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        <title type="main" level="a">La Cina scopre Marco Polo</title>
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            <forename>Federico</forename>
            <surname>Masini</surname>
            <placeName type="affiliation">Sapienza University of Rome, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Il &lt;i&gt;Milione&lt;/i&gt; nel tempo tra Asia ed Europa: Marco Polo nelle letterature medievali e contemporanee</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0883-3</idno>) by </resp>
          <name>Paola Mocella</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3.11</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>The paper recalls the various phases in the diffusion of knowledge about Marco Polo’s journey. It especially highlights his later discovery in China, which occurred only during the eighteenth century and was made by Protestant missionaries. At the same time, also in Italy his name began to be remembered again, thanks to our first Ambassador to China, who indicated Marco Polo as a champion of the Italian presence in East Asia. Thus, it contributed to the spreading of his fame also in Italy. We can thus appreciate a few episodes of such a history, in Italy and in China, rich in misunderstandings, which, however, turned the Venetian into the symbol of the modern traveler.</p>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3.11<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3.11" /></p>
      <div><head>Federico Masini</head></div><div><head>La Cina scopre Marco Polo </head><p rend="text">Marco nacque a Venezia nel 1254 in una famiglia di mercanti. Suo padre Niccolò e suo zio Matteo avevano già viaggiato in Cina tra il 1261 e il 1269. Due anni dopo il loro rientro, i due decisero di ripartire per l’Oriente, portando con sé il giovane Marco, che allora aveva solo diciassette anni. Fu un viaggio lunghissimo, durato quasi venticinque anni, fino al loro ritorno a Venezia nel 1295. Salparono da Venezia, attraversarono il Mediterraneo fino a Trebisonda, in Turchia, per poi proseguire via terra attraverso l’immensità dell’Asia: le valli dell’Anatolia, gli altipiani del Tibet e infine le sconfinate pianure cinesi. In quel lungo peregrinare, Marco passò dall’essere un ragazzo a un uomo maturo, vivendo una vita straordinaria, ricca di avventure e storie, lontano dalla sua patria.</p><p rend="text">Viaggiare a quel tempo attraverso l’Asia e per di più soprattutto a piedi non era cosa impossibile, come forse sarebbe oggi con il continente pieno di frontiere, steccati e conflitti. Dal 1206, infatti, in tutta l’Asia continentale regnava quella che gli storici hanno chiamato <hi rend="italic">Pax Mongolica</hi>. Un lungo periodo di pace, quando tutta l’Asia era controllata dai mongoli, che sotto la guida di Gengis Khan avevano conquistato gran parte del continente, stabilendo in Cina la dinastia Yuan, che governerà dal 1279 al 1368. Approfittando di questa opportunità, un gran numero di viaggiatori provenienti dall’Europa riuscirono a raggiungere la corte mongola, che si era stabilita nella capitale cinese, da loro chiamata Khanbaliq, l’odierna Pechino. Erano soprattutto mercanti alla ricerca di fortuna: di molti di loro abbiamo solo i nomi e poco altro, ma sappiamo che vissero a Pechino, dove si formò una piccola comunità di italiani; fra i tanti viaggiatori mossi da interessi commerciali vi erano anche loro, i Polo, una famiglia fra le tante. Nessuno dei mercanti sembra ci abbia lasciato una testimonianza dei propri viaggi, forse perché erano mal disposti a rivelare per iscritto dove compravano le preziose mercanzie che poi rivendevano altrove o riportavano in Europa (Antonucci 2009). </p><p rend="text">Al termine della sua permanenza in