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        <title type="main" level="a">Un ‘monumento alla manipolazione letteraria’: il Marko Polo di Viktor Šklovskij</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-2683-2713" type="ORCID">
            <forename>Alessandra</forename>
            <surname>Carbone</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Il &lt;i&gt;Milione&lt;/i&gt; nel tempo tra Asia ed Europa: Marco Polo nelle letterature medievali e contemporanee</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0883-3</idno>) by </resp>
          <name>Paola Mocella</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3.19</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>Viktor Shklovsky’s Marko Polo (1936) is a polyphonic work that disguises the biography of the Venetian explorer as a sophisticated formalist literary exercise. Conceived in a politically hostile climate, the book masks its method beneath the guise of a tale for young soviet pionery, blending quotes from Il Milione and other medieval European sources with Russo-centric historical reflections. Through irony, defamiliarization (ostranenie), and fragmented narration, Shklovsky creates a text that is both literary exploration and ideological resistance, with Marco Polo serving as the author’s alter ego. The book’s editorial journey spans multiple editions in USSR; for the Italian translation and publication in Italy a crucial role was played by the literary translator Marija Olsuf’eva.</p>
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            <item>Shklovsky</item>
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            <item>Marija Olsuf’eva</item>
            <item>formalism</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3.19<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3.19" /></p>
      <div><head>Alessandra Carbone</head></div><div><head>Un ‘monumento alla manipolazione letteraria’: <lb/>il <hi rend="italic">Marko Polo</hi> di Viktor Šklovskij</head><p rend="epigraph_inscription_epigraph_1">Perché Šklovskij ha scritto <hi rend="italic">Marco </hi><hi rend="italic">Polo</hi>? Ma perché quando Marco tornò a Venezia non gli credette nessuno […].</p><p rend="epigraph_inscription_epigraph_3">Questo è un libro-copertura, che sostituisce un altro libro, quello che Šklovskij avrebbe voluto scrivere, e non ha potuto scrivere mai (Kaverin 1988, 122)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_19.html#footnote-017">1</ref></hi></hi><hi rend="italic">.</hi></p><p rend="text">Il <hi rend="italic">Marko Polo</hi> di Viktor Šklovskij (1936) è un’opera complessa e per molti versi sfuggente, collocabile tra biografia letteraria, riscrittura e <hi rend="italic">stilizacija,</hi> ossia vivace gioco mimetico e ‘nascondino’ letterario (non una novità, per il suo autore), in cui un’apparente semplice biografia di uomo illustre, pensata per le letture dei più giovani membri del <hi rend="italic">Komsomol,</hi> coesiste con un insospettabile approccio formalista.</p><p rend="text">Cosciente da tempo del pericolo che comportava qualsiasi riferimento al <hi rend="italic">Formalizm </hi>(qualunque cosa quel termine ambiguo volesse dire in quel periodo nel mondo sovietico), negli anni Trenta Šklovskij si destreggiava come noto tra autocritica e ricerca di nuove (e più sicure) forme letterarie o artistiche: è del gennaio 1930 il suo articolo-abiura, in cui si pentiva pubblicamente sulla <hi rend="italic">Li­teraturnaja gazeta</hi>, intitolato “Monumento a un errore scientifico”<hi rend="italic"> </hi>(Šklovskij 1930), in cui condannava il metodo formale pur continuando qua e là, come poteva, a perorare <hi rend="italic">pro domo sua </hi>(cfr. Sheldon 1975); contemporaneamente, a partire dagli anni Trenta, si cimentò in forme di scrittura diverse (per il cinema, biografie per ragazzi, romanzo storico ecc.). Nell’esperienza ‘Marco Polo’, che come vedremo per Šklovskij dura parecchi anni e che ad oggi però – a fronte della consistente mole di pubblicazioni scientifiche sull’opera del Nostro – non conta quasi alcuna menzione, è possibile riscontrare molto di questo momento di crisi e di ripensamenti. </p><p rend="text">Sul <hi rend="italic">Marko Polo</hi> troviamo liminari reminiscenze (soprattutto da trascrizioni di conferenze o da memorie) dello stesso Šklovskij: in una di queste si ripercorre sinteticamente il processo creativo che portò alla nascita del libro, e che coinvolgeva anche l’amico Konstantin Kunin, accademico, sinologo e appassionato anche di Storia russa, con il quale si trovava spesso a parlare, e che negli anni Trenta progettava un libro sui viaggi del mercante russo medioevale Ivan Nikitin da Tver’, come racconta Šklovskij nel suo tipico stile volutamente frammentario<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_19.html#footnote-016">2</ref></hi></hi>: </p><quote rend="quotation_b">Mi capitò