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        <title type="main" level="a">Gabriel de Magalhães e la difesa di Marco Polo nella Nouvelle Relation de la Chine</title>
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            <forename>Davor</forename>
            <surname>Antonucci</surname>
            <placeName type="affiliation">Sapienza University of Rome, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Il &lt;i&gt;Milione&lt;/i&gt; nel tempo tra Asia ed Europa: Marco Polo nelle letterature medievali e contemporanee</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0883-3</idno>) by </resp>
          <name>Paola Mocella</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3.10</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
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        <p>When missionaries arrived in China in the mid-16th century, the Ming Empire was unknown to Europeans and very different from the Cathay described by Marco Polo. The Venetian's text was well known to the missionaries who read it and used it once they landed on Chinese shores: there is no text written by missionaries in China that does not contain references to Marco Polo. What were they looking for within its pages? Did they trust Marco Polo's account, or did they consider it unreliable? In his work Nouvelle Relation de la Chine (Paris, 1688), the Portuguese Jesuit Gabriel de Magalhães lists five pieces of evidence that, in his opinion, prove that Cathay and Mangi are two parts of the same empire, thereby demonstrating that Marco Polo did indeed travel to China.</p>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3.10<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3.10" /></p>
      <div><head>Davor Antonucci</head></div><div><head>Gabriel de Magalhães e la difesa di Marco Polo <lb/>nella <hi rend="italic">Nouvelle Relation de la </hi><hi rend="italic">Chine</hi></head><p rend="text" >La fortuna che arrise al racconto di Marco Polo, le <hi rend="italic">Devisement dou monde</hi>, ha contribuito a plasmare l’immaginario europeo sull’Asia durante tutto il Medioevo; tuttavia, la sua fama aveva talmente condizionato le conoscenze europee su quelle terre lontane che nel XVI secolo, quando iniziarono i grandi viaggi di scoperta via mare da Colombo a Vasco de Gama, il racconto poliano faceva ancora, e a pieno titolo, parte del bagaglio che accompagnava esploratori e missionari a bordo dei vascelli. Bisogna tuttavia osservare che, mentre il viaggio dei Polo verso il regno del Gran Qan dei mongoli Qubilai (1215-1294) era avvenuto principalmente via terra seguendo quelle che allora erano le rotte carovaniere delle Vie della Seta, i portoghesi, prima, e gli spagnoli, poi, erano giunti sulle coste meridionali della Cina dei Ming (1368-1644) via mare. Questa differenza di approccio è alla base di <hi rend="italic">misunderstandings</hi> che si riflettono in critiche al viaggiatore veneziano e al suo racconto. Critiche che i missionari gesuiti, al tempo i migliori conoscitori della Cina per via della lunga permanenza nell’Impero di Mezzo, si sentirono in dovere di rettificare per ristabilire, con prove argomentate, la correttezza delle affermazioni di Marco Polo, anche se queste ultime a volte erano caratterizzate da esagerazioni ed iperboli (Antonucci 2019). Rispetto ai detrattori di Marco Polo i missionari avevano frecce al loro arco che gli altri non potevano vantare: la presenza sul posto, ovvero la possibilità di comprovare <hi rend="italic">de</hi><hi rend="italic"> visu</hi> le affermazioni poliane e testimoniarne la veridicità o meno; in secondo luogo, la conoscenza della lingua cinese, indispensabile per venire a capo della corrispondenza tra toponimi utilizzati nel <hi rend="italic">Devisement</hi><hi rend="italic"> dou monde </hi>e le località della Cina attuale. Nessun