958), divenuto dirigente del PSIUP nel 1943, fautore dell’autonomia socialista e futuro Ministro della Repubblica. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-010-backlink">2</ref></hi>	Sulle ragioni di questa scelta si veda Luisa Villani Usellini, <hi rend="italic">Diario della</hi><hi rend="italic"> Resistenza</hi>,<hi rend="italic"> </hi>in Archivio Villani Usellini (AVU), Arona, Carte Luisa Villani,<hi rend="italic"> </hi>fasc. 1943-1945. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-009-backlink">3</ref></hi>	Ne facevano parte Elena Gatti Caporaso, Luigia Chiola, Rosetta Fazio Longo, Iolanda Leporace, Marcella Monaco, Giuliana Nenni e altre due militanti (De Cecco e Villa) non meglio identificate.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-008-backlink">4</ref></hi>	Maria Giudice (1880-1953), maestra, sindacalista, giornalista, più volte arrestata, prima donna dirigente della Camera di Lavoro di Torino, era stata tra le redattrici de <hi rend="italic">La</hi><hi rend="italic"> difesa delle lavoratrici.</hi> </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-007-backlink">5</ref></hi>	Vera Lombardi (1904-1995) era allora nel gruppo dirigente della federazione napoletana del PSIUP.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-006-backlink">6</ref></hi>	Lo scrittore Umberto Calosso (1895-1959), socialista d’ispirazione laburista e fabiana, esule, vicino negli anni Trenta a Giustizia e Libertà, eletto alla Costituente nel 1946, passato poi nel 1947 al PSLI, si distinse per i suoi interventi a favore dell’emancipazione femminile. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-005-backlink">7</ref></hi>	Adriana Motti (1924-2009) lavorò nel dopoguerra per la casa editrice Einaudi, per la quale si occupò anche della traduzione pioneristica de <hi rend="italic">Il giovane Holden</hi> di Salinger. Fu compagna del critico letterario Giacomo Debenedetti.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-004-backlink">8</ref></hi>	L’articolista del giornale democristiano bollava <hi rend="italic">La donna socialista</hi> di licenziosità e immoralità.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-003-backlink">9</ref></hi>	In AVU è conservata la bozza di un articolo, intitolato “L’UDI verso il paese dei balocchi!”,<hi rend="italic"> </hi>s.d. [primi mesi del 1945], in cui Luisa accusava la presidente dell’UDI, Rita Montagnana, di aver tradito l’originario spirito apartitico dell’organismo, subordinandolo alle direttive del PCI. L’articolo non fu mai pubblicato, segno evidente che censura e autocensura funzionavano anche nella redazione de <hi rend="italic">La donna socialista</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-002-backlink">10</ref></hi>	La lettera di dimissioni, indirizzata a Pietro Nenni, è conservata presso AVU, Carte Luisa Villani, fasc. PSIUP.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-001-backlink">11</ref></hi>	Cfr. la lettera di Luisa al marito del 27 febbraio 1945, in AVU, Carte Luisa Villani, <hi rend="italic">Corrispondenza con Guglielmo</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-000-backlink">12</ref></hi>	<hi rend="italic">Noi Donne </hi>fu pubblicata in diverse edizioni regionali durante la Resistenza. La rivista originaria risale al 1937, quando fu pubblicata a Parigi, per iniziativa delle esuli comuniste Xenia Silberberg (Marina Sereni) e Teresa Noce.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Antonella Braga, Fondazione “Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini”, Italy, <ref target="mailto:antonellabraga18@gmail.com">antonellabraga18@gmail.com</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Antonella Braga, <hi rend="italic">Cittadinanza delle donne: il contributo delle militanti socialiste tra tradizione e innovazione (1944-1954),</hi> © Author(s), <ref target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">CC BY-SA</ref> 4.0, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.11">10.36253/979-12-215-0904-5.11</ref>, in Patrizia Gabrielli, Liliosa Azara (edited by), <hi rend="CharOverride-2">Suffragio, donne, partiti. Profili e temi</hi>, pp. -128, 2026, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0904-5, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5">10.36253/979-12-215-0904-5</ref></p></div></div>
      
      <div>
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          <bibl n="220093">Petti, Dario. 2019. Clementina Caligaris. Storia di una con&amp;#173;sultrice. Latina: Atlantide.</bibl>
          <bibl n="219785">Pipitone, Daniele. 2019. Il socialismo democratico italiano fra la Liberazione e la Legge truffa. Fratture, ricomposizioni, e culture politiche d un’area di frontiera. Milano: Ledizioni.</bibl>
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          <bibl n="220050">Togliatti, Palmiro. 1965. L’emancipazione femminile: Discorsi alle donne. Roma: Editori Riuniti.</bibl>
          <bibl n="220010">Usellini, Luisa. 1944. “Risposta al ‘Popolo’. Parole alla sbarra.” La donna socialista, 13 novembre, 1944.</bibl>
          <bibl n="220179">Vassallo, Giulia. 2021. Bianca Bianchi. Milano: Biblion.</bibl>
          <bibl n="220011">Zanetti, Anna Maria, a cura di. 2006. La Senatrice Lina Merlin, un &amp;#171;pensiero operante&amp;#187;. Venezia: Marsilio.</bibl>
          <bibl n="220094">Zucca, Fabio, a cura di. 2011. Eugenio Colorni federalista. Manduria-Bari-Roma: Lacaita.</bibl>
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    </body>
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