di scrivere un libro su Marco Polo, che era passato attraverso la Russia fino in Cina ai tempi in cui l’Impero mongolo univa la Cina, il Tibet e la Russia sottomessa. Marco Polo scrisse i suoi appunti di viaggio per molti anni. All’inizio scriveva delle donne, poi dei falchi per la caccia. Quei falchi al tempo costavano moltissimo. […] i popoli di quei tempi erano tutti mescolati […]. Ma Marco Polo amava il suo popolo e la sua città […]. Mi veniva spesso a trovare Kostantin Kunin, sinologo. Parlavamo dei popoli diversi, a quel tempo Kunin aveva cominciato a scrivere un libro sui viaggi e sulle esplorazioni del mercante russo Ivan Nikitin ai tempi dello zar Ivan III, […] Nikitin con i suoi viaggi arrivò sino in India (Šklovskij 2019, 423-5).</quote><p rend="text">Viktor Borisovič raccontava inoltre che al tempo della scrittura di Marco Polo si affastellavano soffocanti «difficoltà teoriche», come montagne di neve ai lati di un treno in corsa:</p><quote rend="quotation_b">Immaginate che ci sia un treno che passa nella neve. La neve è tanta. Il treno va, raccoglie sempre più e più neve […]. Davanti a me si accumulavano difficoltà teoriche che mi hanno portato al silenzio. Ho continuato a esistere nel cinema […]. Ma poi ho iniziato a lavorare sul <hi rend="italic">Marco Polo</hi>, ho iniziato a lavorare sulla storia del <hi rend="italic">Belomorkanal</hi> e a poco a poco sono cambiato (Šklovskij 2018, 884).</quote><p rend="text">Una delle prime (e pochissime) persone che hanno scritto del <hi rend="italic">Marko Polo</hi>, è stata Maria Olsuf’eva<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_19.html#footnote-015">3</ref></hi></hi>, e lo ha fatto, tra l’altro, in italiano: traduttrice letteraria russa di nobili origini residente in Italia, è alla sua «volontà e testardaggine» (Pavan 2002, 105) che si devono le prime traduzioni di Šklovskij in italiano; fu lei a tradurre molte delle sue opere a partire dagli anni Sessanta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_19.html#footnote-014">4</ref></hi></hi>, gli divenne amica e corrispondente, e riuscì persino a portarlo a Bari a conoscere il suo primo editore italiano, De Donato, prima nel 1966 e poi ancora nel ’67. Nell’archivio Olsuf’eva, conservato presso il Gabinetto Vieusseux, si trovano ritagli di articoli di giornale che raccontano la presenza di Šklovskij in alcuni dei più celebri salotti romani del tempo, tra Moravia e Ripellino nell’autunno del 1967<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_19.html#footnote-013">5</ref></hi></hi>. È in questo periodo che circola la notizia che il russo sta valutando di far tradurre in italiano la sua grande opera <hi rend="italic">Lev Tolstoj </hi>(la prima a parlarne è B. M. Luporini, che vorrebbe proporlo a Sansoni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_19.html#footnote-012">6</ref></hi></hi>), e Alberto Mondadori, che già molto conosceva e stimava Olsuf’eva grazie alla traduzione del <hi rend="italic">Majakovskij</hi>, ancora di Šklovskij<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_19.html#footnote-011">7</ref></hi></hi>, si mette di persona in contatto con lei per sondare il terreno<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_19.html#footnote-010">8</ref></hi></hi>. Uscita di scena la Sansoni, durante la contrattazione salta fuori anche il titolo del <hi rend="italic">Marko Polo</hi>, per cui Mondadori riesce ad aggiudicarsi per Il Saggiatore ben due opere di Šklovskij inedite<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_19.html#footnote-009">9</ref></hi></hi>: il <hi rend="italic">Marko Polo</hi> uscirà nel 1972, lo stesso anno de <hi rend="italic">Le città invisibili</hi> di Italo Calvino, il <hi rend="italic">Lev Tolstoj</hi> nel 1978. </p><p rend="text">Olsuf’eva approntò dunque una breve introduzione al <hi rend="italic">Marco Polo</hi> su richiesta scritta di Enrico Filippini, editor del Saggiatore, il quale nell’aprile del 1969, appena finito di leggere la traduzione in bozza, le aveva scritto per comunicarle che quello era «uno dei libri più belli che avesse mai letto» (Pavan 2002, 124) e le chiedeva, contestualmente, una breve introduzione. Olsuf’eva, che aveva spesso vergato introduzioni per i suoi lavori, accettò, ma quella volta inviò poco più di due pagine dattiloscritte<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_19.html#footnote-008">10</ref></hi></hi>; queste, che non furono mai pubblicate, contengono, oltre a verità storiche già disponibili al tempo, soprattutto il gusto dell’amicizia e della confidenza tra lo scrittore sovietico e la sua traduttrice-corrispondente, ne riportiamo una parte qui, cornice inedita e schietta di quest’opera peculiare: </p><quote rend="quotation_b">Gli anni Trenta sono un periodo difficile per Viktor Šklovskij. Il formalismo russo è in crisi, il fondatore dell’OPOJAZ non è in grado di approfondirne la dottrina e i suoi