Asia, nel 1295 Marco Polo fece ritorno a Venezia, ormai ricco e nella piena maturità avendo già quarantuno anni; ma non pago della sua fortuna, si immerse immediatamente nella vita politica della Serenissima e solo tre anni dopo, nel 1298, si ritrovò a partecipare in prima persona alla guerra tra Venezia e Genova, prendendo parte alla battaglia di Curzola, dove la flotta veneziana fu sconfitta. Marco fu fatto prigioniero e rinchiuso nel carcere di Genova, e proprio in quella cella la sua storia ebbe una svolta; il suo compagno di prigionia era Rustichello da Pisa, uno scrittore professionista catturato anni prima durante la battaglia fra Pisa e Genova. La tradizione vuole che a lui Marco avrebbe raccontato le sue straordinarie avventure in Asia, e Rustichello le avrebbe narrate nel francese del tempo (<hi rend="italic">langue d’oïl</hi>), dando vita all’opera <hi rend="italic">Le Devisement dou Monde</hi> o <hi rend="italic">La descrizione del mondo</hi>.</p><p rend="text">Marco era ormai tornato a Venezia da Genova nel 1299, quando nel 1321 vi giunse anche Dante Alighieri. Chissà se i due si incrociarono, passeggiando lungo una calle veneziana. È suggestivo immaginare quel possibile incontro tra due uomini che, in modi opposti, avevano esplorato l’ignoto: Dante aveva viaggiato idealmente in <hi rend="italic">verticale</hi>, al centro della terra e del passato, attraversando i regni celesti del cristianesimo medievale, popolati di demoni e antichi eroi classici. Marco invece aveva viaggiato nella realtà in<hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">orizzontale</hi>, attraversando terre sconosciute, contribuendo a spingere l’Europa fuori dal Medioevo, verso l’alba dell’età moderna. Eppure, in quegli anni, le loro opere vivevano destini diversi: la <hi rend="italic">Commedia</hi> era appena completata, mentre i resoconti di Marco Polo circolavano già in una fortunata edizione latina, curata nel 1315 dal domenicano Francesco Pipino con il titolo <hi rend="italic">De consuetudinibus et conditionibus orientalium regionum</hi>. Quel 1321 sembra simboleggiare una soglia tra due epoche: da un lato il mondo ancora legato alla tradizione cristiana e latina, dall’altro l’impulso verso scoperte geografiche e intellettuali che avrebbero cambiato l’Occidente (Bertuccioli e Masini 2014).</p><p rend="text">Marco Polo morì l’8 gennaio 1324, lasciando la sua fortuna alla moglie e alle tre figlie. La sua figura emerge non solo come mercante e viaggiatore, ma anche come uomo capace di osservare con rispetto e curiosità culture lontane. Ogni volta che descriveva una nuova regione, dedicava attenzione particolare anche agli usi delle donne, raccontandone la libertà, senza malizia ma con ammirazione, come a voler suggerire che potessero esistere altre morali possibili, che la terra non era tutta uguale ed era perfino immaginabile l’esistenza di altri mondi. Così, mentre Dante fissava nell’eterno il mondo medievale, Marco Polo ne scardinava i confini, come a voler aprire una finestra su un futuro che doveva ancora nascere. </p><p rend="text">Non è un caso quindi che <hi rend="italic">Le Devisement dou Monde</hi> o <hi rend="italic">Il Milione</hi>, con il titolo poi passato alla storia, diventò il primo best-seller della storia occidentale, ricopiato e tradotto in decine di lingue nell’arco di pochissimi anni. La fortuna dell’opera si deve alla sua duplice funzione di opera di fantasia e di prontuario geografico. Libro di fantasia che, come scrisse il grande storico francese Jacques Le Goff, trasformò l’Asia ne «l’orizzonte onirico dell’Europa» (Le Goff 2000). Marco Polo fu colui che, guardando ad oriente, aprì le menti degli europei alla possibilità dell’esistenza di una infinità di mondi differenti. </p><p rend="text">Nei secoli successivi, soprattutto