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        <title type="main" level="a">Italiane in mezzo al guado (1943-1948)</title>
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            <forename>Simonetta</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Reinventare l’Italia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-99811-32-7</idno>) by </resp>
          <name>Alessandro Simoncini</name>
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        <publisher>Firenze University Press, Perugia Stranieri University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.06</idno>
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        <p>The essay begins by outlining two radically new female experiences in the post-war Italy: those of Alba de Céspedes, editor of the political-literary magazine Mercurio, and of Anna Garofalo with her radio programme Words of a Woman. In the final pages it highlights the gap between those experiences and a women's setting marked by the contrast between the enduring power of tradition and the stimuli provided by recent wartime and political experiences.</p>
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            <item>Alba de Céspedes</item>
            <item>Anna Garofalo</item>
            <item>social conditions and political experiences of Italian women in the post-war years</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.06<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.06" /></p>
      <div><head>Italiane in mezzo al guado (1943-1948)</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Simonetta Soldani</p><p rend="text">«La guerra, per il popolo italiano, ha avuto inizio l’8 di settembre» del 1943, scriveva Alba de Céspedes nella <hi rend="italic">Premessa</hi> al primo numero speciale di <hi rend="italic">Mercurio</hi>, quello del dicembre 1944. Le ragioni di una affermazione così netta e convinta sono molteplici, comprensibili e in larga misura fondate, anche se finiscono per sottovalutare la rilevanza degli eventi e dei lutti che nei tre anni di guerra precedenti avevano pesantemente colpito gli «italiani in armi», e con loro tutto il «popolo italiano» sui monti e nelle plaghe rurali di Grecia, Albania e Jugoslavia, nei deserti infuocati del Nord Africa così come nelle steppe gelate della Russia. Ma è indubbio che a partire dall’estate del 1943 e dall’8 settembre la guerra assunse un carattere diverso; e non solo perché a partire da allora essa non riguardò più il sud del paese, con ciò rinnovando l’antico dramma di un mondo partecipe di esperienze storiche diverse, ma perché nel resto del paese la guerra restò viva e durissima per altri due anni, assumendo anche il carattere di una vera e propria guerra civile.</p><p rend="text">Lo sbarco delle truppe alleate in Sicilia nel luglio del 1943 e la loro conquista dell’isola; l’estromissione dal potere di Mussolini e la sua reclusione sul Gran Sasso; la nomina a capo del governo del generale Pietro Badoglio; l’armistizio di Cassibile e il dilagare in Italia delle truppe tedesche fino al loro consolidamento lungo la cosiddetta ‘linea Gustav’ (che correva dalla foce del Garigliano alla città di Ortona) sono fatti che cambiarono segno al presente e spalancarono prospettive inedite per il futuro, ma che spezzarono in due il paese, e lungo una linea non molto diversa da quella che per secoli aveva segnato i confini del Regno del Sud.</p><p rend="text">La storia della ‘nostra’ Italia – antifascista, democratica, repubblicana – comincia con quella frattura drammatica, segnata a fuoco dalla diffusa speranza che la guerra fosse finita e dallo sfaldarsi dell’esercito: due snodi della quotidianità che non potevano non coinvolgere direttamente le donne italiane. Le foto dell’epoca ce le mostrano in prima fila negli improvvisati festeggiamenti di luglio per la sperata fine della guerra, mentre i mille racconti del dopoguerra ce le ricordano impegnate per settimane in una sorta di <hi rend="italic">maternage</hi> di massa – giustamente valorizzato nei suoi studi da Anna Bravo – per dare cibo, ricovero e abiti civili ai soldati di un esercito che, privo di ordini e povero di convinzioni, con l’8 settembre si era sfaldato come neve al sole e cercava soprattutto di sfuggire ai rastrellamenti tedeschi (cfr. Bravo 1991, 96-133; 1995).</p><p rend="text">Del ruolo avuto dalle donne nelle diverse esperienze che siamo abituati a convogliare sotto la parola e il concetto di Resistenza, all’epoca percepita e vissuta da molti come una sorta di ‘secondo Risorgimento’, oggi sappiamo molto e non è su questo che vorrei soffermarmi. Ho scelto di dare per nota quella storia, e di puntare lo sguardo prima su due esperienze nuove ed eccezionali, che mi pare restituiscano appieno il senso e le difficoltà di una fase tanto ricca di novità e di promesse quanto pronta a ripiegare nelle braccia di una moderazione aperta alle sirene del conformismo; per passare subito dopo a delineare quale fosse, grosso modo, il profilo – l’età, lo status, la condizione – delle donne che di lì a poco sarebbero state chiamate dalla nuova Carta costituzionale a farsi soggetto attivo dell’Italia da ricostruire fisicamente e moralmente: un mondo di donne che per lo più stentava a percepirsi e a pensarsi in quel ruolo, al di là delle esili minoranze che con qualche forzatura ma una sostanziale corrispondenza alla realtà potremmo definire ‘emancipate’, o meglio diventate più consapevoli del proprio ruolo e valore anche dal punto di vista civile grazie alle tragiche esperienze vissute negli anni della guerra e della Resistenza.</p><div><head>1. Una esperienza nuova</head><p rend="text">La prima esperienza su cui intendo riflettere è quella fortemente voluta e portata avanti dalla già citata Alba de Céspedes – una italo-cubana radicalmente estranea agli stereotipi della donna fascista, nata e cresciuta in ambienti della buona borghesia romana – con <hi rend="italic">Mercurio</hi>, un mensile di «politica, cultura e arte» (questa la sequenza e l’ordine, assai significativi, dei temi d’interesse richiamati nel sottotitolo) pensato e voluto come palestra e terreno di incontro di uomini e donne partecipi delle nuove istanze di libertà che si stavano disegnando per il paese.