avversari ne annunziano la bancarotta intellettuale. D’altra parte la pressione del partito si fa sempre più pesante. […] Il discorso di Ždanov al primo congresso degli scrittori, nel 1934, annunzia che la letteratura russa sarà di tendenza ottimistica, servirà la causa del socialismo e prenderà a modello i lavoratori sovietici secondo il metodo del “realismo socialista”. Si moltiplicano selvaggi attacchi contro i formalisti: la parola diventa un’ingiuria. Un certo Gen’fand afferma in “Pečat’ i revoljucija”, nel 1930, che ogni tentativo di compromesso con il formalismo, ogni indulgenza significa tradire il marxismo. Egli invoca contro i formalisti “un plotone di esecuzione ideologico”. L’abiura di Šklovskij non bastò. Per vivere egli tenta le sceneggiature cinematografiche, finisce per vendere la vasta biblioteca amorevolmente raccolta. In quel periodo molti scrittori compromessi, non potendo pubblicare altro, si rivolgono al romanzo storico, al medioevo, alle invasioni barbariche […]. Per l’introduzione Šklovskij si rivolge al K. Kunin, sinologo, il quale premetterà al libro dell’amico una lunga, dotta e noiosa introduzione con i crismi della storiografia marxista della più pura acqua. Neppure questa riuscirà a privare il Marco Polo dell’inconfondibile sapore šklovskiano, della verve, dell’ironia, anche se il libro, pubblicato nel 1936 nella collana “Vite di uomini celebri”, sarà considerato poco più che un saggio biografico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_19.html#footnote-007">11</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">È dunque all’interno di un contesto politicamente e letterariamente difficile che viene concepito e vede la luce il <hi rend="italic">Marko</hi><hi rend="italic"> Polo</hi> di Šklovskij, già a sua volta noto ‘viaggiatore’ letterario filo-sterniano, che con le sue divagazioni post-rivoluzionarie tra il 1918 e il 1921-22 a lungo aveva peregrinato per molti luoghi, dalla Crimea, all’Ucraina, alla Persia, mentre imperversava la guerra civile nei vasti territori dell’ex Impero zarista, di cui narra nel <hi rend="italic">Viaggio sentimentale</hi> (Šklovskij 1923). L’esperienza dell’italiano Marco Polo narrata nel <hi rend="italic">Milione</hi>, letta nell’unica traduzione russa accettabile in quel periodo, quella del Minaev (1902)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_19.html#footnote-006">12</ref></hi></hi>, è alla base invece di una delle sue opere più interessanti degli anni Trenta: quando Viktor Šklovskij comincia a occuparsi di questo tema, dà vita a <hi rend="italic">più</hi> pubblicazioni dedicate proprio al viaggiatore-eroe veneziano; esistono infatti ‘vari’ <hi rend="italic">Marko Polo</hi> di Šklovskij, eterogenei sia per titolo, che per contenuto, dal 1931 al 1962. La prima pubblicazione, quella del ’31, è uno snello libriccino, pubblicato per la casa editrice sovietica Molodaja gvardija (“La giovane guardia”), che si occupava per lo più di edizioni per bambini/ragazzi, con il titolo <hi rend="italic">Marko Polo razvedčik </hi>(“Marco Polo l’esploratore”<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_19.html#footnote-005">13</ref></hi></hi>), in cui Šklovskij ricostruiva brevemente una biografia del mercante italiano. Nel 1936 esce invece l’opera di cui ci occupiamo qui, il poderoso libro-riscrittura sulla falsa riga del <hi rend="italic">Milione</hi>, il cui titolo si accorcia per diventare, semplicemente <hi rend="italic">Marko Polo</hi>; opera di quasi quattrocento pagine, munita della già menzionata autorevole introduzione, e pubblicata nella celebre collana “Žizn’ zamečatel’nych ljudej”, tradizionalmente rivolta a ragazzi o studenti; nel 1962 lo stesso libro viene ripubblicato a Mosca in questa medesima collana, ma con un titolo ancora diverso – <hi rend="italic">Zemli razvedčik</hi><hi rend="italic"> Marko Polo</hi> (“L’esploratore del mondo Marco Polo”) –: a partire da questa ristampa arriverà anche in Italia con la mediazione di Olsuf’eva. </p><p rend="text">Il <hi rend="italic">Marko Polo</hi> del 1936 è un testo in cui si fondono nozioni storiche, riferimenti intertestuali, citazioni dal <hi rend="italic">Milione</hi>, certo, ma, soprattutto, pagine in cui un Narratore poliedrico assume via via punti di vista diversi, e che, procedendo per invenzione e stilizzazione, innesta su fonti autentiche pagine che <hi rend="italic">sembrano</hi> il Milione, <hi rend="italic">suonano</hi> come il Milione (nella sua traduzione russa, certo), ma che non lo sono. Di questo particolare Narratore (o narratori?) diremo a breve. L’opera sembra al contempo aspirare a qualche valore scientifico, visto l’imponente apparato di note e commenti, lungo quasi altre ottanta pagine, e completo di bibliografia, che troviamo nell’originale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_19.html#footnote-004">14</ref></hi></hi>; tali paratesti, insieme all’introduzione