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        <title type="main" level="a">Natura, giudizio, libertà. O perché non possiamo davvero fare una gara di scialpinismo</title>
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            <forename>Giulia</forename>
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          <resp>This is a section of <title>&lt;i&gt;Homo Horizontalis&lt;/i&gt;</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0891-8</idno>) by </resp>
          <name>Mirko Alagna, Sara Benvenuti, Giovanna Lo Monaco</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0891-8.14</idno>
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        <p>This article argues that ski mountaineering cannot be properly understood as a competitive sport. Drawing on philosophy of sport and environmental philosophy, it shows that immersion in an uncontrollable mountain environment, practical judgment, and creative freedom are conditions of possibility that resist standardization and competition.</p>
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            <item>Skimo</item>
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            <item>Risk</item>
            <item>Nature</item>
            <item>Judgment</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0891-8.14<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0891-8.14" /></p>
      <p rend="h1_chapter">Natura, giudizio, libertà. O perché non possiamo davvero fare una gara di scialpinismo</p><p rend="h1_author ParaOverride-1">Giulia Bistagnino </p><p rend="h2">1. Perché definire lo scialpinismo è importante</p><p rend="text">Con «scialpinismo» si intende una attività che permette di esplorare la montagna in condizioni invernali lontano dagli impianti di risalita. Si pratica con sci dotati di attacchi speciali che consentono di salire con l’ausilio di pelli di foca artificiali applicate sotto le solette degli sci, per poi affrontare la discesa come nello sci tradizionale, sebbene su un terreno non preparato e, per questo, talvolta infido e difficile da sciare. È un’attività che richiede buona preparazione fisica, conoscenza dell’ambiente montano e attenzione ai rischi, come le valanghe. A differenza del passato, da alcuni anni lo scialpinismo (come tutte le attività alpinistiche) non è più di nicchia ed è oggi praticato da un numero sempre maggiore di persone (Pozzi 2025). L’interesse verso questa disciplina è cresciuto al punto che, nel 2026, lo scialpinismo è entrato ufficialmente nel programma dei Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina, con una gara sprint femminile, una maschile e una staffetta mista. A seguito di questi eventi – e in particolare della fortuna del formato sprint<hi rend="italic"> </hi>– alcuni atleti e campioni del mondo dello scialpinismo hanno dato voce alla propria contrarietà, opponendosi alla eccessiva artificiosità che le competizioni di scialpinismo stanno assumendo. In particolare, il 25 gennaio del 2025, l’atleta William Bon Mardion ha protestato vigorosamente contro il format delle competizioni sempre meno fedeli allo spirito dello scialpinismo rimanendo a braccia conserte alla partenza di una gara di Coppa del mondo ad Arinsal, paesino montano di Andorra. Da questa protesta è nato l’hashtag #saveskimo, condiviso da atleti del calibro di Samuel Equy, Emelie Forsberg, Xavier Gachet, Axelle Mollaret, Katia Tomatis e Martina Valmassoi<hi rend="CharOverride-1"> </hi>(Redazione Skialper 2025). </p><p rend="text">Ma perché bisogna «salvare lo scialpinismo», come sembrano intimare gli atleti che protestano? E perché le competizioni rischiano di pervertire l’essenza di questa attività? In questo contributo, intendo cercare di dare una risposta a queste domande, fornendo una definizione e concettualizzazione dello scialpinismo, focalizzandomi in particolare su tre elementi intrecciati e, a mio avviso, fondamentali per comprendere quale sia l’essenza di tale pratica: il fatto che per fare scialpinismo ci si debba necessariamente immergere nella natura dell’ambiente montano e non semplicemente muoversi all’aperto; il fatto che richieda non solo competenze fisiche, ma anche di giudizio e comprensione dell’ambiente montano; l’espressione di libertà e creatività che lo scialpinismo incarna. Come cercherò di argomentare nel corso del testo, a mio avviso lo scialpinismo non può essere considerato uno ‘sport’ nel senso stretto del termine. Per le caratteristiche naturali dell’ambiente in cui si svolge e per le competenze richieste a chi lo pratica, questa attività resiste alla possibilità di essere realmente trasformata in una competizione. Inoltre, dal mio punto di vista, lo scialpinismo incarna un ideale di libertà e richiede di dare inizio a un nuovo percorso su una montagna decidendo di disegnare una traccia in salita e in discesa che sia propria. Inserendo elementi artificiali, le gare di scialpinismo rischiano non solo di modificare eccessivamente l’ambiente, ma anche di violare libertà e creatività. In un certo senso, il mio vuole essere un argomento trascendentale: l’interazione con l’ambiente montano e la necessità di utilizzare non solo capacità fisiche, ma anche di giudizio sono condizioni di possibilità per il darsi dello scialpisnimo, inteso come pratica libera e creativa. </p><p rend="text">L’obiettivo di questo contributo, quindi, è quello di riflettere su una attività che sta assumendo sempre maggior rilievo nelle società contemporanee e di offrire delle considerazioni che possano aiutare a comprendere se le critiche mosse nei confronti delle competizioni di scialpinismo siano sensate. È importante precisare che non escludo le mie argomentazioni possano applicarsi ad attività simili allo scialpinismo, sia di montagna (come l’alpinismo su roccia, ghiaccio o misto) sia non di montagna (come il surf o la canoa discesa). Tuttavia, in questo scritto mi concentro sullo scialpinismo in virtù delle proteste portate avanti dagli atleti e per l’imminente inclusione nel calendario olimpico.