</p><p rend="text">Per quanto nel 1943 avesse appena 33 anni, la giovane de Céspedes poteva già contare su un curriculum di tutto rispetto: moglie (presto divorziata) di un aristocratico romano e madre fin dall’età di diciassette anni, aveva cominciato poco più che ventenne a collaborare con il quotidiano romano <hi rend="italic">Il Messaggero</hi>, esigendo (e ottenendo) che il proprio nome comparisse per intero, in modo da rendere chiaro a quale sesso esso rinviasse. Nel 1936 l’inquieta Alba si era fatta anche un paio di settimane di carcere perché accusata di antifascismo; e proprio per questo nel 1939 la giuria del premio Viareggio dovette – su richiesta, sembra, dello stesso Mussolini – rinunciare ad assegnarlo al suo romanzo <hi rend="italic">Non è mai troppo tardi</hi>, centrato fra l’altro su una figura di donna del tutto anomala rispetto ai modelli correnti e graditi al regime</p><p rend="text">L’occupazione tedesca di Roma dopo l’8 settembre l’avrebbe spinta a fuggire in Abruzzo «per salvare la [sua] libertà», come scrisse subito nel suo diario (de Céspedes 1944, 111), vivendo per alcuni mesi alla macchia e riuscendo di lì a raggiungere Bari, dove trovò immediato impiego nella neonata <hi rend="italic">Radio libera </hi>dando voce col nome di Clorinda, la donna guerriera della <hi rend="italic">Gerusalemme </hi><hi rend="italic">liberata</hi>, ad una trasmissione, <hi rend="italic">L’Italia combatte</hi>, volta a sostenere e alimentare la resistenza antitedesca e antifascista dell’Italia occupata<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-021">1</ref></hi></hi>. E le sue prime parole, quanto mai significative, furono: «È una donna che vi parla, stasera»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-020">2</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Di lì, qualche mese dopo, sarebbe passata a Napoli con la stessa mansione, per rientrare poi appena possibile nella Roma appena liberata, con il progetto già ben chiaro di fondarvi una rivista che desse voce e volto al mondo politico-intellettuale dell’Italia libera e antifascista. Come in effetti riuscì a fare, scegliendo per festeggiarne l’uscita col nome augurale di <hi rend="italic">Mercurio</hi>, il messaggero degli déi, il primo anniversario dell’8 settembre<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-019">3</ref></hi></hi>, e invitando ad abitarne le pagine uomini e donne che volessero contribuire alla rinascita del Paese e della sua cultura in una chiave nitidamente laica e democratica.</p><p rend="text">Com’è stato osservato, fu quella<hi > «</hi>la prima rivista politico-letteraria del dopoguerra<hi >»</hi>; e il fatto che fosse pensata, voluta e realizzata da una donna, e da una donna che numero dopo numero si impegnava ad esercitarvi, dirigendola, <hi >«</hi>una giurisdizione impavida e accorta<hi >» (Contorbia 2009, XXIX)</hi>, segnala nella sua assoluta eccezionalità che si stava vivendo un momento particolare, in cui grandi speranze di rinnovamento si nutrivano di inedite aperture egualitarie. D’altronde, basta scorrere i nomi dei politici e degli intellettuali via via ospitati dalla rivista per capire quale fosse l’ambito di riferimento<hi > ideale </hi>della giovane de Céspedes, che in senso lato possiamo ben definire laico e liberal-socialista, visto che accanto ai nomi di Nenni, Saragat e Parri spiccano quelli di Corrado Alvaro e Alberto Savinio, di Toti Scialoja e Alberto Moravia, di Ignazio Silone e Aldo Garosci.</p><p rend="text">Pochi, pochissimi al confronto i nomi di donne che compaiono in quelle pagine in quanto autrici di testi, nonostante l’evidente desiderio della direttrice di dare vita a una rivista della nuova Italia in cui donne e uomini si muovessero su un piano di parità<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-018">4</ref></hi></hi>. Di fatto, le italiane che siglarono qualche pezzo sulla rivista sono una ventina appena, e quasi tutte presenti con al più un paio di contributi: un dato che fotografa la persistenza di un divario profondo sia nella realtà fattuale che nella consapevolezza di sé e del proprio ruolo; tanto più che gli scritti a firma femminile solo molto raramente assumono in modo diretto o indiretto una <hi rend="italic">allure</hi> politica, e col passare dei mesi e l’allontanarsi dei traumi di guerra tendono anche a diminuire nettamente di numero.</p><p rend="text">A scrivere su <hi rend="italic">Mercurio</hi>, fra le donne, furono soprattutto alcune intraprendenti «letterate di professione». Poche le eccezioni: la direttrice della Galleria Nazionale d’Arte moderna Palma Bucarelli, pronta a segnalare i danni subiti dal patrimonio artistico italiano a causa della guerra; la «resistente» e «migliolina» Ada Alessandrini, una cattolica studiosa di paleografia all’epoca molto attiva in politica, che vi scrive dell’aiuto fornito a una giovane ebrea tedesca da don Pietro Pappalardo, poi ucciso alle Fosse Ardeatine; l’editrice genovese Bianca Ugo, che su quelle pagine rievocò le esperienze del carcere subito per attività antifasciste; una a me ignota «resistente» valdostana e un’ebrea autrice della prima memoria su un campo di concentramento fascista; la penalista Maria Bassino, che sull’ultimo, faticoso numero della rivista denunciava il rifiuto dei Costituenti di inserire nel testo in discussione l’ammissibilità delle italiane alla magistratura<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-017">5</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Fra le scrittrici spicca il nome di Sibilla Aleramo, che su <hi rend="italic">Mercurio </hi>venne pubblicando, oltre a “Tre poesie” e a un paio di anticipazioni del suo “Diario” degli anni di guerra, un invito pressante e angosciato a voler “Ricordare” ciò che era avvenuto, ciò che si era vissuto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-016">6</ref></hi></hi>. Accanto a lei, di quando in quando, vediamo spuntare il nome di qualche scrittrice appena più giovane e già nota, come quello di Gianna Manzini, che attesta il terrore degli allarmi e dei «nemici infinitamente stranieri» da cui era stata occupata Roma dopo l’8 settembre, ma anche delle «sbalorditive novità» del dopoguerra (Manzini 1944a, 37-50; 1944b, 208); o come quello di Anna Banti, che a <hi rend="italic">Mercurio </hi>affida pagine in cui guerra e dopoguerra sono al tempo stesso sottofondo e anima di una civile e calda quotidianità, dove anche la Resistenza si faceva strada «senza eroismo» (cfr. Banti 1945; 1946). E a loro possiamo avvicinare un paio di scritti della già nota Maria Bellonci, centrati sulle sue amate fantasmagorie papaline, e quelli in prosa e in poesia della pugliese Antonietta Drago, l’unica meridionale presente sulla rivista<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-015">7</ref></hi></hi>.