del Kunin, mirano evidentemente a legittimare, incastonandola in uno status di serietà e scientificità, un’opera che vuole essere decisamente letteraria, libera dalle costrizioni che l’arte si trovava a vivere tra diktat real-socialista e minaccia antiformalista. La struttura del libro riprende in qualche modo quella del libro di Polo, in alcune delle sue tappe principali. Nel suo viaggio il Narratore procede prima con un prologo su Venezia e sulle sue colonie nel Mar Nero, solo dopo nove capitoli compare Marco Polo-personaggio. I capitoletti, provvisti di titoli lunghi ed evocativi, ci informano dell’argomento che si leggerà, mimando i titoli del <hi rend="italic">Milione</hi>: «Del tempo in cui avviene l’azione, della città di Venezia, del doge, di mercanti e di artigiani» (Šklovskij<hi rend="CharOverride-2"> </hi>2017, 9). Come vediamo sin dall’inizio appare centrale proprio la ricostruzione della storia della Crimea nel XIII secolo: i commerci, le diverse colonie e popolazioni, le rotte che da lì partivano verso est, certo, ma anche e soprattutto verso nord (terre che convenzionalmente venivano chiamate ancora <hi rend="italic">Rus’</hi>), luoghi che il lettore ideale di Šklovskij conosceva benissimo, visto che, dall’Ottocento in poi, venivano a trovarsi in tutti i libri di storia e geografia di lettori russi e sovietici; qui il Narratore dunque informa sulla storia di queste terre di secoli prima, intende sottolinearne il passato esotico, pre-russo, e al contempo costruisce una visione prettamente ‘russocentrica’ delle avventure dei Polo: «Genova e Venezia guerreggiarono per sessant’anni. Assalivano le flotte, lottavano in Crimea» (Šklovskij 2017, 15); Soldaia, patria di adozione dei Polo, e ai tempi di Šklovskij città portuale sovietica (odierna Sudak), trova un ruolo di primo piano perché è, di nuovo, un anello di congiunzione tra la storia medioevale veneziana e quella ‘russa’, che via via nel racconto viene messa sempre di più al centro; racconta infatti il Narratore: </p><quote rend="quotation_b">Sudak<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_19.html#footnote-003">15</ref></hi></hi>, che i russi chiamavano Surož, per cui in russo è rimasta l’espressione “merce di Surož” a indicare la seta, apparteneva ai veneziani. Mentre ai genovesi apparteneva Caffa, al posto dell’odierna Feodozija (Šklovskij<hi rend="CharOverride-3"> </hi>2017, 18).</quote><p rend="text">Questo approccio è interessante perché chi racconta sembra essere un russo, che con uno stile aforistico, frammentario, un po’ alla Rozanov, giustappone informazioni varie ed eterogenee per costruire il proprio racconto; conosce bene dettagli, modi di dire, prezzi, dà volentieri informazioni: «il viaggio da Sudak alla Cina costava duecentomila <hi rend="italic">rubli </hi><hi rend="italic">d’oro a testa in valuta nostra</hi>. […] così ci dice il mercante Pegolotti. Bisognava acquistare carri coperti russi» (Šklovskij<hi rend="CharOverride-2"> </hi>2017, 19). O ancora:</p><quote rend="quotation_b">Le pellicce erano allora una delle merci più pregiate. La Russia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_19.html#footnote-002">16</ref></hi></hi> pagava al khan un tributo in pelli, dunque il luogo di smercio più vicino era il quartier generale del khan, non lontano dalla confluenza del Kama e del Volga […] Le pellicce erano così preziose che i veneziani non riuscivano a staccarne gli occhi (Šklovskij<hi rend="CharOverride-3"> </hi>2017, 20; 33).</quote><p rend="text">A complicare le cose in questa rifrazione di racconti, stili e punti di vista, il Narratore sconosciuto, inframezza qua e là la sua storia con lunghe citazioni dirette da altre opere: prima fra tutte, naturalmente, il <hi rend="italic">Milione</hi> (nella traduzione russa di Minaev del 1902 di cui si è detto, e che mette tra virgolette), ma anche da altre fonti, come l’<hi rend="italic">Historia Mongalorum di</hi> Giovanni da Pian del Carpine e l’<hi rend="italic">Itinerarium</hi> (conosciuto anche come <hi rend="italic">Viaggio in Mongolia</hi>) di Guglielmo di Rubruck (entrambi nelle versioni russe di Aleksandr Malein del 1911: Malein 1911a; 1911b); ad un certo punto viene citato Marx (un’unica volta, dal <hi rend="italic">Capitale</hi>, in relazione alle specificità del ‘commercio di transito’ e all’esperienza medioevale veneziana), e non mancano riferimenti alla letteratura antico-slava orientale, come lo <hi rend="italic">Slovo</hi><hi rend="italic"> o Polku Igoreve</hi> (“Canto della Schiera di Igor”) del XII secolo; vediamo ad esempio questo passaggio, in cui il Narratore nel capitoletto “Il Paese sul Fiume Grande” (sorta di <hi rend="italic">ostranenie</hi> poetica per intendere e il Volga e la ‘Russia’), scrive, col tono che riprende i lamenti delle antiche cronache slave:</p><quote rend="quotation_b">I Khan del nord-ovest dominavano le nostre terre dalla Neva al Mare di Aral e dalla tundra sino alla Crimea e al Caucaso, e, in direzione dell’Europa, dal Danubio ai Carpazi. In Siberia c’erano altri Khan […] nel “Canto della schiera di Igor’” è scritto: “la luce s’è fatta tenebra sul fiume Kajal, si sono sparsi i <hi rend="italic">polovcy</hi> sulla terra russa come leopardi usciti dalle tane, hanno subissato le forze russe e consegnato al khan il loro gran valore” (Šklovskij<hi rend="CharOverride-3"> </hi>2017, 51).