</p><p rend="text">La mia strategia argomentativa comincia con il fornire alcuni chiarimenti circa la pratica dello scialpinismo, le gare e il modo in cui l’ambiente viene modificato per permettere lo svolgimento di tali gare. Nella terza sezione mi occupo di chiarire cosa si intende per sport, appoggiandomi alla definizione classica di Bernard Suits (2014) derivata dalla sua concezione di ‘gioco’. Nella sezione successiva, mi concentro sullo scialpinismo e sugli elementi a cui ho fatto brevemente cenno prima: immersione nell’ambiente montano; capacità di giudizio; libertà e creatività. Il tentativo è quello di mostrare che, se la mia concettualizzazione è sensata, essa eccede la definizione di sport di Suits. Infine, l’ultima sezione offre alcune considerazioni conclusive sulle competizioni di scialpinismo e cerca di spiegare in modo più argomentato e solido perché le proteste degli atleti di #saveskimo siano sensate.</p><p rend="h2">2. Lo scialpinismo tra storia, sprint, vertical e maratone bianche</p><p rend="text">Sebbene non sia possibile individuare una data precisa per la nascita dello scialpinismo, è evidente che la sua storia sia strettamente intrecciata con quella dello sci in generale. Le origini di questa pratica affondano le radici in Scandinavia, Lapponia e Siberia, dove sono state rinvenute incisioni rupestri raffiguranti figure umane impegnate nella caccia con una sorta di sci ai piedi. Oltre a questi segni arcaici, i paesi scandinavi offrono le prime testimonianze più concrete dell’uso degli sci. In ambito militare, si possono ricordare i battaglioni di sciatori descritti da Olaus Magnus, plenipotenziario del re di Svezia presso la Santa Sede nel 1500. In ambito esplorativo, un esempio celebre è quello di Fridtjof Nansen che, nel 1888, attraversò per primo la Groenlandia meridionale da est a ovest con cinque compagni, tutti muniti di sci (Greco e Terruzzi 2012). Emblematico anche il confronto tra due celebri spedizioni al Polo Sud: quella di Roald Amundsen, coronata dal successo grazie all’uso di sci e cani da slitta, e quella di Robert Falcon Scott, fallita anche a causa della scelta di affidarsi a cavalli e slitte motorizzate, dipendenti dal carburante. Tuttavia, per quanto riguarda lo scialpinismo in senso moderno, il riferimento fondamentale è Marcel Kurz con il suo libro <hi rend="italic">Alpinismo invernale</hi>, pubblicato nel 1925. Qui Kurz usa le espressioni «trionfo dello sci» e «seconda conquista delle Alpi» per spiegare l’importanza della novità che lo scialpinismo rappresenta. È importante sottolineare come lo scialpinismo nasca dalla volontà di voler vivere la montagna in ambiente invernale. Come scrive Kurz riprendendo Arnold Lunn, «nessuno può dire di aver veramente sentito il mormorio delle acque, se non ha sentito il concerto col quale la montagna saluta la primavera» (1994, 111). </p><p rend="text">Al di là di questa breve nota storica, si può dire che, in senso generico, oggi si parla di scialpinismo come di quella pratica in cui ci si dà come obiettivo lo scalare le montagne e arrivare in vetta durante il periodo invernale e primaverile, in condizione, quindi, di innevamento. La salita si effettua con gli sci, a cui vengono apposte pelli di foca artificiali che, facendo attrito sulla neve, permettono di effettuare la progressione esercitando pressione su tutta la superficie dello sci e, quindi, senza sprofondare in caso di neve poco compatta. A questo scopo, attacchi appositi consentono di sbloccare il tallone degli scarponi e facilitare il movimento in salita. In discesa, le pelli di foca artificiali vengono rimosse, gli attacchi bloccati in modo da poter scendere sciando non in stile telemark, ma alpino. Come accennato, Il pericolo maggiore nello scialpinismo è rappresentato dalle valanghe, un rischio costante in ambiente innevato e non controllato. Sebbene non possano essere eliminate del tutto, le valanghe possono essere in parte prevenute attraverso una corretta pianificazione e una buona conoscenza del terreno e delle condizioni nivometeorologiche. In generale, la primavera è considerata una stagione più sicura rispetto all’inverno, grazie a un manto nevoso più stabile dovuto al ciclo di fusione e rigelo dei cristalli di neve. Chi pratica scialpinismo dovrebbe sempre portare con sé il kit di autosoccorso composto da ARTVA (Apparecchio di Ricerca dei Travolti in Valanga), pala e sonda, che sono considerati strumenti fondamentali per localizzare e soccorrere rapidamente chi dovesse essere sepolto dalla neve.</p><p rend="text">Se dal punto di vista della tecnica di salita e discesa non vi sono grandi differenze, le gare di scialpinismo hanno regole codificate rispetto agli obiettivi da raggiungere. Le competizioni di scialpinismo si suddividono in diverse specialità, ciascuna con caratteristiche specifiche. La gara sprint è la più breve e intensa: si svolge su un percorso tecnico della durata di pochi minuti, con salite, cambi d’assetto e discese, ed è pensata per esaltare la rapidità e la destrezza degli atleti. È anche la specialità in cui si concentra il maggior grado di artificiosità, poiché vengono spesso inseriti ostacoli costruiti ad hoc (come rampe o inversioni obbligate). Le gare vertical, invece, si basano unicamente sulla salita, senza sezioni in discesa, e premiano potenza e resistenza muscolare. Infine, le maratone bianche, come il Trofeo Mezzalama sul Monte Rosa o la Pierra Menta nella zona delle Alpi Graie Nord-occidentali, sono gare di lunga distanza, spesso a squadre, con grandi dislivelli, tratti tecnici in cresta e condizioni ambientali complesse. Tuttavia, anche in queste specialità non mancano elementi artificiali, poiché i percorsi vengono tracciati in anticipo con bandierine che indicano la strada da fare. Inoltre, i terreni sono preparati per garantire la sicurezza degli atleti. </p><p rend="text">Ci si può facilmente rendere conto della differenza tra queste tipoligie di gara se si considera l’equipaggiamento richiesto. Nelle competizioni di scialpinismo, l’obbligo di portare con sé l’equipaggiamento di autosoccorso (ARTVA, pala e sonda), infatti, varia in base al tipo di gara e alle caratteristiche del percorso. Nelle maratone bianche e nelle gare di lunga distanza in ambiente naturale questo equipaggiamento è obbligatorio, in quanto il rischio valanghe non può essere escluso e l’autonomia degli atleti è fondamentale per la sicurezza. Diverso è il caso delle gare sprint o vertical, che si svolgono su percorsi maggiormente controllati: in questi contesti, dove il pericolo di valanghe o caduta in crepaccio è praticamente assente, l’obbligo viene meno, e l’equipaggiamento di autosoccorso non è sempre richiesto.