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        <title type="main" level="a">La Resistenza come laboratorio collettivo dell’emancipazione</title>
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          <resp>This is a section of <title>Reinventare l’Italia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-99811-32-7</idno>) by </resp>
          <name>Alessandro Simoncini</name>
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        <publisher>Firenze University Press, Perugia Stranieri University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.04</idno>
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        <p>The first paragraph argues that the Resistance, understood as a collective laboratory of emancipation, was the core of the constituent power that gave rise to Italian democracy. The parties of the CLN, however, derived their legitimacy from the armed struggle against the Nazi-Fascists, thanks to the relationship they established with the partisan bands and their demands for grassroots sovereignty. As stated in the second paragraph, it is therefore from the time of the partisan war that the idea stems that the Republican Constitution is first and foremost a project for the liberation of citizens in the name of formal and substantive equality. Hence the importance of the Constitution’s social articles. Today they are being called into question, as argued in the third paragraph, but they contain the unfulfilled program of a new democracy.</p>
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            <item>Resistance</item>
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            <item>Constitution</item>
            <item>Democracy</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.04<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.04" /></p>
      
      <div><head>Introduzione</head></div><div><head>La Resistenza come laboratorio collettivo dell’emancipazione</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Alessandro Simoncini</p><div><head>1. Nel <hi rend="italic">Maelström</hi>: Resistenza, bande partigiane, desiderio di un mondo nuovo </head><p rend="text">In un suo interessante volume Nadia Urbinati ha scritto che si arrivò alle elezioni del 2 giugno 1946 perché l’alleanza dei partiti antifascisti e il CLN riuscirono a sconfessare la decisione del re di trattare «la fine del regime come l’ordinaria transizione da un Parlamento a un altro» – tentando «una pura e semplice restaurazione», come scrisse Norberto Bobbio –, aprendo così la fase costituente (Urbinati 2017, 18; 2021; Bobbio 1997, 160). Quelle elezioni furono l’atto con cui, per la prima volta nella storia d’Italia il popolo si fece sovrano attraverso i partiti e decise di darsi delle leggi. Con il decreto Bonomi del 25 giugno 1944, il governo provvisorio di coalizione del Comitato di liberazione nazionale disponeva infatti di indire elezioni a suffragio universale maschile e femminile, per il referendum istituzionale e per l’elezione dell’Assemblea Costituente. I cittadini avrebbero insomma scelto liberamente il loro futuro e deciso quale forma di governo adottare. Per Urbinati, quindi, è un popolo fatto di cittadine e di cittadini il vero autore della Costituzione. Alla Costituente del resto i rappresentanti eletti non poterono scegliere la forma istituzionale – decisa appunto dal popolo per via referendaria – e si impegnarono a «redigere un documento che rispecchi[asse] la volontà popolare uscita dalle urne», traducendola in articoli comprensibili a tutti: come l’art. 1, che recepiva pienamente «la decisione del popolo sovrano di darsi un’identità repubblicana e di esprimersi per via elettorale (eleggendo rappresentanti)»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-022">1</ref></hi></hi>. Alle radici della Costituzione repubblicana e della sovranità popolare – sostiene quindi Urbinati – ci sono i partiti e il Cln, che in sintonia con Claudio Pavone la studiosa definisce il «vero e autentico governo nazionale dell’Italia invasa»: quello che portò a termine il complesso «“processo di politicizzazione” all’interno della realtà militare delle bande partigiane». Trasformando l’antifascismo militare in antifascismo politico – scrive Urbinati con Pavone –, la Resistenza del CLN fu quindi il «nucleo del potere costituente» che generò la nostra democrazia (Urbinati 2017, 18; Pavone 1991, 160). E ancora oggi – si potrebbe aggiungere – rappresenta la reale riserva energetica della Costituzione. Che è dunque figlia dell’antifascismo politico e dei partiti. </p><p rend="text">La tesi è senz’altro convincente, ma può però essere integrata recependo i risultati di una storiografia che – senza mai negare il ruolo fondamentale dei partiti e senza mai aderire alla tesi della «resistenza tradita»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-021">2</ref></hi></hi> – ha sostenuto che i partiti stessi «hanno trovato la loro legittimazione nella Resistenza e nella lotta armata contro i nazisti e i fascisti» (De Luna 2018). E l’hanno ottenuta – quella legittimazione – «grazie all’efficacia del rapporto che furono in grado di instaurare con le bande partigiane e con le istanze di sovranità dal basso che dalle bande furono avanzate» (De Luna 2018). In questo senso storici come Guido Quazza, ma poi anche Giovanni De Luna, Santo Peli, Chiara Colombini, Luca Baldissara, Giuseppe Filippetta ed altri – oltre al già citato Pavone – hanno sostenuto (in modi diversi tra loro) che le bande hanno avuto un ruolo fondamentale nel processo che conduce alla Costituzione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-020">3</ref></hi></hi>. È proprio nelle bande, infatti, che secondo alcuni di questi storici dopo l’8 settembre inizia la scelta costituente: la scelta personale disobbediente «di non sottomettersi, di non accettare la legge del terrore» e di «stabilire da se stessi le regole del vivere insieme per aprire il nuovo tempo della libertà, della democrazia e dell’uguaglianza» (Filippetta 2025, 13). In ultima analisi, dunque, la Costituzione stessa è figlia delle bande partigiane e la Resistenza può essere letta come «una gigantesca costellazione di scelte personali» che, come tante stelle, nell’insorgenza illuminano «il cielo del desiderio di un nuovo mondo» (Filippetta 2025, 12-3). </p><p rend="text">L’8 settembre non muore la patria, come ha invece sostenuto certa storiografia, ignorando che se proprio si vuole parlare di «morte della patria» la si dovrebbe ricercare nel colonialismo dell’età liberale e fascista, nell’instaurazione della dittatura o nelle leggi razziali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-019">4</ref></hi></hi>. Dopo l’armistizio, più semplicemente, si frantuma e si sbriciola lo Stato. Fra il 25 luglio e l’8 settembre – precisa Carlo Galli – non si è verificata nessuna morte della patria, ma insieme al crollo di un ordine e alla catastrofe dello Stato si è consumato «il collasso delle élites tradizionali e l’affermazione di élites nuove»: quelle che animeranno i partiti della prima Repubblica (Galli 2015). Prima ancora, però, c’è il <hi rend="italic">Maelström</hi>. In questo senso Filippetta ha sostenuto che dopo l’8 settembre prende forma qualcosa di simile ad un hobbesiano stato di natura, in cui una moltitudine di singoli uomini e donne prima imbrigliati nel corpo mostruoso dello Stato – come accade nel frontespizio del <hi rend="italic">Leviatano</hi> di Hobbes – si ritrova improvvisamente risucchiata in una situazione di disordine radicale (Filippetta 2020, 23). Il caos «invade le vite degli italiani» (Filippetta 2025,<hi rend="italic"> </hi>14). Questo stato di natura non è però predestinato, come quello di Hobbes, a una caotica guerra di tutti contro tutti. Al contrario, va letto come una situazione nella quale i singoli possono finalmente riappropriarsi della loro «sovranità individuale» e praticare la scelta etico-politica di entrare in banda per lottare contro i nazifascisti, provando così a costruire un nuovo ordine: un ordine da edificare sulle macerie