</quote><p rend="text">Insomma Šklovskij gioca con vari testi, ottenendo una sorta di <hi rend="italic">kompiljacija </hi>di citazioni e riferimenti, nei quali inserisce spesso la sua voce, che si mimetizza tra le parti citate<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_19.html#footnote-001">17</ref></hi></hi>. Il ri-racconto di certi dettagli si fa dunque cronotopo peculiare e gustoso per i suoi lettori, che li ‘rivedono’ in maniera volutamente straniata (quel tanto che basta), grazie all’abilità del Narratore. Ma non è finita: a volte il Narratore si moltiplica, o si trasforma: se in molte parti egli è un’entità riconducibile ad un divulgatore moderno (si ricordi il riferimento <hi rend="italic">supra</hi> alla contemporaneità nell’espressione relativa ai «duecentomila rubli d’oro in valuta nostra»), poco dopo assomiglia come dicevamo a un cronachista medievale slavo-orientale; in altri casi ancora sembra, al contrario, sdoppiarsi in un altro tipo di narratore, più che inaffidabile, ignorante di quei mondi (un alter-ego di Marco Polo?) che, proprio a proposito delle ‘cose russe’, riporta informazioni frammentarie, a volte bislacche, come se sentisse di popoli ed eventi per la prima volta, ad es.:</p><quote rend="quotation_b">Scoppiò la guerra fra i Khan, Duge, compagno dei Polo partì per Mosca. Mosca era una città nuova nella quale si era trasferito il commercio da Kiev saccheggiata e distrutta. La Russia di Suzdal’ commerciava con i genovesi stabiliti a Tana sul corso del Don. A Mosca erano state ambascerie italiane. Dei romani insegnavano ai moscoviti l’arte di fondere le campane (Šklovskij<hi rend="CharOverride-3"> </hi>2017, 36-7). </quote><p rend="text">O ancora, naïf, citando quasi direttamente il <hi rend="italic">Milione</hi>: «gli schiavi di miglior qualità sono quelli russi. I russi sono quel popolo biondo e semplice<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_19.html#footnote-000">18</ref></hi></hi> che vive nel paese dove ora manca la notte, ora il giorno. Questo popolo è molto richiesto» (Šklovskij 2017, 38).</p><p rend="text">Si tratta della messa in campo, qui, della tecnica dello straniamento, usata in termini spesso ironici e scanzonati. Una stessa ironia (amara) è quella che viene adoperata nella descrizione delle misure di sicurezza che il Khan adottava nella città di Khanbaligh, sottolineando l’abilità del dittatore di reprimere e sedare qualsiasi forma di dissenso, o di rivolta (Šklovskij usa la parola russa <hi rend="italic">bunt</hi>); nel capitoletto “La città di Khanbaligh, immunizzata contro le rivolte” infatti leggiamo: </p><quote rend="quotation_b">Non erano soltanto i cinesi a far la guardia a Khanbaligh. Al comando di un <hi rend="italic">certo principe Grigorij</hi> c’era una guarnigione <hi rend="italic">di diecimila guerrieri</hi><hi rend="italic"> russi</hi>. I mongoli avevano demolito le mura di Kiev con arieti cinesi sotto la guida di ingegneri cinesi, ma <hi rend="italic">truppe russe tenevano a freno</hi> la città di Khanbaligh (Šklovskij<hi rend="CharOverride-3"> </hi>2017, 107).</quote><p rend="text"><hi >С</hi>ome a sottolineare che, se i cinesi o i mongoli eccellevano nell’arte dell’ingegneria bellica, i russi erano perfetti per la repressione politica, tanto da essere all’uopo assoldati da Kublaj.</p><p rend="text">Il ritmo del racconto avanza vivace grazie all’avvicendarsi di aneddoti e dettagli, l’attenzione del lettore è inoltre garantita anche dalla simpatia del personaggio di Marco Polo, qui co-protagonista del libro insieme all’invadente Narratore/i. Intelligente e affascinante, di questo eroe, come nella fonte originale, si sottolinea il rapporto con il Khan, la stima e la fiducia che questi provava per il giovane italiano, che diventa suo confidente e informatore nelle più lontane province dell’impero. Ed è ancora in questi aneddoti che ritroviamo il gusto del dettaglio libertino, che fa di Marco Polo (ancora sulla scorta del <hi rend="italic">Milione</hi>) un amante giovane e instancabile, di cui in più punti si sottolinea il successo con le donne: «Molte donne furono portate a Marco Polo ed egli annotò nel suo libro che bisognava andare lì da giovani, fra i sedici e i ventiquattro anni. Marco Polo non ne aveva di più» (Šklovskij<hi rend="CharOverride-2"> </hi>2017, 120).