nel Quattro-Cinquecento i manoscritti del testo poliano continuarono ad avere una vastissima diffusione, ma con il susseguirsi delle grandi scoperte geografiche, Marco e il suo libro sembravano aver esaurito la loro carica di esotismo onirico. La nuova scoperta della Cina da parte dei gesuiti sul finire del Cinquecento segna un nuovo inizio nella storia delle relazioni fra l’Europa e il paese asiatico. Infatti, quei primi esploratori ignoravano che quel vasto impero cinese non fosse altro che il Catai narrato da Marco Polo. Addirittura, le prime carte geografiche collocavano il Catai di Polo a nord della Cina come fosse un altro territorio oltre la Cina stessa (Antonucci 2024). Ci vorranno ancora alcuni decenni di esplorazioni per accorgersi che si trattava dello stesso paese, anche se ora non più retto dai mongoli della dinastia Yuan cessata nel 1368, ma da quella dei Ming, che durerà fino al 1644. </p><p rend="text">Finita la sua forza onirica e terminata la sua funzione geografica, nel Sei-Settecento Marco Polo e il suo libro sembrano eclissarsi dalle scene della storia. Tuttavia, all’alba dell’Ottocento, il libro sembra come rinascere grazie allo sforzo di William Marsden (1754-1836), orientalista irlandese al servizio della East India Company a lungo residente a Sumatra, che una volta ritiratosi dal servizio traduce da una versione italiana il viaggio di Polo e lo pubblica con il titolo <hi rend="italic">The Travel of Marco Polo,</hi><hi rend="italic"> a Venetian, in the Thirteenth Century: being a Description, by</hi><hi rend="italic"> that early traveller, of remarkable places and things, in the</hi><hi rend="italic"> Eastern Parts of the Word. Translated from the Italian with</hi><hi rend="italic"> Notes, by William Marsden</hi> (1818). Già da questo si capisce che il nome di Marco non doveva essere molto familiare ai lettori del tempo, ma l’aspetto più interessante è che Marco è celebrato soprattutto per le sue doti di esploratore, perfettamente in sintonia con quello spirito imprenditoriale britannico che animava appunto le bellicose campagne commerciali in oriente, al principio dell’Ottocento. Solo dopo questa prima edizione inglese, o forse in correlazione con essa, il libro viene riscoperto anche dalla filologia italiana che ne pubblica due importanti edizioni, una a cura di Giovanni Battista Baldelli Boni, <hi rend="italic">Viaggi di Marco Polo illustrati e commentati dal conte </hi><hi rend="italic">Gio. Batista Baldelli preceduti dalla storia delle relazioni vicendevoli dell’</hi><hi rend="italic">Europa e dell’Asia</hi> (1827), in quattro volumi, e un’altra a cura di Lodovico Pasini, <hi rend="italic">I viaggi di </hi><hi rend="italic">Marco Polo veneziano tradotti per la prima volta dall’originale </hi><hi rend="italic">francese di Rusticiano di Pisa e corredati d’illustrazioni e </hi><hi rend="italic">di documenti da Vincenzo Lazari </hi>(1847).</p><p rend="text">Tuttavia, è Marco esploratore che appassiona i primi circoli intellettuali di sinologi che stanno nascendo, tanto in Cina, che in Gran Bretagna e in Francia, a seguito delle campagne militari. Nel 1871 esce una celebrata edizione a cura del colonnello Sir Henry Yule (1820-1889), a lungo militare britannico di stanza nella regione del Bengala, <hi rend="italic">The Book of Ser Marco Polo, </hi><hi rend="italic">the Venetian, Concerning the Kingdoms and Marvels of the East</hi>, ristampata poi nel 1873, e ancora nel 1903 a cura del grande orientalista Henri Cordier (1849-1925): ormai la strada della fama di Marco come esploratore moderno appare spianata. </p><p rend="text">Infatti, Marco, del quale non ci sono pervenute tracce storiche coeve al suo passaggio, viene conosciuto per la prima volta in Cina nel 1837, come esempio di primo esploratore moderno. Un