</p><p rend="text">Come ultima considerazione preliminare, vorrei spiegare come, negli ultimi anni, molti comprensori sciistici hanno introdotto piste di risalita dedicate agli scialpinisti, rispondendo alla crescente diffusione della pratica. Questi tracciati, separati dalle piste da discesa e segnalati appositamente con pali verdi, permettono agli appassionati di allenarsi in sicurezza, evitando il rischio di collisioni con gli sciatori in discesa. È evidente che la pratica di risalire piste appositamente dedicate riduce totalmente l’esposizione ai pericoli tipici dell’ambiente alpino non controllato, come valanghe o disorientamento. Risalendo le piste dedicate non vi è bisogno di alcun equipaggiamento di autosoccorso e il percorso è, per forza di cose, obbligato.</p><p rend="h2">3. Da gioco a sport</p><p rend="text">Ora che ho chiarito cosa si intende per scialpinismo e come le diverse tipologie di gare sono organizzate, mi concentro sulla definizione di sport in generale. Il mio obiettivo è ricostruire brevemente il dibattito nella filosofia dello sport sulla definizione di sport stesso per mostrare come lo scialpinismo ecceda tale definizione. Per riflettere su cosa si intenda per «sport», è utile partire dalla definizione di «gioco» proposta dal filosofo Bernard Suits nel suo libro <hi rend="italic">La cicala e le formiche. Gioco, vita e utopia</hi>. Secondo Suits, un gioco è costituito da quattro elementi fondamentali: un obiettivo da raggiungere, mezzi specifici per raggiungerlo, regole che limitano l’uso dei mezzi più efficienti e, infine, l’attitudine dei partecipanti, che accettano volontariamente queste limitazioni. Come scrive Suits (2005, 54-5, trad. mia), </p><p rend="quotation_b">giocare un gioco è un tentativo di raggiungere determinati obiettivi, usando mezzi che sono permessi dalle regole. Le regole limitano ed escludono mezzi che potrebbero essere più efficienti e sono accettate perché danno senso al gioco stesso […] Giocare un gioco è il tentativo volontario di superare ostacoli non necessari. </p><p rend="text">Giocare, quindi, significa scegliere liberamente di affrontare ostacoli non necessari, proprio perché sono le regole – e non l’efficienza – a dare senso all’attività. </p><p rend="text">A partire dalla sua definizione di «gioco» e aggiungendo alcuni elementi distintivi, Suits (2007) sostiene che un gioco possa essere considerato effettivamente uno sport quando soddisfa i seguenti criteri: 1) che sia un gioco di abilità; 2) che tale abilità sia di tipo fisico; 3) che il gioco abbia un ampio seguito; e 4) che questo seguito raggiunga un certo livello di stabilità. Come è evidente, i primi due criteri rimandano alla dimensione corporea dello sport, che permette di distinguere attività come la corsa, lo sci o il canottaggio da giochi come Risiko, il burraco o gli scacchi. Nello sport, infatti, è fondamentale il modo in cui il corpo si muove nello spazio. Al contrario, nei giochi non fisici, le ‘mosse’ significative riguardano carte o pedine, che possono essere compiute su superfici fisiche o digitali. Una partita di tennis giocata su un dispositivo elettronico, ad esempio, non viene generalmente considerata un’attività sportiva, ma un videogioco. Il terzo e il quarto criterio, invece, pongono l’accento sulla istituzionalizzazione dei giochi che possono essere considerati sport. Una pratica sportiva può essere considerata istituzionalizzata se le sue norme e regole sono codificate, stabilite e fatte rispettare da organizzazioni e associazioni dedicate. Inoltre, uno sport è tale se vi è un pubblico sufficientemente ampio a seguirne le manifestazioni.</p><p rend="text">Sebbene sia oggetto di dibattito teorico (Meier 1988), la definizione di sport proposta da Suits rappresenta un tentativo articolato di sistematizzare alcune intuizioni largamente condivise circa la natura delle pratiche sportive. Nel presente contributo intendo argomentare che lo scialpinismo, pur condividendo alcuni tratti con le attività sportive, non soddisfa pienamente i criteri individuati da Suits<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_14.html#footnote-006">1</ref></hi></hi>, per una serie di ragioni che, sebbene analiticamente distinguibili, risultano profondamente interconnesse e intrecciate. L’elemento discriminante è costituito dall’ambiente specifico in cui lo scialpinismo si svolge: il contesto montano innevato. Tale ambiente non funge da semplice sfondo, bensì da fattore attivo e condizionante, che impone a chi pratica scialpinismo un costante esercizio di valutazione, adattamento e presa di decisione, finalizzato non solo alla riuscita tecnica dell’itinerario, ma soprattutto alla sua esecuzione in condizioni di sicurezza. Il pericolo principale associato alla pratica è rappresentato dal rischio valanghivo, il quale è strutturalmente connaturato all’attività stessa. Tuttavia, se il pericolo è un dato oggettivo dell’ambiente, il rischio – inteso come probabilità che tale pericolo si concretizzi – dipende fortemente dalle condizioni locali e, in particolare, dalle scelte e dai comportamenti dell’individuo. Un esempio