<hi rend="CharOverride-2"> </hi>Ma vale la pena ricordare anche le pagine di Maria Eisenstein, “Internata n. 6”, tratte dal suo diario-testimonianza sulla vita nel campo di concentramento italiano di Lanciano, negli Abruzzi; o quelle della giornalista Anna Garofalo – di cui parleremo fra poco –, attenta a richiamare ansie familiari e miserie infantili figlie della guerra (Garofalo 1944, 224-28; 1946, 233-37).</p><p rend="text">Altre voci hanno lasciato traccia di sé, in versi e in prosa, ma non molte. Di fatto, i contributi che Alba de Céspedes riuscì ad ottenere dalle sue coetanee risultano, per quanto importanti, numericamente esigui<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-014">8</ref></hi></hi>. Del resto, sono poche, poche davvero anche le firme di quante si erano appena affacciate sulla scena letteraria: da Irene Brin, pronta a fissare sulla carta col consueto brio i diversi modi di vivere il coprifuoco o l’incerta rinascita dei negozi alla moda, a Paola Masino, che viceversa racchiude in versi e in prosa i drammi delle impiccagioni e le speranze del futuro<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-013">9</ref></hi></hi>. Fino ai contributi della più giovane di tutte, Natalia Ginzburg, nata nel 1916, che oltre a versi di contenuto dolore sull’ultimo addio al marito Leone in partenza per Roma e su paesaggi rurali fuori dal tempo sui monti d’Abruzzo, pubblica su quello che era destinato ad essere l’ultimo numero di <hi rend="italic">Mercurio </hi>un “Discorso sulle donne” rimasto giustamente famoso: quasi un canto affettuoso e disperante sui tratti necessariamente «plurali» (o meglio consapevolmente, esplicitamente rivendicati come tali) delle donne della vita quotidiana. Donne – scriveva Natalia Ginzburg nello sconforto seguito ai risultati del voto del 18 aprile 1948, tomba delle speranze di un rinnovamento radicale dell’Italia – che per quanto diverse l’una dall’altra avevano, tutte, «la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo»: un pozzo torbido, alimentato dalla sfiducia nelle proprie capacità e da una inerte disperazione, che le porta a pensarsi e ad agire come «esseri non liberi» (Ginzburg 1948, 105-10).</p><p rend="text">A quelle riflessioni di «accorata disperazione» e di «disperato vigore» Alba de Céspedes scelse – e non era facile farlo – di rispondere con cura e pudore (e insieme con molta fermezza), dicendosi partecipe di analoghe «cadute nel pozzo», avvertite però come una forza delle donne, nella convinzione che solo «chi scende nel pozzo conosce la pietà» e fa esperienza di «tutte le sofferenze» della vita, ma anche – e intensamente – delle sue molteplici «gioie», imparando per questa via, giorno dopo giorno, a riconoscersi come un «essere libero» (de Céspedes 1948, 110-12).</p><p rend="text">Quando Alba de Céspedes scriveva queste parole la breve vita della rivista, pensata e voluta come una palestra di libertà civilmente impegnata, era ormai giunta al capolinea. L’esito del voto aveva sepolto o annullato anche le residue, esili speranze di sopravvivenza sottese alla confezione degli ultimi numeri, sempre doppi o tripli. E per quanto almeno in parte casuale, il fatto che la risposta a Natalia Ginzburg si chiudesse con parole di consapevole e fiduciosa responsabilità nella costruzione del futuro le rende particolarmente preziose. Del resto, un po’ tutti i suoi (pochi) scritti sulla rivista hanno caratteristiche analoghe, oltre a espliciti intenti latamente politici, sia che li sigli col suo nome sia che si nasconda appena un po’ sotto quello di <hi rend="italic">Mercurio </hi>o di Clorinda.</p><p rend="text">Gli interventi più rilevanti sono quelli pubblicati nei «numeri speciali» di fine anno, a partire da quello del dicembre 1944 (il più ricco anche di firme femminili), a conclusione di un anno «terribile e bellissimo» in cui tutti stavano «scrivendo la storia d’Italia», ma anche «strano», perché iniziato per tutti in anticipo l’8 settembre del ’43 e finito (ma non per tutti…) in tempi diversi, coincidenti con la data della «liberazione» della propria città e della propria regione (<hi rend="italic">Mercurio </hi>[A. de Céspedes] 1944, 7 e 6). Ma la guerra era, in ogni parte d’Italia, la stessa: una guerra non solo contro i tedeschi, ma contro «i nostri fratelli che hanno tradito» mantenendosi fedeli al fascismo, e almeno in parte contro gli italiani «più deboli», che «non hanno saputo o voluto resistere, scegliendo l’incertezza e il compromesso»; e dunque, «una guerra civile» (<hi rend="italic">Mercurio </hi>[A. de Céspedes] 1944, 6).<hi rend="CharOverride-2"> </hi></p><p rend="text">Quanto a lei, il vero e proprio «momento della verità» era venuto con la fuga in Abruzzo dopo lo sbarco degli alleati in Sicilia e con la vita «alla macchia» nei boschi di quelle montagne, a contatto con le incredibili miserie della popolazione locale e l’estrema brutalità dell’occupazione tedesca. Erano state le esperienze vissute fra la tarda estate e il pieno autunno del 1943 a farle toccare con mano l’enormità di quanto stava accadendo, fino a ridurre a poco più di un ricordo del passato perfino la sua opposizione di principio alla guerra, a tutte le guerre, e a suggerirle anzi parole colme di sdegno civile per l’inerzia regia – possibile che si dovesse «aspettare la libertà dagli inglesi»? – e di emozione patriottica alla notizia della partenza per il Nord di drappelli di volontari – le «truppe della nuova Italia» – che alzavano orgogliosi una «bandiera di Curtatone» (de Céspedes 1944, 111).