riferimento indiretto a lui e a suo padre si trova in un breve testo apparso in cinese nella rivista <hi rend="italic">Dong Xiyang kao meiyue tongji </hi><hi rend="italic">zhuan</hi><hi rend="CharOverride-2">東西洋考每月統記傳 </hi>o <hi rend="italic">Eastern Western Monthly Magazine</hi>, fondata a Canton nel 1833 e diretta dal missionario protestante prussiano Karl Friedrich August Gützlaff, che pubblicò un articolo intitolato <hi rend="italic">Ouluoba lieguo zhi </hi><hi rend="italic">min xun xindi lun </hi><hi rend="CharOverride-2">歐羅巴列國之民尋新地論</hi><hi rend="italic"> </hi>(“Circa i popoli di alcuni paesi europei alla ricerca di nuovi territori”), nel quale si faceva menzione a «due mercanti italiani giunti in Cina durante la dinastia Yuan», che avevano ricevuto un generoso trattamento dall’imperatore Qubilai<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-002">1</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Solo nel 1874, su un’altra rivista in lingua cinese editata dai missionari protestanti per diffondere conoscenze sull’Occidente, il <hi rend="italic">Zhong </hi><hi rend="italic">Xi wen jian lu</hi> <hi rend="CharOverride-2">中西聞見錄</hi> o <hi rend="italic">East West News</hi>, compare un articolo intitolato <hi rend="italic">Yuandai Xiren ru Zhongguo shu</hi> <hi rend="CharOverride-2">元代西人入中國述</hi> (“Circa i viaggiatori occidentali giunti in Cina durante la dinastia Yuan”) (Figg. 6.1-2), dove troviamo probabilmente per la prima volta il nome in cinese dei Polo: </p><quote rend="quotation_b">Durante la dinastia Yuan ci furono due fratelli della famiglia <hi rend="italic">Boluo</hi> <hi rend="CharOverride-2">博羅</hi> provenienti dal luogo di <hi rend="italic">Yuenisi</hi> <hi rend="CharOverride-2">越尼思</hi> (Venezia), in Italia che, vivendo di commercio, attraversarono tutti i paesi dall’oriente all’occidente […]. </quote><p rend="text_NOindent">Autore dell’articolo era il diplomatico britannico in Cina William Frederick Mayers (1831-1878), che si firmava in cinese Yangtang jushi <hi rend="CharOverride-2" >映堂居士</hi> (<hi rend="italic">Zhong Xi </hi>1874).</p><p rend="text">Ancora il 30 gennaio 1874, comparve, questa volta – ed è la prima – su un periodico cinese edito da cinesi, lo <hi rend="italic">Shenbao</hi> <hi rend="CharOverride-2" >申报</hi> n. 264, il breve articolo <hi rend="italic">Xun Yiguo </hi><hi rend="italic">Majun shi</hi> <hi rend="CharOverride-2" >询意国马君事</hi> (“Indagine sulla storia dell’italiano signor Ma”) (Li Changlin 1990; Vinci 2015, 112-7). Successivamente troviamo una breve menzione dei viaggi di Marco in un’opera a cura di Hong Jun (<hi rend="CharOverride-2" >洪钧</hi>, 1839-1893), uno dei primi diplomatici cinesi in Europa, che raccolse materiali utili per integrare la storia della dinastia Yuan, pubblicandoli con il titolo <hi rend="italic">Yuanshi yiwen zhengbu </hi><hi rend="CharOverride-2">元史譯文證補</hi> (“Seguito alla traduzione della storia Yuan”) nel 1897 (Hong Jun 1937). La storia di Marco era così entrata nelle riviste, edite tanto da stranieri che da cinesi, e nella saggistica, come nel caso del testo del diplomatico imperiale in Europa. </p><figure>
							<graphic url="xml_11-web-resources/image/Fig._8.1..jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/>
						</figure><p rend="caption_figure">Figura 6.1 – <hi rend="italic">Yuandai Xiren ru Zhongguo shu</hi> <hi rend="CharOverride-2">元代西人入中國述</hi>, prima pagina.</p><figure>
							<graphic url="xml_11-web-resources/image/Fig._8.2..jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/>