può chiarire questa distinzione: si consideri un primo scialpinista che attraversa in salita e in discesa un pendio ripido e scarsamente consolidato, e un secondo che, pur salendo per lo stesso pendio, ne evita la discesa optando per un itinerario alternativo. In entrambi i casi, il livello di pericolo resta invariato. Tuttavia, la condotta del primo risulta significativamente più rischiosa, in quanto implica un’esposizione prolungata al medesimo fattore di pericolo. </p><p rend="text">È proprio l’ambiente montano, da un lato, a rendere impossibile una vera e propria competizione (con gli altri, con se stessi, con la montagna) e, dall’altro, a richiedere capacità ulteriori rispetto a quelle fisiche per il completamento di una gita di scialpinismo. Tale pratica, infatti, richiede adattamento e giudizio nel valutare l’ambiente e la propria traccia. Nella prossima sezione cerco di argomentare in modo più puntuale e solido le considerazioni che ho appena accennato.</p><p rend="h2">4. Montagna, competizione, giudizio</p><p rend="text">Per comprendere appieno la natura dello scialpinismo, è essenziale riconoscere il ruolo determinante dell’ambiente montano nella possibilità stessa dell’esistenza di tale pratica. Così come cimentarsi con un videogioco di tennis non equivale a disputare una partita reale, giocata con il proprio corpo su un campo in terra rossa, erba o mateco, allo stesso modo non avrebbe senso parlare di scialpinismo se la risalita con le pelli di foca avvenisse lungo una pista artificiale allestita all’interno di una struttura chiusa, appositamente progettata per neutralizzare i fattori naturali e atmosferici che condizionano ogni uscita in ambiente innevato. Lo scialpinismo si caratterizza infatti per il suo svolgersi in un contesto specifico: l’ambiente montano invernale, non controllato né pienamente controllabile dall’essere umano. È proprio l’impossibilità di intervenire direttamente sulle condizioni della neve (sulla sua stabilità, sicurezza e sciabilità) a generare quella dimensione di rischio che è intrinsecamente legata alla pratica, seppur con intensità variabile a seconda degli obiettivi perseguiti. In questo senso, è importante sottolineare come lo scialpinismo non sia semplicemente un’attività che si svolge all’aria aperta, ma un’attività che si confronta costantemente con un ambiente non addomesticato<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_14.html#footnote-005">2</ref></hi></hi> e, quindi, esposto a margini di incertezza difficilmente riducibili.</p><p rend="text">Per meglio comprendere questa distinzione, può essere utile un confronto con altre discipline sciistiche, come lo sci alpino o lo sci nordico. Sebbene anch’essi si svolgano prevalentemente all’aperto<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_14.html#footnote-004">3</ref></hi></hi>, lo fanno in contesti fortemente regolati e modificati. Non si tratta soltanto della presenza di impianti di risalita, ma anche della preparazione sistematica delle piste. Attraverso l’uso di cannoni sparaneve e mezzi battipista cingolati, infatti, il terreno viene reso il più possibile uniforme e scorrevole, ottimizzato per la sciata e il divertimento. Inoltre, in molti comprensori sciistici sono disponibili punti di ristoro che permettono agli sciatori di sostare, rifocillarsi e ripararsi in caso di maltempo o stanchezza. Anche lo sci nordico si svolge solitamente su tracciati regolarmente battuti: sia i binari per la tecnica classica sia le piste per lo skating vengono quotidianamente curati, garantendo così condizioni stabili e prevedibili. Tutto ciò evidenzia come, rispetto a queste pratiche, lo scialpinismo si collochi fuori da un ambiente addomesticato, esigendo un costante confronto con un contesto naturale dinamico, mutevole e non interamente governabile.</p><p rend="text">A mio avviso, l’interazione costante con l’ambiente rappresenta un elemento costitutivo dello scialpinismo. Non si tratta semplicemente di un contesto in cui l’attività si svolge, ma una componente essenziale e strutturante della pratica stessa. In altre parole, non si dà scialpinismo se viene meno questa dinamica interattiva tra persona e ambiente. Ma in cosa consiste, concretamente, tale interazione? Si possono individuare almeno due dimensioni fondamentali. La prima riguarda la variabilità del terreno, in particolare delle condizioni del manto nevoso lungo l’itinerario di salita e discesa. Chi pratica scialpinismo si confronta continuamente con una superficie che muta, talvolta anche in modo repentino. È frequente, ad esempio, passare da tratti con neve trasformata, stabile e facilmente sciabile, ad altri in cui la neve risulta ghiacciata, ventata o crostosa, rendendo la progressione o la discesa più complessa e fisicamente impegnativa. L’esposizione al sole, le zone d’ombra e i microclimi locali contribuiscono a rendere il manto nevoso non omogeneo. Questo richiede un costante adattamento tecnico, anche attraverso l’impiego di strumenti come l’alzatacco, che consente di sollevare il tallone dello scarpone durante la salita, facilitando la progressione su pendii ripidi.</p><p rend="text">La seconda dimensione riguarda la variabilità meteorologica, che in ambiente montano è particolarmente accentuata. Sebbene i bollettini nivometeorologici siano oggi piuttosto accurati, permane un margine significativo di incertezza. In quota, le condizioni possono cambiare rapidamente: fronti perturbati possono giungere con anticipo, gli accumuli nevosi possono risultare più consistenti del previsto e la stratificazione del manto nevoso può rivelarsi più instabile e complessa di quanto suggerito. Per questa ragione, lo scialpinista è chiamato a una vigilanza continua sulle condizioni ambientali, anche attraverso pratiche di osservazione diretta. Un esempio è la cosiddetta ‘prova del bastoncino’, che consiste nell’inserire il bastoncino da sci nella neve per valutarne la resistenza e la coesione, allo scopo di identificare eventuali strati deboli che potrebbero facilitare il distacco di valanghe. Questa prassi, pur semplice, è indicativa del grado di coinvolgimento attivo richiesto. Lo scialpinismo, infatti, implica una lettura costante dell’ambiente e una risposta adattativa da parte di chi lo pratica.