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        <title type="main" level="a">Sulle tracce di Marco Polo. Gli scrittori di viaggio e la rappresentazione dell’Oriente</title>
        <author>
          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-2544-8640" type="ORCID">
            <forename>Luigi</forename>
            <surname>Marfè</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Padua, Italy</placeName>
          </persName>
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          <resp>This is a section of <title>Il &lt;i&gt;Milione&lt;/i&gt; nel tempo tra Asia ed Europa: Marco Polo nelle letterature medievali e contemporanee</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0883-3</idno>) by </resp>
          <name>Paola Mocella</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2025">2025</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3.20</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY-SA 4.0</p>
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            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>Following in the footsteps of a traveller from the past is also a way to rethink the meaning and transformations of the tradition of travel writing. For many writers, the figure of Marco Polo has been the meta-literary device for reflecting on the repertoire of strategies for representing the East. This essay traces some of the stages in the history of Marco Polo’s role in contemporary travel writing, with its aesthetics of exoticism, political tourism, postmodern rewritings and paths of cultural mediation. From this perspective, the East has been intended as a figure of displacement, the mental space of an alternative onto which to project the impulses of the social unconscious.</p>
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            <item>Marco Polo</item>
            <item>Travel Writing</item>
            <item>Orientalism</item>
            <item>Contemporary Literature</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3.20<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3.20" /></p>
      <div><head>Luigi Marfè</head></div><div><head>Sulle tracce di Marco Polo. Gli scrittori di viaggio e la rappresentazione dell’Oriente</head><p rend="text">Di fronte a quella che Claude Lévi-Strauss (1955) ha chiamato la «fine dei viaggi» che pare caratterizzare le forme odierne della mobilità tra i luoghi, spesso ridotte a mero trasferimento o pura evasione, l’odeporica ha perso la funzione conoscitiva che aveva un tempo. Nel cercare un nuovo piano di necessità, gli scrittori di viaggio si sono spesso affidati a regole astratte per dare ai propri itinerari, e al loro racconto, prospettive inedite. Si possono valutare in questo contesto strategie ricorrenti come il proposito di seguire le tracce di viaggiatori del passato. Ripercorrere un itinerario già narrato consente di ripensare il significato della tradizione odeporica, metterlo in discussione, aggiornarlo. Il viaggio si trasforma così in una ricerca abduttiva, attraverso cui riflettere non solo sull’identità del modello inseguito, ma sull’irrequietezza di chi insegue.</p><p rend="text">La figura di Marco Polo ha rappresentato in questo senso una potente tentazione per molti scrittori di viaggio, che ne hanno ripreso l’eredità per farne il dispositivo metaletterario di una rinnovata riflessione sul rapporto tra l’Europa e l’Asia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_20.html#footnote-007">1</ref></hi></hi>. Fin dal XIX secolo, l’Oriente è stato inteso come uno specchio identitario, capace di convogliare desideri e paure represse: una sorta di «figura di spostamento» (Amalfitano 2007, XXIII) su cui proiettare l’inconscio sociale. A partire dalle missioni archeologiche di inizio Novecento si può riscontrare nell’odeporica contemporanea una presenza costante della funzione Marco Polo, che prosegue nel corso del secolo con le estetiche dell’esotismo, il turismo politico, le riscritture postmoderne e i percorsi di mediazione culturale. Questo saggio ripercorre alcune tappe di questa storia, per verificare come gli scrittori di viaggio si siano confrontati con il repertorio di strategie proprio delle rappresentazioni letterarie