						</figure><p rend="caption_figure">Figura 6.2 – <hi rend="italic">Yuandai Xiren ru Zhongguo shu</hi> <hi rend="CharOverride-2">元代西人入中國述</hi>, seconda pagina.</p><p rend="text">La prima celebrazione di Marco Polo come autore del suo racconto di viaggio avviene invece con la pubblicazione, prima a puntate sul periodico <hi rend="italic">Jingbao</hi> <hi rend="CharOverride-2">京報</hi> e poi in volume nel 1913 (Polo 1913), di una sommaria versione in cinese della seconda edizione del 1854 della già citata traduzione in lingua inglese di William Marsden, con il titolo <hi rend="italic">Yuandai keqing Mage Boluo youji</hi> <hi rend="CharOverride-2">元代客卿馬哥博羅遊記</hi> (“Il Racconto di viaggio del funzionario straniero di epoca Yuan Marco Polo”) (Fig. 6.3). </p><figure>
					<graphic url="xml_11-web-resources/image/Fig._8.3..jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/>
				</figure><p rend="caption_figure">Figura 6.3 – Marco Polo, <hi rend="italic">Yuandai keqing Mage Boluo youji</hi> <hi rend="CharOverride-2">元代客卿馬哥博羅遊記</hi>, 1913, prima edizione a stampa, frontespizio.</p><p rend="text">Questo è il vero inizio della fama di Marco Polo come primo viaggiatore europeo nella Cina della dinastia Yuan e la scoperta da parte del pubblico cinese è il frutto della combinazione di un’opera italiana tradotta in inglese e da questa lingua rieditata in cinese dal letterato Wei Yi <hi rend="CharOverride-2" >(魏易,</hi>1878-1940), uno dei primissimi traduttori di letteratura occidentale in cinese (Polo 1913). Egli da giovane aveva frequentato il Saint John College di Shanghai, una scuola fondata dai missionari evangelici americani, dove aveva potuto studiare la lingua inglese, diventando poi il primo collaboratore di Lin Shu (<hi rend="CharOverride-2">林紓</hi>, 1852-1924), il più prolifico traduttore – o meglio ‘riscrittore’, dato che egli non conosceva alcuna lingua straniera – della letteratura moderna occidentale in lingua cinese. Lin Shu, infatti, grazie alla collaborazione con Wei Yi, che invece conosceva la lingua inglese, rese in cinese decine di opere di letteratura inglese, americana e francese. Wei Yi tradusse, anche da solo, molte opere, fra cui la più famosa fu appunto il viaggio di Marco Polo, reso in duecentottanta pagine divise in duecentocinque capitoli, secondo la versione inglese. A questa prima traduzione in cinese arrise grande successo, cosicché il titolo in copertina fu scritto in bella calligrafia addirittura da Liang Qichao (<hi rend="CharOverride-2">梁啓超</hi>, 1873-1929), il più famoso letterato del suo tempo (Lin 2012). </p><p rend="text">E in Italia? La notizia dei viaggi di Polo sembra quasi rimbalzare dalla Cina in Italia. Recentemente, l’Archivista di Stato del Ministero degli Affari Esteri Federica Onelli ha notato che nel marzo 1888 Francesco Crispi, Presidente del Consiglio, faceva partire da Roma verso tutte le rappresentanze diplomatiche e consolari un messaggio in cui chiedeva di raccogliere notizie di italiani emigrati che fossero riusciti ad arricchirsi onestamente o a distinguersi socialmente pur partendo da una posizione di povertà o comunque di svantaggio. Le storie così raccolte avrebbero contribuito alla pubblicazione di un volume «la cui lettura avrebbe avuto un’influenza benefica sull’educazione del nostro popolo, rendendolo sempre più degno di una nazione come l’Italia» (Archivio Storico MAECI, Gabinetto Crispi, b. 4): il giovane Stato unitario era alla ricerca di miti positivi.</p><p rend="text">Dalla nostra rappresentanza a Pechino, appena costituita dopo lo stabilimento delle relazioni fra il Regno di Italia e l’Impero Qing nel 1866, rispondeva il primo ambasciatore residente del Regno d’Italia in Cina, Ferdinando De Luca, il quale riferiva che guardando ai tempi recenti non riusciva a identificare nessuna storia utile alla compilazione del libro, ma un contributo pensava di poterlo dare:</p><quote rend="quotation_b">Il più grande esempio degli ostacoli che ha potuto vincere in questo paese l’iniziativa di un italiano, congiunta a energia e perseveranza