</p><p rend="text">Se ha senso ritenere che il cuore dello scialpinismo risieda nell’interazione costante con l’ambiente montano innevato e nella necessità di operare un’analisi continua e consapevole dell’azione nel momento stesso in cui viene compiuta, è possibile individuare due ulteriori caratteristiche fondamentali della pratica: da un lato, l’impossibilità di una competizione in senso proprio; dall’altro, la centralità della capacità di giudizio. Nel seguito, mi concentrerò su questi due aspetti. </p><p rend="text">Per comprendere perché parlare di competizione nello scialpinismo sia fuorviante, è utile chiarire cosa si intenda per «competizione». Senza addentrarsi nei dettagli del dibattito filosofico sul tema (Loy 1968; Kretchmar 2014), si può affermare che una competizione richiede l’esistenza di una gara o di un concorso e, quindi, di un metro di giudizio condiviso che consenta di confrontare in modo ragionevole due (o più) agenti, per determinare chi sia più abile, veloce o capace. Affinché tale confronto sia possibile, è necessario che le condizioni in cui avviene siano comparabili e che i partecipanti condividano caratteristiche sufficientemente simili da rendere il confronto significativo. Nel caso dello scialpinismo, possiamo concepire la competizione in tre forme: contro se stessi, contro la montagna, o contro altri atleti. Tuttavia, nessuna di queste modalità risulta davvero convincente. Prendiamo l’idea di competere contro se stessi. Perché tale competizione abbia senso, è necessario che l’ambiente in cui si svolge l’attività rimanga stabile, così da rendere significativo il confronto tra prestazioni in momenti diversi. Ma, come si è detto, l’ambiente montano in inverno è per definizione instabile, mutevole e non controllabile. Di conseguenza, salire la stessa montagna in due momenti differenti – anche all’interno della stessa giornata – non corrisponde mai alla medesima esperienza: il terreno, la consistenza della neve, la visibilità e la temperatura sono tutti fattori che alterano radicalmente la difficoltà e la natura della salita. In questo senso, si comprende la differenza tra l’allenarsi correndo sempre la stessa distanza su una pista di atletica o nuotando in una piscina standardizzata e il risalire una montagna innevata. Nel primo caso l’ambiente è stabile e ripetibile, nel secondo è irriducibilmente variabile. Questo non significa che chi pratica scialpinismo non abbia mai o non debba avere a cuore la propria performance atletica e che non possa parlare con orgoglio di quanto dislivello riesce a coprire nel corso di un’ora. Semplicemente, parlare di competizione contro se stessi è inappropriato perché non è possibile stabilire una comparazione sensata, dato l’evolversi delle condizioni della neve nel tempo<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_14.html#footnote-003">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il secondo modo in cui si può intendere la competizione nello scialpinismo è come confronto con la montagna stessa. Questa interpretazione, ampiamente diffusa nella tradizione alpinistica, fa uso di un lessico bellico o eroico utilizzando termini quali quelli di ‘conquista’, ‘impresa’, ‘vittoria’, ‘battaglia’ con l’ambiente. Tuttavia, anche questa concezione appare problematica. Attribuire un senso competitivo al rapporto tra l’individuo e la montagna implica un’asimmetria ontologica: la montagna, in quanto entità fisica priva di intenzionalità e di agency, non può essere considerata un vero e proprio avversario con cui gareggiare. In tal senso, parlare di competizione con l’ambiente naturale risulta, sul piano concettuale, poco fondato. Ciononostante, è innegabile che, da un punto di vista soggettivo e psicologico, la personificazione della montagna come entità antagonista sia un meccanismo frequente, che può contribuire a dare senso all’esperienza e a rafforzare la dimensione simbolica dell’impresa.</p><p rend="text">Il terzo modo in cui si può intendere la competizione nello scialpinismo è come confronto tra atleti. Anche in questo caso, tuttavia, il ruolo dell’ambiente si rivela decisivo. Come già sottolineato, la montagna non può essere assimilata a una pista di atletica o a un tracciato stradale su cui si svolgono maratone o gare di ciclismo, dove il terreno e la distanza sono standardizzati e replicabili. In ambito montano, anche variazioni minime, come la presenza di rocce, vegetazione o irregolarità del pendio, possono incidere significativamente sulla progressione, influenzando il numero di inversioni da compiere, la fatica necessaria e, in ultima analisi, il tempo di percorrenza. Questo introduce una tensione strutturale: o si interviene sull’ambiente per omogeneizzarlo, rendendo così possibile una valutazione comparativa delle prestazioni, ma al prezzo di snaturare l’essenza stessa dello scialpinismo; oppure si mantiene l’integrità ambientale della pratica, accettando però che una competizione pienamente equa, nel senso tecnico del termine, non sia realizzabile<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_14.html#footnote-002">5</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il secondo aspetto su cui intendo soffermarmi è la centralità della facoltà di giudizio nella pratica dello scialpinismo. Come già ampiamente discusso, lo scialpinismo si configura come un’attività immersa in un ambiente non addomesticato, disomogeneo e soggetto a mutamenti repentini. Inoltre, si tratta di una pratica intrinsecamente rischiosa, in virtù della costante possibilità che si verifichino eventi valanghivi, pericoli inevitabilmente connessi alla montagna invernale. Per