dell’Oriente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_20.html#footnote-006">2</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Dalla fine del XIX secolo, la via della Seta ha visto il pullulare di sempre più «diavoli stranieri» (Hopkirk 1984) in cerca di tracce del passato e dei tesori delle ‘città sepolte’ del Turkestan cinese. Tra gli studiosi di Polo, furono valenti esploratori, in questo contesto, soprattutto Aurel Stein e Paul Pelliot. Il primo cominciò a viaggiare nella regione a partire dal 1900. Alla prima spedizione, narrata in <hi rend="italic">Sand-Buried Ruins of Khotan</hi> (1903), ne seguirono altre per trent’anni. In quel «mare di sabbia stranamente simile a un oceano», Stein pensava a Marco Polo:</p><quote rend="quotation_b"><hi >Walking and riding along the track marked here and there by the parched carcases and bleached bones of animals that had died on it, I thought of travellers in times gone by who must have marched through this same waterless, uninhabited waste. […] The route […] had seen Marco Polo and many a less-known medieval traveller</hi><hi >s to distant Cathay. Practically nothing has changed here in respect of the methods and means of travel </hi><hi >(Stein 1903, 168).</hi></quote><p rend="text">Stein effettuò scavi a Dandān-Uiliq, dove trovò rari reperti del VII e VIII<hi rend="CharOverride-2"> </hi>secolo. Alcuni recavano traccia di civiltà lontane, come quella del Gandhara, testimoniando il sincretismo di quelle terre. Quando nel 1907 giunse a Miran, antica oasi in quello che Polo aveva chiamato il deserto di Lop, Stein scoprì tracce di influssi di area romana. In <hi rend="italic">Ruins of Desert Cathay</hi> (1912), si chiese come potessero essere arrivati fin là, nel cuore più interno dell’Asia (I, 484).</p><p rend="text">Orientalista poliglotta, Pelliot fu uno specialista dell’opera poliana, come mostrano i tre volumi di <hi rend="italic">Notes on Marco Polo</hi> (1959-1973), pubblicati postumi. Nel 1900, inviato a Pechino, ebbe modo di distinguersi al tempo della rivolta dei Boxer. Sei anni più tardi partì per il Turkestan e, dopo scavi in varie località, giunse a Dunhuang, dove si trovavano le grotte già descritte da Stein. Come avrebbe poi scritto in <hi rend="italic">Trois ans dans la haute Asie</hi> (1910), contenevano ricchezze inestimabili: dipinti su seta e canapa, stampe xilografiche antichissime, migliaia di manoscritti non ancora studiati. Non poco di ciò che vide fu portato da Pelliot in Francia.</p><p rend="text">Già all’inizio del secolo, molti autori cominciavano a sentire il repertorio odeporico come un vincolo che offriva modelli per la rappresentazione dell’Asia, ma anche un limite alla sua comprensione. «Devo liberarmi dal ricordo di troppe descrizioni», come «quelle deliziosamente arcaiche di Marco Polo», si legge ad esempio in <hi rend="italic">Verso la cuna del mondo</hi> (1917) di Guido Gozzano. In verità, proprio il modello poliano ha un peso rilevante nel libro, ma la citazione mostra un desiderio di sottrarsi alla tradizione per «rientrare nella realtà» e «vedere la cosa troppo attesa con occhi miei» (1984 [1917], 111), ricordandosi di aver sognato, prima ancora che letto l’Oriente.</p><p rend="text">Il più lucido nel teorizzare questa contraddizione è stato Victor Segalen, che aveva visitato la Cina negli anni di Pelliot. Interrogandosi sul rarefarsi dell’altrove, Segalen si sforzò di «spogliare l’esotismo di ciò che ha di geografico»:</p><quote rend="quotation_b"><hi >Dépouiller […] le mot d’exotisme de son acception seulement tropicale, seulement géographique. L</hi><hi >’exotisme n’est pas seulement donné dans l’espace, mais également en fonction du temps. Et en arriver très vite à définir, à poser la sensation d’Exotisme: qui n’est autre que la notion du différent; la perception du Divers; la connaissance que quelque chose n’est pas soi-même; et le pouvoir de l’exotisme, qui n’est que le pouvoir de </hi><hi rend="italic">concevoir autre</hi><hi > </hi>(Segalen 1978 [1908], 19-23).