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        <title type="main" level="a">Alpinisti allo specchio. L’autobiografia come sublimazione</title>
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            <forename>Clementina</forename>
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          <resp>This is a section of <title>&lt;i&gt;Homo Horizontalis&lt;/i&gt;</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0891-8</idno>) by </resp>
          <name>Mirko Alagna, Sara Benvenuti, Giovanna Lo Monaco</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0891-8.11</idno>
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        <p>The essay illustrates the intrinsic characteristics of mountaineering autobiography. Through a diachronic examination emerge a number of cross-cutting thematic nodes that highlight the main motivations underlying the inextricable link between mountaineering and autobiographical writing.</p>
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            <item>Alpinism</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0891-8.11<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0891-8.11" /></p>
      <p rend="h1_chapter">Alpinisti allo specchio. L’autobiografia come sublimazione</p><p rend="h1_author">Clementina Greco</p><p rend="h2 ParaOverride-1">1. L’alpinismo per la scrittura, la scrittura per l’alpinismo</p><p rend="text">Da un esame capillare delle autobiografie alpinistiche<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-013">1</ref></hi></hi> scritte dal XVIII secolo ad oggi ‒ ossia dalle origini della pratica stessa che, come vedremo, si accompagna alla scrittura ‒ quali sono gli elementi paradigmatici di tale genere letterario che possiamo recepire? Quali le considerazioni trasversali, seppur discutibili, sui temi, le forme, le strutture, le motivazioni? Il terreno, occorre dirlo, è accidentato ed è fin troppo semplice cadere in banalizzazioni o forzature <hi rend="italic">ex post</hi>, ma qualche riflessione si può e si deve condurre riguardo a un genere (Pelosi 1992) che è sempre più popolare. Dopo il meritevole volumetto <hi rend="italic">Storia della letteratura </hi><hi rend="italic">alpina</hi> di Adolfo Balliano, risalente al 1939, dobbiamo attendere, per uno studio più circostanziato, Jill Neate che, nel suo <hi rend="italic">Mountaineering </hi><hi rend="italic">Literature</hi> (1978) avvia una riflessione sul rapporto tra letteratura e alpinismo, focalizzando la sua disamina su guide, <hi rend="italic">fiction</hi> e periodici del <hi rend="italic">milieu</hi> alpinistico britannico. Per una più attenta analisi riguardante il genere autobiografico la strada viene aperta, in ambito italiano, da Enrico Camanni, alpinista, scrittore e giornalista torinese che nel 1985 dà alle stampe <hi rend="italic">La letteratura dell’alpinismo</hi>, un’antologia che da Edward Whymper a Reinhold Messner scandaglia le autobiografie alpinistiche più rilevanti, a suo avviso, tra la seconda metà del XIX e l’inizio del XX secolo. «Come ogni attività umana anche l’alpinismo è un fatto culturale» (Camanni 1985, 6): questo lo stimolante assunto incipitario di un volume che presenta una galleria di maestri che, con i loro scritti, «hanno inciso profondamente sulla mentalità e sull’immaginazione dei loro contemporanei» (Camanni 1985, 7). Nello stesso anno, si tiene un convegno, “Letteratura dell’alpinismo”, organizzato dal Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi” e dal concittadino Club Alpino Italiano, i cui atti sono curati da Aldo Audisio e Rinaldo Rinaldi: l’iniziativa, che segue il precedente convegno “Montagna e Letteratura” del 1982, accende un faro sulla portata culturale della pratica ascensionale che, come evidenziato da Massimo Mila, «continua a produrre un’immensa letteratura, quale non si sogna nessuna delle attività più propriamente e strettamente sportive» (Mila 1982, 231). Altrettanto preziosi risultano i numerosi studi compiuti nel corso degli anni da Armando Biancardi ‒ in particolare, <hi rend="italic">Il perché dell’alpinismo. Un’antologia della letteratura di </hi><hi rend="italic">ieri e di oggi</hi> del 1994 ‒, da Franco Brevini (2015; 2017) e da Spiro Dalla Porta Xydias (2002; 2006; 2008; 2015). Ciononostante, ancora molto è da capire, da studiare, da interpretare di uno sport ‒ se così si può definire ‒ controverso come l’alpinismo che, dalle sue origini, adotta l’autobiografia come strumento divulgativo per eccellenza. Origini che, come testimoniato dall’etimologia della definizione, trovano una loro collocazione nel cuore dell’Europa del XVIII secolo. </p><p rend="text">L’alpinismo ha, infatti, una data d’inizio ‒ convenzionale, arbitraria, storicamente inaccettabile (Zannini 2024) ma incontrovertibilmente significativa per gli avvenimenti successivi ‒, l’8 agosto 1786, quando Michel Gabriel Paccard e Jacques Balmat scalano per la prima volta il Monte Bianco (Zorzi 1963). L’impresa è stata a lungo al centro di polemiche e di dibattiti, ma è senz’altro un fatto, potremmo dire un postulato, che la prima autobiografia alpinistica, riguardante anche e soprattutto i fatti dell’ascensione al Bianco, ossia i quattro volumi dei <hi rend="italic">Voyages dans </hi><hi rend="italic">les Alpes, précédés d’un essai sur l’histoire naturelle </hi><hi rend="italic">des environs de Geneve </hi>scritti e pubblicati da Horace-Bénédict de Saussure tra il 1779 e il 1796, abbia stimolato la passione per la montagna e, al contempo, il racconto scritto delle proprie esperienze ad alta quota. Svincolate, seppur parzialmente, da superstizioni e rituali, le alture europee, a cominciare dalle Alpi, si aprono alla conoscenza e all’esplorazione da parte dell’uomo. D’altronde, come afferma Engel, «l’alpinismo non è nato per generazione spontanea, senza rapporto con le grandi correnti di idee del tempo»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-012">2</ref></hi></hi> (Engel 1965, 9) e ben si ricollega, infatti, a quel sostrato illuminista che pone l’individuo al centro dell’indagine speculativa e desacralizza luoghi