queste ragioni, lo scialpinismo non può essere ridotto a una mera prestazione fisica o atletica. Pur riconoscendo che si tratta di un’attività estremamente esigente dal punto di vista corporeo – che richiede sia una solida resistenza aerobica nella fase di ascesa, sia una buona forza e controllo nella discesa – è altresì necessario sviluppare una competenza interpretativa nei confronti dell’ambiente montano. La facoltà di giudizio si manifesta, ad esempio, nella capacità di ‘leggere’ il terreno, riconoscere i segnali di instabilità del manto nevoso, valutare esposizioni e condizioni meteorologiche, nonché memorizzare elementi naturali (come la presenza di rocce o avvallamenti) che potrebbero fungere da indicatori o da punti di riferimento in caso di emergenza. A tal proposito, è prassi diffusa tra gli scialpinisti esperti identificare durante la salita eventuali barriere naturali che potrebbero, in caso di valanga, segnalare le zone più critiche per il soccorso. Emblematica, in questo senso, è l’idea – ampiamente condivisa nella comunità degli scialpinisti e alpinisti – secondo cui ‘saper andare in montagna’ implica innanzitutto la capacità di rinunciare alla vetta quando le condizioni non garantiscono un margine di sicurezza adeguato. La decisione di tornare indietro non è segno di debolezza, ma espressione di una matura consapevolezza del proprio agire in un ambiente non interamente prevedibile né dominabile.</p><p rend="text">Ricapitolando, ho cercato di argomentare che la condizione di possibilità dello scialpinismo risiede nell’ambiente montano non addomesticato e non controllabile, il quale rende inadeguata una concezione di questa pratica come mera attività fisica o come competizione. Al contrario, ciò che risulta centrale è la capacità di giudizio: la facoltà di valutare i pericoli, di scegliere il percorso più opportuno in condizioni di incertezza, instabilità e rischio. Se tale impostazione è corretta, ne consegue che il fine dello scialpinismo non può consistere nell’arrivare per primi in vetta o nel completare un itinerario nel minor tempo possibile. Lo scialpinismo si configura piuttosto come un’attività in cui, salendo e scendendo una montagna con gli sci, si traccia un percorso libero da vincoli esterni, ad eccezione di quelli imposti dall’ambiente montano invernale. Il suo significato profondo sta nella possibilità di mettersi alla prova in autonomia, seguendo un tracciato non predeterminato, ma generato nel dialogo continuo con l’ambiente, sentendosi – per quanto possibile – parte integrante di esso. Seguendo un ragionamento di ispirazione arendtiana (2004), si potrebbe affermare che, se il principio di natalità costituisce la capacità umana di dare inizio a qualcosa di nuovo, e se in tale atto si manifesta l’essenza stessa dell’umanità<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_14.html#footnote-001">6</ref></hi></hi>, allora lo scialpinismo rappresenta un esercizio di libertà creativa. In quanto generazione di un percorso unico, mai identico ad altri, esso è espressione di un agire libero e non necessario, sebbene inevitabilmente condizionato dalle caratteristiche del terreno e dal meteo. Questa concezione può risuonare con i valori di libertà e autonomia frequentemente evocati da chi pratica lo scialpinismo. In un certo senso, salire le montagne con le pelli può essere interpretato come un atto di ribellione nei confronti di una concezione puramente funzionale del rapporto con la natura: un gesto creativo, non finalizzato alla sopravvivenza, bensì all’espressione di sé. Infine, se è vero che, per ragioni di sicurezza legate al rischio valanghe e alla complessità dell’ambiente, lo scialpinismo è preferibilmente praticato in due o più persone, allora si può sostenere che questa attività richieda la creazione di uno spazio pubblico tra le persone che salgono insieme, fondato sul mutuo riconoscimento. Tale spazio relazionale è, a sua volta, essenziale per la generazione della traccia stessa e dunque per la possibilità di completare con successo l’ascesa e la discesa.</p><p rend="text">In conclusione, l’argomentazione sviluppata consente di comprendere perché, nel linguaggio comune, la componente alpinistica in senso stretto non sia da considerarsi essenziale per la pratica dello scialpinismo. Alla luce della concettualizzazione proposta, infatti, può a buon diritto rientrare nella definizione di scialpinismo anche una salita che non comporti l’attraversamento di ghiacciai con progressione in cordata, né passaggi su roccia, né il camminare lungo creste esposte. Ciò che definisce lo scialpinismo, piuttosto, è il fatto di svolgersi in un ambiente non controllato e non addomesticato, il quale richiede sia competenze fisiche sia capacità di giudizio per poter tracciare il proprio percorso in autonomia e libertà. In questa prospettiva, lo scialpinismo non è determinato né dal grado tecnico della salita o della discesa, né dalla spettacolarità dell’ambiente attraversato: esso si dà tanto su cime di modesta elevazione e su pendii dolci, quanto in contesti più estremi, come canali innevati che richiedano l’uso di dispositivi di autoassicurazione quali le viti da ghiaccio. A essere decisivo, dunque, non è il livello oggettivo di difficoltà, ma l’interazione con l’ambiente e la valutazione che essa richiede per poter tracciare un percorso libero in autonomia.