</quote><p rend="text">Per Segalen il lontano non aveva a che fare con la distanza, ma con lo choc cognitivo connesso con l’esperienza della diversità culturale, che porta a ripensare l’io non come identità fissa, ma come insieme aperto di relazioni. L’esotismo, nella sua prospettiva, è «la percezione di ciò che è differente, la comprensione che oltre noi stessi c’è qualcosa d’altro»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_20.html#footnote-005">3</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Animata da questa coincidenza tra il piacere dell’evasione e la passione conoscitiva, la scrittura di viaggio visse, tra le due guerre mondiali, una stagione felice. L’Asia centrale fu allora lo scenario di itinerari letterari intesi come occasione di formazione estetica e personale. Non è un caso se due dei libri più rilevanti dell’epoca – <hi rend="italic">News from Tartary</hi> (1936) di Peter Fleming e <hi rend="italic">The Road to Oxiana</hi> (1937) di Robert Byron – siano stati scritti sulla via della Seta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_20.html#footnote-004">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Bruce Chatwin (1981, 9-15) reputava <hi rend="italic">The Road to Oxiana</hi> alla stregua di un libro sacro, per il suo modo di mescolare realtà e finzione. Nel suo viaggio da Venezia a Kabul, l’Oriente si presenta a Byron come spazio dell’imprevisto, in cui l’unica certezza è quella di imbattersi, prima o poi, nell’improbabile. Lo scrittore era consapevole che l’arte del viaggio fosse stata superata dai tempi, anche se il turismo in quei luoghi era ancora un fenomeno nuovo:</p><quote rend="quotation_b"><hi >The traveller of old was one who went in search of knowledge and whom the </hi><hi rend="italic">indigènes</hi><hi > were proud to entertain with their local interests. In Europe this attitude of reciprocal appreciation has long evaporated. But there at least the “tourist” is no longer a phenomenon. He is part of the landscape […]. Here, he is still an aberration. […]. No one cares if you like the place, or hate it, or why. You are simply a tourist, as a skunk is a skunk, a parasitic variation of the human species, which exists to be tapped like a milch cow or a gum tree </hi><hi >(Byron 1937, 42).</hi></quote><p rend="text">Il talento di umorista di Byron si esercita su stralci di conversazione, incontri estemporanei, dettagli lasciati cadere come per caso, equivoci di ogni sorta. L’attenzione del viaggiatore si concentra sulla profondità diacronica dei luoghi, ma il rarefarsi della civiltà porta di tanto in tanto l’esteta a lasciarsi afferrare, e spaesare, dalle distrazioni della strada.</p><p rend="text">Fleming viaggiò in direzione opposta, dalla Cina all’India, con l’intenzione di documentare cosa stava accadendo nello Xinjiang, ‘provincia proibita’, allora quasi inaccessibile agli europei. In Cina si mosse come corrispondente del <hi rend="italic">Times</hi>, insieme alla svizzera Ella Maillart, a sua volta corrispondente de <hi rend="italic">Le Petit Parisien</hi>. Il libro è una specie di romanzo d’avventura, lungo tremilacinquecento chilometri e scoppiettante di peripezie e coincidenze fortuite. La narrazione indulge talvolta a un esotismo del pericolo, anche se lo stile è asciutto e ironico nel raccontare il percorso di due scrittori «heading for trouble», «a caccia di guai» sulla via della Seta.</p><p rend="text">Dopo aver narrato la sua versione di quell’itinerario in <hi rend="italic">Oasis interdites</hi> (1937), Maillart è stata autrice di un altro libro sull’Asia, <hi rend="italic">La Voie cruelle </hi>(1952)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_20.html#footnote-003">5</ref></hi></hi>. Il punto di vista femminile dà a questi testi una prospettiva diversa, come nel caso di altre narratrici dell’Asia, quali Vita Sackville-West (1926) o Freya Stark (1934). Nel secondo viaggio, Maillart andò in automobile da Ginevra a Kabul, nel 1939, con la fotografa Annemarie Schwarzenbach. Maillart racconta di aver montato dietro i sedili una mensola per i libri da tenere sottomano in viaggio: in quella libreria nomade c’era il resoconto di Polo, insieme a classici recenti della via della Seta come quelli di Pelliot. </p><p rend="text">L’impossibilità, già intravista da Byron, di affrontare l’esperienza di viaggio fuori dal paradigma turistico si mostra nella sua evidenza nel secondo dopoguerra. Giorgio Manganelli la descrive in maniera ironica all’inizio di <hi rend="italic">Cina e altri orienti</hi> (1974):</p><quote rend="quotation_b">Ogni viaggio è un simbolo, un’iniziazione: figuriamoci un viaggio in Cina. Eccoci all’affranto aeroporto di Fiumicino, una folla di “operatori economici” e alcuni ancora fluttuanti delegati che si apprestano ad andare a Pechino, per un’esposizione industriale italiana: è la prima esposizione italiana, il viaggio è lungo, misteriosa la meta e poi gli operatori economici hanno idee assai vaghe su quello che può attenderli. Sono vigorosamente eurocentrici e incautamente estroversi. Nella folla si leva una voce milanese, rancorosa, oscuramente offesa, e chiede assicurazioni aggressive: non lo metteranno mica a dormire in una capanna? Un addetto della compagnia aerea accenna alla millenaria civiltà, ma il sanguigno eurocentrico diffida. Qualcuno gli ha insegnato che fuori della valle padana prevale l’antropofagia […] (Manganelli 1974, 11-2).</quote><p rend="text">Scrivere oltre la ‘fine dei viaggi’ significa, in questo contesto, cercare nuove strategie di rappresentazione dei luoghi e del movimento. Tra le varie possibilità, una dimensione che il viaggio in Oriente ha assunto nel tempo è stata quella di raccontare una possibile alternativa alla società dei consumi. È il caso, ad esempio, dei «pellegrinaggi politici» (Hollander 1981), dominati dal desiderio, ai limiti dell’autoinganno, di confermare le convinzioni dei loro autori. Nel contestarne il carattere ideologico, Alberto Moravia, dopo aver visitato la Cina negli anni Sessanta, scrisse che l’oggetto del suo reportage era più di un luogo: «non stiamo entrando in un paese ma in una situazione» (Moravia 1967, 31).</p><p rend="text">Forse lo scrittore più consapevole dei rischi impliciti nei viaggi politici è stato Franco Fortini, che si recò in Cina nel 1955, con una delegazione che comprendeva anche Carlo Cassola, Franco Antonicelli e Norberto Bobbio, come avrebbe raccontato in <hi rend="italic">Asia maggiore</hi> (1956). L’atteggiamento interrogativo portò Fortini ad essere soprannominato dai compagni «je voudrais savoir…», «vorrei sapere…», l’espressione con cui tentava di interrogare l’indecifrabilità della Cina. Il paese gli parve un luogo di contraddizioni e il viaggio l’opportunità di un’alternativa: «non per respirare chissà quale novità catastrofica e mistica e per goderne tanto più quanto meno si è disposti, nell’intimo, a mutare; ma perché il nostro <hi rend="italic">habitat</hi> sociale possa mutare» (Fortini 1956, 23).</p><p rend="text">Diverso il caso di Goffredo Parise, che ha dedicato all’estremo Oriente due libri: <hi rend="italic">Cara Cina</hi> (1966), che fin dal titolo elogia la naturale empatia della società cinese, e <hi rend="italic">L’eleganza</hi> <hi rend="italic">è frigida</hi> (1982), sul Giappone, il cui protagonista è chiamato Marco, con un riferimento al personaggio di Polo. La prospettiva è individuale, e intende il viaggio come un detonatore di quelle sensazioni da cui, secondo la poetica dell’autore, passava la rappresentazione del mondo.</p><p rend="text">Negli stessi anni, Nicolas Bouvier, poeta e iconografo svizzero, ha rappresentato il viaggio in Asia come forma di mediazione interculturale: «Siamo molto più uniti di quanto non crediamo», ha scritto, «ma ci dimentichiamo di ricordarcene»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_20.html#footnote-002">6</ref></hi></hi>. Noto soprattutto per <hi rend="italic">L’Usage du Monde</hi> (1963), il resoconto di un viaggio in Fiat Topolino, da Ginevra al passo Khyber in Afghanistan, tra il 1953 e il 1954, Bouvier intendeva la <hi rend="italic">Bildung</hi> del viaggiatore non come accumulo di esperienze, ma come liberazione dalle abitudini mentali. In questo percorso di alleggerimento dell’io, la lentezza permette al viaggiatore di riscoprire la continuità del paesaggio, naturale e umano, che dall’Europa conduce all’Asia. Non a caso, Bouvier vantava di aver viaggiato «più lentamente dei fratelli Polo»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_20.html#footnote-001">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In anni più recenti, nuove forme di mobilità hanno profondamente mutato il modo di pensare l’esperienza odeporica. L’opposizione romantica tra viaggio e turismo è sostituta dall’attitudine ironica del ‘post-turismo’ (Rojek e Urry 1997, 96). In questa prospettiva, poetiche metaletterarie tese a ripercorrere gli itinerari di antichi viaggiatori diventano ricorrenti e la figura di Marco Polo suscita nuovo interesse. Profondi conoscitori delle culture dell’Asia, sono stati in particolare William Dalrymple e Colin Thubron a narrare i propri viaggi lungo la via della Seta, affrontando in <hi rend="italic">In Xanadu</hi> (1989) e in <hi rend="italic">Shadow of the Silk Road</hi> (2006) il proprio rapporto con il modello poliano.