altro, quindi, avrebbe potuto restituire al lettore europeo del tempo la visione reale e concreta della Cina scevra delle iperboli e dei <hi rend="italic">mirabilia</hi> del testo poliano, ma che da quello prendeva i suoi passi per addentrarsi in quella <hi rend="italic">terra incognita</hi> al fine di diffondervi la fede. </p><p rend="text" >Non deve sorprendere dunque se praticamente in ogni opera dei gesuiti, e più in generale dei missionari in Cina, ci siano riferimenti al testo poliano. Tra coloro che più di altri daranno credito alle parole del veneziano spiccano Martino Martini (1614-1661) e Gabriel de Magalhães (1610-1677), entrambi autori di opere che ebbero grande risonanza in Europa. Il primo, come ho avuto modo di osservare (Antonucci 2019; 2024), nella sua opera geografica <hi rend="italic">Novus Atlas Sinensis</hi> (Martini 1655) si dedicò ampiamente tanto a difendere l’opera poliana dalle accuse ritenute infondate, quanto a dimostrare la correttezza e la veridicità delle descrizioni di Marco (tanto che viene citato ben novantacinque volte nell’opera). L’altro gesuita che più di tutti ha contribuito a difendere il testo poliano è il portoghese Gabriel de Magalhães, nella cui <hi rend="italic">Nouvelle Relation de</hi><hi rend="italic"> la Chine</hi> (Magalhães 1688) prende luogo l’ultimo atto di questa appassionata difesa, mettendo forse fine alla lunga <hi rend="italic">querelle</hi> sull’affidabilità del racconto poliano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-007">1</ref></hi></hi>. Gabriel de Magalhães era nato nel 1610 non lontano da Coimbra; dopo aver lasciato gli studi all’Università di Coimbra era entrato giovanissimo nella Compagnia di Gesù (1625). Imbarcatosi per l’Oriente nel 1634, venne inviato in Cina nella città di Hangzhou dove arrivò nel 1640, quindi due anni dopo raggiunse nel Sichuan il confratello Ludovico Buglio (1606-1682), che era malato e senza alcun aiuto, e da allora i due stabilirono un sodalizio che durò fino alla morte del portoghese. Sotto la guida di Buglio, Magalhães si applicò nello studio della lingua cinese, nella quale pare fosse più versato nella lingua orale che nella scritta (Mungello 1989, 91). Con l’avvento dei mancesi i due padri furono quindi portati a Pechino dove di fatto sarebbero rimasti per il resto dei loro giorni. Il nuovo imperatore Shunzhi <hi rend="CharOverride-2">順治</hi> (r. 1643-1661), che grazie all’opera di un altro gesuita, il tedesco Adam Schall von Bell (1591-1666), era ben disposto verso i missionari, donò loro una chiesa, una residenza e uno stipendio. Per diversi anni Magalhães poté mostrare all’imperatore le sue abilità tecniche nella costruzione di dispositivi meccanici e automi, arte in cui aveva grande perizia (Golvers 2010, 286-90). A lui era anche affidato il mantenimento dei meccanismi costruiti dai gesuiti per l’imperatore come carillon e orologi. Alla sua morte, nel 1677, dopo ventinove anni passati nella capitale, ricevette l’onore di avere l’epitaffio scritto dall’imperatore Kangxi <hi rend="CharOverride-2">康熙</hi> stesso, mentre una breve biografia del missionario fu composta da Buglio e allegata in appendice alla <hi rend="italic">Nouvelle Relation de la Chine</hi>. Magalhães non fu un autore prolifico: di lui rimangono due opere in cinese (Pfister 1932, 254-55), una abbondante corrispondenza e alcune relazioni non pubblicate. Certamente la sua opera principale è la <hi rend="italic">As doze</hi><hi rend="italic"> Excellencias do Imperio da China</hi>, poi pubblicata in francese col titolo di <hi rend="italic">Nouvelle Relation de la Chine</hi>. Fu il superiore Francisco Furtado, allora vice-provinciale per la Cina del nord, che nel 1650 chiese a Magalhães di scrivere un’opera sulla Cina, tuttavia a causa degli eventi e per mancanza di tempo l’opera fu terminata solo nel 1668 (Pih 1979, 243). Magalhães non