</p><p rend="text">Inoltre, la prospettiva proposta consente di svincolare la definizione dello scialpinismo da una concezione rigidamente incentrata sul rischio estremo e sulla fatica come elementi necessari. Come già argomentato, il rischio rappresenta certamente una componente strutturale dello scialpinismo, poiché il pericolo connesso all’ambiente montano invernale non può essere del tutto eliminato. Tuttavia, la gestione consapevole e competente di tale rischio, in rapporto alle proprie capacità ed esperienze, è parte integrante della pratica stessa. Sebbene per alcuni praticanti il confronto con itinerari particolarmente impegnativi o pericolosi costituisca una motivazione rilevante, non è tale tensione verso il limite a definire l’essenza dello scialpinismo. Se infatti il rischio estremo fosse il cuore della disciplina, risulterebbe incoerente il ricorso a dispositivi tecnologici per l’autosoccorso – come ARTVA, pala e sonda – o all’abbigliamento tecnico destinato a proteggere dal freddo e dalle intemperie. La diffusione e il costante perfezionamento di tali strumenti dimostrano al contrario che la cultura dello scialpinismo si fonda su un’etica della prudenza, della conoscenza e dell’autonomia responsabile. Ciò implica anche un uso selettivo e coerente dei mezzi: ricorrere a un elicottero o a una seggiovia per superare la salita, al fine di ridurre il rischio o la fatica, snaturerebbe la logica stessa della pratica. Lo scialpinismo, nella sua dimensione più autentica, consiste piuttosto nella scelta consapevole di affrontare l’ambiente con i propri mezzi, nella libertà di disegnare una traccia originale sulla neve e nella capacità di compiere scelte che bilancino desiderio di esplorazione e responsabilità.</p><p rend="text">Allo stesso modo, a definire lo scialpinismo non è la fatica che richiede. Salite più lunghe o fisicamente impegnative non possiedono necessariamente un valore superiore rispetto a itinerari meno faticosi o tecnicamente più semplici. In questo senso, l’essenza dello scialpinismo non riguarda la dimensione della sofferenza o della fatica fisica, come talvolta si è portati a pensare parlando di montagna, specie in chiave letteraria. Si pensi, per esempio, al meraviglioso e commovente capitolo “Ferro” del <hi rend="italic">Sistema Periodico</hi> di Primo Levi. Parlando dell’amico Sandro Delmastro, Levi (2005, 400-1) scrive: </p><p rend="quotation_b">D’inverno, quando gli attaccava secco, legava gli sci alla bicicletta rugginosa, partiva di buonora, e pedalava fino alla neve, senza soldi, con un carciofo in tasca e l’altra piena d’insalata: tornava poi a sera, o anche il giorno dopo, dormendo nei fienili, e piú tormenta e fame aveva patito, piú era contento e meglio stava di salute. </p><p rend="text">Non vi è dubbio che, come Delmastro, molti scialpinisti possano provare gioia, gratitudine e fierezza nell’aver affrontare avventure dure, condizioni avverse, momenti di fatica intensa. Tuttavia, non sono queste esperienze a costituire il cuore dello scialpinismo. A mio modo di vedere, Delmastro è uno scialpinista perché in inverno trascina il suo amico Levi «in estenuanti cavalcate nella neve fresca, lontano da ogni traccia umana, seguendo itinerari che sembrava intuire come un selvaggio» (2005, 402). È in questo abbandono delle rotte predefinite, nella capacità di leggere il territorio e lasciarsi ispirare dalla sua forma, che si manifesta il cuore dello scialpinismo. Inoltre, Delmastro porta Levi a febbraio a compiere l’ascensione invernale del «Dente di M.» e in quell’occasione mangiano «la carne dell’orso», che per Levi è «il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino» (2005, 405-6). In questo gesto si rieccheggia una visione dello scialpinismo come espressione di libertà autonoma e responsabile, di esplorazione creativa, nel tentativo di misurarsi con l’ambiente non per dominarlo, ma per inserirvisi attraverso il proprio passaggio.</p><p rend="h2">5. Considerazioni conclusive</p><p rend="text">In questo contributo ho sostenuto che lo scialpinismo non possa essere considerato uno sport nel senso definito da Bernard Suits, ma debba invece essere inteso come una pratica fondata sull’interazione con un ambiente montano invernale non addomesticato, incerto, mutevole e intrinsecamente pericoloso. Proprio questa dimensione ambientale richiede a chi desidera salire e scendere le montagne con gli sci non solo capacità fisiche e tecniche, ma soprattutto una solida capacità di giudizio nella valutazione del terreno, dei pericoli e delle condizioni esterne. Scialpinismo significa anche saper rinunciare, quando necessario, ai propri obiettivi e desideri, accettando l’imprevedibilità dell’ambiente. Ho inoltre argomentato che, per le stesse ragioni legate alla natura del contesto in cui si svolge, lo scialpinismo non si presti a essere interpretato in termini competitivi. Per rendere l’ambiente montano comparabile tra partecipanti, infatti, è necessario intervenire pesantemente sul terreno: segnare percorsi, tracciare linee obbligate, uniformare il tracciato. Ma così facendo, si perde l’elemento essenziale dello scialpinismo, ovvero la libertà di disegnare il proprio percorso in autonomia, comprendendo e rispettando l’ambiente montano.</p><p rend="text">Questa riflessione può essere interpretata in due modi. In chiave radicale, si potrebbe sostenere che qualsiasi forma di competizione attualmente denominata ‘gara di scialpinismo’ – siano esse sprint, vertical o maratone bianche – non possa in realtà essere considerata una vera gara di scialpinismo, ma piuttosto una corsa in salita con gli sci. Da questa prospettiva, parlare di ‘gare di scialpinismo’ sarebbe un errore concettuale. In una chiave più moderata, si può invece proporre una distinzione tra i vari formati competitivi, valutandoli in base a quanto si discostano dall’essenza dello scialpinismo. Seguendo questa linea interpretativa, si può essere in sintonia con la posizione di alcuni atleti del movimento #saveskimo, secondo cui le formule sprint e vertical si sono ormai allontanate troppo dallo spirito dello scialpinismo, al punto da dover essere rifiutate come rappresentazioni autentiche della disciplina. Al contrario, le cosiddette ‘maratone bianche’ potrebbero essere ancora considerate parzialmente compatibili con lo scialpinismo, in quanto, pur modificando l’ambiente e imponendo un percorso, mantengono comunque una certa esposizione al rischio e richiedono ancora una capacità di lettura e di interpretazione della montagna.