dell’Italia fascista e di quella liberale «attraverso l’esercizio della sovranità individuale di chi prende le armi, e di chi lo accompagna e sostiene»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-018">5</ref></hi></hi>; un ordine repubblicano che, per chi combatte la guerra partigiana, deve «condurre a termine quanto l’89 francese aveva promesso: l’uguaglianza attraverso l’emancipazione, la libertà attraverso l’autonomia, la fraternità attraverso la pace»  (Baldissara 2026, 41). </p><p rend="text">Prima ancora che nella Resistenza dei partiti, dunque, per questi storici il nucleo del potere costituente risiede nella Resistenza delle bande partigiane. Non solo le bande praticano la lotta militare in un clima di grande fiducia tra i comandanti e i loro uomini – ben diversamente da quanto accadeva con la plumbea disciplina vigente nell’esercito sabaudo –, ma come scrive Quazza sono anche «microcosmi di democrazia diretta» capaci di un’azione politica che giungerà fino alla fondazione di zone libere e repubbliche partigiane (Quazza 1976, 241e sgg.). Che Filippetta, valorizzando il ruolo di quei «microcosmi», indica come il primo segmento istituzionale del nuovo Stato repubblicano. Nella banda infatti, per loro scelta, e con tutti i limiti del caso, in una logica che tende all’autogoverno, i singoli partigiani partecipano sovranamente alla definizione degli obiettivi e allo svolgimento di compiti istituzionali complessi: non solo quello di gestire le armi, con la responsabilità che ne deriva, ma anche quella di governare i trasporti e i viveri, di istituire burocrazie comunali e tribunali, di prendere decisioni relative alle aree liberate (piccole o grandi che fossero) e, dall’estate del 1944, alle Repubbliche partigiane (Filippetta 2020, 72 e sgg.). Nelle bande insomma i partigiani non combattono soltanto, ma socializzano anche la loro riconquistata sovranità di singoli cittadini con altri singoli che, insieme a loro, procedono a realizzare «una nuova forma politica e un nuovo mondo comune»: un mondo, oltre il totalitarismo fascista e l’individualismo borghese, in cui rifondare «un nuovo senso dei rapporti umani» (Filippetta 2020, 75). </p><p rend="text">Lo aveva ben colto proprio Quazza. In una recensione del 1977 a <hi rend="italic">Resistenza e storia d’Italia </hi>(1976), Vittorio Foa sottolineava che lo storico genovese non si era limitato a vedere nella Resistenza soltanto la fonte dell’«unità democratica fra partiti che rappresentano interessi diversi» (come facevano in molti in una congiuntura nella quale prendeva quota la soluzione del compromesso storico), ma anche un laboratorio di «strutture democratiche create alla base» (Foa 1980, 262). Per Quazza, che nella sua analisi metteva in luce «l’elemento conflittuale della società come dato determinante della storia politica» – e che proprio per questo negli anni Settanta veniva considerato «così pericoloso» –, quelle strutture erano da intendersi come microcosmi di democrazia diretta e potenziali «cellule di una nuova organizzazione sociale» (Foa 1980, 263). Erano cioè potenzialmente capaci – come si è detto – di liberare zone e di fondare nuove Repubbliche radicalmente democratiche.</p></div><div><head>2. La Resistenza come potere costituente e laboratorio collettivo dell’emancipazione</head><p rend="text">Secondo Filippetta nelle zone liberate e nelle Repubbliche partigiane prende infatti forma anche l’embrione di un nuovo ordine giuridico, inteso come il prodotto del potere costituente e come il progetto di una democrazia comune. In questo ordine giuridico «si incanala la vita della popolazione e si struttura ed esprime la partecipazione degli abitanti al governo delle comunità» (Foa 1980, 79). Gli ordini giuridici delle Repubbliche partigiane, la cui condizione di possibilità è appunto l’azione delle bande, vengono «instaurati in vista della creazione stabile e definitiva di un nuovo ordine costituzionale» (Filippetta 2020, 125). In questo senso, vanno letti come «momenti di un processo costituente» (Filippetta 2020, 125). Filippetta ricorda che per Carlo Levi il vero valore della Resistenza consisteva nell’aver rigenerato «la visione stessa del mondo, il senso del rapporto degli uomini con se stessi, con le cose e con il destino», ossia nell’aver inventato un nuovo modo di vivere insieme (Levi 2002, 61 e sgg.). Cancellando il velo di ogni rimozione passata e futura, bisogna sempre ricordare che in quell’invenzione ebbero un ruolo cruciale le tantissime donne che durante la Resistenza, intesa come «un grande movimento giovanile di disobbedienza e rivolta», colsero l’occasione «di sottrarsi ai ruoli tradizionali di angelo del focolare e di regina della casa»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-017">6</ref></hi></hi>. Levi avrebbe potuto pensare anche a tutto ciò, quando si spinse a sostenere che un’Assemblea Costituente – assolutamente necessaria per «legalizzare la trasformazione in corso nella vita italiana» – avrebbe avuto solo un senso trascurabile «se questa trasformazione non fosse almeno parzialmente, e nelle sue grandi linee, già attuata e iniziata nei fatti» (Levi 1944). È del resto dentro le sperimentazioni politiche della Resistenza che presero forma materiale (e simbolica) quei valori di autonomia, partecipazione, democrazia dal basso, pari dignità sociale, solidarietà tra uguali trasformatrice di un presente ingiusto, eguaglianza nella libertà, che entreranno poi alla Costituente attraverso il vissuto partigiano di molte/i costituenti, e che cementeranno «il largo consenso che circonda i principi e i diritti fondamentali della prima parte della Costituzione» (Filippetta 2020, 227). </p><p rend="text">Prima della Costituente e prima dei partiti, quindi, è nell’«esperienza umana e giuridica della Resistenza» che va rinvenuta l’idea per cui la Costituzione repubblicana è prima di tutto «un progetto di liberazione e di emancipazione degli uomini e delle donne: un progetto di promozione della loro libertà, della loro responsabilità», oltre che della loro uguaglianza formale e sostanziale (Filippetta 2020, 227). Quel progetto viene direttamente dal tempo della guerra partigiana e trova la sua sintesi mirabile nell’art. 3 della Costituzione (in particolare del suo secondo comma): che, come scrisse Stefano Rodotà, è il «capolavoro istituzionale» di Lelio Basso condito dalla «fiduciosa sapienza giuridica» di Massimo Severo Giannini<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-016">7</ref></hi></hi>. In fin dei conti – per dirla con Claudio Vercelli – la Resistenza è stata un «laboratorio collettivo dell’emancipazione». Secondo Vercelli il senso della lotta di liberazione (la sua «radice che non muore») è racchiuso nella capacità, in momenti di violenta transizione, «di cercare nell’auto-organizzazione dal basso le risorse elementari per ricostruire il significato dell’esistenza» (Vercelli 2023). Da qui proviene anche l’idea di una sovranità popolare orizzontale che non sussume la sovranità dei singoli cittadini, ma la garantisce: l’idea, cioè, che si è sovrani perché si è cittadini. Sovranità popolare non equivale a «sovranità del Popolo». Se questa azzera la sovranità dei singoli inglobandola in un soggetto collettivo metafisico che la rappresenta, quella la tutela intendendola come la potenza di agire politicamente riconquistata dai singoli cittadini: dalla moltitudine dei singoli cittadini che sta a fondamento di ogni potere democratico, che a sua volta deve trovare espressione nella partecipazione e nell’autogoverno (Baldissara 2026, 53-68). </p><p rend="text">In quest’accezione della sovranità popolare si è sovrani perché si è cittadini, e non si è cittadini senza la possibilità di raggiungere «il pieno sviluppo della persona umana» di cui parla appunto l’articolo 3 della Costituzione. Dalla Resistenza come laboratorio collettivo dell’emancipazione proviene quindi anche il senso della cittadinanza repubblicana che sta alla base del dettato costituzionale: una cittadinanza che non ha nulla a che vedere con l’appartenenza a una patria, a