inaudita, si riscontra certamente in persona di Marco Polo nel XIII secolo. Egli lasciò in Cina tale fama di sé che nella grande sala delle cento divinità minori esistente in Canton trovasi anche la sua effige (Archivio Storico MAECI, Gabinetto Crispi, b. 4). </quote><p rend="text">Apprendiamo quindi che la notizia di Marco Polo, viaggiatore in Cina nel Trecento, non doveva essere così comunemente nota, al punto che un Ambasciatore si permetteva di segnalarla al Presidente del Consiglio e, inoltre, veniamo a sapere che circolava la notizia che a Canton, in un tempio buddista, era presente una statua dedicata al nostro veneziano. Ma si trattava di un vero e proprio abbaglio.</p><p rend="text">Nel tempio <hi rend="italic">Hualinsi</hi> <hi rend="CharOverride-2">華林寺</hi> di Canton, anche noto come <hi rend="italic">Tempio dei Cinquecento Genii</hi>, c’era una sala, dove si trovavano appunto le statue di cinquecento beati buddisti e fra di essi uno che aveva fattezze vagamente occidentali; così si diffuse la notizia, falsa, che fosse una statua di Marco Polo. Qualcuno, durante l’Ottocento, volle vedere una somiglianza fra questo beato buddista, che ha un aspetto decisamente più indiano, e il grande mosaico del 1868 che rappresenta Marco, insieme a Cristoforo Colombo, che si trova nel salone di rappresentanza del palazzo Doria Tursi a Genova<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-001">2</ref></hi></hi>. Tutto ciò a testimonianza di come, sul finire dell’Ottocento, il nostro veneziano era ormai sulla strada della fama. L’idea che Marco fosse stato ‘beatificato’ in Cina fu rinforzata in Italia con l’arrivo a Venezia in occasione del Terzo Congresso della Società Geografica del 1881 di una copia di questa statua, attualmente ancora visibile presso il Museo Correr a Piazza San Marco. La fama di Marco, quindi, arrivò dalla Cina in Italia venendo accolta positivamente dai circoli intellettuali e politici italiani alla ricerca di modelli e campioni utili a sostenere, anche in Asia Orientale, le nascenti velleità coloniali italiane (De Giorgi 2022).</p><p rend="text">Gli orientalisti inglesi e francesi, pur avendo enormemente contribuito alla ‘rinascita’ della fama di Marco Polo, tanto in Europa che in Cina, non gradirono affatto il processo di ‘beatificazione’, impegnandosi a smentire l’associazione fra la statua e il nostro viaggiatore. Una delle prime fonti, se non proprio la prima, della curiosa associazione fra una statua di ceramica – relativamente moderna, essendo tutta la sala che la conserva annessa al tempio solo nel 1846 – e Marco Polo si troverebbe in un’opera del 1867. Forse da questa si sarebbe poi diffusa anche nelle note di viaggio di alcuni visitatori italiani, arrivando così alle orecchie del nostro ambasciatore De Luca (Mayers 1867, 162).</p><p rend="text">La questione assunse un certo rilievo poi quando un disegno a china della statua fu inserito come illustrazione nella terza edizione della già citata opera di Yule, <hi rend="italic">The Book of Ser Marco Polo </hi>(fra le pagine 78 e 79), del 1903 curata da Cordier, con la seguente didascalia «The Pseudo Marco Polo at Canton», ma senza alcun ulteriore riferimento nel corpo del testo (Fig. 6.4).</p><figure>