prima venerati tra cui le montagne. Lo sviluppo della tematica alpina e, più in generale, montana nella letteratura del XVIII secolo ‒ si pensi alla <hi rend="italic">Nouvelle Héloïse</hi> di Rousseau e agli <hi rend="italic">Idilli</hi> gessneriani ‒ procede parimenti con la diffusione della pratica alpinistica e dei cosiddetti <hi rend="italic">récit d’ascension</hi>, tanto che i testi di de Saussure e Albrecht von Haller divengono degli antesignani <hi rend="italic">bestseller </hi>del settore. Ad essere edificato è, come ha rilevato Brevini, il mito del «nuovo <hi rend="italic">bon</hi><hi rend="italic"> sauvage</hi>» (2013, 182) che «si annida […] tra le vette, dove i guasti della civiltà non […] [sono] ancora penetrati» (Brevini 2013, 182). Si tratta, dunque, di un doppio binario da osservare a lungo raggio e che, con gli strumenti critici della contemporaneità, è necessario approfondire e interpretare. </p><p rend="text">Fondamentali per il nostro discorso sono i concetti di pittoresco e di sublime, ben enucleati nel 1757 da Edmund Burke in <hi rend="italic">A Philosophical Enquiry into the Origin of Our </hi><hi rend="italic">Ideas of the Sublime and Beautiful</hi>, che traghettano l’alpinismo ‒ anche l’alpinismo, si intende ‒ da una fase sostanzialmente connessa all’empirismo di Locke, di Hume e di Berkeley a un lungo periodo, quello etichettabile come romantico, contemplativo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-011">3</ref></hi></hi>, di ricerca di <hi rend="italic">wilderness</hi> e di titanismo. Von Haller, ammirando il Mont Maudit, i vigneti e le montagne savoiarde, parla di «mescolanza di orribile e piacevole, di coltivato e selvaggio» (1999, 71), così come Mary Shelley trova negli «scenari sublimi e magnifici» (2010, 119) della Mer de Glace ‒ dominata «dalle onde fragorose, dalla caduta di qualche grosso frammento di roccia, dal rombo tonante della valanga» (2010, 119) ‒ «tutto il conforto possibile» (2010, 119). Da Whymper a Byron, da Stephen a Rousseau, da Lioy a Goethe, le terre alte scuotono l’animo umano che sente «vibrare nel cuore delle corde che rimangono silenziose nella vita di quaggiù» (Mosso 1885, 91), protendendosi verso «gli spazii misteriosi dell’infinito» (1885, 91), e tale sentire viene descritto nelle opere letterarie degli uni e degli altri. </p><p rend="text">Tra la fine del XIX secolo e la Prima guerra mondiale, la pratica ascensionale si sportivizza, l’elemento esplorativo perde gradualmente di rilevanza, gli ideali romantici sfumano gradatamente e si cercano itinerari alternativi alle vie cosiddette normali. Avviene, in questa fase, una prima e inevitabile rottura delle barriere del ristretto elitarismo caratterizzante l’alpinismo della prim’ora, come dimostra, peraltro, la diffusione della pratica ascensionale priva dell’aiuto delle guide (Pestalozza 1907). In risposta alle sollecitazioni nazionalistiche che dominano il panorama politico e culturale europeo (Leoni 2019) d’inizio secolo, si esacerba lo spirito competitivo tra le cordate europee, conducendo, talvolta, a tragedie altrimenti evitabili. Tra le due guerre, aumenta il coefficiente di complessità delle scalate ed è per questo che Willo Welzenbach (Roberts 2003) elabora una scala graduata di sei livelli di difficoltà (Dalla Porta Xydias 2000), mentre, nel 1932, l’alpinismo diviene disciplina olimpica. Ciononostante, la connessione tra alpinismo e scrittura si rinsalda, anche grazie alla diffusione di numerose riviste specializzate ‒ come <hi rend="italic">Alpinismo: rassegna mensile</hi><hi rend="italic"> di alpinismo e turismo di montagna</hi> (Torino, 1929-1937) ‒ che, oltre a dare notizia delle imprese ascensionali, danno conto della pubblicazione di autobiografie e biografie inerenti agli alpinisti. Dal 1945 agli anni Sessanta abbiamo la corsa agli Ottomila, ovverosia la “conquista” delle vette più alte del pianeta, con spedizioni massicce ed estremamente impattanti sull’ambiente montano. Sul Changabang, Pete Boardman registra, per esempio, che le spedizioni degli anni precedenti </p><p rend="quotation_b">avevano portato la devastazione in quel luogo. C’era tutta la spazzatura di roba buttata via o rotta e gli spiazzi per le tende erano stati scavati nel pendio con muretti di sassi costruiti attorno. Ora che ero da solo mi sembrava un vandalismo (Boardman 2014, 247). </p><p rend="text">Dal 1968 si diffondono il <hi rend="italic">free climbing</hi> (Perolo 1999) e il <hi rend="italic">clean </hi><hi rend="italic">climbing </hi>(Messner 1982; Caminati, Oviglia 2022), tendenze che rompono con l’alpinismo tradizionale e guardano al divertimento, alla comodità, all’importanza dell’allenamento, a valori etici altri rispetto al passato, come ben rappresenta il movimento, in Italia, denominato “Nuovo Mattino”, in seguito alla pubblicazione di Gian Piero Motti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-010">4</ref></hi></hi> di un omonimo articolo su <hi rend="italic">Rivista della Montagna</hi> nell’aprile del 1974. Questa felice stagione è piuttosto breve e, soprattutto sulle Alpi, lo spit (Conz 2022) fa da padrone, delegittimando di fatto l’arrampicata <hi rend="italic">clean</hi>, pulita, <hi rend="italic">by fair means</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-009">5</ref></hi></hi>, per dirla con Mummery: dagli anni Ottanta ad oggi, l’alpinismo si è tramutato in un’attività sportiva<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-008">6</ref></hi></hi> democratica, ha incontrato il mondo delle sponsorizzazioni e, nell’ultimo decennio, dei <hi rend="italic">social network</hi>. L’attenzione ecologica sempre più si scontra con la popolarità di uno sport che è diventato show, attraverso video, <hi rend="italic">reel</hi>, <hi rend="italic">podcasts</hi>, film ecc. e che, in ultima analisi, incide sul prodotto interno lordo di Paesi come il Pakistan e il Nepal. </p><p rend="text">La storia dell’alpinismo si intreccia in modo inestricabile, quindi, con gli eventi politici, con le innovazioni tecniche, con l’economia, con le idee diffuse da filosofi, sociologi e antropologi, con le arti, con l’ecologia, con il folklore, con l’etnografia, con l’emancipazione femminile (Dalla Porta Xydias 2004; Audisio, Saffirio 2012; Ceccarini 2019)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-007">7</ref></hi></hi> ma, soprattutto, con la scrittura. Se, come afferma Cermenati già nel 1901, «poeti e romanzieri, pittori e artisti fotografi chiedono adesso alla montagna ciò che il decrepito e sfruttato ambiente della società e della pianura non è più in grado di offrire» (Cermenati 1901, 51), l’alpinismo chiede, in particolare alla scrittura e alla fotografia, un contraltare di autorappresentazione.