</p><p rend="text">L’anno dopo, a guerra conclusa, la copertina esibiva in grandi lettere rosse una affermazione orgogliosa e piccata, contro tutte le svalutazioni già avviate e in certi luoghi e ambienti ormai diffuse: <hi rend="italic">«Anche l’Italia </hi><hi rend="italic">ha vinto» </hi>(<hi rend="italic">Mercurio </hi>16, dicembre 1945). E aveva vinto – si insisteva – proprio grazie all’importanza della lotta partigiana, al valore e al sacrificio delle decine di migliaia di partigiani che erano «saliti sulle montagne per combattere», sia che fossero morti «appesi a un albero o marciti nel fango come una foglia», sia che fossero «rientrati nelle loro case, non lasciandosi dietro che un nome indossato per l’occasione». Perché era «nel loro nome ignoto» che gli «italiani disprezzati, guardati con diffidenza, esclusi dalle grandi conferenze, dai tavoli dove la pace si decide e i beni della pace si godono», potevano dire di aver vinto, a conclusione di una «guerra partigiana» che era stata «aspra, ardita e maravigliosa», e che andava rivendicata contro la crescente tendenza a minimizzarne il ruolo e le ammalianti sirene di quanti cercavano di legittimare una impossibile continuità col passato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-012">10</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Quanto potenti fossero quelle sirene, e su quanti sostegni potessero contare lo avrebbe dimostrato il 1946, com’era costretta a riconoscere Alba de Céspedes nelle rapide riflessioni di fine anno: un anno difficile anche per la rivista, abbandonata dall’editore – Rodolfo Crespi – per via della fervente scelta repubblicana della direttrice, che proprio su quel numero, pur ospitando uno scritto di Luigi Barzini jr. a sostegno della «scelta patriottica» compiuta da Umberto di Savoia con la rinuncia a contestare i risultati elettorali del 2 giugno, celebrava con toni di calda affettuosità l’elezione a presidente della neonata repubblica italiana di Enrico De Nicola, richiamandone con forza le esperienze e le scelte di «uomo del popolo» in un pezzo rimasto celebre, “Il nostro amico, il Presidente”<hi rend="italic"> </hi>(Barzini 1946; de Céspedes 1946b, 101-11 e 113-18).</p><p rend="text">Ma sia che si leggano le motivazioni del Referendum indetto per capire ciò che pensavano della rivista i suoi lettori e le sue lettrici, sia che si guardi alle risposte – brevi, sommarie e per lo più molto centrate sui propri successi – che ebbe la sua richiesta a letterati e letterate di fissare su carta che cosa avesse rappresentato, per loro, l’anno appena trascorso, è evidente un vero e proprio iato rispetto all’anno precedente. L’Italia aveva voltato pagina, ma non tutto era positivo, visto il prevalere di tendenze e scelte che avevano «ricacciato addietro alcune delle speranze che ci avevano sostenuto nel tempo della Resistenza» (<hi rend="italic">Mercurio </hi>[Alba de Céspedes] 1946a, 8). Pochi, ad esempio, misero al centro il voto e la nascita della repubblica, quel «giorno che concluse una lunga e difficile avventura», come scriveva Alba, e che semmai induceva le poche donne che risposero a ricordare l’emozione del primo voto, come facevano, oltre a lei, Maria Bellonci e Anna Banti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-011">11</ref></hi></hi>.</p></div><div><head>2. Un dialogo complicato</head><p rend="text">Sempre a Roma, e più o meno negli stessi giorni in cui usciva il primo numero di <hi rend="italic">Mercurio</hi>, un’altra donna, la quarantunenne Anna Garofalo, inaugurava una serie di trasmissioni radiofoniche destinate a fare epoca (e scandalo) per la novità dei temi e dei contenuti volta a volta proposti sotto l’insegna di un titolo apparentemente intimo e colloquiale: “Parole di una donna”. A volere quella trasmissione erano stati gli americani ‘progressisti’ del PWB, lo Psychological Warfare Branch, dolorosamente colpiti dall’incredibile arretratezza di gran parte delle donne dell’Italia meridionale, e convinti che, se davvero si voleva fondare la democrazia nell’Italia pacificata, era indispensabile impegnarsi a rompere quel «muro di arretratezza» (cfr. Bianchi 2016) che riduceva la vita delle donne a «fatica e maternità, e nessun riconoscimento»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-010">12</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Quali ambienti frequentasse Anna Garofalo, e quale fosse stato il suo «lungo viaggio attraverso il fascismo» non è noto. Ciò che sappiamo di quegli anni è poco più di quello che lei stessa ha scritto nel diario degli anni di guerra pubblicato nel 1945 e significativamente intitolato <hi rend="italic">In guerra si muore</hi>, e cioè che, nata a Roma da famiglia aristocratica nel 1903, sul finire della Grande guerra si era impegnata nell’assistenza ai soldati rimasti ciechi, con il compito, tanto più tremendo vista la sua giovanissima età, di mettere e togliere quotidianamente dalle loro orbite vuote gli occhi di vetro «sostitutivi» approntati per ciascuno di loro. Fu quella esperienza – avrebbe scritto molto tempo dopo – a far radicare in lei il profondo «orrore per la guerra» che non l’abbandonò più, e che fino dai primi anni Venti nutrì la sua avversione al fascismo nascente, spingendola a collaborare al <hi rend="italic">Mondo</hi> di Giovanni Amendola e a intrecciare rapporti tenaci con gli ambienti che lo sostenevano (Garofalo 1944, 62). Altro di lei non sappiamo, se non che fin da allora fu moglie e madre, visto che proprio l’angoscia per il figlio militare nella Seconda guerra mondiale avrebbe costituito il filo conduttore del diario pubblicato nel 1945 e, più in particolare, del primo contributo su<hi rend="italic"> Mercurio</hi>. Ma è probabile che più o meno occasionalmente Anna Garofalo frequentasse gli ambienti del circuito giornalistico e radiofonico romano, visto che venne subito a sapere dell’ipotesi di una trasmissione dedicata alle donne e che il suo nome non sembra essere suonato ignoto all’allora direttore dell’Ufficio conversazioni, Edoardo Anton, a cui venne indirizzata<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-009">13</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Le cartelle scritte «di getto» in cui riversò pensieri che nemmeno lei sapeva di custodire così intensamente, piacquero; e il posto fu suo. Ma non appena le idee che voleva trasmettere si tradussero in trasmissioni che, tre volte alla settimana, alle due del pomeriggio e per quindici minuti, sollecitavano le donne, tutte le donne (e anche gli uomini, chiamati esplicitamente in causa) ad aprirsi a riflessioni nuove sui più diversi temi della loro quotidianità, delle loro prospettive di vita, del contributo che potevano dare ad un futuro più libero e giusto, i campanelli d’allarme del più vieto conformismo cominciarono a squillare, chiedendo ragione con toni sempre più assillanti e insolenti dello scandalo di quella trasmissione tanto irrispettosa del ‘sentire comune’.