un’etnia, a una Nazione, a una lingua, a un suolo, ma che – a compensazione dell’«atomismo e della separatezza della politica liberale» (Filippetta 2020, 228) – contempla invece la partecipazione responsabile a un progetto di emancipazione collettiva che prevede la costruzione di un mondo comune di liberi e di eguali. In questo senso il 6 marzo del ‘47, alla Costituente, Basso sosterrà che i deputati lì presenti non stanno facendo «una Repubblica di individui astratti, una Repubblica di cittadini che abbiano solo un’unità giuridica»; stanno invece costruendo «la Repubblica, lo Stato in cui ciascuno partecipi attivamente per la propria opera, per la propria partecipazione effettiva, alla vita di tutti» (Basso 1947, 1824). Questa cittadinanza repubblicana e questa sovranità popolare, che si contrappongono non solo al fascismo ma anche all’Italia liberale, sembrano davvero essere «la formalizzazione finale del diritto scritto dai fucili partigiani» (Filippetta 2020, 227). È nell’«esperienza umana e giuridica della Resistenza», nel suo carattere rivoluzionario, che va cioè ricercato il vero nucleo del potere costituente della democrazia repubblicana: la «Costituzione dei fucili» e delle bande anticipa dunque quella dei partiti, e ne scolpisce i caratteri originari (Filippetta 2020, 66 e sgg.). </p><p rend="text">Certo, come ha scritto Giovanni De Luna, «senza i partiti e il loro ruolo, subito decisivo anche nell’Italia del Sud, le bande e il CLNAI che le rappresentava non sarebbero riusciti a incidere sulla politica nazionale». A ragione De Luna sostiene che «il passaggio dalla banda ai partiti, dal locale al nazionale, non fu indolore né facile» e che dopo la fine della guerra «le istanze di sovranità armata che le varie formazioni partigiane avevano incarnato furono inglobate in strategie politiche più complesse e articolate». Dopo il 25 aprile 1945 e la consegna delle armi da parte degli insorti, ad esempio – continua De Luna –, </p><quote rend="quotation_b">i partiti “delle tessere” soppiantarono quelli “dei fucili”, vincoli e compatibilità istituzionali divennero prioritari e, proprio attraverso i partiti, lo Stato appena ricostruito si riappropriò della sua piena sovranità (De Luna 2018). </quote><p rend="text">Le cose andarono effettivamente così. Questo però non toglie che quei partiti e il CLN «devono la loro legittimazione alle bande partigiane», che operarono come «contenitori delle sovranità individuali dei singoli» e come incubatori dei «principi fondamentali dell’ordine giuridico della Resistenza» (Filippetta 2020, 220 e sgg.). E non toglie nemmeno che quei principi fondamentali di «autonomia, autogoverno, sovranità popolare come sovranità dei singoli cittadini», entreranno all’Assemblea Costituente non solo per mezzo delle gambe dei partiti ma anche per mezzo di quelle dei singoli costituenti. E del resto molti di loro avevano fatto e/o vissuto la Resistenza, restando profondamente segnati nella coscienza proprio da quei principi, oltre che dalla rottura che essi marcavano con la precedente storia d’Italia. Anche per questo la Costituzione non è solo una serie di disposizioni sulla forma di governo o sul modo di approvare leggi e regolamenti – tutte cose peraltro decisive e niente affatto scontate –, ma è innanzitutto un progetto democratico socialmente emancipatorio: un progetto che ha il proprio nucleo costituente nella Resistenza. In un testo dedicato alla figura di Arrigo Boldrini (il comandante Bulow), è Carlo Galli a rimarcarlo opportunamente. Soffermandosi sul nesso tra potere costituente e Resistenza, Galli scrive infatti che quest’ultima è stata «solo formalmente l’esercizio di un potere politico-militare delegato al CLN dal regno del Sud». Nella sostanza la Resistenza è stata invece l’«attivazione autonoma di un potere costituente popolare che è stato supremamente politico, persino al di là della consapevolezza soggettiva dei suoi protagonisti». Nella Resistenza quindi è emersa spontaneamente «quella legittimità che in seguito ha trovato espressione formale e compiuta nell’Assemblea costituente e nella Costituzione repubblicana» (Galli 2015). Nel <hi rend="italic">maelstrom</hi> dello stato di eccezione in cui dopo l’8 settembre è precipitato l’ordine politico precedente, la Resistenza è stata cioè la guerra rivoluzionaria capace di attivare l’energia politica che ha prodotto un nuovo ordine. </p><p rend="text">Come ci ha insegnato Claudio Pavone, però, la Resistenza fu tre guerre in una: la <hi rend="italic">guerra patriottica</hi> di liberazione nazionale, che ebbe per nemico l’invasore tedesco nazista e per obiettivo «la liberazione del territorio nazionale da una dominazione straniera»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-015">8</ref></hi></hi>; la lacerante <hi rend="italic">guerra civile</hi>, che ebbe per nemico il fascista e per obiettivo «la liberazione del popolo italiano dal fascismo come fenomeno autoctono»; la <hi rend="italic">guerra di classe</hi>, che tanti partigiani socialisti, comunisti, azionisti combatterono avendo come nemico principale il «padrone» (i proprietari delle fabbriche o «gli agrari che avevano finanziato gli squadristi e se ne erano avvalsi») e per obiettivo uno sbocco non capitalista o anticapitalista del conflitto (Pavone 2016, 16-22). Nel perseguimento di quest’obiettivo – scrive Pavone – «dentro una grande speranza di palingenesi sociale» si mescolavano il «fascino del modello sovietico» e l’aspirazione «a un socialismo nuovo e diverso che evitasse le degenerazioni burocratiche e repressive avvenute in Urss»: un socialismo che «sapesse reinterpretare anche la libertà e la democrazia, come per esempio propugnavano il Partito d’Azione e alcune correnti socialiste»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-014">9</ref></hi></hi>. Di queste tre guerre, le prime due hanno vinto e la terza ha perso. Ma non del tutto. Ha lasciato infatti traccia negli articoli «sociali» della Costituzione: gli art.1<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-013">10</ref></hi></hi>, 2<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-012">11</ref></hi></hi> e 3<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-011">12</ref></hi></hi>, il primo comma dell’art. 4<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-010">13</ref></hi></hi>, gli articoli 41<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-009">14</ref></hi></hi>, 43<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-008">15</ref></hi></hi>, 49<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-007">16</ref></hi></hi> e 53<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-006">17</ref></hi></hi>, per citare solo i principali. </p></div><div><head>3. Sulla «terza guerra» della Resistenza e sulla Costituzione come progetto di democrazia sociale</head><p rend="text">La terza guerra della Resistenza è quindi ben presente nella Costituzione repubblicana. Del resto quest’ultima, che è certamente «il frutto degli accordi e dei compromessi tra i partiti», non è stata scritta in un vuoto pneumatico, ma </p><quote rend="quotation_b">dentro un <hi rend="italic">pieno</hi> fatto delle grandi lotte dei lavoratori: lotte operaie e contadine che circondano i lavori della Costituente e che sono la diretta prosecuzione di quel protagonismo politico, sociale e solidale dei lavoratori che si era affermato con la Resistenza. </quote><p rend="text">È da quelle grandi lotte operaie e contadine che nasce il «carattere solidaristico e lavorista della Costituzione repubblicana» (Filippetta 2022). Sono «lotte di comunità, e non solo di categoria», come quelle delle Officine meccaniche reggiane, delle Fonderie riunite di Modena, della Ducati, della Breda di Milano e delle Officine Gallileo di Firenze. Tutte lotte che, durante la Resistenza – mentre fioriva l’attività militare delle bande partigiane –, furono anticipate dal protagonismo dei braccianti e dei mezzadri che nelle campagne si battevano «contro le requisizioni e gli ammassi nazi-fascisti», oltre che per ripartizioni e salari più giusti (Filippetta 2024, 15). E furono anticipate anche da un altro protagonismo: quello degli operai che scioperarono a partire dal marzo del 1943 e che occuparono le fabbriche durante l’insurrezione. Insomma, per comprendere la Resistenza non basta guardare alle formazioni partigiane. Occorre rivolgersi anche alla mobilitazione nelle campagne e nelle fabbriche, a loro volta connesse a un più diffuso «antifascismo esistenziale» che – come ha scritto Quazza – si manifesta con «caratteri più propriamente morali per i giovani provenienti dai ceti medi e più specificatamente di classe per gli operai e i contadini» (Quazza 1976, 105 e 115-16). D’altro canto, pur apparendo spesso spontaneo e prepolitico, l’antifascismo esistenziale della Resistenza non ha nulla di generico perché nasce da ben precise «condizioni di esistenza, cioè sociali, di classe» (Quazza 1976, 106; sul punto cfr. Colombini 2025, 63). Per questo, sulla scia di Quazza, a proposito degli scioperi del marzo del 1943 Filippetta ha parlato di un «protagonismo operaio» spontaneo che si manifesta «come antifascismo esistenziale di classe prodotto dalle condizioni di ingiustizia, di miseria, di fame e di sfruttamento determinate dalla guerra voluta dal regime» (Filippetta 2023).</p><p rend="text">Anche per questo alla Costituente si discuterà di lavoro. In un confronto serrato tra chi lo concepiva come forza integrativa o «cemento etico» funzionale a una società di mercato interclassista depurata dal conflitto (come molti costituenti democristiani: Fanfani e il neo-tomista La Pira ad esempio) e chi invece lo concepiva come fonte di cittadinanza, di appartenenza di classe e quindi di partecipazione conflittuale alla vita democratica (come in modi diversi Lelio Basso, Vittorio Foa e Palmiro Togliatti), la Costituzione viene scritta dentro questo incandescente «crogiuolo di protagonismo sociale dei lavoratori»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-005">18</ref></hi></hi>. La dimensione progettuale della Costituzione nasce quindi anche dallo spirito delle lotte di classe e viene scritta come un atto di protesta contro le ingiustizie del presente. È anche per questo (forse soprattutto per questo) che la Costituzione punta a rompere con quelle ingiustizie, attribuendo un ruolo centrale ai diritti sociali e formulando un progetto di democrazia sociale da edificare all’insegna del principio di uguaglianza. Se durante i cosiddetti Trenta gloriosi questo progetto è stato parzialmente messo in forma attraverso la costruzione dello Stato sociale e dei diritti del lavoro, nei successivi Trenta ingloriosi – come li ha definiti Jacques Rancière (Rancière 2022) – il progetto costituzionale è stato messo pesantemente sotto attacco da quello che è stato chiamato un «liberalismo senza moderazione»: un neoliberalismo che ha prodotto la crescente privatizzazione dei beni pubblici, la massiccia erosione del welfare, la precarizzazione del lavoro come norma, la neutralizzazione di politiche sociali che nel tempo avrebbero dovuto edificare e consolidare «il “noi” politico, la sovranità democratica nazionale» (Urbinati 2020, 53). </p><p rend="text">Quelli a cui si è appena accennato sono processi sovradeterminati dalla globalizzazione capitalista e dall’assiomatica austeritaria dell’Unione europea. A quest’ultimo proposito si pensi solo alla riforma dell’art. 81 della Costituzione, che nel 2012 ha costituzionalizzato il pareggio di bilancio recependo le indicazioni del Fiscal Compact con cui l’Ue rispondeva alla crisi del 2011 irrigidendo l’<hi rend="italic">austerity </hi>(sul punto, cfr. Amendola 2016). Queste ed altre dinamiche affini hanno generato le condizioni di possibilità per l’emergenza di quel «nazionalismo dei vulnerabili» che oggi un po’ ovunque alimenta i neo-populismi e i sovranismi (Urbinati 2020, 53). Nei decenni dell’età neoliberale il progetto costituzionale di una democrazia sociale fondata sulla libertà e l’uguaglianza sostanziale dei <hi rend="italic">molti</hi> è stato progressivamente disattivato dai <hi rend="italic">pochi</hi> che detenevano il monopolio politico della decisione. E il processo di «de-democratizzazione» è avanzato speditamente (Balibar 2012; Brown 2015). Dopo una profonda trasformazione della «costituzione in senso materiale» – per dirla con Costantino Mortati (1988) –, la cronaca ci informa quasi quotidianamente dei propositi (non certo inediti) di regolare regressivamente i conti con la Costituzione formale e con la Repubblica parlamentare: «alla ricerca del “sacro Graal” della governabilità»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-004">19</ref></hi></hi>. Non dobbiamo dimenticare che, agli albori dell’età neoliberale, nel 1975, il termine «governabilità» ebbe un ruolo di primo rilievo nel celebre rapporto sulla democrazia della Trilateral Commission nel 1975 (Crozier, Huntington, e Watanuki 1977). In risposta alle lotte e ai movimenti degli anni Sessanta e Settanta, quel rapporto mirava notoriamente a realizzare un disegno di democrazia minima e puramente elettorale di cui oggi vediamo le ultime tappe. Il Rapporto aveva l’obiettivo di farla finita con la democrazia sociale e partecipativa delle costituzioni post-belliche, individuata esplicitamente come causa della crisi degli anni Settanta e come patologia dei sistemi democratici. A questa democrazia sociale la Trilaterale ne opponeva un’altra: una democrazia della governabilità, appunto, depurata dal conflitto e dalle richieste di maggiore rappresentatività dei soggetti sociali. Ne emergeva la <hi rend="italic">silhouette</hi> di una postdemocrazia dell’«apatia», sentimento che il Rapporto considerava necessario al «funzionamento efficace di un sistema politico democratico» (Crozier, Huntington, e Watanuki 1977, 123): una postdemocrazia capace di disciplinare i parlamenti e di accelerare i processi di esecutivizzazione del comando come richiesto dall’accumulazione capitalistica. </p><p rend="text">Di fronte a uno stato di cose ormai dispiegatamente postdemocratico, e di fronte all’ascesa prepotente del postfascismo neoliberale, ci si può chiedere quale sia oggi la postura intellettuale da tenere nei confronti della Costituzione repubblicana<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-003">20</ref></hi></hi>. I suoi articoli sociali, che discendono in linea diretta dalla «terza guerra» della Resistenza, ci invitano ancora a intenderla come il programma mai realizzato di «una nuova democrazia economica e di un nuovo ordine sociale»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-002">21</ref></hi></hi>. Questo programma rischia di essere definitivamente sconfitto da forze che mirano a cancellare la natura antifascista, costituente, rivoluzionaria della Resistenza. Alla Costituente, però, quella natura oggi sotto tiro non era chiara soltanto ai deputati della sinistra ma anche al giovane Aldo Moro, che in un discorso tenuto il 13 marzo 1947 esortava a non </p><quote rend="quotation_b">dimenticare quello che è stato, perché questa Costituzione oggi emerge da quella Resistenza, da quella lotta, da quella negazione, per le quali ci siamo trovati insieme sul fronte della Resistenza e della <hi rend="italic">guerra rivoluzionaria</hi> ed ora ci troviamo insieme per questo impegno di affermazione dei valori supremi della dignità umana e della vita sociale (Moro 1947, 2040, corsivo mio). </quote><p rend="text">E, con un monito particolarmente attuale, Moro aggiungeva: </p><quote rend="quotation_b">guai a noi, se per una malintesa preoccupazione di serbare appunto pura la nostra Costituzione da una infiltrazione di motivi partigiani, dimenticassimo questa <hi rend="italic">sostanza comune</hi> che ci unisce e la necessità di un raccordo alla situazione storica nella quale questa Costituzione italiana si pone (Moro 1947, 2040, corsivo mio).