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        <title type="main" level="a">Oltre i grandi partiti di massa. Impegno politico e militanza femminile nell’area liberale</title>
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            <forename>Domenica</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Suffragio, donne, partiti</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0904-5</idno>) by </resp>
          <name>Patrizia Gabrielli, Liliosa Azara</name>
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        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.12</idno>
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        <p>The political activity of women in the early post-fascist years and the dawn of democracy was not exclusively limited to the experiences gained in the large mass parties. A more thorough examination of the political landscape of that period reveals the presence of women active in various political and associative spheres. The study of these additional experiences enables the restoration of the true complexity and richness of the initiatives implemented by women's political action during that period. This essay initiates a reflective discourse on the presence and role of women within the Liberal Party, an aspect to which historiography has hitherto paid little attention.</p>
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            <item>Pro Vote Committee</item>
            <item>Women's movement of the Liberal Party</item>
            <item>Josette Cattaui de Menasce Lupinacci</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.12<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.12" /></p>
      <div><head>Oltre i grandi partiti di massa. Impegno politico e militanza femminile nell’area liberale</head><p rend="h1_author">Domenica La Banca</p><p rend="h1_indexAbstract ParaOverride-1" ><hi rend="bold">Abstract</hi>: The political activity of women in the early post-fascist years and at the dawn of democracy was not confined to the experiences gained in the large mass parties. A more thorough examination of the political landscape of that period reveals the presence of women  who were active in various political and associative spheres. The study of these additional experiences enables the restoration of the true complexity and richness of the initiatives implemented by women’s political action during that period. This essay introduces a reflective discourse on the presence and role of women within the Liberal Party, an aspect to which historiography has hitherto paid little attention.</p><p rend="h1_indexAbstract ParaOverride-2" ><hi rend="bold">Keywords</hi>: Pro Vote Committee, <hi >Women’s movement of </hi><hi >the Liberal Party</hi>, Josette Cattaui de Menasce Lupinacci.</p><quote rend="quotations_quotation_b3">Per quello che conta è lo spirito con cui abbiamo lottato le une accanto alle altre liberali, socialiste, comuniste, democristiane, repubblicane, donne diversissime per origine ed educazione, tendenze, ma unite allora tra loro da una comune convinzione: che era necessario che le donne italiane uscissero finalmente da uno stato di inferiorità politica e sociale e partecipassero alla ricostruzione del Paese (Saija 1955, 7).</quote><p rend="text">Queste parole di Josette Cattaui de Menansce Lupinacci invitano a riflettere su come sarebbe certamente lacunoso, oltre che storicamente infondato, ascrivere l’attivismo che porta alla conquista del diritto di voto esclusivamente alle componenti femminili di quelli che si apprestavano a divenire i tre maggiori partiti di massa. In ragione di questa premessa, pare necessario restituire in maniera più organica e meno episodica la «galassia femminile», per usare una felice espressione di Patrizia Gabrielli (2017), tenendo conto della partecipazione politica delle donne oltre le esperienze riconducibili alla Democrazia Cristiana, al Partito Comunista e al Partito Socialista. Non è un compito molto agevole da svolgere perché, se da un lato, lo scenario che affiora è molto articolato, e con al suo interno posizioni e opinioni a volte differenti, dall’altro, la storiografia è ancora lontana dall’offrire un quadro esaustivo di questi ulteriori spazi dell’agire politico femminile, spesso frettolosamente citati ma in pochi casi oggetto di studi e analisi approfonditi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-003">1</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Ci sono, infatti, diversi ambienti politici o associazionistici in cui guardare e profili di protagoniste da conoscere più a fondo. In tali contesti vengono promosse azioni altrettanto importanti e attivate nuove reti, mentre il dibattito si arricchisce di prospettive differenti o di temi e questioni ulteriori. Sono i casi del Partito Liberale Italiano (PLI), del Partito Repubblicano Italiano (PRI) o esperienze politiche che si esauriscono in pochi anni come il Partito d’Azione o il Fronte dell’Uomo Qualunque, le cui militanti, a volte, troveranno spazio in altre formazioni politiche. Nel caso dell’UQ, ad esempio, alcune militanti continueranno il loro impegno politico nel Partito Nazionale Monarchico (La Banca 2020)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-002">2</ref></hi></hi>. In questo quadro, non stupisce l’assenza delle donne che si sentono ancora vicine al fascismo, impegnate com’erano a cercare una nuova casa per le loro idee e che troveranno, di lì a breve, nel Movimento sociale italiano. Tuttavia, merita di essere segnalato che anche nel caso della fondazione del Movimento sociale italiano ci fu un discreto attivismo delle donne che si espresse in forme associative e in organizzazioni assistenziali o sociali. È il caso del Movimento italiano femminile, un organismo, come segnalava Piero Ignazi, che si costituisce prima