</p><p rend="text">Di fatto, fin da quello scorcio di 1944, Anna Garofalo parlò della nascita dell’Unione donne italiane (allora comprensiva di tutte le forze antifasciste) e del suo settimanale, <hi rend="italic">Noi</hi><hi rend="italic"> Donne</hi> («il primo foglio femminile che esce nell’Italia libera»; Garofalo 1955, 9); dette voce e spazio ad alcune delle figure femminili più significative del tempo, da Rita Montagnana a Giuliana Nenni, da Maria Romita a Maria Calogero, da Bastianina Musu a Maria Federici; ricordò le leggi limitatrici del diritto al lavoro delle donne (specie se appena qualificato) varate negli anni Trenta; insisté sull’importanza di valorizzare le potenzialità e le capacità delle donne, coinvolgendole attivamente nella costruzione di una Italia che non perpetuasse le ambiguità e gli errori del passato, di tutto il suo passato come Stato nazionale. </p><p rend="text">Scrivere di una trasmissione radiofonica basandosi sulla narrazione che l’autrice ne fece dieci anni dopo pubblicando un testo che ripercorreva quella esperienza, sia pure con moltissime citazioni dirette, lascia ovviamente margini significativi di incertezza e di dubbio sulla sua piena rispondenza alla realtà delle trasmissioni: tempi e spazi delle argomentazioni, tonalità e silenzi, dialoghi e domande ci sfuggono; gli equilibri risultano alterati, le parole suonano isolate dal contesto in cui vennero pronunciate. Ma sia pure con tutte le cautele del caso, qualcosa ci restituiscono del dialogo a più voci che Anna Garofalo cercò di intessere nel breve lasso di tempo di cui disponeva – quindici minuti per tre volte alla settimana, nel primissimo pomeriggio, almeno fino all’aprirsi del 1948. </p><p rend="text">Ciò che risulta chiaro è che fin dall’inizio uno dei fili conduttori della trasmissione fu la volontà di dar voce e rilevanza pubblica alla disperante quotidianità delle «donne qualunque», ai drammi e ai soprusi, alle prepotenze e alla rassegnazione che siglavano la loro esistenza e che erano al cuore di gran parte dei «racconti di vita» di cui Anna Garofalo era divenuta subito, come aveva chiesto, affollata destinataria. Del resto, quelle che le venivano indirizzate – per lettera, per telefono, a voce – erano storie che confermavano appieno la sua sensazione che si stesse vivendo una «crisi di civiltà» tanto profonda quanto decisiva: una crisi che non riguardava «solo gli istituti della società e gli strumenti politici», ma «l’animo delle donne e la loro capacità di resistere» (Garofalo 1955, 5) alle lusinghe dei tempi, incrinando antiche certezze e aprendo in ciascuna di loro conflitti e imperativi inediti; una crisi che investiva anche un gran numero di uomini, «disoccupati, inerti, incomprensivi», oltre che «avviliti» da una sconfitta che sentivano essere anche la loro (Garofalo 1955, 16 e 10).<hi rend="CharOverride-2"> </hi></p><p rend="text">Tuttavia, non sono soltanto le difficoltà della vita quotidiana e dei rapporti familiari ad attrarre l’attenzione di Anna Garofalo. A caratterizzare le sue prime trasmissioni sono anche i racconti della prostituzione dilagante nelle vie della capitale, tracciati con lucida essenzialità, sia che si soffermi (non «per puritanesimo fuori posto, ma proprio a causa del suo ordine autorizzato») sulle lunghe file di uomini che attendevano il loto turno per entrare in una delle tante «case chiuse» della città titolari dell’odiosa «prostituzione di Stato», sia che si ricordi il numero crescente di donne che esercitavano liberamente quel mestiere e che, per quanto in genere avessero alle spalle realtà di degrado e di miseria, non di rado appartenevano ormai anche a «classi ricche impoverite» (Garofalo 1955, 9-10).</p><p rend="text">Almeno altrettanta rilevanza ha, nelle sue trasmissioni, la volontà di coinvolgere le sue ascoltatrici nell’auspicato processo di rinnovamento dei costumi, di compartecipazione attiva alle novità sociali, politiche, ideali, che anche per le donne si stavano aprendo con la sconfitta ormai prossima e concreta del fronte reazionario e che vengono illustrate e prefigurate con un linguaggio diretto e comprensibile, tanto preciso quanto poco asseverativo: antitesi esemplare dello stile caro al fascismo.</p><p rend="text">La preoccupazione principale della conduttrice si direbbe essere fin dall’inizio quella di evitare che riemergesse la «vecchia società scettica e paternalistica» (Garofalo 1955, 15), in cui le donne non erano previste come co-protagoniste, e ancor meno come cittadine a pieno titolo. Non a caso è proprio la valorizzazione di questa dimensione a dominare le trasmissioni dei primi mesi, fitte di riflessioni sui segnali di una crescente autonomia femminile emersi già durante la guerra, mentre nel corso del 1945 e nei primi mesi del 1946 a siglare la loro tonalità è soprattutto l’importanza che viene assumendo una intensa, amichevole sollecitazione alla politica e al voto: una sollecitazione che la conduttrice si preoccupa di declinare secondo tonalità diverse, ora ricordando le battaglie suffragiste del passato prefascista; ora insistendo sulla necessità che le donne fossero attive, e se possibile protagoniste, nella costruzione della nuova Italia che stava faticosamente prendendo forma; ora infine dando largo spazio alla faticosa costruzione di un largo movimento internazionale per la pace, che del resto l’avrebbe impegnata anche personalmente per molti anni.</p><p rend="text">Tuttavia, sono soprattutto le novità della politica a occupare le trasmissioni; è l’esigenza di trasmettere la novità e la rilevanza delle tornate elettorali a cui sono chiamate anche le donne. Ma è anche l’urgenza di comunicare l’emozione provata nel sentirsi e nell’essere concretamente partecipi di una straordinaria novità, nel maneggiare quelle schede elettorali che all’improvviso «ci sembrano più preziose delle tessere del pane» (Garofalo 1955, 37), ma anche di commentare con cura l’ingresso delle ventuno elette sugli scranni dell’Assemblea Costituente: una novità particolarmente preziosa, anche se l’esilità di quel drappello attestava che le donne non avevano votato le donne, a conferma di un pregiudizio di inadeguatezza femminile radicato e condiviso, che del resto riguardava anche molte figure professionali nuove, dalla medicina all’avvocatura (Garofalo 1955, 44-5).