visse abbastanza per vedere il frutto delle sue fatiche pubblicato, ma poiché l’opera era ritenuta meritevole dai suoi confratelli, il manoscritto venne affidato a padre Philippe Couplet (1622-1692), il quale era stato scelto come procuratore della missione a Roma. Una volta giunto nella Città Eterna, il Couplet sottopose il testo all’attenzione del cardinale d’Estrées in diversi incontri durante i quali rispose alle molte domande del cardinale (cfr. prefazione a Magalhães 1688); quest’ultimo poi affidò il manoscritto all’abate Claude Bernou, che pure aveva partecipato agli incontri, perché lo traducesse in francese. Purtroppo, parte delle carte era bruciata e il Bernou fu costretto ad apportare dei cambi editoriali, come il numero di capitoli da dodici a ventuno (Mungello 1989, 95); inoltre, aggiunse una prefazione, delle mappe di Pechino e un apparato di note. In ultimo, il titolo fu cambiato in <hi rend="italic">Nouvelle Relation de</hi><hi rend="italic"> la Chine</hi> e anche il nome dell’autore fu reso alla francese in ‘Gabriel de Magaillans’. Alla sua apparizione nel 1688 l’opera ebbe un indubbio successo, tanto che fu seguita da una seconda (1689) e terza edizione (1690) e da una traduzione in inglese (1688). Secondo Mungello (1989, 96) il testo era più leggero rispetto all’altra importante pubblicazione a cui si era dedicato Couplet, ovvero il <hi rend="italic">Confucius Sinarum Philosophus</hi> (1687), e, per tale ragione, sarebbe divenuto più popolare. L’opera era stata concepita per la pubblicazione, e quindi probabilmente era stata revisionata dai confratelli in Cina, con lo scopo di incontrare le simpatie dei lettori e attrarre finanziamenti per la missione (Pih 1979, 243). La Cina è rappresentata pertanto in una luce positiva: nei suoi ventuno capitoli l’opera affronta una vasta gamma di argomenti che includono la lingua, la storia, la descrizione di Pechino e del suo palazzo, quella del Gran Canale, come anche dei costumi dei cinesi. Molta attenzione, poi, è rivolta all’organizzazione amministrativa dell’impero, una descrizione a tutto tondo, tanto che l’abate Bernou non esita a sostenere che «Ceux qui liront cette Relation verront aisément que les matières qu’il a traitées, ou ont été entièrement omises par les autres auteurs, ou n’ont été touchées qu’en passant» (prefazione a Magalhães 1688).</p><p rend="text" >Il testo di Magalhães è dunque un’opera di ampio respiro su diversi aspetti della civiltà cinese nel solco di una tradizione che già aveva visto la pubblicazione di numerose opere sul tema. Perché ricorrere allora nuovamente alla figura e all’autorevolezza di Marco Polo? Non aveva già Martini ampiamente difeso e comprovato la veridicità del racconto poliano? Invero il rimando a Marco Polo occupa una piccola parte del testo, di fatto solo il primo capitolo, relativo ai nomi che i cinesi e gli stranieri danno alla Cina e all’identificazione di Catai e Mangi (cfr. <hi rend="italic">infra</hi>) con la Cina, argomento quest’ultimo su cui si erano versati fiumi di inchiostro. Appare però evidente che secondo il portoghese questa identificazione tra il Catai e il Mangi come parti dell’Impero cinese non fosse ancora chiara a molti, tanto che «<hi >Quelques auteurs doutent que le royaume </hi><hi >de Mangi, dont Marc Polo fait si souvent mention, ne </hi><hi >soit différent de la Chine</hi>» (Magalhães 1688, 7). Per tale ragione egli enumera cinque prove che secondo lui dimostrerebbero che Catai e Mangi sono due parti dello stesso impero. Così facendo, egli dimostra allo stesso tempo che Marco Polo si recò effettivamente in Cina, «poiché la maggior parte di ciò che dice è perfettamente in accordo con ciò che vediamo con i nostri occhi»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-006">2</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Un aspetto che colpisce subito è l’attenta