</p><p rend="text">Ma Šklovskij riesce a farne anche un eroe politico, raccontando negli ultimi capitoletti, quelli sul ritorno a Venezia di Marco, l’ultima strategia di un uomo sì astuto, ma soprattutto coerente e coraggioso: quando sente avvicinarsi la morte, e fa chiamare padre Giustini, Marco Polo sa che sarà portato a rinnegare le proprie convinzioni; gli dice infatti il prete-notaro, con l’insistenza di diverse anafore esortative (che accorciamo):</p><quote rend="quotation_b">Messere, nell’ora suprema in cui dovete presentarvi al cospetto di nostro Signore, confessate le menzogne che diceste. Confessate di aver mentito, quando diceste che avete navigato lungo l’Oceano indiano […]. Ammettete, figliolo, che non esiste pietra che arde, che non esistono tavolette con le quali si possono stampare i libri, a meno che sia ignobile sortilegio. Confessate di aver mentito, quando diceste di aver navigato intorno all’Oceano indiano […] (Šklovskij 2017, 225).</quote><p rend="text">Ma qui l’eroe, evitando di inimicarsi la Chiesa, relativizza, si giustifica, intravede soluzioni: «sono mercante, ho commerciato molto, ci siamo messi d’accordo persino con i tartari, quando facemmo peccato andando a funghi nel bosco» (Šklovskij 2017, 227); con grazia e ironia il Marco Polo di Šklovskij non abiura, non rinnega mai ciò che fu: se Šklovskij rinunciò pubblicamente al formalismo, asserendo di «non voler diventare lui stesso un monumento vivente ad un errore scientifico» (Šklovskij 1930, 1), nel suo <hi rend="italic">Marco</hi><hi rend="italic"> Polo</hi> l’esploratore vive invece in un’opera complessa, intrinsecamente ‘formalista’ per struttura e stile (e dunque, ribelle); alter-ego di Šklovskij stesso (come intravide l’amico-scrittore Kaverin), il suo eroe non è creduto in patria, eppure riesce nondimeno a resistere ai diktat ideologici che gli sono imposti (certo, i metodi di Padre Giustini erano ben più morbidi di quelli dell’NKVD): manipolando, rabbonendo, il Marco Polo di Šklovskij ottiene i suoi scopi. </p><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib"><hi >Boym, Svetlana. 1996. “Enstrangment as a lifestyle: Shklovsky and Brodsky</hi><hi >.” </hi><hi rend="italic">Poetics today</hi><hi > 17, 4: 511-30.</hi></p><p rend="bib_indx_bib">D’Amelia, Antonella. 2021. “Marija Vasil’evna Olsuf’eva.” In <hi rend="italic">Russi in Italia: dizionario</hi>, 8 gennaio, 2021.<hi rend="CharOverride-4"> </hi>&lt;<ref target="https://www.russinitalia.it/dettaglio.php?id=1182">https://www.russinitalia.it/dettaglio.php?id=1182</ref>&gt; (2025-07-01).</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >De Feo, Sandro, a cura di. </hi><hi >1967.</hi><hi rend="italic"> </hi>“Serata con Sklovskij.” <hi rend="italic">Corriere della Sera</hi>, 31 dicembre 1967.</p><p rend="bib_indx_bib">Èjchenbaum, Boris Michajlovič. 2001. “O Viktore Šklovskom.” In Èjchenbaum Boris Michajlovič, <hi rend="italic">Moj vremennik. 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UK: Open Book Publishers. </hi><ref target="https://doi.org/10.11647/OBP.0340"><hi >https://doi.org/10.11647/OBP.0340</hi></ref><hi > </hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Šklovskij, Viktor Borisovič. </hi>1923. <hi rend="italic">Sentimental’noe putešestvie</hi>. <hi >Moskva-Berlin: Gelikon.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Šklovskij, Viktor Borisovič. </hi><hi >1930.</hi><hi rend="italic"> </hi><hi >“Pamjatnik literaturnoj ošibke.” </hi><hi rend="italic">Literaturnaja gazeta</hi><hi > 27 janvarja 1930:</hi><hi > 1.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Šklovskij, Viktor Borisovič. </hi>1931. <hi rend="italic">Marko Polo razvedčik</hi>. Moskva: Molodaja gvardija.</p><p rend="bib_indx_bib">Šklovskij, Viktor Borisovič. 1936. <hi rend="italic">Marko Polo</hi>. Moskva: Molodaja gvardija.</p><p rend="bib_indx_bib">Šklovski, Viktor Borisovič. 1962. <hi rend="italic">Zemli </hi><hi rend="italic">razvedčik Marko Polo</hi>. Moskva: Molodaja gvardija.</p><p rend="bib_indx_bib">Šklovskij, Viktor Borisovič. 1966. <hi rend="italic">Una teoria della prosa. L’arte come artificio. L</hi><hi rend="italic">a costruzione del racconto e del romanzo</hi>, traduzione di Marija Olsuf’eva. Bari: De Donato.</p><p rend="bib_indx_bib">Šklovskij, Viktor Borisovič. 1972. <hi rend="italic">Marco Polo</hi>, traduzione di Marija Olsuf’eva. Milano: Il Saggiatore.</p><p rend="bib_indx_bib">Šklovskij, Viktor Borisovič. 2017. <hi rend="italic">Marco Polo</hi>, traduzione di Marija Olsuf’eva. Macerata: Quodlibet.</p><p rend="bib_indx_bib">Šklovskij, Viktor Borisovič. 2018. <hi rend="italic">Sobranie </hi><hi rend="italic">sočinenij</hi>. vol. I: <hi rend="italic">Revoljucija</hi>, red. Il’ja Kalinin. Moskva: Novoe Literaturnoe Obozrenie.</p><p rend="bib_indx_bib">Šklovskij, Viktor Borisovič. 2019. <hi rend="italic">Sobranie sočinenij</hi>. vol. 2: <hi rend="italic">Biografija</hi>, red. Il’ja Kalinin. Moskva: Novoe Literaturnoe Obozrenie.</p><p rend="bib_indx_bib">Šklovskij, Viktor Borisovič. 