</p><p rend="text">Ma quelle elezioni segnarono anche una tappa infausta per la sua trasmissione, che la fuoriuscita del PWB dall’Italia sul finire del 1945 aveva già preannunciato e che dopo le elezioni di giugno divenne controllo ossessivo e quotidiano su ogni tema affrontato o evocato, su ogni ospite invitata e ogni parola usata che sembrasse agli occhiuti censori della Rai moralmente e politicamente «inadatta a donne»; per arrivare subito dopo, e già nell’autunno del 1946, ad un drastico spostamento di orario di quella trasmissione «fuori norma» che tanto interesse, ma anche tante proteste e irritazioni, aveva sollecitato e continuava a sollecitare, puntata dopo puntata.</p><p rend="text">Se non si reca offesa «alla morale, alla religione, all’autorità costituita», ricordava Anna Garofalo pubblicamente, non si può essere censurati, perché in democrazia «le idee hanno diritto di libera cittadinanza» (Garofalo 1955, 31). Ma parlare di divorzio, ricordando le mille problematicità create nei rapporti coniugali dalla guerra e dalla lontananza; esaltare la dignità delle «donne sole» per caso o per scelta che decidevano di vivere una vita in autonomia; insistere sull’importanza del lavoro come asse di vita e come strumento prezioso, anzi inderogabile, di autonomia, di potenziamento del sé e del proprio ruolo sociale diventava di mese in mese più difficile. Tanto più che in quell’autunno anche la sperata unità del movimento femminile venne frantumandosi nelle diverse componenti, che andarono polarizzandosi in ragione di opzioni per lo più eterodirette. </p><p rend="text">A rafforzarsi, mese dopo mese – denunciava Anna Garofalo –, era piuttosto un clima di vera e propria «discriminazione razziale» nei confronti delle donne (Garofalo 1955, 74), considerate e raccontate come incapaci di assolvere in piena autonomia a compiti e ruoli di rilievo professionale e pubblico, salvo rare eccezioni che proprio perché tali non facevano storia: un immaginario che d’altronde continuava ad essere largamente condiviso dalle donne stesse, partecipi della convinzione che le voleva inadatte ‘per natura’ alla dimensione e alle attività della politica, a meno che essa non assumesse tratti sostanzialmente oblativi ed esecutivi. Quanto il clima stesso rapidamente cambiando lo avrebbero confermato di lì a poco il deludente silenzio della bozza costituzionale sull’ammissione delle donne alla magistratura, lo scarno dibattito che si sviluppò in aula sull’argomento (che Anna Garofalo seguì, ovviamente assumendo con fermezza una posizione favorevole), il pressoché totale disinteresse della stampa e dell’opinione pubblica per l’argomento.</p><p rend="text">Parlare «il linguaggio vivo e civile del 1944» (Garofalo 1955, 94), combattere la fuga nel privato e nell’evasione, reagire al crollo di ogni tentativo di dar vita a movimenti e associazioni di donne di diverso orientamento ideale e politico in nome dei comuni interessi a lottare «per il lavoro, la pace e la libertà»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-008">14</ref></hi></hi> diventava sempre più difficile. Così come sempre più difficile diventava per lei non solo resistere alle pressioni e alle censure quotidiane della Rai, ma costruire terreni di colloquio che avessero anche una dimensione pubblica e politica, che facessero ragionare, fornissero argomenti di riflessione, sempre tenendo come asse la convinzione che costruire una coscienza politica di base costituisse un passaggio indispensabile per la crescita delle italiane. Di qui anche la sua profonda delusione per l’esito delle elezioni del 18 aprile, che non solo avevano dato un potere inusitato a tutto lo schieramento che avversava la sua piccola trasmissione, ma che avevano mandato in parlamento «solo» (diceva lei, ignara che ci sarebbero voluti venticinque anni per fare un po’meglio…) 40 deputate e 4 senatrici (Garofalo 1955, 90-1). Il tanto temuto e combattuto «ritorno al conformismo» poteva dirsi, almeno per il momento, compiuto.</p></div><div><head>3. L’universo frastagliato delle «italiane»</head><p rend="text">Per capire appieno i tratti assolutamente eccezionali e non rappresentativi di queste due esperienze, ma anche i segnali di cambiamento e di futuro di cui sono al tempo stesso testimoni e promotrici, credo valga la pena di ricordare, sia pure a grandi linee, quali fossero i connotati della popolazione femminile dell’Italia del tempo, troppo spesso identificata anche nelle ricerche storiche con la  élite – numerosa, ma pur sempre élite geograficamente delimitata – che partecipò attivamente e consapevolmente alla Resistenza e alla Lotta di liberazione.</p><p rend="text">Per iniziare, è forse opportuno richiamare alcuni connotati generali degli e delle «abitanti del paese Italia».</p><p rend="text">Il primo dato di cui tener conto è che – complice senza dubbio la guerra, che per la prima volta aveva colpito a fondo la popolazione civile – quando le armi tacquero, come già negli ultimi anni prima del conflitto, il numero delle donne risultava, sia pure di poco, superiore a quello degli uomini: 23 milioni contro 22, arrotondando. Si trattava, sul versante maschile come su quello femminile, di una popolazione molto più giovane di quella in cui siamo immersi oggi, sia perché la durata media della vita non arrivava a 68 anni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-007">15</ref></hi></hi>, sia perché il tasso di natalità (vale a dire il rapporto fra la popolazione e i nati vivi su base annua) dopo il triennio 1943-1945 era tornato ad attestarsi oltre il 22 per mille (oggi, tanto per fare un confronto, siamo al 6,23), sia infine perché più di un terzo della popolazione aveva tra i 10 e i 30 anni (mentre quello stesso segmento oggi incide per meno di un quinto del totale).