</quote><p rend="text">Rilanciando la necessità di rifarsi oggi a questa sostanza comune, e alla profonda cesura storica che la Resistenza ha rappresentato, Aldo Tortorella – il partigiano Alessio – ha scritto che in Italia è in atto «il tentativo di seppellire definitivamente l’antifascismo costitutivo dell’identità della democrazia italiana» (Tortorella 2023). A questo tentativo – ha aggiunto opportunamente – non è il caso di opporre l’antifascismo banalizzato delle cerimonie ufficiali: </p><quote rend="quotation_b">richiamarsi all’antifascismo serve infatti a poco se non lo si aggiorna legandolo ai bisogni e alle sofferenze dei lavoratori, senza nutrire la sua battaglia per la democrazia e per i diritti, se non è stimolo all’azione per la giustizia sociale (Tortorella 2023). </quote><p rend="text">Per contribuire alla costruzione teorica di un antifascismo sociale, le studiose e gli studiosi potrebbero seguire il prezioso suggerimento di Walter Benjamin secondo cui le rivoluzioni sconfitte sono ancora cariche di potenzialità emancipatorie. Con un «balzo di tigre nel passato», lo storico materialista può sempre riscattarne l’istanza sovversiva, facendo di quelle rivoluzioni un’immagine dialettica capace di interrompere le miserie del presente e di riaprire alla ricchezza del possibile (Benjamin 1997, 47). È quello che cercarono di fare le donne e gli uomini della Resistenza: attraverso la guerra rivoluzionaria e le realizzazioni pratiche che in essa prendevano corpo, certo, ma anche attraverso le aspirazioni utopiche che spesso supplirono a un carente progetto economico, politico e istituzionale. In questo senso – parafrasando Koselleck (1986) – Pavone ha scritto che non di rado i resistenti vissero «il futuro come presente», affidando «alle anticipazioni e alle speranze» quello che le esperienze empiriche non erano «in grado di garantire». In questa dimensione utopica giocarono un ruolo importante i sentimenti, che nella Resistenza così spesso si intrecciarono «con richieste etiche, con abbozzi di elaborazioni teoriche, con richieste di garanzie esistenziali» (Pavone 1991, 579). Quelle richieste, che come scrisse Franco Fortini provenivano dall’«istanza rivoluzionaria e antiborghese» della Resistenza – dal suo essere non solo lotta di liberazione ma anche «conflitto di classe» e «fatto rivoluzionario» – restano a tutt’oggi irrealizzate<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-001">22</ref></hi></hi>. È allora interessante sottolineare che, nella sua seconda tesi sul concetto di storia, Benjamin scriveva che quello che ci lega ai vinti è un «appuntamento misterioso»: come ogni generazione precedente «siamo stati attesi sulla terra» per realizzare quella «<hi rend="italic">debole</hi> forza messianica a cui il passato ha diritto» (Benjamin 1997, 23). Non basta cioè rammemorare il dolore delle vittime del passato per redimerle dall’oblio. Come in un «patto segreto», infatti – chiosa Michael Löwy –, i vinti attendono da noi «anche la riparazione delle ingiustizie passate e il compimento della loro utopia sociale» (Löwy 2004, 46). Spetta a noi inverare il potenziale emancipatorio delle rivoluzioni sconfitte al fine di abolire lo stato di cose presente. </p><p rend="text">La Costituzione nata dalla Resistenza, nella quale la politica non si è data solo come realismo strategico ma anche come carica utopica (ossia come desiderio di «<hi rend="italic">andare oltre</hi> in nome di un significato profondo che viene attribuito a un futuro intensamente desiderato») (Pavone 1991, 515), può essere allora pensata insieme alla Resistenza come una di quelle rivoluzioni: non tanto come rivoluzione mancata – fu notoriamente Piero Calamandrei a parlarne come di «una rivoluzione promessa» in cambio di una «rivoluzione mancata»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-000">23</ref></hi></hi> –, quanto appunto come rivoluzione sconfitta (nella sua dimensione di progetto sociale con tratti socialisti) ma ancora gravida di futuro: come una rivoluzione cioè che, al pari di tutte le altre sconfitte in passato, porta ancora in sé la forza di riaprire la storia e di rilanciarla verso il nuovo. </p></div><div><head>4. Questo volume</head><p rend="text">Nel testo di apertura Mauro Volpi esamina proprio il percorso che portò alla Costituzione e alla «creazione di una nuova forma di Stato profondamente diversa non solo da quella fascista-autoritaria, ma anche da quella statutaria-liberale». Per Volpi, in questa reinvenzione dell’Italia ebbero un ruolo assai importante la cultura giuridica e i giuristi. Questi ultimi furono infatti molto rilevanti sia nella fase «precostituente» – in cui vennero scritti Decreti Legislativi luogotenenziali che si avvalsero ampiamente del loro apporto tecnico –, sia nella fase «preparatoria» – quando ebbero una funzione importante in organi istituzionali come la Commissione per la riforma dell’amministrazione o il Ministero per la Costituente –, sia nella fase «assembleare», quando parteciparono numerosi alla Commissione per la Costituzione nata in seno all’Assemblea costituente e incaricata di predisporre un progetto di Costituzione: progetto in cui i partiti di massa legittimati<hi rend="italic"> </hi>dalla lotta antifascista ebbero il ruolo principale, ma in cui anche la cultura giuridica ne giocò uno assai importante. Fu in questa fase – ricorda Volpi – che la Costituzione iniziò a evidenziare la sua natura di «compromesso», inteso in modo non deteriore come quella «convergenza tra diverse concezioni politico-ideologiche su un terreno comune» che sia Palmiro Togliatti sia Aldo Moro, in modi diversi, auspicavano. Ma in questa convergenza non mancarono «momenti di divergenza» in cui alcuni costituenti giuristi si scontrarono tra loro, ad esempio sull’opportunità o meno di inserire un Preambolo in Costituzione o sul fatto che questa dovesse avere una natura antifascista – come volevano ancora (e sempre in modo diversi) Togliatti e Moro – o «afascista», secondo il parere minoritario dell’avvocato monarchico-liberale Roberto Lucifero. Più in generale Volpi evidenzia che i costituenti giuristi e la cultura giuridica furono molto rilevanti sia per la definizione dei diritti fondamentali – anche di quelli sociali teorizzati a partire dalla primazia del principio di eguaglianza (un terreno su cui si incontrarono il comunitarismo sociale cattolico della DC e quello socialista delle sinistre, con il ruolo fondamentale di Basso e La Pira) –; sia per la definizione della forma di governo – su quella presidenziale, a cui era favorevole Calamandrei, si impose come sappiamo quella parlamentare proposta da Mortati (con i limiti e i contrappesi che Volpi illustra); sia per la definizione degli istituti di garanzia – in particolare il Presidente della Repubblica, l’organizzazione e il funzionamento della magistratura e della Corte costituzionale, la natura rigida della Costituzione nata dalla Resistenza. Molte delle cui linee fondamentali – conclude Volpi – «richiedono ancora di essere pienamente attuate».</p><p rend="text">E dalla Resistenza (ma anche dall’8 settembre) prende le mosse anche il contributo di Simonetta Soldani. Con la Resistenza inizia infatti «la storia della “nostra” Italia antifascista, democratica, repubblicana» e, in questo inizio, le donne ebbero un ruolo fondamentale. Soldani però non si sofferma su questo ruolo, già ben analizzato dalla storiografia, ma sceglie di indagare il «guado» che le italiane attraversarono tra il<hi rend="italic"> </hi>1943 e il 1948 (tra Resistenza e Ricostruzione) a partire da due importanti figure della cultura italiana: Alba de Céspedes e Anna Garofalo. De Céspedes fonderà la rivista mensile <hi rend="italic">Mercurio</hi>, che dirigerà – in un’ottica laica e liberal-socialista – facendone la «palestra» e il «terreno di incontro di uomini e donne partecipi delle nuove istanze di libertà che si stavano disegnando per il paese». Nel numero della rivista pubblicato nel dicembre del 1944, de Céspedes coglierà acutamente la natura di «guerra civile» della Resistenza: una guerra «aspra, ardita e maravigliosa», a cui l’Italia per la scrittrice partigiana deve la sua <hi rend="italic">vera vittoria</hi>. Ma di lì a poco de Céspedes riconoscerà lucidamente che, subito dopo quella «vittoria», in Italia si sono affermate