ancora del partito sotto la direzione di Elena Coffarelli con il sostegno di Maria Pignatelli (Ignazi 1989, 62). </p><p rend="text">Perché, dunque, soffermarci su queste esperienze? Per la loro decisiva e costante presenza nelle tappe cruciali del percorso che ha portato a ottenere e esercitare il diritto di voto delle italiane. Sul piano dell’elettorato passivo, nel quadro complessivo della ridotta presenza femminile, le protagoniste di questi spazi politici riusciranno ad essere elette in numero decisamente minore, ma la loro esigua presenza non è proporzionale alla robustezza dei loro profili e del loro attivismo. Molte di queste donne hanno alle spalle percorsi di vita articolati, spesso una formazione elevata, provengono da famiglie economicamente solide, sono inserite in reti internazionali, sono poliglotte, si sono fatte strada in contesti lavorativi dominati dalla presenza maschile, come le professioni liberali, accademiche o scientifiche e sono decisamente femministe. La loro presenza non può, dunque, essere soltanto frettolosamente e indistintamente segnalata perché il loro impegno nel percorso che condusse al suffragio universale fu importante al pari di quello delle comuniste, delle socialiste e delle democristiane. </p><p rend="text">Come già accennato lo stato dell’arte su questi spazi politici, sulle figure che li animarono e le iniziative e i progetti proposti è piuttosto limitato, rapsodico e frammentato. Per questa ragione quello che proverò a far affiorare nelle pagine che seguono non ha certo la pretesa di essere un quadro esaustivo. Vuole essere piuttosto uno sprone alla necessità di colmare questa lacuna cominciando a guardare in spazi rimasti ancora in ombra. Per questa ragione, si proverà a offrire dei primi spunti di riflessione sul Movimento femminile del partito liberale (1943-1946). </p><div><head>1. Il comitato Pro Voto. Uno straordinario momento unitario</head><p rend="text">È sufficiente osservare la composizione del comitato Pro Voto, istituito nel 1944, su iniziativa dell’Unione Donne Italiane per cogliere la ricchezza delle posizioni in campo. Nelle diverse ricerche e pubblicazioni che si sono soffermate ad analizzare l’attività del comitato spesso sono riportati i nomi delle rappresentanti dei partiti più piccoli, ma in poche occasioni questi nomi hanno ricevuto uno spazio di interesse specifico. È noto, ad esempio, che a portare la voce e le idee delle donne del partito liberale c’era Josette Lupinacci, per il partito d’azione c’era Bastianina Musu Martini mentre Emilia Siracusa Cabrini per la Democrazia del Lavoro. Questa unità d’azione in parte può leggersi in continuità con l’esperienza maturata nei Gruppi di difesa della donna (Alloisio e Gadola Beltrami 2003; Orlandini 2018), ma è anche frutto di riflessioni che le componenti femminili maturano in seno ai singoli partiti (Crain Merz 2013). Alle iniziative del comitato Pro Voto, e in maniera niente affatto secondaria, prendono parte anche due importanti associazioni femminili di origine liberale che si ricostituiscono immediatamente, nel 1944, dopo che il regime fascista le aveva gradualmente costrette al silenzio. L’Alleanza femminile italiana pro-suffragio si ricostituisce sotto la presidenza della dottoressa Teresita Sandeschi Scelba (Serci 2020) e alla segreteria l’avvocatessa Evelina Cimato, prima donna ad iscriversi all’albo dei procuratori di Roma nel 1919 (<hi rend="italic">La donna rivista quindicinale illustrata </hi>1919, 8). La Federazione italiana laureate e diplomate Istituti superiori (FILDIS), invece, si ricostituisce sotto la presidenza della matematica Libera Trevisani Levi-Civita e con Bice Crova, ingegnera e docente universitaria, alla segretaria (Taricone 1992). Entrambe le associazioni si caratterizzano per una spiccata apertura internazionale. Infatti, mentre UDI e CIF, dal 1945 avvieranno un complesso lavoro di contatti attraverso cui provare ad inserirsi in reti internazionali (Cioci 2023), per la FILDIS e l’Alleanza questa dimensione rappresenta un tratto costitutivo. La prima nasce a Roma nel 1922 come sezione italiana dell’International Federation University Women, IFUW (Goodman 2011), mentre l’Alleanza Pro-voto, sorta nel 1906, aderisce da subito all’International Alliance of Women, IAW, fondata nel 1904 (<hi rend="italic">International Alliance of Women </hi>1967). Non pare un caso, dunque, che proprio queste associazioni assumano l’impegno di dialogare con gli Alleati. Un trafiletto sul quotidiano Roma del 3 dicembre 1944, riporta:</p><quote rend="quotation_b">Rappresentanti dell’Alleanza Femminile Italiana per i diritti della Donna e della Federazione Laureate e diplomate (FILDIS) ambedue federate alle rispettive associazioni internazionali sono state ricevute dal Commodore Ellery W. Stone Osidor, Chief Commissioner of the Allied Commission.</quote><quote rend="quotation_b">Le due associazioni desideravano informare le Autorità Alleate della campagna “pro voto” che insieme con l’U.D.I. è stata iniziata e culminerà nella prima settimana di febbraio<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-001">3</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">L’Alleanza e la FILDIS, com’è noto, si caratterizzano per essere apartitiche. Gli interessi che spingono le donne ad iscriversi a queste associazioni vanno oltre le personali convinzioni politiche. Nel primo caso le socie condividono: l’impegno a favore della parità dei diritti tra uomo e donna; l’educazione della donna all’esercizio dei propri diritti e doveri di elettrice; lo studio dei problemi sociali e delle riforme necessarie; la pace (Serci 2020). Nel secondo, invece, il collante associativo è rappresentato dalla formazione femminile in ambito scolastico e professionale. Per la FILDIS il riscatto delle donne avveniva prioritariamente attraverso