</p><p rend="text">Altrettanto e forse ancora più diversa rispetto ad oggi era, se possibile, la trama abitativa. Innanzitutto perché il Sud continentale aveva all’epoca tanti abitanti quanto tutta l’area di Nord-ovest (che oggi ne conta quasi quattro milioni in più), e viveva in condizioni medico-sanitarie assolutamente incomparabili, ben evidenziate dalla radicale diversità del tasso di crescita naturale, che segnala la differenza fra il tasso di natalità e quello di mortalità: un dato che nel Sud continentale toccava il 14,5% (ma anche nelle isole si superava il 13%), mentre nelle aree centrali e nelle regioni del Nord-est si scendeva a meno della metà (6,4 e 5,9%), per crollare a 1,74% nelle regioni del Nord-ovest.</p><p rend="text">Anche l’articolazione abitativa era molto diversa. A parte Roma, Milano e Napoli che superavano (la prima e la seconda) o sfioravano (la terza) il milione di abitanti, e a parte un pugnello di città che ne contavano fra 250 e 450.000, il paesaggio urbano dell’epoca si caratterizzava ancora per una vivace presenza di città medie e medio-piccole, a cui faceva corona una rete – fitta a Nord e nel Centro, più rada ma non inconsistente (anche se di diversa natura) in larga parte del Sud – di nuclei e centri abitativi minori relativamente vitali, snodi di un contado per lo più ancora ben strutturato e più o meno fittamente abitato. Non per nulla, del resto, complice la politica anti-urbana del fascismo, la metà della popolazione risultava ancora legata ad attività rurali, e continuava ad abitare in aree che ad esse facevano riferimento.</p><p rend="text">Quale fosse il ruolo delle donne in questo paesaggio economico-abitativo è abbastanza ovvio: quello di protagoniste di una diffusa attività che possiamo definire ‘domestica’ in quanto centrata sull’economia familiare e sull’azienda-famiglia; una attività quanto mai intensa, ma non autonoma e priva di qualsivoglia remunerazione, spesso integrata da lavori saltuari e/o da una manciata di giornate ‘a opera’ per lavori agricoli stagionali, sempre a beneficio dell’economia familiare, a cui si stava aggiungendo da qualche anno un crescente pendolarismo (per lo più giornaliero) verso il centro urbano più vicino e dinamico.</p><p rend="text">Leggere i dati (scarsi, incerti) relativi a quegli anni comparandoli con quelli di appena una decina di anni dopo suggerisce immagini che hanno a che fare con una sorta di crinale della storia: tutto stava per cambiare e aveva cominciato a cambiare; ma a prevalere era ancora una rete di riferimenti, abitudini e valori ricca di incrinature e scricchiolii, e tuttavia vitale, specie sul versante femminile, che soprattutto fuori dalle città del Centro-Nord si presentava in larga misura assai poco e male alfabetizzato (quando lo era) e ancor meno nazionalizzato, nonostante i vent’anni di fascismo.</p><p rend="text">Parlare di italiane, al di là della fascia borghese urbana, degli scarni nuclei di artigiane e commercianti al minuto, e forse delle addette a un reticolo industriale e impiegatizio moderno, presente solo a macchia d’olio più o meno estesa e consistente anche nel Centro-Nord, è davvero difficile: o meglio, è bene ricordarsi che quando si parla di una consapevolezza femminile della propria identità nazionale si parla di una minoranza ben avvertita della propria diversità rispetto alle ‘donne del popolo’. Anche in questo caso, le esperienze vissute in guerra avevano cominciato a produrre cambiamenti significativi, destinati a rivelarsi irreversibili: ma che fossero tali, ancora non era dato né sapere né sentire, almeno a livello di opinione pubblica media.</p><p rend="text">Alla fine della guerra, ancora quasi il cinque per cento delle donne che si sposavano – per lo più molto giovani – non riusciva nemmeno a firmare le carte matrimoniali (una percentuale che fra gli uomini cadeva al 2,9%). Del resto, fuori dai maggiori centri urbani (ma non solo, specie nel Sud), andare a scuola equivaleva ancora, specie per le femmine, a starci solo i pochi anni necessari a prendersi il ‘diploma’ di terza elementare, se e quando ci si preoccupava di farlo. Non che la situazione fosse radicalmente diversa sul versante maschile; ma le fragili competenze acquisite avevano più possibilità di permanere in quella parte della popolazione, che aveva molte ragioni e occasioni in più per usarle, rispetto all’universo femminile.</p><p rend="text">Al di là dell’ambito delle scuole elementari le distanze crescevano, e avrebbero continuate a crescere anche nel decennio successivo; ma il tratto più rilevante e significativo era rappresentato, per le femmine come per i maschi, dall’abbandono di massa delle aule scolastiche dopo l’alfabetizzazione di base e il diploma di quinta elementare. A continuare gli studi al di là di quella soglia erano in pochi, specie fuori dalle grandi città: una élite, corposa ma élite, un mondo a parte. Nelle scuole secondarie di ogni ordine e grado, complessivamente, alla metà degli anni Quaranta troviamo iscritti appena 540.000 maschi e 350.000 femmine, con un modesto <hi rend="italic">décalage</hi> di presenze femminili fra il primo e il secondo livello, che le faceva scendere dal 43 al 38,5%. E naturalmente la percentuale di donne diminuiva ancora di più all’università, dove alla fine della guerra le iscritte erano 57.000, contro 179.000 uomini. Ma, ripeto, il tratto più rilevante rispetto agli altri paesi dell’Europa industrializzata era e restava il pesantissimo divario città-campagna e Nord-Sud, che il riferimento ai dati nazionali finisce in qualche modo per occultare, e che proprio sul versante femminile risultava particolarmente grave.