2024. <hi rend="italic">Marco</hi><hi rend="italic"> Polo</hi>, traduzione di Marija Olsuf’eva. Macerata: Quodlibet.</p><p rend="bib_indx_bib">Šklovskij, Viktor Borisovič, e Serena Vitale. 1979. <hi rend="italic">Testimone di un’</hi><hi rend="italic">epoca. Conversazioni con Serena Vitale</hi>. Roma: Editori riuniti.</p><p rend="bib_indx_bib">Talalaj, Michail. 1998. “Olsuf’evy v èmigracii.” <hi rend="italic">Iz glubiny </hi><hi rend="italic">vremen</hi> 10, 3: 275-80. </p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_19.html#footnote-017-backlink">1</ref></hi> Poiché il presente contributo è ospitato in atti di convegno non specificamente di argomento slavistico, che abbracciano da più prospettive il tema del <hi rend="italic">Milione</hi>, per una più agevole lettura tutte le citazioni riportate saranno tradotte in italiano dall’autrice o, per i brani espunti dal <hi rend="italic">Marko Polo</hi>, riportate nella traduzione di Marija Olsuf’eva (Šklovskij 2017).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_19.html#footnote-016-backlink">2</ref></hi> Per un’analisi dello stile narrativo di Šklovskij in italiano si veda Serena Vitale: «la sua inconfondibile maniera, frammentaria e parallattica, procedente per rapide intuizioni-deduzioni fissate nel momento ancora fluido del loro insorgere; una maniera indotta da un metodo costituzionalmente empirico, in continuo progresso» (Šklovskij<hi rend="italic"> </hi>e Vitale 1979, 129).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_19.html#footnote-015-backlink">3</ref></hi> Marija Olsuf’eva (1907-1988); suo padre, Vasilij A. Olsuf’ev, era colonnello dell’esercito zarista; nata in Italia, Olsuf’eva studiò e si laureò in lettere all’Università di Firenze; dal russo tradusse, tra gli altri, Majakovskij, Bulgakov, Pil’njak, Solženicyn, Sacharov. La sua vita e la sua opera sono ancora poco studiate, si veda Pavan 2002; Sicari 2024; materiali dal sito &lt;<ref target="https://www.russinitalia.it/dettaglio.php?id=1182">https://www.russinitalia.it/dettaglio.php?id=1182</ref>&gt;. Nel presente articolo citiamo anche materiali inediti dall’archivio personale di Olsuf’eva, conservato al Gabinetto Vieusseux di Firenze e del fascicolo Olsuf’eva presso l’archivio de Il Saggiatore (Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Milano).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_19.html#footnote-014-backlink">4</ref></hi> La prima traduzione fu <hi rend="italic">Una teoria della prosa</hi> (Šklovskij 1966). Per una bibliografia delle traduzioni cfr. Talalaj 1998, 278-80.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_19.html#footnote-013-backlink">5</ref></hi> Cfr. De Feo 1967: resoconto di una cena nel salotto romano di Agnese De Donato (sorella dell’editore barese De Donato), a cui parteciparono anche Angelo Maria Ripellino, Alberto Moravia con Dacia Maraini, Olsuf’eva, Giancarlo Vigorelli. Si racconta di un acceso dialogo tra Moravia e Šklovskij sul genere del romanzo, con interpretariato di Olsuf’eva e Vigorelli (Archivio Gabinetto Vieusseux, OL.3.33.2).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_19.html#footnote-012-backlink">6</ref></hi> Pavan 2002, 112.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_19.html#footnote-011-backlink">7</ref></hi> Si vedano le parole di lode che Mondadori scrive a Olsuf’eva per la traduzione del <hi rend="italic">Majakovskij</hi> di Šklovskij (Il Saggiatore, 1967): «Un elogio alla Sua abilità di traduttrice e alla Sua felice prosa italiana è scontato in partenza; ho già avuto occasione di apprezzare le Sue qualità e ora non mi resta che congratularmi con Lei e dirLe che sono molto felice di poterla annoverare tra i nostri migliori collaboratori» (Lettera del 30 agosto 1967, cfr. Pavan 2002, 110). A queste lodi Olsuf’eva risponde con una certa sorpresa dall’Inghilterra, dove si trovava «grata delle cortesi parole e delle immeritate lodi: è quanto mai inusitato che un editore sia tanto gentile con una traduttrice!» (Lettera autografa di M. Olsuf’eva su carta intestata di Randolph Hotel, Oxford, del 18 settembre 1967, conservata presso Archivio Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Archivio Il Saggiatore, Milano, Fasc. Olsuf’eva, doc. n. 5). Tra i due prende il via una corrispondenza molto cordiale; Mondadori il 22 novembre le invia un libro-dono sull’arte russa, e lei risponde con una cartolina di ringraziamento che ritrae la chiesetta ortodossa di Firenze. Olsuf’eva era comunque già una traduttrice piuttosto quotata, ricordiamo ad es. le lodi di Moravia alla sua traduzione del <hi rend="italic">Maestro </hi><hi rend="italic">e Margherita</hi> di Bulgakov (recensione su <hi rend="italic">Corriere della Sera</hi>, 9 aprile 1967).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_19.html#footnote-010-backlink">8</ref></hi> Lettere di Alberto Mondadori a M. Olsuf’eva del 14 e del 20 novembre 1967, in Pavan 2002, 111.