la formazione culturale non solo promuovendo la cooperazione tra le donne laureate di tutto il mondo, ma anche incoraggiandole negli studi e nella valorizzazione delle loro professioni (Taricone 1992). Va da sé che le associazioni rappresentano spazi animati da posizioni più ricche e articolate, meno monocorde, che richiedono intensi confronti per essere condotte a sintesi. È proprio la trasversalità delle appartenenze partitiche delle socie che in questi casi contribuisce a uscire dagli schematismi per aprirsi a un più ampio e ricco panorama di soggetti e di progettualità (Gabrielli 2015, 16). Di fatto però, la difesa ostinata dell’apartiticità finirà per tenerle isolate e ai margini dell’arena politica della prima repubblica, un contesto in cui i partiti hanno avuto un ruolo decisivo nel sistema politico e rappresentativo. Di questo Teresita Sandeschi Scelba era pienamente consapevole:</p><quote rend="quotation_b">Malgrado che sia l’Unione donne italiane che il Centro italiano femminile si dicessero indipendenti dai partiti politici, per le loro origini e per il carattere che andavano assumendo, non si poté impedire che venissero date loro delle etichette […]. Le vecchie associazioni, libere da ideologie, forti soltanto del loro prestigio e della loro indipendenza, rimanevano schiacciate tra queste due forze e riuscivano con difficoltà a farsi sentire dal grande pubblico malgrado la competenza acquistata in tanti anni di lavoro e il sostegno dell’Organizzazione delle Nazioni unite cui esse aderivano (Rossi-Doria 1996, 68). </quote><p rend="text">Ottenere il suffragio universale, dunque, è l’elemento che con più forza tiene insieme questa rete, che però già nell’autunno del 1944 comincia a sfaldarsi. La nascita del Centro Italiano Femminile (CIF), l’organizzazione femminile collaterale della Democrazia Cristiana, è il primo passo (Dau Novelli 1995; Taricone 2001), mentre la nascita della Lega nazionale donne italiane segnerà anche la fuoriuscita delle donne del PLI (Ravera 1979, 177). Sono azioni da leggersi in risposta alla graduale attrazione dell’UDI nell’orbita del PCI. A ben vedere le liberali, le azioniste e le repubblicane avevano cominciato a segnare le distanze già nei Gruppi di difesa della donna, considerati troppo egemonizzati dal PCI. A Genova, ad esempio, nel dicembre 1944, nasce il Comitato di coordinamento femminile ligure antifascista di area moderata. Alla guida del comitato c’è la liberale Virginia Minoletti Quarello e sempre a lei è riconducibile, con buona probabilità, il contenuto del foglio <hi rend="italic">La Fiamma</hi>, il cui primo ed unico numero dattiloscritto esce nel capoluogo ligure, a ridosso della Liberazione. Il foglio sintetizza la visione programmatica del comitato e colloca il riconoscimento dei diritti politici femminili in un quadro di rivendicazione di diritto naturale (1945, 3). </p><p rend="text">Anna Garofalo ben sintetizza, con rammarico, questa graduale perdita di coesione:</p><quote rend="quotations_quotation_b1">Misi al microfono tutte le donne che conoscevo dei vari partiti […] Erano allora tutte nell’Unione Donne Italiane, che per prime le cattoliche abbandonarono, fondando il CIF. A poco a poco uscirono le altre e rimasero nell’UDI solo le socialcomuniste. Fu un peccato, perché un fronte unico femminile sarebbe stato utile per la lotta politica (Garofalo 1956, 3). </quote></div><div><head>2. L’Associazione Nazionale Donne Elettrici (ANDE): «la giusta via di mezzo»</head><p rend="text">Nel venir meno del fronte unitario anche il mondo laico e moderato avverte la necessità di uno spazio associativo. Da questa esigenza prende vita l’ANDE. L’associazione nonostante fosse apartitica diventa un punto di riferimento quasi obbligato per le liberali e le monarchiche, proponendosi come «la giusta via di mezzo» tra UDI e CIF (Martini 1998, 190). Le ricerche disponibili su questa associazione si sono soffermate sullo spirito che ne ha animato la nascita e sulla sua primissima fase di avvio, gestita dalla liberale Carlotta Garabelli Orlando, che in questi densi mesi poté contare sul sostegno di donne «intelligenti, disinteressate e coraggiose» pronte a scendere in campo già in occasione del referendum del 2 giugno. Orlando ricorda il sostegno di Maria Rygier, di Teresa Bonghi Cutolo, dell’amica repubblicana Mary Tibaldi Chiesa, scrittrice e traduttrice e di lì a breve parlamentare della Repubblica (La Banca 2020; Valleri 2020). Tibaldi Chiesa e Olga Giannini, eletta nel Fronte dell’Uomo Qualunque e poi passata al Partito Nazionale Monarchico, saranno le prime due parlamentari a non appartenere ai tre grandi partiti di massa elette alle politiche del 1948 (Berardi 2012). </p><p rend="text">Come per l’UDI e il CIF, anche per l’ANDE la prima grande prova fu quella di scongiurare l’assenteismo delle donne al voto e, attraverso azioni di pedagogia elettorale, consentire all’elettorato femminile di acquisire coscienza politica e consapevolezza della propria importanza nella politica nazionale. Bisognava raggiungerle tutte, specie quelle delle zone rurali. Nelle autobiografie delle andine spesso si trovano ricordi di avventure rocambolesche per raggiungere luoghi periferici. Ma la tenacia e lo spirito di iniziativa non mancarono. Lontane dai grandi centri urbani le andine diffondevano opuscoli, organizzavano dibattiti, costituivano comitati elettorali in cui provavano a sciogliere i dubbi delle elettrici per metterle in grado di compiere una scelta libera e consapevole. C’era una regola da seguire: evitare «i consigli sottovoce» (Martini 1998, 191). Quella dell’ANDE, puntava ad essere una sfida democratica con mezzi democratici. Dopo la scelta repubblicana e l’avvio dei lavori dell’Assemblea Costituente, una singolare iniziativa intrapresa dalle andine fu quella di raccogliere le firme a sostegno di