tendenze e scelte che hanno vanificato «alcune delle speranze che ci avevano sostenuto nel tempo della Resistenza». Ciononostante, anche dopo i risultati del voto del 18 aprile 1948 – che rappresentano la «tomba delle speranze di un rinnovamento radicale dell’Italia», scrive Soldani –, de Céspedes scriverà su <hi rend="italic">Mercurio</hi> parole fiduciose nella Ricostruzione in risposta al celebre e sconfortato “Discorso sulle donne”<hi rend="italic"> </hi>di Natalia Ginzburg, pubblicato sull’ultimo numero della rivista. Dell’altra figura femminile indagata nel testo – quella di Anna Garofalo – a Soldani interessa invece <hi rend="italic">Parole di una donna</hi>: la trasmissione radiofonica che Garofalo condusse dal 1944 con il sostegno dello Psychological Warfare Branch statunitense. Il significato della trasmissione viene ricostruito da Soldani attraverso le parole con cui Garofalo ne parla in un libro del 1955: parole che ricordano lo scandalo provocato dal fatto di essersi focalizzata sulla «disperante quotidianità delle “donne qualunque”» e sulla «prostituzione dilagante nelle vie della capitale»; oltre che dal fatto di avere tentato di coinvolgere le ascoltatrici «nell’auspicato processo di rinnovamento dei costumi» rivolgendosi <hi rend="italic">politicamente</hi> a loro come a delle cittadine a pieno titolo. Le esperienze a cui dettero vita de Céspedes e Garofalo – scrive Soldani – ebbero tratti assolutamente eccezionali e innovativi, se le si confronta con i connotati della popolazione femminile dell’Italia del tempo: connotati, a cui è dedicata l’ultima parte del saggio, che rimandano infatti a una condizione deficitaria sotto molti punti di vista e a un «ritorno al conformismo» in virtù del quale – fin dalla prima Ricostruzione e nonostante la «concessione» del diritto di voto – la donna tornerà ad essere stereotipicamente rappresentata come incapace di autonomia e inadatta «per natura» alla vita politica.</p><p rend="text">Nel suo contributo, Filippo Focardi mostra come in Italia due immagini stereotipiche abbiano dominato a lungo anche la memoria della Seconda guerra mondiale e della Resistenza. Queste due immagini sono, da una parte, il «mito della Resistenza» – un mito corale ed epico che esaltava l’idea secondo cui «tutti gli italiani fecero la Resistenza» e «l’Italia si è liberata dal fascismo da sola» (Fontegher Bologna 2025, 5) – e, dall’altra, la demonizzazione del «cattivo tedesco» a cui veniva opposto il «bravo italiano». La coppia stereotipica «cattivo tedesco»/«bravo italiano», sostiene Focardi, poggiava su un nucleo di verità ed è servita sia a costruire l’immagine di un popolo italiano pacifico e a-fascista – un popolo di «salvatori di ebrei», in fin dei conti «vittima del fascismo e dell’invisa guerra di Mussolini» – sia a produrre un comodo «alibi per scagionare l’Italia da ogni colpa per la guerra dell’Asse e le sue atrocità». Fin dalla firma dell’armistizio – continua Focardi –, il composito fronte antifascista (Comitato di liberazione nazionale compreso) produsse una narrazione della Seconda guerra mondiale che metteva al centro la contrapposizione fra Italia e Germania per «ottenere autolegittimazione politica, attuare un’efficace mobilitazione bellica antigermanica e, soprattutto, salvaguardare gli interessi nazionali minacciati dal rischio di una pace punitiva». Del resto il terreno per il buon funzionamento della coppia bravo italiano/cattivo tedesco era già stato arato dalla propaganda degli Alleati. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, questi avevano infatti spinto sulla distinzione «fra l’innocente e pacifico popolo italiano e il regime fascista», identificando Mussolini come «unico responsabile per aver precipitato il paese nelle sofferenze della guerra per smania di grandezza e sudditanza al Terzo Reich». In questo quadro, i tedeschi venivano dipinti come combattenti fanatici, falsi alleati e da sempre crudeli nemici del popolo italiano. La propaganda alleata riattivava così profondi motivi antigermanici diffusi fin dal Risorgimento nell’immaginario collettivo nazionale: motivi condivisi trasversalmente, al punto che durante la lotta di liberazione anche Togliatti – alimentando una concezione della Resistenza come «secondo Risorgimento» – poté chiamare alla «“guerra sacra di liberazione” contro l’”odiato tedesco”, nostro “nemico secolare”». Focardi conclude sostenendo che, se è vero che «ormai la storiografia italiana e quella internazionale hanno sfatato il mito del “bravo italiano”», il ricordo delle violenze commesse dagli italiani non è ancora entrato nel calendario civile. E ancora oggi non disponiamo di una memoria davvero «capace di andare oltre miti fin troppo abusati». </p><p rend="text">A costruire una memoria alternativa ha senz’altro contribuito il cinema neorealista, a cui Gian Piero Brunetta dedica il suo testo. Si parte da <hi rend="italic">Roma città aperta</hi> e dalle parole con cui Francesco – rispondendo a Pina (Anna Magnani) in uno dei più bei dialoghi del film – afferma che presto la guerra finirà: che «tornerà pure la primavera e sarà più bella delle altre, perché siamo liberi», perché «lottiamo per una cosa che deve venire, che non può non venire». In questo senso – sostiene Brunetta – <hi rend="italic">Roma città aperta</hi> muove i primi passi verso quei «cammini della speranza» che segnano profondamente la tonalità emotiva della Resistenza e poi della Ricostruzione. Mostrando a tutti «che cosa diavolo c’era capitato in quei vicini mesi terribili» – come scrive Alberto Asor Rosa in un romanzo nel quale racconta il modo in cui vide il film da bambino –, <hi rend="italic">Roma città aperta</hi> crea «una specie di circolazione naturale tra vita della platea e dello schermo che non si era mai vista nel cinema precedente». La celebre sequenza della morte di Pina viene letta nel testo come una fonte storica «assai rappresentativa dello spirito della Resistenza»: una Resistenza nata dal basso, da «gente che magari fino a poco tempo prima non era abitata da alcun desiderio di lotta, stava alla finestra a vedere cosa succedeva, era nella zona grigia». E che ora invece, come Pina, sceglie di giocarsi la vita per non perdere le ragioni del vivere. Lo spirito profondo della Resistenza – sostiene Brunetta – sta proprio in questa scelta radicale con cui una moltitudine di individui rispose a quell’<hi rend="italic">intollerabile</hi> che privava di senso la vita. Anche, e forse soprattutto per questo, il neorealismo – «cinema che parte dalle macerie» e che si fa «Arte–Guida per la cultura italiana» – andrà incontro al mondo e diventerà «il migliore ambasciatore di un’Italia che deve ristabilire i suoi rapporti internazionali su nuove basi». Nel 1948 rinasce Cinecittà – sulla cui precedente destinazione a campo profughi Brunetta si sofferma nel testo – e questo «accelera in modo potente il processo di ripresa di tutta l’industria cinematografica nazionale»: una ripresa fortemente segnata dall’influenza del neorealismo. Che, conclude Brunetta, è nato come punto di confluenza di autori molto diversi tra loro uniti «nello stesso campo di tensione da uno spirito comune»: lo spirito che li ha spinti a filmare «le cose e le lacrime delle cose», ma anche a raccontare storie in cui le persone comuni diventano protagoniste di un<hi rend="italic"> cammino della speranza</hi> che condurrà lungo i sentieri della Ricostruzione.