</p><p rend="h2">2. Dal <hi rend="boldItalic">récit</hi> all’autobiografia</p><p rend="text">Alla luce di tali cambiamenti e sommovimenti interni alla pratica ascensionale di montagna, ciò che accomuna l’alpinismo di un tempo a quello odierno è, a partire da de Saussure, l’autobiografia alpinistica o, per meglio dire, la tendenza a realizzare scritti che Philippe Lejeune incasellerebbe nella macrocategoria di «letteratura intima» (Lejeune 1986, 13). Nel XVIII e nel XIX secolo, in particolare, si diffonde il cosiddetto <hi rend="italic">récit d’ascension</hi>, ossia il resoconto di un’impresa alpinistica sottoforma di narrazione autodiegetica (Genette 1972), le cui finalità sono molteplici: documentaristico-esplorativa, divulgativa, filosofica e talvolta letteraria. È individuabile una struttura interna le cui partizioni hanno una lunghezza variabile: il narratore presenta dapprima i suoi intenti in termini di ascensione, fornendo al lettore delle generiche informazioni riguardanti gli eventuali tentativi precedenti compiuti da altri alpinisti; segue la preparazione, ossia l’avvicinamento alla montagna prescelta, il reperimento del materiale necessario e l’assunzione di guide e portatori. La terza sezione, per così dire, interna al <hi rend="italic">récit</hi> è rappresentata dall’attacco alla parete, un’operazione che, in linea di massima, l’autore descrive con dovizia di particolari: la data, l’ora, le condizioni metereologiche, gli attrezzi adottati, il paesaggio circostante e le manovre iniziali sono i dettagli più ricorrenti. Nella quarta sezione possiamo di consueto collocare la <hi rend="italic">Spannung</hi>, poiché l’alpinista deve affrontare delle notevoli prove fisiche e psicologiche per conquistare la vetta. Il racconto della discesa talvolta è presente ma spesso viene omesso, in quanto ciò che importa è l’approdo sulla cima della montagna che viene restituito in termini di emozionante vaghezza. Alla conclusione è affidata, nella maggior parte dei casi, una riflessione fenomenologica che colga, al netto dell’<hi rend="italic">epoché</hi>, ossia della sospensione del giudizio, la dimensione corporea, emotiva, cognitiva e immaginativa dell’esperienza appena vissuta. Il <hi rend="italic">récit</hi> <hi rend="italic">The Ascent of Everest</hi> (1953), scritto da sir John Hunt per raccontare la prima ascensione della montagna più alta del mondo, la cui cima viene toccata il 29 maggio 1953, è esemplificativo di tale logica interna: nella prima parte, intitolata <hi rend="italic">Lo sfondo</hi>, si espone l’intento di scalare l’Everest, di cui vengono messe in luce le problematiche di fattibilità; la seconda, la terza e la quarta parte, intitolate rispettivamente <hi rend="italic">Il piano</hi>, <hi rend="italic">La marcia</hi><hi rend="italic"> d’avvicinamento</hi> e <hi rend="italic">La messa a punto</hi> ricostruiscono nel dettaglio la preparazione, aumentando gradualmente il senso di attesa nel lettore; nella quinta parte ‒ corrispondente alla nostra quarta sezione ‒ avviene l’assalto alla montagna, restituito con <hi rend="italic">pathos</hi> e linguaggio sensazionalistico. La sesta parte, infine, riporta i fatti successivi alla vittoria e, soprattutto, le riflessioni condotte dall’autore con lucidità dopo l’impresa. </p><p rend="text">Tuttavia, in termini generali, è interessante considerare lo scarto temporale tra l’esperienza ascensionale e l’atto di scrittura, durante il quale si consuma una frizione tra il personaggio ‒ colui che compie l’ascensione ‒ e il narratore ‒ addetto a raccontarla ‒ che comporta degli effetti. Tale scostamento è ben rappresentato dalle parole di Leslie Stephen, mentre tenta di spiegare al lettore cosa e in che modo riflette un alpinista durante un’ascensione: </p><p rend="quotation_b">Viene liberato pensiero sufficiente a far sì che gambe e braccia lavorino armoniosamente e che l’organismo si spinga nella direzione voluta; non c’è alcun sovrappiù di lavoro cerebrale che prenda la forma di un cosciente sforzo intellettuale (Stephen 2016, 129). </p><p rend="text">Il <hi rend="italic">récit</hi> è, dunque, una ricostruzione approssimativa, sommaria, fallace di un’esperienza alpinistica da parte dell’autore che si fa narratore <hi rend="italic">ex post</hi>. Come rileva Genette, «la sola focalizzazione da rispettare […] si definisce rispetto alla sua informazione presente di narratore, e non rispetto alla sua informazione passata di protagonista» (Genette 1976, 246), al netto del <hi rend="italic">bias</hi> di memoria<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-006">8</ref></hi></hi> (Stephen 2016, 99) e delle scelte effettuate dall’autore circa il materiale narrativo, ossia, in altri termini, di ciò che decide di raccontare e di omettere<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-005">9</ref></hi></hi>. La narrazione autobiografica di argomento alpinistico è, in definitiva, una scrittura soggettiva che propone una prospettiva, quella autoriale, verosimile, realistica ma parzialmente reale. Ciò è verificabile leggendo i <hi rend="italic">récit</hi> della medesima ascensione scritti da alpinisti differenti: il caso più emblematico è offerto dalla spedizione italiana internazionale al K2 del 1954, patrocinata dal Club Alpino Italiano, dall’Istituto Geografico Militare, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dallo Stato, che viene raccontata in modi completamente diversi nei <hi rend="italic">récit</hi> di