una petizione per sottoporre il testo costituzionale a referendum. La proposta, che guardava all’esperienza francese, non ebbe seguito, ma era il chiaro tentativo di aprire nel paese un dibattito sulla Costituzione e i suoi principi. A questo medesimo scopo è finalizzata anche l’iniziativa di sottoporre ai politici italiani un questionario «per approfondire il loro pensiero riguardo ai principali punti della nostra Carta Costituzionale» (ANDE 1996, 17). </p><p rend="text">Parallelamente alla pedagogia elettorale il centro degli interessi dell’ANDE restava il miglioramento delle condizioni delle italiane e l’impegno per ottenere delle leggi a difesa degli interessi professionali femminili. Da subito porta avanti la battaglia per includere le donne nei ruoli della magistratura e della diplomazia, ma sostiene anche le ostetriche condotte comunali che ambivano a divenire dipendenti statali (ANDE 1996, 20). Le problematiche affrontate dall’associazione nei primi anni riguardano la tutela della donna, la legislazione sociale, il problema degli illegittimi, la riforma della scuola, il diritto di famiglia. Sono macro-questioni che non sembrano differire molto da quelle su cui investono energie UDI e CIF, ma quello che ancora resta da analizzare meglio sono le impostazioni che le andine danno a questi problemi e le soluzioni proposte, per verificare quanto esse siano in linea o differiscano da quelle delle altre organizzazioni femminili. </p></div><div><head>3. Il Movimento femminile liberale. Note per una prima riflessione </head><p rend="text">L’ANDE, dunque, divenne lo spazio associativo in cui si ritrovarono molte donne liberali. Del resto, la sua nascita era stata fortemente caldeggiata da Josette Lupinacci, già rappresentante delle donne del PLI nel comitato Pro voto e, dal febbraio 1945, responsabile del centro di organizzazione del Movimento femminile liberale (MFL). Proprio quest’ultimo impegno le precluse la possibilità di assumere cariche direttive nell’ANDE. Le socie investite di «cariche pubbliche, di cariche nei partiti o che siano comunque militanti degli stessi»<hi rend="CharOverride-2"> </hi>non potevano avere ruoli gestionali, c’era da difendere l’apartiticità dell’associazione (Statuto ANDE, art. 19). Josette Lupinacci, sarà tuttavia una socia attiva e presente, ben conciliando questa intraprendenza con quella a favore del MFL.</p><p rend="text">Di quest’ultimo organismo è possibile rintracciare le origini all’interno del processo di riorganizzazione del PLI avviato immediatamente dopo l’8 settembre 1943. Da subito, infatti, la dirigenza «pensa ad una organizzazione interna con quadri politici e forme di radicamento locale cui si affianca l’azione di quegli esponenti che creano un tessuto nuovo anche in forma di rappresentanza sindacale e di movimentismo femminile e giovanile». In questo frangente il partito è caratterizzato dalla presenza di una giovane classe dirigente legata all’esperienza resistenziale, da un dibattito vivace sul «nuovo liberalismo» e dal tentativo di raggiungere gli italiani facendosi ispirare dall’organizzazione dei partiti «di massa» (Pallini 2008, 110-11). L’importante impegno che la componente femminile del partito ha avuto nella resistenza è stato oggetto di recenti studi (Pace 2020; 2025a; 2025b), mentre ancora in ombra resta il contributo delle donne al dibattito sul «nuovo liberalismo» e sui modi proposti o adoperati per avvicinare il partito agli italiani. Poco, inoltre, sappiamo delle dinamiche che hanno caratterizzato il dialogo interno tra movimento femminile e la direzione del partito. Si ha però certezza di quanto, in quel frangente, distinguendosi dalle posizioni attendiste del partito, le liberali si siano poste alla guida di una battaglia serrata a favore del suffragio. È noto, infatti, che nel secondo esecutivo guidato da Ivanoe Bonomi ad avere riserve riguardo al suffragio universale c’era anche il PLI. Non esisteva una ragione concreta e razionale, anzi fu quasi un «paradosso» (Galeotti 2006, 163) che a mostrarsi «i più indifferenti o diffidenti verso il voto alle donne» fossero proprio i partiti che attribuivano al diritto di voto un valore anche sul piano della libertà individuale (Rossi-Doria 1996, 42). La ragione pareva essere di ordine pragmatico: i partiti più piccoli erano convinti che a beneficiare del voto femminile sarebbero stati PCI e DC. Del resto per i liberali era difficile giustificare con argomentazioni di principio questa ostruzione, quando nel 1943 sulle pagine del <hi rend="italic">Movimento Liberale Italiano</hi> si leggeva: </p><quote rend="quotation_b">Giova ricordare che il suffragio universale maschile fu a suo tempo propugnato da governi liberali. Ed ora crediamo giunto anche per l’Italia, come già per gli stati liberali più progrediti, il momento di superare ogni obiezione alla concessione dei diritti politici alle donne, cui si è chiesta e si chiede tanta cooperazione agli sforzi bellici e tanta partecipazione ai sacrifici comuni (Rizzo 1943, 66).</quote><p rend="text">Ed ancora un documento della Segreteria politica del partito, sempre dello stesso anno, propone l’istituzione delle Sezioni femminili nella convinzione che «è sempre più probabile che si arrivi presto al voto alle donne quanto meno nel campo amministrativo; è indispensabile quindi che noi ci teniamo pronti con una organizzazione femminile adeguata» (Pallini 2006-2007, 202).