</p><p rend="text">La Ricostruzione è al centro dell’originale ricerca con cui David Bidussa contribuisce al volume. Nel suo testo le dinamiche culturali del dopoguerra sono indagate a partire da quattro laboratori diversi ma accomunati «dalla consapevolezza che “ricominciare” deve far rima con “rinnovare”»: la metamorfosi della rivista di cultura; la costruzione dei centri di documentazione; la nascita del libro tascabile; il laboratorio di Franco Venturi. Tutti laboratori che indicano alcuni dei modi più significativi in cui prende forma la ricostruzione della cultura italiana. Le riviste culturali – scrive Bidussa citando Luisa Mangoni – continuano a voler «segnare un ruolo pubblico», ma nell’Italia repubblicana tendono a presentarsi non più come un semplice «<hi rend="italic">sostituto</hi> dell’organizzazione politica» bensì come strumento che intrattiene un rapporto «<hi rend="italic">con</hi> l’area politica di riferimento». Per Bidussa nel periodo della Ricostruzione solo <hi rend="italic">Belfagor</hi> risponde pienamente a questa funzione: né rivista degli intellettuali né rivista di partito, essa è a tutti gli effetti «una rivista culturale come esercizio di riflessione pubblica», il cui duplice scopo è aprire a un rinnovamento delle discipline e «costruire cultura». A questo mirano, nel clima della Ricostruzione, anche i centri di documentazione come la Biblioteca Giangiacomo Feltrinelli. Bidussa spiega che essa è nata nel 1949 non come una semplice biblioteca, ma come l’esito di un progetto finalizzato a costituire un archivio capace di raccogliere ogni genere di materiale idoneo a documentare la storia del socialismo: un archivio che non doveva limitarsi a definire ciò che del passato socialista «andava salvato», ma doveva anche stabilire ciò che del passato avrebbe potuto contribuire a un «rinnovamento» nelle domande e nello sguardo di ricostruzione». Nella Ricostruzione – continua Bidussa – cambia anche il senso dei libri. Nasce un’editoria che, nell’ottica dell’«emancipazione individuale e sociale dei lettori», promuove il tascabile non tanto per abbassare il tasso di analfabetismo ancora elevato, quanto per offrire letture di formazione a un pubblico che ora le richiede (è il caso dei classici a basso costo pubblicati dalla “Biblioteca Universale Rizzoli” - BUR) e/o per aggiornare e formare politicamente nuovi lettori militanti attraverso il romanzo sociale, la memorialistica o libri di attualità (come nel caso della “Cooperativa del libro popolare” - COLIP, iniziativa editoriale vicina al PCI). Bidussa ritrova la stessa tensione emancipatoria nel laboratorio di Franco Venturi che, nel suo travagliato rapporto con l’U.R.S.S. – a partire da <hi rend="italic">Socialismo di oggi e di domani </hi>(1943), ben prima della morte di Stalin –inaugura un cantiere di questioni politiche e culturali mirante «a rifondare, più che a ripensare, una idea e una cultura di sinistra». O se si vuole, a riprendere il ragionamento «su come pensare una filosofia politica dell’emancipazione»: un «socialismo delle autonomie», per dirla con Vittorio Foa. </p><p rend="text">A chiudere il volume è un’articolata riflessione di Carlo Olmo sulla dialettica tra distruzione e ricostruzione. Olmo parte dalla <hi rend="italic">Storia naturale della distruzione</hi> di Wienfried Sebald, il libro qui preso a modello per indagare il modo in cui la distruzione delle città, con i bombardamenti a tappeto della Seconda guerra mondiale, ha prodotto «una paralisi della capacità razionale ed emotiva di quanti si sono trovati coinvolti» e al contempo la «protezione» delle élites che si sono salvate: élites che poi hanno spesso guidato la Ricostruzione (magari all’insegna dell’ideologia del «dove era, come era»). Si tratta di un paradosso solo apparente, ma sconcertante – scrive Olmo –, per cui la paralisi razionale ed emotiva delle popolazioni colpite dalla distruzione nasce in ultima analisi «dalla morte rituale della città»: da quell’«urbicidio» che poi richiede la Ricostruzione. Secondo le logiche di una beffarda «continuità», la Ricostruzione viene realizzata quindi quasi per necessità dalle élites che riescono a salvarsi dalle epurazioni seguite alla distruzione. È ciò che è avvenuto nel caso della ricostruzione urbanistica e architettonica in Italia, scrive Olmo. All’insegna del rapporto tra rendita e profitto, infatti, il complesso sistema che dirige le pratiche costruttive ricorrerà «a personaggi tutti interni agli apparati o alle scuole precedenti alla guerra». E non solo farà dell’industria delle costruzioni «il <hi rend="italic">filtering</hi> sociale ed economico della ricostruzione», ma affiderà la guida decisionale di pezzi fondamentali dell’intero processo proprio a personaggi che avranno un ruolo principale nel «Piano Ina-Casa», ad esempio. Saranno alcuni di loro a scriverne le regole e a comporre il comitato nazionale «chiamato a controllare la messa in pratica di investimenti che resteranno i maggiori che l’Italia mai farà in edilizia pubblica». E questa stagione di reali investimenti dello Stato sulla casa, unica nella storia d’Italia, procederà conformemente «al conservatorismo effettuale che tutta la ricostruzione seguirà». Nessun passaggio dei lavori della Costituente – scrive Olmo – coglierà quello che stava accadendo «nel “ventre molle” dello Stato Italiano». E si può quindi concludere che «il distacco del Paese reale dal paese immaginato (soprattutto […] dall’articolo 9 della Costituzione) inizi dagli stessi anni della ricostruzione». Fin da subito, cioè, chi ricostruisce il paese va in una direzione e chi scrive la Costituzione va in quella opposta. Di fronte a questo semplice dato genealogico, il distacco dalla Costituzione a cui oggi assistiamo – un distacco che non smette di aumentare e di prendere la forma di uno smantellamento progressivo – è tutt’altro che sorprendente. </p></div><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Amendola, A. 2016. <hi rend="italic">Costituzioni precarie</hi>. Roma: Manifestolibri.</p><p rend="bib_indx_bib">Baldissara, L. 2026. “Dalle armi...” In Baldissara L., e Urbinati N., <hi rend="italic">Nata democratica. Dalla lotta partigiana alla Costituzione</hi>. Bologna: il Mulino.</p><p rend="bib_indx_bib">Balibar, É. 2012. <hi rend="italic">Cittadinanza</hi>. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-022-backlink">1</ref></hi>	Urbinati 2017, 4-5. Con l’articolo 1 – «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione» – per Urbinati viene costituzionalmente sancito che «sovranità popolare, repubblica democratica rappresentativa e costituzionale sono un <hi rend="italic">unicum</hi> inscindibile» (p. 5). Per una lettura approfondita dell’Art. 1, in questa direzione, cfr. Ferrajoli 2017, 14-29.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-021-backlink">2</ref></hi>	Sul mito della «Resistenza tradita» e sulla sua genesi nella prima guerra fredda dall’anticomunismo, dall’incapacità «di difendere i valori della Resistenza e di difendere il rispetto della persona nelle fabbriche», cfr. Fontegher Bologna 2023, 12-5. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-020-backlink">3</ref></hi>	De Luna 2015; Quazza 1976; Peli 2004; Colombini 2023; 2017; Filippetta 2020. Filippetta ha riconosciuto a Quazza il ruolo di apripista per questa interpretazione della Resistenza. La sua riflessione – scrive – «con le categorie della spontaneità e dell’autonomia, con la figura della banda come esperienza di democrazia diretta, è una vera e propria mina per il “blocco storiografico-giuridico”, […] del “moderno Principe”», ossia per quella lettura della Resistenza che ne fa l’«opera esclusiva dei partiti antifascisti, che poi arrivano alla Costituente e lì trovano tra loro un compromesso che è la Carta del 1947» (Filippetta 2017).