Achille Compagnoni (1958), Lino Lacedelli (2004), Ardito Desio (1954) e Walter Bonatti (1961; 1995; 1996). Quattro libri, quattro voci narranti la stessa scalata ma quattro punti di vista divergenti che hanno, come esito, una lunga e travagliata vicenda giudiziaria, riguardante quella terribile notte tra il 30 e il 31 luglio ’54 in cui Bonatti e il portatore Mahdi sono costretti a bivaccare all’addiaccio. Le conversazioni tra i protagonisti, gli accordi intrapresi, perfino i dati altimetrici e topografici differiscono tra un <hi rend="italic">récit</hi> e l’altro, lasciando trasparire i limiti di un modello narrativo che si offre al lettore come presentazione del vero. </p><p rend="text">Tra i <hi rend="italic">récit</hi> più significativi per l’ambiente culturale alpinistico si annoverano <hi rend="italic">Mon excursion au Mont-Blanc </hi>(1987)<hi rend="italic"> </hi>di Henriette d’Angeville,<hi rend="italic"> </hi>prima donna a scalare volontariamente il Monte Bianco; <hi rend="italic">Deutsche am Nanga Parbat ‒ Der Angriff 1934 </hi>(1934)<hi rend="italic"> </hi>del grande alpinista himalayano Fritz Bechtold; <hi rend="italic">La conquête du Fitz-Roy</hi> (1954) di Marc Antonin Azéma che racconta la prima ascensione del Fitz Roy, in Patagonia, da parte di una cordata francese, guidata da Lionel Terray; l’<hi rend="italic">Eiger Direct. The epic</hi><hi rend="italic"> battle on the north face </hi>(1966)<hi rend="italic"> </hi>di Dougal Haston e Peter Gillman;<hi rend="italic"> </hi>i due volumi scritti da sir Chris Bonington, <hi rend="italic">Annapurna</hi> <hi rend="italic">South Face </hi>(1971) e <hi rend="italic">Everest the Hardway </hi>(1976); l’intenso<hi rend="italic"> 342 heures dans les Grandes Jorasses (1973)</hi> di René Desmaison come anche l’eccezionale <hi rend="italic">The shining mountain: the </hi><hi rend="italic">two men on Changabang’s west wall</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi>(1978) di Pete Boardman o <hi rend="italic">Touching the Void </hi>(1988) ‒ da cui è stato tratto anche l’omonimo film del 2003 ‒ di Joe Simpson, ma se ne potrebbero citare molti altri<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-004">10</ref></hi></hi>. Come si evince dalle date di composizione e di pubblicazione, il <hi rend="italic">récit d’ascension</hi> percorre trasversalmente, in termini temporali, la letteratura dell’alpinismo, costituendo una sorta di modello di riferimento, un <hi rend="italic">layout</hi> tradizionale la cui finalità è quella di «misurarsi pubblicamente con le esperienze di altri alpinisti» (Camanni 1985, 9). L’inflessibilità intrinseca alla struttura sopradescritta viene aggirata, nel corso dei secoli, con soluzioni alternative che corrono parallelamente ai <hi rend="italic">récit</hi>. </p><p rend="text">Uno dei volumi più noti della letteratura alpinistica è, senz’altro, <hi rend="italic">Scrambles amongst the Alps: in the years 1860-69</hi> (1871) di Edward Whymper che racconta ‒ in particolare, ma non esclusivamente ‒ la prima ascensione del Cervino, datata 1865, conclusasi con la morte di ben quattro alpinisti. Non potendo definire tale pubblicazione un <hi rend="italic">récit</hi>, a causa del fatto che vengono narrate molte altre imprese alpinistiche, la ripetizione del <hi rend="italic">pattern</hi> dello stesso all’interno del medesimo libro, suggerisce l’adozione di un’etichetta ibrida: compendio di narrazioni ascensionali. La formula è valida, per esempio, anche per <hi rend="italic">Summer months </hi><hi rend="italic">among the Alps: with the ascent of Monte Rosa </hi>(1857)<hi rend="italic"> </hi>di Thomas Woodbine Hinchcliff; per <hi rend="italic">The playground of Europe </hi>(1871) di Leslie Stephen che, una volta conclusa l’attività alpinistica, decide di raccontare alcune delle sue imprese sulle Alpi a partire dal 1859; per <hi rend="italic">In den Hochalpen. Erlebnisse aus den</hi><hi rend="italic"> Jahren 1859-1885 </hi>(1886)<hi rend="italic"> </hi>di Paul Güssfeldt che narra le ascensioni compiute in un arco temporale definito fin dal titolo;<hi rend="italic"> </hi>per <hi rend="italic">Mountaineering </hi>(1892) di Clinton Thomas Dent;<hi rend="italic"> </hi>per <hi rend="italic">My climbs in</hi><hi rend="italic"> the Alps and Caucasus </hi>(1895)<hi rend="italic"> </hi>di Albert Frederick Mummery, il grande alpinista britannico che perde la vita sul Nanga Parbat nel 1895. I confini tra il compendio di narrazioni ascensionali e le novecentesche autobiografie alpinistiche sono labili, sfumati e, quindi, interessanti da un punto di vista critico.</p><p rend="text">Se è vero, com’è vero, che il <hi rend="italic">récit d’ascension</hi> rispetta, per essere un’autobiografia, il criterio imprescindibile, posto da Lejeune, dell’«identità fra l’autore, il narratore e il personaggio» (Lejeune 1986, 13), è arduo accogliere la definizione di «racconto introspettivo in prosa che una persona reale fa della propria esistenza, quando mette l’accento sulla sua vita individuale, in particolare sulla storia della sua personalità» (Lejeune 1986, 12). Nella fattispecie, la lente autoriale mette a fuoco una porzione ridotta della propria esistenza, legata a un’attività ascensionale in montagna, e, ancor più importante, non si delinea «la storia della sua personalità» (Lejeune 1986, 12), in quanto emergono esclusivamente quei tratti caratteriali, psicologici ed emotivi sollecitati dall’azione. Nel corso del XX secolo, nonostante il <hi rend="italic">récit</hi> mantenga, come abbiamo visto, una certa rilevanza, si assiste a un sostanziale slittamento focale dall’oggetto al soggetto, vale a dire dall’impresa, dall’ascensione di una determinata montagna, a colui che la compie. L’alpinista-scrittore che si specchia nel narratore-personaggio assume gradualmente sempre più importanza tanto che si moltiplicano le autobiografie <hi rend="italic">tout court</hi> che ripercorrono i fatti salienti dell’esistenza della persona. È il caso, per esempio, di <hi rend="italic">Arbeit, </hi><hi rend="italic">Musik, Berge. Ein Leben </hi>(1931) di Julius