</p><p rend="text">La classe dirigente del PLI, dunque, non solo era convinta della necessità di allargare il diritto di voto a tutte le donne, ma era anche consapevole che fosse una questione imminente. Manlio Brosio, ministro senza portafoglio del PLI in seno al Consiglio dei ministri del 31 gennaio 1945, considerata l’importanza della riforma, suggerì di spostare la discussione sul suffragio in Consulta nazionale (Galeotti 2006, 163). Era un chiaro tentativo di guadagnare tempo, di procrastinare una decisione che infondo sapevano non più procrastinabile e, in ogni caso, ingiustificabile nei riguardi delle donne del PLI che, col comitato Pro Voto, ostinatamente si battevano a favore del suffragio e della partecipazione delle donne alla vita politica e sociale del paese. La difficoltà e l’imbarazzo nel giustificare le ragioni del no affiorano evidenti dalla nota intervista su <hi rend="italic">Noi Donne</hi> a Manlio Lupinacci, membro del PLI e marito di Josette, in cui se da un lato sostiene di avere «una certa diffidenza verso la partecipazione della donna alla vita politica», dall’altro si affretta a chiarire «che tale diffidenza non ha alcun serio fondamento, perché solo istintiva, tradizionale» auspicando perciò «che le donne debbano partecipare in piena condizione di parità con gli uomini, cioè con suffragio universale […]. E non solo dovranno essere elettrici, ma anche eleggibili» (<hi rend="italic">Noi Donne</hi> 1945, 15).</p><p rend="text">Ed ancora, a ridosso dell’approvazione del suffragio universale, Raimondo Collino Pansa si rivolge alle donne liberali introducendo l’argomento con queste parole:</p><quote rend="quotation_b">Privare la donna del diritto di partecipare alla vita politica della nazione era ormai un anacronismo dal momento che essa frequenta le università, può esercitare le libere professioni, gode degli stessi diritti civili dell’uomo, ha la potestà di commerciare, di disporre dei suoi beni, non abbisogna dell’autorizzazione maritale per atti di commercio né per alienare il proprio patrimonio, e con la sua vita di lavoro e di studio coopera al benessere ed al progresso della nazione. Riforma profondamente giusta se si pensa al contributo che la donna ha dato per la rinascita della vita democratica della patria (<hi rend="italic">Quaderni</hi><hi rend="italic"> del Partito d’liberale italiano</hi> 1945, 1).</quote><p rend="text">Anche nella Milano appena liberata, ci si interroga sul voto alle donne dalle pagine de<hi rend="italic"> La Libertà</hi>. E la posizione non sembra essere molto differente rispetto a quella maturata dalla componete del partito nell’Italia liberata. Dopo parole di compiacimento per il suffragio, viene aggiunto: </p><quote rend="quotation_b">l’uomo politico non può nascondersi che il problema della partecipazione femminile alla vita politica non è, come può sembrare, tanto semplice. L’enorme numero di elettrici, le donne sono, è noto, più numerose degli uomini, può influire grandemente in modo decisivo sui risultati delle elezioni e, quindi, sull’indirizzo politico generale. Tale influenza, avrà luogo, è chiaro, a tutto favore dei cosiddetti “partiti di massa”, di quei partiti cioè ai quali più facilmente si volge la fiducia degli operai e dei contadini, in quanto essi ritengono di essere da quelli tutelati nei loro interessi e nelle loro speranze. […] Noi non ci nascondiamo dunque, che il voto alle donne, quasi certamente, condurrà ad un rafforzamento dei partiti di massa e costituirà, pertanto, una relativa diminuzione di influenza per il partito liberale e per quelli adesso più affini (<hi rend="italic">La Libertà</hi> 1945, 1).</quote><p rend="text">In questo quadro altalenante tra compiacimento e timore, va segnalato che tra i pochi a sottolineare la mancata menzione dell’eleggibilità nel testo del 1° febbraio 1945 ci fossero proprio i liberali (Galeotti 2006, 210). Su questo tema si sofferma anche Panfilo Gentile, dalle pagine di <hi rend="italic">Risorgimento Liberale</hi>. Per rispondere a quanti si interrogavano sugli effetti della partecipazione delle donne al voto, il giornalista non temeva stravolgimenti perché «è sommamente probabile che in generale le donne voteranno uniformandosi alle idee dei loro uomini e non sposteranno quindi i risultati che si avrebbero se votassero soltanto gli uomini». La ragione di ciò risiedeva in una singolare convinzione di Gentile secondo cui:</p><quote rend="quotation_b">la donna non entra in gara con le persone del sesso opposto, essa sente la gara solo con le proprie compagne di sesso, e intanto che all’elettorato non sarà accompagnata non solo l’eleggibilità ma la pratica ed effettiva elezione delle donne, e la donna non vedrà la concorrenza delle altre donne nella carriera politica, essa non sarà attirata con un interesse vivace e personale verso la politica che in definitiva, nonostante il voto le sembrerà sempre come una faccenda che riguarda esclusivamente gli uomini (Gentile, 1). </quote><p rend="text">L’assenza nel decreto del 1° febbraio 1945 del diritto di voto passivo metteva al riparo, secondo Gentile, dall’incertezza che avrebbe provocato la partecipazione delle donne al voto. Tesi che tuttavia potrà essere sostenuta solo fino al marzo 1946, quando la ‘svista’ fu corretta e le donne italiane ebbero la possibilità di essere anche elette. </p><p rend="text">Che le donne votassero era ormai un dato di fatto, bisognava solo fare in modo che la loro scelta avesse:</p><quote rend="quotation_b">un significato e costituisca una vera partecipazione politica del Paese, si prepari, senza perdere un minuto, a questo delicatissimo compito, legga, studi, si informi, discuta, si educhi, insomma, questa funzione che per la prima volta nella storia italiana è chiamata compiere. Solo con un’onesta preparazione, con una pacata riflessione su quelle che sono le necessità della patria e su quelle che sono le verità storicamente acquisite del pensiero politico la donna italiana potrà far serenamente e coscientemente la scelta del suo indirizzo e potrà dire la sua parola sui destini nazionali (<hi rend="italic">La Libertà</hi> 1945, 1). </quote><p rend="text">Il riconoscimento del suffragio universale richiede di ripensare il ruolo delle donne nel partito. Se alla