lettura che il gesuita ha fatto del racconto poliano: egli, infatti, non solo fa riferimento a luoghi e cose fornendo precise indicazioni sul libro e i riferimenti del capitolo relativo, ma cita due lunghi paragrafi del testo che lui traduce riportandoli fedelmente. Questo dimostra che egli fosse certamente in possesso di una copia (o degli estratti?) del testo poliano, ma di quale edizione si tratta? I gesuiti in Cina avevano raccolto un’imponente quantità di opere di autori occidentali che conservavano nelle loro biblioteche, principalmente a Pechino e Macao<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-005">3</ref></hi></hi>, e che costituivano un importante tassello nella loro opera di evangelizzazione secondo il metodo dell’accomodamento di Matteo Ricci: non solo libri sulla dottrina cristiana, ma anche testi di astronomia, matematica, botanica ecc., per quello che è stato definito «apostolato attraverso i libri» (Standaert 2001, 600). Nella biblioteca gesuitica di Beitang a Pechino vi era un’apposita sezione (‘Relations’) che raccoglieva i diari di viaggio di vari autori ed epoche e, tra gli scrittori classici, troviamo alcune copie o estratti del testo poliano insieme ad altri racconti in raccolte (Antonucci 2019, 190), tra cui anche le <hi rend="italic">Navigationi et viaggi</hi> del Ramusio (Verhaeren 1949, n. 3424). Purtroppo, è raro che i missionari facciano riferimento all’edizione utilizzata nelle loro citazioni (Antonucci 2024, 356) e, in mancanza dei cataloghi delle biblioteche gesuitiche in Cina, non è semplice risalire alla copia effettivamente utilizzata<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-004">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >Prima di passare alla descrizione delle cinque prove mi sembra utile un’osservazione sulla questione della lingua. Magalhães fin dalle prime battute si mostra critico rispetto all’uso della lingua di Marco Polo, asserendo che abbia commesso diverse inesattezze nella restituzione di molti termini (toponimi, andronimi ecc.) nella lingua d’arrivo. Un esempio è il nome della capitale del Catai e della Cina degli Yuan, ovvero «Cambalu», che sarebbe una versione corrotta della corretta resa «Hanpalu», sia perché – egli sostiene – i tartari, <hi rend="italic">i.e.</hi> i mongoli, non hanno la lettera «b» nel loro alfabeto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-003">5</ref></hi></hi>, sia perché la parola iniziale «Cam», il cui significato correttamente riconosce essere quello di re, dovrebbe essere scritta «Han»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-002">6</ref></hi></hi>, mentre «balu», il cui significato è «corte del re»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-001">7</ref></hi></hi>, con «palu» (Magalhães 1688, 6). Altri esempi sono Cara&gt;Hara, Pianfu&gt;Pîm yâm fù, Taidu&gt; Tai tū, Coiganzu&gt; Hoâi gān fū<hi rend="CharOverride-3"> </hi>(con l’aggiunta di segni diacritici per esprimere i toni del cinese) ecc. Il problema secondo il missionario risiede nel fatto che Marco Polo, essendo straniero, «ne pouvait pas entendre parfaitement la force de la langue» (Magalhães 1688, 7): infatti, continua più avanti, se egli avesse conosciuto la lingua cinese quanto asseriva conoscere la lingua tartara, <hi rend="italic">i.e.