Kugy,<hi rend="italic"> Cuore di</hi><hi rend="italic"> roccia</hi> di Armando Aste e <hi rend="italic">Capocordata</hi> di Riccardo Cassin. Nel secolo dominato da quella che Cambi definisce la «crisi del soggetto» (2006, 7), trattare di sé e non solo di ciò che si è realizzato in alta montagna è, per l’alpinista novecentesco, un tentativo resistenziale, un espediente per aggrapparsi ‒ e senza l’uso della magnesite ‒ al presente, alla luce, al non-silenzio. Se il genere, secondo Camanni, «risponde […] al narcisismo più o meno dichiarato dell’autore» (Camanni 1985, 9), dove collocare, dunque, l’asticella della veridicità del racconto? La questione si gioca sul friabile terreno della credibilità autoriale che non è verificabile, da parte del lettore comune, riguardando uno spettacolo senza spettatori come l’alpinismo. Se si considera l’autobiografia come una funzione booleana costituita da un numero definito di variabili, ossia le proposizioni, i valori di verità delle stesse sono validi all’interno del libro e non fuori da esso, cioè nella realtà. Si rischia, così, di scivolare nella categoria del romanzo autobiografico ma, permanendo il “patto autobiografico”<hi rend="CharOverride-2"> </hi>tra autore e lettore, si delineano due opzioni che sottintendono un «patto referenziale» (Lejeune 1986, 38): l’autore è consapevole di mentire, riguardo a certi dettagli ma è verificato o verificabile che l’ascensione narrata, in termini generali, sia stata effettuata; l’autore non è consapevole ‒ non ricorda o ricorda in modo distorto ‒ di produrre enunciazioni erronee e si esprime con sincerità. In entrambi i casi, siamo sul terreno dell’autobiografia e il tasso di credibilità viene in molti casi a misurarsi, a partire dal XX secolo, con il coefficiente di intimità: più l’autore si scopre, fornisce dettagli sull’infanzia, sulla sua famiglia, sulla sua quotidianità e più si disegna ‒ o tenta di tratteggiare ‒ un <hi rend="italic">identikit</hi> della personalità, alimentando così «la confusione tra autore e persona» (Lejeune 1986, 35). L’autore del <hi rend="italic">récit d’ascension</hi> o del compendio di narrazioni ascensionali appare più come un estraneo ‒ e, quindi, poco credibile ‒ rispetto all’autobiografo, svolgendo la funzione del regista che inquadra la scena, gli attori ecc., restando dietro la camera per l’intera produzione cinematografica. Sebbene negli ultimi anni l’ampliamento della platea di addetti ai lavori e di semplici appassionati abbia dato luogo, come rilevato da Guido Quartara, «ad una tipologia di scritti su argomenti montani di forma e sostanza ridondanti e ripetitivi» (Quartara 1982, 11), il genere in oggetto, a ben vedere, riserva interessanti possibilità di riflessione a largo spettro. </p><p rend="h2">3. <hi rend="boldItalic">Eros</hi> e <hi rend="boldItalic">Thanatos</hi></p><p rend="text">Un evidente <hi rend="italic">leitmotiv</hi> che richiede un patto con il lettore è la presentazione di un ostacolo insormontabile che, per le abilità fisiche e psicologiche dell’alpinista, diviene oltrepassabile per l’accettazione del rischio, che equivale alla scommessa della vita, sfidando la morte contro ogni ragionevolezza. Edward Whymper, che si rende ben conto di dover «dare un’impressione di pericolo» (Whymper 1933, 41), così descrive una delle sue prime ascensioni, in un passaggio piuttosto complesso: «Tutto ciò mi era apparso al primo sguardo e subito avevo concluso che era impossibile saltare la crepaccia» (Whymper 1933, 10) ma, nonostante la premessa, così prosegue: «la mia vita dipendeva dalla riuscita di quel salto. Ancora una volta mi domandai: la cosa è possibile? Però era necessaria» (Whymper 1933, 10) e, in definitiva, salta con successo. Osservando il Cervino dal ghiacciaio di Z’Mutt, inoltre, scrive: «questo versante della montagna […] ispira angosciosi pensieri di distruzione, di rovina e di morte» (Whymper 1933, 57-8), ma la visione non svolge il compito di leva bloccante anzi, al contrario, lo sospinge a procedere. Stephen, a sua volta, afferma che «giocando con il pericolo, s’impara ad apprezzare la vera grandezza di un precipizio alpino» (Stephen 2016, 171), mentre per Cermenati «chi apprende a passare franco e spedito sull’orlo di burroni spaventosi […] apprende […] a guardare tranquillo in faccia alla morte» (Cermenati 1901, 36). Gervasutti, quando deve compiere l’ascensione dell’Aiguille Verte e viene colto dal maltempo, decide di proseguire con il suo progetto, nonostante sia allarmato da numerosi segni di slavine e, nel suo <hi rend="italic">Scalate nelle Alpi</hi>, commenta: «il pericolo eccita le forze del buon combattente, lo isola dai legami del mondo, fa scomparire il peso della materia» (Gervasutti 1961, 25). Ancor più emblematico è che l’autore, descrivendo la ritirata dalla parete Nord delle Grandes Jorasses, registri di sentirsi «stranamente attratto dalla voragine» (Gervasutti 1961, 125). Più di recente, lo scalatore britannico Simon Yates, autore di vari testi autobiografici, individua come ingredienti basilari dell’alpinismo «la sfida, il rischio e l’incertezza» (Yates 2014, 279). Nonostante quanto affermato da Walter Bonatti, che definisce gli alpinisti «degli entusiasti della vita» (Bonatti 1983, 6) pronti a sfiorarne «i confini proprio per viverla più intensamente» (Bonatti 1983, 6), ad emergere dalle autobiografie è spesso la pulsione di morte, in senso più lacaniano che freudiano. La pratica alpinistica è, infatti, rappresentata negli scritti autobiografici «come una sublimazione […] che […] si situa interamente in una dimensione etica» (Lacan 2008, 240-41), mentre la scrittura, in questo contesto, assume il ruolo di agente sublimante, permettendo al soggetto di individuare una finalità sociale per ciò che fa ma, ancor di più, per ciò che è. In un articolo apparso su <hi rend="italic">La </hi><hi rend="italic">Stampa</hi> nel 1982, Gianni Vattimo riflette proprio sull’inutilità della pratica alpinistica ‒ già Lionel Terray definisce gli alpinisti come <hi rend="italic">Les conquérants de l’inutile</hi> (Terray 1961) ‒ e sulla reazione della persona comune di fronte alle grandi imprese:</p><p rend="quotation_b">Ci sono dunque dei casi in cui ‒ pur educati a diffidare della retorica dell’eroismo ‒ ci sentiamo costretti a riconoscere una legittimità alla ricerca del rischio estremo, senza tuttavia vedervi alcuna giustificazione utilitaristica? […]. La nostra cultura accetta generalmente senza obiezioni l’idea del rischio: anche quando l’impresa alpinistica fallisce, nessuno si sogna […] di biasimarne l’irrazionalità o l’immoralità. […]. Forse, la difficoltà che troviamo nel giustificare razionalmente tali esperienze estreme dipende dal fatto che tendiamo ancor sempre a identificare la razionalità con il suo significato più diffuso e ovvio, quello tecnico: qualcosa è razionale se è mezzo per qualche fine da raggiungere (Vattimo 1982, 3).