<hi rend="CharOverride-2"> </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-019-backlink">4</ref></hi>	È stato Salvatore Satta a coniare la locuzione «morte della patria». Descrivendo lo stato d’animo degli italiani all’indomani dell’armistizio, nel suo <hi rend="italic">De Profundis</hi> ne parla come dell’«avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita dell’individuo» (Satta 2003, 53). Negli anni Novanta di morte dalla patria hanno parlato Renzo De Felice ed Ernesto Galli della Loggia, sostenendo che dopo l’8 settembre, una volta morta, la patria non sarebbe più risorta. L’8 settembre avrebbe infatti «minato per sempre la memoria collettiva nazionale» e fatto degli italiani una massa informe priva di prospettiva morale (De Felice 1995, 33). «La gran massa degli italiani – scrive De Felice – evitò di prendere una chiara posizione per la Resistenza» (p. 59). Lungi dall’avere riscattato il popolo italiano dalla disfatta morale, la Resistenza– da cui pure la patria avrebbe potuto rinascere – sarebbe quindi stata l’opera di una minoranza eterogenea, e per di più avrebbe avuto uno scarso valore militare. Nel «biennio terribile» seguito all’8 settembre – aggiunge Galli della Loggia – chiunque custodisse «nel proprio mondo etico-politico, o solo emotivo, […] l’idea di nazione» poteva oggettivamente provare soltanto «il sentimento di una vera e propria “morte della patria”» (Galli della Loggia 2003, 3). Per Galli della Loggia (1996), cioè, la Resistenza antifascista non avrebbe potuto riscattare la patria perché – scrive – non era «sufficientemente e credibilmente nazionale e patriottica, a motivo della sua ipoteca sul futuro dello Stato (e del suo collocamento internazionale)». Contro queste tesi, cfr. Pavone 1991, in cui si sostiene nitidamente che dopo l’armistizio «soltanto pochissimi fascisti considerarono […] la catastrofe un atto liberatorio […]», e che «ancora oggi considerare l’8 settembre come una mera tragedia o come l’inizio di un processo di liberazione è una linea che distingue le interpretazioni di opposte sponde» (p. 36). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-018-backlink">5</ref></hi>	Filippetta 2020, 23. Sulla Resistenza come scelta non solo etico-politica ma anche antropologica, nel senso di un «venire alla presenza» del soggetto resistente durante una frattura storica percepita come tale, cfr. Cavalleri 2015. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-017-backlink">6</ref></hi>	Filippetta 2025, 18. Sul punto, tra i tanti, cfr. Tobagi, 2022; Bravo e Bruzzone 1995; Lunadei 2023, 75-9; Berruti 2023, 82-4.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-016-backlink">7</ref></hi>	Rodotà 1989, 19. Sul punto cfr. Dogliani e Giorgi 2021, 93 e sgg. Si potrebbe sostenere che, con l’art. 3 della Costituzione, Basso tentava il superamento della differenza tra <hi rend="italic">bourgeois</hi> e <hi rend="italic">citoyen</hi> teorizzata da Marx nel suo scritto <hi rend="italic">Sulla</hi> <hi rend="italic">questione ebraica</hi>. Com’è noto in quel testo Marx criticava duramente il formalismo dei diritti umani e la logica del diritto moderno centrata sulla proprietà privata: una logica per la quale – scriveva – «non l’uomo come <hi rend="italic">citoyen</hi>, bensì l’uomo come <hi rend="italic">bourgeois</hi> viene considerato l’uomo <hi rend="italic">vero</hi> e <hi rend="italic">proprio</hi>» (Marx 2004, 195).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-015-backlink">8</ref></hi>	I «fazzoletti azzurri» del generale Mauri nel Monferrato e nelle Langhe, le «Brigate Osoppo» nel Friuli, le «Fiamme verdi» nel bresciano combatterono, ad esempio, solo questa guerra patriottica. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-014-backlink">9</ref></hi>	Pavone 2016, 23. È forse utile riportare qui le osservazioni critiche che Luciano Canfora mosse nei confronti di Pavone. Per Canfora (1993, 66-8), anche se è certamente vero che molti dei combattenti «affluiti nelle formazioni partigiane garibaldine […] furono animati dal proposito e forse anche dalla persuasione che la guerra in atto dovesse o potesse concludersi con uno sbocco anti-capitalistico», nell’analisi di Pavone resterebbe in ombra il fatto che «questa non fu mai la parola d’ordine, l’obiettivo strategico, e nemmeno l’<hi rend="italic">arriére pensée</hi>, del quadro dirigente dei comunisti nella Resistenza, e men che meno, ovviamente, di Togliatti». Sulla base di un’analisi del fascismo inteso come regime reazionario di massa, infatti, Togliatti poneva l’accento sul radicamento di massa del fascismo «come questione principale da risolvere, come tendenza negativa da invertire con una politica di larghe alleanze, non già di arroccamento settario». Secondo Canfora – simpatetico con le scelte togliattiane –, nel quadro più ampio della guerra civile europea in corso, i quadri dirigenti comunisti inscrissero la loro azione «negli equilibri e nei meccanismi dell’alleanza “tattica” tra “democrazie” e Urss», che escludevano un buon esito della guerra di classe. Di qui la scelta comunista di privilegiare la «guerra patriottica», che per Canfora era l’«unica scelta possibile nel quadro della grande coalizione». «Chi fuoriesce da quel quadro – conclude – finisce male: Markos in Grecia». </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-013-backlink">10</ref></hi>	«L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-012-backlink">11</ref></hi>	«La Repubblica riconosce e garantisce i diritti individuali dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei diritti inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-011-backlink">12</ref></hi>	«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-010-backlink">13</ref></hi>	«La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-009-backlink">14</ref></hi>	«L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-008-backlink">15</ref></hi>	«A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-007-backlink">16</ref></hi>	«Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-006-backlink">17</ref></hi>	«Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-005-backlink">18</ref></hi>	Filippetta 2022. Per la ricostruzione del dibattito sul lavoro alla Costituente, cfr. Urbinati 2017, 103 e sgg. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-004-backlink">19</ref></hi>	Urbinati 2020, 65-7; 2023; e per il caso italiano, Urbinati 2017, 112 e sgg. Sulla questione della «governabilità», applicata al recente disegno di legge sul premierato elettivo del governo italiano, cfr. Galli 2023, 114-23.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-003-backlink">20</ref></hi>	Galli 2023. Per il concetto di «postfascismo», cfr. Traverso 2017 e Budraitskis 2023.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-002-backlink">21</ref></hi>	Favilli 2023. La Costituzione – aggiunge Favilli – «ha quasi sempre dovuto convivere con un ordine sociale che le era contraddittorio, un ordine sociale che veniva da lontano e che il fascismo non aveva interrotto bensì consolidato». </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-001-backlink">22</ref></hi>	Cfr. Fortini 1962, 12; 2006, 342. Sul punto mi permetto di rinviare a Simoncini <hi rend="CharOverride-3">2025, 104-8.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-000-backlink">23</ref></hi>	Com’è noto Calamandrei scrisse che, «per compensare le forze di sinistra di una rivoluzione mancata, le forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa». Calamandrei 1966, 461. Qualche anno dopo chiarì meglio cosa intendeva. «Purché l’estrema sinistra (e specialmente il partito comunista) accettasse i meccanismi “borghesi” della legalità parlamentare – aggiunse –, le forze “borghesi” non si opponevano a lasciare aperta verso l’incerto futuro questa via legalitaria di un graduale e pacifico rinnovamento sociale, di cui già era segnato l’indirizzo e riconosciuta in anticipo la legittimità». Calamandrei 1955, 215. </p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Alessandro Simoncini, University for Foreigners of Perugia, Italy, <ref target="mailto:alessandro.simoncini@unistrapg.it">alessandro.simoncini@unistrapg.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0001-8913-2154">0000-0001-8913-2154</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Alessandro Simoncini, <hi rend="italic">Introduzione</hi>. <hi rend="italic">La Resistenza come laboratorio collettivo dell’emancipazione,</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.04">10.36253/978-88-99811-32-7.04</ref>, in Alessandro Simoncini (edited by), <hi rend="CharOverride-4">Reinventare l’Italia. La cultura italiana tra Resistenza e Ricostruzione (1943-1948)</hi>, pp. -30, 2026, published by Firenze University Press and Perugia Stranieri University Press, ISBN 978-88-99811-32-7, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7">10.36253/978-88-99811-32-7</ref></p></div></div>
      
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