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				</figure><p rend="caption_figure">Figura 6.4 – Pseudo-statua di Marco Polo in Yule and Cordier 1921, III, 78-9.</p><p rend="text">Cordier, avendo evidentemente ricevuto delle critiche riguardo all’inserimento dell’immagine della statua, in occasione di una seconda ristampa di questa sua terza edizione, nel 1921 non solo volle aggiungere una lunga nota nella quale riferiva di un carteggio avuto sulla statua con il noto sinologo americano Berthold<hi rend="CharOverride-4"> </hi>Laufer (1874-1934), ma nel frontespizio del volume stesso riprodusse una immagine xilografata del centesimo beato della sala del tempio di Canton, in cui esso era indicato come <hi rend="italic">Shanzhu zunzhe</hi> <hi rend="CharOverride-2" >善注尊者</hi>, ovvero il reverendo Shanzhu <hi rend="CharOverride-2" >善注</hi><hi >,</hi> e non certo Marco. Nella nota, compilata da Cordier, la storia della statua viene ricostruita con precisione e ne viene categoricamente esclusa l’attribuzione alla figura di Marco Polo<hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-000">3</ref></hi></hi>. Ma ormai, nei decenni precedenti, la storia era ormai circolata e una copia della statua era arrivata a Venezia; e così una rivista americana <hi rend="italic">The American Register</hi>, October 15, 1881, <hi rend="italic">Miscellany</hi> la celebrava: </p><quote rend="quotation_b">While Venice is preparing to erect a statue to the memory of her famous son Marco Polo, she has received from Canton, China, a statue of him that is made of wood, and represents him seated in a red easy chair, dressed in the habiliments of a Chinaman, except as to cloak and bat, which are European. The figure is somewhat peculiar in its outlines, but the features in no way resemble the Mongolian type. He wears a beard and mustache, which in color are blue. Opposite the chair is placed a porcelain bowl, intended as a receptacle for perfumes. With this Marco Polo was honored in the same manner as is the protecting genius of China in the Canton temple. At the base the statue has an inscription in Chinese characters (<hi rend="italic">The American Register </hi>1881, 11).</quote><p rend="text">La storia della statua era ormai stata chiaramente e categoricamente smentita dal fior fiore della sinologia occidentale, ma in Italia resisterà pervicacemente come modello dell’impresa coloniale e gli studiosi stranieri saranno addirittura dileggiati da un nostro viaggiatore di solida fede fascista, Mario Appelius (1892-1946), che, in una citazione già segnalata da Laura De Giorgi, scrive:</p><quote rend="quotation_b">Scrittori stranieri si sono recentemente dati la pena di sottoporre questa statua di Marco Polo ad un rigoroso esame di sartoria storica, per contestare l’autenticità del personaggio e svalutare così l’omaggio reso dall’Estremo Oriente attraverso Marco Polo alla razza italiana. Dottissimi tedeschi hanno dimostrato con una critica serrata delle cuciture e delle bottoniere che l’abbigliamento di questo Marco Polo non è veneziano ma corrisponde al vestito adoperato dai portoghesi nel XVI secolo. Bravissimo, “her [sic] Professor”! […] (Appelius 1926, 131).</quote><p rend="text">Comunque, la fama di Marco, frutto del contributo determinante degli inglesi, si trasformò presto in un formidabile strumento per il sostegno alle relazioni fra l’Italia e la Cina, tanto agli albori del Novecento quanto durante il regime fascista e ancora oltre. Sopravvivendo ad ogni epoca, il nostro Marco Polo è oggi diventato in Occidente – come in Cina – il campione del viaggiatore moderno, curioso spettatore delle storie degli altri, che non vuole convincere nessuno delle proprie idee o convinzioni religiose. E così, in questo mondo così ancora spaventosamente martoriato, se vogliamo sperare di convivere pacificamente con altri mondi, abbiamo ancora bisogno di ricordare Marco Polo. </p><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Antonucci, Davor. 2009.<hi rend="italic"> </hi>“Le colonie mercantili occidentali in Cina nel Medioevo: uomini d’affari in <hi rend="italic">partibus Catagii</hi>.” <hi rend="italic">Sulla Via del Catai</hi> 3, 3: 11-21.</p><p rend="bib_indx_bib">Antonucci, Davor. 2024. “Marco Polo nella letteratura missionaria dei secoli XVI-XIX.” In <hi rend="italic">Marco Polo. Storia e mito di </hi><hi rend="italic">un viaggio e di un libro</hi>, a cura di Samuela Simion, ed Eugenio Burgio, 355-71. Roma: Carocci.