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        <title type="main" level="a">1. Letteratura e Alpinismo</title>
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          <resp>This is a section of <title>&lt;i&gt;Homo Horizontalis&lt;/i&gt;</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0891-8</idno>) by </resp>
          <name>Mirko Alagna, Sara Benvenuti, Giovanna Lo Monaco</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
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        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0891-8.17</idno>
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        <p>The following profiles concern a broad selection of mountaineering autobiographies, from de Saussure to the present day. They contain a brief synopsis highlighting the meaning of mountaineering, ascent techniques, and the stylistic and structural specificities of the texts. Each profiles is signed.</p>
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            <item>Mountaineering Literature</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0891-8.17<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0891-8.17" /></p>
      <p rend="h1_chapter">1. Letteratura e Alpinismo </p><p rend="h1_author ParaOverride-1">Giovanna Lo Monaco, Clementina Greco</p><p rend="h2">Introduzione</p><p rend="text">Nella storia dell’alpinismo, il racconto autobiografico – nella forma del classico <hi rend="italic">récit d’ascension</hi> e nelle sue varianti nel tempo – costituisce per i praticanti il veicolo privilegiato di autorappresentazione e legittimazione delle proprie scelte, e si connota come uno strumento imprescindibile per la comprensione del senso e dei significati, individuali ma anche sociali, assunti dall’alpinismo stesso. </p><p rend="text">Davanti a una produzione letteraria vastissima che attraversa i continenti, sono stati selezionati alcuni dei testi ritenuti maggiormente rappresentativi, da<hi rend="italic"> Voyages dans les Alpes</hi> di de Saussure fino ai nostri giorni e con particolare attenzione agli alpinisti italiani, fornendo di ciascuno di essi una breve scheda descrittiva. Le schede, poste in ordine alfabetico per autore, contengono una breve sinossi in cui è stato dato rilievo, oltre che alle vicende narrate, al significato attribuito all’alpinismo, alle ragioni per cui gli autori hanno scelto di dedicarvisi e alle modalità in cui hanno scelto di praticarlo, con riguardo anche alle tecniche di ascensione. Si è inoltre dato conto delle specificità stilistiche e strutturali dei testi. Ciascuna scheda è firmata dalle autrici.</p><p rend="h2">Scheda 1</p><p rend="h2">Aste, Armando. 1988.<hi rend="boldItalic"> Cuore di roccia</hi>. Calliano: Manfrini [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il volume è un fototesto autobiografico dal contenuto piuttosto eterogeneo: alle fotografie di montagne, di alpinisti e di fiori si alternano, infatti, testi poetici, brevi riflessioni, remoti ricordi familiari e, soprattutto, racconti di ascensioni. In conclusione, si trova un’appendice contenente alcune relazioni tecniche di scalate significative. La presentazione, scritta dall’amico Cesare Maestri, delinea già il tipo di alpinista ‒ e di uomo ‒ che è Armando Aste: «la montagna diventa un pertugio per sfuggire al grigiore della monotona <hi rend="italic">routine</hi> quotidiana e l’alpinismo un mezzo per “Essere” e non certo per “Avere”, e così fedele a questo principio Armando rafforza la resistenza al sacrificio, l’impegno religioso, il rispetto per i valori umani» (Maestri, p. 10). Nel brano <hi rend="italic">Canto della valle</hi> l’autore racconta come sia sorto in lui l’amore per la montagna quando, da piccolo, si avventurava tra le pareti rocciose presso l’abitazione dei nonni. La prima ascensione narrata risale al 31 luglio 1953 quando, con l’amico Fausto Susatti, attacca la parete Est della Cima Sud di Pratofiorito. Dopodiché è la volta della solitaria della via Graffer allo “Spallone” del Campanile Basso, vissuta con timore e, al contempo, esaltazione. Giunto in vetta, Aste scrive: «Mi richiusi in me stesso. Ad ascoltare. Perché nessun motivo dell’armonia, che arpeggiava intorno, andasse perduto» (p. 22). Le ascensioni si susseguono, in solitaria o in cordata, ‒ una nuova via nella parete Nord-Ovest della Punta Civetta; la prima solitaria della via Tissi sulla Torre Venezia; la prima ascensione della via Concordia sulla Cima d’Ambiez; la parete Sud-Est della Tofana di Rozes ecc. ‒ e Aste si sofferma sull’attesa, sulle emozioni provate nel corso della salita, sui panorami mozzafiato, tralasciando a volte i meri dettagli tecnici. Interessante il corposo capitolo <hi rend="italic">Diario del sesto grado</hi>, organizzato in brevi paragrafi, che racconta di ascensioni significative compiute da Aste dal luglio 1956 ‒ come il diedro Nord-Ovest del Civetta ‒ al settembre 1961. Numerose considerazioni vengono dedicate al ricordo degli amici Fausto Susatti e Andrea Oggioni, scomparsi prematuramente durante una scalata, e riflette: «Quante giovani vite troncate dalla passione alpina. Quante croci. Le vie della montagna sono costellate di queste croci… dolorosamente» (p. 70). Dopodiché, Aste dedica un capitolo all’amico Armando Biancardi, alpinista e giornalista di montagna, che ammira come un maestro. In seguito, torna a descrivere le sue ascensioni, dall’eccezionale parete Nord dell’Eiger alle eccezionali scalate sulle Ande che, per numero e rilevanza, vengono raccolte nei capitoli <hi rend="italic">Diario </hi><hi rend="italic">patagonico </hi>e in<hi rend="italic"> Il pilone ha detto no</hi>. Nel breve brano <hi rend="italic">Sottovoce</hi> Aste polemizza brevemente per l’impatto che innovazione, tecnologia, turismo e trasporti ha sui luoghi montani. Nel capitolo <hi rend="italic">Cuore di roccia</hi>, l’autore racconta la dolorosa spedizione di recupero, nel 1975, delle salme degli amici Filippo Frasson e Marco Bianchi caduti sul Fitz Roy. Nei capitoli successivi ricorda, invece, suo padre e Marino Stenico, alpinista considerato da lui come un maestro. È riportata, inoltre, un’intervista pubblicata sulla rivista <hi rend="italic">Giovane Montagna</hi> nel numero di aprile-giugno 1981. Seguono la poesia <hi rend="italic">L’assillo</hi>; il racconto dell’ascensione al Cuerno Sur del Paine del 1983; un capitoletto che raccoglie le sue riflessioni riguardo alla pratica alpinistica; un capitolo riguardante una spedizione in Patagonia del 1985; la poesia <hi rend="italic">Preghiera della sera</hi> e un pensiero al fratello Antonio colpito dalla meningoencefalite virale. In <hi rend="italic">Le tavole della legge</hi>, Aste ragiona sulla convinzione di Reinhold Messner ‒ alpinista da lui molto stimato ‒ che non esista la morale e che, soprattutto, non vada cercata nell’alpinismo. Secondo l’autore, al contrario, la morale esiste e viene indicata da Dio attraverso i Comandamenti, i quali devono guidare l’essere umano in ogni circostanza, anche durante un’ascensione. Il volume si conclude con il testo poetico <hi rend="italic">Ultima ascesa</hi> e il breve capitolo <hi rend="italic">Finire</hi> in cui si dichiara «deluso di certa specie di fauna che frequenta le incomprensibili altezze dei monti» (p. 275). Il linguaggio è evocativo, il lessico è tendenzialmente ricercato e la sintassi è caratterizzata da periodi molto brevi. Dalla lettura del volume, emerge come Aste sia principalmente rocciatore, talvolta solitario talaltra in cordata. Utilizza staffe, chiodi, corde e moschettoni, solitamente si lega ma non è raro che proceda in libera. L’autore chiarisce il senso del suo alpinismo in un brano collocato all’inizio del volume, <hi rend="italic">Il passo</hi>, in cui scrive: «Ritorni alla montagna che non può ingannare. A lei dai tutto l’amore che gli altri non hanno voluto. E lassù ti rifugi quando appena ti è concesso. Lassù scopri te stesso. Riveli a te stesso la tua statura. Ritrovi fiducia nei valori veri della vita. Quasi una “compensazione” […] per quanto hai dovuto sopportare in umiliazioni, in restrizioni, in dolori» (p. 18). La conoscenza di sé e l’autoaffermazione sono alla base della sua attività alpinistica che, lungi dall’essere una ricerca di gloria o di fama, rappresenta «un mezzo […] per giungere al solo grande unico ideale: la Conoscenza. Che è poi il possesso di Dio» (p. 35). </p><p rend="h2">Scheda 2</p><p rend="h2">Barmasse, Hérve. 2015. <hi rend="boldItalic">La montagna dentro</hi>. Bari-Roma: Laterza [Giovanna Lo Monaco]</p><p rend="text">Il volume è suddiviso in brevi capitoli in cui si alterna il racconto di momenti differenti, secondo un fitto incastro di <hi rend="italic">flashback</hi> che movimenta il racconto della vita e della carriera dell’alpinista a partire dalla giovinezza. Il memoriale inizia quando nei primi anni Novanta, a Cervinia, Barmasse si dedica allo sci, con il ricordo di una brutta caduta e della successiva operazione chirurgica. Segue, con un passo indietro all’infanzia, il ricordo del padre, Marco, guida alpina così come il nonno, Gino, prima di lui, e delle vacanze dai nonni sul Cervino. Con il padre avviene il primo approccio alla montagna, sempre sul Cervino, a metà degli anni Novanta, che, tuttavia, non lascia Hervé particolarmente entusiasta; sarà con la seconda scalata, ancora sul Cervino, d’inverno, che Barmasse si appassionerà all’alpinismo; col tempo diventerà anche lui guida alpina come il padre e il nonno. La “Gran Becca” è in effetti la montagna che più di altre segna l’esistenza e la carriera di Barmasse: l’autore racconta della solitaria sulla via Grassi-Casarotto e di altre imprese compiute sui suoi versanti, ma anche della vita nelle località montane, tra l’avanzata del turismo e le tradizioni in via di sparizione. Tra le molte esperienze vissute in montagna, racconta anche delle spedizioni e delle esplorazioni in Asia e in Sud America: la prima in Nepal, nel 2000, durante la quale un errore di acclimatamento – con conseguente ipossia – lo porta a riflettere sui limiti di una sprovveduta ambizione. Seguono le spedizioni in Pakistan; la seconda offre il viatico al ricordo della morte dell’amico Massimo Farina – con il quale aveva scalato molte vie, tra cui la via Padre Pio prega per tutti sulla Gran Becca – a lui accomunato dall’esigenza di conoscere il proprio limite, oltre che dalla «ricerca del nuovo» (p. 76). Segue il racconto della prima scalata al Becka Bracai con Simone Moro nel 2008. Il Cerro Piergiorgio, su cui nel 2008 traccia una nuova via sulla inviolata parete nord-ovest, è una delle montagne su cui l’autore si sofferma maggiormente, dopo il Cervino. A proposito del Piergiorgio Barmasse insiste sul fascino della natura selvaggia del luogo, ma è questo uno degli elementi ricorrenti del volume, in cui l’autore fa spesso riferimento, non soltanto alla natura con cui entra in contatto, ma anche al fascino del selvaggio incontrato sui racconti d’avventura, che si rivelano come una delle sue maggiori fonti di ispirazione. «Sin da piccolo ho sempre ricercato l’avventura. […] Non per eroismi, o ricerca di fama e successo, ma per una necessità, per un bisogno che sento dentro di me» (p. 151), scrive, prima di una lunga digressione in cui ripercorre l’avventura dell’esploratore Ernest Shackleton e del suo equipaggio, dispersi in Antartide nel 1914 dopo un lungo periodo di strenua sopravvivenza; il richiamo a Shackleton si pone, non a caso, mentre racconta del percorso con la slitta attraverso lo Hielo Continental Sur, «la terza calotta glaciale più grande della terra» (p. 153), per arrivare al Cerro Riso Patrón. Tuttavia, l’avventura per Barmasse non richiede necessariamente grandi viaggi: «ero sempre più convinto che sulle Alpi ci fosse ancora spazio per l’avventura e la ricerca del nuovo, sempre più lontano dall’idea che l’avventura fosse un’esclusività da ricercare solo su montagne lontane di paesi esotici» (p 182). Nel 2011 l’alpinista avvia infatti una nuova impresa, il progetto Exploring the Alps, con il quale si propone di aprire tre nuove vie, nell’arco di un anno, rispettivamente sul Monte Bianco, il Monte Rosa e il Cervino: «L’obiettivo andava al di là della ricerca dell’exploit, volevo far emergere, oltre all’aspetto tecnico delle scalate, un po’ di sano romanticismo» (<hi rend="italic">ibidem</hi>). In solitaria sul pilastro sud-est del Picco Muzio, sul Cervino, dopo aver raccontato delle nuove vie La Classica Moderna sul Bianco, in cordata, e Viaggio nel tempo sul Rosa, aperta con il padre Marco, Barmasse racconta di quella che definisce la sua prova più difficile, sul Cervino, in solitaria sul Picco Muzio: dopo un primo tentativo fallito, l’alpinista ritenta con più convinzione questa impresa che sembra andare «oltre il buon senso e la razionalità» (p. 192). Una volta raggiunta la cima, trova il padre, salito per un altro percorso, ad accoglierlo. I racconti di Barmasse sono anche racconti di vita familiare e affettiva: uno degli ultimi capitoli è infatti dedicato alle scalate con la compagna, un altro è invece dedicato al ricordo della prima scalata al Couloir dell’Enjambée, sul Cervino, compiuta con il padre nel 2005, la quale, oltre che rappresentare un momento portante dei rapporti padre-figlio, coincide con un vero e proprio passaggio di consegne tra generazioni di alpinisti. Il volume presenta, del resto, continui richiami al passato dell’alpinismo, comprese le esperienze del padre e del nonno, e presenta un fitto intarsio di citazioni, da Bonatti – racconterà anche del suo incontro con Bonatti –, Guido Rey, Mummery, Gorret e altri grandi dell’alpinismo, così come ai diari del padre. Il racconto personale è, cioè, sempre intrecciato alle esperienze di chi è venuto prima lasciando la sua eredità e tiene costantemente a fronte del racconto del vissuto quello della tradizione dell’alpinismo. L’idea di alpinismo che filtra dal racconto e su cui Barmasse si sofferma a più riprese è chiaramente ispirata ai principi del Nuovo mattino – anch’esso ricordato tra le tappe dell’alpinismo – e in particolare all’idea di un alpinismo di ricerca, votato all’avventura e alla ricerca del nuovo, l’idea di un alpinismo come gioco, senza l’ossessione dei numeri e dei primati, senza eroismi: «in montagna esiste una sfida per tutti. Un sogno da realizzare nel cuore di ognuno di noi. […] Tutti dovrebbero vivere la montagna al proprio livello. Imparando a sviluppare l’arte della rinuncia, a riconoscere e a confrontarsi con i propri limiti. Sono le emozioni che proviamo a rendere grande ciò che facciamo» (pp. 148-49). Come da tradizione, il racconto è accompagnato da fotografie, a carattere prevalentemente didascalico, raccolte in due piccole appendici distribuite nel mezzo del libro. L’accuratezza dell’intreccio narrativo e lo stile, semplice ma mai banale, dell’autore, nonché la ricchezza dei rimandi non solo alla letteratura alpinistica ma anche alla più ampia tradizione letteraria, fanno di questo volume un prodotto senz’altro meritevole.</p><p rend="h2">Scheda 3</p><p rend="h2">Benuzzi, Felice. 1947. <hi rend="boldItalic">Fuga sul Kenya</hi>. Milano: L’Eroica [Clementina Greco]</p><p rend="text">Una breve premessa spiega al lettore che le trentuno illustrazioni ‒ il cui indice è collocato in fondo al libro ‒ contenute nel volume sono state realizzate dall’autore durante l’avventura raccontata. I primi capitoli del testo riportano l’esperienza di prigionia vissuta dall’autore a Changamwe, poi in un agglomerato di baracche e, infine, al campo 354 a Nanyuki presso il monte Kenya. Mentre il tempo sembra arrestarsi, racconta Benuzzi, «innesti la bobina del vecchio film della tua vita ed assisti, spettatore stupefatto ed interessato, allo spettacolo visivo, sonoro, parlato e cantato» (p. 17). La noia, la mancanza di igiene, la totale assenza di <hi rend="italic">privacy</hi>, la spasmodica attesa della posta, la necessità di biancheria utilizzabile, «la degradazione della personalità umana» (p. 24), il senso di inutilità e di estraneità dal mondo traspaiono vividamente dal testo. Benuzzi inizia a organizzare con l’amico Giovannino, ex-sergente degli alpini mutilato, Enzo e Giuàn un’ascensione sul monte Kenya nel gennaio 1943. Durante i sei mesi di preparazione, Benuzzi e i suoi amici cercano di costruire l’attrezzatura necessaria con materiali di scarto. Nel terzo capitolo, l’autore racconta la vera e propria fuga «verso le solitarie vette equatoriali» (p. 140) di domenica 24 gennaio 1943 tra alberi, bestie pericolose e sentinelle di guardia. In seguito, i tre devono risalire il letto di un fiume e attraversare una foresta di bambù, rischiando più volte di perdere l’orientamento e le forze, per poi giungere, finalmente, alla base del ghiacciaio. Benuzzi scrive: «Noi, che amavamo la nostra montagna, perché rappresentava la mèta, anzi l’essenza stessa della nostra fuga, la riconquista di noi stessi, noi, della nostra montagna, ignoravamo tutto» (p. 211), conoscendo solo alcune descrizioni riportate nei libri e che qui l’autore riassume. L’inizio dell’ascensione vera e propria è tema del sesto capitolo, in cui Benuzzi insiste sui dettagli paesaggistici e sulle emozioni provate scalando la roccia granitica. L’autore e Giuàn tentano dapprima di ascendere il Batian invano, dopodiché riescono a raggiungere la cima del Lenana su cui issano la bandiera italiana. In seguito, la combriccola stremata fa ritorno al campo di prigionia e, come narrato nella parte conclusiva del volume, deve scontare delle punizioni per l’impresa. La lettura è avvincente perché l’avventura è raccontata con una prosa brillante, scorrevole e ricca di <hi rend="italic">suspence</hi>. Dal punto di vista tecnico, Benuzzi scala con corde, ramponi e piccozze. Non emergono particolari considerazioni circa la pratica alpinistica che viene descritta dall’autore soprattutto sotto la lente delle difficoltà affrontate. Benuzzi si sofferma, inoltre, sui paesaggi che destano meraviglia e stupore nell’alpinista, uomo privilegiato che può accedere all’incontaminato.</p><p rend="h2">Scheda 4</p><p rend="h2">Boardmann, Peter. 2014 (1978). <hi rend="boldItalic">La Montagna di luce</hi>. Milano: RCS [Clementina Greco]</p><p rend="text">Questo <hi rend="italic">récit d’ascension</hi> contiene, oltre a una cronologia della spedizione in India del 1976 per scalare la parete Ovest del Changabang, degli appunti ‒ segnalati nel testo dal corsivo ‒ di Joe Tasker che offrono un punto di vista alternativo riguardo ad alcuni fatti. Il primo capitolo, intitolato <hi rend="italic">Dall’ovest</hi>, presenta le riflessioni dell’autore mentre lavora presso il British Mountaineering Council ed è costretto, suo malgrado, a sopportare incontri, conferenze, interviste riguardanti la sua impresa sull’Everest e che lo dipingono come un eroe. La fama, però, non lo inorgoglisce, al contrario, lo svilisce e gli fa avvertire un’amara solitudine per l’impossibilità di condividere davvero le sue esperienze. È proprio in questa fase che si chiede chi siano gli alpinisti: «occidentali eroi di professione? Parassiti in fuga che giovano all’avventura? Ossessionati disertori che vogliono fare qualcosa di diverso? Scontenti ed egomaniaci che non si assoggettano alla disciplina del conformismo?» (p. 7). La <hi rend="italic">routine</hi> e lo sconforto vengono spezzati, però, dalla proposta di Joe Tasker di scalare la parete Ovest del Changabang. Il racconto prosegue con i preparativi della spedizione e la partenza per Delhi del 22 agosto. In seguito, l’autore racconta delle peripezie, soprattutto burocratiche, che lui e Tasker devono affrontare a Delhi prima di potersi recare alla base del Changabang. Sono interessanti le riflessioni di Boardman sulla società indiana, colpita da povertà, fame, sovraffollamento e assenza di igiene. Dopodiché, i due alpinisti e l’ufficiale di collegamento, Palta, cominciano il faticoso viaggio, di villaggio in villaggio, per avvicinarsi alla montagna, mentre i portatori trasportano l’attrezzatura necessaria all’ascensione. Giunto di fronte al Changabang, infine, Boardman scrive: «tutte le montagne, di tutto il mondo, hanno qualcosa in comune. Ora, in mezzo a loro, ero a mio agio…non sembrava più che fossimo in India. Potevo capire tutto» (p. 63). In seguito, Tasker e l’autore trascorrono diverso tempo nelle rispettive tende a leggere e a scrivere appunti o riflessioni sull’esperienza. Tasker, per esempio, scrive riguardo a Boardman: «la sua sonnolenza a volte è noiosa. Non che sia pigro, semplicemente non pensa» (p. 65). Dopodiché, i due cominciano una fase di studio della parete Ovest del Changabang, rendendosi conto dell’inadeguatezza delle fotografie come strumento valutativo. Quando tutto è pronto, Tasker e Boardman iniziano ad attaccare la parete ghiacciata con ramponi e piccozza. Il quarto capitolo racconta le vicende successe tra il 21 e il 27 settembre, giorni concitati durante i quali Tasker e Boardman affrontano la parete. L’autore così descrive la sua esperienza: «era un’arrampicata in libera, magnifica, difficile, ripida, per lo più d’incastro o d’opposizione, lungo fessure con roccia rugosa. […]. Questo era ciò per cui ero andato fin lì. Ero venuto per il brivido fisico dell’arrampicata e non per oscillare pericolosamente su sottili corde fisse» (pp. 94-5). Boardman evidenzia come sia lui che Tasker registrino fatti, paesaggi, impressioni, pericoli ecc. con mezzi diversi: l’uno scrivendo appunti, l’altro scattando fotografie. Difficoltà di ogni genere, dal freddo alla nevicata, dalla gelata alle dita di Boardman all’impossibilità di cucinare, occupano il quinto capitolo che si conclude con la loro ritirata al campo avanzato. Nelle pagine successive, viene descritto l’incontro con Neko Colevins e Graham Stephenson di una cordata americana che sta tentando di scalare la cresta Sud-Ovest del Dunagiri: oltre al non sentirsi più isolati, l’autore e Tasker ammirano soprattutto l’attrezzatura e l’abbigliamento estremamente innovativi dei colleghi statunitensi. L’attacco all’Upper Tower, che avviene tra il 9 e il 13 ottobre, durante il quale Boardman cade per dodici metri, occupa il settimo capitolo, caratterizzato dalla descrizione dettagliata dei vari passaggi tecnici affrontati dai due alpinisti che spesso sono mossi da competizione. L’ottavo capitolo si apre con una poesia riguardante la montagna per poi proseguire con il racconto del raggiungimento della Rampa e poi, finalmente, della vetta. Boardman così descrive la sensazione di essere in cima al Changabang: «odiavo l’idea di scendere la parete ovest. […]. Per un momento mi sentii di saper tutto sul mondo. Ma quel sentimento di invincibilità era un’illusione dell’orgoglio, perché dovevano ancora scendere» (p. 213). In seguito, Tasker e Boardman iniziano la discesa e, una volta giunti ai piedi del Rhamani Glacier, incontrano Corradino Rabbi, il capo della spedizione italiana al Garhwal, e Ruth Erb, membro della spedizione americana, che comunica ai due alpinisti il decesso di suo marito e altri tre amici sul Dunagiri. Boardman e Tasker decidono, così, di andare a recuperare i corpi. La tragica esperienza viene così avvertita dall’autore: «la morte di quei quattro ci aveva fatti sentire vivi fin nell’intimo. Quello era sentire la vita, sentire che eravamo rimasti» (p. 243). L’ultimo capitolo è dedicato al ritorno a casa, durante il quale l’autore traccia un bilancio dell’impresa: «avevamo esaltato l’idea di scalare la Parete. Per due mesi ci aveva dato qualcosa in cui credere, aveva costituito un punto fermo della nostra vita. […] non potei non riconoscere un po’ preoccupato che la nostra determinazione a senso unico aveva assunto i colori del fanatismo» (p. 256). La prosa di Boardman è scorrevole, avvincente e facilmente comprensibile, pur ammettendo dei periodi ricercati. Il lessico è comune ma spesso vede inserti di vocaboli tecnici. In base a quanto descritto nel testo, Boardman scala usando corde, piccozze, ramponi, staffe, chiodi di vario genere ‒ soprattutto <hi rend="italic">knife</hi><hi rend="italic"> blade</hi> ‒, martelli da ghiaccio, moschettoni e fettucce. È interessante la sua riflessione quando, rimasto solo al campo base ‒ come raccontato nell’ultimo capitolo ‒, prende coscienza dell’impatto degli alpinisti sull’ambiente: «le spedizioni avevano portato la devastazione in quel luogo. C’era tutta la spazzatura di roba buttata via o rotta e gli spiazzi per le tende erano stati scavati nel pendio con muretti di sassi costruiti attorno. Ora che ero da solo mi sembrava un vandalismo» (p. 247). Nel primo capitolo, inoltre, Boardman ragiona sui cambiamenti occorsi all’alpinismo e, in particolare, sull’assenza dell’elemento esplorativo, misterioso, incognito: «c’è una relazione sottile tra località reale e rappresentazione mentale. […]. Le frontiere di oggi non sono di terre promesse, di colli invalicati o di valli misteriose. […]. Oggi l’alpinista-esploratore deve guardare a pareti inaccesse, a creste inviolate e portarvi l’equipaggiamento, le tecniche e le mentalità sviluppatesi negli ultimi quaranta anni. […]. Ci sono così tante vie, una così grande documentazione che solo la propria interiorità rimane da esplorare» (p. 17). </p><p rend="h2">Scheda 5</p><p rend="h2">Boccalatte, Gabriele. 1997 (1939). <hi rend="boldItalic">Piccole e grandi ore alpine</hi>. Torino: Vivalda [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il volume viene pubblicato postumo dalla vedova di Boccalatte, Ninì Pietrasanta, che decide di dare alle stampe i diari dell’alpinista dopo la sua scomparsa. Ogni capitolo, dunque, corrisponde a un anno e le varie esperienze annotate dall’alpinista sono introdotte dall’indicazione del giorno e del mese. Il libro è corredato da nove fotografie in bianco e nero, dotate di didascalie esplicative. Il primo capitolo, <hi rend="italic">1932</hi>, prende avvio con la scalata del Cervino da parte di Boccalatte, Giusto Gervasutti e Guido De Rege, passando per la cresta di Furggen a fine febbraio. L’autore, che registra puntigliosamente le temperature raggiunte sia al sole che all’ombra, racconta che l’impresa viene compiuta senza corde d’assicurazione e utilizzando i ramponi. Dopodiché, l’autore descrive la salita alla cresta tra il Monte Mallet e l’Aiguille de Rochefort con Renato Chabod, compiuta in giugno, poi è la volta della fessura Knubel, dell’Aiguille Verte e della parete Nord delle Jorasses in luglio: il 14 luglio viene segnalato l’incontro con Ninì Pietrasanta che, il 17, lo medica alla testa dopo una caduta dalla parete. In seguito, Boccalatte e il suo gruppo scalano una punta del Monte Bianco che chiamano Pointe Ninì per poi tornare velocemente al rifugio Leschaux, dove si ritrovano con alpinisti tedeschi, austriaci, svizzeri, francesi e polacchi che riempiono «il rifugio di chiodi, moschettoni e staffe. […]. Sembra l’officina di un fabbro!» (p. 40). Il mattino successivo, Amilcare Cretier, Lino Binel, Pietrasanta e Boccalatte devono soccorrere ‒ invano ‒ due tedeschi precipitati dalla parete Nord del Dru e l’autore commenta: «Fra tutte le guide francesi che si trovano al Montenvers, pur avendo saputo della triste notizia, nessuna si è offerta per venire in soccorso dei caduti. In terra francese, sono solamente quattro italiani che si muovono per soccorrere due tedeschi!» (p. 41). Boccalatte racconta poi dell’ascensione al Petit Dru, al Requin passando per la via Dibona e alla cima Madonna. Successivamente, vengono narrate le imprese alpinistiche compiute da Boccalatte e i suoi amici dal febbraio all’ottobre 1933 ‒ tra cui il Pic Gamba, l’Aiguille Noire, il Tour della Brenva, l’Aiguille du Diable, il colle delle Jorasses, la direttissima al Monte Bianco di Courmayeur, l’Aiguille des Glaciers, la Cima Grande di Lavaredo per la via Dülfer e lo spigolo della Fiammes dove Pietrasanta usa la sua cinepresa ‒ descritte come una serie di avventure in comitiva. È interessante che Boccalatte riferisca di una riunione a Cortina d’Ampezzo del Congresso del CAAI il 9 settembre 1933, durante la quale Domenico Rudatis «propone l’accettazione delle donne nell’accademico» (p. 86). L’autore poi riporta le scalate compiute nel 1934 dal mese di luglio a ottobre: il Mont Fréty con Pietrasanta e Rivero ‒ Boccalatte e la donna indossano un costume da bagno per praticità ‒, l’Aiguille della Brenva con Gervasutti e Pietrasanta, il Monte Bianco, l’Aiguille Noire de Peuterey ‒ «Bellissima la salita del diedro, tutto delicato; […]. Sensazioni raffinate dell’arrampicamento e dell’equilibrio» (p. 100) ‒ il Corno Stella e la Punta Plent. Nella primavera del 1935, così come riportato nel quarto capitolo, Boccalatte compie alcune ascensioni insieme a cordate del CAI e del GUF. Durante l’estate si susseguono le scalate, tra cui il Meije, l’Aiguille della Brenva in direttissima per la parete Est, il Pic Adolphe, l’Aiguille Noire de Peuterey per la parete Ovest e il Pan di Zucchero della Civetta con i fedelissimi Gervasutti, Chabod e Pietrasanta. Il quinto capitolo riguarda le scalate del 1936 con amici e Pietrasanta, dal mese di maggio a quello di settembre, tra cui la prima ascensione alla Punta Mafalda per lo spigolo Nord-Est, l’Aiguille de l’Eveque passando per la parete Est, l’Aiguille Blanche de Peuterey, il Mont Blanc du Tacul e il Mont Rouge du Triolet. Il capitolo si conclude con quest’annotazione, datata 28 ottobre: «Da compagna di cordata, Ninì diventa oggi la compagna della vita. Viaggio di nozze a Parigi» (p. 202). Nel 1937, Boccalatte inizia le sue ascensioni già a gennaio, tentando invano di scalare il Dent Blanche con Alfonso Castelli. Seguono gite, allenamenti, momenti conviviali e ascensioni, sempre con amici alpinisti e la moglie. Il 3 luglio quest’ultima e l’autore si recano a Roma per ricevere le medaglie al valore atletico da parte del CONI ‒ consegnate da Mussolini ‒ per l’impresa sul Mont Blanc du Tacul. L’ultimo capitolo racconta le ascensioni del 1938, tra cui un’invernale del Cervino con Castiglioni. Il diario si conclude con un appunto del 12 luglio in cui Boccalatte riporta di aver trascorso il pomeriggio in uno <hi rend="italic">chalet</hi> con amici alpinisti, alcuni tedeschi, la moglie e il figlio, mentre il volume termina con alcune righe scritte da Ninì Pietrasanta in ricordo del marito. Trattandosi di diari pubblicati postumi, il libro appare più come una sorta di raccolta di appunti che di un’autobiografia vera e propria. La sovrabbondanza di incisi e l’adozione di un lessico piuttosto comune rendono la lettura rapida, scorrevole e di facile comprensione anche per i non addetti ai lavori. Durante le ascensioni indossa ramponi o pedule, utilizza chiodi, staffe e corde di assicurazione ma talvolta arrampica slegato. Dichiara di trovarsi «molto più sicuro dov’è in gioco l’equilibrio e la leggerezza» (p. 148), evitando al contrario passaggi in cui è necessario esclusivamente l’uso della forza. Nel corso del quarto capitolo, Boccalatte esprime la sua opinione riguardo all’alpinismo e, in particolare, si sofferma sulla sostanziale differenza di senso tra l’esperienza di una prima ascensione e quella di una ripetizione che prevede l’«impegno di superare le sole difficoltà tecniche (piantando magari un’infinità di chiodi)» (p. 139). Dalle pagine del suo diario emerge la sua costante ricerca della bellezza, della via più elegante, dello stile di arrampicata più armonico, presentandosi al lettore quasi come un esteta dell’alpinismo italiano. </p><p rend="h2">Scheda 6</p><p rend="h2">Bonatti, Walter. 1983 (1961). <hi rend="boldItalic">Le mie montagne</hi>. Milano: Rizzoli. [Clementina Greco] </p><p rend="text">Il volume, corredato da numerose fotografie, è introdotto da una prefazione in cui l’autore chiarisce il senso che ha per lui l’alpinismo: «È, al di là del sano esercizio atletico, un motivo di conquista interiore; è un modo di affinamento spirituale, di godimento interiore; è una scuola di responsabilità, di spartana sincerità verso se stessi e gli altri. E tutto questo è vissuto nel magnifico scenario naturale della montagna» (p. 5). Bonatti dichiara, inoltre, di essersi in qualche modo rifugiato sulle montagne, fin da piccolo, per sfuggire ai contatti con una società costituita, a suo avviso, da individui «troppo spesso subdoli e interessati» (pp. 6-7), stabilendo per lui un’identità fra la «contrapposizione tra mondo naturale e mondo sociale» e «tra felicità e infelicità» (p. 7). Enucleati con efficacia tali punti focali per presentarsi e per presentare le sue imprese alpinistiche, l’autore inizia il racconto, in ordine cronologico, delle avventure vissute sulle terre alte dal 1949 al 1961. Si segnalano, però, delle prolessi, aggiunte nella riedizione degli anni Ottanta, in cui l’autore descrive i ritorni, su certe cime, a distanza di anni dalle prime avventure. Il libro, un vero e proprio compendio di narrazioni ascensionali, si apre, quindi, con Bonatti che ricorda di essere stato attratto dal monte Alben che «innescava la […] fantasia grazie alle sue bianche crode vaporose» (p. 9), per poi iniziare a scalare in Grigna con alcuni amici ‒ Andrea Oggioni, Camillo Barzaghi, Carlo Casati, Aldo Pozzi e Iosve Aiazzi ‒, ogni domenica, a partire dal Campaniletto. Il capitolo successivo è dedicato alla prima grande impresa compiuta da Bonatti e da Luciano Ghigo nel 1951: la scalata della parete Est del Grand Capucin. L’autore racconta anche i tentativi falliti insieme a Barzaghi e a Ghigo, descrivendo la seconda prova come «una penosa fuga verso l’alto per sopravvivere alla disidratazione» (p. 15). Il terzo approccio, nuovamente con Ghigo, è vincente, sebbene le condizioni metereologiche siano avverse. Segue il paragrafo prolettico <hi rend="italic">Sul Grand Capucin, venticinque anni dopo</hi>, in cui Bonatti racconta di aver scalato nuovamente la cima, passando per la sua via, nel giugno 1976. A distanza di quindici anni, trova sulla parete Est dei chiodi ad espansione e commenta: «questo genere di agganci, la cui applicazione richiede la perforazione della roccia, è veramente ingiustificabile e squalificante. […]. Resta allora da capire il perché di tanta profanazione, spregiudicatezza e cattivo gusto su una parete così» (p. 22). Ciò che qui interessa, infatti, è che l’autore fornisca una sorta di spiegazione al ritiro dall’alpinismo estremo: «Perché così mi piaceva fare essendo io libero di farlo. Ma fu anche per una questione di principio, o meglio, di rifiuto al dilagante alpinismo cosiddetto d’avanguardia di quel tempo, ridotto nella maggioranza dei casi a scadente competizione di intenti e di mezzi, competizione in cui la crescente mediocrità di chi l’accetta è l’elemento fertilizzante» (pp. 20-1). Segue un’aspra polemica ‒ riportante citazioni da periodici specializzati e da volumi dedicati all’alpinismo ‒ nei confronti di Luigi Ghedina e Lino Lacedelli che dichiarano ‒ mentendo, secondo Bonatti, Robert Paragot e Lucien Berardini ‒ di aver ripetuto la via Bonatti, nell’agosto del 1951, in meno di ventiquattro ore. Nel capitolo successivo, l’autore racconta una serie di ascensioni invernali, compiute con Carlo Mauri nel 1952, delle pareti Nord delle Cime di Lavaredo. Dopodiché, ampio spazio è riservato alla vicenda del K2 del 1954, vale a dire la conquista della seconda cima più alta del mondo, in seguito a una spedizione nazionale italiana guidata da Ardito Desio e per la quale viene convocato anche un giovane di soli ventitré anni: Walter Bonatti. Il bilancio che l’autore ricava da tale esperienza, di cui racconta i dettagli dal 28 al 31 luglio ‒ con particolare accuratezza per quanto riguarda gli accordi presi la notte del 29 con Lacedelli e Compagnoni circa la posizione del campo per l’indomani ‒, è «un grosso fardello di esperienze personali negative, direi fin troppo crude per i miei giovani anni» (p. 44). Ricche di tensione risultano le pagine che ricostruiscono lo stato d’animo e le condizioni fisiche di Bonatti e Mahdi, intenti a portare le bombole d’ossigeno a Lacedelli e Compagnoni che, per tutta risposta, nonostante non rispettino gli accordi evitano perfino di andare incontro ai due compagni o di mostrare la loro esatta posizione. Costretti a bivaccare senza tenda a 8100 m s.l.m., sotto una tormenta, Bonatti e Mahdi devono affrontare una notte nella cosiddetta ‘zona della morte’ e la loro disperazione viene descritta dall’autore con <hi rend="italic">pathos</hi>. Il paragrafo <hi rend="italic">In margine all’impresa del K2</hi> viene scritto e aggiunto in questa riedizione del 1983: contiene la trascrizione dell’atto di querela per diffamazione nei confronti dell’autore di un «calunnioso servizio giornalistico» (p. 64) e del direttore della <hi rend="italic">Nuova Gazzetta del Popolo della domenica</hi>; delle dichiarazioni del ministro D’Acunzo, responsabile dell’inchiesta; la trascrizione di un passo tratto dal volume <hi rend="italic">Uomini sul K2</hi> di Compagnoni; e il commento sferzante ma circostanziato di Bonatti che confuta le dichiarazioni di Lacedelli, di Compagnoni, di Desio, del giornalista Giglio, la ricostruzione inesatta di Gogna e Messner e la mappa lacunosa dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Seguono capitoli dedicati all’ascensione solitaria del pilastro Sud-ovest del Dru del 1955, dopo tre tentativi falliti; alla traversata sci-alpinistica delle Alpi compiuta nel 1956 in sessantasei giorni con Luigi De Matteis, Alfredo Guy e Lorenzo Longo; al tentativo di ascensione al Monte Bianco per la via della Poire, il giorno di Natale del 1956, con Silvano Gheser, durante cui muoiono due alpinisti incontrati sul luogo, Jean Vincendon e François Henry; alla scalata del Bianco per la via Poire nel 1957 con Marcello Bareux e a un viaggio nella Cordillera Patagonica del 1958. Seguono le intense pagine che raccontano la conquista del Gasherbrum IV ‒ «nella sua conquista ho riposto il simbolo e il trionfo della mia fede» (p. 147) ‒ con Riccardo Cassin, Beppe De Francesch, Toni Gobbi, Fosco Maraini, Carlo Mauri, Giuseppe Oberto e Donato Zeni, coadiuvati da ben 480 portatori assoldati a Skardu. Le ultime pagine sono riservate alla prima ascensione del Pilastro Rosso di Brouillard nel 1959 ‒ che Bonatti così commenta: «non avrei mai intrapreso la scalata del Pilastro Rosso se avessi saputo che mi avrebbe riservato un’esperienza quasi tragica; però neppure l’avrei fatta se lo stesso Pilastro non fosse esistito così com’è, bello e misterioso nel suo fascino. Potrebbe sembrare strano, ma è proprio su questa apparente contraddizione che si regge l’alpinismo tradizionale» (p. 155) ‒ e all’ascensione del Rondoy Nord, nel gruppo andino di Huayhuash. La conclusione asciutta ma sentita è una commemorazione di Andrea Oggioni, amico e compagno di numerose scalate, morto per sfinimento nel 1961 durante il tentativo di ascensione del Pilone Centrale del Monte Bianco. La prosa di Bonatti è chiara, analitica, scorrevole, dal lessico accessibile e dalla sintassi prevalentemente paratattica. L’autore si sofferma sui passaggi salienti delle ascensioni effettuate e riporta anche le condizioni metereologiche, trasmettendo al lettore, inoltre, emozioni e riflessioni. Scala utilizzando chiodi, staffe, martelli, moschettoni, cunei di legno e corde dapprima di canapa, poi di nylon e di seta. Il senso del suo alpinismo è manifesto durante l’intera narrazione autobiografica, ma è in prevalenza nei primi capitoli che chiarisce la sua visione. Innanzitutto, l’ascensione è per lui un «confronto serrato tra uomo e natura» (p. 14), le cui «componenti essenziali» (p. 26) sono il «mistero e [il] senso dell’impossibile […] mancando le quali un’impresa si riduce a un semplice esercizio atletico» (p. 26). In secondo luogo, Bonatti avverte «l’intima gioia che si prova dominando le proprie debolezze nella lotta che impegna ai limiti delle possibilità» (p. 11) e prova, infine, «anche la soddisfazione di riuscire a passare là dove altri ripiegavano» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). </p><p rend="h2">Scheda 7</p><p rend="h2">Bonington, Chris. 1977 (1976). <hi rend="boldItalic">Everest. 