</p><p rend="text">È chiaro che in questo contributo non mi sono occupata di valutare da un punto di vista normativo le cosiddette competizioni di scialpinismo. Tuttavia, a partire dalle argomentazioni sviluppate, è possibile sostenere che, sebbene le gare sprint, vertical (e persino le maratone bianche, se si adotta l’interpretazione radicale) non possano essere ricomprese nella pratica dello scialpinismo, esse restino attività perfettamente legittime. Se vengono descritte più correttamente come ‘gare di corsa in salita con gli sci’, e non come ‘gare di scialpinismo’, si può pensare che non siano sbagliate perché, per esempio, avvicinano le persone alla montagna rendendola maggiormente fruibile. Allo stesso modo, risalire le piste con le pelli lungo i tracciati segnalati all’interno di comprensori sciistici può non essere propriamente scialpinismo, ma può rappresentare un valido punto d’accesso per chi desidera avvicinarsi a questa pratica. D’altro canto, si può sostenere che le competizioni etichettate come scialpinistiche rischino di offrire una rappresentazione distorta di ciò che lo scialpinismo è nella sua essenza. In particolare, il pericolo è che alimentino l’illusione che questa attività sia innanzitutto una sfida atletica, oscurando invece la dimensione centrale del giudizio autonomo, della gestione del rischio e dell’interazione consapevole con un ambiente complesso e instabile. In questa sede non intendo prendere posizione su tale questione, che tuttavia non può essere elusa. Visto che non richiede infrastrutture permanenti, lo scialpinismo rappresenta una forma di frequentazione della montagna invernale potenzialmente più sostenibile e meglio adattabile a un contesto di cambiamento climatico e, per questa ragione, è necessario ragionare sulle sue trasformazioni e sulle modalità della sua crescente popolarità<hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_14.html#footnote-000">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="h2">Riferimenti bibliografici</p><p rend="bib_indx_bib">Arendt, H. 2004 (1958). <hi rend="italic">Vita Activa. La condizione umana</hi>. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_14.html#footnote-006-backlink">1</ref></hi> Dal mio punto di vista, o lo scialpinismo non è uno sport (cfr. Causarano 2020 a proposito dell’alpinismo), o è uno sport <hi rend="italic">sui geniris</hi>, come quelli che Krein (2015; 2014) definisce «nature sport».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_14.html#footnote-005-backlink">2</ref></hi> Affermare che lo scialpinismo richiede un ambiente non addomesticato non implica che la montagna debba essere inviolata o completamente inesplorata affinché la pratica possa realizzarsi. In questo senso, la dimensione dell’esplorazione di territori ignoti o mai attraversati non è condizione necessaria per il darsi dello scialpinismo. Ciò che conta è il confronto con un ambiente che esercita un’influenza significativa sulla pratica, in quanto non pienamente controllabile o prevedibile. È questa relazione con un contesto naturale parzialmente indeterminato a costituire un elemento distintivo dello scialpinismo.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_14.html#footnote-004-backlink">3</ref></hi> In questo contesto, è significativo constatare l’esistenza di alcuni comprensori indoor, come quello di SNØ in Norvegia, dove è possibile praticare sci alpino e nordico tutto l’anno.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="xml_14.html#footnote-003-backlink">4</ref></hi> Questo incidentalmente spiega perché capita molto spesso di salire le stesse montagne senza provare un senso di noia, ma anzi provando piacere nell’aumentare la conoscenza dell’ambiente in condizioni differenti.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_14.html#footnote-002-backlink">5</ref></hi> Ritornerò su questo punto nella sezione conclusiva riprendendo la discussione sul movimento #saveskimo.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_14.html#footnote-001-backlink">6</ref></hi> Come è noto, per Arendt, l’azione politica autentica è caratterizzata dalla libertà, intesa come capacità di iniziare qualcosa di nuovo, di compiere l’inaspettato. Tale capacità affonda le sue radici nel concetto di natalità: «il nuovo inizio insito nella nascita può farsi sentire nel mondo solo perché il nuovo venuto possiede la capacità di iniziare qualcosa di nuovo, cioè di agire» (Arendt 2004, 8).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_14.html#footnote-000-backlink">7</ref></hi> Un progetto interessante e su cui si dovrebbe discutere maggiormente è quello di <hi rend="italic">Homeland</hi> (<ref target="https://homeland-explore.it/it">https://homeland-explore.it/it</ref>) a Montespluga, in provincia di Sondrio. Si tratta di un comprensorio senza impianti di risalita in cui vengono offerti percorsi dedicati alle escursioni invernali, valorizzando un approccio alla montagna sostenibile e rispettoso.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Giulia Bistagnino, University of Florence, Italy, <ref target="mailto:giulia.bistagnino@unimi.it">giulia.bistagnino@unimi.it</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Giulia Bistagnino, <hi rend="italic">Natura, giudizio, libertà. O perché non possiamo davvero fare una gara di scialpinismo,</hi> © Author(s), <ref target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0891-8.14">10.36253/979-12-215-0891-8.14</ref>, in Mirko Alagna, Sara Benvenuti, Giovanna Lo Monaco (edited by), <hi rend="CharOverride-3">Homo Horizontalis</hi><hi rend="italic">. Ascesi fisiche e ascese alpinistiche</hi>, pp. -175, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0891-8, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0891-8">10.36253/979-12-215-0891-8</ref></p>
      
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          <head>References</head>
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