</p><p rend="text">La pubblicazione di un <hi rend="italic">récit d’ascension</hi> o di un’autobiografia, quindi, tenta proprio di razionalizzare, ossia di incardinare un’azione all’interno del perimetro della ragionevolezza, la messa a rischio della vita per un fine “superiore”, che può essere educativo, informativo, scientifico o, per usare un’etichetta generica, culturale. La pulsione sessuale, così determinante per la sublimazione secondo Freud, è solo una delle componenti di una complessa necessità individuale che spinge una persona a rischiare la propria vita ‒ fatto salvo il principio, ben espresso da Eugen Guido Lammer, secondo il quale «l’alpinista sportivo è agli antipodi spirituali del suicida» (Lammer 1932, 227) ‒, a sfidare gli elementi della natura e a fermare nero su bianco quanto realizzato. Le spie di una trasformazione di energia sessuale sono rinvenibili in un linguaggio che si nutre di un lessico afferente a due campi semantici: la conquista fisica di una donna ‒ con particolari riferimenti alla perdita della verginità ‒ e la lotta. Angelo Mosso parla di «dare l’assalto al vergine nevaio dell’alpe» (Mosso 1885, 35); Agostino Ferrari nel 1912 descrive la Punta delle Cavalle come «montagna vergine e primitiva» (Ferrari 1912, 129), mentre si riferisce alla Punta Corna come una «vergine cima delle Alpi» (Ferrari 1912, 146) che «andò sposa a un torinese nel 1882» (Ferrari 1912, 146)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-003">11</ref></hi></hi>. Più tardi, nel suo <hi rend="italic">Alpinismo eroico</hi>, Emilio Comici, dovendo descrivere le sensazioni provate nell’osservare le pareti delle Madri dei Camosci dice: «Contemplavo, estatico, quelle muraglie che mi attiravano con forza piena di lusinghe e di incanto; e mi struggevo dal desiderio di toccarle, di possederle, di penetrare nei loro misteri» (Comici 1961, 19); Bonatti, a sua volta scrive: «era un mio grande sogno quello di raggiungere una cima per una via tutta mia, voluta e tracciata soltanto da me. Non avevo ancora provato l’emozione di misurarmi con una grande parete vergine» (Bonatti 1983, 13) e, ancora, Daniele Nardi usa appellativi quali «la Regina delle Montagne» (Nardi 2020, 119) e «la Mangiauomini» (Nardi 2020, 129) per riferirsi al Nanga Parbat. La ricerca del virgineo viene messa in evidenza già nel 1901 da Cermenati che fornisce un breve ma interessante profilo dell’alpinista:</p><p rend="quotation_b">Vi sono gli alpinisti per eccellenza, i puristi della montagna, che ‒ attirati dalla voluttà della lotta a oltranza contro la natura ‒ si arrischiano nei punti più difficili e cimentano la vita sospesi su esili creste di roccia e di ghiaccio, per la sola intima soddisfazione di gridar vittoria dove nessun altro ha messo il piede. Sono i così detti <hi rend="italic">excelsioristi</hi>, i <hi rend="italic">climbers</hi>, i <hi rend="italic">grimpeurs</hi>: sdegnano le vie battute dagli altri e cercano le varianti e le cime vergini, che poi amano con gelosia immensa (Cermenati 1901, 60). </p><p rend="text">La donna e la montagna sono allegorie di uno spazio sociale scevro da condizionamenti che l’uomo intende occupare, vincere, conquistare ed ecco che si moltiplicano i riferimenti alla guerra, alla lotta, al duello ‒ sebbene Julius Kugy scriva «i monti non devono essere i nostri nemici» (Kugy 2000, 91). La caduta dei massi dal Cervino produce «un rumore di tuono che somiglia alla detonazione di una formidabile artiglieria» (Whymper 1933, 58); scalare lo Zinalrothorn è, per Leslie Stephen, «attaccare […] [una] formidabile fortezza» (Stephen 2016, 52)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-002">12</ref></hi></hi>, sebbene si legga in <hi rend="italic">The</hi><hi rend="italic"> Playground</hi> che «le montagne rappresentano l’indomabile forza della natura di fronte alla quale siamo obbligati a sottometterci» (Stephen 2016, 202)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-001">13</ref></hi></hi>; Mosso, a sua volta, spiega che «chi non si è trovato a dei passi difficili, non conosce il modo laconico col quale sulle Alpi vengono tenuti certi consigli di guerra, nei quali si giuoca l’esistenza» (Mosso 1885, 69). Studiando la Becca di Nona, Ferrari scova «il punto debole […] e il piano d’attacco è presto formulato» (Ferrari 1912, 82) e, ancora, per la Cima Ortetti riferisce di «assalto della montagna» (Ferrari 1912, 147), per non parlare del Roccamelone per la quale tengono un «consiglio…di guerra, e si decide non già di voltar le spalle al nemico, ma di passare a testa alta davanti a esso» (Ferrari 1912, 162). Nel compendio di narrazioni ascensionali realizzato a sei mani da Giuseppe Lampugnani e dai fratelli Giuseppe Fortunato e Giovanni Battista Gugliermina, la lotta viene restituita, per mezzo della personificazione, con l’opposizione di Davide contro Golia, dell’umano contro il sovrumano, del piccolo contro il grande: </p><p rend="quotation_b">Ancora una volta il pigmeo ha vinto il gigante e la montagna è domata. L’uomo che in nessun luogo mai sente come tra queste immense ghiacciate solitudini il suo effimero nulla, nella sua piccolezza si esalta superbo di aver lottato contro la selvaggia natura e d’aver vinto! (Gugliermina 1927, 26). </p><p rend="text">Negli anni Cinquanta, Hunt afferma che «l’Everest è