</p><p rend="text"><hi rend="italic">In Xanadu</hi> di Dalrymple si presenta come una riscrittura del <hi rend="italic">Devisement</hi>, che cerca tracce di continuità diacronica in luoghi profondamente cambiati, tanto che la visione di Xanadu, alla fine del viaggio, pare più vicina alla desolata brughiera di <hi rend="italic">King Lear</hi> che non al giardino di piaceri di Polo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_20.html#footnote-000">8</ref></hi></hi>. La postura del viaggiatore è autoironica e irriverente, e l’Asia gli appare scissa tra il desiderio di modernità e i fantasmi del passato. La leggibilità del mondo passa per Dalrymple sempre attraverso la letteratura, sulla base di un repertorio che va da Polo al <hi rend="italic">Kubla Khan</hi> (1816) di Coleridge, intesi quasi come amuleti per interpretare la diversità culturale.</p><p rend="text">Thubron ha percorso l’itinerario inverso, dalla Cina alla Siria. Nel visitare i luoghi e dialogare con le persone lo scrittore si interroga sulla profondità narrativa dello spazio, e in ognuno dei suoi interlocutori scopre «a living palimpsest of the Silk road», «un palinsesto vivente della via della Seta» (Thubron 2006, 3). Il racconto si trasforma così in viaggio nel tempo: </p><quote rend="quotation_b">Yet to follow the Silk Road is to follow a ghost. <hi >It flows through the heart of Asia, but it has officially vanished, leaving behind it pattern of its restlessness: counterfeit borders, unmapped peoples. The road forks and wanders wherever you are. It is not a single way but many: a web of choices (Thubron 2006, 101).</hi></quote><p rend="text">La scrittura di Thubron presenta molte analogie con quella di Fosco Maraini. In <hi rend="italic">Paropàmiso</hi> (1963) quest’ultimo aveva descritto il palinsesto di storie e culture dell’Asia centrale: </p><quote rend="quotation_b">Ogni pietra ci avrebbe raccontato vicende note ed ignote d’eserciti e d’invasioni, di regni felici o tirannie, di fughe, disastri e trionfi; ci avrebbe ricordato volti, sguardi ed umori di viandanti, pellegrini, sovrani, banditi, monaci, mercanti, ladroni, saltimbanchi, sognatori, cortigiane e sante che avevano traversato nei millenni come ombre queste polverose colline (Maraini 1963, 84). </quote><p rend="text">Maraini era convinto che il viaggio fosse una scuola di relativismo, capace di valicare i ‘muri di idee’ dell’etnocentrismo. Il suo <hi rend="italic">Esotico inverso</hi> (1970), ripercorre la storia dei viaggiatori cinesi in Europa, quali corrispettivo asiatico di Polo. Maraini ricorda il <hi rend="italic">Viaggio attraverso undici</hi> <hi rend="italic">nazioni</hi> (1902) di K’ang Yu-Wei, scrittore e politico cinese, che in Italia si trovò a scrivere: «Gli occidentali dicono che Roma sia la capitale del mondo. Che cosa ridicola! Però è un po’ come da noi, dove si dice che la Cina è il mondo» (Maraini 2007 [1970], 1524).</p><p rend="text">La storia letteraria dei viaggi in Oriente è segnata da cambi di prospettiva come questo, che aprono altrettante ipotesi di ripensamento identitario. La Cina rappresenterebbe in questo senso una funzione dell’immaginario, prima che una regione geografica. Anticipando l’attitudine ironica del «post-turismo» (Urry 2002, 91), Alberto Arbasino ha scritto in <hi rend="italic">Trans-Pacific Express</hi> (1981) come essa sia, per gli scrittori di viaggio, il luogo di una «gran proiezione di fantasmi»:</p><quote rend="quotation_b">Forse la Cina – come l’America Latina – è soprattutto una capitale onirica dell’Immaginario contemporaneo. Sono due altissimi luoghi di mitologie ideologiche. Sono incomparabili case-madri di ideologie mitiche fra le più enormi e trafficate e libidinali, con gran proiezione di fantasmi, illusioni, simulazioni, parvenze, simulacri, feticci. Si vedono i riflessi delle proiezioni anche di lontano. Sono madornali Società dello Spettacolo produttrici di Potere e di Seduzione e di Desiderio […] subcontinenti-spettacolo forse inesistenti, però provvisti di peculiari connotazioni e potestà teatrali, formalizzate e insieme visionarie (Arbasino 1981, 218-20).