33 giorni di scalata sulla parete Sudovest</hi>. Milano: Rusconi. [Clementina Greco] </p><p rend="text">Il <hi rend="italic">récit d’</hi><hi rend="italic">ascension</hi> è un fototesto costituito da sedici capitoli titolati e accompagnati da riferimenti temporali specifici, da una prefazione scritta da Lord Henry Cecil John Hunt, da undici appendici, da un indice analitico, da novantaquattro fotografie e da numerose illustrazioni relative, soprattutto, ai percorsi scelti nei vari tentativi effettuati per la conquista della parete. Una caratteristica senz’altro interessante del volume è che sono riportati stralci del diario dell’autore e di quelli dei suoi compagni, offrendo al lettore più punti di vista riguardo all’impresa in Nepal. Nella prefazione, Lord Hunt ‒ noto per aver guidato la spedizione britannica sul Monte Everest del 1953 ‒ presenta l’organizzazione che conduce Bonington a scalare, al secondo tentativo, la parete Sudovest dell’Everest, soffermandosi su equipaggiamento, tecniche, forza di volontà e qualità della squadra. Nel primo capitolo, Bonington si ricollega al tentativo fallito di scalare la parete Sudovest dell’Everest nell’autunno 1972 e ripercorre le tappe che lo conducono a una nuova spedizione nell’autunno del 1975. In seguito, l’autore si sofferma sulla ricerca di finanziatori ‒ tra cui spicca la Barclays Bank ‒, sul reclutamento di una squadra equilibrata ‒ composta da Martin Boysen, Doug Scott, Dougal Haston, Nick Estcourt, Paul Braithwaite, Pete Boardman, Allen Fyffe, Hamish MacInnes, Mick Burke, Dave Clarke, Mike Thompson, Ronnie Richards, Mike Rhodes, Jim Duff, Adrian Gordon e Charlie Clarke ‒ e sull’individuazione di un percorso più efficace di quello del 1972. Dal quarto capitolo, invece, inizia il viaggio effettivo per raggiungere l’Everest, ma è solo in quello successivo che l’enorme comitiva, costituita da ottanta <hi rend="italic">sherpa</hi> e venticinque europei, stabilisce il Campo base. Dopodiché, il gruppo affronta la temibile Cascata di Ghiaccio in soli cinque giorni arrivando al Cwm Occidentale. La Parete Sudovest viene attaccata per la prima volta da Tut Braithwaite e Nick Estcourt nella seconda settimana di settembre, quando Bonington decide improvvisamente di spostare il Campo 4. Charlie Clarke, in questa occasione, così lo descrive: «Chris sembra un maniaco […]. La sua voce, via radio, rivela la sua incontrollata esuberanza […]. È proprio un grande leader, a dispetto di tutte le critiche che gli vengono rivolte. Non esiste un altro con una personalità tale da saperci comandare e, in fondo, lo rispettiamo» (p. 144). Il decimo capitolo riporta dettagliatamente l’attacco, organizzato per piccoli gruppi, alla Grande Gola Centrale tra valanghe, nevicate e intoppi tecnici, mentre i due successivi riguardano le operazioni ‒ compiute da Braithwaite ed Estcourt ‒ attraverso la Fascia Rocciosa. In seguito, l’autore riporta i suoi ragionamenti riguardo alla conquista vera e propria della vetta stabilendo una serie di ascensioni, a cominciare da Scott e Haston i quali, essendo i veri e propri protagonisti della scalata alla cima, prendono voce nel quattordicesimo capitolo, composto da una serie di loro appunti. Nel quindicesimo e nel sedicesimo capitolo è la volta di Boardman, Burke e lo <hi rend="italic">sherpa</hi> Pertemba che, in effetti, arrivano in vetta ma durante la discesa vengono colti da una valanga che provoca la morte di Burke. Tra angoscia e imprevisti di vario genere, la spedizione ha successo e il gruppo riesce a fare ritorno. La prima appendice riporta una breve scheda sui membri della spedizione ‒ tra cui spiccano i nomi degli <hi rend="italic">sherpa</hi>, dei quali sono indicati anche l’età, il villaggio di provenienza e il campo più alto raggiunto ‒ e sul diario degli eventi. La seconda appendice riporta gli appunti di Bonington sulla logistica, comprendenti dei grafici esplicativi, che l’autore definisce «utili a chiunque voglia programmare una spedizione tipo assedio, in cui sia installata una serie di campi, collegata da corda fissa» (p. 274). L’autore riporta anche i cinque sistemi di matrici con cui viene elaborato il programma della spedizione da Stephen Taylor. Le altre appendici riguardano l’organizzazione ‒ scritta da Cheney ‒, i trasporti ‒ di Richards e Stoodley ‒, l’equipaggiamento ‒ di Clarke ‒ con una descrizione dettagliata delle <hi rend="italic">boxes</hi> da parete e da vetta progettate da Hamish MacInnes, i viveri ‒ di Thompson ‒, il sistema di ossigenazione ‒ di MacInnes ‒, le comunicazioni ‒ di Richards ‒, le fotografie ‒ di Scott ‒, i filmati ‒ di Stuart ‒, le medicine ‒ di Clarke. L’ultima appendice è formata da un glossario di termini tecnici. La scrittura di Bonington è equilibrata, elegante ed essenziale. L’autore riporta minuziosamente i dettagli delle operazioni che permettono l’ascensione della parete Sudovest ma si sofferma più e più volte sulle emozioni e sui ragionamenti provati durante quest’esperienza. Dal punto di vista tecnico, come evidenziato nella prefazione da Lord Hunt, la squadra usa corde fisse e tutti gli scalatori sono agganciati per mezzo di uno <hi rend="italic">jumar</hi>. Bonington e compagni fanno largo uso di bombole di ossigeno sia di giorno che di notte, indossano scarponi con ramponi e, tra i vari attrezzi del mestiere, utilizzano corde, chiodi, ancoraggi <hi rend="italic">deadman</hi>, martelli da ghiaccio e piccozze. Si rileva come Bonington evidenzi più volte il fatto di aver recuperato materiale lasciato dalla spedizione giapponese del 1973 che definisce «immondizie appena scavate» (p. 143) per poi chiarire, alla fine del volume, di aver anch’egli abbandonato sulla parete buona parte dell’equipaggiamento. Una breve riflessione sulla pratica alpinistica chiude l’ultimo capitolo del libro in cui Bonington spiega che l’egoismo è parte integrante dell’essere scalatori, senza di esso non sarebbe possibile rischiare la vita lasciando a casa parenti e amici. Traccia, infine, un bilancio della conquista appena effettuata e scrive: «Non è il caso di parlare di scarso interesse quando si affrontano cime meno alte di quelle dell’Everest, perché se si riducono le dimensioni della squadra si può sempre conservare il senso della sfida che è l’essenza stessa dell’arrampicare. […]. Una delle gioie dell’alpinismo, in questo mondo che si restringe rapidamente, è che gli alpinisti delle generazioni future potranno ancora scoprire luoghi mai esplorati nelle più grandi catene montuose della terra» (p. 255). </p><p rend="h2">Scheda 8</p><p rend="h2">Buhl, Hermann. 2007 (1954). <hi rend="boldItalic">È buio sul ghiacciaio</hi>, a cura di Kurt Diemberger, trad. it. di Irene Affentranger. Milano: Corbaccio. [Clementina Greco] </p><p rend="text">L’autobiografia è costituita da otto capitoli di varia lunghezza suddivisi in paragrafi. Buhl inizia a raccontare la sua carriera alpinistica partendo dalle prime avventure sulle montagne nei pressi di Innsbruck, compiute da ragazzino indossando solo calze di lana o tuttalpiù degli scarponi da sci. Quando viene ammesso nella sezione di Innsbruck del Club Alpino, impara ad arrampicare in corda doppia piantando chiodi con il martello. Nel 1939, come racconta lo stesso Buhl, perde in un’ascensione il suo amico Ernstl Vitavsky con il quale aveva condiviso la passione per l’alpinismo fin dall’infanzia. Nonostante le sue imprese eccezionali, infatti, Buhl dà conto delle morti cui assiste scalando, mostrando il tragico risvolto dell’attività. Nel secondo capitolo, l’autore ricostruisce cronologicamente le sue scalate, avvenute in compagnia di Waldemar Gruber, presso il Tirolo settentrionale, etichettabili con il sesto grado di difficoltà. In particolare, il paragrafo intitolato <hi rend="italic">Ritorno alla vita</hi> racconta della terribile caduta di Buhl e di Gruber sul Fleischbank nel 1943 di ben sessanta metri, riuscendo a sopravvivere per puro caso. Si susseguono racconti di eccezionali ascensioni come la parete Ovest della Maukspitze, delle Tre Cime di Lavaredo, della parete Sud del Goldkappel, del Monte Bianco, delle Jorasses, dell’Eiger e, in particolare, del Nanga Parbat. I preparativi di quest’ultima spedizione, in partenza il 16 aprile 1953, la descrizione dell’imponente «Montagna del terrore» (p. 200) e i dettagli dell’ascensione occupano l’intero ottavo capitolo, contraddistinto da una prosa coinvolgente e quasi sempre angosciante. Nell’ultimo paragrafo, Buhl tira le somme sulla sua impresa e si autorappresenta come il discendente di una “dinastia” di alpinisti che hanno attaccato, nel corso degli anni, il Nanga Parbat «by fair means» (p. 261): Mummery, Welzenbach, Merkl, Frankhauser e Hartmann. Dall’edizione del 1958 in poi, l’autobiografia di Buhl viene arricchita da una relazione scritta da Kurt Diemberger riguardo alla spedizione al Broad Peak e al Chogolisa, compiuta dallo stesso Diemberger, Buhl, Marcus Schmuck e Fritz Wintersteller nel 1957, che risulterà fatale per Buhl. Quest’ultimo, inoltre, dedica un paragrafo alla moglie Eugenie con la quale compie le ascensioni della Marmolada, del Pizzo Bernina e del Pizzo Palù e di cui si dichiara «orgoglioso» (p. 165). La prosa di Buhl è caratterizzata da coinvolgenti descrizioni delle ascensioni che pongono in rilievo i pericoli affrontati coraggiosamente dall’alpinista. L’autore adotta un registro linguistico medio e un lessico raramente tecnico. Esperto rocciatore, Buhl inizia a dedicarsi alle scalate sul ghiaccio dalla fine degli anni Quaranta, frequentando prima un corso speciale di tecnica sul ghiaccio, poi studiando la letteratura esistente su precedenti ascensioni e poi sperimentando egli stesso. Già nel 1943, l’alpinista usa la tecnica dei nodi di Prusik che sono autobloccanti bidirezionali. Fin dalle prime scalate, Buhl rileva la presenza di chiodi fissi alle pareti delle montagne vicino a Innsbruck: «là stanno infissi alcuni chiodi […] fanno una presa magnifica» (p. 17). Inoltre, i luoghi alpini da lui visitati sono notevolmente affollati, da quanto risulta dalla narrazione. Nel secondo capitolo del volume, l’autore afferma che gli alpinisti più anziani rimproverano a lui e ai suoi coetanei di non avere più rispetto della montagna ma lui ribatte che «il rispetto è rimasto in ogni caso il medesimo; quel che per contro si è trasformato è l’atteggiamento nei confronti dell’alpinismo e della difficoltà tecnica» (pp. 28-9) poiché gioia e paura si mescolano in un’ascensione che è sfida a sé stessi. Buhl sa che l’uomo è «meschinamente piccolo, insignificante» (p. 29) nei confronti della natura ed è per questo che utilizza i mezzi che ha a disposizione tra cui chiodi, piccozze, corde e medicine che facilitino la circolazione sanguigna. Riguardo ai cambiamenti della pratica alpinistica, inoltre, egli racconta che «all’avvicinarsi dell’estate del 1946 nella cerchia degli scalatori estremi si fa strada per la prima volta il discorso della “diretta”» (p. 62). Nel 1952, compie l’ascensione della parete Nord-est del Pizzo Badile, descritta accuratamente nel sesto capitolo del volume in cui si legge: «c’è un’intera compagnia di persone radunata in vetta […], saluto la schiera di giovani italiani […]. La nostra conversazione è molto amichevole, anzi cordiale, e per l’ennesima volta si dimostra che per gli alpinisti non esistono frontiere nazionali. Sulle montagne contano esclusivamente l’uomo e ciò che esso è capace di compiere» (pp. 171-72). Nonostante ci si aspetti che Buhl comunichi la felicità del raggiungimento della vetta, soprattutto sull’Eiger e sul Nanga Parbat, all’alpinista «l’importanza di questo istante […] sfugge del tutto» (p. 240). Egli prova piacere, ebbrezza e soddisfazione più nel percorso dell’ascensione che a compimento dell’impresa. Dalle pagine dell’autobiografia, Buhl emerge come un instancabile alpinista – «approfitto con diligenza di ogni ora libera per allenarmi» (p. 18) – animato da un’ardente passione per la montagna: «io, nulla a che spartire con le montagne? Ma se privato di esse non avrei potuto vivere! Non pensavo, sognavo, respiravo per nulla che non fosse montagna» (p. 24).</p><p rend="h2">Scheda 9</p><p rend="h2">Cassin, Riccardo. 2014 (2001). <hi rend="boldItalic">Capocordata</hi>. Milano: RCS. [Clementina Greco] </p><p rend="text">L’autobiografia, introdotta da una <hi rend="italic">Premessa dell’autore</hi>, è suddivisa in due parti, per un totale di diciannove capitoli, la cui cesura è rappresentata dalla fine della Seconda guerra mondiale. Cassin racconta la sua vita da alpinista, soffermandosi, però, anche su numerosi elementi biografici che arricchiscono notevolmente la narrazione. Quest’ultima muove dall’infanzia dell’autore che spiega la sua attrazione per le montagne come pura evasione da una vita in pianura caratterizzata da duro lavoro e privazioni. Come racconta nel primo capitolo, la sua passione per l’alpinismo prende avvio da una scalata tra amici della Punta Cermenati sul Resegone ‒ che lo porta a contrarre «una “malattia” ben nota agli alpinisti» (p. 14) ‒ seguita dalla Grigna che diventa la sua “palestra” da rocciatore. Nel 1929, fonda a Lecco, con i suoi amici del rione di San Giovanni, un Gruppo Rocciatori presso il circolo sportivo “Nuova Italia”, che viene controllato e, solo raramente, finanziato dal partito fascista. Il secondo capitolo si apre con il tentativo di scalata della parete Sud/Sud-est Medale, compiuto nell’autunno 1930 con Carlo Corti, terminato con una rovinosa caduta per Cassin che gli vale solo una lussazione di un ginocchio e delle ferite. L’anno successivo, traccia una nuova via sulla parete Est della Guglia Angelina con Mary Varale ‒ che «si rivela compagna d’eccezione, vigile, pronta, del tutto affidabile» (p. 32) ‒ una sul Sigaro Dones insieme a Giovanni Riva, un’altra sulla Corna del Medale, sul Torrione Palma e sul Pizzo d’Eghen. Cassin racconta anche la sua prima volta sulle Dolomiti che rappresentano per lui ‒ come per molti alpinisti ‒ una tappa obbligatoria. Qui incontra Tita Piaz che, secondo Cassin, «accanto a Preuss […] e a Dülfer […] segna una tappa fondamentale nella storia dell’alpinismo» (p. 64). Tra le varie scalate raccontate nel quarto e nel sesto capitolo, una lunga descrizione delle imprese alpinistiche è dedicata alle Tre Cime di Lavaredo, dove Cassin compie prime ascensioni, apre pareti inedite e ripete vie in tempi record. In particolare, si evidenzia la competizione tra alpinisti italiani e tedeschi per l’ascensione della parete Nord della Cima Ovest di Lavaredo, vinta infine da lui e Vittorio Ratti nel 1935. Altre imprese importanti raccontate dall’autore nella prima parte del volume sono l’ascensione della parete Nord-est del Pizzo Badile nel 1937 che vede la morte di Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi durante la discesa; la direttissima delle Grandes Jorasses con Esposito Tizzoni, insieme al quale scala anche la parete Nord-est dell’Aiguille de Leschaux. Il decimo e ultimo capitolo della prima parte del volume, intitolato <hi rend="italic">La</hi><hi rend="italic"> lotta partigiana</hi>, si apre con una citazione emblematica dell’alpinista Bruno Detassis: «in montagna ci si va per essere liberi. Senza la libertà l’alpinismo non esiste più» (p. 221). In queste pagine, infatti, l’autore si concentra sulla sua attività di partigiano per il Comitato di Liberazione Nazionale in qualità di capo del Gruppo Rocciatori della Brigata di Lecco. Nel secondo dopoguerra, Cassin diventa il presidente del CAI di Lecco, promuove il Gruppo dei Ragni della Grignetta e diventa presidente della Commissione Nazionale delle Scuole d’Alpinismo. Le imprese da lui raccontate nella seconda parte del libro ‒ la parete Nord-ovest della Prima delle Tre Sorelle, nel Sorapiss; la Guglia del Diavolo; la traversata della Costiera di Sciara; la parete Nord del Roseg, la parete Sud del McKinley, la parete Ovest del Jirishanca nelle Ande; la parete Sud del Lhotse; alcune vette del Caucaso e una serie di ripetizioni ‒ sono tratte dai suoi appunti, per cui le descrizioni sono più sintetiche delle precedenti. Interessante il capitolo <hi rend="italic">Ricognizione </hi><hi rend="italic">al K2</hi> in cui Cassin narra la sua esperienza in Pakistan, soffermandosi sulla gente, gli usi e i paesaggi locali. Il racconto è completato dalle considerazioni riguardo alla sua esclusione dall’impresa del K2, dalle quali emerge la slealtà di Ardito Desio ‒ «mi sorge il dubbio, del resto confermato dai fatti, che si agisca in tal modo per timore che la mia reputazione oscuri quella di Desio. […]. E, se proprio non aveva intenzione di dichiarare il vero motivo della mia esclusione, non avrebbe dovuto basarla su una fasulla “non idoneità” fisica» (pp. 263-64). Ottiene, però, la sua rivincita guidando la spedizione sul Gasherbrum IV, riportata qui nei minimi dettagli. Si raccontano, inoltre, le operazioni di soccorso e di recupero di salme compiute nel corso degli anni da Cassin in montagna dal 1928 al 1958. Il testo si chiude con <hi rend="italic">Il mio colloquio con la montagna</hi>, nel quale l’autore si sofferma su un tema che attraversa per intero il volume, il sistema dell’arrampicata artificiale che, sostiene, «non costituisce la fine dell’alpinismo: è solo il suo volto moderno imposto dalle necessità» (p. 410). La scrittura è descrittiva, il lessico è prevalentemente comune ma, talvolta, è tecnico perché l’autore incede minuziosamente sulle manovre compiute in parete, dando modo al lettore di immaginare e di comprendere appieno le sue imprese alpinistiche. Essendo un fabbro, Cassin riesce a forgiarsi i chiodi e i martelli da solo, scalando con scarponi chiodati, corda e piccozza. Dalla fine degli anni Venti, lui e il suo gruppo usano l’assicurazione con chiodi sia nelle fermate sia in parete. Nel terzo capitolo, che comincia con la scalata della parete Est del torrione centrale dei Magnaghi del 1933, racconta di quando, sul Nibbio, il suo Gruppo Rocciatori apprende della salita a doppia corda con la salita a forbice e dell’utilizzo delle staffe. Cassin, prima di iniziare ogni stagione alpinistica, si allena su pareti accessibili e dal basso grado di difficoltà e, come spiega nel primo capitolo della seconda parte, si dedica all’alpinismo verticale esclusivamente in estate e in autunno a causa delle condizioni in cui versano le pareti da scalare. Il suo alpinismo, nonostante abbia le radici nella ricerca di evasione, si alimenta del «piacere della conquista» (p. 39) che è direttamente proporzionale alle difficoltà affrontate per il raggiungimento dello scopo. Ripensando alle sue scalate degli anni Trenta, afferma: «la nostra era l’epoca del sesto grado: l’audacia e la decisione erano le note dominanti della nostra gioventù» (p. 147). Il paesaggio montano è mero sfondo di una narrazione così strutturata: preparazione della scalata, attacco della parete, manovre e tecniche adottate per superare le difficoltà, arrivo in vetta e discesa. Interessante la considerazione di Cassin sull’usanza degli alpinisti di erigere degli “ometti” con delle pietre sulle cime, vedendola «come una presa di possesso: l’uomo contrassegna il suo primato. Ma hanno» ‒ gli ometti ‒ «anche un significato mistico, nonché una funzione pratica perché servono a indicare la strada» (p. 71). Un valore fondamentale dell’alpinismo che viene trasmesso dall’autore in questo volume è quello dell’amicizia che lo lega sinceramente ai suoi compagni di cordata come Mario Dell’Oro, Mario Villa, Giuseppe Comi, Augusto Corti, Riccardo Redaelli, Antonio Piloni, Vittorio Ratti, Ugo Tizzoni, Mary Varale ed Emilio Comici, definito come «l’artista dell’arrampicata» (p. 81). Dalle descrizioni delle scalate compiute da Cassin fin dagli anni Venti del Novecento, si evince come le montagne dell’arco alpino da lui frequentate siano affollate da cordate e appassionati di alpinismo, per cui le ascensioni che emozionano profondamente l’autore sono quelle su tracciati vergini «che dall’inizio dei secoli hanno subito soltanto il contatto con nebbia e pioggia, grandine e neve» (p. 34) e che, quindi, gli fanno assaporare «il senso dell’esplorazione» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). Fin dalle prime scalate, si documenta sulle vie percorse da altri alpinisti per poi sceglierne di più difficili e, ove possibile, incontaminate. Su queste ultime procede poi alla chiodatura di assicurazione e di progressione che ‒ come ammette egli stesso ‒ «a molti non piace. Si afferma che i nostri chiodi “feriscono e profanano il sacro corpo della montagna”. In quanto a noi, veniamo definiti “maniscalchi”, ignari dell’“etica dell’alpinismo”» (p. 77). Si difende da tali critiche affermando: «da parte nostra, non disconosciamo l’opera di chi ci ha preceduto, anzi, siamo passati anche noi per la stessa strada e con l’identico entusiasmo, ma poi abbiamo preferito proseguire ‒ sia pure con l’aiuto dei chiodi ‒ anziché marciare sul posto nella fase romantica e contemplativa» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>).</p><p rend="h2">Scheda 10</p><p rend="h2">Comici, Emilio. 1961 (1942). <hi rend="boldItalic">Alpinismo eroico</hi>. Bologna: Tamari. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il volume si apre con una prefazione che dà conto delle modifiche effettuate nella seconda edizione: rispetto all’originale, sono stati eliminati dei capitoli non di carattere alpinistico e ne sono stati aggiunti di inediti, per volere del Comitato delle Onoranze che ha curato la seconda edizione. La prefazione è seguita da un profilo biografico dell’autore. Il volume è poi suddiviso in due parti: <hi rend="italic">Il libro di Emilio Comici</hi>, costituito da venti capitoli, e <hi rend="italic">Ricordando Emilio Comici</hi>, contenente le testimonianze di molti amici alpinisti, come Spiro Dalla Porta Xydias e Julius Kugy. Il libro si conclude con l’elenco di prime ascensioni di Emilio Comici, comprendente la data, i compagni e la collocazione geografica della cima o della parete in questione. Nel primo capitolo, l’autore racconta l’ascensione del 1925, compiuta con Giulio Debenedetti, sul Campanile di Villaco, così descritta da Comici: «Si sale, si sale, con una forte volontà di vincere. […]. Stretti e muti contempliamo quel vuoto: sentiamo nell’intimo di essere giunti lassù sospinti da una forza sconosciuta, inebriati dalla lotta contro la Montagna asperrima» (pp. 15-6). L’autore si sofferma poi sul fascino delle pareti delle Madri dei Camosci, raccontando poi le ascensioni compiute: «Contemplavo, estatico, quelle muraglie che mi attiravano con forza piena di lusinghe e incanto; e mi struggevo dal desiderio di toccarle, di possederle, di penetrare nei loro misteri per ricavarne emozioni indicibili e impensate» (p. 19). In seguito, racconta la scalata del Montasio, compiuta con Giorgio Brunner e Riccardo Deffar nel 1928, ed è interessante perché per la prima volta Comici si cimenta con il ghiaccio e la neve, ciononostante risolve e supera il ‘problema’ della Gola del Vert Montasio. Seguono capitoli dedicati ad altre ascensioni eccezionali, come quelle nel Gruppo del Sorapiss, della Torre Dario Mazzeni, della Cima di mezzo della Croda dei Toni, della Cengia degli Dei nel Gruppo del Jof Fuart grazie a «una nuova forma di arrampicamento, non verticale, come al solito, ma orizzontale» (p. 63), della direttissima sulla parete Nord-ovest del Civetta. Nell’undicesimo capitolo, l’autore racconta delle scalate compiute in Grecia con Anna Escher nel giugno 1934. In seguito, Comici descrive l’ascensione attraverso la parete Sud della Cima d’Auronzo con Severino Casara e riferisce di essere tornato a scrivere, dopo un lungo silenzio, solo a causa di una temporanea infermità. È piuttosto drammatico il sedicesimo capitolo in cui l’autore racconta della frana del Pomagnon del 26 luglio 1939 che colpisce lui e Osiride Bovedani. Di quegli attimi convulsi, Comici scrive: «Durante quella breve corsa, ho sentito la Morte che mi ghermiva alle spalle, perché la frana era già piombata sul ghiaione con un fracasso terribile. […]. Ero certo che quello era il mio ultimo istante di vita. Tanti, tanti pensieri sono passati attraverso il mio cervello nello spazio di pochi secondi: tutta la mia vita alpina e l’amarezza di una fine così ingloriosa. […]. Per quanto triste e grama sia la mia vita su questa terra, è preferibile molto all’incertezza che provai allora per la mia esistenza dopo la Morte. […]. Ma io non volevo, non volevo morire» (pp. 111-12). Il diciassettesimo, il diciottesimo e il diciannovesimo capitolo riportano le relazioni tenute da Comici per alcune conferenze, tra cui spicca <hi rend="italic">Tecnica e psicologia dell’arrampicamento</hi> nella quale l’autore descrive dettagliatamente il modo di procedere nella scalata di grado in grado. Bisogna notare che Comici, adoperando anche alcune illustrazioni esplicative, insiste principalmente sull’importanza dell’assicurazione anche nei passaggi semplici. L’ultimo capitolo della prima parte è costituito dal <hi rend="italic">Manuale</hi><hi rend="italic"> dell’arrampicatore</hi>, l’abbozzo di un libro mai concluso dall’autore, che ha l’intento di preparare moralmente e tecnicamente l’alpinista. Comici inizia affermando: «In Montagna, e sulle rocce in particolare, si deve andare per provar sensazioni belle e sane, e cioè per vivere e non per morire» (p. 163). Seguono gli interessanti paragrafi <hi rend="italic">Il decalogo del rocciatore</hi>, <hi rend="italic">Che cosa è l’arrampicamento?</hi> ‒ nel quale scrive «L’alpinista non va in Montagna pazzamente ad ammazzarsi, bensì per bearsi di luce, di colori, di spazio, di vita; per riposare lo spirito, per ritemprarlo ed innalzarlo» (p. 166) ‒ e altri dedicati alle doti fisiche del vero alpinista. La seconda parte del volume comprende gli interventi di Duilio Durissimi, Spiro Dalla Porta Xydias, Giordano Bruno Fabjan, Mario Salvadori, Renato Zanutti, Sandro Del Torso, Giuseppe Inaudi, Joza Lipovec, Anna Escher e Arturo Dalmartello. Lo stile di Comici è elegante ma troppo spesso eccede in toni enfatici. L’autore descrive dettagliatamente sia paesaggi che manovre tecniche di arrampicata, comprendendo anche il racconto di tentativi falliti. Riguardo agli attrezzi da lui utilizzati per le ascensioni, Comici scrive: «A quelli che arricciano il naso, devo dire che l’alpinista parte per la scalata unicamente con corda e cordino, con martello, chiodi e moschettoni. Altri mezzi artificiali non sono ammessi. Naturalmente, con denaro e tempo, si potrebbe rendere accessibile qualsiasi parete. Basta mandarvi una squadra di operai specializzati, a ferrarla! Però questo non sarebbe più alpinismo» (pp. 148-49). L’autore insiste particolarmente sui cordini ‒ che, a suo avviso, devono essere di canapa italiana ritorta di 6-8 mm ‒ e sui chiodi di ferro che, per la sua esperienza, devono servire più per le fenditure orizzontali che per quelle verticali. L’autore vive l’ascensione alpinistica come una lotta contro gli elementi naturali. Già all’inizio, Comici chiarisce come avverta la necessità di arrivare alla cima ‒ «Ma la vetta è là: bisogna raggiungerla a qualsiasi costo» (p. 16) ‒ per poter effettivamente affermare di aver domato la montagna. L’autore tenta di descrivere in modo conciso il sentire di chi scala: «Così è fatto l’animo dell’alpinista: più tempo passa lontano dai Monti, più lo punge il desiderio di tornarvi, e con maggiore nostalgia rievoca le emozioni di certi momenti grandiosi vissuti sulla parete, conquistando palmo a palmo il terreno, vivendo sempre nell’incertezza di ulteriori difficoltà da affrontare. Bello e intenso è il vivere, quando, legati ad una corda […] si combatte la battaglia con il Monte. Bello e intenso è il vivere, perché la vita può sfuggirci di momento in momento, e le più belle ore di vita sono appunto quelle in cui essa è il pericolo: solo allora ne misuriamo il giusto valore» (p. 41). </p><p rend="h2">Scheda 11</p><p rend="h2">D’Angeville, Henriette. 1989 (1987). <hi rend="boldItalic">Io, in cima al Monte Bianco. Racconto di un’</hi><hi rend="boldItalic">ascensione</hi>, trad. it. di Sergio Atzeni. Torino: Vivalda. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il <hi rend="italic">récit d’ascension</hi>, prefato da Roger Frison-Roche, è costituito da un’introduzione e da tre parti disomogenee. Nell’introduzione, l’autrice racconta di aver scalato il Mont Joli e di essersi recata al Jardin nel 1838 senza avvertire «la fatica di cui si lamenta la maggior parte dei viaggiatori» (p. 13) perché abituata alle rigide condizioni climatiche montane e all’impegno fisico richiesto da tali luoghi. È proprio durante queste due escursioni che nasce in lei ‒ come racconta ‒ il desiderio di scalare il Monte Bianco; inizia la progettazione dell’impresa di lì a poco a Ginevra, dove suscita scalpore perché «là più che altrove si ama inquadrare tutti negli schemi tradizionali, e nulla sbalordisce più di un’azione che fuoriesca dai solchi della vita abitudinaria e ordinata» (p. 14). A questo punto, d’Angeville offre al lettore le sue motivazioni affermando di non essere attratta dai posti visitati da altri e di essere tra coloro che «alle scene pittoresche e graziosissime che la natura sa offrire preferiscono gli spettacoli grandiosi» (p. 15). Tra le concause che la spingono all’impresa, è interessante che voglia essere la prima donna in grado di valutare e trasmettere le sue impressioni, avendo un sentire «diverso, talvolta di gran lunga, da quello maschile» (p. 16). Nonostante le numerose «profezie infauste» (p. 17) rivoltele dai suoi oppositori, decide di preparare l’ascensione e sono proprio le operazioni preliminari ad occupare la prima parte del volume. Nel primo capitolo, si mette in contatto epistolare con il comandante delle guide di Chamonix, si reca dal medico per ricevere indicazioni igieniche da rispettare prima e durante l’ascensione, viene informata dal console di Sardegna di un’imminente scalata al Monte Bianco da parte di una cordata britannica e si mette in viaggio per Saint-Martin. Dopodiché racconta la sosta presso il castello di Bonneville, soffermandosi sul tentativo di estorsione da parte del signor Lafin, padrone dell’albergo Bellevue. D’Angeville riesce comunque a giungere a Chamonix, così come riportato nel terzo capitolo, dove chiama a raccolta le guide prenotate ‒ Joseph Couttet, Pierre-Joseph Simond, Mathieu Balmat, David Folliguet, François Desplan e Anselme Tronchet ‒ e fa preparare i viveri necessari all’ascensione. L’autrice riporta nel capitolo successivo le scommesse fatte contro di lei, tra le quali spicca quella della guida Julien Dévouassoud che offre ben mille franchi contro cento soldi sulla sciagura della spedizione. In questo clima di tensione, appesantito dall’esempio infausto dell’impresa del dottor Hamel del 1820, si ritirano sia Balmat che Folliguet, i quali vengono sostituiti da Jacques Simond e Michel Favret. In seguito, l’autrice racconta di venire a conoscenza solo il giorno prima dell’ascensione di altre due spedizioni organizzate per il lunedì prescelto: una polacca e una tedesca. In molti propongono di unire i tre gruppi ma d’Angeville scrive a tal proposito: «io rifiutai formalmente, sia perché durante l’ascensione volevo concentrarmi sulle mie impressioni, sia perché il rispetto del decoro suggeriva che una donna in viaggio sola, senza alcun uomo della sua famiglia, non poteva né doveva associarsi a stranieri, neppure per caso» (p. 42). Interessante il sesto capitolo, intitolato <hi rend="italic">Autoritratto</hi>, in cui l’autrice si astiene dal descrivere il proprio carattere ma pone l’attenzione sull’età: «a quell’epoca avevo quarantaquattro anni, cinque mesi, ventiquattro giorni» (p. 44), contraddicendo certi giornali francesi che la dipingono come una giovane signorina che si avventura ingenuamente sul Monte Bianco. Segue una descrizione fisica, familiare e professionale delle sue guide. In conclusione, d’Angeville teme di provocare «in un solo colpo sei vedove e ventisette orfanelli» (p. 49), ma l’ottimismo la fa procedere nel suo progetto. L’ottavo capitolo, inoltre, è dedicato ai sei portatori di cui traccia un breve profilo biografico e questo è senz’altro un elemento interessante del volume, dato che numerosi racconti di ascensioni non rivelano nemmeno i nomi di tali importanti figure. L’autrice offre, infine, uno spaccato delle comunità alpine di fine Ottocento, animate da persone umili, laboriose e superstiziose. Si offre, inoltre, una descrizione approfondita sulla preparazione dei bagagli, concludendo così la prima parte. La successiva, dedicata alla vera e propria ascensione, si apre con una riflessione di d’Angeville che si appresta, finalmente, all’impresa: «era dunque giunto il momento tanto agognato!… Ancora poco tempo e le più imponenti scene della natura mi si sarebbero mostrate!… Mi sentivo degna di apprezzare tutta la poesia e la grandezza dello spettacolo. La fonte di quella specie di esaltazione (l’esaltazione è sempre necessaria per imprese di quel genere) non era la minuscola e vana gloria d’essere la prima donna che avrebbe osato misurarsi con quel percorso. Avevo il presentimento del benessere spirituale che ne avrei tratto» (p. 62). Dal successivo, il gruppo inizia a percorrere il ghiacciaio dei Bossons dove dapprima ‒ sulla base di quanto narrato ‒ l’alpinista usa la corda, poi il bastone e, infine, si arrampica libera, imitando le guide davanti a lei. Dopodiché è la volta dei Grands Mulets, passaggio complesso dell’impresa che viene riportato con dovizia di particolari. Vengono menzionati anche minerali, piante e animali presenti in alta quota, nonché i canti effettuati dalle tre cordate riunite per la notte ai Grand Mulets. Nel sedicesimo capitolo, l’autrice riprende il racconto dell’ascensione fino al Petit e al Grand Plateau, passando per pericolosi crepacci. Da questo momento, d’Angeville inizia a soffrire terribilmente il freddo e annota tutte le sensazioni e i disagi fisici, come l’intorpidimento delle dita, provocati da esso, soffermandosi anche sulle condizioni di salute dei suoi compagni di viaggio, affetti da nausea, emicrania, palpitazioni, dolori muscolari ecc. Dopo aver raggiunto il Corridor, l’ascensione diventa sempre più complessa, così come viene puntualmente descritto da d’Angeville, dovendo superare «una muraglia alta più di trecento piedi» (p. 98). Nel corso di questa parte della scalata, d’Angeville afferma di addormentarsi qualche minuto ad ogni sosta, a causa delle palpitazioni eccessive che la opprimono, preoccupando notevolmente le guide. Infine, tra notevoli sforzi, Henriette d’Angeville giunge sulla vetta del Monte Bianco, così come raccontato nel diciannovesimo e nel ventesimo capitolo. Su di essa, dopo essersi goduta l’eccezionale spettacolo offerto dalla natura, le guide Coutett e Desplan la sollevano sopra di essi, per farla giungere dove nessun uomo è mai giunto. Dopodiché, l’autrice narra la discesa e il ritorno a Chamonix, dove viene accolta «come una regina» (p. 122). Interessante il ventiquattresimo capitolo in cui d’Angeville riporta ‒ sulla base di quanto detto successivamente dalle persone del luogo ‒ come sia stata vissuta l’ascensione dalla gente di Chamonix, tra preoccupazioni e preghiere. La terza parte del volume, intitolata <hi rend="italic">Dopo</hi><hi rend="italic"> l’ascensione</hi>, è costituita da soli cinque capitoli, il primo dei quali racconta l’incontro e la conversazione tra d’Angeville e Marie Paradis che si definiscono «sorelle del Monte Bianco» (p. 131). Dopo un banchetto di festeggiamento, d’Angeville scrive la sua attestazione sui libretti delle guide e si dilunga in elogi e ringraziamenti nei confronti di questi otto montanari con i quali, dichiara, non ha «visto né sentito altro che ciò che si sarebbe potuto vedere o sentire in un salotto della migliore società» (p. 140). Segue un capitolo dedicato a Diane, la cagnolina di Eisenkraemer, capo spedizione di una delle altre due cordate, salita sul Monte Bianco con il suo padrone. Il volume si conclude con due capitoli dedicati alla partenza da Chamonix e al ritorno a Ginevra. La scrittura di Henriette d’Angeville è brillante, ironica e sagace. Il ritmo della narrazione è piuttosto veloce ma l’autrice incede su numerosi dettagli che restituiscono in modo realistico i tratti dell’avventurosa vicenda. L’ascensione descritta da d’Angeville prevede l’uso di corde, di bastoni e di una scala, mentre i bivacchi vengono costituiti con le tende. L’alpinismo, per d’Angeville, è mettersi alla prova, godere dello spettacolo della natura grazie alla forza di volontà che, a più riprese, viene menzionata dall’autrice come una sua marca caratteriale di fondamentale importanza. </p><p rend="h2">Scheda 12</p><p rend="h2">De Amicis, Ugo. 1926. <hi rend="boldItalic">Alpe mistica</hi>. Milano: Treves. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il volume autobiografico è costituito da ventidue capitoli, ognuno dei quali è introdotto da un’epigrafe. L’inizio della narrazione è piuttosto emblematico perché il protagonista-autore si reca in Valpellina per fare visita a un suo amico che vive appartato in un castello, dove un orologio a pendolo non segna i secondi, i minuti e le ore ma i morti a causa della modernità e del cosiddetto progresso. De Amicis, a quel punto, racconta di alcune sue ascensioni non come di imprese sportive ma come esperienze conoscitive della natura umana, della vita e della morte, tanto da non darne alcun dettaglio né cronologico né tecnico. In seguito, lui e la guida Carrel si recano sulla Dent d’Hérens per recuperare un alpinista deceduto e si dilunga in riflessioni filosofiche che lo portano a ricordare con ammirazione la figura intellettuale dell’imperatore Marco Aurelio. Nel sesto capitolo, intitolato <hi rend="italic">La tunica del Petrarca</hi>, lo scrittore si sente accomunato al poeta aretino dall’«anima dell’alpinista mistico» (p. 75) che contempla la natura investendola di spiritualità. La Prima guerra mondiale è un tema rilevante all’interno del libro che però si concentra su storie di persone, legate in qualche modo allo scrittore, avvenute in montagna. In particolare, De Amicis, «affetto da borghesifobia» (p. 273), critica negativamente la mentalità e i comportamenti dei tipici frequentatori delle Alpi, i borghesi, che hanno il morbo della «pescecanite» (p. 150). Il sedicesimo capitolo, invece, è ‒ come spiega l’autore stesso ‒ una novella ispirata da uno psichiatra conosciuto in villeggiatura a Courmayeur. Dopodiché, De Amicis racconta di essere stato sul colle del Gigante da Montenevert con Guido Rey e due guide della Valtournanche, ma non fornisce particolari dettagli sull’ascensione, preferendo narrare puntualmente come a valle, a causa dei suoi abiti rovinati dall’impresa, sia stato scambiato per una guida. A tal proposito scrive: «io sono un alpinista, un po’ vanitoso come tutti gli alpinisti: il culmine dell’abilità per un alpinista è salire le montagne con la sicurezza e la resistenza d’una guida: scambiandomi per una guida, solleticavano nel modo più dolce la mia vanità d’alpinista» (pp. 271-72). Altrettanto interessante è la descrizione dell’Istituto Mosso sul colle d’Olen a 3000 metri d’altitudine, dove alcuni scienziati studiano le Alpi: i tre edifici moderni da cui è composto, sono meta di un turismo incontrollato che sconcerta l’autore così innamorato di quei luoghi incontaminati ‒ «scoppiano le mine, che livellano il largo spiazzo artificiale davanti all’albergo Stolemberg» (p. 286). Il volume si chiude con <hi rend="italic">Il monte della vita</hi> in cui De Amicis narra il sogno di un’ascensione, caricata di valenze allegoriche, fatto in una notte sul colle del Miage. La narrazione è ricca di digressioni temporali perché De Amicis riporta numerosi ricordi che si mescolano a incontri, riflessioni filosofiche e religiose. La prosa è colta e raffinata, ma la lettura è talvolta faticosa a causa di una sintassi piuttosto complessa. Lo scrittore si sofferma più volte sui colori, sui suoni, sui profumi e sui paesaggi alpestri, le cui caratteristiche che più lo colpiscono sono «la vasta candidezza abbagliante e l’infinito silenzio» (p. 117). Qui, nel «celeste vertiginoso» (p. 183), l’alpinista può fuggire dai «contatti spirituali col mondo come da urti dolorosi o da viscidumi ripugnanti» (p. 181). De Amicis vede quindi, nella montagna, una fonte catartica per l’essere umano schiacciato «da quelle ore di opprimente pianura» (p. 105), tanto da affermare: «vorrei lavare il di dentro dell’umanità, portandola per qualche settimana a 3000 metri. Credo che purifichi non solo il corpo, ma lo spirito, quest’aria sottile, che frusta insieme i nervi e i sentimenti, e raddoppia con le pulsazioni del cuore le vibrazioni d’ogni ideale» (p. 290). </p><p rend="h2">Scheda 13</p><p rend="h2">de Saussure, Horace-Bénédict. 1989 (1779-1796). <hi rend="boldItalic">Viaggi intorno al Monte Rosa</hi>, trad. it di Giancesare Rainaldi. Anzola d’Ossola: Fondazione Arch. Enrico Monti. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il primo volume è costituito da un’introduzione, da alcuni capitoli riguardanti la città di Ginevra, il lago Lemàno, il monte Salève e il monte Les Voirons da un punto di vista geografico, topografico, geologico e mineralogico, nonché da numerose mappe e illustrazioni. Il secondo volume, i cui capitoli sono in continuità con la numerazione del tomo precedente, accoglie alcune informazioni sul Giura e sul Rodano per poi raccontare ampiamente l’ascensione al Monte Bianco in ben dodici capitoli, che poi si conclude nella prima parte del terzo volume. Quest’ultimo racconta altre ascensioni e comprende un lungo capitolo riguardante le ricerche e le osservazioni sull’elettricità. Il quarto ed ultimo volume comprende studi sull’ambiente di Courmayeur, di Aosta e di Martigny, per poi concludersi con ulteriori rilievi scientifici effettuati sul Monte Bianco. Le illustrazioni che arricchiscono i corposi volumi sono state eseguite, su indicazioni di de Saussure, da suo figlio Nicolas-Théodore e da Bourrit. Il libro <hi rend="italic">Viaggi intorno al Monte Rosa</hi> è un estratto del quarto volume dei <hi rend="italic">Voyages</hi> e racconta, appunto, di un viaggio compiuto nel gruppo del Monte Rosa nell’estate 1789, durante il quale l’autore compie la prima ascensione del Piazzo Bianco. Nell’introduzione, de Saussure espone i motivi che lo portano a interessarsi al Monte Rosa da un punto di vista scientifico e cioè il fatto che domini il confine meridionale delle Alpi; che è visibile dalle pianure piemontesi e lombarde e, infine, che è ignorato dai naturalisti coevi. Dopodiché, l’autore racconta il viaggio intrapreso con il figlio da Ginevra il 15 luglio 1789 per poi giungere a Chamonix, dove si riuniscono con i «fedeli compagni» (p. 69) Marie Couttet e Jean-Michel Cachat. Da qui, il gruppo procede lentamente fino a Macugnaga, da cui alla fine del mese intraprende l’ascensione del Pizzo Bianco, guidato dal cacciatore di camosci G. B. Jachetti. In seguito, con il fine di «osservare e studiare la struttura del Monte Rosa» (p. 93) da una visuale favorevole, de Saussure e gli altri scalano il Rothorn. Seguono dei capitoli riguardanti le analisi e gli esperimenti effettuati nella zona del Monte Rosa, il racconto del viaggio effettuato nel 1783 in valle Formazza e nell’Ossola, nonché del viaggio attorno al Cervino del 1792. La scrittura è prevalentemente descrittiva, elegante ma priva di velleità poetiche. L’autore procede, nel complesso, dal generale al particolare, iniziando da considerazioni paesaggistiche fino a concludere con analisi geologiche e mineralogiche. De Saussure scala indossando abiti pesanti, una pelliccia, degli scarponi chiodati e dei ramponi. Oltre a numerosi strumenti scientifici, come gli igrometri e i barometri, porta con sé delle pistole. Non ci sono considerazioni riguardo alla pratica alpinistica che, grazie alla sua attività, vedrà uno sviluppo notevole soprattutto nel corso del XIX secolo, ma si evince che per lui il piacere dell’ascensione è strettamente connesso a due elementi: la bellezza del paesaggio e il senso della scoperta scientifica. </p><p rend="h2">Scheda 14</p><p rend="h2">Desio, Ardito. 