fine del 1944, l’ufficio organizzazione, stabiliva che appena costituita la sezione occorreva dare vita a sezioni femminili col fine di dedicarsi precipuamente a compiti di assistenza sociale (Pallini 2006-2007, 211), nel 1945, come anticipato, viene istituto il MFL, con Josette Lupinacci alla guida e Nina Buffa di Perrero alla segreteria. Il partito adesso aveva bisogno di un organismo capace di raggiungere le donne anche in vista delle imminenti tornate elettorali amministrative e del referendum. Dai territori cominciarono ad arrivare risposte concrete. Un primo quadro dei gruppi femminili costituiti risale al novembre del 1945. Non stupisce la distribuzione rapsodica, frutto evidente di come la nascita di questi centri fosse il risultato di un agire spontaneo dovuto alla presenza in quei luoghi di donne sensibili al mondo liberale e al loro desiderio di partecipazione. Accanto a città di grandi dimensioni come Milano, Genova, Firenze, Palermo, Napoli, Catania e Venezia il MFL trova riscontro in province più piccole o paesi di modeste dimensioni (<hi rend="italic">Bollettino d’informazione del </hi><hi rend="italic">partito liberale italiano</hi> 1945, 8)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-000">4</ref></hi></hi>. La propaganda è tra i compiti principali che il partito affida al MFL. La stampa e la distribuzione dei volantini erano al centro di questa azione. Tra questo materiale c’è anche un opuscolo rivolto ai lavoratori e alle lavoratrici dal titolo <hi rend="italic">Il </hi><hi rend="italic">vostro lavoro e la vostra libertà, </hi>in cui è riassunta l’idea liberale del lavoro e la centralità che in essa hanno questioni come il merito, l’uguaglianza di possibilità, la sicurezza, la retribuzione adeguata. Quello che si evidenzia è l’uso di un linguaggio inclusivo. L’opuscolo si rivolge sempre a uomini e donne, lavoratori e lavoratrici, anche nell’appello finale alla custodia della libertà:</p><quote rend="quotation_b">Noi liberali tendiamo a costruire un mondo migliore e libero, nel quale il valore dell’individuo e la sua iniziativa dovranno avere possibilità di agire; il nostro è dunque l’indirizzo della LIBERTA’, ma non potrà realizzarsi se della libertà uomini e donne non si sentiranno non soltanto partecipi, ma anche gelosi custodi (<hi rend="italic">Partito liberale italiano</hi> 1945, 7).</quote><p rend="text">Non stupisce che a capo delle sezioni locali femminili del PLI si trovino protagoniste della lotta resistenziale. Nalda Mura, per fare un esempio, dopo la liberazione sarà molto attiva nel savonese dove fonda insieme all’ingegnere Silvio Volta il settimanale liberale <hi rend="italic">La Libera Parola</hi> e come segretaria della sezione del PLI della città ligure si impegnò affinché le donne fossero rappresentate in ogni direzione provinciale e comunale del PLI (Pace 2020, 117). Ci sono stati casi in cui l’impegno femminile sui territori ha rappresentato un trampolino di lancio per le candidature. Tra le otto candidate all’Assemblea Costituente nelle liste dell’Unione democratica nazionale, ad esempio, la palermitana Ersilia Curaba, delegata regionale siciliana, è candidata nella circoscrizione Palermo-Trapani-Agrigento-Caltanissetta insieme alla professoressa nissena Carmela Intilla. Unica lista dell’Unione in cui compaiono due donne. Curaba si era distinta per le diverse conferenze tenute sull’isola e firmando articoli sul giornale liberale <hi rend="italic">La Sicilia</hi> in difesa dei diritti delle lavoratrici e sulla necessità della partecipazione della donna alla vita politica. Nella circoscrizione Napoli-Caserta verrà candidata, invece, Maria (Mara) Olita, che si era dedicata ad assistere migliaia di reduci organizzandoli in cooperative (di edilizia, di trasporto, ecc.). Curaba e Olita saranno anche nel Consiglio nazionale del PLI nel 1946, insieme a altre presenze femminili quali Nina Ruffini, Josette Lupinacci, Virginia Minoletti. Continuando a scorrere i restanti, pochi, nomi delle candidate nelle liste dell’Unione democratica nazionale ci si imbatte in profili poco noti sul piano nazionale, ma impressi nella memoria locale. È il caso di Maria Rosaria Scardigno, candidata nel collegio Bari-Foggia, nota professoressa e dialettologa molfettese, femminista della prima ora che tra il 1903 aveva fondato e diretto a Bari fino al 1905 <hi rend="italic">La Voce della donna</hi>, periodico di tendenza progressista moderata. Sempre battendosi per il suffragio femminile, nel marzo del 1907 aveva tenuto sull’argomento una conferenza molto apprezzata nella sala del Consiglio comunale di Bari. Anche nelle scuole tiene numerosi incontri per «educare le giovinette al loro nuovo ruolo di protagoniste» (“Salvemini e il voto alle donne” 2020; Bertolini 2023, 82). In tutt’altro contesto si era formata e aveva lavorato, invece, la Valentina Zambra, candidata nel collegio di Trento, prima donna medico del Trentino, che aveva preso parte alla Prima guerra mondiale prestando soccorso negli ospedali militari austriaci. Nel 1934, a Pavia, aveva conseguito anche la specializzazione in ginecologia e tornata nei luoghi d’origine svolse una preziosa attività di divulgazione delle norme igienico-sanitarie, prevenzione e difesa della salute dei bambini lavorando nelle scuole rurali e successivamente anche nei consultori dell’Opera nazionale assistenza Italia redenta (Curti et al. 1997, 374). All’infanzia aveva dedicato interesse anche Bianca Lusena, livornese di origine ebraica, candidata nella circoscrizione Roma-Viterbo-Latina-Frosinone. Infermiera volontaria per la Croce Rossa durante la Prima guerra mondiale, nel 1934 pubblica il volume dal titolo <hi rend="italic">La fanciullezza: note pratiche di igiene fisica e </hi><hi rend="italic">intellettuale</hi> (Firenze, la Nuova Italia). Nel 1944 è a Roma dove il fratello