</quote><p rend="text">La funzione Marco Polo dell’odeporica contemporanea si muove in questo spazio narrativo: abitato e vissuto, secondo Arbasino, «da allegorie, apologhi, archetipi, allusioni, aneddoti, favole, parabole, simboli, miti, gesti, schemi, emblemi, parvenze, demenze, deliri», che sono in definitiva tra i motivi per cui i luoghi lontani, e i libri che li raccontano, «ci piacciono» (Arbasino 1981, 220) così tanto.</p><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Amalfitano, Paolo. 2007. “L’Oriente, topos della modernità.” In <hi rend="italic">L’Oriente. Storia di una figura nelle arti occidentali (1700-2000)</hi>, a cura di Paolo Amalfitano, e Loretta Innocenti, vol. I, XXIII-XXXV. 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Paris: Gallimard. </hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Bouvier, Nicolas. 2004 (</hi>1992). <hi >“Routes et déroutes.” In Nicolas Bouvier, </hi><hi rend="italic">Œuvres</hi><hi >, sous la direction d</hi><hi >’Éliane Bouvier, 1249-388. </hi><hi >Paris: Gallimard. </hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Byron, Robert. 1937. </hi><hi rend="italic">The Road to Oxiana</hi><hi >. </hi>London: Macmillan.</p><p rend="bib_indx_bib">Cardona, Giorgio Raimondo. 1986.<hi rend="CharOverride-2"> “</hi>I viaggi e le scoperte.” In <hi rend="italic">Letteratura italiana</hi>, sotto la direzione di Alberto Asor Rosa, vol. <hi >V, 687-716. Torino: Einaudi.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Chatwin</hi><hi rend="CharOverride-2" >, B</hi><hi >ruce</hi><hi rend="CharOverride-2" >. 1981. “</hi><hi >Introduction.” In Robert Byron, </hi><hi rend="italic">The Road to Oxiana</hi><hi >, </hi><hi >9-15. 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Oxford: Oxford University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Hopkirk, Peter. 1984. </hi><hi rend="italic">Foreign Devils on the Silk Road: The Search for the Lost Cities and Treasures of Chinese Central Asia</hi><hi >. </hi><hi >Amherst: Massachusetts University Press.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Lévi-Strauss, Claude. 1955. </hi><hi rend="italic">Tristes tropiques</hi><hi >. Paris: Librairie Plon</hi>.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Maillart, Ella. 1937. </hi><hi rend="italic">Oasis</hi><hi > </hi><hi rend="italic">Interdites. </hi><hi rend="italic">De Pékin au Cachemire</hi>. Paris: Grasset.</p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Maillart, Ella. 1952.</hi> <hi rend="italic">La Voie cruelle</hi>. Genève-Paris: Jeheber.</p><p rend="bib_indx_bib">Manganelli, Giorgio. 1974. <hi rend="italic">Cina e altri orienti. </hi>Milano: Bompiani.</p><p rend="bib_indx_bib">Maraini, Fosco. 1963. <hi rend="italic">Paropàmiso</hi>. Bari: Leonardo da Vinci.</p><p rend="bib_indx_bib">Maraini, Fosco. 2007 (1970). “Esotico<hi rend="italic"> </hi>inverso.” In <hi rend="italic">Pellegrino in Asia. Opere scelte</hi>, a cura di Franco Marcoaldi, 1497-548. Milano: Mondadori.</p><p rend="bib_indx_bib">Moravia, Alberto. 1967. <hi rend="italic">La rivoluzione culturale in Cina, ovvero il convitato di pietra</hi>. Milano: Bompiani. </p><p rend="bib_indx_bib">Parise, Goffredo. 1966. <hi rend="italic">Cara Cina</hi>. Milano: Longanesi.</p><p rend="bib_indx_bib">Parise, Goffredo. 1982. <hi rend="italic">L</hi><hi rend="italic">’eleganza</hi> <hi rend="italic">è frigida</hi>. Milano: Mondadori.</p><p rend="bib_indx_bib">Pelliot<hi rend="CharOverride-2">, P</hi>aul<hi rend="CharOverride-2">. 1910</hi>. <hi rend="italic">Trois Ans dans la haute Asie</hi><hi >. </hi><hi rend="italic">Conférence de M. Paul Pelliot au grand amphithéâtre de la Sorbonne, le 10 décembre 1909</hi>.<hi > Paris: </hi><hi >Comité de l’Asie Française.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Pelliot</hi><hi rend="CharOverride-2" >, P</hi><hi >aul</hi><hi rend="CharOverride-2" >. 1959-1973. </hi><hi rend="italic">Notes on Marco Polo</hi><hi >, éd. par Louis Hambis, 3 voll. </hi><hi >Paris: Imprimerie nationale-Librairie Adrien-Maisonneuve.