1956 (1954). <hi rend="boldItalic">La conquista del K2. Seconda cima del mondo</hi>. Milano: Garzanti. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il <hi rend="italic">récit d’ascension</hi>, come già indicato dal frontespizio, contiene novantasette fotografie a colori e in bianco e nero fuori testo, a cui si aggiungono quattordici fotografie, cartine e schizzi nel testo. La dedica è rivolta «alla memoria di tutti i Caduti sul K2», la seconda montagna più alta del mondo ma statisticamente la più letale. L’opera, che racconta la prima ascensione del K2 nel 1954, è tra le più controverse e discusse della letteratura alpinistica, in particolare a causa di notevoli discrepanze circa la ricostruzione degli eventi tra le versioni di Ardito Desio e Walter Bonatti. Dopo articoli, denunce e polemiche, nel 2004 il CAI incarica Fosco Maraini, Alberto Monticone e Luigi Zanzi di condurre un’analisi documentale dei fatti che, in definitiva, porta all’accettazione della tesi di Bonatti. Nella prefazione dell’opera, Desio dichiara di aver strutturato il libro scegliendo una via mediana tra l’«amena lettura» (p. VII) e «un documentario» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). Il corposo volume è costituito da: un indice delle cartine fuori testo; un indice delle fotografie, cartine e schizzi nel testo; una breve presentazione geografica del Karakorum; quattordici capitoli suddivisi in quattro parti –<hi rend="italic"> I preliminari, La preparazione, L’esecuzione, Esplorazioni e ricerche scientifiche</hi> –; nove appendici tra cui si citano il giornale della spedizione, una relazione sulle condizioni metereologiche, un elenco sull’equipaggiamento e una bibliografia riguardante il Karakorum. Dopo aver dato conto dei tentativi precedenti di compiere la scalata del K2, a partire da Oscar Eckenstein e compagni nel 1902 fino a quella di Charles Houston del 1953, Desio chiarisce di essersi mosso per organizzare una spedizione al K2 fin dal 1937, smarcandosi così dal clima competitivo, tipico degli anni Cinquanta, tra nazioni europee ed extraeuropee per la conquista degli Ottomila. Nella seconda parte del volume, Desio espone il piano generale della spedizione, ideato nel dicembre 1953, che ha due obiettivi principali: la conquista della vetta del K2 e la raccolta di dati, materiali e informazioni per l’illustrazione geografica, topografica, antropica, naturalistica e geologica della zona. L’impostazione è, come scrive egli stesso, «di tipo militare nel senso però noto a chi ha trascorso qualche tempo della sua vita ‒ specialmente in guerra ‒ nelle nostre truppe alpine. Disciplina assoluta suggerita a ciascuno dalla comprensione delle necessità superiori rivolte al raggiungimento della meta finale, la conquista del K2» (p. 58). Riguardo alla preparazione in Italia, l’autore si sofferma in particolare sulle difficoltà incontrate per ottenere un finanziamento di circa cento milioni di lire, sul reperimento dei viveri e dei materiali, nonché sulla scelta dei collaboratori scientifici ‒ un petrografo, un medico, un etnografo, un geofisico, un geodeta e un topografo ‒ e degli alpinisti attraverso una visita medica, un esame fisiologico, un campeggio sperimentale d’alta montagna sotto il Piccolo Cervino, un secondo campeggio sperimentale sul Monte Rosa. Vengono, così, selezionati gli alpinisti Enrico Abram, Ugo Angelino, Walter Bonatti, Achille Compagnoni, Cirillo Floreanini, Pino Gallotti, Lino Lacedelli, Mario Puchoz, Ubaldo Rey, Sergio Viotto e Gino Soldà. Oltre a loro, Desio invita a partecipare alla spedizione anche il cinematografista Mario Fantin, il medico Ata Ullah come osservatore del governo pakistano e il topografo Badshajan del Survey of Pakistan. Per festeggiare l’arrivo della compagine a Skardu, le persone del luogo organizzano una partita di polo, una di hockey e delle danze baltì, alla presenza del raja della città. L’autore descrive i farraginosi spostamenti fino al campo-base ‒ collocato nel centro del ghiacciaio Godwin Austen ‒ che vedono, tra l’altro, la diserzione di numerosi portatori. Prima di iniziare la scalata effettiva, Desio distribuisce una guida illustrata, qui riprodotta, contenente fotografie di Vittorio Sella e dettagli sulla posizione dei campi, sulla via di salita, sui tempi previsti e sui viveri necessari, gentilmente concessi dai predecessori Houston e Wiessner. Il gruppo viene scosso, però, da un’inaspettata tragedia: giunto al campo 2° con Compagnoni e Rey, Mario Puchoz muore a causa di un edema polmonare, ma l’evento non ferma l’impresa. Dopo aver deposto la salma di Puchoz presso il monumento a Gilkey, Desio riflette su come procedere e scrive: «Ma quale migliore onoranza poteva essere dedicata alla sua memoria se non la conquista del K2 per il quale egli si era immolato?» (p. 165). L’assalto alla vetta, però, viene rimandato per giorni e giorni a causa del maltempo, tanto che Desio inizia a ipotizzare la sostituzione degli uomini esauriti dal logoramento dell’attesa, salvo poi tornare sui suoi passi e procedere, al contrario, all’incitamento dei suoi alpinisti: «Ricordatevi che se riuscirete a scalare ‒ come io ho fiducia ‒ sarete citati in tutto il mondo come i più valorosi campioni della nostra razza ed il ricordo di voi si perpetuerà per tutta la vostra vita ed oltre, ed anche solo con quest’impresa potrete dire di avere bene spesa una vita» (p. 178). L’ottavo capitolo, intitolato <hi rend="italic">L’assalto alla vetta</hi>, riporta fedelmente la relazione scritta da Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, poiché Desio è costretto ad attendere notizie dal campo-base. In particolare ‒ e su questo, negli anni, si apre un aspro dibattito ‒, Bonatti, Abram e l’hunza Mahdi hanno il compito, il 30 luglio, di portare le bombole d’ossigeno ai due uomini di punta, accampati presso il campo 9° ma, calato il buio, Compagnoni e Lacedelli sentono urlare Bonatti, giunto prima dell’inizio della traversata delle placche, di riuscire a cavarsela da solo e si convincono che sia sceso insieme agli altri due. Questi ultimi, in verità, sono costretti a bivaccare a 8100 m senza tenda e senza sacco a pelo, durante una bufera: Mahdi, in stato confusionale, viene colpito da un grave congelamento agli arti e, in piena notte, scende al campo 8°. Lacedelli e Compagnoni recuperano le bombole d’ossigeno lasciate da Bonatti e Mahdi e attaccano la vetta con «30 metri di corda, le piccozze, i ramponi, una piccola macchina da presa, una macchinetta fotografica, zucchero e caramelle, un pacchetto di medicinali, una lampadina tascabile. Niente da bere» (p. 201). La descrizione dell’assalto alla vetta è ricca di suspense, soprattutto perché si legge che ben presto si esaurisce la prima bombola e, nel bel mezzo della cupola sommitale, si esaurisce ‒ e anche su questo si aprono, in seguito, numerose polemiche ‒ la seconda bombola. I due piantano una piccozza con la bandiera italiana, quella pakistana e un vessillo del Club Alpino Italiano, per poi iniziare la faticosa discesa. L’impresa, salutata dal giubilo internazionale, prosegue poi ‒ come viene raccontato nella quarta parte ‒ con le esplorazioni e le ricerche di carattere scientifico. </p><p rend="text">La prosa di Desio è facilmente comprensibile, sintatticamente lineare e congegnata sulla base di un fine evidentemente divulgativo. Talvolta sono presenti enunciati enfatici, soprattutto di carattere patriottico come: «L’onore dell’alpinismo italiano era nelle nostre mani» (p. 174). L’attrezzatura adottata da Desio e compagni è costituita da ramponi, piccozze, chiodi da roccia e da ghiaccio, moschettoni, corde di nylon e respiratori ad ossigeno a circuito aperto.  Nonostante sia assente una riflessione ecologica, Desio registra «numerose tracce nelle piazzole, nei resti di paletti da tende, nelle scatole vuote» (p. 134) lasciate dalla spedizione del Duca degli Abruzzi nel 1909. D’altronde, nel decimo capitolo, l’autore ammette di aver dato l’indicazione, dopo la conquista della vetta, di abbandonare sul luogo tutto il superfluo, per tornare rapidamente al campo-base. Fin dalla prefazione, Desio chiarisce la sua concezione alpinistica: «Chi ama in purezza la montagna, fonte di gioia serena e di perfezionamento spirituale, chi ama la natura con le sue leggi eterne ed i suoi enigmi, chi sente il fascino misterioso dell’ignoto, della scoperta, dell’avventura e riesce a seguire e ad appagare i suoi impulsi, ha la vita […] già tanto piena di per sé stesa che nulla ha a desiderare al di fuori di quelle intime e supreme soddisfazioni. […]. Ebbene, fra le gioie più pure che mi danno questi viaggi […] sono quelle ore di serena meditazione che mi concedono le solitudini» (pp. VIII-IX). </p><p rend="h2">Scheda 15</p><p rend="h2">Desmaison, René. 2017 (1971). <hi rend="boldItalic">La montagna a mani nude</hi>, trad. it. di Giancarlo Barberis. Milano: Corbaccio. [Giovanna Lo Monaco]</p><p rend="text">Il libro di Desmaison si apre con il ricordo del famoso salvataggio di Heinz Ramisch e Hermann Schriddel sul Drus nel 1966 che gli costò l’espulsione dalla Società delle guide di Chamonix. L’autore ripercorre la dinamica del salvataggio, in cui è impegnato, assieme ad altri, con Gary Hemming, e le ragioni che lo spingono, dopo aver raggiunto i due dispersi, a ridiscendere con loro dalla parete Ovest, contrariamente alle direttive provenienti dalla valle ma forte della sua esperienza pregressa sul Drus. A seguito del salvataggio, Desmaison viene accusato di essere un «franco tiratore, l’indisciplinato» (p. 43), sceso dalla parete Ovest per far<hi rend="italic">s</hi>i pubblicità, ma l’autore difende le sue scelte e sottolinea l’obbligo del soccorso in montagna da parte di chiunque sia in grado di offrirlo, che, per una guida come lui, è anche una questione d’onore. Segue un breve ritratto di Gary Hemming, che traccia il quadro di un personaggio affascinante e il ricordo della sua morte. Il volume prosegue tornando indietro alla giovinezza, con il capitolo intitolato <hi rend="italic">L’estraneo</hi>: Desmaison cresce infatti lontano dalla montagna e dalla sua tradizione, disinteressato all’alpinismo e sognando anzi un futuro da navigatore. Quando il padrino, cui viene affidato a seguito della morte della madre, lo conduce in montagna a fare delle passeggiate, lui guarda quello «spettacolo meraviglioso […] con occhi da turista» (p. 51). Arrivano però le prime esperienze con gli sci e le prime arrampicate nella ‘palestra naturale’ di Fontainebleau. Durante il servizio militare viene assegnato alla sezione degli sciatori-ricognitori del 99° Battaglione di fanteria alpina e si dedica interamente allo sci. Tuttavia, dopo una brutta caduta e una lunga degenza, la carriera sciistica si interrompe per lasciare il posto alla scalata. La prima vetta, nel 1950, è il Pic de Rochebrune; segue una sempre più intensa attività alpinistica, che lo conduce addirittura ad aprire, seppur per caso, una prima per la vetta del Trélatête. «La montagna, così come si stava rivelando ai miei occhi, doveva darmi molto più della soddisfazione della scoperta, anche profonda, di uno sport appassionante. Mi offriva una vita aperta, immensa, ricca di momenti esaltanti, sfaville di luce» (p. 62); per dedicarvisi, rimane tuttavia la necessità di trovare un lavoro che lasciasse abbastanza tempo libero, nonché un compagno di cordata più esperto per potersi migliorare, compagno che Desmaison troverà in Jean Couzy. Dopo un breve ritratto dell’amico, Desmaison ripercorre le numerose imprese con lui compiute seguendo un ordine cronologico. Parte dalla prima salita della cresta Nord dell’Aiguille Noire de Peutérey (1956), «l’inizio di una serie di prime che avremmo realizzato assieme» (p. 78). Segue la direttissima della parete Nord-ovest del Pic d’Olan (1956), nel cui ricordo si apprezza la capacità di Desmaison di coniugare il resoconto tecnico con il racconto, in cui immancabilmente compaiono i dialoghi, sempre scherzosi, tra lui e i compagni di cordata. Il racconto della prima invernale della parete Ovest dei Drus (1957) riporta un episodio esemplare dello spirito con cui i due affrontano le peggiori avversità: scoraggiati dal freddo e dal peso dei sacchi, con la preoccupazione che possa arrivare il maltempo, i due decidono di rinunciare all’impresa e poiché i viveri sembrano, dunque, non servire più, decidono di consumarli tutti in un sol colpo. «Che sia per il buon tempo che ci siamo concessi la mattina, che sia per il pasto abbondante o per l’alcool, sta di fatto che i neri pensieri che ci avevano assalito con le prime luci dell’alba ci sembrano di un pessimismo esagerato. Sarebbe sciocco lasciar perdere con un tempo così bello. Anzi, sarebbe sleale nei nostri stessi confronti» (p. 101). Ripartono così per la vetta: compiranno la prima della ovest in salita, ma anche in discesa, scendendo a corda doppia dalla stessa parete. Nel 1958 Desmaison viene invitato da Lionel Terray a collaborare alla realizzazione del film <hi rend="italic">Le stelle di mezzogiorno</hi>: in un momento di pausa dalla lavorazione, mentre cerca di lavarsi con soluzioni di fortuna, scivola e cade rovinosamente; ma l’impazienza vince sulla prudenza e l’alpinista torna presto prima sul set e poi a scalare, stavolta sulle Dolomiti. Di nuovo con Couzy si spinge, nel 1958, al compimento della terza ripetizione della direttissima alla Cima Grande di Lavaredo (prima francese) e della prima salita dello Sperone Margherita sulla nord delle Grandes Jorasses: «In un’epoca in cui le grandi prime nelle Alpi stavano facendosi rare, lo sperone Margherita era un obiettivo di prim’ordine» (p. 140). Quella dello sperone Margherita è raccontata come un’esperienza significativa anche dal punto di vista del rapporto con la natura. Desmaison insiste spesso sulla bellezza degli scenari, descrivendo i panorami in modo che efficacemente se ne ricavi la sensazione restituita a chi li guarda, ma in questo caso il contatto col naturale appare più stretto: «Legati alla parete, finiamo con l’integrarci nel paesaggio, diventiamo anche noi una particella di natura» (p. 146). Il capitolo dedicato alla scalata, l’ultima con il compagno, si conclude sulla morte di Couzy. Nel 1959 Desmaison parte per la spedizione sullo Jannu – poi fallita – guidata da Jean Franco: l’<hi rend="italic">incipit</hi> richiama i romanzi d’avventura – «L’Himalaya è per l’alpinista quello che le isole dei mari del Sud sono per i navigatori» (p. 148) – ma subito, con una piega ironica, il racconto vira verso la condanna alla schiavitù cui sono sottoposti gli sherpa. Seguono il racconto della salita alla cima Ovest di Lavaredo e della parete Nord dell’Olan, in cui l’autore procede, a tratti più o meno lunghi, secondo una scansione diaristica, giorno per giorno, che adotterà anche in molti dei capitoli successivi. Nel 1962 è la volta della nuova spedizione sullo Jannu, stavolta riuscita, guidata da Lionel Terray: qui è lo stesso Desmaison che riprende i compagni con la telecamera. Il capitolo dedicato all’Himalaya verte però, più che sull’ascensione, sul ‘dopo’, quando, in fase di rientro, Desmaison si perde nella foresta, iniziando un’avventura degna di un romanzo, a contatto diretto con una natura selvaggia. Seguono i racconti dell’invernale sulla parte Nord delle Jorasses con l’amico Jacques Batkin, di cui Desmaison traccia un nostalgico ricordo; poi i racconti della parte Ovest del Drus in solitaria e del pilone centrale del Frêney, per giungere all’<hi rend="italic">Epilogo</hi> che, dopo una citazione da Baudelaire, è dedicato al ricordo degli amici deceduti. Lo stile di Desmaison è tendenzialmente scevro di retorica e spesso ironico, ma contempla numerosi momenti – dalla descrizione dei panorami, al ritratto dei compagni scomparsi, alle riflessioni sul senso della scalata – in cui l’autore rivela un certo gusto letterario, specie nella costruzione delle immagini. Alcune fotografie intervallano il racconto, secondo la tradizione della letteratura alpinistica.</p><p rend="h2">Scheda 16</p><p rend="h2">Diemberger, Kurt. 2000 (1989). <hi rend="boldItalic">K2 Il nodo infinito. Sogno e destino</hi>, trad. it. di Maria Antonia Sironi. Milano: Corbaccio. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il <hi rend="italic">récit d’ascension</hi> è un fototesto in cui Diemberger racconta con parole ed immagini la tragica avventura sul K2 ‒ «la montagna terribile, repulsiva ed affascinante più di ogni altra» (p. 5) ‒, compiuta nel 1986 dall’autore stesso e Julie Tullis, alpinista e <hi rend="italic">filmmaker</hi> britannica che trova qui la morte per edema cerebrale. Le centoventotto fotografie, prevalentemente a colori, arricchiscono il testo, accompagnando la narrazione e favorendone la visualizzazione durante la lettura. Sono numerose, inoltre, le inserzioni di frasi scritte da Tullis ‒ segnalate da delle virgolette ‒ che Diemberger ha tratto dai suoi appunti. Il libro è corredato da una tabella riguardante tutte le spedizioni effettuate al K2 da Marco Polo al 1992; una, scritta da Xavier Eguskitza, che elenca gli alpinisti che hanno scalato la montagna; una che dà conto di coloro che vi hanno perso la vita; un’appendice, scritta da Roberto Mantovani, che ricostruisce le spedizioni dal 1993 al 2000 e, infine, una bibliografia. La narrazione inizia immediatamente con una prolessi che racconta dell’arrivo in vetta al K2 sia di Diemberger che di Tullis e ciò rappresenta un caso piuttosto singolare all’interno della letteratura alpinistica, poiché solitamente il lettore viene prima reso partecipe delle fasi di ideazione, progettazione e organizzazione dell’ascesa, nonché dei passaggi salienti dell’attacco alla parete che conduce alla cima. Il secondo capitolo ci riporta al maggio 1957, quando Diemberger, Hermann Buhl, Markus Schmuck e Fritz Wintersteller scalano per la prima volta il Broad Peak. Dopodiché, lo scrittore riferisce il suo incontro con Julie Tullis nel 1975 durante un giro di conferenze riguardanti l’alpinismo e così la descrive: «Un’esploratrice nata. Non credo che esistesse nulla per il quale Julie non aveva voglia e coraggio» (p. 27). L’asticella temporale si sposta ancora, stavolta al 1983, quando Diemberger partecipa come cineoperatore insieme a Tullis ‒ costituendo il «film-team più alto del mondo» (p. 51) ‒ alla spedizione italiana internazionale al versante Shaksgam del K2. È estremamente interessante che Diemberger riconduca, come scrive nel paragrafo emblematicamente intitolato <hi rend="italic">Un libro fatale</hi>, l’origine della sua ossessione per il versante Nord del K2 alla lettura di un libro: <hi rend="italic">Blank on the map</hi> di Eric Shipton del 1937, in cui l’alpinista britannico descrive questo spigolo, visto dal basso, come una parte magica e misteriosa della montagna. Dopo qualche considerazione riguardo alla sua vita familiare a Bologna, l’autore spiega brevemente come sia stata organizzata e finanziata la spedizione al Broad Peak e al K2 del 1984, sotto la guida dello svizzero Stefan Wörner, per poi raccontarne dettagliatamente le ascensioni: la prima rischia di rivelarsi una tragedia a causa di una valanga ‒ che riporta Diemberger e la narrazione alla tormenta che nel 1957 sul Chogolisa aveva investito lui e Hermann Buhl ‒, la seconda, paragonata al gioco dello yo-yo che porta i due su e giù per lo sperone Abruzzi, si interrompe a 7350 m. L’autore non viene fiaccato dalla sconfitta e scrive: «Si può essere “a casa” fra le nuvole? Da due anni il K2 è la nostra montagna, anche se non ne abbiamo raggiunto la cima. Viviamo con lei e lei è sempre presente nei nostri pensieri» (p. 67). Improvvisamente il racconto si interrompe con l’inserzione di una pagina, intitolata <hi rend="italic">Perché</hi>, in cui una riflessione in prosa ha la parvenza di un testo poetico, come se Diemberger volesse isolare ed evidenziare la sua introspezione. Si interroga, dunque, sul motivo che lo spinge a tornare e a ritornare sul K2, così rispondendo: «Perché una montagna può / portare all’uomo conoscenze e dimensioni delle / quali non avrebbe neppure l’idea. […]. Dove tutto può essere, io vado» (p. 71). Dopo aver descritto la vita presso il villaggio tibetano di Tashigang, l’autore lascia lo spazio di un capitolo ‒ intitolato <hi rend="italic">Jinlab, la magia della montagna</hi> ‒ alla figlia Hildegard, che vi abita con il fidanzato Christian. L’etnologa offre, quindi, un interessante punto di vista sul rapporto tra uomo e montagna, astraendolo da una prospettiva tipicamente europea e scrive: «Le montagne, sede delle forze della fertilità, sono ponte fra cielo e terra, come a Tashigang dove Everest e Makalu sono “grande madre e grande padre del continente”. […]. Oggi le montagne sono meta di avventure alpinistiche, forse violazione di posti sacri e segreti, senz’altro motivo di nuove relazioni economiche e sociali, e forse anche altro… Come ogni montagna ha la sua personalità, la sua “Ausstrahlung”, così il modo di viverla dipende da chi sei […]. Tu vivi le montagne all’interno del tuo orizzonte culturale e il tuo rapporto con loro dipende intimamente dal tuo rapporto con te stesso e con il mondo» (p. 82). Hildegard racconta, inoltre, che la suora tibetana Anila, con cui si è confrontata proprio riguardo a questo tema, ha definito “Jinlab”, cioè magia, «la luce, il calore che la montagna trasmette se tu la ami, se la vivi fino in fondo» (p. 84). Diemberger riprende finalmente la narrazione dell’ascensione del versante del K2, presentata brevemente all’inizio del libro, con una spedizione italiana, “Quota 8000”, guidata da Augusto da Polenza e Gianni Calcagno nel maggio 1986. Giunto al campo base sulla morena ai piedi del K2, l’autore rimane colpito dal sovraffollamento di attrezzature, di alpinisti e soprattutto di tende: «Anche queste sono uno sciame, anzi molti sciami […]. Da una tenda all’altra rimbalzano gli inviti, rappresentanti di diverse nazioni si incontrano per un tè o un caffè. […]. Vi sono rappresentati tutti i modi e gli stili di salire la montagna. […]. Penso che parlare di “giungla moderna delle spedizioni” sia l’unico modo per tratteggiare veridicamente la situazione che oggi si trova nei punti caldi dell’Himalaya» (pp. 89-90). La coesistenza di quattordici gruppi complica la situazione al campo base e Diemberger riporta chiaramente alcune irregolarità commesse dal gruppo tedesco, i tentativi da parte del Ministero del Turismo pakistano di controllare l’«assalto alle montagne» (p. 94), lo spirito di competizione e i pericoli dovuti alla sottovalutazione del territorio per la presenza di altri alpinisti. In questo clima ottimista ma teso perdono la vita Al Pennington e John Smolish per una valanga, con la conseguente interruzione della spedizione da parte degli americani. Solo tre giorni dopo è la volta dei coniugi Maurice e Liliane Barrard, scomparsi durante la discesa, e Diemberger riflette sul possibile ruolo giocato dal sonnifero preso da Wanda Rutkiewicz e, forse, dai Barrard durante il bivacco in discesa a 8300 metri. Muoiono anche Tadeusz Piotrowski, che perde entrambi i ramponi e cade nell’abisso di fronte al compagno Jurek Kukuczka, e Renato Casarotto che, come vede e descrive Diemberger, scompare all’improvviso in un crepaccio. Qui Casarotto riesce a mettersi in contatto con la moglie Goretta Traverso tramite un <hi rend="italic">walkie-talkie</hi> e Diemberger improvvisa una squadra di soccorso ma il tentativo risulta vano: queste pagine cariche di amarezza e di intima angoscia trasmettono al lettore tutti i dubbi, i sensi di colpa, le paure provate dall’autore che, nonostante tutto, orchestra i suoi ragionamenti in modo tale da giustificare il suo persistente desiderio di scalare la «montagna-sogno» (p. 126) e di trascinare con sé Julie Tullis, titubante e sfiduciata. Durante la salita, una valanga spazza via il campo 3 e il campo 4, provocando il temporaneo ammutinamento dei portatori che, su insistenza del gruppo dei coreani, proseguono intimoriti. Tullis e Diemberger continuano con alcuni austriaci, coreani, inglesi e polacchi ma, come riferisce l’autore, un equivoco tra austriaci e coreani fa sì che ci siano troppe persone per il numero di tende disponibili. Diemberger ricostruisce, quindi, una concatenazione di errori di valutazione, di comunicazione, di organizzazione e di gestione delle emozioni che, sommata alla sfortuna, porta alla tragedia. Prima che Diemberger e Tullis raggiungano la vetta, muoiono anche il polacco Wojciech Wróz, cadendo durante la discesa sul Collo di Bottiglia perché uno degli alpinisti coreani aveva accorciato un pezzo di corda, lasciando penzolare un capo, e il pakistano Muhammad Ali per una scarica di sassi. Ben sette alpinisti, tra cui l’autore, rimangono bloccati sulla spalla del K2 a causa di una terribile bufera e in questo frangente, con pochi mezzi e con poche tende, muoiono anche Julie Tullis, Alan Rouse, Hannes Wieser, Alfred Imitzer e Mrówka. La narrazione si conclude con il ritorno dell’autore, con la conseguente amputazione di alcune dita della mano destra, e con un ultimo pensiero rivolto a Julie. La sintassi marcatamente paratattica dà luogo a un ritmo rapido e incalzante, mentre il lessico è comune. La lettura è piacevole, ricca di <hi rend="italic">suspense</hi> e il lettore si ritrova inevitabilmente a empatizzare con gli alpinisti rappresentati dall’autore che dimostra sensibilità e acume. Riguardo all’attrezzatura, Diemberger usa le bombole d’ossigeno, tende da bivacco, sacchi-piuma, scarponi di cuoio, il <hi rend="italic">walkie-talkie</hi>, le racchette, il <hi rend="italic">jumar</hi> e il discensore. È interessante la riflessione di Diemberger sulle ascensioni rapide, in occasione della scalata del Broad Peak da parte di Benoît Chamoux in un solo giorno: «Il “corridore di montagna” non può anche fare la traccia, piantare i campi alti, fermarsi in caso di maltempo. Tutto ciò riguarda il gruppo che lo precede. A lui resta la prestazione sportiva che in ogni caso è di tutto rispetto. Quale e quanto significato abbia tutto ciò anche dal punto di vista alpinistico resta una questione aperta. […]. Per lui l’impresa diventa piuttosto una “corsa sportiva”, diventa una sorta di centometrista che sale» (p. 98). Al principio del volume, Diemberger scrive: «Una montagna è un “qualche cosa”, ma che cosa sia realmente non lo si sa mai» (p. 12) e nel corso del volume traspare a più riprese questa indefinitezza di senso. Pur avendo dichiarato che «la cima non è tutto» (p. 67), l’autore, una volta salito sul Broad Peak, avverte quella che chiama «la magia della cima» (p. 69), ovverosia un’inebriante estasi che gli permette di ammirare la bellezza del paesaggio, di emozionarsi fino al pianto e di sentirsi in armonia con la natura. Chiarisce più volte, però, nel corso del libro, di avvertire il possesso della montagna non dopo averne scalato la vetta ma soltanto in seguito al completamento della discesa. Diemberger sottolinea la tangenza tra la terminologia alpinistica e quella militare, esemplificata da parole come «attacco, conquista, vittoria» (p. 180) ma, commenta, «mai una cima è stata veramente “vinta”, ed i vincitori sono soltanto esseri umani che con abilità, forza e fortuna hanno vinto un gioco che, per alcuni di essi, tuttavia, simboleggia l’inspiegabile senso dell’essere» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). Nonostante sia assente una riflessione ecologica in merito, Diemberger registra nostalgicamente una modifica avvenuta tra il 1957 e il 1984 sul Broad Peak: «Ci siamo rimessi a salire su una cresta che però dal 1957 è cambiata profondamente: dove allora usavamo i bastoncini da sci, adesso c’è da arrampicare lungo una cresta affilata di roccia in continua esposizione. Dappertutto il ghiaccio si è ritirato o addirittura sparito, ed il percorso è diventato molto più difficile. Irriconoscibile. Anche per una montagna, quindi, 27 anni possono significare qualche cosa» (p. 68). Ancora più emblematiche sono, invece, due fotografie presenti a p. 100: in una si notano le iscrizioni su un roccione di Urdokas lasciate dalle spedizioni nel corso di tre decenni; la seconda mostra un’ingente quantità di spazzatura abbandonata alla base del K2. </p><p rend="h2">Scheda 17</p><p rend="h2">Ferrari, Agostino. 1912. <hi rend="boldItalic">La Valle di Viù. Impressioni e ricordi di escursioni storia e leggende – usi e costumi</hi>. Torino: Lattes &amp; C. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Nella prefazione l’autore espone l’argomento del suo compendio di narrazioni ascensionali, vale a dire le visite e le scalate compiute nella Valle di Viù, senza guida, dal 1870 al 1890. «Senza alcuna velleità letteraria» (p. VII), quindi, Ferrari presenta la sua opera come un bacino di ricordi giovanili legati a un luogo montano a lui tanto caro. Una volta raccontato il tragitto da Lanzo a Viù effettuato in diligenza e descritto i pittoreschi paesaggi delle Alpi Graie, Ferrari narra l’escursione al Col del Lis e le ascensioni al Monte Arpone, al Monte Colombano, al Monte Basso, al Monte Civrari, al Colombardo e al Monte Grifone compiute insieme ad un amico. Dopodiché, l’autore condivide con il lettore le emozioni provate nel 1879, insieme al padre, sull’Uja di Calcante ‒ la vera «prima prova di montagna […] che fu tutt’altro che brillante» (p. 49) ‒, dove torna molti anni dopo con una brigata composta sia da ragazzi che da ragazze. Seguono le scalate alla Rocca Moross, alla Punta Pianfum, al Monte Cerionda, al Monte Ciarm e alla Cima Montù, alla Cima Rossa, ai Monti Ciorneva e al Chiavesso. Allontanandosi leggermente dal bacino di Viù, Ferrari, un amico e il montanaro Pilade scalano la Becca di Nona, affrontando qualche difficoltà, così come per ascendere la Torre d’Ovarda. Convinto di essere il primo ad averle scalate, l’autore dedica ampio spazio alle ascensioni della Punta Lera e della Croce Rossa. L’ascensione al Roccamelone, su cui apre una nuova via, e la storia di questa montagna, nonché delle sue genti, occupa un lungo capitolo che precede il racconto piuttosto rapido di altre scalate nella zona. Il volume si conclude con la narrazione di alcune prime ascensioni alla Punta del Favre, alla Punta dell’Autaret, alla Punta Lose Nere, alla Punta Valletta, alla Punta Soulà e di una traversata alla Punta d’Arnas. Lunghe e dettagliate sono le descrizioni delle vedute ‒ «diversi quadri […] oggi si svolsero ai nostri occhi» (p. 47) ‒ di cui può godere dalle cime, mentre ben poco si sofferma sui passaggi della scalata. La prosa di Ferrari è involuta e dai toni solenni, mentre il lessico è tendenzialmente comune anche se in certe descrizioni è più ricercato. Arrampica indossando scarponi ferrati e utilizzando la corda e la piccozza. Ciò che emerge dalla lettura, è che l’interesse alpinistico di Ferrari è prettamente contemplativo, come testimoniano le numerose descrizioni paesaggistiche. Scevro dallo spirito competitivo, afferma «d’aver sempre provato un piacere tutto particolare nel compiere gite facili che alcuni alpinisti sdegnano» (p. 69) e di ritenere preferibile «il salire tranquillamente, senza preoccupazioni né la continua apprensione del come si discenderà» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). Ama «le Alpi e le sue emozioni, perché la vita in città si conduce sempre uguale e monotona. Ma, francamente, certe cose, come quella di rischiare l’integrità del proprio individuo, sono di un gusto artistico assai discutibile per un prudente, assennato alpinista» (p. 164). </p><p rend="h2">Scheda 18</p><p rend="h2">Fowler, Mick. 2018 (2005). <hi rend="boldItalic">Su ghiaccio sottile</hi>, trad. it. di Luca Calvi. Lecco: Alpine Studio. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Questo compendio di narrazioni ascensionali è costituito da una prefazione scritta da Chris Bonington ‒ che mette in risalto il valore umano e alpinistico del suo connazionale ‒, da un’introduzione dell’autore e da diciassette capitoli che ripercorrono le avventure principali della carriera alpinistica di Fowler, sia su roccia che su ghiaccio, dagli albori all’impresa sul Siguniang. Guardando retrospettivamente, lo scrittore torna a un giorno del 1981 quando, a Sheffield, durante una festa tra alpinisti, si ritrova a parlare con Alan Rouse che, grazie alla sua eccezionale esperienza, gli consiglia di dedicarsi alle ascensioni del Perù, dopo aver concluso le classiche alpine ed è così che, l’anno seguente, Fowler e Chris Watts compiono la prima salita del pilastro Sud del Taulliraju. Tornando ancora più indietro nel tempo, l’autore ringrazia suo padre per averlo portato, fin da bambino, a compiere escursioni ed arrampicate nel Galles e in Inghilterra. Fin dal 1976, come racconta, si dedica a scalare sia le grandi pareti delle Alpi che le falesie del Regno Unito, in compagnia degli amici Mike Morrison e John Stevenson. Dal 1984, prova ad effettuare delle ascensioni in Himalaya e, dopo alcuni fallimenti, giunge la vittoriosa impresa del Golden Pillar dello Spantik con Victor Saunders nel 1987. Due anni dopo, viene eletto “Alpinista degli Alpinisti” da una serie di esperti dell’<hi rend="italic">Observer</hi> ma, durante lo <hi rend="italic">shooting</hi> fotografico sulle Harrison’s Rocks, cade e si frattura alcune costole. Nel secondo capitolo, Fowler racconta il suo viaggio avventuroso in Giordania con la compagna Nicki, tra imprevisti e peripezie di vario genere, ma sono interessanti le sue considerazioni sull’alpinismo praticato dai beduini nell’area del Wadi Rum, tipicamente senza corde e di livello così alto di difficoltà da aver «messo in evidenza il loro innato (e non riconosciuto) talento per l’arrampicata» (p. 39). Seguono i dettagli sulla Spedizione Britannica di Alpinismo e Ciclismo Alpino all’AK Cy nella valle del Laylak, in Kyrgyzstan con Jerry Gore, Crag Jones e Chris Watts con l’obiettivo di ascendere per la parete Nord dell’Ak-su. Anche in questo caso, Fowler si sofferma sulle abitudini e sulle persone locali, ma ciò che più ci interessa è la descrizione dell’alpinismo sovietico, fortemente limitato da regolamenti, divieti, organizzazioni sindacali e, soprattutto gare. Queste ultime prevedono che ogni squadra scelga una linea «adeguatamente spettacolare» (p. 51), sottoponga un progetto scritto ‒ che, una volta approvato, diventa vincolante per i partecipanti ‒, e che venga valutata a punti da una serie di giudici. Un tale «approccio ad una nuova scalata […] [è] alieno» (p. 52) per Fowler e compagni che, d’altro canto, ammirano gli alpinisti russi per la resistenza e per la capacità d’improvvisazione. Dopodiché è la volta della spedizione in Nepal, con Mike Morrison, Chris Watts e Pat Littlejohn per scalare il Pilastro Nord-est del Taweche, e riguardo a questo Paese Fowler ironicamente scrive: «Bentornati nel Nepal del ventesimo secolo! Una nuova Svizzera, fiduciosa di poter gestire le invasioni dei chiari e soleggiati altipiani da parte dei turisti» (p. 89). Seguono un <hi rend="italic">excursus</hi> delle ascensioni invernali compiute in Scozia nel corso dei decenni e vari capitoli dedicati all’impresa del Changabang nel 1997. L’autore, Steve Sustad, Roger Payne, Julie-Ann Clyma, Andy Cave e Brendan Murphy provano a conquistare la parete Nord tra numerose avversità; ci riescono soltanto Cave e Murphy ma quest’ultimo muore a causa di una slavina durante la discesa. Di fronte a una tale tragedia, Fowler si chiede: «Ne valeva la pena? A dirla schiettamente, la risposta è ovviamente no; nulla può valere la vita di un amico» (p. 155) e inizia a mettere in discussione il suo futuro da alpinista, avendo una moglie e dei figli, pur sapendo che l’amore «per le montagne era tale che smettere non sarebbe mai stata un’opzione plausibile» (p. 157). L’autore decide, quindi, di concerto con la moglie Nicki, di ricalibrare la sua attività e di dimezzare il tempo dedicato alle avventure alpinistiche da sei a tre settimane all’anno. Il volume si conclude con la descrizione delle ascensioni sul Siula Chico, sull’Arwa Tower, nelle Isole Lofoten, sul Monte Kennedy, sull’Elephant’s Trunk in Normandia ‒ per la quale lui e i suoi amici vengono brevemente arrestati dai gendarmi francesi per aver danneggiato un monumento nazionale ‒ e sul Siguniang, in Cina, grazie a cui lui e Paul Ramsden vincono il Mountaineering Golden Piton nel 2002. Lo stile dell’autore è caratterizzato dall’uso insistito dell’ironia, dall’adozione di un lessico medio-basso e dalla prevalenza di una sintassi paratattica. Fowler arrampica sia su ghiaccio che su roccia, per cui adotta tanto gli scarponi quanto le scarpe da falesia. Effettua ascensioni sia in libera che in cordata, a cui abbina anche l’uso di <hi rend="italic">spit</hi>, di <hi rend="italic">nut</hi> e di <hi rend="italic">jumar</hi>. Fin dall’introduzione, Fowler espone la convinzione dell’importanza, in ambito alpinistico, dell’esperienza graduale ai fini della sicurezza: «Mi sentirei di sottolineare che l’alpinismo può essere un’attività pericolosa. Spero, però, che la mia scrittura lasci trasparire il piacere delle ascensioni avventurose, e per favore ricordatevi che sia io, sia i miei compagni, abbiamo compiuto queste ascensioni dopo aver sostenuto un lungo apprendistato» (p. 11). Riguardo all’allenamento, invece, Fowler afferma con schiettezza: «ho sempre teso a guardare l’alpinismo come ad un ottimo sistema per tenermi in allenamento, piuttosto che a qualcosa per il quale tenersi allenato» (p. 262), prendendo dichiaratamente le distanze da Mark Twight, che prevede un serrato programma di <hi rend="italic">training</hi> fisico e mentale. Nel capitolo intitolato <hi rend="italic">Delusione sul </hi><hi rend="italic">Peak 43</hi>, Fowler riferisce di una «devastazione ecologica» (p. 257) che colpisce la valle del Solu Khumbu, in Nepal, a causa del turismo alpinistico. Altrettanto sferzanti sono le considerazioni di Fowler sulla distruzione perpetrata dal governo cinese nei confronti di luoghi naturali come la Chang Ping Valley al fine di edificare massicciamente per speculazioni finanziarie. Nel quarto capitolo del volume, l’autore afferma di affrontare le scalate «con una severa etica alpinistica» (p. 71) per poi dare a Littlejohn ‒ e al lettore ‒ una definizione di alpinisti: «indossano scarponi pesanti, si portano dietro gli zaini e si caricano di materiale» (p. 76). Ritorna, in seguito, sul tema affermando che «l’etica alpinistica del Fowler […] consisteva nel fatto che vale tutto ad eccezione dell’uso degli spit» (p. 182) che «distruggono la sfida tradizionale dell’alpinismo» (p. 204). </p><p rend="h2">Scheda 19</p><p rend="h2">Gervasutti, Giusto. 1961 (1945). <hi rend="boldItalic">Scalate nelle Alpi</hi>. Torino: SEI. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Questo compendio di narrazioni ascensionali è un fototesto costituito da ventitré tavole ‒ l’indice di queste, peraltro titolate, è collocato in fondo al libro ‒ e dodici capitoli privi di titolo. Testo e immagini sono in stretta relazione e sembra che si completino vicendevolmente. Le porzioni di testo presentano delle cesure, rappresentate emblematicamente da uno spazio bianco, e si alternano alle fotografie che sono tutte in bianco e nero. L’autore inizia con una riflessione sulle origini della sua passione alpinistica che, non riuscendo a darle dei connotati precisi, definisce come l’effetto di una «spinta inconscia della fantasia» (p. 6). Fin da piccolo, le montagne dell’alta Carnia dove trascorre le vacanze lo affascinano e gli dischiudono «il piacere di poter salire un pendìo senza stancarsi» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>), «con la decisa volontà di vincere quei timori e quelle difficoltà che dominano le genti delle valli» (p. 7). Imitando guardiacaccia locali, Gervasutti inizia a scalare con un bastone ferrato ma ben presto si munisce di corda per scalare la Cima Ovest di Lavaredo e la Cima di Val Montanaia. Sulla vetta di quest’ultima «il desiderio di altre mete in terre lontane ancora sconosciute e vergini si acuì nell’animo come una sofferenza» (p. 11). L’anno successivo, Gervasutti scala la parete Nord del Monte Siera con due amici in otto ore. A ventun anni compie delle ascensioni negli Alti Tauri insieme all’ingegner Stegagno, «gran fautore delle salite di neve e di ghiaccio» (p. 14), grazie al quale impara la tecnica sul ghiaccio. In tal modo, afferma l’autore, «il ponte di collegamento con le Alpi occidentali è gettato» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). L’anno successivo, una volta trasferitosi a Milano, parte con Emilio Lupotto per Chamonix, dove vede la statua dedicata a de Saussure e Balmat ‒ il vero conquistatore del Monte Bianco, a detta di Gervasutti. Da Chamonix parte per compiere l’ascensione dell’Aiguille Verte dove il maltempo e i segni delle slavine rendono imprudente la salita ma, spiega l’autore, «il pericolo eccita le forze del buon combattente, lo isola dai legami del mondo, fa scomparire il peso della materia» (p. 25), decidendo così di proseguire. Poi è la volta del Dru ma da qui lui e Lupotto sono costretti a ritirarsi per una violenta grandinata, durante la quale Gervasutti viene colpito al gomito da un fulmine. In seguito, riparte per le Tre Cime di Lavaredo con Bruno Boiti, sulle cui vie classiche Gervasutti cerca «confronti tecnici» (p. 32) che sente «necessari per poter giungere razionalmente a possedere una perfetta e serena coscienza» (p. 33) di sé e delle sue capacità. Nel secondo capitolo racconta le imprese alpinistiche compiute nel 1932 con i compagni di Torino: la Nordend con Emanuele Andreis Paolo Ceresa; la cresta di Furggen al Cervino con Gabriele Boccalatte, Matteo Gallo e Guido Derege senza assicurazione; l’Auguille Verte con Renato Chabod e Boccalatte; l’Aiguille del Moine in solitaria; le placche attorno alla Capanna Lechaud, sulle quali Boccalatte resta ferito alla testa; la Torre Coldai con Boiti e la sfortunata scalata del Civetta con il tedesco Vittorio Schweiger che si frattura una gamba durante la ritirata; la salita al Sass Maor con Boccalatte, infine, nel settembre 1932. Il terzo capitolo si apre con una riflessione di Gervasutti sulle differenze tra l’alpinismo delle Alpi Occidentali e quello delle Alpi Orientali, vedendo in queste ultime un’attività più avanzata sia per equipaggiamento che per mentalità con cui si affrontano qui le ascensioni. Il suo ragionamento ben si colloca all’interno della più ampia polemica tra ‘occidentalisti’ e ‘orientalisti’ che caratterizza gli anni Trenta del Novecento. L’autore prosegue con il racconto della traversata dell’Aiguilles du Diable con Boccalatte e Ninì Pietrasanta, della ripetizione della cresta Sud dell’Aiguille Noire con Piero Zanetti e del tentativo di scalata della parete Nord delle Grandes Jorasses, sempre con Zanetti, nell’estate del 1933. Dopodiché, Gervasutti critica aspramente il Club Alpino Accademico definendolo «una specie di museo dell’alpinismo italiano» (p. 95) svuotato dalla sua «funzione principale e cioè di forza motrice di tutto l’alpinismo» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>) italiano. Le lodevoli iniziative delle sezioni locali ‒ da quanto riporta l’autore ‒ sono fiaccate dal problema finanziario ma, ciononostante, nell’ottobre 1933 la sezione di Torino abbina una spedizione alpinistica extraeuropea a una crociera turistica in America meridionale. Gervasutti parte con Boccalatte, Chabod, i Ceresa, Zanetti, Ghiglione, Binaghi, Brunner e Bonaccossa. Il gruppo, però, si divide a causa di un incidente avvenuto sul Tronador in Patagonia a Matteoda e Durando, per cui Gervasutti resta a disposizione dell’Ambasciata con Bonaccossa e Binaghi. Risultano interessanti le brevi descrizioni che l’autore offre dei paesaggi montani ancora piuttosto incontaminati del Sudamerica. Nonostante il maltempo e molte difficoltà logistiche, Gervasutti e Binaghi riescono a compiere alcune notevoli ascensioni su vette inviolate e innominate, alte più di 5000 metri. Nel quinto capitolo, Gervasutti restituisce al lettore il clima di competizione tra più nazioni europee per aggiudicarsi la scalata della parete Nord delle Grandes Jorasses ‒ da lui intrapresa con Renato Chabod ‒, che vede la morte del tedesco Peter Haringer. È interessante come l’autore registri di sentirsi «stranamente attratto dalla voragine» (p. 125) durante la ritirata. In seguito, Gervasutti si reca con Lucien Devies nel Delfinato per attaccare il Pic d’Olan. Il capitolo seguente è dedicato alla conquista della parete Nord delle Grandes Jorasses con Renato Chabod, avvenuta nel 1935, vincendo su altre cordate straniere che salgono contemporaneamente. Di questa eccezionale impresa, Gervasutti descrive ogni dettaglio, mettendo in risalto le difficoltà tecniche aggravate dal maltempo. Seguono l’ascensione alla cresta des Hirondelles ‒ con Rivero, Piolti, Sarfatti, Plazzo e Devies ‒ e quella al Pic Gaspard solo con Devies. Gervasutti racconta, inoltre, l’ascensione della parete Nord dell’Ailefroide, nell’estate 1936 con Devies, ma registra anche un’importantissima novità nel suo equipaggiamento «che rivoluzionerà completamente tutta la tecnica delle scalate nelle Alpi occidentali: le scarpe con la suola di gomma che sostituiscono le scarpe chiodate» (p. 177). L’autore dà spazio poi alla salita in solitaria del Cervino dal versante italiano ed è interessante la riflessione che precede l’impresa: «l’idea dell’azione vicina suscita in me strane sensazioni e contrastanti pensieri. Provo una grande commiserazione per i piccoli uomini, che penano rinchiusi nel recinto sociale […] e che non sanno e non sentono ciò che io sono e sento in questo momento. Ieri ero come loro, tra qualche giorno ritornerò come loro. Ma oggi, oggi sono un prigioniero che ha ritrovato la sua libertà. Domani sarò un gran signore che comanderà alla vita e alla morte, alle stelle e agli elementi» (p. 191). Nel capitolo successivo, l’autore afferma di trascorrere delle giornate con il Groupe Haute Montagne a Chamonix nell’agosto del 1937 per poi scalare, con l’amico Devies, il Requin e la parete Nord del Petit Drû. Le pagine seguenti sono dedicate al tentativo di ascensione dello spigolo Walker sulla parete Nord delle Grandes Jorasses nel 1938 ‒ soffiato per poco da Riccardo Cassin e compagni ‒ e alla salita della parete Sud/Sud-ovest del Picco Gugliermina con Boccalatte. Dopodiché, l’autore descrive l’ascensione al Monte Bianco con Paolo Bollini e quella della parete Est delle Grandes Jorasses con Giuseppe Gagliardone durante la Seconda guerra mondiale. Nell’ultimo capitolo, Gervasutti tenta di fare un bilancio della sua attività da alpinista e si interroga sulle motivazioni che lo portano così ardentemente da una montagna all’altra, insistendo sulla soggettività della pratica alpinistica che «permette a degli uomini di esprimere con quel mezzo o di soddisfare mediante quel mezzo un bisogno del proprio animo» (p. 251). Conclude il volume con un invito rivolto ai giovani alpinisti: «osa, osa sempre e sarai simile ad un dio» (p. 253). Il linguaggio è comune e la prosa è caratterizzata da periodi brevi che descrivono nello specifico i passaggi tecnici delle ascensioni ma restituiscono poco sia dei paesaggi che delle sensazioni avvertite sulle vette conquistate. Dalla lettura del testo emerge chiaramente, infatti, quanto per Gervasutti sia più importante la lotta sulla parete che la conquista della cima. «La parte contemplativa dell’alpinismo» (p. 252) ‒ secondo l’autore ‒ ha «il valore di un’interpretazione, mentre la creazione è riservata soltanto all’azione» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). È interessante, inoltre, la riflessione sprezzante di Gervasutti sulle persone che affollano Chamonix: «io sono sempre stato fermamente convinto che tra gli esseri viventi che abitano la terra, l’uomo sia certamente il più brutto, ma ciò che si può osservare a Chamonix in fatto di campionario umano supera ogni immaginazione. L’ottanta per cento della gente che si vede a girare per le strade, la quasi totalità di quella che regolarmente sale al Montenvers a contaminare il ghiacciaio, sembra inviata qui per una mostra particolare, vestiti nei modi più sgraziati possibili» (p. 59). Numerose località montane ‒ da quanto viene descritto nel volume ‒ sono affollate da turisti provenienti dalle città, tanto che Gervasutti si compiace di poter giungere a delle altitudini non accessibili ai più. Il senso che ha per lui l’alpinismo viene espresso fin dalle prime pagine e riaffiora con coerenza durante il racconto delle sue ascensioni: «riguardando le mie montagne, quasi tutte più basse e tondeggianti, provai un senso di umiliazione. Là, sì che si sarebbe dovuto lottare per guadagnare le cime! È il primo passo verso quel desiderio prepotente dell’azione eroica ed inutile, che determina l’intima essenza dell’alpinismo, di quell’azione eroica ed inutile che ha sempre costituito la recondita necessità dello spirito umano fin dalle sue origini, per tutte le sue più nobili imprese, grandi o piccole che siano» (p. 7). </p><p rend="h2">Scheda 20</p><p rend="h2">Gogna, Alessandro. 1975. <hi rend="boldItalic">Un alpinismo di ricerca</hi>. Milano: dall’Oglio. [Giovanna Lo Monaco]</p><p rend="text">Il volume raccoglie «racconti, lettere, episodi, per la maggior parte mai pubblicati, […] trascritti senza correzioni o aggiunte», con l’intento di «lasciare le cose come stavano», spiega l’autore nell’introduzione: «E così ho potuto trarre alcune conclusioni, sull’alpinismo passato, presente e futuro» (s. n.). Ripercorriamo in questa scheda soltanto alcuni momenti, selezionando arbitrariamente tra i numerosissimi, e spesso molto brevi, frammenti che compongono il lungo percorso tracciato dal testo, il quale si distacca dalla tradizionale autobiografia alpinistica per connotarsi come un libro «diverso» (<hi rend="italic">ibidem</hi>), secondo le intenzioni dello stesso autore, in cui confluiscono riflessioni, vicende, ideali e persino testi dal sapore finzionale situati lungo dodici anni di pratica alpinistica. Il racconto delle proprie ascensioni inizia con il primo bivacco, nel 1965, e termina sulla Palazza, nel 1974; nel mezzo, Gogna ripercorre le sue note imprese, dallo Scarason al Badile, dalla solitaria sulle Grandes Jorasses al Naso di Z’Mutt, dal Gran Cappucin alle Pale di San Lucano, dalla Cresta integrale del Peutérey all’Annapurna 1. Il primo capitolo consiste in un’ampia riflessione sull’alpinismo contemporaneo che si concentra sui cambiamenti intercorsi nel tempo nella ‘filosofia’ dell’alpinismo in rapporto agli sviluppi delle tecniche e delle tecnologie d’ascensione, con riferimento specifico al ben noto ‘assassinio dell’impossibile’ di cui parla Messner nel 1968, che Gogna identifica con l’uccisione «della vera avventura del pensiero e del coraggio» che ha comportato «l’arida classificazione sportiva e il calcolato e morboso interesse dei veicoli d’informazione (p. 14). L’intero volume è, come si evince dal titolo, dedicato al racconto, personale ma con l’aspirazione a raggiungere un valore generalizzabile, di un alpinismo di ricerca, votato cioè alla ricerca del nuovo, nonostante la percezione dell’esaurimento degli spazi e delle possibilità del nuovo stesso per l’alpinismo. Segue un frammento in cui si contesta l’ipotesi dell’alpinismo inteso come un comune sport «senza alcun ideale aggiunto» (p. 17). Il lettore può seguire le discussioni su progetti futuri e sulle idee dell’alpinismo che Gogna intrattiene con l’amico Messner attraverso le lettere tra i due, scambiate tra il ’68 e il ’69, che vengono riportate a mezzo del volume. <hi rend="italic">Un mantello che avvolge il passato</hi>, breve frammento dal carattere onirico, e <hi rend="italic">Scarason</hi> costituiscono insieme due brani che riportano direttamente al legame di estraneità dell’alpinista rispetto al territorio montano, vissuto quasi come un senso di colpa, e alla voglia, allo stesso tempo, di radicarsi nel territorio e nelle sue tradizioni. Nella parte finale del volume si trova <hi rend="italic">Evoluzione storica dell’alpinismo</hi>, frammento scritto a quattro mani con Gian Piero Motti, in cui i due ripercorrono la storia della pratica, dal romanticismo eroico cresciuto sulle pagine di Nietzsche e Lammer, ai pericoli che la stessa «trappola romantica» (p. 308) di una fuga ascetica dal consorzio sociale può rappresentare per l’alpinista contemporaneo; il discorso è da ricollegare a quell’alienazione di cui Motti parla nel 1972, nel ben noto intervento intitolato <hi rend="italic">I falliti</hi> che dava avvio al Nuovo mattino. Il libro termina con un testo programmatico, datato 1974, in cui Gogna prospetta un alpinismo «ideale», in cui l’aspetto estetico-creativo ha la priorità e l’individualismo caratteristico della pratica viene superato dalla socialità, dalle relazioni interpersonali, un alpinismo che possa porsi come un esempio, un modello per la società tutta, in vista della «<hi rend="CharOverride-1">Rivoluzione Totale</hi>» (pp. 346-48) che aleggia negli anni dell’onda lunga del Sessantotto. Il senso dell’alpinismo per Gogna, la ricerca di questo senso, è il filo che in definitiva lega le esperienze qui raccolte – accompagnate dalle fotografie delle imprese compiute – di cui l’autore evidenzia costantemente il dato tecnico, cronachistico, ma riporta anche sensazioni e riflessioni che ne sono scaturite, secondo uno stile molto personale che asseconda l’andamento meditativo e dubitativo di una continua interrogazione su sé stessi. Oltre alle memorie personali, con l’accoglimento delle voci di ‘altri’, Messner e Motti, e ridiscutendo i problemi scottanti che hanno interessato la pratica con l’avvento della contemporaneità, questo volume contiene un intero spaccato di alpinismo, un affresco delle utopie così come delle contraddizioni che lo hanno animato negli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta.</p><p rend="h2">Scheda 21</p><p rend="h2">Gugliermina, Giuseppe Fortunato, Giovanni Battista Gugliermina e Giuseppe Lampugnani. 1927. <hi rend="boldItalic">Vette. Ricordi di esplorazioni e nuove ascensioni sulle Alpi, nei gruppi del Monte Rosa, del Cervino e del Monte Bianco dal 1896 al 1921</hi>. Varallo: Sezione di Varallo del Club Alpino Italiano. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Questo compendio di narrazioni ascensionali è un fototesto contenente cinquantotto fotoincisioni calcografiche stampate su tavole fuori testo. Nella prefazione, si legge come, ben lungi dall’essere «invasati a pieno dal <hi rend="italic">furor scribendi</hi>» (pp. nn) di cui parla Mummery, gli autori del volume intendano con esso raccogliere le loro memorie alpinistiche senza avere pretese né letterarie né artistiche. Il testo è costituito da due parti così intitolate: <hi rend="italic">Nella regione </hi><hi rend="italic">del Monte Rosa e del Cervino</hi> e <hi rend="italic">Nella catena del </hi><hi rend="italic">Monte Bianco</hi>, i cui capitoli non sono scritti a sei mani, come risulta dalle firme. Lampugnani inizia raccontando gli antefatti alpinistici legati alla Punta Gnifetti, al Sesia Joch, alla Punta Parrot, al Passo Ippolita, al Colle Zurbriggen e ad altri punti di riferimento appartenenti al massiccio del Monte Rosa. Dopodiché, Giuseppe Gugliermina riporta i dettagli dell’ascensione al Colle Vincent compiuta nel 1896 grazie a Matthias Zurbriggen, una guida svizzera talmente affidabile e professionale da essere definita «maestro dell’arte» (p. 14). Coinvolgente è la descrizione naturalistica il cui «spettacolo» (p. 16), afferma l’autore, «ci estasia e muti, affascinati, ci par di sentire tremare il cuore in gioia infinita» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). La narrazione prosegue con il racconto, tra gli altri, della conquista della Punta Gnifetti, la prima traversata del Colle Zurbriggen ‒ compresi i tentativi falliti tra il 1897 e il 1898 ‒, le ascensioni alla Punta Parrot, quella alla Punta Giordani, la prima salita per la parete Sud-ovest del Lyskamm orientale, la prima salita alla Punta Grober per la cresta di Flua nonché l’esplorazione della cresta sud del Picco Tyndall sul Cervino. La seconda parte del volume ripercorre una serie di scalate compiute presso il Monte Bianco, come la prima traversata del Col de l’Aiguille Verte e, ovviamente, la conquista della Punta poi denominata, su iniziativa di Francesco Ravelli, Gugliermina, in onore dei due fratelli alpinisti. Tra i compagni di cordata più assidui si annoverano Natale Schiavi, il citato Ravelli, Ettore Canzio e Giuseppe Alliata, mentre si rilevano l’incontro con Julius Kugy, che rivolge loro «espansivi complimenti» (p. 305), e qualche avventura con Ugo De Amicis. Le ascensioni non vengono raccontate in ordine cronologico quanto piuttosto secondo un criterio geografico. Numerose sono le riflessioni da parte degli autori riguardo alle sensazioni avvertite sulle vette dove, scrive Lampugnani, «noi sospendiamo gli animi nell’infinito» (p. 135). Interessante come nel secondo capitolo lo stesso riporti le fasi della costruzione della capanna Gnifetti fino all’«ultimo bell’edificio, quello che dice ai colleghi di tutta Italia l’affetto della nostra Sezione del Club Alpino» (p. 47). La scrittura di Lampugnani è elegante e articolata, mentre quella dei fratelli Gugliermina è tendenzialmente paratattica e dal linguaggio più semplice. Gli autori del volume compiono le ascensioni, dopo un’attenta preparazione dell’itinerario con l’ausilio di carte topografiche e fotografie, utilizzando le piccozze, i ramponi e le corde di manilla. Hanno una rilevanza particolare, inoltre, i libri e gli articoli dei cosiddetti pionieri dell’alpinismo, ricordati con rispetto e ammirazione nel corso del volume, come testimoniano le numerose citazioni. Il senso del loro alpinismo viene chiarito in più passi del volume e viene descritto attraverso lo schema narrativo della lotta e della conquista: dapprima i protagonisti studiano il rivale, ovverosia la montagna, poi intraprendono l’ascensione che nasconde insidie e pericoli e, infine, conquistano la vetta. Si legge, per esempio, in occasione della scalata al Colle Vincent: «Ancora una volta il pigmeo ha vinto il gigante e la montagna è domata. L’uomo che in nessun luogo mai sente come tra queste immense ghiacciate solitudini il suo effimero nulla, nella sua piccolezza si esalta superbo di aver lottato contro la selvaggia natura e d’aver vinto!» (p. 26). Giuseppe Gugliermina, inoltre, nel dodicesimo capitolo, dedicato all’ascensione del Monte Bianco per la cresta dell’Innominata del 1921, commenta così le nuove tendenze nel settore alpinistico: «se il temperamento dell’alpinista è animato da un certo qual spirito d’avventura ed il suo amore per la montagna non sente certi assilli e non è preoccupato da manìa di formule nuove di pratica alpinistica o dalla smania dei “records”, smania che turba il gaudio sereno della contemplazione e che soffoca una delle più alte ragioni dell’alpinismo, cioè il gustare e vivere la montagna per la montagna e per sé solo, [non vi è] nulla di più bello e poetico di un alto bivacco» (p. 248). </p><p rend="h2">Scheda 22</p><p rend="h2">Hillary, Edmund. 2020 (1955). <hi rend="boldItalic">Everest. La storia della prima ascesa</hi>, trad. it. di Andrea Roveda. Prato: Piano B. [Clementina Greco]</p><p rend="text">In dodici capitoli, questo <hi rend="italic">récit d’ascension</hi> racconta l’impresa che nel 1953 porta Edmund Hillary e Tenzing Norgay, grazie a una spedizione internazionale del Commonwealth guidata da Lord Hunt, a conquistare la vetta più alta del mondo: l’Everest. Nella prefazione, l’autore elenca le qualità indispensabili per compiere azioni memorabili come questa: «coraggio, intraprendenza, capacità di fronteggiare stenti e privazioni, l’entusiasmo per restare fedeli a un ideale con ostinatezza e determinazione» (p. 5). Hillary inizia la narrazione tornando alle radici della sua passione alpinistica, individuabili nell’adolescenza quando, all’età di sedici anni, si reca in gita scolastica sul vulcano Ruapehu e vede per la prima volta la neve, entrando così in «un regno fatato di nevi scintillanti, pini rachitici, ruscelli ghiacciati» (p. 9). Quattro anni più tardi, incontrando nella <hi rend="italic">hall</hi> di un albergo Stevenson e Dick dopo la traversata del monte Cook e notando come i due siano «al centro dell’ammirazione di tutti» (p. 11) decide, «in preda a un sentimento d’inutilità» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>), di dedicarsi completamente alla montagna. Il giorno seguente, infatti, compie la sua prima ascensione, insieme a un amico e a una guida, sul monte Olivier. Tornato a casa, pieno di entusiasmo, Hillary si appassiona a due libri d’alpinismo: <hi rend="italic">Camp Six</hi> di Frank Smythe e <hi rend="italic">Nanda Devi</hi> di Eric Shipton. La svolta avviene per lui nel 1946, grazie all’incontro della guida Harry Ayres «il migliore alpinista neozelandese» (p. 13) che, per tre stagioni, gli insegna come scalare. Nel 1950, dopo aver effettuato una serie di ascensioni difficili, con l’amico George Lowe, decide di organizzare una spedizione in Himalaya con altri due amici, Earle Riddiford ed Edmund Cotter. Nel bel mezzo dell’avventura, i quattro alpinisti neozelandesi leggono un articolo che dà la notizia di un’impresa, guidata da Eric Shipton e in preparazione per l’autunno 1951, avente l’obiettivo di scalare l’Everest. Hillary e Riddiford, con loro grande sorpresa, vengono invitati dall’organizzatore a unirsi alla spedizione ‒ insieme a Bill Murray, Tom Bourdillon e il dottor Michael Ward ‒ di cui l’autore registra i dettagli nel secondo e nel terzo capitolo del volume. Avendo a disposizione poche informazioni, una volta piantato il Campo Base nel ghiacciaio Khumbu, quota 5250 metri, il gruppo deve procedere con una fase esplorativa. Tra crepacci e improvvise slavine, riescono a spingersi fino al Cwm Occidentale per poi, con grande amarezza, desistere. Dopodiché, Hillary e Lowe vengono invitati da Shipton a partecipare a una nuova spedizione himalayana avendo come obiettivo, questa volta, il Cho Oyu, la settima montagna più alta del mondo. Giunti sul posto, nonostante il progetto sia di effettuare l’ascensione da Nord-ovest, la strategia deve essere modificata, perché le truppe comuniste cinesi, preso ormai possesso del Tibet, minacciano la zona di confine e ciò comporta il fallimento dell’impresa. Come racconta nel quinto capitolo, Hillary e Lowe si accontentano di scalare, con l’aiuto di tre <hi rend="italic">sherpa</hi> e sei portatori, il Nup La, superando una terribile seraccata sul ghiacciaio Ngozumba, da dove hanno la possibilità di vedere e studiare l’Everest mentre viene attaccato da una spedizione svizzera. Scorgendo il Campo I, avverte «una sensazione inquietante, come se i fantasmi di Mallory, di Irvine, di Smythe, stessero ancora svolazzando tra le rovine» (p. 106). Durante la discesa, Hillary spera che gli svizzeri abbiano fallito e, quando apprende da Shipton che la vetta è rimasta inviolata, prova sollievo. Al Namche Bazar, i due gruppi hanno modo di confrontarsi e gli svizzeri raccontano di aver superato la seraccata ma di non aver percorso la via sul ghiacciaio del Lhotse, come suggerito da Shipton, bensì una via sulla cresta rocciosa da loro denominata Sperone dei Ginevrini. Giunti stanchi e provati al Colle Sud, Lambert e Tenzing avevano proseguito fino a quota 8550 metri per poi arrendersi. Una volta tornato ad Auckland, Hillary riceve una lettera di Shipton che, avendo accettato di dirigere una nuova spedizione per l’Everest del 1953, lo invita a partecipare con Lowe e Ayres. Il settimo capitolo si apre con una lettera di John Hunt che, avendo sostituito Shipton a capo della spedizione prevista per il 1953, lo informa del fatto che i nomi dei partecipanti devono essere approvati dall’Himalayan Joint Committe. Con grande piacere, Hillary e Lowe vengono confermati con Charles Evans, Tom Bourdillon, Alfred Gregory, Michael Ward, Charles Wylie, Wilfrid Noyce, Michael Westmacott e George Band, a cui si aggiungono l’operatore cinematografico Tom Stobart, il fisiologo Griffith Pugh e una serie di <hi rend="italic">sherpa</hi>, tra cui Tenzing Norgay, e di portatori. I due amici neozelandesi incontrano gli altri membri a marzo a Kathmandu, da dove presto si spostano per stabilire un campo a Thyangboche. Hillary viene incaricato di guidare un piccolo gruppo, costituito da Lowe, Westmacott e Band, sul ghiacciaio Khumbu per studiare la seraccata e l’accesso al Cwm Occidentale e, a tal riguardo, dice: «sentivo fortissima la responsabilità che John Hunt mi aveva assegnato, ed ero deciso a tentare l’impossibile per arrivare in cima alla seraccata» (p. 131). Con determinazione e resistenza, il gruppo riesce a tracciare una pista fino a quota 6000 metri e a stabilire il Campo II. Nei giorni successivi, superata una fase di acclimatazione, piccoli gruppi si alternano per battere la pista, fondare dei campi, rifornire questi ultimi e collaudare i respiratori. Con grande gioia, l’autore apprende da Hunt di essere stato scelto per condurre insieme a Tenzing il secondo attacco alla vetta dell’Everest con i respiratori a circuito aperto. Nonostante gli innumerevoli imprevisti, Hunt stabilisce il trasporto degli equipaggiamenti e dei viveri sul Colle Sud per il 21 maggio. Una volta in cammino, l’autore si entusiasma nel vedere Evans e Bourdillon procedere spediti verso la Cima Sud dell’Everest, mentre Tenzing ritiene che gli <hi rend="italic">sherpa</hi> dovrebbero partecipare all’assalto finale. Conquistata la Cima Sud, i due iniziano la discesa ma necessitano di aiuto e così, Hillary e Lowe prestano loro sostegno. Dopo aver trascorso una difficile notte al campo posto al Colle Sud, Hunt, Evans e Bourdillon scendono al Cwm Occidentale, mentre Hillary e Tenzing si preparano. Nel decimo capitolo, Lowe, Gregory, lo sherpa Ang Nyima, Tenzing e Hillary portano i carichi fino alla cresta Sud-est e l’autore scrive: «scalare a queste altezze dà raramente ‒ o quasi mai ‒ un vero piacere. Ogni singolo passo richiede uno sforzo fisico e mentale assolutamente consapevole. Eppure, […], mi sentii invaso da una sensazione di conquista che trascendeva qualsiasi fatica» (p. 199). Stabilito il Campo IX, il gruppo si divide: Lowe, Gregory e Ang Nyima tornano al Colle Sud, mentre Hillary e Tenzing bivaccano con una temperatura di 27 gradi sotto lo zero e pieni di dubbi per il giorno seguente. L’undicesimo capitolo del volume si intitola emblematicamente <hi rend="italic">La cima</hi>, in quanto l’autore riporta i dettagli dell’assalto finale, compiuto a partire dalle 6.30 del mattino del 29 maggio 1953 con corde, piccozze e bombole d’ossigeno a circuito aperto. Queste pagine ricche di tensione ‒ «fra le gambe vedevo 3000 metri di voragine […] non mi ero mai sentito così esposto al pericolo» (p. 222) ‒ culminano con il raggiungimento di entrambi sulla vetta della montagna più alta del mondo. Così l’autore descrive, nel capitolo finale, la sensazione provata: «mescolato al sollievo c’era un vago senso di stupore per aver avuto la fortuna di raggiungere l’ambiziosa meta di tanti alpinisti coraggiosi e determinati. All’inizio fu persino difficile capire che ce l’avevamo fatta […]. Ma mentre la realtà del successo si faceva sempre più chiara nella mente, sentii diffondersi nel mio corpo una grande, calda soddisfazione» (p. 231). Al contempo, Tenzing lascia delle leccornie in una piccola buca per offrirle in dono alle divinità del Chomolungma ‒ questo il nome tibetano dell’Everest che, in traduzione italiana, significa «Madre dell’universo». In questa stessa buca, Hillary deposita una piccola croce affidatagli da Hunt sul Colle Sud simboleggiando, con pochi oggetti così differenti tra loro, «la forza spirituale e la pace interiore che gli uomini ricevono dalle montagne» (p. 234). Nelle ultime pagine, l’autore racconta la discesa e, soprattutto, i lieti momenti di incontro con il resto della squadra. La scrittura di Hillary trasmette tensione perché, nonostante qualche descrizione, le sequenze sono prevalentemente narrative e la sintassi è fortemente paratattica. Il lessico è comune e medio, evitando sia picchi aulici che bassi. Scala utilizzando corde, scarponi, piccozze e ramponi. Il senso del suo alpinismo risiede, certamente, nella sfida con sé stesso ma un ruolo fondamentale viene giocato dall’esplorazione, dall’avventura, dall’attrazione per l’ignoto. Un elemento molto importante che emerge dalla sua scrittura è il cameratismo che avverte durante le spedizioni internazionali. </p><p rend="h2">Scheda 23</p><p rend="h2">Hunt, John. 1954 (1953). <hi rend="boldItalic">La Conquista dell’Everest</hi>, trad. it. di Donato Barbone. Bari: Leonardo Da Vinci. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Sei parti titolate ‒ <hi rend="italic">Lo sfondo</hi>; <hi rend="italic">Il piano</hi>; <hi rend="italic">La marcia d’avvicinamento</hi>; <hi rend="italic">La messa </hi><hi rend="italic">a punto</hi>; <hi rend="italic">L’assalto</hi> e <hi rend="italic">Dopo la vittoria</hi> ‒, suddivise in due o quattro capitoli, compongono questo volume, contenente numerose fotografie e illustrazioni. Si tratta di un <hi rend="italic">récit d’</hi><hi rend="italic">ascension</hi> che ripercorre dettagliatamente le fasi che hanno condotto alla prima ascensione dell’Everest, la montagna più alta del mondo. Immediatamente Hunt avverte il lettore del fatto che «in verità, la storia non sarà completa, perché la conquista dell’Everest non era impresa che potesse compiersi in un sol giorno, e neppure in quelle indimenticabili settimane d’ansia che videro i nostri preparativi e la nostra scalata» (p. 13). Riconoscendo, dunque, l’impresa come atto conclusivo di un progetto ad ampio respiro, l’autore dà conto dei tentativi di scalata precedenti e mette in evidenza tre criticità affrontate su questa montagna da ogni alpinista: l’altitudine, le difficoltà di scalata e le condizioni atmosferiche. Nella seconda parte del volume, Hunt descrive dettagliatamente i preparativi, avviati nel settembre 1952, necessari a «un’impresa formidabile» (p. 34) come una spedizione in Himalaya. In via preliminare, l’organizzatore ‒ vale a dire l’autore stesso ‒ deve scegliere degli uomini fisicamente, tecnicamente e psicologicamente in grado di affrontare un’esperienza in cui «le condizioni di vita oscillano da un estremo all’altro di intollerabilità» (p. 34). La decisione definitiva ricade su dieci alpinisti del Commonwealth ‒ i britannici Charles Evans, Tom Bourdillon, Alfred Gregory, Charles Wylie, Michael Westmacott, George Band, Wilfrid Noyce e Hunt, i neozelandesi Edmund Hillary e George Lowe ‒, il medico Michael Ward e alcune riserve. A questi si aggiungono, su imposizione del Medical Research Council e della Countryman Films Ltd il fisiologo Griffith Pugh e l’operatore cinematografico Tom Stobart. Inoltre, Hunt deve occuparsi dell’equipaggiamento da imballare, catalogare e trasportare, del regime alimentare, del finanziamento della spedizione, di prevedere la quantità di bombole d’ossigeno necessarie e di redigere un piano d’attacco. Secondo il suo progetto, il periodo preparatorio richiede tre settimane, mentre il cosiddetto «periodo dell’assalto» (p. 51) sette giorni. In seguito, Hunt, Wylie, Gregory e Pugh collaudano l’equipaggiamento sullo Jungfraujoch, dopo aver trascorso una giornata con Gaston Rebuffat, «un eccellente amico e compagno di ascensioni» (p. 68). La lunga fase di preparazione alla conquista dell’Everest si conclude con una visita a Buckingham Palace, dove Hunt viene ricevuto dal Duca di Edimburgo, patrono della spedizione e autore della prefazione che apre il volume. Nella terza parte del <hi rend="italic">récit</hi>, Hunt racconta la marcia di avvicinamento verso il Nepal, iniziata nel febbraio 1953, finché ognuno dei componenti della spedizione si ritrova a Kathmandu, dove avviene l’incontro con venti <hi rend="italic">sherpa</hi> scelti dall’Himalayan Club che così vengono descritti: «gli sherpas sono montanari originari del distretto di Sola Khumbu (Nepal orientale). Di ceppo tibetano, […] sono piccoli, robusti, e hanno tutte le genuine qualità degli alpinisti nati. […]. In montagna sono compagni meravigliosi» (p. 79). Dalla capitale nepalese, i portatori, gli <hi rend="italic">sherpa</hi> e gli alpinisti si incamminano lentamente, diretti a est, per collocare il primo Campo Base a Thyangboche. Qui inizia un periodo di addestramento per acclimatarsi e per allenarsi, durante il quale il gruppo si amalgama sempre più e ha la possibilità di esplorare luoghi incontaminati. In seguito, la compagine ‒ suddivisa in piccoli gruppi ‒ stabilisce un nuovo Campo Base sul ghiacciaio Khumbu ‒ «il posto aveva preso ad assomigliare a un alveare» (p. 132) ‒ e un campo a 6000 metri d’altitudine attrezzando, tra fatica e pericoli, una via lungo la seraccata. In seguito, i vari membri del gruppo e ventotto <hi rend="italic">sherpa</hi> provvedono al dislocamento delle scorte al Campo IV presso la testata del Circo occidentale, dopo aver superato un terribile crepaccio che sbarra la via d’accesso, per poi stabilire un Campo V ai piedi della parete del Lhotse. Durante queste operazioni, dettagliatamente registrate da Hunt, Charles Wylie viene raggiunto dalla notizia di essere divenuto padre, ma il programma della spedizione procede senza variazioni: superata la ricognizione sul Lhotse e attrezzato anche un Campo VI e un Campo VII, Hunt, Hillary ed Evans mettono a punto i dettagli per l’assalto alla vetta dell’Everest, considerando due tentativi ravvicinati da parte di due differenti cordate, sostenute da altrettante cordate d’appoggio. Il primo attacco, condotto con respiratori a circuito chiuso, viene affidato a Bourdillon ed Evans mentre il secondo, con apparecchi a circuito aperto, viene assegnato a Tenzing e Hillary. Con dedizione e sacrificio, ogni componente della spedizione porta a termine il suo compito, nonostante le fatiche, i pericoli e i numerosi problemi tecnici agli erogatori di ossigeno. Ricca di <hi rend="italic">pathos</hi> è la descrizione della scalata di Hunt nei pressi della Cima Sud, con il fine di depositare il materiale di sostegno per gli altri a quota 8335 metri. L’autore, a questo punto, narra le operazioni condotte da Evans e Bourdillon per raggiungere la Cima Sud, costretti poi a scendere senza conquistare la vetta dell’Everest. La quinta parte termina con uno slittamento della voce narrante che da Hunt passa a Edmund Hillary, addetto a raccontare l’ascensione dal Colle Sud alla vetta. Il 28 maggio, utilizzando la pista aperta, secondo i piani, da Lowe, da Gregory e dal portatore Ang Nyima, Hillary e Tenzing partono trasportando ben ventotto chili di materiale e raggiungono 8500 metri di altitudine. Il giorno successivo, i due riescono a raggiungere la cima alle 11.30 e si abbandonano all’emozione, per poi scattare numerose fotografie e piantare le bandierine della Gran Bretagna, del Nepal, delle Nazioni Unite e dell’India. Tornato al campo, Hillary così descrive le sue sensazioni: «salutandoli ‒ forse con una certa commozione ‒ provai più vivo che mai quel forte sentimento d’amicizia e di cooperazione che aveva predominato durante tutta la spedizione. […]. Quando vidi illuminarsi d’una gioia irrefrenabile il viso scarno dell’uomo coraggioso e risoluto ch’era nostro capo, sentii che in questo io avevo la miglior ricompensa» (p. 265). Nella sesta parte, Hunt riprende la narrazione, registrando il ritorno del gruppo prima a Kathmandu, poi a Londra, dove si tiene un ricevimento al Palazzo Reale, e poi a Calcutta, dove avvengono altri festeggiamenti. Nel paragrafo finale, intitolato <hi rend="italic">Riflessioni</hi>, Hunt dà merito alle spedizioni precedenti, alla preparazione meticolosa, alla qualità dell’equipaggiamento, alla collaborazione degli <hi rend="italic">sherpa</hi>, alle condizioni atmosferiche favorevoli e, infine, allo «spirito di corpo da cui era animata» (p. 287) la spedizione. La prosa di Hunt è costituita in prevalenza da sequenze descrittive e narrative, caratterizzate da un linguaggio comprensibile e da una sintassi regolare. Hunt e gli altri alpinisti della spedizione utilizzano corda, chiodi, martelli, cordini, moschettoni, piccozze, ramponi, dei verricelli, una scala smontabile, tende biposto modello Meade, sacchi da bivacco, bombole d’ossigeno e perfino un mortaio per «smuovere […] ogni valanga in agguato» (p. 57). Per quanto riguarda il vestiario, ogni componente della spedizione indossa all’esterno abiti di cotone misto a nylon, mentre all’interno indumenti imbottiti di piumini e dotati di cappuccio, a cui si aggiungono ben tre paia di guanti, rispettivamente di seta, di lana e di cotone. Due paia di scarponi, uno a doppia tomaia di cuoio foderata di pelliccia e l’altro con tomaia isolata grazie al tropal, completano la fornitura adottata durante la spedizione. Dalla lettura del récit emerge che per Hunt il senso dell’alpinismo risiede nello «spirito di avventura latente in ogni cuore umano» (p. 290). </p><p rend="h2">Scheda 24</p><p rend="h2">Javelle, Émile. 1947 (1886). <hi rend="boldItalic">Ghiacciai e vette</hi>, trad. it. di Ettore Cozzani. Milano: L’Eroica. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il volume viene organizzato e pubblicato postumo da Eugéne Rambert che struttura il libro come un compendio di narrazioni ascensionali suddiviso in dodici capitoli. Nel primo, <hi rend="italic">La Dent du Midi</hi>, Javelle si dichiara agli antipodi di grandi alpinisti come Rodolph Töpffer, John Tyndall, Claude Calame e Horace-Bénédict de Saussure, rispetto ai quali si sente «inutile» (p. 17) poiché, a differenza loro, egli compie ascensioni senza alcuno scopo tecnico o scientifico. In seguito, racconta le sue ascensioni sul Cervino, sul massiccio del Trient – effettuate senza guide e senza portatori –, sul Tour Noir, sul Weisshorn con la guida Peter Knubel, sul Rothhorn e sulla Dent d’Hérens. Le pagine sono popolate di mandriani, di amici, di guide e di persone locali, descritte con dovizia di particolari. Secondo l’autore, le scalate aprono le porte del pittoresco e del sublime, tanto che «dovunque ci sia una bellezza da raggiungere, egli va. […]. Erra per contemplare» (p. 11). Gli alpinisti, per Javelle, devono «salire più alti, sempre più alti, librarsi come a volo sopra il mondo!» (p. 74). La sua scrittura, che si fonda su «semplicità, naturalezza e trasparenza dell’espressione» (p. 9), corre parallelamente all’interesse per la montagna. Nel testo ci sono numerose citazioni colte, perlopiù poetiche, che si inseriscono agevolmente in una prosa descrittiva elegante e raffinata. La preparazione di Javelle in qualità di fotografo si riflette sulla scrittura che si sofferma a più riprese sulle luci, sulle ombre e sui colori dei luoghi delineati. Prepara le sue ascensioni studiando le carte a disposizione e ipotizzando possibili itinerari. Arrampica con scarponi, corda e piccozza. Javelle fornisce pochi dettagli tecnici ma, in compenso, dà conto delle ascensioni che hanno preceduto le sue. Interessante il passo in cui l’autore commenta con rammarico la costante antropomorfizzazione montana: «Champéry è un villaggio quasi per intero di villette; se ne costruiscono ogni giorno e tutte son le più sontuose delle altre, perché il lusso vi è portato a fondo; e non tarderà a venire il giorno in cui (facile previsione) non essendo più sufficienti gli abeti, si vedranno comparire le case di pietra e i muri tirati a pulimento con la calce; e davanti all’intonaco, davanti al progresso, addio per sempre il pittoresco!» (p. 21). La «marea di quel che si chiama progresso» (p. 190), per Javelle, investe la montagna con le sue popolazioni locali, le tradizioni, la flora e la fauna con tutta la sua forza distruttiva. Riguardo al raggiungimento della vetta, invece, l’autore afferma: «C’è ben altro che una soddisfazione dell’orgoglio, a mettere il piede su una sommità ove nessuno l’ha posato ancora. […]. Allora ci si sente come investiti d’una funzione religiosa; sembra che ci sia qualche cosa di sacro in questo istante in cui si compiono su un punto nuovo le nozze della terra e dell’uomo» (p. 232).</p><p rend="h2">Scheda 25</p><p rend="h2">Knez, Franček. 2014 (2008). <hi rend="boldItalic">La pietra infuocata</hi>, trad. it. di Luca Calvi. Lecco: Alpine Studio. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Fin dalla prefazione, Luca Calvi evidenzia come il libro di Knez sia difficilmente collocabile all’interno del perimetro del <hi rend="italic">récit d’ascension</hi> e, più in generale, della letteratura alpinistica, che spesso propone schemi e modelli piuttosto convenzionali. Il volume, frutto dell’insistenza di Rok Zavrtanik e di Urban Golob, si distingue nel settore, a suo avviso, per originalità nelle forme e nei contenuti proposti. Dal punto di vista grafico, capitoli brevi si alternano ad altri di più ampio respiro, mentre i <hi rend="italic">font</hi> variano in base allo stato d’animo che lo scrittore intende far emergere oppure alla tipologia di scalata descritta. Il maiuscoletto, in particolare, viene adottato per le considerazioni più profonde da parte dell’autore, mentre i due brevi testi poetici, collocati ad apertura e a chiusura del volume, sono introdotti da degli asterischi. L’opera, corredata da diciannove fotografie in bianco e nero, è un’autobiografia intima, strettamente soggettivo, che non fornisce al lettore dettagli precisi bensì sensazioni, ricordi frammentari che si intrecciano senza rispettare l’ordine cronologico delle vicende. Knez inizia con il raccontare due scalate, compiute in anni differenti, al Črni Kal dove, l’incontro e il confronto con altre persone gli stimolano una riflessione riguardo alla discrasia tra l’autopercezione e le impressioni ricavate dagli altri, all’esterno. Dopodiché, l’autore racconta le sue prime ascensioni compiute, insieme al vicino di casa Jožet, con il Club Alpino di Celje sotto la direzione di Cic Debeljak. Seguono alcuni brevi capitoli dedicati all’infanzia, ai genitori e al fratello, ricordati con nostalgia e affetto. Descrive, inoltre, una serie di ascensioni complesse, come la prima invernale sul Pilastro Dušanov, la scalata della Bela Grapa durante una tormenta di neve, la prima invernale della via Modec-Režek sulla Štajerska Rinka e la Direttissima Americana ai Dru. Knez racconta, inoltre, di aver lasciato il Club Alpino di Celje per divergenza di vedute con gli amministratori e di essersi legato a un gruppo di alpinisti, tra cui Matjaž Fištravec e Marjan Kovač con i quali compie spedizioni extraeuropee, come in Perù. Pagine intense vengono dedicate alla solitaria sull’Eiger ‒ che, afferma l’autore, «garantisce un’emozione particolare» (p. 77) per la varietà di scenari, tecniche e tipologie di scalata che offre ‒ e all’ascensione di El Capitan. Tra il 1980 e il 1981, Knez conosce Silvo Karo e Janez Jeglič con i quali apre numerose nuove vie ‒ per esempio sulla Vrbanova špica, sulla Črna gora e sul Travnik ‒ ed effettua ascensioni notevoli, come il diedro tra la parete Est e il pilastro Goretta del Fitz Roy. Nel ventitreesimo capitolo, lo scrittore registra il terribile mutamento occorso al Parco Nazionale Paklenica dove, a causa di ferrate, percorsi per bambini, sentieri didattici ecc. costruiti sulle pareti verticali, «l’anima […] è confusa, si sente vuota e ben presto compaiono dentro di lei la solitaria tristezza e il malinconico dolore per il paradiso perduto» (p. 115). Seguono pagine dedicate alle ascensioni sul Triglav ‒ «la montagna delle […] montagne» (p. 121) slovene, nonché «simbolo pietrificato della potenza e della grandezza» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>) ‒, sull’Everest in una spedizione nel 1979, sul Lhotse nel 1981, sul Kangchenjunga nel 1985, durante cui perde la vita Borut Bergant, sul Trango e sul Broad Peak nel 1987. Nel trentaquattresimo capitolo, Knez racconta di come abbia affrontato due operazioni chirurgiche alla spina dorsale, a causa di una caduta occorsa durante un allenamento. Ciononostante, torna a scalare su roccia, rivivendo le emozioni di un tempo. La scrittura è paratattica, asciutta, scorrevole e facilmente comprensibile per il lessico comune. Knez si allena ogni giorno e aumenta gradualmente il livello di difficoltà delle scalate, mettendosi alla prova con qualunque condizione atmosferica, con il fine di accrescere il suo bagaglio di competenze. Compie numerose ascensioni in libera, su roccia, su ghiaccio, d’inverno e gradisce arrampicare di notte per conoscere vari aspetti della montagna. Introduce i principi dell’arrampicata libera ‒ a partire dalla velocità di esecuzione, dall’interesse per la parete ‒ nell’alpinismo in stile alpino, proponendo una pratica aperta, flessibile, ibrida. Scala usando corde, ramponi, moschettoni e alcuni chiodi che, spesso, rimuove, ma nei primi anni, insieme al suo amico Zupan, arrampica con poca attrezzatura a causa dei prezzi elevati e delle difficoltà di approvvigionamento dei materiali. Se inizialmente effettua le ascensioni indossando i pantaloni alla zuava e gli scarponi, decide in seguito di portare jeans, maglione e scarpette, entrando in frizione, suo malgrado, con i maestri di un’altra generazione. Non dorme nei rifugi e preferisce bivaccare all’esterno, mentre per gli spostamenti si muove a piedi o in autostop. L’autore espone apertamente le sue idee e critica, anche con ferocia, l’ambiente alpinistico dominante, tradizionale, che vuole imporre «valutazioni, cifre e lettere… Ma quelle sono roba morta» (p. 61), perché ‒ a suo avviso ‒ arrampicare è un’esperienza soggettiva, intima, filtrata dalla prospettiva di colui che la compie. Per Knez, raggiungere la vetta è un attimo in cui «tocchi la felicità. Ogni tocco è un pezzettino d’eternità, rugiada dorata per anime immortali» (p. 108). È necessario notare come nel libro non si avvertano eroismo e machismo, quanto piuttosto il desiderio di condividere quanto affrontato, tanto che l’autore dichiara: «È certamente buona cosa tendere alla perfezione, anche se spesso si perde di vista il fatto che tra i tratti caratteristici che distinguono l’essere umano, il più significativo è proprio il saper fallire» (p. 59). L’esplorazione ‒ «tutto quel vagabondare […] ti rende l’anima tranquilla e incantata» (p. 42) ‒, la roccia di buona qualità e la capacità di riuscire a superare gli ostacoli sulla parete sono gli elementi essenziali dell’alpinismo di Knez che, infatti, non dedica ampie descrizioni alla vetta o alle implicazioni psicologiche ed emotive del raggiungimento della stessa, preferendo piuttosto raccontare le avventure affrontate. Riguardo a questo, l’autore scrive: «l’obiettivo è l’ispirazione e il percorso è un fine di per sé. L’importante è credere nel proprio cammino» (p. 160). </p><p rend="h2">Scheda 26</p><p rend="h2">Kugy, Julius. 2000 (1925). <hi rend="boldItalic">Dalla vita di un alpinista</hi>, trad. it. di Ervino Pocar. Trieste: LINT. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Questo compendio di narrazioni ascensionali è stato scritto – come avverte Kugy nella prefazione – tra il 1916 e il 1918, raccogliendo le memorie alpinistiche dello scrittore compiute dalle Alpi Giulie alle Dolomiti, dalle Carniche alle Clautane, dall’Oberland Bernese al Delfinato, per concludere con le Prealpi. Il suo amore per la montagna affonda le radici nella letteratura poiché deriva, in particolare, dalla lettura di <hi rend="italic">Entdeckungsreisen in der Heimat. I. Eine Alpenreise</hi>, di Hermann Wagner, pubblicato dalla casa editrice Otto Spamer nel 1865. Ancora da scolaro, riesce a leggere <hi rend="italic">Scrambles amongst the Alps:</hi><hi rend="italic"> in the years 1860-69</hi> di Whymper, restandone profondamente colpito. Inizia a scalare senza scarpe chiodate e senza piccozza ma solo con un bastone di faggio, mentre in seguito adotta le corde. Le sue prime ascensioni importanti avvengono attorno al Triglav ed è per la Cima Lipa, in Val Trenta, che Kugy comincia a scalare con la guida Andreas Komac che lo accompagnerà per vent’anni, arrampicandosi «con una maestria incomparabile, con meravigliosa agilità, rapidità ed eleganza» (p. 47). Altre guide fondamentali sono Jože Komac, Joseph Croux, Osvaldo Pesamosca e Anton Oitzinger che «furono anche moralmente esempi luminosi» (p. 131). Per Kugy le sue guide hanno un valore eccezionale, la fedeltà, grazie a cui riescono a stabilire un legame indissolubile. Nel volume, costituito da otto capitoli, l’autore ripercorre le proprie imprese alpinistiche non in ordine cronologico quanto piuttosto secondo un criterio geografico, sulla base di una certa vallata o di una determinata montagna. Il susseguirsi di avventure, di incontri, di aneddoti, di imprevisti, di riflessioni e di magnifiche descrizioni dà luogo ad una narrazione intima e avvincente. La scrittura non è tecnica bensì tenta di restituire al lettore le intense emozioni provate dall’autore nel corso delle sue ascensioni. Si sofferma sulle difficoltà di certi passaggi ma senza drammatizzare gli eventi, perché il suo obiettivo è quello di tramandare le sue conoscenze, le sue impressioni e i suoi suggerimenti ai giovani ai quali dice: «si deve ponderare sempre, osare di rado, e solo quando la probabilità di vincere compensi il rischio» (p. 91). Kugy arrampica con i ramponi, le corde e le piccozze, ma rifiuta categoricamente l’utilizzo dei chiodi sia temporanei che permanenti (della montagna dice: «non contaminatela con colori e chiodi!») (p. 73). Nonostante preferisca la roccia, arrampica anche su ghiaccio e neve, adottando accortezze e precauzioni. L’autore si sofferma a più riprese sull’antropomorfizzazione delle montagne che dall’essere vergini e incontaminate si sono riempite di cartelli, appigli di ferro, iscrizioni, corde ferrate, osterie alpine e, soprattutto, macchie rosse («Che importa al buon membro d’una società il gemito angoscioso della nostra anima? Egli tinge di rosso i posti che ci erano sacri, ci colpisce al cuore col pennello, senza pietà» [p. 96]). Con tali mezzi «s’incatena il gigante, lo si butta a terra e si grida alla folla: “eccovelo, ora lo potete calpestare”» (p. 97). L’alpinista, per l’autore, deve essere «veritiero, nobile, modesto» (p. 11) e deve guardare la montagna non come «un’impalcatura da rampicate» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>) bensì come «fonte di felicità» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). Nonostante le sue eccezionali imprese, Kugy non interpreta l’ascensione come una conquista o come una sfida sportiva, tanto che afferma: «non è detto che tutte le volte si debba raggiungere in montagna una cima; si deve anche saper darsi vinti e accontentarsi del possibile. Della gioia da portar a casa ce n’è sempre» (pp. 56-7). Alla base del suo alpinismo c’è l’amore per la natura ed è illuminante, a tal proposito, un passo del terzo capitolo del volume: «i monti non devono essere i nostri nemici. Non mi è mai piaciuto leggere in qua e là che “si gettava loro il guanto”, che si partiva per “combatterli”, che si opponeva loro, come a nemici, la propria forza. […]. Oh, i monti sono tanto grandi, tanto pazienti! Sopportano molto. E non poche vittorie che paiono mettere in luce l’energia e l’abilità umana, sono, nonostante tutto, dovute alla loro benevolenza: le loro armi tremende erano riposte» (p. 91). </p><p rend="h2">Scheda 27</p><p rend="h2">Kugy, Julius. 1969 (1931). <hi rend="boldItalic">La mia vita nel lavoro, per la musica, sui monti</hi>, trad. it. di Ervino Pocar. Bologna: Tamari. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il volume è un’intima autobiografia dell’alpinista giuliano che ripercorre non soltanto le sue esperienze in montagna ma anche i momenti salienti della sua vita personale e familiare. Inizia, dunque, descrivendo Villa Granfenberg a Trieste, dove nasce nel 1858, per poi soffermarsi sui suoi familiari a partire dal padre, titolare della ditta Pfeifer-Kugy, e dalla madre. Prosegue poi con l’influenza benefica della fedele bambinaia Ursc’ka, del precettore di musica Kühnau e degli amici del ginnasio. La conoscenza con Tommasini, esperto di botanica, e con Baumbach, poeta romantico, conduce l’autore sulle montagne alla ricerca di un fiore chiamato Scabiosa Trenta e di paesaggi sublimi. Altrettanto forte, in tal senso, è l’influenza di certi libri illustrati che affascinano Kugy tanto da fargli avvertire «una brama lingueggiante verso le chiare altezze montane» (p. 27), come <hi rend="italic">Esplorazioni in patria</hi> di Ernst Wagner, <hi rend="italic">The Dolomite Mountains</hi> di Josiah Gilbert e George Churchill e <hi rend="italic">Scrambles amongst the Alps</hi> di Edward Whymper. Così l’autore descrive nel primo capitolo il suo approccio all’attività alpinistica: «Non fu un impeto improvviso, ma tutto si svolse passo passo, a grado a grado, con logica e ininterrotta sequenza; tutto secondo una sua intima necessità. Dopo anni di speranza e di attesa, quando lo sviluppo fu compiuto, mi trovai, indubbiamente beato, ebbro di bellezza ed esultante, nel seno radioso della montagna» (p. 27). Kugy dedica numerose pagine a ricostruire l’importanza che, soprattutto negli anni Settanta del diciannovesimo secolo, hanno avuto per lui la musica ‒ suona il pianoforte prevalentemente con la Società Schiller ‒ e la botanica. L’autore racconta di aver scalato il Jalouz nel 1877 e di aver trascorso numerose notti a consultare carte topografiche e a sognare valli, creste e vette da raggiungere. L’anno successivo, Kugy si iscrive all’Alpenverein, iniziando a leggerne le pubblicazioni e a raccogliere informazioni utili per organizzare le future ascensioni. A Vienna, dove porta avanti gli studi di giurisprudenza, l’autore diventa amico di Otto Zsigmondy, di suo fratello Emil e di August von Böhm, «noto per essere il migliore arrampicatore» (p. 69) della città, con i quali intraprende gite, escursioni e scalate che vengono descritte, per la loro natura esplorativa, come «avvolte in un velo di romanticismo» (p. 72). Nel quarto capitolo del volume, Kugy elenca alcune sue ascensioni sulle Dolomiti e sulle Alpi Giulie, per poi dedicare alcune pagine nostalgiche ad alpinisti e guide che, nel corso degli anni, incontra a Zermatt e a Courmayeur. In seguito, lo scrittore indica nel romanticismo, nella tendenza al poetico, nella ricerca della spiritualità l’unica connessione tra la montagna e la musica. Il decimo capitolo, intitolato <hi rend="italic">La mia ultima </hi><hi rend="italic">“prima ascensione”</hi>, che si riferisce alla Torre Nord del Montasio, è l’unico che riporta i dettagli tecnici della scalata, avvenuta nel 1910 con le guide Osvaldo Pesamosca e Anton Oitzinger. Successivamente, Kugy racconta i lutti familiari, l’effetto catastrofico della guerra sull’attività lavorativa e personale, la decisione di farsi aiutare da uno psichiatra di Vienna e la conseguente scelta di scrivere un’autobiografia sul suo passato glorioso per rigenerare lo spirito e la psiche. Un’appendice riguardante alcuni monti, un breve capitolo commemorativo per Oitzinger e Pesamosca e un epilogo, in cui riferisce di vivere da solo, suonando e tenendo conferenze alpinistiche, concludono il volume di Kugy. La scrittura dell’autore è elegante, intima e pregna di nostalgia. Delle ascensioni Kugy restituisce più le emozioni provate di fronte a certi paesaggi che dettagli tecnici e pratici su come le abbia effettuate. È interessante come nel terzo capitolo l’autore marchi un solco tra il suo alpinismo e quello successivo: «E come era intimo il mio colloquio coi monti che però non potei né volli mai separare dalla grandezza e dalla bellezza della natura […]. E come mi tuffavo nei pernhartiani panorami del Tricorno e del Grossglockner, dove ogni monte aveva qualcosa da dirmi, dove […] cercavo di immaginare su quelle cime l’esultanza che un giorno avrei forse potuto godere. Ne hanno un’idea i giovani dalle tendenze moderne che hanno l’abitudine di raccogliere informazioni frettolose per sapere dove ci sarebbe ancora da fare “qualcosa di nuovo” e poi vanno ad arrampicarsi per la “conquista” del macigno?» (pp. 58-9). Spiega, inoltre, che se negli anni Trenta del Novecento gli alpinisti cercano di tracciare la via ardita e pericolosa, alla fine dell’Ottocento l’intento era di individuare il percorso più facile per rendere il monte accessibile. Riguardo alla concezione del pericolo, in particolare, scrive: «Oggi l’alpinismo ha imboccato vie nuove, mai immaginate, alquanto audaci. Ma quanto più ci si allontana dallo spirito, dall’anima, che lo deve sempre permeare, quanto più si insiste sul mezzo per giungere al fine, sul lato tecnico, materiale, quale fine a sé stesso, tanto più mi sembra che si avvicini una svolta. Ogni esagerazione, infatti sfocia infallibilmente, con le sue ultime conseguenze, nel discernimento e nella correzione. Non dobbiamo dimenticare che la morte in montagna non è sempre una fine eroica, ma assai spesso una grande stupidaggine» (p. 77). Altrettanto rilevante è la riflessione riguardo all’adozione delle guide che, tra gli anni Settanta e Ottanta del diciannovesimo secolo viene valutata dagli alpinisti ‒ secondo quanto riporta Kugy ‒ da un punto di vista prettamente finanziario. Nonostante effettui alcune ascensioni senza guida, soprattutto per l’influenza dei Zsigmondy e di Purtscheller, l’autore prende la decisione di effettuare le sue scalate con guida e afferma: «Preferii andare in montagna da “padrone”. Si sa bene che non andavo a fare “il secchio”. Lasciavo volentieri ad altri il lavoro materiale» (p. 75).</p><p rend="h2">Scheda 28</p><p rend="h2">Kukuczka, Jerzy. 2002 (1995). <hi rend="boldItalic">Il mio mondo verticale</hi>. Milano: Versante Sud. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il volume si apre con una prefazione di Reinhold Messner, che ricorda la caduta di Kukuczka sulla parete Sud del Lhotse come una «grande perdita per l’alpinismo» (p. 5), e con una prefazione di Simone Moro che racconta di essere entrato facilmente «in confidenza e amicizia con un uomo “come tanti”» (p. 7). Nell’introduzione, Kukuczka racconta di aver compiuto la prima scalata su roccia il 4 settembre 1965, a Podlesice, e di aver deciso di seguire un corso di arrampicata per un anno e dice: «sentivo che era quello ciò che volevo» (p. 11). Con Piotrek Skorupa compie una serie ascensioni sui Monti Tatra per mettersi alla prova ma, dopo queste vittorie, viene chiamato dal servizio militare, vissuto «come una calamità naturale, uno strappo, per due anni, da quello che era stato il senso della vita» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). Una volta tornato, affronta in inverno la Kazalnica ma, a causa di una corda ghiacciata, Piotrek cade e muore, sconvolgendo l’autore che, nonostante il dolore, decide di dedicarsi anima e corpo alla montagna. Partecipa a delle spedizioni internazionali in Alaska e sulle Alpi, entra nel Club di Alta Montagna di Gliwice nel 1975 e affronta le montagne himalayane. Tre anni dopo, inizia a dipingere le ciminiere su iniziativa del direttore della Manutenzione Acciaierie per finanziare le spedizioni internazionali, a partire da quella per scalare il Lhotse, nel 1979, avendo come caposquadra Adam Bilczewski: durante quest’impresa, incontra Reinhold Messner ‒ a cui dice di aver trovato la torcia di Günther Messner, fratello di Reinhold, sul Nanga Parbat ‒ di cui nota l’attrezzatura avanzata e, al contempo, la cordialità. Dopodiché, l’autore racconta della nascita di suo figlio Maciek, per la quale rinuncia senza rimpianti a partire per la conquista della prima invernale dell’Everest. Su quest’ultimo si reca qualche mese più tardi con Gienek Chrobak, Andrzej Czok, Rysiek Gajewski, Zyga Heinrich, Janusz Kulis, Waldek Olech, Jacek Rusiecki e Wojtek Wroz, arrivando sulla vetta tracciando una via nuova e torna in patria tra i festeggiamenti mentre i polacchi, pieni di orgoglio indipendentista, iniziano ad opporsi con scioperi e sabotaggi contro la dittatura sovietica. Nel 1981, dopo aver compiuto delle ascensioni in Nuova Zelanda, si reca alle pendici del Makalu insieme a Wojtek Kurtyka ‒ occasione in cui incontra Doug Scott e nuovamente Messner ‒ ed effettua la scalata da solo, con delle pessime condizioni metereologiche e affrontando dei passaggi in libera. Nello stesso anno, in Polonia entra in vigore la legge marziale e, in un clima di terrore e di desolazione, l’autore e Kurtyka decidono di aggregarsi alla spedizione al K2 di Wanda Rutkiewicz per uscire dal paese, con l’accordo di non intralciare l’impresa strettamente femminile. In quest’occasione ‒ durante la quale perde la vita Halina Kruger ‒, riesce a scalare il Broad Peak, pur essendo privo dei permessi. In seguito, i due amici polacchi contrabbandano alcolici per poter coprire le spese delle loro spedizioni alpinistiche, tra cui quella al Gasherbrum I e al Gasherbrum II del 1983, pur non avendo le complete autorizzazioni. Tra burocrazia e inchieste interne, Kurtyka e Kukuczka riescono a tornare in Himalaya già l’anno successivo, aggregandosi alla spedizione di Janusz Majer per il Broad Peak, con l’intento di compiere l’ascensione del Gasherbrum IV. Nel 1985, nasce il secondo figlio dell’autore, Wojtek, mentre l’alpinista è intento a scalare il Dhaulagiri. A causa di quest’ascensione riporta dei congelamenti alle dita dei piedi, ciononostante intraprende una corsa contro il tempo per scalare anche il Cho Oyu e, una volta in patria, avverte «il cuore […] scaldato da una grande soddisfazione» (p. 150). Invitato da Pawel Mularz, capo di una spedizione polacca prevista per il 1985, Kukuczka torna in Himalaya per scalare il Nanga Parbat, aprendo una nuova via sul pilastro Sud-est, ma il 10 luglio Piotrek Kalmus viene travolto da una valanga. Nei vari campi serpeggia il caos e l’autore descrive il clima teso, nervoso e triste che si instaura in questi frangenti quando, cioè, è necessario che emerga un <hi rend="italic">leader</hi> per riportare l’equilibrio: nonostante Kukuczka voglia continuare a salire, rimette la decisione a Zyga Heinrich e, in ultima analisi, in quattro attaccano invano la vetta. Segue il racconto di ulteriori imprese, talvolta fallimentari talaltra vittoriose, come il tentativo sulla parete Sud del Lhotse nel 1985, durante cui muore Rafal Cholda; la spedizione al Kangchenjunga nell’inverno 1986, caratterizzata dalla perdita del compagno Andrzej Czok e del capo-spedizione Heniek Furmanik; la spedizione al K2 dello stesso anno ‒ in concomitanza con quelle francese, italiana, inglese, americana, coreana, a cui si aggiunge in solitaria Renato Casarotto ‒, guidata da Karl Maria Herligkoffer con l’intento di scalare la difficile parete Sud, su invito dell’amico Tadek Piotrowski che muore a causa della perdita dei ramponi durante la discesa. Nonostante la perdita di Tadek, l’autore parte dopo poco per il Manaslu e l’Annapurna con Artur Hajzer, Rysiek Warecki, Carlos Carsolio, Edek Westerlund e l’amico Kurtyka ma, al campo base, apprende dalla radio che Messner aveva ufficialmente completato la salita di tutti i quattordici Ottomila e Kukuczka scrive: «aspettavo questa notizia, ma adesso che era arrivata, nonostante tutto, ero diventato triste. Era lui, comunque, il primo. Ero deluso, ma anche inaspettatamente sollevato. Finalmente tutto quel chiasso intorno alla nostra competizione era finito. Ora potevo tranquillamente proseguire per la mia strada» (p. 224). Il volume si conclude con il racconto della prima ascensione invernale della parete Nord dell’Annapurna nel 1987 con Hajzer, Warecki, Krzysiek Wielicki, Michal Tokarzewski, Wanda Rutkiewicz ‒ nonostante l’autore si esprima più volte contrario all’alpinismo femminile ‒ e Jacek Palkiewicz, giornalista della <hi rend="italic">Gazzetta dello Sport</hi>, e della scalata dello Shisha Pangma per il versante occidentale, completando così gli Ottomila: «qualcosa è veramente finito? No, il mondo verticale non finisce mai. È là, aspetta» (p. 281). La scrittura dell’alpinista polacco è prevalentemente descrittiva ed è caratterizzata da un registro colloquiale. L’autore insiste con particolare attenzione sulle condizioni economiche in cui versano lui e gli altri alpinisti durante la dittatura sovietica, mettendo in luce le notevoli differenze tra scalatori del blocco occidentale e del blocco orientale. Kukuczka scala con corde di pessima qualità, chiodi, ramponi e piccozza. Riguardo all’emozione provata in cima, l’autore scrive: «quando sono sulla vetta la conquista ormai ha perso importanza, ciò che conta è solo scendere il più velocemente possibile e arrivare alla tenda» (p. 248), per cui ad interessargli è la lotta sulla parete. Fin dall’introduzione, chiarisce che in questo libro autobiografico: «non c’è una risposta alla domanda, posta con insistenza, su qual è il senso delle spedizioni verso le alte montagne. Non ho mai sentito il bisogno di una simile definizione. Andavo sulle montagne e le conquistavo. Ecco tutto» (p. 13). In seguito, afferma di cercare «la solitudine, il contatto con la natura e con sé stesso» (p. 76), perseguendo l’obiettivo di superare ogni difficoltà. </p><p rend="h2">Scheda 29</p><p rend="h2">Lammer, Eugen Guido. 1932-1933 (1922). <hi rend="boldItalic">Fontana di giovinezza</hi>. Vol. I-II. Milano: L’Eroica. [Clementina Greco]</p><p rend="text">L’opera inizia con un <hi rend="italic">Preludio</hi> in cui l’autore espone la sua idea di alpinismo e si rivolge, in particolare, ai giovani scrivendo: «Il mio richiamo vale per voi, che, stanchi di tutta la lacerazione interiore, vi dedicate alla montagna con tutto il vostro essere e i vostri sforzi, agognate a restare totali o a divenire totalità come sono le Alpi» (pp. 7-8). Cita Nietzsche e Tasso come suoi modelli e paragona il suo libro a un «grido per la libertà senza vincoli, per la personalità dominatrice di sé, per la più intima verità» (p. 11). È interessante come Lammer distingua due tipologie di alpinisti, l’estetico e il cavalleresco ‒ «L’uno è contemplazione e sete di bellezza, l’altro azione e avventura» (p. 12) ‒, per poi collocarsi nella seconda fattispecie. La prima parte del volume, intitolata <hi rend="italic">Escursioni e quadri della montagna</hi>, racconta la traversata dell’Olperer fino al Fusstein, l’ascensione del Gran Pilastro, della Zsigmondyspitze con Oscar Schuster, del Grossvenediger, del Wiesbachhorn, della Wildspitze, della Thurwieserspitze ‒ durante cui cade in un crepaccio ‒ del Gran Mörchner con la moglie Paula e del Cervino con August Lorria, quando i due vengono travolti da una valanga. Il libro prosegue con il racconto delle ascensioni dello Zinalrothorn, che «doveva offrire una scuola rude» (p. 276) e del Weisshorn. Nel decimo capitolo, Lammer riferisce come la compagine alpinistica britannica, da lui molto ammirata, ‒ «essi furono i nostri luminosi modelli e precursori» (p. 290) ‒ abbia ‘condannato’ la nuova generazione di alpinisti a cercare vie inedite nelle Ande o nell’Himalaya, poiché le pareti vergini delle Alpi si stanno ormai esaurendo. L’autore, però, si rivolge agli «anziani fatti stanchi» (p. 292) ed espone i suoi propositi: «noi inaspriremo la lotta sempre più in tutti i sensi: non soltanto vogliamo conquistare tutte le ascensioni umanamente attuabili in qualche modo, ma percorrere i monti in svariate direzioni, fare scalate a catene di parecchie cime, congiungere diverse cime in una sola giornata d’ascensione, fare escursioni d’inverno, con la nebbia, con la tormenta o in circostanze diversamente ostili; ascensioni senza nozione dei luoghi, soprattutto senza guida» (p. 293). Il mutamento dell’alpinismo «dallo sport come scoperta allo sport come azione» (p. 296) deve tradursi, secondo Lammer, in una trasformazione della letteratura alpina che deve farsi soggettiva, quasi intima, ma sempre veritiera e tendente alla bellezza. In seguito, tratta delle ascensioni del Dent Blanche con August Lorria, del Mönch, durante la quale incontra Alexander Burgener che gli riferisce della caduta fatale di Emil Zsigmondy, del FIescherhörner e dello Schreckhorn. La seconda parte, intitolata <hi rend="italic">Cose alpine</hi><hi rend="italic"> e personali</hi>, raccoglie una serie di riflessioni personali, esistenziali e, ovviamente, alpinistiche. L’autore chiarisce, per esempio, di non aver mai ricercato il suicidio in montagna‒ «L’alpinista sportivo è agli antipodi spirituali del suicida» (p. 227) ‒, bensì l’energia vitale e la soddisfazione di sé. Nonostante sia interessato alla biologia, alla geologia e alla morfologia delle montagne, Lammer di fronte al mondo alpino afferma: «Davanti alla natura esterna il mio intimo si fa chiaro e l’anima delle cose esterne io la comprendo dal mio interno» (pp. 186-87). Seguono consigli tecnici, impressioni e considerazioni di vario genere, basati sul taylorismo, per i giovani lettori che intendono avvicinarsi al mondo dell’alpinismo. In particolare, secondo Lammer, «lo scalatore deve fare la massima economia con la sua provvista di forze, se vuole con esse dare prove grandi e grandissime» (p. 269), seguendo le tre fasi del modello organizzativo ideato da Frederick Taylor: l’analisi, la sintesi e il metodo. Ogni alpinista, a suo avviso, deve inoltre dominare la respirazione, prendersi cura della propria pelle, nutrirsi correttamente ed evitare di bere alcolici. La scrittura di Lammer, che comprende numerose citazioni colte ed epigrafi per ogni capitolo, è tendenzialmente paratattica e stilisticamente elegante. Alle descrizioni tecniche delle ascensioni si alternano con equilibrio quelle paesaggistiche e le riflessioni personali. L’autore arrampica senza l’ausilio di chiodi, staffe o altri arnesi del mestiere, quindi effettua esclusivamente scalate in libera, rifiutando perfino l’aiuto di guide. Si prepara alle ascensioni consultando cartine e mappe geografiche, ma talvolta incappa in dati errati ‒ o, meglio, non aggiornati ‒ a causa del ritiro dei ghiacciai o delle modifiche delle pareti nevose. Nel capitolo <hi rend="italic">Autoeducazione </hi><hi rend="italic">dello scalatore</hi>, contenuto nella seconda parte dell’opera, l’autore individua nella forza di volontà la caratteristica principale dell’alpinista e nella letteratura, così come nell’allenamento, le basi per preparare ogni scalata. Nel settimo capitolo e, in particolare, nel paragrafo intitolato <hi rend="italic">Parole d’un uomo senza vincoli</hi>, Lammer difende la sua scelta di effettuare ascensioni senza l’adozione di corde d’assicurazione, affermando di apprezzare realmente la sua vita solo nelle occasioni in cui mette a repentaglio la sua esistenza. Per quel che riguarda il senso della pratica alpinistica di particolare interesse è il citato <hi rend="italic">Preludio</hi>, in cui l’autore afferma: «nell’arrampicata e nell’ascensione, nella rude avventura e nella vittoria sui pericoli consistette sempre per me il godimento dolceamaro e più saporoso dell’alpinismo» (p. 13), insistendo più volte sul considerarlo uno sport basato sul «giocare la vita» (p. 18). Nel primo capitolo, inoltre, afferma di essere «divenuto più forte dell’onnipotenza divina» (p. 34) dopo aver compiuto una prima ascensione o dopo aver conquistato una parete. Con acume, d’altro canto, l’autore avverte la contraddizione, ancor più profonda oggi, della pratica alpinistica: «Ciò che noi apprezziamo e cerchiamo sui monti è la natura intatta, gli elementi scatenati, la solitudine dove aleggia il mistero. Ed ora allettiamo e rimorchiamo lassù milioni di persone, costruiamo rifugi chiassosi, passeggiate sulle cime con abominevoli funicolari e stillicidi d’olio, ci rendiamo colpevoli di ferrovie di montagna, e coscientemente calpestiamo tutto» (p. 21). </p><p rend="h2">Scheda 30</p><p rend="h2">Lioy, Paolo. 1890. <hi rend="boldItalic">Alpinismo</hi>. Milano: Galli. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il volume, un corposo compendio di narrazioni ascensionali, è costituito da trentaquattro capitoli di varia lunghezza. Nel primo capitolo, intitolato <hi rend="italic">Fuori dal solito </hi><hi rend="italic">mondo</hi>, l’autore presenta la sua opinione riguardo all’alpinismo nato, a suo avviso, «nella patria dello spleen» (p. 3), interpretandolo come un «bisogno di uscire da ciò che è conosciuto e uniforme» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>), per «vedere qualche cosa […] che non fu amata da troppi e da troppo tempo, una verginità che ancora resta» (p. 4). Dopodiché, l’autore si sofferma sulla maestosità e sulla magnificenza delle montagne italiane, mentre il terzo capitolo ripercorre da nord a sud una serie di rifugi e di locande della Penisola, con una particolare attenzione per la Sicilia. In seguito, Lioy presenta l’«admiratio montium» (p. 38) come un filo rosso che lega pensatori e artisti di tempi e luoghi differenti, da Dante a Schiller, da Petrarca a Goethe, da Michelangelo a Heine, da Milton a Bach. Nel capitolo <hi rend="italic">Non si arriva mai!</hi>, Lioy racconta la sua ascensione sul Sorapiss di Cadore ma non ne dà riferimenti cronologici o tecnici: al contrario, restituisce al lettore la sensazione di scoramento, di percezione distorta del tempo trascorso, di disorientamento avvertiti durante quell’impresa. Nel corso del testo sono presenti numerosi consigli per chi si vuole avventurare in montagna. Quest’ultima viene paragonata nei suoi molteplici aspetti al mare ma, secondo Lioy, «la montagna non ha i poetici idilli e le leggende le quali temperano l’austerità del mare» (p. 104). Fiori, cibo, leggende, paesaggi, ascensioni, canti, profumi, alpigiani, superstizioni e animali di vario genere sono solo alcuni dei tratti predominanti del libro di Lioy che si propone come analisi suggestiva del mondo alpestre. Questo, secondo l’autore, è stato danneggiato irreparabilmente ‒ come viene spiegato nel diciassettesimo capitolo ‒ dalle innovazioni industriali che caratterizzano la fine del XIX secolo e che costringono numerosi montanari, ormai in miseria, ad emigrare. Inoltre, Lioy descrive suggestivamente come cambiano il panorama, le piante, gli animali e i suoni procedendo sempre più in alto. Il ventiquattresimo capitolo è dedicato alla difesa dell’alpinismo dall’accusa di essere troppo pericoloso, comparandolo ad altre attività rischiose come il nuoto. L’autore dà conto della fondazione e dell’attività del CAI che promuove quella «stupenda scuola di costanza» (p. 308) che è la montagna, per poi soffermarsi perfino sulle donne alpiniste. Nella conclusione del volume, Lioy considera anche le montagne del resto del mondo e l’alpinismo ad esse legato, ma il punto di arrivo della sua riflessione è che ogni montagna conserva «la gloria dei cuori semplici e buoni» (p. 367). La prosa è elegante e ricca di riferimenti eruditi ma il lessico è piuttosto comune. Come si evince dal testo, l’alpinista di riferimento per Lioy è John Tyndall di cui ammira, in particolare, la pazienza prima di un’ascensione. Ciò che l’autore rileva con rammarico, infatti, è che l’ambiente montano è frequentato da frettolosi turisti che tengono «la testa china sovra le carte» (p. 48), piuttosto che ammirare i paesaggi attorno a loro. Al contempo, Lioy critica aspramente entomologi e botanici che analizzano schematicamente il meraviglioso contesto alpestre. L’autore dedica parole sferzanti anche agli altri alpinisti «tutti d’un pezzo con la testa piegata innanzi e con le gambe lunghe lunghe in guisa di pertiche per i quali le impressioni alpine si riassumono nell’arguto diario stereotipato da Taine: “giorno tale: ascensione la ***, partenza a mezzanotte, ritorno a mezzanotte, appetito sulla vetta, colazione sul ghiacciaio, guida buona, spese sessanta lire» (p. 50). Nel ventitreesimo capitolo, Lioy si sofferma maggiormente sull’alpinismo. Nonostante i suoi amici Cesare Fiorio e Carlo Ratti organizzino ascensioni a gruppi di otto o di dieci persone, muniti solo di corde, Lioy afferma che per lui è preferibile arrampicare in solitaria, affidandosi «soltanto al proprio occhio d’aquila, al proprio braccio e al piede d’acciaio» (p. 209). In seguito, descrive accuratamente la sensazione avvertita alla conquista della cima: «E si è finalmente sopra a tutto, sopra a tutti, in cima! Quale improvviso mutamento allora! È come uno scatto brusco dell’anima. Certe volte per un momento vince una strana impressione di stupore, come nell’istante in cui dall’alto si slancia un salto per tuffarsi nell’onda. Certe volte è un senso di meraviglia come ad essere usciti dall’acqua, da una grotta, o da un carcere» (p. 327). </p><p rend="h2">Scheda 31</p><p rend="h2">Maestri, Cesare. 1996. <hi rend="boldItalic">…E se la vita continua</hi>. Milano: Baldini&amp;Castoldi. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Quest’autobiografia di Cesare Maestri, costituita da ventitré capitoli, racconta la vita dell’alpinista trentino che, oltre a fornire i dettagli di alcune delle sue imprese ascensionali più significative, descrive la propria famiglia, l’esperienza di guerra, le relazioni amorose e amicali, delineando, in definitiva, un profilo di sé. La narrazione inizia con il protagonista ‒ cioè l’autore stesso ‒ che si guarda allo specchio all’età di sessantacinque anni, notando i segni di decadimento su un corpo che, un tempo, è stato atletico e muscoloso. Dopo una cesura graficamente rappresentata dallo spazio bianco, Maestri ricorda la sua «strana famiglia» (p. 7): la madre Meri che, a soli sedici anni, lascia Ferrara per seguire il sogno di diventare attrice, trasferendosi a Torino; il padre Toni, irredentista trentino e volontario dell’esercito italiano che, dopo la Prima guerra mondiale, conosce e sposa Meri con cui allestisce un teatro itinerante e una compagnia denominata ‘Scavalcamontagne’; la nonna Anita, la sorella Anna e il fratello Giancarlo. Maestri racconta la sua difficile infanzia vissuta a Trento, dove rischia di morire per nefrite emorragica e broncopolmonite. Segue un capitolo in cui l’autore descrive la povertà, le privazioni e i bombardamenti che lui e gli altri abitanti dei ‘Casoni’, le case popolari di Trento, devono sopportare durante la Seconda guerra mondiale. Di fronte a tanto orrore, Maestri dichiara: «improvvisamente divenni adulto» (p. 20). In seguito all’armistizio, si presentano altri problemi come l’arresto di suo padre, la fuga a Bologna che, però, viene bombardata con l’intento di uccidere il generale Kesselring, il trasferimento a Pavignane dove creano la compagnia teatrale “La sfollata” e dove Maestri si dedica al mercato nero di sale e fiammiferi. Dopodiché, la famiglia torna a Trento e Cesare inizia ad organizzare degli attentati contro i tedeschi, utilizzando le loro stesse armi, rubate in precedenza. Abbandonando nuovamente la città per esplosioni e violenze, i Maestri si rifugiano in un piccolo paesino di montagna, Pifferi, dove il padre e Cesare diventano partigiani. Nel dopoguerra, rientrato a Trento, l’autore lavora per disinnescare esplosivi rimasti sul territorio e, successivamente, come venditore di caramelle nei cinema. Nel 1947 si trasferisce a Roma, vivendo in povertà con la sorella Anna in una pensione, e, in questo periodo, trova impiego come battilamiera, come manovale e come cameriere, sfogando la sua rabbia nella <hi rend="italic">boxe</hi>. Così descrive questa fase della sua vita: «fu un periodo di debolezza nera. Mangiavamo solo pane e fichi secchi e a volte la fame era così forte che le ginocchia si piegavano improvvisamente e ci trovavamo con le lacrime agli occhi» (p. 35). Nel frattempo, entra a far parte del PCI e viene scritturato come attore dall’ex futurista Anton Giulio Bragaglia. Non riuscendo mai ad ambientarsi a Roma, Maestri decide di tornare a Trento, dove il padre aveva aperto una ricevitoria del Totocalcio. Proprio all’interno dell’attività paterna, Cesare incontra Gino Pisoni, un alpinista e accademico del CAI che gli propone di arrampicare con lui in Paganella. L’autore così commenta la sua prima ascensione: «Compresi di aver trovato la mia strada. Sarei diventato una guida alpina. […]. E conoscendo il mio orgoglio, la mia testardaggine e la mia volontà, giurai a me stesso che avrei cercato di diventare anche il più forte alpinista del mondo» (p. 40). Dopo aver compiuto undici salite, Maestri affronta il Campanile Basso con Franco Giovannini per mettersi alla prova e, in cima, riceve i complimenti da parte di Bruno Detassis, «il re del Brenta» (p. 41). Nonostante le numerose scalate, il giovane Cesare non si sente accolto dal chiuso ambiente alpinistico trentino da cui, però, impara tantissimo. Dal 1950, si trasferisce a Molveno, lavora per un rifugio ed effettua ascensioni ogni giorno mentre, dall’anno successivo diventa portatore alpino e si stabilisce al rifugio Pedrotti. Grazie a un allenamento costante, affina la sua preparazione atletica, tecnica e psicologica e affronta delle importanti ascensioni in solitaria, come la via Dibona sul Croz dell’Altissimo e la via Comici sul Campanile Comici. Dopodiché, Marino Stenico lo invita a scalare il Civetta e, durante un’intervista rilasciata per commentare il tutto, definisce Cesare «un ragno» (p. 56) per la disinvoltura con cui arrampica: è così che Cesare Maestri viene chiamato il ‘Ragno delle Dolomiti’. Dal 1952, il ‘Ragno’ trentino, come egli stesso racconta, si interessa all’alpinismo artificiale e aumenta il livello di difficoltà ‒ come la parete Sud-ovest della Marmolada ‒ delle sue ascensioni, rispettando però un principio fondamentale: «Montagna per vivere, non per morire» (p. 60). Racconta poi la sua esclusione dalla spedizione italiana al K2 del 1954 a causa di un’ulcera che, però, non ha e reagisce a questa delusione percorrendo in sedici ore il Gruppo del Brenta con una concatenazione di tredici cime. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, Maestri diventa famosissimo e si crea con Walter Bonatti «un dualismo che rendeva più profondo il solco che ci divideva» (p. 64) come persone e come alpinisti. La narrazione prosegue con numerose avventure ad alta quota, tra cui la scalata allo Spallone del Campanile Basso, durante la quale rischia di perdere l’amico Luciano Eccher; l’ascensione in solitaria al Cervino per la via italiana, messa in dubbio da Jean Pellissier che con un collega sale a controllare i segni lasciati da Maestri; e il tentativo della prima ripetizione della parete Nord dell’Eiger nel 1955. Nel bel mezzo del volume, l’autore torna a parlare dei suoi affetti, dedicando alcune pagine al rapporto con la sorella, con il fratello e con le donne. Nel 1956, diventa direttore della scuola di roccia Giorgio Graffer e del rapporto con i suoi allievi dice: «con passione ho trasmesso loro tutta la mia esperienza, le mie paure, le mie gioie e le mie soddisfazioni con l’intento di farne degli alpinisti “prudenti”» (p. 89). Seguono le descrizioni di numerose discese di sesto grado e di ascensioni in libera che preparano l’autore ‒ e il lettore ‒ ad affrontare il Cerro Torre, eccezionale montagna granitica ubicata tra l’Argentina e il Cile. Su invito di Cesarino Fava nel 1957, Cesare Maestri organizza la Spedizione Trentina al Cerro Torre conferendo i seguenti ruoli: Bruno Detassis capospedizione, l’autore e Martino Stenico cordata di punta, Catullo Detassis, Fava e Luciano Eccher cordata di supporto. L’autore, a questo punto, registra i dettagli del viaggio intrapreso in concomitanza con i diretti rivali Bonatti e Mauri, l’accoglienza del gruppo trentino, la marcia di avvicinamento con i carri, l’installazione del campo base e le ascensioni compiute su montagne limitrofe al Cerro Torre che, per volere di Bruno Detassis, non viene attaccato. L’anno successivo, Maestri torna in Patagonia, stavolta con la guida alpina di Innsbruck Toni Egger, con l’intento di scalare il Torre ad ogni costo: «con rabbia mi rendevo conto che stavo barattando la mia vita con la vetta del Torre perché ero un uomo orgoglioso» (p. 112). Una volta arrivati in cima, i due vengono raggiunti dal maltempo e, dopo il quinto bivacco, Toni viene travolto e ucciso da una valanga. Tornato a Trento, Maestri racconta di aver trascorso un momento estremamente difficile, durante il quale perde la voglia di vivere: «ogni giorno mi ripetevo che sarebbe stato mille volte meglio morire laggiù al Torre piuttosto che soffrire il giornaliero tormento dei ricordi» (p. 125). Ricoverato in ospedale per un infortunio sciistico, riceve le visite di Fernanda, un’amica di sua cugina, e i due si innamorano tanto che l’autore riesce a ristabilirsi a livello psicologico e a tornare in montagna. Improvvisamente, però, Maestri viene chiamato per un’operazione di soccorso e, ancora zoppicante, deve recuperare la salma del suo caro amico Giulio Gabrielli e aiutare il giovane Toni Masè, rimasto bloccato su una cengia. In seguito a queste tragedie, l’autore riflette sulla morte che troppo spesso accompagna l’attività alpinistica e afferma: «una morte inutile è un’offesa a quell’esercito di eroi che giorno dopo giorno si batte per il diritto di vivere, per il diritto di essere diversi, per il diritto di essere rispettati e per il diritto di essere liberi dalle schiavitù sociali, etniche e religiose» (p. 135). Dopo questa terribile esperienza, l’autore si trasferisce con Fernanda e il figlio a Canazei, dove, oltre a svolgere il lavoro di guida alpina, tiene numerose conferenze riguardanti la sua attività alpinistica e, soprattutto, «l’odissea del Torre» (p. 137). Seguono il racconto dell’apertura della direttissima sulla Roda di Vael nel gruppo del Catinaccio, della polemica con Donato Zeni, del nuovo trasferimento ad Andalo, dell’apertura del locale “La Baita”, della pubblicazione del libro <hi rend="italic">Arrampicare è il mio mestiere</hi> del 1962, del tentativo di ripetizione della direttissima sulla parete Nord della Cima Grande di Lavaredo con le conseguenti polemiche sui giornali per i pochi chiodi lasciati dagli alpinisti tedeschi sulla via, del suo ritorno con Baldessari sulla stessa parete per smentire i detrattori e del lusinghiero articolo scritto per l’occasione da Dino Buzzati e pubblicato sul <hi rend="italic">Corriere della Sera</hi>. Dopodiché, Maestri e la sua famiglia si trasferiscono a Madonna di Campiglio, dove l’autore entra a far parte del Gruppo Guide Alpine e apre la “Bottega di Cesare Maestri”, dedicandosi sempre ad ascensioni complesse, soprattutto nel Gruppo di Brenta. Nel 1970, l’autore, come registra nel dettaglio, viene trascinato nuovamente dalle polemiche, iniziate da Bonatti e Mauri, riguardo alla sua ascensione del Cerro Torre del 1959. Messo in dubbio e criticato, ancora una volta, per la tragica ma vittoriosa impresa di undici anni prima, Maestri decide di scalare nuovamente il Torre. La spedizione, composta anche da Carlo Claus, Cesarino Fava, Pietro Vidi, Renato Valentini ed Ezio Alimonta, comprende il trasporto di un compressore con motore a scoppio atto ad azionare un trapano con il fine di forare velocemente la roccia liscia della montagna. Dopo cinquantaquattro giorni trascorsi in parete, il gruppo deve rinunciare e scendere. A questo punto, Maestri organizza una nuova spedizione e solo qualche mese dopo tenta nuovamente la scalata con Claus, Alimonta, Baldessari e Daniele Angeli. Stavolta, con fatica e perseveranza, la vetta del Cerro Torre è vinta, di nuovo, e così Maestri descrive la sensazione provata lassù: «era stupido odiare una montagna. Allora odiai me stesso. Odiai il mio egoismo. Il mio protagonismo» (p. 200). Scendendo, il gruppo schioda la via e rompe il compressore, rendendolo inutilizzabile per eventuali ripetitori. Seguono ulteriori polemiche e Maestri scrive sferzanti parole nei confronti di Bonatti e di Reinhold Messner, veri e propri antagonisti dell’alpinista trentino. Nel 1979, a causa di un incidente occorso pescando l’anno precedente, Maestri si vede costretto a smettere di arrampicare, per la rottura di alcuni tendini a un dito della mano. Dopo aver preso questa sofferta decisione, si dedica ai viaggi, all’attività sciistica, ai programmi televisivi e alla famiglia. Negli ultimi capitoli, l’autore racconta del matrimonio del figlio, della lunga crisi depressiva di Fernanda, della nascita della nipotina Carlotta, della perdita di Anna, delle vacanze in Sardegna, della morte di Giancarlo, dell’operazione chirurgica per un tumore nel 1995 e delle escursioni per le sue montagne. La prosa di Maestri è intensa, colloquiale e dalla sintassi tendenzialmente paratattica. Inizialmente usa corde di canapa, chiodi e moschettoni, indossando pedule con suole di feltro. In seguito, adotta le scalette di corda con scalini di alluminio, le pedule con suola Vibram, progettate e realizzate dall’alpinista Vitale Bramani e, soprattutto, i chiodi a pressione. Maestri si impone un ‘codice’ tetrapartito per arrampicare, come scrive all’interno della sua autobiografia: «1) mai mettere a repentaglio la vita di chi si affidava a me; 2) mai mettere a repentaglio la vita dei soccorritori per salvare la mia; 3) mai rischiare la vita per una montagna; 4) smettere di arrampicare il giorno in cui avrei sentito il bisogno di cedere a qualcun altro il posto di capocordata» (p. 212). Secondo l’autore, «per l’alpinista l’emozione più entusiasmante è quella di “lasciare la prima impronta”» (p. 42), essere il primo a calcare un luogo incontaminato e vergine. Il senso del suo alpinismo, però, è più complesso perché lo considera «non come un fine ma come un mezzo per poter […][si] inserire nella società» (p. 44) e dice: «salita dopo salita mi sentivo inserito sempre più profondamente nella società, mi sentivo parte del mondo e questo mi rendeva sempre più forte indistruttibile» (p. 60). </p><p rend="h2">Scheda 32</p><p rend="h2">Maraini, Fosco. 2019 (1939). <hi rend="boldItalic">Dren-Giong. Appunti d’un viaggio nell’Imàlaia</hi>. Milano: Corbaccio. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il fototesto, comprendente dieci capitoli e quattro appendici, è caratterizzato dalla presenza di trentanove tavole fotografiche intratestuali in bianco e nero. Nel corso dell’introduzione, Maraini racconta di essersi trovato a Gangtòk, nell’ottobre del 1937, dopo aver effettuato una serie di esplorazioni, di studi e di esperienze nell’area tibetana con Giuseppe Tucci, e di essersi diviso da quest’ultimo per compiere «un pellegrinaggio […] ai monti più alti della Terra» (p. 9) nella zona del Sikkim, che i tibetani chiamano Dren-Giong, cioè “terra dei frutti”. La compagnia di Maraini è composta anche da alcuni portatori, un servo e Drolmà, un’affettuosa cagnolina. L’autore avverte il lettore di non avere «la minima pretesa di fare della scienza» (p. 10) e di voler comunicare, invece, «le emozioni vissute» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>), essendo «un innamorato della natura» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). Dopo aver descritto il Sikkim sia dal punto di vista geografico che da quello antropologico, l’autore inizia a raccontare il suo viaggio: partendo da Gangtòk, che si trova a 1800 m s.l.m., deve scendere fino al villaggio di Dic-ciù, situato a 600 m s.l.m., dove deve sopportare l’afa, la pioggia e le sanguisughe. Dopodiché, lui e il suo gruppo risalgono la valle del fiume Tista da cui riescono a vedere il monte Cancenzongà, che «scintilla libero nel sole, coronato di nubi abbaglianti, come un castello incantato di marmoree sostanze imperiture» (p. 72), e il Pandim. Stabilito il campo a Samdòng, ‒ a un palo della tenda appunta una foto della figlia Dacia, mentre al tirante anteriore una bandiera tricolore ‒ Maraini compie l’ascensione del Donchia-là con Drolmà utilizzando anche gli sci. In seguito, è la volta di Samdong-rì, di Sebu-là, da cui può ammirare «un mondo aspro e sublime» (p. 155), di Lugnac-là e di Cang-cen-dzö-nga, comunemente noto come Kangchenjunga, per poi accomiatarsi dall’affiatata compagnia. La prosa di Maraini è elegante e suggerisce alla mente del lettore una lunga serie di immagini sublimi. Nonostante sia caratterizzato da una successione di sequenze descrittive e riflessive, questo compendio di narrazioni ascensionali è godibile e scorrevole. L’autore usa corde e chiodi mentre, soprattutto in discesa, utilizza gli sci. Dal racconto delle sue ascensioni, emerge come Maraini cerchi, tra queste imponenti vette himalayane, la «vuotezza di contenuto umano accompagnata da una […] pienezza di realtà fisica» (p. 128). Nell’ottavo capitolo, l’autore dedica alcune pagine alla riflessione sul senso dell’alpinismo e, dopo aver confutato una serie di spiegazioni fornite da altri alpinisti, come il culto della bellezza, la ricerca di perfezionamento dello spirito ecc., dichiara: «è tutta retorica quella che circola: la montagna non ha alcuna giustificazione. Eppure chi “ha capito” sa che essa ha un fascino a cui è impossibile resistere» (p. 159) e aggiunge: «Qual è dunque il suo segreto? Io credo che dev’essere appunto questa gioia di violare, percorrendoli, luoghi che non sono fatti per l’uomo, questo inerpicarsi su per muraglie da tarantole, su per spigoli da corvi e guglie da aquile e falchi. […]. L’alpinismo è anzitutto una questione spirituale […] è un combattimento senza nemici, un combattimento infine ove anche le vittorie più belle non sono macchiate dal dolore causato ad un vinto» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). </p><p rend="h2">Scheda 33</p><p rend="h2">Maraini, Fosco. 2003 (1963). <hi rend="boldItalic">Paropàmiso. Storie di popoli e culture, di montagne e divinità</hi>. Milano: Mondadori. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il corposo <hi rend="italic">récit d’ascension</hi> è costituito da cinque sezioni, suddivise a loro volta in capitoli, da un cospicuo inserto iconografico ‒ composto da centoquarantanove fotografie riguardanti la spedizione e non solo ‒, da otto appendici e da una bibliografia. Fin dalla prefazione, Maraini chiarisce il significato del titolo che «è il nome che gli autori classici davano alle montagne, tra Sogdiana, Battria e Gandhara, traversate da Alessandro Magno e dai suoi nella memorabile discesa in India, nel 326 a.C.» (p. 7), derivante da un termine sanscrito che è traducibile in italiano con: «“al di là (delle montagne) più alte (del volo) dell’aquila”» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). Il volume racconta, nello specifico, la spedizione alpinistica e scientifica organizzata dalla sezione romana del CAI nel 1959 con lo scopo di scalare l’inviolato Picco Saraghrar, appartenente alla catena dell’Hindu-Kush ‒ cioè al Paropàmiso ‒ tra Pakistan e Afghanistan. I componenti della spedizione sono Paolo Consiglio, Franco Alletto, Giancarlo Castelli, Betto Pinelli, Enrico Leone, Franco Lamberti, Silvio Jovane e Fosco Maraini. Quest’ultimo chiarisce che il viaggio «non fu solo spostamento di corpi nello spazio, ma, per tutti, vivissima esperienza interiore» (p. 8). Nella prefazione alla seconda edizione, infatti, l’autore spiega che l’intento del libro è quello di «render conto di queste due realtà della spedizione, che per noi furono importantissime: l’<hi rend="italic">itinerarium mentis in naturam</hi>, e l’<hi rend="italic">itinerarium mentis in </hi><hi rend="italic">doctrinam</hi>» (p. 10). Il volume si apre con il racconto del lungo viaggio da Karachi ‒ descritta come uno «smisurato ribollire di uomini, animali, veicoli, cose, luci, frutta, scritte […] [un] luna-park regale di palazzi e catapecchie» (p. 22) ‒ a Peshawar, dove il gruppo incontra Shapur Kahn, l’ufficiale di collegamento, e Mulai Jan, il capocarovana. Trovandosi a contatto con una società completamente differente da quella occidentale, riflette: «I viaggi possibili sul pianeta Terra sono di due specie. […]. Ci sono quelli che si svolgono dentro i confini d’una civiltà, e ci sono quelli che ci portano entro i confini di altre civiltà. Quelli che non toccano il muro d’idee, e quelli che lo scavalcano. […]. Questo è un viaggio della seconda specie» (p. 39). In questa sezione, si sottolinea la presenza di un lungo capitolo, suddiviso in paragrafi, dedicato a informazioni e considerazioni circa l’islam e la <hi rend="italic">sharia</hi>. La seconda parte del volume dà conto del rocambolesco viaggio da Peshawar al principato di Chitral, attraverso il Passo Malakand e il Passo Lowarai. Di località in località, Maraini si sofferma sulla politica, sulla religione sulla società, sulle usanze, sulla mentalità e, in generale, su vari aspetti antropologici che dicono molto della popolazione dell’area geografica indiana di quel periodo. È interessante, in tal senso, la sua riflessione sull’incontro tra civiltà così diverse: «Via via che ci allontanavamo dai paesaggi e dalle compagnie consuete, via via che si stiravano e rompevano gli ormeggi con le terre e la società d’origine, ci sentivamo sempre più isolati; d’altra parte, proprio per questo, ci conoscevamo meglio e ci sentivamo più uniti. Eravamo come degli ulissidi sopra una zattera. […] Allora gli incontri e le conversazioni con genti d’una civiltà nuova ed incommensurabile […] portavano fuori, in maniera spesso violenta e drammatica, grandi differenze tra i nostri cosmi interiori. Eppure […] questa continua indagine […] costituì l’aspetto più vero, più profondo, più proficuo del nostro viaggio» (p. 212). Una volta giunti al forte di Ziarat, Maraini e compagni si intrattengono a parlare di alpinismo con il maggiore Mahsud che vuole andare più in profondità rispetto all’«argomento sportivo, [al]l’idea di primato, [al]l’idea di gara tra le nazioni (i norvegesi sono stati sul Tirich Mir, gli americani sull’Istor-o-nal)» (p. 217) per comprendere le motivazioni più sotterranee. L’autore, dopo averci riflettuto, risponde: «Mi crede se le dico che la radice ultima delle nostre azioni, in questo caso, è il desiderio di sapere, di conoscere la creazione di Allah in ogni suo aspetto? Poi questo desiderio e questa fame ‒ così tipici dell’Occidente ‒ sono confluiti in uno sport codificato e ritualizzato qual è l’alpinismo. Risultato? Queste spedizioni alle montagne più alte e remote della terra…» (p. 218). Il maggiore, a questo punto, ribatte che questa sete di conoscenza degli occidentali non serve «per contemplare, ma per dominare» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). Nella terza parte, Maraini racconta il faticoso spostamento ‒ tra caldo e sete, tra problemi igienici e discussioni con i portatori ‒ da Chitral al campo base, spostando ben 170 colli, caricati su numerosi asinelli, di materiale necessario per l’ascensione. Superata la località di Washich, al gruppo si uniscono quattro <hi rend="italic">shikari</hi>, ovverosia dei cacciatori di stambecchi che conoscono a menadito le montagne della zona, chiamate da Maraini e Pinelli «Dolomiti di merda» (p. 308) per le loro aspre guglie e i loro speroni di colore giallastro. In seguito, scalano il Passo Dukadak, scendono per i ghiacciai Pachhalkush, Hushko e Niroghi. La quarta sezione è quella che, effettivamente, racconta l’ascensione del Picco Saraghrar a partire dal campo base, descritto da Maraini come «la capitale d’un minuscolo stato umano nella natura selvaggia» (p. 327). Il 24 luglio lui, Consiglio, Pinelli e Jovane partono per una ricognizione e arrivano in cima allo sperone tra i ghiacci Sorlawi e Roma, da cui riescono a individuare tre possibili vie di scalata. Dopo giorni e giorni di perlustrazioni, il gruppo predispone il primo campo, collocato a ben 5100 metri d’altezza, per poi piazzare il secondo a circa 5600 metri, su iniziativa di Leone, Jovane e Pinelli. A questo punto, Castelli e Pinelli partono alla volta della Torre di Ghiaccio, mentre l’autore resta più indietro soprattutto a causa della dissenteria. In questa fase, Maraini prende spesso in prestito le parole appuntate sui taccuini personali dai suoi compagni di cordata, certo di offrire in tal modo un quadro più completo di un’operazione tanto complessa. Tra valanghe, malanni e difficoltà tecniche, l’autore scrive: «Per chi non l’ha provato è difficile immaginarsi quanto siano dure, bestiali, queste lotte a corpo a corpo con le più grandi montagne del mondo affrontate a migliaia di chilometri da casa» (p. 379). A causa dell’età e dei disturbi intestinali, Maraini rinuncia alla vetta e giunge solo al campo III ma, da quanto emerge dal testo, è felice di poter essere utile per gli altri che conquistano la cima anche grazie a lui. Via radio, l’autore invita ‒ invano ‒ Franco Alletto a condurre in vetta il portatore pakistano Pahlawan perché «sarebbe una grande vittoria morale» (p. 399). Dopo che Consiglio, Alletto, Castelli e Pinelli raggiungono la cima, inizia la lenta operazione di discesa e di smantellamento dei campi, riguardo a cui Maraini scrive: «Salutare un campo costituiva sempre un attimo di sottile commozione. Ce ne andavamo. Tutto tornava come prima. Restava qualche scatoletta vuota, qualche pezzo di latta, ma già s’intravedeva l’aspetto eterno delle cose» (p. 426). Nella quinta parte del volume, Maraini e gli altri fanno visita ai <hi rend="italic">kafir</hi>, le popolazioni montane pagane che abitano il Chitral. Seguono otto cartine geografiche; un’appendice sul Chitral; un’altra sulla cronistoria alpinistica nella zona con contributi di Paolo Consiglio e Gilberto Merlante; un’appendice riguardante le biografie dei componenti della spedizione; un’altra sui dati essenziali dell’impresa e, infine, la bibliografia. Il volume si conclude, curiosamente, con un breve capitolo intitolato emblematicamente <hi rend="italic">Le torri</hi><hi rend="italic"> di New York: cercando di capire</hi>, in cui Maraini riporta le sue riflessioni circa il drammatico evento terroristico di matrice islamica dell’11 settembre 2001. La scrittura di Maraini è elegante, asciutta ed estremamente comunicativa. Spesso l’autore paragona i paesaggi, la flora e la fauna del luogo con quelli italiani, dando modo al lettore di immaginare più facilmente gli elementi descritti. Talvolta cita e commenta dei passi tratti dai diari di viaggio di Paolo Consiglio e di Betto Pinelli, componendo una sorta di mosaico di punti di vista. Durante le sue ascensioni, Maraini usa piccozze, corde e ramponi. Le fotografie presenti nel volume, raggruppate in un inserto collocato nella quinta parte, sono numerate e dotate di didascalia esplicativa. Bisogna senz’altro rilevare come le foto in bianco e nero siano artisticamente significative per luce e composizione. </p><p rend="h2">Scheda 34</p><p rend="h2">Meroi, Nives. 2019 (2015). <hi rend="boldItalic">Non ti farò aspettare. Tre volte sul Kangchendzonga, la storia di noi due raccontata da me</hi>. Milano: Rizzoli. [Giovanna Lo Monaco]</p><p rend="text">Nell’edizione Rizzoli 2019 il volume si apre con un’aggiunta rispetto all’edizione precedente, l’introduzione <hi rend="italic">Alpi Giulie, storie</hi><hi rend="italic"> di montagne nascoste</hi>, dedicato ai luoghi in cui è iniziata la carriera alpinistica di Meroi e del marito, Romano Benet, con il quale l’alpinista scalerà in cordata per tutta la sua carriera. La storia di Meroi è infatti, come anticipa il titolo del libro, la storia di una coppia unita nella vita come nella scalata: «Noi due non scaliamo le montagne solo per passione alpinistica, ma anche per portare lassù questa nostra alleanza. […] La nostra è un’unione forgiata nelle bufere e nell’ipossia d’alta quota, fatta di silenzi e di gesti condivisi» (p. 157). Dopo un brevissimo preambolo inizia il racconto del tentativo di scalata al Kangchendzonga,<hi rend="italic"> </hi>terzo 8.000 della Terra, nel 2009, a partire dal viaggio d’andata verso il Nepal; l’obiettivo è inizialmente di scalare sia il Kangchendzonga che l’Annapurna, avvicinarsi così a completare la scalata di tutti i quattordici 8.000 in stile alpino. Meroi insiste sin da subito sull’importanza che l’impresa riveste per lei, in corsa con altre due donne per il primato mondiale femminile, sottolineando da un lato la rilevanza di un traguardo del genere – «è una tappa importante perché su quelle vette esiste ancora uno degli ultimi baluardi maschili, e quando l’ultimo passo di una donna chiuderà quel cerchio non sarà solo una data nell’elenco delle ripetizioni: quel giorno sarà una festa» (p 12) –, ma anche l’attenzione e la pressione mediatica degli sponsor intorno alla competizione. Tutto il volume è percorso da un certo senso di colpa per questa ambiguità d’atteggiamento: all’ideale di un alpinismo che Meroi definisce «leggero», rispettoso della montagna così come dei propri limiti, vissuto in primo luogo come esperienza personale e di relazione con gli altri, si accompagna costantemente il senso di ripudio per il compromesso, che appare tuttavia necessario, con il sistema della mercificazione e della spettacolarizzazione della pratica alpinistica, che impone la competizione, così come l’astio per lo sfruttamento dei luoghi in cui l’alpinismo viene esercitato. Lo sfruttamento commerciale della pratica è infatti costantemente additato, così come quello delle popolazioni locali ma anche quello cui le stesse popolazioni si sono oramai adeguate, su modello degli occidentali, sfruttando anche loro i turisti della scalata che sempre più numerosi affollano le montagne (e le pagine di Meroi). Davanti a un processo che comporta una sorta di spersonalizzazione degli autoctoni, Meroi sottolinea il contatto umano istaurato con gli sherpa e con la folta ‘corte’ di agenti e portatori che li accompagna periodicamente nella spedizione. Estrema importanza ha il racconto delle condizioni sociali e politiche del Nepal e delle varie realtà locali, a cominciare da Katmandu, considerata dai due come una seconda casa. Meroi si sofferma molto sui rivolgimenti politici nella storia recente del paese e sugli scioperi che imperversano contro il governo, sulle condizioni di povertà, sul sistema economico, ma anche sulla cultura delle popolazioni locali e sui loro riti – a cominciare dal rito del puja, che precede le scalate come buon auspicio – affidando alla descrizione antropologica, che tradizionalmente informa la letteratura alpinistica, un ruolo preminente. In questo contesto, si inserisce una storia dentro la storia principale, quella della giornalista Elizabeth Hawley, che da decenni è testimone diretta della storia nepalese così come di ogni singola spedizione alpinistica, di cui redige dettagliati resoconti, e che intervista i due alpinisti prima e dopo ogni scalata. La prima parte del testo <hi rend="italic">Una </hi><hi rend="italic">dimensione scomoda</hi>, è dedicata al primo tentativo sul Kangchendzonga<hi rend="italic"> </hi>– in realtà il loro secondo – che si interrompe ad alta quota quando Romano Benet comincia a stare male e, stremato, non riesce ad andare avanti, ma invita la moglie a proseguire comunque verso la vetta, oramai vicina, per non interrompere la sua corsa al primato: si offre di aspettarla lì, a circa 7.500 metri di quota, ma Meroi si rifiuta di farlo aspettare e comincia con lui una difficile discesa. Meroi ricorda con incredulità e amarezza la reazione di molti, oltre che dei media, che non riescono a comprendere perché non abbia proseguito abbandonando così la competizione. La gara viene vinta poco dopo da un’altra alpinista, la coreana Oh Eun-Sun che viene però espropriata del titolo per dubbi relativi all’effettivo raggiungimento della vetta; il titolo passa così alla spagnola Edurne Pasaban. L’amarezza di Meroi è rivolta, non tanto al suo abbandono della gara, quanto alle grandi polemiche che hanno accompagnato l’evento che avrebbe dovuto segnare una tappa importante per il genere femminile, genere che si rivela sempre più improntato a logiche competitive tipicamente maschili anziché andare alla ricerca di una via alternativa, un modo proprio di essere ma anche di intendere l’alpinismo, differente e capace di allontanarsi dal «mito misurato in metri» (p. 107) che governa l’alpinismo. <hi rend="italic">Il quindicesimo ottomila</hi> è il titolo della seconda sezione, dedicata al travaglio della malattia di Benet, passato attraverso un doppio trapianto di midollo e l’impianto di una protesi all’anca: il paragone tra l’impresa della scalata e la malattia è costante, entrambe descritte come un labirinto in cui ci si perde; ma proprio il ricordo della scalata e della montagna sembrano dare a Benet la forza di rimettersi. In <hi rend="italic">Il tempo dell’assurdo</hi>, terza parte del libro, Meroi racconta l’impresa che avrebbe dovuto segnare il riscatto, il tentativo di risalire il Kangchendzonga nel 2012, effettuata nonostante le preoccupazioni legate allo stato di salute del marito. L’impresa termina con una beffa del destino, che a pochi passi dalla vetta fa sbagliare strada ai due alpinisti, che raggiungono la cima sbagliata. Il racconto del nuovo tentativo, stavolta riuscito, nel 2014, nell’ultima parte del volume, <hi rend="italic">La montagna mantiene la promessa</hi>, termina con un ringraziamento al donatore di midollo che ha salvato la vita a Benet e con il desiderio di vivere in una società «sovversiva» che scelga il «dono come valore primario» (p. 177) e di prendersi cura anziché approfittarsi dell’altro. Il racconto di Meroi si svolge con un uso calibrato di analessi e digressioni che movimentano il racconto delle scalate, scandito a sua volta da un andamento diaristico; l’attenzione all’intreccio è poi unita a una certa sensibilità letteraria nelle descrizioni di luoghi e persone e nei momenti riflessivi; non mancano, inoltre, espliciti riferimenti alle numerose letture compiute durante le attese prima e durante la scalata; a metà del volume, un’appendice fotografica a colori racconta le ascensioni e gli incontri con le popolazioni locali.</p><p rend="h2">Scheda 35</p><p rend="h2">Messner, Reinhold. 2011 (1984). <hi rend="boldItalic">Tutte le mie cime</hi>. Milano: Corbaccio. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il volume è un corposo fototesto che ripercorre in sette capitoli le tremila vette esplorate e ascese dall’autore che, già nell’indice, indica la datazione per ogni cima raggiunta. Le fotografie ‒ così come le inserzioni, talvolta in forma poetica, più intime, isolate e annotate in corsivo ‒ sono fondamentali per la narrazione e vanno a comporre esse stesse un racconto, una trama, un <hi rend="italic">imagetext</hi>. Messner comincia dalle origini del suo alpinismo, a partire dai cinque anni di età, guidato dal padre Josef, in un periodo che egli definisce «naif» (p. 18), spinto dall’impulso di «vedere quel che c’era al di là della catena montuosa successiva» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). Tra i suggestivi scatti in bianco e nero che testimoniano di scalate familiari nelle Odle, il racconto delle prime ascensioni fa emergere il profilo di un ragazzino che, attraverso la montagna, vuole evadere dalla vallata e dal destino nella fattoria Messner. Tra il 1950 e il 1960, arrampica solo in val di Funes dove le Dolomiti vengono da lui avvertite come un «castello di roccia» (p.29) nonché un «simbolo dell’assenza di costrizioni» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). Dopodiché si sposta con i fratelli Helmut e Günther, insieme a qualche amico, nel gruppo del Sella, del Cir e nella zona di Puez. La prima scalata invernale, compiuta nelle Odle, risale al 1967. In questi anni, Messner entra, come ci racconta lui stesso, nel club alpino altoatesino e, dopo aver seguito un corso di avviamento all’arrampicata su roccia, diventa un AV-Jugendleiter, cioè un dirigente giovanile del club. Nel 1965 si reca per la prima volta, in compagnia di suo fratello Günther, sulle Alpi Occidentali. Dal 1966 al 1977 effettua numerose ascensioni con Heini Holzer che perde poi la vita scendendo dalla parete Nord-est del Piz Roseg. Altri compagni di cordata molto importanti per l’autore sono, oltre ai suoi fratelli, Heindl Messner, Paul Kantioler e Sepp Mayerl ai quali è legato da «un senso intrinseco dell’onore, del cameratismo» (p. 95). Nel capitolo intitolato <hi rend="italic">Sturm und Drang</hi>, Messner si sofferma sul periodo giovanile, tra i venti e i venticinque anni, e si autodescrive «abbagliato, posseduto, folle» (p. 109), si arrampica, scrive, «come un giovane Sigfrido» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>) convinto di non poter morire. A metà degli anni Sessanta, quindi, afferma: «Ero un arrampicatore estremo. Non mi interessava l’altezza delle montagne, le escursioni mi annoiavano, non avevo la tranquillità interiore necessaria per la contemplazione. Una sola cosa mi premeva: ero pazzo per le pareti verticali» (p. 110). Alla fine del decennio, Messner scrive articoli, partecipa a dibattiti sull’alpinismo e sostiene con fervore l’arrampicata libera, rifiutando gli ausili tecnici tanto che, nel 1968, abbandona definitivamente l’arrampicata artificiale. Nello stesso periodo, durante il quale abbandona gli studi universitari, inizia a compiere sempre più solitarie, inebriandosi per le sensazioni suscitate e per il senso di indipendenza avvertito durante questo tipo di scalata. Nel 1969 ‒ anno in cui Messner sostiene di raggiungere «l’apice della preparazione tecnica e sportiva» (p. 155) ‒ viene invitato dal Club Alpino austriaco alla spedizione del giubileo ed è così che, durante la sua prima spedizione, Messner scala con Peter Habeler la parete Nord-est dello Yerupaja, nelle Ande. L’anno successivo, lui e suo fratello Günther vengono invitati a salire il versante Rupal del Nanga Parbat ma, nonostante il successo della scalata, l’avventura finisce in tragedia: tentando la discesa dal versante Diamir tra «fatiche inenarrabili, bivacchi senza saccopiuma a quote letali» (p. 159), una valanga travolge e uccide Günther. L’autore si sofferma poi sul racconto delle difficoltà successive all’evento traumatico: dal dolore per la perdita del fratello all’amputazione delle dita dei piedi per congelamento, dalla prostrazione dei genitori alle polemiche condotte contro di lui pubblicamente, Messner vive una fase di depressione da cui ‒ come racconta lui stesso ‒ si riprende grazie al supporto della futura moglie Uschi Demeter, alla scrittura dei suoi primi libri e alla realizzazione del suo primo film con Ernst Pertl. Tornato all’alpinismo, Messner vive gli anni Settanta partecipando a spedizioni sugli Ottomila con correttezza, sopportando cioè «i costi elevati senza ricorrere al denaro pubblico» (p. 164), ma ciò provoca «un “terremoto” nell’ambiente alpinistico» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). Segue la narrazione di altre scalate, compiute in tutto il mondo, come la parete Sud dell’Aconcagua, la parete Nord-ovest dell’Hidden Peak affrontata in «puro stile alpino sugli Ottomila. L’Himalaya <hi rend="italic">by</hi><hi rend="italic"> fear means</hi>» (p. 193), la parete Sud del Mount McKinley, il K2 passando per lo sperone Abruzzi, nonché l’ascensione dell’Everest senza l’ausilio dell’ossigeno, in libera, con Peter Habeler. Di anno in anno, Messner compie l’ascensione di tutti i quattordici Ottomila e, con Hans Kammerlander ‒ compagno fisso di cordata dalla metà degli anni Ottanta ‒, effettua il concatenamento di due Ottomila. È interessante come l’autore descriva l’esperienza di scalata sul Makalu con una <hi rend="italic">équipe</hi> cinematografica: «seminudi, con gli attrezzi appesi alle spalle, e urlando, questi individui si muovono nella natura e la derubano della sua essenza» (p. 260). Dal 1987, fonda l’organizzazione Mountain Wilderness, avente come scopo quello di «sottolineare con il blocco di impianti di risalita e di strade, nonché di lavori di sgombero, i problemi ambientali provocati dal turismo di massa sulle montagne e di sensibilizzare tutti coloro che praticano sport nel pieno rispetto della natura» (p. 266). Negli anni Novanta, quindi, si dedica maggiormente alla famiglia e alla «difesa dell’ultima wilderness» (p. 266), organizzando manifestazioni e atti dimostrativi soprattutto contro l’edificazione massiccia nei luoghi montani. Il nuovo millennio comincia con l’impegno politico al Parlamento europeo, con lo scopo di difendere l’ambiente montano e le sue popolazioni, fino all’istituzione della Messner Mountain Foundation nel 2005. L’autore informa che l’obiettivo del volume è quello di suscitare nel lettore «la curiosità per la bellezza e la varietà delle […] montagne, di renderlo partecipe del lento sviluppo da ragazzino ingenuo ad alpinista estremo» (p. 18), ma è evidente come, nella seconda parte del volume, si faccia avanti anche un altro scopo e cioè quello della sensibilizzazione ecologica. Dagli anni Cinquanta inizia a usare corda e chiodi per arrampicare, mentre l’allenamento intensivo diventa fondamentale dal decennio successivo. L’autore afferma, inoltre, di preferire il terreno misto, autodefinendosi, così, «un alpinista classico» (p. 149). Nel 1980, utilizza «uno zaino […], una piccola tenda da bivacco, viveri, indumenti, un saccopiuma, piccozza, due bastoncini di appoggio» (p. 230). Messner così riassume il suo percorso di crescita personale e alpinistico: «in una prima fase si salivano le montagne, in modo molto semplice, l’importante era arrivare in vetta. In seguito ho cercato di raggiungere le stesse vette lungo le vie più impegnative. Alle vie classiche seguirono quelle estreme. Alla fine entrarono in gioco questioni di stile, che ebbero come conseguenza uno sviluppo tecnico. Sull’Himalaya ho poi riprodotto questo percorso completato sulle Alpi, e infine ho cercato di ridurre gli ausili tecnici, in base a un principio di carattere etico. A tutto ciò si è aggiunta una componente filosofica, che si è ulteriormente sviluppata grazie alle mie convinzioni ecologiche. Nello sviluppo alpinistico si può leggere lo sviluppo del pensiero umano» (p. 26). </p><p rend="h2">Scheda 36</p><p rend="h2">Moro, Simone. 2020 (2012). <hi rend="boldItalic">La voce del ghiaccio. Gli Ottomila in inverno: il mio sogno quasi impossibile</hi>. Milano: BUR. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il volume, costituito da un prologo, otto capitoli e un’appendice, è incentrato sulle ascensioni invernali compiute dall’autore su montagne che raggiungono gli ottomila metri di altezza. All’interno di questo compendio di narrazioni ascensionali, tra un capitolo e l’altro, trovano spazio alcune pagine estrapolate dal diario della spedizione effettuata sul Nanga Parbat da Moro nel gennaio 2012. Infine, il libro è corredato da ben cinquantanove fotografie a colori scattate durante le imprese alpinistiche dell’autore nel corso degli anni. Nel prologo, Moro riflette sulla scrittura atta a «rievocare momenti, mesi, settimane e anni passati nel mondo verticale» (p. 9) e racconta come sia stato complesso per lui abbinare alle scalate un’attività così statica. Il primo capitolo è dedicato al tentativo di ascensione della parete Sud dell’Aconcagua, poi del Cerro Mirador e, infine, alla compiuta scalata dell’Aconcagua con Lorenzo Mazzoleni per la via normale. In seguito, l’autore racconta il tragico tentativo di scalare la parete Sud dell’Annapurna nel 1997 che vede la scomparsa del suo carissimo amico Anatolij Boukreev e di Dimitri Sobolev a causa di una valanga. Introduce, inoltre, la sua passione per l’elisoccorso che inizia nei primi anni Duemila. Dopodiché, narra l’ascensione sull’Everest con Denis Urubko e del Pik Mramornaya Stena insieme ad altri quattordici alpinisti, suddivisi in due gruppi da sei e da nove componenti. Moro giunge in vetta al Mramornaya ‒ chiamato Marble Wall ‒ in stile alpino solo con Urubko e Maksut Jumayev. Questo capitolo è interessante principalmente per la descrizione di un ambiente desolato, povero e militarizzato come quello del Kazakistan. Il capitolo successivo si apre con una riflessione sull’alpinismo dei polacchi ‒ «nessuno più di loro, con pochi mezzi, equipaggiamenti modesti e in condizioni disumane, riusciva a resistere aggrappato alla parete e al sogno di raggiungere la cima» (p. 61) ‒ che negli anni ’80 ha portato alle ascensioni di numerosi Ottomila durante l’inverno. Dopodiché, Moro racconta il suo tentativo fallito di scalare il Shisha Pangma nel 2003 con quattro alpinisti polacchi e due canadesi. Il secondo tentativo, stavolta vincente, con Piotr Morawski, Darek Zaluski e Jacek Jawien del 2005 viene narrato nel quarto capitolo, in cui spiega i vari passaggi che portano solo lui e Morawski sulla vetta prima del peggioramento del tempo. Nella conclusione, l’autore dedica alcune pagine alla riflessione sull’alpinismo che, afferma, è «frutto di un innamoramento, di una vera passione amorosa, sentimentale, verso ciò che [lo] ha fatto commuovere, volare col pensiero» (p. 97), andando alla «ricerca dell’ingrediente esplorativo e avventuroso» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). L’autore racconta, inoltre, i tentativi di scalare il Broad Peak nell’inverno tra il 2006 e il 2007 con Shaheen Baig e tra il 2007 e il 2008 con Qudrat Ali e Baig. In seguito, riporta i dettagli della sua spedizione estiva in Pakistan con Hervé Barmasse, durante la quale scala il Beka Brakai Chhok. Dopodiché, i due si recano nella valle di Shimshal per visitare la scuola di alpinismo, da loro sostenuta, aperta a ragazze e ragazzi e avente Qudrat e Shaheen come istruttori. Mentre si trovano in questo villaggio pakistano, si consuma una tragedia sul K2 che vede la morte di alcuni portatori locali che vengono perfino incolpati dagli alpinisti occidentali sopravvissuti. L’autore, che descrive le reazioni composte della comunità, difende i portatori caduti con parole sferzanti nei confronti dei «falsi eroi» (p. 131) che avevano commesso, a suo dire, «macroscopici ed evidenti errori» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). Il settimo capitolo è dedicato alla spedizione in Nepal per scalare in inverno il Makalu con Urubko solo dopo un acclimatamento sull’Island Peak. L’autore si sofferma, in particolare, sulle complicazioni organizzative e logistiche che precedono l’ascensione che diventa una vera e propria lotta contro il tempo prima che giunga una terribile bufera. Nell’ultimo capitolo, Moro parla delle difficoltà riscontrate spesso dagli alpinisti ad avere una famiglia a causa della loro attività. In seguito, racconta la sua spedizione al Gasherbrum II con Urubko e Cory Richards dopo un volo su un elicottero militare al campo base ‒ luogo conteso tra Pakistan e India. L’ascensione finale della vetta dal campo 2 avviene nelle sole trenta ore di tempo sereno previste correttamente da Karl Gabl, meteorologo e amico di Moro. È interessante che l’autore scendendo a 7700 metri chiami sua moglie e Krzysztof Wielicki «il re delle invernali» (p. 242). Nell’appendice Moro traccia un bilancio della sua esperienza di scrittura riguardo alle imprese invernali, individuando lo scopo della stessa nello stimolare il lettore ad andare oltre l’impossibile che «è l’alibi della nostra resa» (p. 261). Il volume si conclude con un elenco di tentativi e di effettive ascensioni invernali degli Ottomila pakistani e con il <hi rend="italic">curriculum</hi> alpinistico di Simone Moro. Il registro adottato è informale, i periodi sono perlopiù brevi e la sintassi è semplice. Sulla base di quanto emerge dal testo, l’autore si impone delle regole estremamente rigide e prepara ogni spedizione curando i dettagli. «Tutte le decisioni» ‒ afferma ‒ «vanno tassativamente prese seguendo la ragione e non il sentimento» (p. 20). Solitamente porta in vetta macchina fotografica e videocamera e talvolta scala usando l’ossigeno. Moro apprezza particolarmente l’alpinismo invernale perché «permette di abbracciare quelle cime e quei panorami con uno sguardo senza tempo, libero dalla percezione e dalla visione di altri alpinisti, delle loro tracce, dei loro rumori, dei loro materiali» (p. 18). Nel quarto capitolo, infatti, l’autore spiega che l’avventura e l’esplorazione sono le caratteristiche principali del suo fare alpinismo senza le quali si sente «un turista d’alta quota» (p. 95). Secondo lui, l’alpinismo «è anche un tipo quasi perfetto di libertà. Non è solo uno sport, ma anche e soprattutto una forma di evasione, di scoperta personale, di esplorazione, di avventura, di contemplazione» (p. 20). Come spiega a più riprese nel volume, l’autore vive l’alpinismo come un mezzo di autoconoscenza e ne accetta, così, le variabili più imprevedibili.</p><p rend="h2">Scheda 37</p><p rend="h2">Mosso, Angelo. 1885. <hi rend="boldItalic">Una ascensione d’inverno al Monte Rosa (13 a 15 febbraio 1885)</hi>. Milano: Treves. [Clementina Greco]</p><p rend="text">In questo volume dedicato alla moglie Maria Treves, sorella del noto editore, l’autore racconta l’ascensione invernale compiuta nel febbraio 1885 con Alessandro Sella, figlio dello scienziato, alpinista e politico Quintino Sella. Nel primo capitolo di questo <hi rend="italic">récit d’ascension</hi>, riporta l’avventuroso viaggio da Biella ad Alagna compiuto in carrozza; giunti al villaggio di Piode, i due sono costretti a camminare a causa della neve alta ‒ «è tutto un candore come se camminassimo in mezzo a piume di cigno» (p. 5) ‒ e lentamente riescono a raggiungere Moglia, dove una valanga blocca la vallata. Superate queste difficoltà, arrivano all’Albergo Monte Rosa: una volta preso accordi con le guide del posto, Pietro Guglielmina e Giovanni Gilardi, e aver assistito a una folkloristica festa di matrimonio, ampiamente descritta nel volume, la piccola comitiva si dirige verso il Col d’Olen. Oltre al cacciatore di camosci Guglielmina e al montanaro Gilardi, si uniscono due portatori di cui Mosso non rivela il nome. Mentre il gruppo sale, scoppia una bufera che complica le manovre di scalata, tanto che l’autore ha più volte bisogno dell’aiuto delle guide. Successivamente, Mosso racconta le prove affrontate sullo Stohlemberg, sul ghiacciaio di Embours e sul ghiacciaio di Garstlets, fino alla capanna Gnifetti. Nel sesto capitolo, l’autore riporta i dettagli dell’ascensione alla Piramide Vincent: legandosi con una fune e rispettando tre metri di distanza l’uno dall’altro, ogni componente scala con successo questa montagna e la narrazione si interrompe sulle emozioni provate in vetta, tralasciando quanto effettuato durante la discesa. La prosa di Mosso è limpida, elegante e scorrevole, mentre il lessico è comune. Arrampica con scarponi, bastone ferrato, picche e racchette. Riguardo a queste ultime, scrive in nota: «sono fatte come uno staccio che si lega sotto i piedi per non affondare troppo nella neve. Quelle che adoperano i nostri alpigiani sono fatte da un grosso cerchio di legno di forma ovale chiuso nell’interno da una reticella di corda. […]. L’uso delle racchette è antichissimo: secondo Rollin, se ne servivano già i Greci per camminare sulla neve: in Norvegia si adoperano delle racchette di legno fatte con assicelle lunghe sei o sette piedi. Le racchette delle quali si servono i selvaggi dell’America del Nord, sono eguali a quelle dei nostri alpigiani» (pp. 38-9). Mosso ha certamente degli interessi scientifici, ma, dalla lettura del suo <hi rend="italic">récit d’ascension</hi> emerge soprattutto una fervida passione per le montagne e per i paesaggi ad alta quota. Lontano dallo spirito competitivo, l’autore non considera l’alpinismo come una pratica sportiva bensì un’attività che permette all’uomo di contemplare vedute eccezionali e sublimi. Nella conclusione del volume, così lo scrittore si esprime a tale riguardo: «su quelle cime che sono fuori della storia e dei secoli, si sentono vibrare nel cuore delle corde che rimangono silenziose nella vita di quaggiù. La maestà delle Alpi più di ogni altra cosa terrena è capace di sollevare la mente dell’uomo verso gli spazii misteriosi dell’infinito. Si sente che siamo giunti agli estremi confini del mondo e della vita; il pensiero del pericolo viene soggiogato dalla potenza dell’intelletto, che si compiace di sfidare e di superare i terrori della natura» (pp. 90-1). </p><p rend="h2">Scheda 38</p><p rend="h2">Mummery, Albert Frederick. 