</hi> mongola, non avrebbe commesso tante inesattezze nella trascrizione di luoghi e di altre cose che riguardano l’impero (Magalhães 1688, 20-1). Questa riflessione di Magalhães ci porta ad uno dei tanti interrogativi che ancora impegnano gli studiosi: quante e quali lingue conosceva Marco Polo? Diversi studiosi si sono cimentati nel trovare una risposta definitiva a questo quesito e ad oggi si ritiene che conoscesse diverse lingue e quattro scritture (lo sostiene Marco stesso nel <hi rend="italic">Devisement</hi>): probabilmente il persiano, lingua franca dei commerci lungo le Vie della Seta; il mongolo, vista la frequentazione con il Qan Qubilai senza bisogno di ricorrere ad un interprete; e verosimilmente l’uighuro/turco, utilizzato tra gli stranieri nella Cina dei mongoli (Haw 2006, 60; Atwood 2016). Tra le scritture l’arabo per il persiano; l’uighuro per il mongolo e il turco; e la scrittura ‘Phags-pa, al tempo di Marco scrittura ufficiale per il mongolo sotto gli Yuan; infine, probabilmente, anche il greco. Riguardo alla conoscenza del cinese diversi studiosi, sulla base dei termini da lui utilizzati, tendono ad escludere che Marco lo conoscesse, e lo stesso pare sostenere Magalhães che tuttavia non sembra escludere una conoscenza superficiale. Recentemente Haw (2006, 61-3; Atwood 2016) ha riportato argomenti a sostegno di una seppur limitata conoscenza di questa lingua.</p><p rend="text" >Poiché a suo avviso c’è ancora chi dubiti che il Catai e il Mangi di Marco Polo siano parti della Cina, ritenendo il secondo un regno distinto, portato fuori strada forse dal fatto che Marco divide la Cina in questi due regni, allora, sebbene per i missionari la questione fosse stata chiarita da tempo, Magalhães ritiene necessario, per dissipare ogni ulteriore dubbio, fornire cinque prove che dimostrino che questi due ‘regni’ altro non sono che parti della Cina. In tal modo egli fornisce le prove dell’attendibilità del racconto poliano e di conseguenza della presenza di Marco Polo in Cina. </p><p rend="text" >Per prima cosa Magalhães sente il dovere di chiarire un malinteso che attribuisce alla cattiva comprensione della lingua cinese da parte di Marco. Infatti il termine «Mangi» con cui il veneziano indica questo regno, che si trova a meridione del Catai, deriva dal cinese <hi rend="italic">manzi</hi> <hi rend="CharOverride-2">蠻子</hi> «barbaro del sud», ovvero un termine spregiativo usato soprattutto in epoca Yuan per indicare le popolazioni del sud vissute sotto la dinastia dei Song meridionali (1127-1279) e per ultime entrate a far parte dell’Impero di Qubilai. Per cui Marco avrebbe attribuito erroneamente, data la sua scarsa conoscenza del cinese, ad un termine usato dai mongoli per deridere i cinesi del sud, il significato di regno e non di un insulto (Magalhães 1688, 7-8). </p><p rend="text" >La prima prova presentata da Magalhães consiste nell’elencare una serie di nomi di città citate nel <hi rend="italic">Devisement</hi> che sono situate sia nelle province settentrionali (<hi rend="italic">e.g.</hi> Tainfu&gt; Tai Yuen Fu = Taiyuan, provincia dello Shanxi) che in quelle meridionali (<hi rend="italic">e.g.</hi> Fugiu&gt; Fo cheu = Fuzhou, provincia del Fujian), corrispondenti al Catai e al Mangi di Marco, dimostrando in tal modo che tutte le città che il veneziano colloca in questi due regni sono parte della Cina. Era questa una risposta anche a tutti quei geografi che, seguendo Marco Polo, ancora commettevano simili errori. In particolare viene citata più volte la <hi rend="italic">Introductio in Universam Geographiam</hi> del geografo tedesco Philipp Clüver (1580-1622), nella quale ad esempio la città di Tainfu è indicata addirittura come regno (Clüver 1624, 186). Infine – conclude Magalhães – sebbene i nomi di molte altre città che cita Marco siano così cambiati da non avere nessun collegamento con la lingua cinese, anche perché egli li corrompe tanto che gli stessi missionari hanno difficoltà nel riconoscerli, essi tuttavia terminano con la sillaba <hi rend="italic">fu</hi> (<hi rend="CharOverride-2">府</hi>), che in cinese significa appunto «città»; inoltre, «en examinant la situation des lieux, &amp; les autres circonstances qu’il en rapporte, nous devinons aisément ce qu’il veut dire» (Magalhães 1688, 20).