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Rojek, C</hi><hi >hris, and John Urry, edited by.</hi><hi rend="CharOverride-2" > 1997. </hi><hi rend="italic">Touring Cultures: Transformations of Travel and Theory</hi><hi rend="CharOverride-2" >. </hi><hi >London-New York: Routledge.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >S</hi><hi >ackville-West, Vita. 1926. </hi><hi rend="italic">Passenger to Teheran</hi><hi >. </hi>London: Hogarth. </p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Segalen, Victor. 1978 (1908). </hi><hi rend="italic">Essai sur l’exotisme.</hi><hi > </hi><hi rend="italic">Une esthétique du divers</hi><hi >. Montpellier: Fata Morgana.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Stark, F</hi><hi >reya. 1934. </hi><hi rend="italic">The Valleys of the Assassins</hi><hi >. London: John Murray.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Stein, Aurel. 1903. </hi><hi rend="italic">Sand-Buried Ruins of Khotan. </hi><hi >London: Fisher Unwin.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Stein, Aurel. 1912. </hi><hi rend="italic">Ruins of Desert Cathay</hi><hi >, vol. I. London: </hi><hi >Macmillan.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Thubron, Colin. 2006. </hi><hi rend="italic">Shadow of the Silk Road</hi><hi >. London: Chatto &amp; Windus.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi >Urry, John. 2002. </hi><hi rend="italic">The Tourist Gaze</hi><hi >. London: Sage.</hi></p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_20.html#footnote-007-backlink">1</ref></hi> Sulle ‘retoriche dell’alterità’ nella rappresentazione dell’Oriente, si veda Hartog 1980, 225-8.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_20.html#footnote-006-backlink">2</ref></hi> Sulla nozione di repertorio, si veda Cardona<hi rend="CharOverride-2"> </hi>1986, 687-716.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_20.html#footnote-005-backlink">3</ref></hi> Su Segalen teorico dell’esotico, cfr. Forsdick 2000.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_20.html#footnote-004-backlink">4</ref></hi> Su questi libri si veda Fussell 1980, in particolare 79-112.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_20.html#footnote-003-backlink">5</ref></hi> In precedenza uscito in ed. inglese, con il titolo <hi rend="italic">The Cruel Way</hi> (1947).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_20.html#footnote-002-backlink">6</ref></hi> <hi >«On est bien mieux relié</hi><hi > qu’on le croit, mais on oublie de s’en</hi><hi > souvenir» (Bouvier 2004 [1975], 568). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_20.html#footnote-001-backlink">7</ref></hi> <hi >«J</hi><hi >’allais plus lentement que les frères Polo» (Bouvier 2004</hi><hi > [1992], 1282).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_20.html#footnote-000-backlink">8</ref></hi> <hi >«Our vision of Xanadu was nearer </hi><hi >the heath scene in </hi><hi rend="italic">Lear</hi><hi > than the exotic pleasure garden described by Polo» (Dalrymple 1989, 298).</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Luigi Marfè, University of Padua, Italy, <ref target="mailto:luigi.marfe@unipd.it">luigi.marfe@unipd.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-2544-8640">0000-0002-2544-8640</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Luigi Marfè, <hi rend="italic">Sulle tracce di Marco Polo. Gli scrittori di viaggio e la rappresentazione dell’Oriente,</hi> © Author(s), <ref target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">CC BY-SA 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3.20">10.36253/979-12-215-0883-3.20</ref>, in Paola Mocella (edited by), <hi rend="italic">Il </hi>Milione<hi rend="italic"> nel tempo tra Asia ed Europa: Marco Polo nelle letterature medievali e contemporanee. Atti del Convegno Internazionale (Siena, 7–8 novembre 2024) e del Seminario “700 anni di Marco Polo” (Firenze, 11 dicembre 2024)</hi>, pp. -164, 2025, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0883-3, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0883-3">10.36253/979-12-215-0883-3</ref></p></div></div>
      
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        <listBibl>
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