Umberto partecipa alla resistenza nelle fila del Fronte militare del colonnello Giuseppe Montezemolo, mentre Bianca, si occupava di assistere i feriti. Umberto Lusena sarà tra le vittime delle Fosse Ardeatine. Fiorenza Bori, invece, candidata nella circoscrizione Torino-Novara-Vercelli era la vedova del liberale Giuseppe Perotti, generale e ingegnere, che dopo l’armistizio aveva aderito alla resistenza piemontese, fino alla cattura e alla fucilazione nel 1944. Resta Josette Lupinacci, candidata nella circoscrizione di Bologna-Ferrara-Ravenna-Forlì. Prima di soffermarci su questa figura, va segnalata un’assenza. Tra le candidature all’Assemblea Costituente manca quella di Virginia Minoletti Quarello, protagonista della resistenza antifascista liberale tra Genova e Milano e tra le tredici consultrici in rappresentanza del PLI, dove si era espressa a favore dell’obbligatorietà dell’esercizio del voto, convinta che per le donne avrebbe rappresentato una spinta determinate alla partecipazione. Pare sia stata una scelta personale accompagnata dal desiderio di tornare a Genova e dedicarsi ad attività socioassistenziali (Pace 2025a, 219), ma in generale poco si conosce dei destini politici e delle scelte di vita delle partigiane liberali terminata la guerra. Per avere un quadro più esaustivo di questa partecipazione sarebbe necessario un riscontro sistematico da condurre sul piano locale, sulla scorta di importanti ricerche già condotte in alcune aree (Silvestrini, Simiand, e Urso 2005; Ridolfi e Dogliani 2007 Noce 2023), perché è sui territori che la partecipazione politica femminile è stata spesso associata ad un attivismo pratico, in molti casi di matrice assistenziale, riconoscibile e concreto, andato oltre le convinzioni o le appartenenze politiche e a volte distante dalle tendenze politiche nazionali. Anche in questo caso non mancano indizi da seguire. Un nome fra tutti quello di Anna Cassandro Sernia, professoressa di musica, antifascista, iscritta al partito liberale dal 1944 e membro del Consiglio nazionale del PLI nel 1946, in rappresentanza delle donne. Nella sua città, Barletta, istituisce con il fratello Manlio Livio la sezione locale del PLI. Mentre il fratello arriverà ad assumere importanti incarichi di partito, fino ad essere eletto alla Camera, Anna Cassandro continuerà il suo impegno politico e culturale nella città natale. Dal 1953 sarà per lungo tempo consigliera di minoranza del Consiglio comunale di Barletta (Ceci e Mascolo 1994; Bertolini 2023, 143-44). Un esempio tra tanti, dunque, che conferma la necessità di un lavoro di ricerca sui territori. </p><p rend="text">A ben guardare lo conferma anche il profilo di Josette Lupinacci (1909-1988), indubbia protagonista di questo frammento di storia. Alcune informazioni sul suo profilo consentono di offrire a questa riflessione qualche spunto ulteriore. Nata al Cairo in una famiglia benestante della comunità ebraica d’Egitto, viene educata da una governante inglese, studia nella capitale egiziana, in Francia e in Italia dove nel 1920 si trasferisce con la famiglia. Nella capitale, ancora studentessa, si lascia affascinare dalla rivoluzione promessa dalla marcia su Roma, ma l’assassinio di Giacomo Matteotti la mise di fronte al «vero volto del fascismo. Era finita un’infanzia e l’inconscia adolescenza. Da quei giorni fu antifascista» (cit. in<hi rend="italic"> </hi>Fiorentino Busnelli 2018, 142). Nel 1931 sposa il giornalista Manlio Lupinacci con cui condividerà anche l’impegno politico nel PLI. Con la promulgazione delle leggi razziali nel 1938 è costretta a nascondersi, nonostante si fosse convertita al cattolicesimo. Nell’agosto del 1943 è a Roma pronta a dare il suo contributo alla liberazione e alla rinascita del Paese. In successione è membro del Comitato di Liberazione Nazionale, entra nell’UDI, nel comitato Pro Voto, sostiene la nascita dell’ANDE e ne è socia, sarà alla guida del MFL e della Lega Nazionale Femminile, sarà candidata alla Costituente e alle amministrative per il comune di Roma. Agli impegni politici affianca quelli sociali. Appena rientrata nella capitale, con Giuliana Di Carpegna, da vita allo scoutismo femminile con l’idea di contrapporre il libero associazionismo giovanile all’irreggimentazione fascista. In continuità con questa iniziativa, nel 1945 è tra le firmatarie dell’atto costitutivo della Federazione Italiana Guide ed Esploratrici (<hi rend="CharOverride-2">FIGE</hi>). Alla presidenza della Lega Nazionale Donne Italiane, vicina al PLI, sostiene progetti di lavoro sociale e volontario per far fronte ai bisogni immediati del dopoguerra, in particolare dell’infanzia. Successivamente, nel primo Congresso nazionale della Lega, tenutosi nel maggio 1949, saranno programmate azioni a favore della preparazione tecnica e professionale degli assistenti sociali. Il personale formato fu messo a disposizione della Croce Rossa Italiana, della Pontificia commissione assistenza, dell’Amministrazione per gli aiuti internazionali, dell’ONMI per l’assistenza ai profughi ed agli alluvionati. Questa attività si lega con quella che nei decenni successivi diverrà il principale interesse di Josette Lupinacci: la Scuola italiana di Servizio sociale (SISS) fondata nel 1945 dal fratello, mons. Giovanni De Menansce e di cui lei è stata sin dall’inizio segretaria generale per poi diventarne anche insegnante. In ragione di questa esperienza lavorerà nella Commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria e sui mezzi per combatterla. Firma il volume XII degli atti che raccolgono i risultati dell’inchiesta dal titolo: <hi rend="italic">Funzione tipica di servizio sociale come metodo di assistenza in</hi><hi rend="italic"> alcuni Paesi stranieri</hi> (1953) (Fiorentino Busnelli 2018). I molti suoi interessi la porteranno in pochi anni ad accumulare diverse cariche: dal 1949 sarà responsabile del Soroptimist Club di Roma (Scaraffia e Isastia 2002, 250), nel 1950 contribuisce alla nascita del Comitato Romano del Centro Italiano di Difesa Morale e Sociale della Donna, di cui assunse la vicepresidenza mentre Pia Colini Lombardi la presidenza (Spinoso 2005). Sarà, inoltre, in prima linea nelle battaglie in difesa dei diritti delle donne, per ottenere quella uguaglianza che l’articolo 3 della Costituzione aveva definitivamente riconosciuto. Rispondendo ad un’intervista apparsa su <hi rend="italic">Noi Donne</hi> nel 1955 dirà: </p><quote rend="quotation_b">non voglio fare del femminismo ormai superato, ma non c’è dubbio che fino a quando una donna non potrà diventare membro di una giuria popolare, salire ai primi gradi del gruppo A, non so, diventare Prefetto, fino ad allora, creda a me, un po’ di femminismo, non soltanto sarà provocato, direi, dallo stato stesso delle cose, ma addirittura doveroso (Saija 1955, 7).</quote><p rend="text">Non sembrano essere solo dichiarazioni di principio. Attraverso la Lega, infatti, promosse interventi normativi sulla cittadinanza femminile e la legge sulla “Partecipazione delle donne all’amministrazione della giustizia nelle Corti di assise e nei Tribunali per i minorenni” approvata nel 1956 e che rappresenterà un importante momento del percorso dell’accesso delle donne alla magistratura. Lei stessa fu tra le prime donne ad esercitare questo ruolo nel tribunale per i minorenni di Roma. Questo incarico, nel 1957, le consentirà di entrare nel direttivo dell’Associazione nazionale magistrati dei tribunali dei minorenni. Del resto, aveva sempre mostrato un particolare interesse per il mondo dell’infanzia e della devianza minorile. Su <hi rend="italic">Sonagliera</hi>, in occasione della sua candidatura alle prime amministrative per il comune di Roma nel 1946 sosteneva che riguardo ai problemi infantili più urgenti c’era da: «Levare i fanciulli dalla strada, rimettere al più presto possibile tutte le scuole in ordine, impedire l’accattonaggio e possibilmente ovviare alla delinquenza minorile con una assidua opera di assistenza» (1946, 2). Lupinacci puntava però ad un rinnovamento in radice dell’intero sistema assistenziale a partire da una migliore formazione degli operatori coinvolti. È proprio nella professionalizzazione dell’assistente sociale che il pensiero politico e le istanze sociali di Lupinacci sembrano giungere a sintesi: </p><quote rend="quotation_b">l’assistente sociale non è solo un operatore di servizi, ma è un cittadino che deve contribuire a costruire una società più giusta, servizi a misura umana, prestazioni che non servono solo a tamponare i bisogni più urgenti, ma ad avviare un processo di liberazione dal bisogno, di fiducia nelle proprie potenzialità e capacità, di speranza perché l’organizzazione democratica del paese dia, o comunque possa dare a tutti pari opportunità di serenità e salute (Fiorentino Busnelli 2018, 147). </quote><p rend="text">Liberare i cittadini dal bisogno, <hi rend="italic">Help</hi><hi rend="italic"> the people to help themselves</hi>, secondo il noto motto dell’United Nations Relief and Rehabilitation Administration (UNRRA), come presidio alla fragile democrazia che allora stava compiendo i suoi primi passi.</p><p rend="text">Questa breve incursione nell’area femminile liberale consente di tornare alle questioni da cui questo contributo ha preso le mosse a conferma di quanto, a ottant’anni dal riconoscimento del suffragio femminile, ancora molto c’è da conoscere sull’ingresso e sulla partecipazione delle donne alla vita politica del Paese, appena si lasciano i terreni più battuti del PCI e della DC e ci si sposta sulle altre culture politiche in campo. </p></div><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Alloisio, Mirella, e Giuliana Gadola Beltrami. 2003. <hi rend="italic">Volontarie della libertà: 8 settembre 1943-25 </hi><hi rend="italic">aprile</hi>. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-003-backlink">1</ref></hi>	Un primo tentativo è rappresentato dai contributi apparsi in <hi rend="italic">Storia e problemi contemporanei </hi>68, 2015.<hi rend="CharOverride-2"> </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-002-backlink">2</ref></hi>	Sono questi i casi, ad esempio, di Olga Giannini e Ester Lombardo. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-001-backlink">3</ref></hi>	<hi rend="italic">Alleanza femminile italiana</hi>, «Roma», 3 dicembre 1944, un estratto dell’articolo è conservato in ACS, MI, DGPS, fasc. 269, Alleanza Femminile Nazionale.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_12.html#footnote-000-backlink">4</ref></hi>	Come Casalborre (Avellino), Riccia (Campobasso), Piazza Armerina (Enna), San Vittorre nel Lazio (Frosinone), Pieve di Zeco (Savona) o Sulmona (L’Aquila). </p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Domenica La Banca, CNR-ISEM Cagliari, Italy, <ref target="mailto:domenica.labanca@cnr.it">domenica.labanca@cnr.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0003-0808-7094">0000-0003-0808-7094</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Domenica La Banca, <hi rend="italic">Oltre i grandi partiti di massa. Impegno politico e militanza femminile nell’area liberale,</hi> © Author(s), <ref target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">CC BY-SA</ref> 4.0, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5.12">10.36253/979-12-215-0904-5.12</ref>, in Patrizia Gabrielli, Liliosa Azara (edited by), <hi rend="CharOverride-3">Suffragio, donne, partiti. Profili e temi</hi>, pp. -143, 2026, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0904-5, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0904-5">10.36253/979-12-215-0904-5</ref></p></div></div>
      
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