</p><p rend="text" >La seconda prova riguarda la descrizione che Marco fa della città di Pechino/Cambalu e del suo palazzo reale a cui dedica due capitoli (capp. 6 e 7 del secondo libro del Ramusio), mentre Magalhães ne parla estesamente negli ultimi cinque capitoli della <hi rend="italic">Relation</hi> (Magalhães 1688, capp. XVII-XXI). Ancora una volta è l’osservazione diretta e il confronto tra ciò che è scritto nel testo poliano e ciò che i missionari hanno di fronte ai loro occhi a sanzionare la veridicità delle parole di Marco «in quanto pressoché tutto ciò di cui parla è conforme a ciò che vediamo ancora oggi»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-000">8</ref></hi></hi>.</p><p rend="text" >In Cina i missionari avevano appreso che i cinesi non amavano il vino d’uva. Ricci sosteneva che il terreno non fosse adatto all’uva (D’Elia 1942, I, 19), prediligendo invece i distillati, specialmente di riso, quest’ultimo apprezzato particolarmente da Martini, che, nel suo Atlante, ne loda i pregi in varie occasioni (Bertuccioli 2002, 629, nota 43). Anche Marco parla del vino ricavato dal riso (Ramusio 1559, cap. 23), di cui tesse anch’egli le lodi per il sapore, rimarcandone l’alta gradazione. Di fatto, come racconta il Ricci, i cinesi erano adusi all’ubriachezza. L’uso di questo particolare distillato ottenuto dal riso insieme alle cosiddette ‘pietre ardenti’, di cui ora tratteremo, costituiscono la terza prova. Nello stesso capitolo del Ramusio Marco descrive quelle pietre nere «che ardono et abbruciano come carboni», ma che bruciano meglio della legna senza fare fiamme e con una durata assai maggiore, tanto da essere ampiamente usate nelle case (Ramusio 1559, cap. 23). L’uso del carbon fossile (cin. <hi rend="italic">mei</hi> <hi rend="CharOverride-2">煤</hi>) era stato descritto dal Ricci che lo definisce «molto eccellente», sostenendo che se ne produca grandi quantità nel settentrione (D’Elia 1942, I, 24), utilizzato tanto per cuocere che per scaldarsi, fornendo nel testo anche la prima descrizione del <hi rend="italic">kang</hi> <hi rend="CharOverride-2">炕</hi>, ovvero il tradizionale letto di mattoni riscaldato (D’Elia 1949, II, 25). Anche Martini ne parla spiegando bene il funzionamento degli ipocausti cinesi (Bertuccioli 2002, 377). Quindi, secondo Magalhães, il quale si dilunga in una dettagliata descrizione di questo sistema di riscaldamento, l’uso del carbon fossile, sconosciuto in Italia al tempo di Marco Polo (Haw 2006, 64), come anche quello del distillato, costituirebbero un’ulteriore prova a sostegno della presenza di Marco in Cina (Magalhães 1688, 12-3).</p><p rend="text" >La quarta prova si riferisce al famoso ponte nei pressi di Pechino, sul fiume che Marco chiama «Pulisangan», descrivendone con dovizia di particolari le fattezze (Ramusio 1559, II, cap. 27). Magalhães ritiene opportuno tradurre l’intero passo (cfr. <hi rend="italic">supra</hi>, nota 4), considerandolo il ponte più bello della Cina (Magalhães 1688, 15). L’etimologia di questo termine è discussa: mentre possiamo scartare l’affermazione di Magalhães che lo ritiene nome di origine mongola, esso in realtà deriva dal persiano <hi rend="italic">Pul-i-sängin </hi>«Ponte di pietra» o «Ponte sul fiume Sanggan»; pertanto, Marco attribuisce il nome del ponte a quello del fiume (Haw 2006, 95; Atwood 2016; Pelliot 1963, II, 812). Come osserva il missionario, Marco è incorso in errore confondendo questo fiume con il Fiume Giallo che scorre poco più ad ovest e anch’esso attraversato da un ponte; entrambi però non coincidono con la descrizione di Marco Polo «ainsi je crois que cet auteur s’est trompé en confondant les deux rivières &amp; les deux ponts» (Magalhães 1688, 16). Il fiume in questione ha cambiato diversi nomi nel tempo ma in epoca Yuan era chiamato Sanggan <hi rend="CharOverride-2">桑乾</hi>. Il ponte a cui si riferisce Marco è il <hi rend="CharOverride-4">Lugou qiao </hi><hi rend="CharOverride-2">盧溝橋</hi>, costruito nel 1189 (Bertuccioli 2002, 350; 368). Come viene ricordato