</p><p rend="bib_indx_bib">Appelius, Marco. 1926. <hi rend="italic">Cina</hi>. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-002-backlink">1</ref></hi> <hi rend="CharOverride-2" >元兴初年间，意大里国有二商贾，赴与北京，其人聪明，能</hi><hi rend="CharOverride-2" >通武艺，所以忽必烈帝厚待之，奉龙恩归国，</hi><hi rend="CharOverride-2" >其人详细告中国之事，令西洋人仰而异之。</hi>«Agli inizi dell’epoca Yuan, due mercanti italiani giunsero a Pechino. Poiché erano persone intelligenti, che s’intendevano di combattimento, Qubilai li trattò con generosità. Su suo mandato essi tornarono in patria e descrissero dettagliatamente le cose viste in Cina, lasciando le genti di Occidente ammirate e stupite» (nell’originale f. 8v, ora in Huang 1997, 234). Citato anche in Gu 2006; da ultimo, si veda anche <hi rend="CharOverride-5">Ma Xiaolin</hi> e<hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-5">Ragagnin 2024.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-001-backlink">2</ref></hi> Non è stato ancora possibile indentificare con certezza in quale pubblicazione per la prima volta fu riportata questa attribuzione; tuttavia, già nel 1866, in un’opera intitolata <hi rend="italic">A Reminiscence of</hi><hi rend="italic"> Canton, June 1859</hi>, troviamo un accenno indiretto alla pseudo-statua di Marco quando l’autore, riferendosi alle figure di ceramica presenti nel tempio scriveva: «Among them we may discover natives of India and even of our own western globe, who visited China in times now out of mind, and who struck such astonishment into the minds of the natives of those days that they are actually preserved at this moment as gods» (<hi rend="italic">A Reminiscence of Canton</hi>, 1866, 24). Successivamente, nel 1875, la storia doveva essere certamente circolata se John Henry Gray, nel suo <hi rend="italic">Walks in</hi><hi rend="italic"> the City of Canton</hi>, criticava con decisione l’attribuzione della statua nel tempio a Marco Polo (Gray 1875, 207; cit. in Yule and Cordier 1921, 8).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-000-backlink">3</ref></hi> Yule and Cordier 1921, III,<hi rend="italic"> </hi>8-11. Qui si trova anche la fonte della xilografia (messa nel frontespizio di quel terzo volume <hi rend="italic">Notes and Addenda</hi>), tratta da una incisione su pietra presente nel tempio Chan (<hi rend="CharOverride-2">禅</hi>) di Tianning <hi rend="CharOverride-2">天寧 </hi>di Hangzhou <hi rend="CharOverride-2">杭州</hi> (Yule and Cordier 1921, III,<hi rend="italic"> </hi>10-1), che ha esattamente le fattezze dello pseudo Marco Polo ed è quindi la prova della sua falsa attribuzione.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Federico Masini, Sapienza University of Rome, Italy, <ref target="mailto:federico.masini@uniroma1.it">federico.masini@uniroma1.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-1064-8930">0000-0002-1064-8930</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Federico Masini, <hi rend="italic">La Cina scopre Marco Polo,</hi> © Author(s), <ref target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">CC BY-SA 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3.11">10.36253/979-12-215-0883-3.11</ref>, in Paola Mocella (edited by), <hi rend="italic">Il </hi>Milione<hi rend="italic"> nel tempo tra Asia ed Europa: Marco Polo nelle letterature medievali e contemporanee. Atti del Convegno Internazionale (Siena, 7–8 novembre 2024) e del Seminario “700 anni di Marco Polo” (Firenze, 11 dicembre 2024)</hi>, pp. -79, 2025, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0883-3, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3">10.36253/979-12-215-0883-3</ref></p></div></div>
      
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  </text>
</TEI>