molto abile nel nascondere i punti deboli della sua corazza» (Hunt 1954), mentre l’impostazione stabilita da Ardito Desio è, come scrive egli stesso, </p><p rend="quotation_b">di tipo militare nel senso però noto a chi ha trascorso qualche tempo della sua vita ‒ specialmente in guerra ‒ nelle nostre truppe alpine. Disciplina assoluta suggerita a ciascuno dalla comprensione delle necessità superiori rivolte al raggiungimento della meta finale, la conquista del K2 (Desio 1954, 58). </p><p rend="text">Chris Bonington parla di «una spedizione tipo assedio» (Bonington 1977, 274) e si potrebbe continuare a lungo con esempi di questo tipo, rinvenibili tanto nei <hi rend="italic">récit</hi> quanto nelle autobiografie, tanto nei testi più antichi quanto in quelli postmoderni. La montagna, rappresentata come il nemico contro cui combattere strenuamente, diviene sovente oggetto di personificazione, da desiderare e da possedere, quindi, l’intima relazione tra alpinista e altura è interpretabile con la freudiana tensione tra Eros e Thanatos, tanto che una caratteristica peculiare dell’alpinista è la coazione a ripetere. È necessario chiarire, però, che le autobiografie alpinistiche dell’ultimo scorcio del XX secolo e del principio del nuovo millennio ospitano spesso una visione ecologica che, in qualche modo, rimescola le carte. Se si riscontra la diminuzione di riferimenti alla guerra o alla lotta, si riconferma, con differenti coordinate, il moto oscillatorio tra amore e morte: le istanze ecologiche che mirano alla «difesa dell’ultima wilderness» (Messner 2011, 266) si infrangono con la massificazione d’alta montagna e il conseguente depauperamento della stessa, a causa anche e soprattutto dell’alpinismo. Il rapporto amoroso ‒ Simone Moro dichiara, per esempio, che il suo alpinismo «è frutto di un innamoramento, di una vera passione amorosa, sentimentale, verso ciò che mi ha fatto commuovere, volare col pensiero, accettare i rischi che questo amore comporta» (Moro 2020, 97) ‒ è definito non più in termini di possesso ma di protezione e cura, mentre l’elemento (auto-)distruttivo spesso viene mascherato, alleggerito, in qualche misura giustificato. </p><p rend="text">Come abbiamo detto, però, il quadro non è completo. Altro tratto che emerge, infatti, dalle autobiografie alpinistiche è la riflessione, potremmo dire, meta-alpinistica condotta dall’autore che percepisce quale <hi rend="italic">trigger</hi> ascensionale la fuga dalla società, dalle relazioni, dal lavoro. Fin dal XVIII secolo, i primi alpinisti ‒ esponenti di quella fase, quindi, che potremmo definire esplorativa ‒ cercano la semplicità e la modestia delle comunità montane opponendo, come sottolinea Giorgio Cusatelli, «il rifiuto degli spiriti di avidità e di lussuria contrassegnanti la vita cittadina» (Cusatelli 1999, V), dando luogo a un rapporto dialettico tra montagna e città, ascrivibile alla macro-dicotomia natura/storia. Albrecht von Haller, per esempio, descrive gli alpigiani come «genti antiche […] che l’ignoranza preserva dai tanti mali che nascono tra l’eleganza delle città» (von Haller 1999, 69). Il villaggio montano, percepito come un archetipico <hi rend="italic">hortus conclusus</hi>, è tappa primaria di un moto verticale sostanzialmente purificativo che permette all’alpinista di elevarsi dalla valle, dalla città, dal piano orizzontale. Stephen così descrive questo sentire: «tra la fascia delle foreste e quella delle nevi perenni, si stende la zona più poetica. Quando si sale, qui si comincia a sentirsi liberati dalle preoccupazioni terrene, dalla “palude dello scoramento”» (Stephen 2016, 139). Una “palude” ‒ torbida, malsana, pericolosa ‒ che equivale alla pianura, luogo dominato dalle realtà urbane. Ugo De Amicis, figlio dell’illustre scrittore, a sua volta racconta: </p><p rend="quotation_b">ogni sera, quando ritornavo a casa mia, mi accorgevo che, come le cose m’avevano insudiciato di fuori, gli uomini m’avevano sporcato di dentro. […]. Ormai fuggo dai contatti spirituali col mondo come da urti dolorosi o da viscidumi ripugnanti (De Amicis 1926, 181). </p><p rend="text">La città, teatro del vivere umano, è il luogo della contaminazione fisica e morale. Mario Cermenati, rifacendosi al IV capitolo dell’<hi rend="italic">Emil</hi> di Rousseau e ad alcune considerazioni di Parini, ritiene che l’obiettivo primario dell’alpinismo sia, appunto, «di togliere i giovani dalla città» (Cermenati 1901, 19) che è «un lento, continuo veleno» (Cermenati 1901, 19). La contrapposizione tra città e campagna si rinnova, nel corso del XX secolo, a causa di quel senso di solitudine sociale ed emotiva caratterizzante, soprattutto, il secondo Novecento e, avvicinando lo sguardo, l’inizio del nuovo millennio. Armando Aste così si esprime nella sua intensa autobiografia del 1988: </p><p rend="quotation_b">Non mi meraviglio più di nulla. Che importa se al di fuori della tua piccola cerchia, nessuno ti guarda? Ti fanno capire che non conti? Del resto, sei titolato? Hai la villa e la fuoriserie? Insomma, a cosa servi? Sai per esperienza, ormai, che non si usa lo stesso metro fra dirigenti e subalterni. Fra padroni ed operai. E fra gli stessi operai, non esiste quel senso d’unione disinteressato e generoso. Non esiste fratellanza. Esiste un accordo provvisorio generato soltanto da interessi. Per il resto, puro egoismo. […]. Domina la legge della giungla. E così, vai avanti brancolando nel buio dell’incomprensione e dell’ignoranza. Senza nulla “potere”. Salvo diagnosticare una società malata. […]. Fin che ti aggrappi sicuro e fiducioso, dimentico ormai d’ogni sofferenza. E ritorni alle origini. Ritorni alla montagna che non può ingannare. A lei dai tutto l’amore che gli altri non hanno voluto (Aste 1988, 18). </p><p rend="text">L’avvertimento del monadismo è carburante per ascendere<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-000">14</ref></hi></hi>, per rifugiarsi dove è possibile la purificazione di sé, dove si può assumere una differente prospettiva, dall’alto. Si potrebbe interpretare come il calviniano Cosimo Piovasco di Rondò che trova sugli alberi l’accettazione da parte della società, proprio grazie a un punto di vista altro, ma gli alpinisti, al contrario di Cosimo, scendono dai monti, tornano ad agire nella società e per la società, riscattando la propria posizione tramite la scrittura. Se l’alpinismo consiste, come afferma Causarano, «nel mettere in gioco integralmente se stessi attraverso il rischio, in una potenziale dissipazione definitiva data dalla possibilità della morte che non è giustificata sul piano dell’utilità sociale» (Causarano 2015, 22), è la scrittura a tentare la via di un’estroflessione benefica sia per l’individuo che per la collettività.