nel prosieguo del passo, nell’agosto del 1668, a seguito di forti piogge, che causarono un’inondazione che si abbatté sulla capitale, il ponte subì il crollo di due arcate. In realtà, altre fonti missionarie chiariscono che a fine luglio ci fu il crollo delle due arcate, mentre un mese dopo, il 26 agosto, crollò anche il resto del ponte (tra gli altri Intorcetta 1672, 65; 73). </p><p rend="text" >Nella quinta ed ultima prova vengono citati alcuni luoghi che sono simboli per antonomasia della Cina: i due fiumi più lunghi e importanti del paese, ovvero il Fiume Giallo (cin. <hi rend="italic">Huanghe</hi> <hi rend="CharOverride-2">黄河</hi>) chiamato «Caramoran», corrispondente all’antico nome Qara-mörön «Fiume Nero» utilizzato dai mongoli (Haw 2006, 114; Pelliot 1963, I, 182-83), il quale scorre nella Cina settentrionale ed è stato descritto nella quarta prova; e il Chang Jiang <hi rend="CharOverride-2">長江</hi> detto Quian&gt;Jiang («il Fiume»), che nelle fonti dei missionari è sempre chiamato «Figlio del mare» Yangzijiang <hi rend="CharOverride-2">揚子江</hi> per una confusione tra due caratteri cinesi (Bertuccioli 2002, I, 316, nota 82), che invece scorre a meridione. Infine, Magalhães fa riferimento alla famosa Quinsai&gt;Xingzai <hi rend="CharOverride-2">行在</hi>&gt;Hangzhou <hi rend="CharOverride-2">杭州</hi> (Ramusio 1559, II, cap. 68; Bertuccioli 2002, II, 670, nota 10) che tanto stupore aveva suscitato nei lettori per la bellezza delle sue contrade «&amp; autres choses qui toutes sont très véritables, à la réserve de quelques exagérations» (Magalhães 1688, 19), iperboli forse dovute alla giovane età del veneziano. </p><p rend="text" >In conclusione il missionario portoghese grazie alla competenza acquisita nella lingua cinese è stato in grado di identificare i toponimi utilizzati da Marco Polo nel <hi rend="italic">Devisement</hi>, che tanta diffidenza avevano suscitato nei confronti del viaggiatore, attribuendo gli errori di trascrizione alla scarsa conoscenza di quella lingua da parte del veneziano. Al tempo stesso la presenza sul posto è stata una <hi rend="italic">conditio </hi><hi rend="italic">sine qua non</hi> per constatare con i propri occhi che i luoghi descritti da Marco corrispondessero alla realtà: se la descrizione del palazzo reale di Cambalu dimostrava che il Catai era parte della Cina, quello che Marco dice su Quinsai è sufficiente a dimostrare che il Mangi non è che un’altra parte dello stesso impero, poiché «Marc Polo est un auteur digne de foi» (Magalhães 1688, 168). </p><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib" >Antonucci, Davor. 2019. “I gesuiti e Marco Polo: «un autore degno di fiducia».” In <hi rend="italic">La strada per il Catai. Contatti </hi><hi rend="italic">tra Oriente e Occidente al tempo di Marco Polo</hi>, a cura di Alvise Andreose, 189-203. Milano: Angelo Guerini e Associati.</p><p rend="bib_indx_bib" >Antonucci, Davor. 2024. “Marco Polo nella letteratura missionaria dei secoli XVI-XIX.” In <hi rend="italic">Marco Polo. 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					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-007-backlink">1</ref></hi> In questa sede approfondisco le tesi di Magalhães cui ho accennato in Antonucci 2019; 2024.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-006-backlink">2</ref></hi> La traduzione è mia, il testo francese recita: «[…] parce que la plupart de ce qu’il raconte, est entièrement conforme à ce que nous en voyons de nos propres yeux» (Magalhães 1688, 19).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-005-backlink">3</ref></hi> Sulle biblioteche gesuitiche in Cina si veda la monumentale opera di Golvers (2012-2015). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-004-backlink">4</ref></hi> Il passo tradotto da Magalhães sul fiume Puli sangan sembra molto simile a quello nel Ramusio (Ramusio 1559, cap. 27); tuttavia, non avendo l’originale portoghese ed essendo questo a sua volta ritradotto in francese dal Bernou (che potrebbe anche aver utilizzato una traduzione già esistente), appare difficile poter stabilire con certezza la fonte originale. Ho comparato il passo con vari testimoni presenti nell’edizione digitale del Ramusio curata da E. Burgio, M. Buzzoni e A. Ghersetti e consultabile all’indirizzo: &lt;<ref target="https://risorse-esterne.edizionicafoscari.it/main/index.html"><hi rend="CharOverride-4">https://risorse-esterne.edizionicafoscari.it/main/index.html</hi></ref>&gt; (2025-05-20): tra questi quelli che mi sembrano più simili sono P, ovvero la traduzione latina del domenicano Francesco Pipino da Bologna, e appunto la R, ovvero il Ramusio.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-003-backlink">5</ref></hi> Magalhães chiaramente ragiona in base alla sua conoscenza del mongolo/mancese del Seicento senza avere alcuna cognizione di fonologia storica, tanto meno delle diverse trascrizioni riscontrabili nei testimoni delle famiglie del <hi rend="italic">Devisement</hi>. Questa affermazione lascia perplessi, poiché sia il mongolo che il mancese hanno la lettera corrispondente all’occlusiva bilabiale sonora /b/. Magalhães afferma di riportare l’alfabeto tartaro; tuttavia, nella sua opera non è presente, questo perché, secondo Bernou, il portoghese non avrebbe terminato l’opera (Magalhães 1688, 33). Interessante notare che Matteo Ricci sostenga invece che siano i saraceni della Persia che, non potendo pronunciar bene la lettera p, pronuncerebbero in suo luogo la b, avendo così Cambalu al posto di Campalu (D’Elia 1949, II, 28).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-002-backlink">6</ref></hi> Anche in questo caso Magalhães ragiona con la conoscenza del tempo e correttamente riconosce che l’iniziale rappresenta una fricativa velare sorda /x/ con una forte aspirazione che difficilmente poteva essere riprodotta dalla resa del termine con «Can/m», ovvero con un’iniziale occlusiva velare sorda /k/. Tuttavia, è dubbio se al tempo di Marco Polo fosse resa da /x/. Da qui deriva infatti la consuetudine in Occidente di riferirsi ai sovrani mongoli col termine di «Gran Can o Cane».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-001-backlink">7</ref></hi> Il termine deriva dal turco <hi rend="italic">Xānbalïq</hi>, «città reale» (Pelliot 1963, I, 140-3).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes" ><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-000-backlink">8</ref></hi> Traduzione mia: «[…] puisque presque tout ce qu’il en dit est conforme à ce que nous voyons encore aujourd’hui» (Magalhães 1688, 12).</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Davor Antonucci, Sapienza University of Rome, Italy, <ref target="mailto:davor.antonucci@uniroma1.it">davor.antonucci@uniroma1.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-1322-2062">0000-0002-1322-2062</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Davor Antonucci, <hi rend="italic">Gabriel de Magalhães e la difesa di Marco Polo nella Nouvelle Relation de la Chine,</hi> © Author(s), <ref target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">CC BY-SA 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3.10">10.36253/979-12-215-0883-3.10</ref>, in Paola Mocella (edited by), <hi rend="italic">Il </hi>Milione<hi rend="italic"> nel tempo tra Asia ed Europa: Marco Polo nelle letterature medievali e contemporanee. Atti del Convegno Internazionale (Siena, 7–8 novembre 2024) e del Seminario “700 anni di Marco Polo” (Firenze, 11 dicembre 2024)</hi>, pp. -67, 2025, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0883-3, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3">10.36253/979-12-215-0883-3</ref></p></div></div>
      
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</TEI>