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_19.html#footnote-009-backlink">9</ref></hi> Mondadori invia ad Olsuf’eva per primo il contratto di traduzione per il <hi rend="italic">Marco Polo, </hi>con lettera del 14 dicembre 1968: il compenso è fissato a L. 1500 per ogni cartella dattiloscritta di duemila battute. Olsuf’eva consegna la traduzione l’11 marzo 1969. Cfr. Archivio Gabinetto Vieusseux, documenti OL.3.15.64 e OL.3.15.71. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_19.html#footnote-008-backlink">10</ref></hi> Olsuf’eva le scrisse frettolosamente perché era impegnata in alcune conferenze e nella traduzione dei racconti di Bulgakov, per cui apostrofava con autoironia la sua introduzione «due fregnacce su Sklovskij» nella sua corrispondenza con E. Filippini. Cfr. Archivio Gabinetto Vieusseux, f. Olsuf’eva, velina da lettera a E. Filippini del 24 aprile 1969, OL.3.15.76. Purtroppo la seconda pagina del commento (sempre in velina) è andata persa; a seguito di un controllo <hi rend="italic">de visu</hi> non risulta reperibile neanche l’originale della lettera inviata a Filippini presso l’Archivio del Saggiatore a Milano presso la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_19.html#footnote-007-backlink">11</ref></hi> Archivio Gabinetto Vieusseux, f. Olsuf’eva, velina da lettera a E. Filippini del 24 aprile 1969, OL.3.15.76.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_19.html#footnote-006-backlink">12</ref></hi> Si tratta della terza, e più autorevole, traduzione del <hi rend="italic">Milione</hi>, eseguita dal professor Ivan P. Minaev (1840-1890) e dal suo allievo Vasilij Bartol’d (1869-1930). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_19.html#footnote-005-backlink">13</ref></hi> A partire dagli anni Quaranta del XX secolo la parola <hi rend="italic">razvedčik</hi> subirà uno slittamento semantico e vorrà dire sempre di più «ricognitore», «spia», piuttosto che «esploratore».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_19.html#footnote-004-backlink">14</ref></hi> Questi paratesti non sono mai stati tradotti nelle edizioni italiane (cfr. Šklovskij 1972 e sue ristampe; Šklovskij 2017; 2024). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_19.html#footnote-003-backlink">15</ref></hi> Olsuf’eva usa «Soldaia», versione latina del nome della città.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_19.html#footnote-002-backlink">16</ref></hi> Šklovskij curiosamente parla qui proprio di <hi rend="italic">Rossija</hi>, non di <hi rend="italic">Rus’ </hi>o<hi rend="italic"> Terre russe</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_19.html#footnote-001-backlink">17</ref></hi> Nell’edizione italiana questo effetto parzialmente si perde perché, ad esempio, le citazioni dal <hi rend="italic">Milione</hi> sono in corsivo, e dunque visivamente ben riconoscibili.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_19.html#footnote-000-backlink">18</ref></hi> Si veda «a gente è molto bella, maschi e femmine: sono bianchi e biondi, e sono semprici genti» (Olivieri 1912).</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Alessandra Carbone, University of Siena, Italy, <ref target="mailto:alessandra.carbone@unisi.it">alessandra.carbone@unisi.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0003-2683-2713">0000-0003-2683-2713</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Alessandra Carbone, <hi rend="italic">Un ‘monumento alla manipolazione letteraria’: il Marko Polo di Viktor Šklovskij,</hi> © Author(s), <ref target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">CC BY-SA 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3.19">10.36253/979-12-215-0883-3.19</ref>, in Paola Mocella (edited by), <hi rend="italic">Il </hi>Milione<hi rend="italic"> nel tempo tra Asia ed Europa: Marco Polo nelle letterature medievali e contemporanee. Atti del Convegno Internazionale (Siena, 7–8 novembre 2024) e del Seminario “700 anni di Marco Polo” (Firenze, 11 dicembre 2024)</hi>, pp. -156, 2025, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0883-3, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3">10.36253/979-12-215-0883-3</ref></p></div></div>
      
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          <bibl n="221709">Pavan, Stefania. 2002. Le carte di Marija Olsuf’eva nell’archivio contemporaneo Gabinetto G. P. Vieusseux. Roma: Edizioni di Storia e Letteratura.</bibl>
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          <bibl n="221840">Šklovskij, Viktor Borisovič. 2024. Marco Polo, traduzione di Marija Olsuf’eva. Macerata: Quodlibet.</bibl>
          <bibl n="221756">Šklovskij, Viktor Borisovič, e Serena Vitale. 1979. Testimone di un’epoca. Conversazioni con Serena Vitale. Roma: Editori riuniti.</bibl>
          <bibl n="221869">Talalaj, Michail. 1998. “Olsuf’evy v &amp;#232;migracii.” Iz glubiny vremen 10, 3: 275-80.</bibl>
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