</p><p rend="h2">Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib">Aste, A. 1988. <hi rend="italic">Cuore di roccia</hi>. Calliano: Manfrini. </p><p rend="bib_indx_bib">Audisio, A., e S. Saffirio, a cura di. 2012. <hi rend="italic">Le innumerevoli donne delle nevi. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-013-backlink">1</ref></hi> Le considerazioni presentate in questo contributo sono frutto di uno studio sistematico, sebbene non esaustivo, dei libri di matrice autobiografica scritti dagli alpinisti più significativi, su scala internazionale, dal XVIII secolo ai giorni nostri. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-012-backlink">2</ref></hi> Camanni concorda con Engel nel dire che «l’azione in montagna non è mai stata autonoma e impermeabile rispetto alla propria epoca e, se si è formato dei modelli e delle giustificazioni specifiche, ciò non toglie che ogni alpinista abbia recepito nel suo tempo stimoli e influenze dalla società in cui viveva» (Camanni 1985, 6). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-011-backlink">3</ref></hi> Si leggano le parole di Ettore Cozzani che così si riferisce a Émile Javelle, uno dei più importanti alpinisti della fase romantica: «Non ha mete e non ha scopi; dovunque ci sia una bellezza da raggiungere, egli va; e non si ripromette né fama, né altra lusinga d’amor proprio. Erra per contemplare; scala pareti a picco e scavalca crepacci e seracchi per contemplare; affronta i massimi rischi fra l’ignoto e la morte per contemplare» (Cozzani 1947, 11).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-010-backlink">4</ref></hi> Motti si ricorda anche per aver scritto <hi rend="italic">La storia dell’alpinismo</hi> (Motti 1994).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-009-backlink">5</ref></hi> Albert Frederick Mummery scrive quest’annotazione durante il tentativo fallito per scalare il Dente del Gigante nel 1880.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-008-backlink">6</ref></hi> L’arrampicata su ghiaccio e su roccia diventa sport da competizione nel 1985. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-007-backlink">7</ref></hi> Non si tratterà, in questa sede, la complessa questione dell’alpinismo praticato dalle donne, da inquadrare nella più ampia <hi rend="italic">quérelle</hi> riguardante lo sport e la donna. A mero titolo informativo, si rimanda in bibliografia, ad alcune pubblicazioni di Spiro Dalla Porta Xydias, di Aldo Audisio e Silvio Saffirio come anche di Estelle Ceccarini. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-006-backlink">8</ref></hi> Raccontando l’ascensione al Fiescherjoch compiuta nel 1862 con Liveing, Hardy, Morgan e alcune guide, Stephen (2016,<hi rend="italic"> </hi>99) scrive: «A questo punto devo raccontare un fatto che Morgan da allora narra in termini elettrizzanti, ma che stranamente è sfuggito alla mia memoria».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-005-backlink">9</ref></hi> Cfr. Leslie Stephen (2016,<hi rend="italic"> </hi>92): «Talvolta prendiamo coscienza del suo vero significato in tempi successivi e, nel nostro caso, la conquista di questo nuovo passo ci diede maggior soddisfazione negli anni successivi che in quel momento».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-004-backlink">10</ref></hi> Ci riferiamo a: Mosso 1885; Terray e Franco 1965; Paragot, Seigneur 1972; Maraini 1997; Moro 2003; Scott 2017; Nardi e Carati 2019; Txikon 2020. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-003-backlink">11</ref></hi> Si vedano anche Ferrari 1912, 155: «Ma, malgrado la sua bellezza, resta al Roccamelone, come a una donna troppo docile ai capricci, un po’ di banalità»; 222: «E per opera nostra quest’oggi saranno dunque diventate matrone quattro belle fidanzate», riferendosi a quattro montagne ascese per la prima volta. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-002-backlink">12</ref></hi> Cfr. Stephen 2016, 55: «Prima o poi avremmo chiuso la nostra battaglia con la cresta». </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-001-backlink">13</ref></hi> Cfr. Stephen 2016, 255: «Ha, più o meno, lo stesso stato d’animo di un soldato che va all’assalto di una fortezza, senza però la stessa probabilità di tornare ridotto a pezzi». </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-000-backlink">14</ref></hi> Bonatti, a tal proposito scrive (1983, 7): «questa contrapposizione tra mondo naturale e mondo sociale era ai miei occhi addirittura la contrapposizione tra felicità e infelicità. E correvo alla montagna con aumentato entusiasmo».</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Clementina Greco, University of Florence, Italy, <ref target="mailto:clementina.greco%40unifi.it?subject=">clementina.greco@unifi.it</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Clementina Greco, <hi rend="italic">Alpinisti allo specchio. L’autobiografia come sublimazione,</hi> © Author(s), <ref target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0891-8.11">10.36253/979-12-215-0891-8.11</ref>, in Mirko Alagna, Sara Benvenuti, Giovanna Lo Monaco (edited by), <hi rend="CharOverride-3">Homo Horizontalis</hi><hi rend="italic">. Ascesi fisiche e ascese alpinistiche</hi>, pp. -137, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0891-8, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0891-8">10.36253/979-12-215-0891-8</ref></p>
      
      
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