1965 (1895). <hi rend="boldItalic">Le mie scalate nelle Alpi e nel Caucaso</hi>, trad. it. di Adolfo Balliano. Torino: Andrea Viglongo &amp; C. [Clementina Greco]</p><p rend="text">I quattordici capitoli che compongono questo compendio di narrazioni ascensionali raccontano l’eccezionale esperienza alpinistica di Mummery, a partire dal Cervino nel 1879. L’anno successivo, come lui stesso racconta, inventa la ‘tenda Mummery’ in seta di 1,8 x 1,2 m, ospitante due persone, usando come pali gli <hi rend="italic">alpenstock</hi>. Interessante il racconto della scalata del Dych Tau presso il ghiacciaio Bezingi nel Caucaso, compiuta nel 1888 con Heinrich Zurfluch e con un portatore tartaro. Nel quarto capitolo, si verifica un cambiamento della voce narrante, che viene ceduta alla moglie dello stesso Mummery, Mary Petherick, la quale si sofferma sui pregiudizi diffusi riguardo all’alpinismo femminile, per poi raccontare la sua ascensione della Teufelsgrat del Täschhorn avvenuta nel 1887 con Burgener, Andenmatten e il marito. Mummery spiega di arrampicare con corde – possibilmente solo con un altro alpinista a 15 m di distanza – e piccozze ma, in determinati passaggi complessi, è solito slegarsi, dimostrando abilità sia sul ghiaccio che sulla roccia. Dagli anni Novanta del XIX secolo, compie i suoi studi preliminari con sopralluoghi e fotografie, non potendosi fidare delle cartine geografiche che reputa fin troppo approssimative. Apprende i segreti dell’alpinismo dalla guida Alessandro Burgener – coprotagonista del libro – con il quale condivide i valori dell’arrampicata. Già dai Charmoz del 1882, Mummery si interroga sulla correttezza dell’uso dei pioli durante le ascensioni, arrivando alla conclusione – insieme a Burgener e alla guida Benedikt Venetz – di non profanare la montagna. L’alpinismo, per Mummery, è «un gioco puro» (p. 7) durante cui «lo spettatore non vede che quello che s’armonizza con sé medesimo» (p. 15). Compie numerose ascensioni in solitaria, a cominciare dalla ripetizione dei Charmoz nel 1892 e questo perché – come spiega dettagliatamente nel quinto capitolo – l’esplosione del turismo alpino ha trasformato «la guida in un impresario» (p. 81) con il quale l’alpinista non ha più un rapporto intimo basato sulla fiducia. Avverte – come racconta egli stesso – un mutamento della pratica alpina e protegge con sferzanti parole quelli «della vecchia scuola» (p. 84). Concorda con Leslie Stephen nel considerare «l’alpinismo uno sport» (p. 98) che apre le porte alla contemplazione della natura e che «ha nel pericolo una potenza educatrice e purificatrice che non si trova in alcuna scuola» (p. 220). Ritiene che «se la felicità spesso sfugge chi l’insegue può tuttavia a volte essere sorpresa addormentata sulle strane rocce delle guglie di granito» (p. 77) per cui «perseguire un qualunque scopo scientifico appare un sacrilegio della peggior specie» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). È imprescindibile la lettura del quattordicesimo e ultimo capitolo del volume, <hi rend="italic">Piaceri e </hi><hi rend="italic">pene dell’alpinismo</hi>, in cui Mummery espone le sue idee circa l’alpinismo con una prosa chiara, polemica e di impianto logico-deduttivo. La scrittura è per l’autore un mezzo per ricordare e per emozionarsi nuovamente al rammentare certi panorami. Anche se si sofferma a più riprese su imprevisti e problemi caratterizzanti le sue imprese alpinistiche, Mummery non drammatizza gli eventi e insiste, in particolare, sulla loro risoluzione. La sua scrittura è ironica e lucida e, nonostante la sua precisione descrittiva nonché tecnica della pratica alpinistica, fa trapelare l’intento letterario dell’autore che si inserisce volontariamente, attraverso numerose citazioni, sul binario che va da Tyndall a Whymper. </p><p rend="h2">Scheda 39</p><p rend="h2">Nardi, Daniele. 2020 (2013). <hi rend="boldItalic">In vetta al mondo. Storia del ragazzo di pianura che sfidò i ghiacci eterni</hi>. Milano: BUR. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il volume è costituito da una prefazione di Agostino Da Polenza, un’introduzione di Dario Ricci, da tre parti articolate in vari capitoli, dai ringraziamenti e da una postfazione di Daniela Morazzano. Trovano il loro spazio anche ventisette fotografie a colori, corredate da una nota didascalica esplicativa. Nella prefazione, Da Polenza presenta Nardi come un grande alpinista e come un uomo «onesto e generoso» (p. I) che viene abbattuto da «un virus perverso nel cervello» (p. III), ossia lo sperone Mummery sul Nanga Parbat, dove perde la vita insieme a Tom Ballard. Anche l’introduzione, scritta da Dario Ricci, è dedicata al ricordo di Nardi per poi presentare la genesi del libro, ideato e scritto a quattro mani con l’alpinista. La prima parte, intitolata <hi rend="italic">Come nasce un alpinista</hi>, è composta da tredici capitoli, il primo dei quali ‒ <hi rend="italic">Radici</hi> ‒ è scritto da Ricci che racconta le origini alpinistiche di Nardi, da individuare sui monti Lepini, presso Sermoneta, e riporta le parole dell’alpinista che descrive la sua prima traversata da Sezze a Carpineto e altre avventure giovanili, compiute senza l’ausilio di protezioni. Dopodiché, stringe amicizia con Pietro Rosella che diventa il suo «compagno d’avventura con cui condividere […] piccole grandi spedizioni» (p. 24). Nel terzo capitolo, Nardi racconta a Ricci ‒ che riporta tutto per iscritto, così come nel resto del libro ‒ del suo «esame di maturità alpinistica» (p. 33): una variante alla via normale della Tour Ronde, nel massiccio del Monte Bianco, a 3792 metri, accompagnato dalla guida Enrico Jovane (il cui prezzo pagato da Nardi ammonta a 400.000 lire). L’anno successivo scala in solitaria la via normale delle Grandes Jorasses, nonostante venga canzonato dai gestori del rifugio Boccalatte per le sue origini laziali. Successivamente, Nardi si sofferma nel ricordare le sue avventure con Stefano Milani e con Armando Onorati dapprima sui monti Lepini e poi sull’Aconcagua. In seguito, l’autore confronta la sua attività di apneista con l’alpinismo, trovando numerose analogie. Interessanti le pagine in cui descrive una partita a calcio con nepalesi e guerriglieri maoisti presso il villaggio di Kandbari Bazar, nel 2006, prima di scalare il Makalu. L’ottavo capitolo, introdotto da Ricci, è un lungo e dettagliato resoconto della spedizione K2 Freedom 2007, avente lo scopo di scalare il K2 dal versante Sud. Il gruppo, guidato da Nardi, è costituito da Mario Vielmo, Michele Fait e Stefano Zavka che, sfortunatamente, perde la vita. L’impresa viene seguita da una <hi rend="italic">troupe</hi> Rai che ne trae un interessante documentario, intitolato <hi rend="italic">K2: il sogno, l’incubo</hi>. Sul Collo di Bottiglia, inoltre, Nardi e gli altri vedono cadere tragicamente Nima, uno <hi rend="italic">sherpa</hi>, in seguito al crollo di un masso ma sia gli italiani che gli americani, le coreane e i russi proseguono nell’ascensione. L’arrivo di una bufera complica la discesa dalla vetta e l’impresa diventa un incubo per tutti gli alpinisti coinvolti. Le pagine di questo capitolo sono senz’altro le più drammatiche e coinvolgenti dell’intero volume. In seguito, Nardi riflette sulla pratica alpinistica e sulla fascinazione provocata dalla spalla Tsuro Ri sull’Ama Dablam, sulla quale tenta di salire invano con Andrea Di Donato. L’autore parla, inoltre, della musica che ascolta e dei libri che legge durante le sue spedizioni, per poi raccontare la sua scalata del Farol West in stile «fast and light» (p. 109) con Lorenzo Angelozzi che ha richiesto una concentrazione tale da non permettere distrazioni. L’undicesimo capitolo è dedicato all’ascensione in stile alpino del Bhagirathi III con Roberto Delle Monache, durante la quale un chiodo di assicurazione si sgancia e i due rischiano la vita. Dopodiché presenta la lunga sfida tra Daniele Nardi e «la Regina delle Montagne» (p. 119): il Nanga Parbat. L’alpinista affronta la spedizione “Nanga Parbat Winter 2013” grazie agli insegnamenti del suo <hi rend="italic">trainer</hi> e <hi rend="italic">mental coach</hi> Giuliano Caggiano nonché agli allenamenti presso il Centro preparatorio olimpico di Formia. Ricci incalza Nardi in una sorta di introspezione, alla ricerca di un eventuale senso di colpa per lasciare tutti i problemi «a quota zero» (p. 124) in favore di un’ascensione e l’alpinista ‒ afferma: «il mio desiderio della vetta è una fuga, una ricerca perenne, una smania di quell’infinito senso di libertà» (p. 124) ‒ spiega che per lui Sezze e la sua famiglia rappresentano il campo base da cui, però, deve di volta in volta partire per le sue incredibili avventure. La seconda parte del volume, intitolata emblematicamente <hi rend="italic">Nanga Parbat</hi><hi rend="italic"> Winter 2013</hi>, si articola in otto capitoli che raccontano la spedizione al Nanga Parbat tra gennaio e febbraio 2013 con l’alpinista francese Elisabeth Revol e il <hi rend="italic">videomaker</hi> Federico Santini, avente l’obiettivo di scalare «la Mangiauomini» (p. 129) in inverno dal versante Diamir, attraverso lo sperone Mummery. Il maltempo e gli imprevisti impediscono il compimento dell’impresa, descritta costantemente da Nardi come un sogno, talvolta un incubo, illuminato dal suo maestro ideale, dall’alpinista che nel 1895 ha, primo fra tutti, sfidato il Nanga Parbat senza i mezzi adeguati: Albert Frederick Mummery. La terza parte del volume si intitola <hi rend="italic">Nanga Parbat Winter 2015</hi> ed è costituita da sette capitoli che permettono al lettore di comprendere quanto l’autore sia stregato, quasi ossessionato, dal Nanga Parbat, su cui sale nuovamente ‒ come raccontato nel ventiduesimo capitolo ‒ in solitaria, tra il 2013 e il 2014, e in gruppo con Elisabeth Revol, Roberto Delle Monache e Tomek Mackiewicz ‒ il quale «non nasconde i suoi dubbi sullo sperone Mummery» (p. 183) ‒ nell’inverno 2015. Il gruppo si spezza, per cui Nardi è costretto a tentare la scalata dello sperone Mummery in solitaria per ben due volte ma, infine, si arrende e lascia scritto alla base dello sperone: «Alone in winter, is not possible, by fair means, thanks to have inspired me. D. N.». Subito dopo, come raccontato nel venticinquesimo ed ultimo capitolo, tenta nuovamente la vetta con un gruppo iraniano e Alex Txikon percorrendo la via Kinshofer, senza successo. Quando scala, usa preferibilmente <hi rend="italic">friend</hi> e <hi rend="italic">nut</hi>. Fin dalle sue prime esperienze con Onorati e Milani, utilizza trapano e <hi rend="italic">spit</hi> per aprirsi le vie, come si legge nel quarto capitolo del volume. È interessante un passo che riporta le parole scritte da Onorati su un quaderno in comune con Nardi e Milani: «finalmente arrivò il fatidico momento del sì, sììì! Avevo i soldi per il trapano. Era la fine della tranquillità delle montagne, della quiete dopo la tempesta, ora c’era solo il rumore del mio trapano che avidamente, dopo anni di forzata astinenza, finalmente esaudiva le mie recondite voglie. In breve, soldi per gli spit permettendo, chiodai un centinaio di vie» (p. 43). Tra le varie attrezzature che porta in quota, Nardi annovera il telefono satellitare, la fotocamera, la telecamera digitale, il <hi rend="italic">modem</hi> satellitare e un lettore mp3. Daniele Nardi espone la sua idea di alpinismo e il suo rapporto con la montagna ‒ dalla quale emerge, come afferma più volte nel corso del libro, il «suadente, ammaliante e subdolo canto di sirena» (p. 100) che attira e strega l’alpinista ‒ nel nono capitolo, <hi rend="italic">Himalaya</hi>, in cui si dilunga nella profonda riflessione riguardo a questa pratica controversa che troppo speso vede la perdita di vite umane: «è una sfida soprattutto interiore. […]. Mi misuro con me stesso, i miei limiti, le mie paure. Più che un duello, il rapporto tra l’alpinista e la montagna è un dialogo. Ogni passo è una conquista, ma non sarebbe possibile se la montagna stessa non lo concedesse. […]. Il rispetto per la montagna è anche e prima di tutto rispetto per la propria stessa vita» (pp. 99-100). Dopo aver raccontato al lettore di come avventatamente abbia tentato di scalare la spalla dell’Ama Dablam, rischiando la vita sia lui che l’amico Andrea, Nardi conclude il suo ragionamento: «Quel che sento quando salgo per quelle pendici è la libera Armonia con tutto ciò che mi circonda e, in fondo, con me stesso. […]. Forse solo attraverso la montagna riesco ad arrivare all’Armonia con me stesso e con tutte le cose» (p. 104). </p><p rend="h2">Scheda 40</p><p rend="h2">Piaz, Tita. 1949 (1947). <hi rend="boldItalic">Mezzo secolo d’alpinismo</hi>. Bologna: Licinio Cappelli. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Dedicato al padre, il volume, corredato da numerose fotografie, si apre con una consistente prefazione scritta da Lidia Minervini che insiste sulla personalità di Piaz che ‒ a suo avviso ‒ «sommerge quella dell’alpinista, che è di per se stessa grandissima» (p. 9) e, riguardo al libro scrive: «non è una semplice autobiografia, ma vi si innestano articoli, memoriali, polemiche, in cui l’incredibile esuberanza dell’uomo, le sue ribellioni, le sue ire, la sua generosità, l’appassionato e quasi tormentoso desiderio di libertà sconfinata, hanno trovato la loro veste caratteristica e personalissima» (p. 13). I trentatré capitoli di questa articolata autobiografia sono presentati da un’introduzione scritta da Piaz per riflettere riguardo alla pratica alpinistica, cercando di tracciare una sorta di bilancio della sua attività. Ricorda di aver giudicato l’alpinista «se non un angelo autentico o un piccolo Dio, per lo meno un portento sociale, un essere d’una classe indubbiamente superiore» (p. 24) per poi, nel corso degli anni, ridimensionare la statura di tale ruolo. Nel primo capitolo, Piaz pensa all’infanzia e rammenta di essersi sempre arrampicato ovunque, dentro e fuori la casa di famiglia. Ben presto, scala una rupe di quindici metri accanto all’Albergo Rizzi e il campanile della chiesa, esibendosi davanti agli amici per dimostrare «la superiorità assoluta» (p. 31). Da ragazzino aiuta la madre nel suo lavoro da ambulante, percorrendo vari chilometri ogni giorno per trasportare la merce, e si dedica alla ginnastica. Dopodiché, racconta di aver scalato per la prima volta, nel 1894 a soli quattordici anni, la Forcella di Davoi e scrive: «quando ripenso a quel giorno lontano così scarso di sentimenti eroici, non mi risparmio i rimproveri più acerbi» (p. 42). Nei capitoli successivi, Piaz riporta di esser salito sul Col Ombert con Michele Locatin e sul Catinaccio, sempre con Locatin e con Pietro Gross. Nel 1898, riesce a scalare la Torre Winkler come capocordata e con una ventina di metri di corda e, grazie a questa impresa, oltre a sentirsi «all’apice di tutte le felicità umane» (p. 60) diventa anche famoso e inizia a svolgere la mansione di guida alpina, per mezzo di un accordo con il rifugio Vajolet. In seguito, per conquistarsi «un posto nel Pantheon dell’alpinismo» (p. 86), compie con l’amico Antonio Schrott ‒ che muore nel 1901 scalando il Grassleitenturm, come viene raccontato in un capitolo a lui dedicato ‒ una delle ascensioni considerate più complesse dalle guide attive alla fine del XIX secolo, ossia la Torre Delago. Nel 1899 è la volta del pilastro Nord del Rosengarten intitolato alla lavapiatti del rifugio Vajolet, Emma Dellagiacoma, e del Piz Piaz. L’autore procede con la descrizione della traversata della parete Est del Catinaccio, con i conseguenti festeggiamenti al rifugio Vajolet, dell’ascensione della parete Nord-est della Punta Emma ‒ «cominciavo a divenire un alpinista serio!» (p. 119) ‒ e dell’incontro con «il Re delle guide d’allora, Antonio Dimai» (p. 121). Nel 1900, praticando il mestiere di guida di frodo, viene multato dal Commissario Capitanale di Cavalese, per una denuncia di una guida ufficiale, e parte per il servizio militare. Due anni più tardi, effettua l’ardita ascensione del Campanil Basso di Brenta con Franz Wenter e, dopo aver ricevuto l’ennesima multa per illecito esercizio di guida alpina, si adatta a malincuore a presentare le pratiche per diventare una guida ufficiale, ciononostante viene respinto come non idoneo dalla Sezione di Bolzano e serve l’intervento della Luogotenenza di Innsbruck per risolvere la questione. Seguono altri capitoli che riportano la scalata della parete Nord-ovest del Campanile Pra’ di Toro, della Guglia Edmondo De Amicis, della parete Ovest del Totenkirchel nel Kaisergebirge con Klammer e Franz Schroffenegger, del tentativo di compiere l’ascensione del Camino Nieberl e della scalata della Forcella denominata da Piaz come la sua portatrice in Carnia, Teresa. Nel 1908, inoltre, Piaz diventa direttore filodrammatico e si dedica anche all’attività politica, seguendo il socialista Cesare Battisti. L’autore racconta anche di un salvataggio di un uomo tedesco compiuto sulle Torri del Vajolet nel 1912, facendo ironicamente riferimento all’alleanza tra i rispettivi Paesi. Nel capitolo successivo, infatti, Piaz racconta la sua esperienza da irredentista trentino, da sostenitore degli «Stati Uniti di Europa» (p. 227), da falsario di licenze e documenti per disertori e sabotatori, da ribelle trentino che, nel 1915, viene arrestato dagli austriaci: trasferimenti, vessazioni, atti di rivolta sono registrati con <hi rend="italic">pathos</hi> dall’autore, che dedica ampio spazio a tali vicende. In seguito, nella primavera del 1919 «le Dolomiti profanate in ogni angolo dagli strumenti di distruzione e di morte della guerra fratricida, si apprestavano nuovamente a profondere i loro divini doni all’uomo nuovo» (p. 266) e Piaz vi torna con commozione. Dopodiché, l’autore narra il difficile periodo della dittatura fascista ‒ definisce Mussolini un «tragico arlecchino camuffato da imperatore romano» (p. 269) e «grande delinquente» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>) ‒, essendo nella lista dei sovversivi. Raccontando la sua pericolosa ascensione della parete Nord della Punta Latemar, Piaz riflette sull’alpinismo, attività umana che conduce alla purificazione dell’anima, alla vita, all’amore, anche grazie al pericolo che, a suo avviso, non può e non deve essere eliminato. Il volume si conclude con una serie di ringraziamenti. La prosa di Piaz è brillante, ironica, imaginifica ed estremamente coinvolgente per il lettore. Scala usando la corda, gli <hi rend="italic">alpenstock</hi> e un cannocchiale e, all’inizio, arrampica in calzini poi con le scarpette da roccia. In vari passi del volume, l’autore ragiona sull’alpinismo moderno e sulle facilitazioni tecniche che, a suo avviso, hanno aperto numerose possibilità in ambito alpinistico ma, al contempo, hanno ingiustamente ridimensionato le imprese precedenti: «con troppa facilità si dimentica di tener conto dei tempi: coi mezzi artificiali e coi metodi adottati attualmente, non c’è più vittoria sulla parete più levigata che possa essere ritenuta impossibile» (p. 123) e «si perde il rispetto dovuto ai pionieri di un ideale o di un grande pensiero» (p. 124). Il senso del suo alpinismo traspare fin dall’introduzione, in cui Piaz scrive: «uno dei beni più preziosi che l’alpinismo regali all’uomo, oltre la comprensione e il godimento spirituale delle meraviglie della creazione, è la possibilità di scendere l’abisso fatale, ove piomba silenzioso il nero fiume degli anni, travolgente uomini e cose, di afferrare a piene mani lucenti fasci di ricordi, risalire alla luce del sole, e rivivere, in un santo cantuccio dell’anima, quei giorni lontani, divinamente splendenti di sconfitte feconde e di vittorie» (p. 23). </p><p rend="h2">Scheda 41</p><p rend="h2">Pietrasanta, Ninì. 1934. <hi rend="boldItalic">Pellegrina delle Alpi</hi>. Milano: Antonio Vallardi. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il volume è costituito da un’introduzione, intitolata <hi rend="italic">La donna in montagna</hi>, e da tredici capitoli di varia lunghezza in cui la scrittrice racconta la sua vita da alpinista. È di particolare interesse proprio l’introduzione di questo compendio di narrazioni ascensionali, strutturata come un dialogo immaginario tra Ninì e un uomo colto riguardo all’anelito giustificato o meno da parte della donna di compiere ascensioni alpinistiche tanto quanto gli uomini. Il discorso, impregnato di ironia e sagacia, ha un impianto logico-deduttivo che conduce il lettore alla medesima tesi di Pietrasanta. Partendo dalla difesa di un abbigliamento mascolino ‒ «a voler essere schietti, né il berrettone, né il giubbone di lana, sono poi così antimuliebri da meritare il biasimo vostro assoluto» (p. 11) – e dell’attività alpinistica femminile in quanto assimilabile atleticamente all’equitazione, al nuoto e al podismo, la scrittrice perora la sua causa affermando: «hanno pure la loro forza i richiami che ci vengono dalle cose; gli inviti onde la natura, per le finestre aperte, ci raggiunge nel nostro soave dominio allettandoci al grande e al bello» (p. 14). Infine, l’autrice riporta una serie di opinioni comuni di conoscenti che la denigrano per la sua mancanza di femminilità, ma al contempo riconosce che «l’atteggiamento […] degli alpinisti uomini verso la nuova competitrice, è, nella grande maggioranza dei casi, quello di una solidarietà assoluta» (pp. 17-8). Nel primo capitolo, invece, Pietrasanta racconta di come si sia avvicinata alle montagne fin dall’infanzia – prima fra tutte il Monte Giovi, in Toscana – ammirandone i paesaggi ed emozionandosi per il senso di libertà offerto da quei luoghi così incontaminati la cui «maestà sublime, la solennità regale […], la poesia profonda […] si svelano al neofita a poco a poco» (p. 31). In seguito, l’autrice descrive la sua prima ascensione d’alta montagna, cioè lo Straling, vissuta come un’avventura «verso le tombe dei Faraoni» (p. 41) tra «cammelli e dromedari» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>) e tale incoscienza la porta a provare fatiche eccessive che, senza l’aiuto della sua guida, si sarebbero potute rivelare letali. Dopodiché, è la volta della Punta Gnifetti in cordata, seguita dal Monte Bianco, dall’Ortles, dal Cevedale, dai Lyskamm, dal Cervino, dalla punta Dufour e dal Cimon della Pala. Nel quinto capitolo, inoltre, si sofferma sulla figura della guida che vede come «un essere che impersona e vivifica la maestà della natura alpestre» (p. 83), per poi descrivere con affetto e riconoscenza Giuseppe Chiara e Tita Piaz. In <hi rend="italic">Ascensioni</hi>, Pietrasanta racconta delle sue scalate più memorabili, come l’apertura di una nuova via alla punta Thurweiser, la scalata della parete Nord del Lyskamm e della prima ascensione della parete Nord del Corno Bianco. L’autrice dedica, inoltre, un capitolo ai rifugi, uno alle sonorità della montagna, uno ai profumi evocati da essa e un altro ai <hi rend="italic">Canti alpigiani</hi> dimostrando un’acuta sensibilità verso i molteplici aspetti della montagna. Interessanti gli <hi rend="italic">Appunti di umile umanità</hi> che Pietrasanta raccoglie nell’XI capitolo, dando spazio a brevi e lucide riflessioni sul significato, sulle sensazioni e sulle motivazioni che incoraggiano un’ascensione, individuando delle marche trasversali per tutti gli alpinisti. Il ragionamento viene coronato da <hi rend="italic">Come sento l’alpinismo</hi> e <hi rend="italic">….et ultra….</hi> in cui Pietrasanta si dilunga sulla sua personale visione dell’alpinismo e di quella montagna che «lungi dal dividere, […] unisc[e] i figli delle nazioni diverse» (p. 177). La sua prosa descrittiva è poetica, raffinata e imaginifica, mentre la sintassi è prevalentemente ipotattica. La scrittura non considera aspetti tecnici e l’alpinista ‒ che arrampica solo con corda, ramponi e piccozza ‒ insiste sulle emozioni avvertite in montagna, dai rifugi alle vette, dalle passeggiate alle ascensioni, dalle dolci vallate ai ghiacciai. Ogni ascensione suscita in lei un senso di commozione, di corrispondenza tra anima e natura, di percezione dell’infinito. Eppure, come si evince dall’autobiografia, Pietrasanta adotta una «calma ragionata» (p. 68) che le risulta essere necessaria per comprendere e accettare i limiti della «creatura umana» (p. 67) che, in confronto alla natura, è «fragile cosa» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). Infatti, «non si affronta la montagna senza un’adeguata preparazione fisica e morale: le difficoltà della salita stimolano il senso dell’osservazione e quello della rapidità delle decisioni e, soprattutto, consigliano l’umiltà» (p. 43). Da quanto emerge dal volume, l’alpinismo per lei muove dallo stupore della bellezza dei paesaggi montani e non dalla volontà di sfidare gli uomini né tantomeno la natura, come esprime chiaramente nel settimo capitolo: «accostar la natura e perseguirla negli aspetti che essa ci offre, anche i più grandiosi e temibili, non vuol dir superarla; significa apprender a venerarla sempre più nelle sue austere potenze, respirarne più da presso gli arcani, riconoscervi un tramite verso il Dio che in essa si svela» (pp. 121-22). D’altro canto, «l’alpinismo […] non è tutto e solo nel salire o nel raggiungere una vetta. Talvolta le discese possono interessare, per la novità del loro svolgimento, quanto le ascensioni» (p. 59). Alle arti, infine, Pietrasanta affida il compito il riprodurre «il caro prodigio» (p. 184) della montagna, avendo modo, così, di rivivere le emozioni provate durante le sue scalate o durante le sue escursioni. </p><p rend="h2">Scheda 42</p><p rend="h2 ParaOverride-2">Rébuffat, Gaston. 2024 (1994). <hi rend="boldItalic">La montagna è il mio mondo</hi>, trad. it. di Mirella Tenderini. Milano: Hoepli. [Giovanna Lo Monaco]</p><p rend="text">Il volume raccoglie una selezione di brani da diversi volumi di Rébuffat, alcuni dei quali mai proposti in traduzione italiana, effettuata dalla moglie Françoise, che nella <hi rend="italic">Premessa</hi> ricorda la perizia del marito nel licenziare i suoi testi. Sebbene in maniera frammentaria, viene qui ripercorsa la vita e la carriera di Rèbuffat, sin dalle prime passioni per la montagna e dalle prime arrampicate, da piccolo, nelle Calanques: «Più che a Marsiglia, è là che sono nato. […] Quello era il nostro mondo: camminare, arrampicare significava appartenergli» (p. 1). È nel gioco e nel piacere dell’arrampicata, nell’avventura che il territorio propone al giovane Rébuffat e ai suoi compagni, che si crea quel rapporto primario con la natura che poi segnerà profondamente l’alpinista. Agli anni delle prime arrampicate è dedicata la prima sezione del volume, <hi rend="italic">È là che sono nato</hi>, cui segue quella intitolata <hi rend="italic">Il manto di stelle</hi>, ancora incentrato sugli anni giovanili, in cui si ripercorre il momento della prima vera salita, a 17 anni, con l’amico Moulin sulla Barre des Ecrins – «la montagna dei miei sogni» (p. 21) – all’‘iinseguimento’ della figura di una vecchia guida. A vent’anni lascia la regione per diventare guida e si trasferisce a Chamonix; alcuni episodi della sua carriera sono ripercorsi nella sezione <hi rend="italic">Il grande mestiere</hi>. «Il mestiere di guida è tra i più belli che ci siano, perché l’uomo lo esercita in una terra ancora vergine. Ai nostri giorni, in città è rimasto poco: non esiste più la notte, né il freddo, né il vento, né le stelle. Tutto è neutralizzato» (p. 24), scrive; malgrado possa sembrare un mestiere ripetitivo, la natura non smette mai, infatti, di rapire Rébuffat, che del mestiere evidenzia i momenti in cui con i clienti si istaura una relazione. In questa sezione si trovano molti frammenti inerenti alla questione del rischio – «Mi piacciono le grandi difficoltà ma non amo il pericolo: […] gli alpinisti amano e rispettano i grandi spazi, la vita e l’amicizia, non il gusto del rischio. […] Ci vuole entusiasmo, ma anche lucidità» (p. 31) – e l’esaltazione dell’arrampicata come sport fine a sé stesso, praticato per il «piacere intimo di comunicare con la montagna […] con la sua materia. Come per un artista o un artigiano il legno, la pietra o il ferro che lavora» (p 34). Per Rébuffat l’alpinista è un’atleta e un’artista insieme, che dovrebbe fare del senso dell’equilibrio il principio dell’arrampicata, equilibrio come obiettivo nel rispetto del rischio così come nella ricerca dello stile. Le sezioni successive – <hi rend="italic">Il giardino dell’incanto</hi>, <hi rend="italic">La cima esemplare</hi>, <hi rend="italic">Preludio alle grandi salite</hi> – contengono un susseguirsi di ritratti di montagne, descritte con una maestria da pittore nella loro bellezza, ma senza risparmiare il racconto delle paure e dei dubbi prima e durante le ascese: tra queste la traversata del Monte Bianco, la parete nord delle Grandes Jorasses, la parete nord dei Drus e il pilastro Bonatti, la spaventosa parete nord dell’Eiger, Cima grande, Gran Cappucin, la sud dell’Aiguille du Midi, ma soprattutto la parete nord del Cervino, la montagna esemplare, perfetta nella sua forma piramidale, tradizionalmente ritenuta inaccessibile, che Rébuffat descrive ripercorrendo le fasi immaginarie della sua creazione da parte un ipotetico scultore (pp. 69-72). Specie in merito al Cervino emerge la critica alla crescente turistizzazione della montagna e alla minaccia rappresentata dall’avanzare della modernità, delle macchine, sui territori vergini e selvaggi della montagna. Segue la sezione dedicata alle spedizioni himalayane, <hi rend="italic">Orizzonti lontani</hi>, in cui al ricordo del maestro di scuola che descriveva quelle montagne come sacre e ancora inviolate, si lega una nuova critica all’avanzare della modernità cui si contrappone la celebrazione del ritmo di vita delle popolazioni autoctone dell’Asia. In questa parte ha un ruolo eminente il racconto della terribile discesa dall’Annapurna nel 1950, quando Rébuffat e Terray salvano Maurice Herzog e Louis Lachenal, duramente segnati dall’arrivo sulla vetta, riportandoli a valle. È uno dei tanti momenti in cui Rébuffat celebra l’amicizia come valore supremo, ben più importante del valore dell’impresa: in questo senso l’intero volume è costellato di ritratti di amici alpinisti – tra questi lo stesso Lachenal –, ma anche di grandi figure dell’alpinismo – come Michel Croz, ricordato per le sue qualità umane – e episodi in cui si evidenzia uno spirito solidale nella cordata. <hi rend="italic">Amare la </hi><hi rend="italic">terra</hi>, ultima sezione del volume, è una celebrazione della natura e dell’alpinismo come pratica che non soltanto trova nel contatto con la natura il suo scopo, ma anche come ‘fatto naturale’, ovvero che dall’appartenenza alla natura scaturisce. Qui la questione si lega una forte denuncia contro l’inquinamento e l’addomesticazione cui è sottoposta la natura, e al pronunciamento a favore dell’istituzione di aree protette, intese come una sorta di opera di ri-sacralizzazione della montagna, mentre si sussegue una serie di racconti di esperienze vissute a contatto con gli animali e in ambienti differenti, come il deserto, il mare, l’Etna. Il percorso si chiude dunque con l’appello a sentirsi parte di un unico ecosistema assieme alla natura, messaggio che con tutta evidenza si rende estremamente attuale nel tempo delle nuove ecosofie che ispirano lo stesso mondo dell’alpinismo. Il volume si chiude con la postfazione di Antonio Massena, <hi rend="italic">Gaston Rébuffat e il cinema</hi> e un utile filmografia, attraverso le quali è possibile ripercorrere la carriera cinematografica dell’autore, e con una bibliografia dei suoi scritti. Il testo dell’intero volume è intervallato da fotografie che ritraggono Rébuffat, alcune delle quali sembrano voler fare concorrenza agli scenari dei quadri di Friedrich. Lo stile di Rébuffat, lontano da eccessiva retorica, è incentrato sulla celebrazione della bellezza naturale, per la quale l’autore dispiega metafore e descrizioni che, pur riallacciandosi a una certa tradizione romantica, la innovano attraverso una sensibilità del tutto personale.</p><p rend="h2">Scheda 43</p><p rend="h2">Rey, Guido. 1914. <hi rend="boldItalic">Alpinismo acrobatico</hi>. Torino: Lattes. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il libro, dedicato a Ugo De Amicis, suo caro amico nonché compagno di ascensioni, è strutturato in due parti di diversa lunghezza: <hi rend="italic">Sulle </hi><hi rend="italic">guglie di Montanvert</hi> e <hi rend="italic">Sulle torri del Trentino</hi>. Il primo capitolo racconta l’ascensione sul Grépon del 1904 che, secondo Rey, dalle pagine di <hi rend="italic">Le mie scalate nelle Alpi e</hi><hi rend="italic"> nel Caucaso</hi> di Mummery sembra «si tratti di una facile passeggiata da signora» (p. 15). L’impresa, in verità molto complessa, viene compiuta da Rey, De Amicis e le due guide di Valtournanche, Ange ed Aimé Maquignaz, e viene raccontata come «una lotta in cui si conquista il terreno palmo a palmo» (p. 45). Il secondo capitolo è dedicato alla traversata dei Charmoz e all’ascensione del Dente del Réquin compiute subito dopo il Grépon. Risale al 1905, invece, la scalata al Petit Dru ed è interessante come, durante il bivacco della notte precedente l’attacco, Rey venga colpito dalla presenza di una signora americana, in compagnia del marito e di una guida tedesca, intenzionata a scalare il Grand Dru. Le imprese alpine riportate dalla donna, infatti, risultano inconsuete a Rey che è affascinato dal «contrasto fra l’ardimento e la dolcezza» (p. 94). Conclude la prima parte il racconto dell’ascensione all’Aguille Verte del 1905, definita come «premio largo, generoso quali sa darne quella munifica signora che è l’Alpe, inesauribile nella varietà de’ suoi doni» (p. 141). La seconda parte del volume racconta di fatti avvenuti a partire dal 1910 e in particolare in Trentino. Comincia con l’ascensione alle Torri del Vajolet ‒ occasione in cui prova per la prima volta le scarpe dalla suola in corda ‒ ma la descrizione paesaggistica è prevalente e, talvolta ‒ come rimproveratogli da alcuni contemporanei ‒ assume toni fortemente patetici. L’autore si rammarica che la cosiddetta Torre Winkler sia nominata a un alpinista tedesco, Georg Winkler, e non a un italiano. È interessante anche la lunga presentazione di Tita Piaz, con il quale scala le Torri del Vajolet insieme a Ugo De Amicis: «Piaz non è una guida come le altre; sarei per dire che non è affatto una guida. È l’esponente di una formula nuova di alpinismo, il maestro di tutta questa scuola di arrampicate brevi ma intense che si svolgono sui confini fra il difficile e l’impossibile» (p. 169). Dopodiché, un capitolo è dedicato alla difficile scalata della parete Sud della Marmolada, effettuata solo due giorni dopo le Tre sorelle del Vajolet, definita come «una giornata campale, una pugna lunga, ostinata, durata dall’alba infino a sera» (p. 201). Interessante anche il racconto dell’ascensione del Tschierspitze nel 1910 con Piaz, De Amicis, Iori, un tedesco ‒ di cui l’autore non rivela mai il nome ‒ e un portatore. In <hi rend="italic">Intermezzo</hi>, Rey riflette sull’alpinismo e sul suo rapporto con la montagna che «come la Patria, non vuole offerta di vane parole, ma sacrificio di opere e virtù di ardimenti» (p. 232). Nel decimo capitolo, invece, si descrive l’ascensione alla Cima della Madonna, presso San Martino di Castrozza, nel 1912. Segue la salita al Cimon della Pala nello stesso anno, affrettata dalla presenza di una cordata tedesca che si avvicina rumorosamente al gruppo di Rey. Questo compendio di narrazioni ascensionali si conclude con la scalata alla Pala di San Martino, con Zagonel, De Amicis e Bettega, sempre del 1912, vissuta come «un atto supremo di amore verso la bellezza del monte» (p. 293), prima di porre fine all’attività alpinistica. Il volume è corredato di fotografie con le quali Rey ricerca l’«esatta rispondenza fra testo ed immagini» (pp. nn.) per trasmettere «quel carattere di assoluta sincerità che è necessario in ogni racconto di imprese alpine» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). La prosa è elegante, ricca di suggestive metafore, ma spesso tende al sentimentalismo. Si rileva come, durante numerose ascensioni alpine, Rey rinvenga chiodi, ganci o corde lasciati in precedenza da altri alpinisti. Sulla base di quanto narrato nel volume, Rey arrampica con corde e piccozza, ma utilizza anche chiodi di assicurazione. È interessante come la scrittura accompagni le scalate di Rey che, come racconta egli stesso nel primo capitolo, è solito annotare sensazioni, descrizioni e appunti tecnici nel bel mezzo di un’ascensione perché «in quelle note affrettate, spoglie di artificio, si rintraccia meglio che in una pagina di bella prosa tutta la psicologia di una salita. Talora una frase raccolta testualmente, una parola, un semplice punto di esclamazione valgono su quei foglietti a rispecchiare un moto dell’animo» (p. 110). Nel primo capitolo, Rey afferma, però, di essere «scettico quanto alla possibilità di descrivere la via con evidenza efficace» (p. 21) perché «è troppo personale e diversa l’impressione che ciascuno reca con sé di un luogo» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). L’unico «occhio che guarda talora per noi e vede ciò che noi non vedemmo; […] che fissa con calma le cose, le percepisce con nettezza meravigliosa, non si turba alla vista dei precipizi, libero da emozioni e da paure […] è l’obiettivo della macchina fotografica» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). Nella narrazione, l’autore non nasconde paure e preoccupazioni provate durante le sue scalate e, al contrario, si sofferma a più riprese su difficoltà e attimi di sconforto caratterizzanti i suoi successi. Sono proprio gli ostacoli, affrontati durante le ascensioni, a ridestare quelle «ataviche facoltà istintive» (p. 194) che nel quotidiano vengono oppresse dall’uomo «moderno, civile, sazio di artifici e di agi» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). Nel primo capitolo, Rey spiega a grandi linee la differenza tra l’alpinismo della prim’ora, caratterizzato da ascensioni «lente e solenni, in comitive numerose, su pei vasti declivi di ghiaccio» (p. 19), e quello più moderno, definito appunto «acrobatico», in cui «ci si arrampica con mani e ginocchia, proni contro la rupe» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>). Entrambe le tipologie, a suo avviso, hanno la medesima essenza: «la prova del vigore fisico e morale» (<hi rend="italic">Ibidem</hi>) perché Rey vede «la lotta coll’Alpi utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede» (p. 12).</p><p rend="h2">Scheda 44</p><p rend="h2">Stephen, Leslie. 2016 (1871). <hi rend="boldItalic">Il terreno di gioco dell’</hi><hi rend="boldItalic">Europa. Scalate di un alpinista vittoriano</hi>, trad. it. di Giovanna Giargia, e Claudia Manera. Milano: RCS. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il volume è una raccolta di articoli pubblicati dall’autore nel <hi rend="italic">Fraser’s Magazine</hi>, nell’<hi rend="italic">Alpine Journal</hi> e nel <hi rend="italic">Cornhill Magazine</hi> che raccontano le imprese alpinistiche di Stephen a partire dalla scalata del Bietschhorn sulle Alpi Bernesi del 1859, andando a costituire un compendio di narrazioni ascensionali. È proprio la zona bernese con la Jungrau, l’Eiger, il Mönch, il Wetterhorn e lo Schreckhorn ad interessare particolarmente, nel corso della sua lunga esperienza alpinistica, lo scrittore londinese. Tra le guide da lui ingaggiate spiccano Melkior e Jakob Anderegg, Charlet di Chamonix, Christian Almer e Ulrich Lauener. Inoltre, compie alcune ascensioni con l’amico Gabriel Loppé, pittore, fotografo e alpinista francese di grande valore che raffigura realisticamente la magnificenza della montagna con una pittura <hi rend="italic">en plein air</hi>. Nel capitolo conclusivo, scritto in seguito alla decisione – su richiesta della moglie Harriet Marian Thackeray – di non realizzare più ascensioni, Stephen espone la sua idea riguardo all’alpinismo, inteso come sport, e risponde ad alcuni detrattori. Lo stile è raffinato, l’autore adotta numerose figure retoriche, tra cui sono particolarmente abbondanti le metafore, ma la prosa risulta brillante, scorrevole e ricca di aneddoti. Le descrizioni colte e imaginifiche, ben lontane da uno scopo scientifico, permettono al lettore di poter fantasticare su quei panorami. Stephen non valuta gli alpinisti come degli eroi ma come degli sportivi. Riconosce l’abilità, la forza e il coraggio delle guide che lo accompagnano, ammirando il loro valore. Per arrampicare, utilizza la corda e la piccozza. Rileva con arguzia che dal 1861 le montagne stanno «incominciando a perdere la propria fama di luoghi invincibili» (p. 29). Il piacere dell’ascensione risiede, per Stephen, nel superare le difficoltà per poi godere delle bellezze naturali da un punto di vista unico, esclusivo, per privilegiati. Il fascino della montagna non lo esalta ma lo tranquillizza, ha una sorta di «potere sedativo» (p. 130) e, al contempo, ha la «capacità di provocare una mescolanza armonica di correnti emozionali che altrove non è possibile provare» (p. 222). Non vive l’alpinismo come competizione ma come mezzo per entrare in contatto con «gli aspetti più sublimi della natura» (p. 240). Il volume, infine, è corredato da realistiche incisioni di paesaggi alpini.</p><p rend="h2">Scheda 45</p><p rend="h2">Terray, Lionel. 2017 (1961). <hi rend="boldItalic">I conquistatori dell’inutile. Dalle Alpi all’Annapurna</hi>, trad. it. di Andrea Gobetti. Milano: Hoepli. [Giovanna Lo Monaco]</p><p rend="text">Il libro si apre con il ricordo dell’uomo maturo, giunto a grandi risultati e notorietà, che guarda al momento della scoperta della montagna nella sua giovinezza, prima con le arrampicate sulle piccole pareti calcaree che circondano il parco della villa di famiglia – «Questa natura selvaggia era il terreno ideale dei sogni di un bambino innamorato della libertà e della dimensione fantastica» (p. 7) –, poi con le prime vere ascensioni di nascosto dai genitori, i quali avrebbero voluto incanalare il figlio verso il successo sociale e lavorativo allontanandolo da pratiche sportive rischiose che non comportano vantaggi economici. Le ragioni di quella gratuità dell’ascensione, di quell’assenza di utilità che titolerà il volume segnando generazioni di alpinisti – a cominciare dall’immaginario dei giovani del Sessantotto, così come sottolinea Marco Albino Ferrari nell’introduzione all’edizione Hoepli –, si chiarisce già da queste prime pagine in cui l’inutilità si configura immediatamente come l’esatto contrario dell’utile inteso come valore cardine della cultura borghese in cui cresce il giovane Lionel. Per lui la scalata è invece, sin da subito, strumento di allontanamento dalla «bassezza, la volgarità e la monotonia del mondo», riflesso dell’aspirazione a una «vita più nobile, più libera e generosa» (p. 9). Il racconto procede a partire dagli anni del severo collegio in cui il padre, «accecato dal suo orgoglio di grande borghese intellettuale» (p. 16), lo costringe a rimanere per continuare gli studi e da cui Terray riesce a farsi espellere sparando tre colpi da una pistola a salve nel cuore della notte. In seguito, viene trasferito in un altro collegio, di più larghe vedute, dove può proseguire nella carriera sciistica precedentemente intrapresa, e ottiene finalmente dal padre il permesso di scalare. Dopo la separazione dei genitori viene affidato alla madre, presso la quale si trova a vivere un periodo di serenità: in questi anni può dedicarsi alla passione per la lettura (legge Balzac, Baudelaire, Proust) che poi lo accompagnerà anche in futuro. Si unisce in seguito al gruppo di volontari di Jeunesse et Montagna (JM), dove incontra Gaston Rébuffat, con il quale stringe una profonda amicizia tra le montagne che li vedono scalare insieme. Rébuffat aiuterà Terray anche nel mandare avanti, benché con scarsi risultati, una piccola azienda agricola a Les Houches avviata dopo l’esperienza di JM, impresa mal sopportata dalla moglie – sposata da Terray nel 1942 – che sempre sosterrà, al contrario, la sua carriera da alpinista. Nonostante i sacrifici richiesti, l’attività di coltivatore non lo distoglie dalle scalate, è questo, anzi, il momento in cui l’alpinista passa «dalle scalate classiche [alle] ascensioni eccezionali» (p. 41), tra cui la prima ascensione del versante nord-est del Col du Caïman, compiuta con Rébuffat. Il racconto dell’impresa è lasciato a uno scritto risalente al periodo dell’ascensione, che qui Terray riporta in forma appena riveduta e utilizza come spunto per una riflessione sui rischi dell’alpinismo, principalmente legati all’inesperienza e all’incoscienza, e per ricordare la sua caduta giovanile sulle Calanques: «Esporsi ai pericoli non è lo scopo del gioco, ma fa parte del gioco» (p. 52). Sul finire della Seconda Guerra Mondiale, Terray si unisce alla Resistenza francese ed entra a far parte della Compagnia Stéphane, periodo che ricorda come traumatico, tra i combattimenti e le detonazioni sulle rocce. Il 1945 è l’anno in cui, scrive, «L’alpinismo, fino a quel momento interesse dominante di un esistenza che cercava ancora la sua strada, divenne […] tutta la mia vita: la mia passione, il mio tormento, il mio lavoro» (p. 68). Poco dopo prenderà infatti il brevetto di guida con il quale entrerà nella Compagnie des Guide di Chamonix. Nello stesso ’45 conosce Louis Lachenal, con il quale comincerà a progettare la scalata dello sperone Walker, un ‘sogno’ per Terray. Il racconto della scalata dello sperone insiste sulle attrezzature – a cominciare dagli stivaletti approntati apposta da Lachenal, «di mezzo tra la pedula e lo scarpone […] simili a quelle che tutti gli arrampicatori portano oggi» (p. 74) –, sui passaggi più difficili, così come sulla sensazione di invincibilità che lo prende a tratti, fino al culmine, quando il raggiungimento della cima segna invece un momento di delusione: «mesi di preparazione e di fantasticherie trovano la loro realizzazione su questa cresta anonima che il mio cuore accoglie quasi con indifferenza. […] L’avventura è finita. Una pagina della mia vita è stata girata. Un po’ titubante mi allontano avvolto nella nebbia» (p. 82). A ogni cima raggiunta, quel che conta, sembra infatti essere quella successiva, la nuova avventura che attende l’alpinista. Dopo la Walker è la volta della parete nord dell’Eiger, per la quale Terray e Lachenal, nel luglio del 1947, si trovano in concorrenza con altre agguerrite cordate. Saranno i secondi ad arrivare in vetta, ma la loro impresa susciterà, con grande stupore di Terray, una grande attenzione da parte della stampa. Il capitolo dedicato all’Eiger è uno dei più densi di riflessioni intorno al senso dell’alpinismo, di dubbi sulle motivazioni che spingono a un’impresa così rischiosa che rimangono senza risposta, se non nelle sensazioni, sublimi e tragiche insieme, che accompagnano l’alpinista stesso. L’Eiger diviene anche il momento di una riflessione sugli effetti della modernità, sulla civiltà delle macchine intesa come nuova barbarie, che si può vedere a distanza dalle pareti del monte ma che, pure, riesce a raggiungere quei territori così impervi, come risulta chiaro nel momento in cui la cordata si imbatte nella ferraglia avanzata dalla costruzione della ferrovia sullo Jungfrau. Con un salto temporale il racconto si sposta nel 1957, quando l’Eiger diviene lo scenario della grande e ben nota operazione di soccorso che impegna, con Terray, alpinisti di tutte le nazionalità, missione apparsa disperata, se non insensata, e che poi sarà fortemente criticata, ma che porterà al salvataggio di Claudio Corti: «A dispetto della ragione, attraverso la potenza delle forze generose che, in questo secolo d’acciaio, sussistono ancora nel cuore dell’uomo, una vita sarà salvata» (p. 124). Terray torna poi al periodo subito successivo alla prima ripetizione della nord dell’Eiger, quando si dedicherà al mestiere di guida, per riflettere sull’etica del mestiere, condotto all’insegna della pazienza e del sacrificio nei confronti del cliente, e racconta come alcuni suoi clienti, De Booy e Egeler, siano poi diventati compagni di scalata: saranno loro a condurlo sulle Ande. Dopo un’appendice fotografica, il resto del volume è dedicato alle esperienze sugli 8.000, in Asia. La fascinazione per le montagne himalayane – «Favolose montagne, così gigantesche, così selvagge da essere destinate a restare per sempre un regno dal quale l’uomo è bandito. Avrei dunque potuto entrare in quel paradiso dove tutto era ancora grande, bello e puro» (p. 150) – riflette il gusto letterario attraverso cui l’autore filtra la sua esperienza: non a caso queste parti del volume sono puntellate da riferimenti costanti alla letteratura d’avventura, che la realtà sembra invero superare. Il racconto della spedizione sull’Annapurna nel 1950, capitanata da Maurice Herzog e vissuta di nuovo insieme a Lachenal e Rébuffat, occupa quattro capitoli, dal viaggio per arrivare alla discesa, con Terray e Rébuffat che aiutano Lachenal e Herzog, gravemente provati dal raggiungimento della vetta, fino al <hi rend="italic">Ritorno alla vita</hi>, come titola l’ultimo dei quattro capitoli. Le parti relative alla spedizione himalayana si infittiscono, inoltre, di dettagli sulle tecniche impiegate: se in giovinezza tende a rifiutare l’arrampicata artificiale, pur senza pregiudizi, la spedizione sugli 8.000 richiede ben altro impiego di mezzi, fino all’uso di droghe dopanti. Le ultime battute del libro, più cronachistiche dei capitoli precedenti, sono invece dedicate alle imprese più recenti, il Fitz Roy e il Chacraraju. Sono molte, negli ultimi capitoli, le menzioni ai film realizzati per documentare le imprese alpinistiche – prima dai compagni di viaggio, più tardi dallo stesso Terray –, in cui si manifesta soprattutto l’attenzione per gli aspetti antropologici dei luoghi esplorati, tipica di buona parte della letteratura dell’alpinismo. Scritto con un linguaggio molto comunicativo ma mai scarno, il libro di Terray è stato sin da principio apprezzato per la qualità della scrittura e per quel gusto letterario che abbiamo notato. Si evidenzia un utilizzo equilibrato di metafore e strategie retoriche che si oppone alle tradizionali formule altisonanti della letteratura dell’alpinismo precedente e una costruzione narrativa attenta all’alternanza tra analessi e racconto lineare.</p><p rend="h2">Scheda 46</p><p rend="h2">Vinci, Alfonso. 1956. <hi rend="boldItalic">Samatari (Orinoco-Amazzoni)</hi>. Bari: Leonardo Da Vinci. [Clementina Greco]</p><p rend="text">Il corposo volume è costituito da una prima parte, intitolata <hi rend="italic">La spedizione Shiriana</hi>, da una seconda parte, ovverosia <hi rend="italic">La spedizione Guayca</hi>, e da una consistente appendice. Sono presenti, inoltre, delle cartine geografiche, delle illustrazioni e numerose fotografie che accompagnano il testo. La narrazione è ambientata in America del Sud e, in particolare, nella Guyana, dove l’autore si trova con un gruppo di esploratori per condurre delle spedizioni scientifiche. Seguendo il corso del Paragua, si avvicinano al Cerro Guaykinima e Vinci descrive l’atteggiamento timoroso degli indigeni di fronte alle grandi montagne per la credenza che vi abitino «i Maguaritòn, o spiriti cattivi, cioè i tuoni ed i lampi che ne flagellano le cime, sovente immerse nelle nubi di grosse tempeste» (p. 20). Dopodiché, l’autore racconta l’avventuroso viaggio, della durata di circa due mesi, che conduce lui e il suo gruppo fino all’alto Canaracuni. Qui si fermano per preparare la sceneggiatura del film documentaristico e per riprendere alcune scene riguardanti gli indios. In seguito, l’autore descrive l’ascensione del Sarisariñama con tre amici e tre indigeni, soffermandosi sull’alimentazione, sull’igiene, sulla morfologia del terreno, sul paesaggio e, soprattutto, sulla «flora tutta particolare, di orchidee, epifite, bromelie ed elianfore, ancora sconosciute alla scienza» (p. 65). Il viaggio prosegue tra avventure e avversità, fino a che l’autore e il suo amico Enrico vengono fatti prigionieri dai Samatari, un popolo di indios costituito dai cosiddetti «uomini-scimmia» (p. 121) con i quali poi instaurano una buona collaborazione che li riporta ad essere liberi. La seconda parte del volume racconta l’avventurosa spedizione Guayca, a partire da Canaima, una località della Guyana centrale, nell’ottobre 1954. A concludere il testo si trova un’appendice di carattere scientifico comprendente notizie linguistiche, faunistiche, botaniche, fotografiche e cinematografiche. Vinci insiste molto proprio sulla descrizione di usi, mentalità e costumi degli indios, evidenziandone pregi e limiti: «il primitivo non è l’essere idilliaco che J. J. Rousseau aveva pensato nelle sue passeggiate tra i boschi del Lemano, ma piuttosto qualcosa che può stare, per i suoi istinti, tra le fiere, e per la sua indole imperturbabile, tra le divinità» (p. 27). In particolare, fornisce numerosi dettagli sui Sape, sui Samatari, sui Makiritari, sugli Scirisciana e sui Uaka. Nel primo capitolo della seconda parte, Vinci scrive: «Tutti eravamo in un certo modo prigionieri della montagna azzurra, quella cordigliera che è sempre di là dell’orizzonte, tra le nebbie del tropico, dove i nostri indios, i nostri diamanti, il nostro oro e le nostre amare disavventure hanno l’identico e indifferenziato colore azzurro dei sogni» (p. 218) da cui traspare il rapporto identitario tra alpinismo e avventura. È proprio il «sentimento di fuga dal mondo civile» (p. 224) a guidare Vinci, così come spiega con chiarezza in più passaggi del racconto, in luoghi incontaminati e selvaggi come le alture dell’America meridionale. </p><p rend="h2">Scheda 47</p><p rend="h2">Whymper, Edward. 1933 (1871). <hi rend="boldItalic">Scalate nelle Alpi</hi>, trad. it. di Adolfo Balliano. Torino: Montes. [Clementina Greco]</p><p rend="text">L’autore ripercorre in questo volume, corredato da numerose illustrazioni realizzate da Whymper stesso, le sue imprese alpinistiche dal 1860 in poi, raccontando la preparazione di ogni scalata, i tentativi falliti – sono sei quelli al Cervino – e la competizione con gli altri alpinisti, da Tyndall ai gruppi di italiani. Questo compendio di narrazioni ascensionali, dunque, registra la pionieristica attività di Whymper che, con pochi mezzi, scala per esempio il Grand Tournalin, il Mont Dolent, il Grand Cornier, la Dent Blanche e l’Aiguille Verte. Si sofferma più volte sul rapporto controverso con le guide, talvolta impreparate e disoneste, talaltra esperte – tra cui spiccano Melchior Anderegg e Michael Croz ‒ e corrette. Dal sedicesimo capitolo, Whymper racconta approfonditamente le vicende che portano alla tragica ascensione del Cervino del 14 luglio 1865, con una cordata creata velocemente per anticipare la spedizione italiana di Quintino Sella. La compagine, costituita da Whymper, la guida alpina Michel Croz, lord Francis Douglas, la guida alpina Peter Taugwalder e il figlio, Charles Hudson e Douglas Hadow, parte il 13 luglio e bivacca a quota 3350 metri. Il giorno seguente, Whymper e Croz conquistano la cima e, per scoraggiare gli italiani fanno «cadere enormi blocchi di roccia e ben presto una vera valanga di pietre rotolò lungo i pendii della montagna. […]. Gli italiani spaventati batterono velocemente in ritirata» (p. 190). Nel corso della discesa, narrata nel XVIII capitolo, gli alpinisti si legano tra loro con una corda di canapa, senza provvedere ad assicurarsi. Quando il maldestro Hadow scivola addosso a Croz, trascina fatalmente con sé sia Douglas che Hudson i quali, a causa della rottura di una corda troppo vecchia tra Taugwalder e Douglas, precipitano sul ghiacciaio. Il libro è corredato da un’appendice costituita da: <hi rend="italic">Seguito della</hi><hi rend="italic"> storia del Cervino</hi> e <hi rend="italic">Verbale dell’inchiesta ufficiale</hi> da cui emerge la responsabilità di Taugwalder padre per la scelta di una corda inutilizzabile. La prosa è descrittiva e asciutta, ci sono alcune ellissi temporali e in vari passi del testo si riscontra l’uso di una certa ironia. L’attenzione dell’autore ricade principalmente sulle difficoltà e sui pericoli della pratica alpinistica, rimarcando il suo coraggio e si nota un intento romanzesco sia nel riportare dialoghi che nell’esporre le sue mirabolanti imprese. Whymper rivolge particolare attenzione alla descrizione tecnica della pratica alpinistica, fornendo spiegazioni significative riguardo alle sue scelte. Inizialmente arrampica con salti, scivolate e l’ausilio di un bastone, dopodiché userà anche una piccozza; bivacca esclusivamente in tende costituite da una tela di cotone (forfar) e dei semplici pali di legno, per un peso complessivo di 8,3 Kg; usa la stessa corda di manilla per arrampicare e per sostenere la tenda, mentre per alcuni passaggi complessi utilizza delle scale. Inventa un gancio a rampone di 12 m e apporta una modifica nella procedura di discesa: attacca un anello di ferro forgiato a uno dei capi della corda. Arrampica sia sulla roccia che sulla neve e spesso compie delle ascensioni in solitaria, dopo aver studiato approfonditamente l’itinerario e aver calcolato i rischi. Ad ogni ascensione porta via un frammento di roccia per poterlo studiare. Dalla lettura del testo, si evince come per l’autore esista un legame indissolubile tra alpinismo, esplorazione e competizione. Dal punto di vista ambientale, Whymper riferisce del ritiro dei ghiacciai e di cambi morfologici del territorio alpestre, ma il suo rammarico, in tal senso, è rivolto alle località interessate da tali cambiamenti. Sono presenti, inoltre, delle riflessioni sull’arretratezza delle comunità montane italiane. «Ciò che in tali arrampicate entusiasma lo scalatore è che esse l’obbligano a fare appello a tutte le sue facoltà, a tutte le sue forze fisiche, a tutta la sua abilità, per superare gli ostacoli» (p. 41). Una volta giunto in vetta, Whymper assapora la felicità ma sostiene che la vaghezza delle sensazioni non permette allo scalatore di goderne a lungo. La pazienza, il coraggio, la forza d’animo e la perseveranza sono, per lui, le doti più importanti di un alpinista che non deve fidarsi troppo della sua forza brutale. L’esercizio di tali funzioni per una scalata li fa tornare più forti alla quotidianità. </p><p rend="h2">Scheda 48</p><p rend="h2">Yates, Simon. 2014 (2001). <hi rend="boldItalic">La fiamma dell’avventura</hi>. Milano: RCS. [Clementina Greco]</p><p rend="text">L’introduzione del libro presenta Yates impegnato a scalare il Pik Pobeda insieme a Sean Smith e ad alcune guide di nazionalità russa, con le quali si ritrova in difficoltà per alcune gravi discordanze sui metodi di arrampicata. In particolare, i russi usano corde e attrezzature di infima qualità, salgono condividendo sezioni di corda fissa con più componenti del gruppo e sostengono ritmi differenti ma, infine, Yates scrive: «iniziai a capire qualcosa della natura comunitaria dell’alpinismo russo. Per certi versi questo era agli antipodi di quei valori che ritenevo l’alpinismo volesse esprimere. Ero sempre stato attratto da quello che percepivo come il senso di indipendenza offerto dalla montagna» (p. 22) e aggiunge: «Avevo in un primo tempo giudicato gli scalatori russi sconsiderati e incompetenti. Era vero che avevano un altro modo di fare in montagna, un sistema differente. Ma era un sistema che era stato pensato attentamente e modificato sulla base dell’esperienza» (p. 23). Nel primo capitolo, l’autore racconta del periodo della sua laurea, un traguardo vissuto come l’inizio della vita libera, lontana dal mondo materialista degli adulti e dedicata alle ascensioni alpinistiche. In seguito, inizia a scalare sulle Alpi con Alan Wilkie, John Silvester e Joe Simpson. Con quest’ultimo compie anche la famosa impresa del Siula Grande, in Perù, durante cui l’amico sopravvive miracolosamente, ma a parte qualche cenno, l’autore sorvola sui dettagli della vicenda concentrandosi sugli eventi successivi. È interessante, per esempio, la sua riflessione sul rapporto tra turisti e alpinisti quando, prima di scalare la parete Nord dell’Eiger, si ritrova ad essere fissato con terrore da un folto gruppo di individui appartenenti alla prima fattispecie e scrive: «Mi sentivo come se non fossimo più persone reali, ma semplicemente uno spettacolo organizzato per il loro divertimento, un rafforzamento della loro opinione che la pena per il nostro deviare dalle regole sociali sarebbe stata la morte» (p. 64). Successivamente, Yates racconta il suo avventuroso viaggio in Pakistan con Craig Kentwell, dove rimane colpito principalmente dal paesaggio in cui «la forza della natura al lavoro faceva paura, ma era esaltante» (p. 85). Seguono altre ascensioni con amici come Tom Curtis, Andy Cave, Sean Smith, Mike Searle, Mark Miller, Nick Groves e Mary Rose Fowlie. Le avventure alpinistiche si mescolano con le disavventure, i disagi, le malattie e le difficoltà economiche soprattutto in Pakistan e in Nepal, le cui spedizioni vengono descritte nel dettaglio. Interessante anche il viaggio con la fidanzata Anne Murray attraverso Nepal, India e Thailandia tra templi, fiumi, villaggi, giungla e montagne, per poi raggiungere suo fratello Matthew in Australia. Una volta tornato a Sheffield, Yates si sente «uno straniero in patria» (p. 214) e presto comprende come tutto sia cambiato nel frattempo, alpinismo compreso: «Forse il fatto era che l’arrampicata si adattava bene allo spirito del tempo, con la sua enfasi sull’individualità e la capacità di prendere rischi negli affari. In tali circostanze vedevo come l’arrampicata stesse fungendo da potente metafora culturale» (pp. 215-16). Dopo aver lavorato brevemente, Yates torna in Asia per partecipare ad alcune importanti spedizioni organizzate da Doug Scott e compie anche alcune ascensioni nell’Unione Sovietica, entrando in contatto con le contraddizioni della dittatura comunista. Nell’epilogo del volume, scritto a distanza di molti anni dagli eventi descritti, Yates traccia un bilancio del suo alpinismo e della sua autobiografia, affermando di averla scritta per ricordare persone e luoghi del passato, riprovando le medesime intense emozioni. La sua prosa è tendenzialmente descrittiva, ma nel complesso abbondano anche le sequenze dialogiche. Il linguaggio è piuttosto semplice e comprensibile. Yates arrampica usando corde, piccozze, chiodi da ghiaccio, discensori e <hi rend="italic">jumar</hi>. Solitamente compie ascensioni solo in primavera e in estate, dedicandosi ad attività <hi rend="italic">indoor</hi> nei mesi più freddi dell’anno. Riguardo al modo di vivere la pratica alpinistica, Yates si spiega già nel primo capitolo: «Il senso di libertà e di incertezza era inebriante […]. Qui, […], potevo agire con una serie di regole non scritte, formulate dai miei contemporanei, molto più libere, che mutavano man mano che le tecniche evolvevano e le altre diventavano obsolete. Quest’etica è oggetto di dibattiti roventi […]. Per quanto mi riguarda, quando arrampico sento di dover rispondere solo a me stesso e a chi arrampica con me» (p. 30). Nell’epilogo, inoltre, scrive: «Molti alpinisti si arrovellano alla ricerca della motivazione che li spinge a scalare le montagne, ma io non ho mai avuto simili dilemmi. So che vado a scalare perché mi piacciono le avventure» (pp. 278-79), i cui ingredienti principali sono «la sfida, il rischio e l’incertezza» (p. 279).</p><p rend="h2">Scheda 49</p><p rend="h2">Zanolla, Maurizio. 2018. <hi rend="boldItalic">Eravamo immortali</hi>. Milano: Fabbri. [Clementina Greco]</p><p rend="text">I trentacinque capitoli che compongono il volume autobiografico sono accompagnati da numerose fotografie, dotate di didascalie, rigorosamente in bianco e nero. La narrazione inizia con il racconto dell’apertura della via ‘Eternit’ sulla Falesia del Baule, sulle Dolomiti Bellunesi, nel 2009 insieme al giovane climber ceco Adam Ondra, e l’autore torna indietro con la mente a «quando un ragazzo, di fronte alla colonna sonora di una fabbrica, nella vita ha scelto quella libera del vento, chiedendosi però se era davvero ciò che voleva» (p. 16). Dopodiché dedica alcune pagine alla sua infanzia da ribelle, al ricordo tanto dolce quanto nostalgico della madre, del padre, delle sorelle e dei nonni, nonché alla sua prima volta in montagna con la famiglia. In seguito, Manolo rammenta quanto gli sia stata utile per l’arrampicata la ginnastica artistica, intrapresa da ragazzino grazie all’interessamento di Attilio Tazzer. È solo nel dodicesimo capitolo, però, che l’autore racconta di essersi avvicinato all’alpinismo grazie all’incontro fortuito con Roberto De Bortoli che, dopo una serata trascorsa a narrargli le sue avventure sulle montagne, porta Manolo alla falesia Le Perine, presso Feltre, per iniziarlo all’arrampicata su roccia. Manolo descrive così questo momento: «Quel giorno il muro di roccia compatta e colorata mi apparve diverso, come si fosse improvvisamente rilassato. Le sue scaglie rosse e rugose sembravano quasi indicare un percorso. Accarezzare quella pietra mi fece entrare in un mondo nuovo, distante anni luce dal mio; eppure il contatto aveva qualcosa di piacevole e quasi familiare, come non avessi mai fatto altro» (pp. 100-1). Dopodiché, l’autore analizza lucidamente ciò che è avvenuto negli anni successivi e, in particolare, il periodo delle lotte di classe, tra scontri in piazza e creazioni di comuni, seguito dall’amarezza per i repentini passi indietro compiuti dalla società italiana. Spiega così il suo desiderio di ascendere i monti: «Forse fu per questo che preferimmo allontanarci fra le montagne. Volevamo liberarci da ciò che cercavano di metterci addosso; fuggire dalla frenesia, dalla droga e dai nodi della confusione politica che si stava frantumando negli Anni di piombo. E quelle vette ci accolsero sincere» (pp. 123-24). È con Giuseppe Zamboni e Aldo Bortolot che inizia a rifugiarsi tra le più impervie pareti delle Dolomiti, vivendo un «alpinismo esplorativo» (p. 124) romantico e pericoloso. All’età di diciotto anni, Manolo e Bruna hanno una figlia, Manuela, ciononostante l’autore continua ad arrampicare in modo spericolato. In seguito, racconta dell’ascensione della parete Sud del Cimon della Pala dell’apertura di una via in libera, con Roberto De Bortoli, sul diedro Sud-ovest del Dente del Rifugio in Val Canali. A questo punto, Manolo inizia a scalare senza utilizzare chiodi, definendo questa scelta «una rivoluzione personale e interiore, piena di contraddizioni» (p. 151), con la consapevolezza di rischiare di cadere ‒ e di perdere la vita ‒ per perseguire un ideale. Compie l’ascensione dello Spigolo Strobel e in cima, dopo aver affrontato difficoltà eccezionali, comprende di voler vivere come alpinista tanto da divenire istruttore del gruppo rocciatori CAI. In seguito, scala la via Bonatti sul Grand Capucin insieme a Diego Dalla Casa e Cesare Levis con i quali si interroga sulla schiodatura: Manolo riferisce di essere d’accordo ma a condizione che i chiodi superflui siano eliminati dal capocordata e non dal secondo. In quegli anni compie numerose ascensioni in solitaria ma in seguito a una serie di imprevisti racconta: «incominciai a diluire in frequenza la pericolosa abitudine di scalare in quel modo, mettendo nello zaino prima di tutto la voglia di tornare. E, in montagna, nemmeno quello era sufficiente a garantire il ritorno» (p. 206). Nel ventitreesimo capitolo, Manolo parla della sua esperienza tra gli alpini presso i quali, tra litigi e zuffe, si dedica allo sci e allo scialpinismo, salvo poi diventare istruttore al corso di arrampicata su roccia, sentendosi «ingabbiato in un inutile “campeggio da boy scout”» (p. 231). Seguono i capitoli dedicati all’ascensione del monte Arbel, nel 1978, con Piero Valmassoi e Dario Sacchet, alla scalata della Cima della Madonna, nello stesso anno, con Ruggero Daniele, Aurelio De Pellegrini e Marco Simoni, nonché alla sfortunata spedizione al Manaslu ‒ riguardo alla quale l’autore riporta le annotazioni scritte sul diario ‒, nel 1979, con Elvio Terrin, Lorenzo Massarotto, Marco Simoni, Vittorio de Savorgnani e il medico Bruno Di Lenna. In seguito a quest’ultimo viaggio, Manolo trae delle conclusioni interessanti riguardo all’alpinismo himalayano: «quel tipo di alpinismo ‒ con la sua burocrazia, il suo impegno economico e la mancanza di contatto con la roccia ‒ non mi attirava. Non sopportavo che un bambino mi portasse lo zaino, il cibo o le tende, e il tempo che si allungava tra una cosa e l’altra mi sembrava sprecato. Avevo così tante montagne attorno… Bastava aprire la porta di casa e potevo anche raggiungerle a piedi» (p. 317). In volume si conclude, infatti, con il racconto di altre ascensioni effettuate in Europa, dalla Cima della Busazza alla Torre Valgrande, dal Precipizio degli Asteroidi alla Torre d’Alleghe, dal Verdon ‒ dove scala con Domenico Bellenzier, Icaro de Monte, Marco Troussier, Jacques Perrier e Patrick Perhault ‒ al Monte Totoga e all’Aguglia di Goloritzé, fino alle scalate compiute con il gruppo Formiche rosse. In questo periodo, Manolo e i suoi amici intraprendono una dieta rigida, smettono di assumere alcol e droga, si allenano sui <hi rend="italic">boulders</hi> e accolgono alcune delle innovazioni che investono l’ambiente alpinistico. La prosa di Manolo è brillante, ironica, irriverente e spesso è impreziosita da intense, seppur brevi, descrizioni paesaggistiche che lasciano trasparire l’emozione avvertita dall’alpinista veneto. Come spiega lui stesso, inizialmente preferisce indossare scarpe da ginnastica ed è piuttosto reticente anche all’utilizzo di chiodi, mentre in un secondo momento, nel corso degli anni Settanta, comprende l’efficacia delle pedule su roccia e inizia anche ad adottare moschettoni, cordini, staffe, <hi rend="italic">jumar</hi>, discensore, materassini da bivacco e, a malincuore, anche i chiodi a pressione. Lui e i suoi amici compiono raramente scalate invernali, non si allenano con il freddo e sono soliti organizzare ascensioni in primavera e in estate. Riguardo ai cambiamenti che investono la pratica alpinistica negli anni Settanta, Manolo registra: «La grande sicurezza regalata dai numerosi chiodi a pressione e dalla solidità della roccia permetteva un’arrampicata diversa a livello mentale. Protetto dalla semplice presenza dei chiodi che rifiutavo di mettere, potevo spingermi in libera dove altrimenti non avrei osato. Quelle vie che forzavano a colpi di martello le pareti e riducevano la scalata a un semplice esercizio di carpenteria erano una faccia dell’alpinismo di quel periodo. […]. Il fatto che lo considerassi sbagliato, sentendo la responsabilità di ciò che ci lasciavamo alle spalle, riguardava solo me» (p. 238). Per esporre il senso del suo alpinismo, nel primo capitolo, Zanolla scrive: «Ma appena sfiorate, quelle mete parevano perdere significato, al punto di augurarmi che continuassero a sfuggire» (p. 17), permettendo al lettore di comprendere, fin dalle prime pagine, il senso del suo alpinismo, caratterizzato più dalla sfida che dalla conquista, più dal percorso che dall’arrivo, più dalla ricerca di un piacere personale che dal desiderio di battere un record. Nel capitolo <hi rend="italic">Insieme</hi><hi rend="italic"> fino alla fine</hi>, infatti, Manolo chiarisce che per lui e i suoi amici «la “lotta coll’alpe” era solo bella come l’arte, una forma di aspirazione alla purezza, immersi in luoghi che […] sembravano autentici» (p. 145). Dopo una lunga serie di ascensioni, anche piuttosto pericolose, l’autore traccia un bilancio e afferma: «non andavo in montagna per morire, anzi. Ci andavo per vivere nella bellezza della natura, lontano dalle contaminazioni sociali, dalle certezze soffocanti e dalle false sicurezze. Era lì che volevo essere […] a inseguire sogni e inutilità» (p. 365). </p><p rend="h2">Indice delle schede </p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 1	Aste, Armando. 1988.<hi rend="italic"> Cuore di roccia</hi>. Calliano: Manfrini. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 2	Barmasse, Hérve. 2015. <hi rend="italic">La montagna dentro</hi>. Bari-Roma: Laterza. [Giovanna Lo Monaco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 3	Benuzzi, Felice. 1947. <hi rend="italic">Fuga sul Kenya</hi>. Milano: L’Eroica. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 4	Boardmann, Peter. 2014 (1978). <hi rend="italic">La Montagna di luce</hi>. Milano: RCS. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 5	Boccalatte, Gabriele. 1997 (1939). <hi rend="italic">Piccole e grandi ore alpine</hi>. Torino: Vivalda. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 6	Bonatti, Walter. 1983 (1961). <hi rend="italic">Le mie montagne</hi>. Milano: Rizzoli. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 7	Bonington, Chris. 1977 (1976). <hi rend="italic">Everest. 33 giorni di scalata sulla parete Sudovest</hi>. Milano: Rusconi. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 8	Buhl, Hermann. 2007 (1954). <hi rend="italic">È buio sul ghiacciaio</hi>, a cura di Kurt Diemberger, trad. it. di Irene Affentranger. Milano: Corbaccio. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 9	Cassin, Riccardo. 2014 (2001). <hi rend="italic">Capocordata</hi>. Milano: RCS. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 10	Comici, Emilio. 1961 (1942). <hi rend="italic">Alpinismo eroico</hi>. Bologna: Tamari. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 11	D’Angeville, Henriette. 1989 (1987). <hi rend="italic">Io, in cima al Monte Bianco. Racconto di un’ascensione</hi>, trad. it. di Sergio Atzeni. Torino: Vivalda. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 12	De Amicis, Ugo. 1926. <hi rend="italic">Alpe mistica</hi>. Milano: Treves. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 13	de Saussure, Horace-Bénédict. 1989 (1779-1796). <hi rend="italic">Viaggi intorno al Monte Rosa</hi>, trad. it. di Giancesare Rainaldi. Anzola d’Ossola: Fondazione Arch. Enrico Monti. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 14	Desio, Ardito. 1956 (1954). <hi rend="italic">La conquista del K2. Seconda cima del mondo</hi>. Milano: Garzanti. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 15	Desmaison, René. 2017 (1971). <hi rend="italic">La montagna a mani nude</hi>, trad. it. di Giancarlo Barberis. Milano: Corbaccio. [Giovanna Lo Monaco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 16	Diemberger, Kurt. 2000 (1989). <hi rend="italic">K2 Il nodo infinito. Sogno e destino</hi>, trad. it. di Maria Antonia Sironi. Milano: Corbaccio. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 17	Ferrari, Agostino. 1912. <hi rend="italic">La Valle di Viù. Impressioni e ricordi di escursioni storia e leggende – usi e costumi</hi>. Torino: Lattes &amp; C. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 18	Fowler, Mick. 2018 (2005). <hi rend="italic">Su ghiaccio sottile</hi>, trad. it. di Luca Calvi. Lecco: Alpine Studio. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 19	Gervasutti, Giusto. 1961 (1945). <hi rend="italic">Scalate nelle Alpi</hi>. Torino: SEI. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 20	Gogna, Alessandro. 1975. <hi rend="italic">Un alpinismo di ricerca</hi>. Milano: dall’Oglio. [Giovanna Lo Monaco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 21	Gugliermina, Giuseppe Fortunato, Giovanni Battista Gugliermina e Giuseppe Lampugnani. 1927. <hi rend="italic">Vette. Ricordi di esplorazioni e nuove ascensioni sulle Alpi, nei gruppi del Monte Rosa, del Cervino e del Monte Bianco dal 1896 al 1921</hi>. Varallo: Sezione di Varallo del Club Alpino Italiano. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 22	Hillary, Edmund. 2020 (1955). <hi rend="italic">Everest. La storia della prima ascesa</hi>, trad. it. di Andrea Roveda. Prato: Piano B. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 23	Hunt, John. 1954 (1953). <hi rend="italic">La Conquista dell’Everest</hi>, trad. it. di Donato Barbone. Bari: Leonardo Da Vinci. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 24	Javelle, Émile. 1947 (1886). <hi rend="italic">Ghiacciai e vette</hi>, trad. it. di Ettore Cozzani. Milano: L’Eroica. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 25	Knez, Franček. 2014 (2008). <hi rend="italic">La pietra infuocata</hi>, trad. it. di Luca Calvi. Lecco: Alpine Studio. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 26	Kugy, Julius. 2000 (1925). <hi rend="italic">Dalla vita di un alpinista</hi>, trad. it. di Ervino Pocar. Trieste: LINT. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 27	Kugy, Julius. 1969 (1931). <hi rend="italic">La mia vita nel lavoro, per la musica, sui monti</hi>, trad. it. di Ervino Pocar. Bologna: Tamari. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 28	Kukuczka, Jerzy. 2002 (1995). <hi rend="italic">Il mio mondo verticale</hi>. Milano: Versante Sud. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 29	Lammer, Eugen Guido. 1932-1933 (1922). <hi rend="italic">Fontana di giovinezza</hi>. Vol. I-II. Milano: L’Eroica. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 30	Lioy, Paolo. 1890. <hi rend="italic">Alpinismo</hi>. Milano: Galli. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 31	Maestri, Cesare. 1996. <hi rend="italic">…E se la vita continua</hi>. Milano: Baldini&amp;Castoldi. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 32	Maraini, Fosco. 2019 (1939). <hi rend="italic">Dren-Giong. Appunti d</hi><hi rend="italic">’un viaggio nell’Imàlaia</hi>. Milano: Corbaccio. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 33	Maraini, Fosco. 2003 (1963). <hi rend="italic">Paropàmiso. Storie di popoli e culture, di montagne e divinità</hi>. Milano: Mondadori. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 34	Meroi, Nives. 2019 (2015). <hi rend="italic">Non ti farò aspettare. Tre volte sul Kangchendzonga, la storia di noi due raccontata da me</hi>. Milano: Rizzoli. [Giovanna Lo Monaco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 35	Messner, Reinhold. 2011 (1984). <hi rend="italic">Tutte le mie cime</hi>. Milano: Corbaccio. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 36	Moro, Simone. 2020 (2012). <hi rend="italic">La voce del ghiaccio. Gli Ottomila in inverno: il mio sogno quasi impossibile</hi>. Milano: BUR. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 37	Mosso, Angelo. 1885. <hi rend="italic">Una ascensione d’inverno al Monte Rosa (13 a 15 febbraio 1885)</hi>. Milano: Treves. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 38	Mummery, Albert Frederick. 1965 (1895). <hi rend="italic">Le mie scalate nelle Alpi e nel Caucaso</hi>, trad. it. di Adolfo Balliano. Torino: Andrea Viglongo &amp; C. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 39	Nardi, Daniele. 2020 (2013). <hi rend="italic">In vetta al mondo. Storia del ragazzo di pianura che sfidò i ghiacci eterni</hi>. Milano: BUR. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 40	Piaz, Tita. 1949 (1947). <hi rend="italic">Mezzo secolo d’</hi><hi rend="italic">alpinismo</hi>. Bologna: Licinio Cappelli. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 41	Pietrasanta, Ninì. 1934. <hi rend="italic">Pellegrina delle Alpi</hi>. Milano: Antonio Vallardi. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 42	Rébuffat, Gaston. 2024 (1994). <hi rend="italic">La montagna è il mio mondo</hi>, trad. it. di Mirella Tenderini. Milano: Hoepli. [Giovanna Lo Monaco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 43	Rey, Guido. 1914. <hi rend="italic">Alpinismo acrobatico</hi>. Torino: Lattes. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 44	Stephen, Leslie. 2016 (1871). <hi rend="italic">Il terreno di gioco dell’Europa. Scalate di un alpinista vittoriano</hi>, trad. it. di Giovanna Giargia e Claudia Manera. Milano: RCS. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 45	Terray, Lionel. 2017 (1961). <hi rend="italic">I conquistatori dell’inutile. Dalle Alpi all’Annapurna</hi>, trad. it. di Andrea Gobetti. Milano: Hoepli. [Giovanna Lo Monaco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 46	Vinci, Alfonso. 1956. <hi rend="italic">Samatari (Orinoco-Amazzoni)</hi>. Bari: Leonardo Da Vinci. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 47	Whymper, Edward. 1933 (1871). <hi rend="italic">Scalate nelle Alpi</hi>, trad. it. di Adolfo Balliano. Torino: Montes. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 48	Yates, Simon. 2014 (2001). <hi rend="italic">La fiamma dell’avventura</hi>. Milano: RCS. [Clementina Greco]</p><p rend="text_list ParaOverride-3">Scheda 49	Zanolla, Maurizio. 2018. <hi rend="italic">Eravamo immortali</hi>. Milano: Fabbri. [Clementina Greco]</p><p rend="editorial_metadata_author">Giovanna Lo Monaco, University of Florence, Italy, giovanna.lomonaco@unifi.it, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-0886-3703">0000-0002-0886-3703</ref></p><p rend="editorial_metadata_author">Clementina Greco, University of Florence, Italy, clementina.greco@unifi.it</p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Giovanna Lo Monaco, Clementina Greco, <hi rend="italic">1. Letteratura e Alpinismo ,</hi> © Author(s), <ref target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0891-8.17">10.36253/979-12-215-0891-8.17</ref>, in Mirko Alagna, Sara Benvenuti, Giovanna Lo Monaco (edited by), <hi rend="CharOverride-2">Homo Horizontalis</hi><hi rend="italic">. Ascesi fisiche e ascese alpinistiche</hi>, pp. -334, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0891-8, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0891-8">10.36253/979-12-215-0891-8</ref></p>
      
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