</p><p rend="text">Ancora più problematico è cercare di tracciare un quadro del lavoro delle donne negli anni della svolta repubblicana, visto il carattere aleatorio dei dati disponibili sulle attività lavorative delle italiane, segnalate dalle indagini statistiche come ‘atte a casa’ ogniqualvolta non avessero un rapporto di lavoro continuativo e contrattualizzato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-006">16</ref></hi></hi>. Quel che si sa e si capisce di quegli anni, comunque, è che nelle aree rurali, col crescere della fuga degli uomini verso le fabbriche (sempre più concepite come regno per eccellenza del maschile) e verso le opportunità di lavoro offerte dalla ricostruzione postbellica delle città e della rete viaria, il lavoro delle donne nelle campagne divenne, se possibile, ancora più gravoso, senza che per il momento mutasse la consolidata tendenza a considerarlo, perché femminile, marginale e accessorio. Al tempo stesso, laddove era possibile, si rafforzò la tendenza delle ‘contadine’ più giovani a rompere il legame con la terra, attraverso un lavoro non rurale e, se possibile, un matrimonio con un ‘non contadino’ che le portasse a vivere in città: dove magari cercavano di occuparsi in maniera più o meno informale per guadagnare qualcosa, e dove il loro lavoro finiva col perdere ogni visibilità statistica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-005">17</ref></hi></hi>. Quanto alle ‘cittadine’, da alcuni anni avevano cominciato a trovare nuove e ambite opportunità di lavoro come commesse, come impiegate (per lo più senza qualifica), come segretarie tuttofare: insomma, a indirizzarsi verso il terziario, percepito e vissuto come più consono a donne via via che il lavoro in fabbrica si connotava sempre più, anche simbolicamente, come ‘virile’.</p><p rend="text">Segnali di novità emergono anche nelle lotte sociali e sindacali di quegli anni. Un po’ ovunque, le donne delle campagne si lasciarono coinvolgere nelle battaglie dell’immediato dopoguerra per ottenere migliori condizioni di vita e di lavoro sulla terra, e magari la proprietà stessa di un pezzo di terra; e quelle di città, se lavoravano fuori casa, furono investite da mille novità sindacali e organizzative, da responsabilità e aspettative nuove e coinvolgenti. A scorrere i giornali (non immediatamente politici) dell’epoca, però, si direbbe che le ‘donne qualunque’ si imponessero soprattutto come protagoniste assolute della gran voglia di fuga (più che di evasione) dalla quotidianità che contrassegnò l’immediato dopoguerra e che si espresse nell’attrazione per tutto ciò che permetteva di aprire bolle di libertà e di novità, attraverso il ballo e le canzonette, il cinematografo, i fotoromanzi e la corsa a vestirsi alla moda. Nulla, nemmeno il marcato moralismo delle Sinistre, Partito comunista compreso, poté evitare che nelle feste popolari dilagasse l’uso dei ‘balli all’americana’ e del concorso a ‘miss’ più bella del luogo.</p><p rend="text">Salvo rare eccezioni sui giornali del tempo poco troviamo invece di quello che a noi sembra (ed è) la grande novità del tempo, ovvero il voto alle donne: un voto ‘concesso’ grazie a un decreto legislativo luogotenenziale del 1° febbraio 1945, voluto e richiesto congiuntamente dalla Democrazia cristiana – che a ragione sperava di ottenere per questa via una maggiore forza elettorale – e dal Partito comunista, ideologicamente incardinato sul principio di eguaglianza: mentre il Partito socialista, incerto sull’opportunità di chiederlo nell’immediato per timore degli effetti ‘conservatori’ che poteva avere, tacque. Tutto lascia pensare che assai poco contasse la modesta pressione per ottenere il voto fatta da una esile minoranza di donne eredi del vecchio femminismo e da alcune protagoniste della recente lotta di Liberazione, visto il ritardo con cui perfino la nuova organizzazione della Unione donne italiane si preoccupò di chiederlo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-004">18</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Certo è che, se negli ultimi anni molto si è detto e scritto sull’argomento (cfr. ad es. Galeotti 2006), allora il tema e il decreto passarono quasi sotto silenzio, almeno a livello di opinione pubblica e perfino di giornali: non per nulla fu solo il primo giorno deputato alla prima tornata di elezioni amministrative (10 marzo 1946) che, essendo state presentate alcune liste con candidate donne, si provvide a emanare un decreto che rendeva le donne, oltre che elettrici, eleggibili<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-003">19</ref></hi></hi>. C’è chi, anche di recente, ha visto in quella tacita ‘dimenticanza’ una remora (più o meno consapevole) dei partiti di governo dell’epoca a concedere alle donne un potere elettorale paritario (cfr. Casalini 2005). Stabilire come siano andate effettivamente le cose è impossibile; ma una dimenticanza del genere parla da sola, ed è confermata dallo scarso rilievo che quella novità storica ebbe sulla stampa e nel dibattito pubblico, specie se pensiamo alle molte discussioni e iniziative sul tema che avevano contrassegnato il periodo immediatamente successivo alla Prima guerra mondiale, e perfino quello del primo governo Mussolini.</p><p rend="text">Le elette di quella prima tornata amministrativa, del resto, furono poche, e solo appena più numerose in quella che si tenne fra ottobre e novembre: forse duemila su più di duecentomila eletti. Oltretutto, si direbbe che l’eventuale presenza in lista di una donna venisse per lo più considerata da chi la proponeva come ‘rappresentativa’ degli interessi e della rappresentanza dell’intero nucleo delle votanti: una concezione, del resto, che sarebbe durata a lungo. Poche, davvero poche, furono di conseguenza le donne a cui venne conferita la dignità di assessore, salvo casi eccezionali: come quello di Torino, dove già la giunta formatasi subito dopo la Liberazione (e dunque prima delle elezioni), la cosiddetta ‘giunta popolare’ guidata da Giovanni Roveda, comprendeva tre donne (di cui una, Ada Gobetti, faceva parte del gruppo di vicesindaci), e dove il Consiglio uscito dalle elezioni del novembre 1946 comprendeva ben sei elette – 4 del PCI e 2 del PSI –, due delle quali avrebbero poi avuto la responsabilità di altrettanti assessorati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-002">20</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Molto opportunamente nel 2016, facendo leva sull’incarico di Presidente della Camera dei deputati che allora ricopriva, Laura Boldrini volle che all’evento fosse dato un minimo di visibilità; e così da allora i volti e i nomi delle prime donne-sindaco della Nuova Italia (che allora si riteneva fossero state nove, e che oggi sappiamo furono almeno 13) salutano chi entra a Montecitorio: ma senza nulla togliere al loro valore, è difficile non rilevare quanto piccole e appartate fossero le comunità che le avevano elette, e quanta importanza avesse, salvo rare eccezioni, la loro capacità di rappresentare, più e prima che le proprie idee, il ruolo della famiglia di cui esse erano parte, del padre o del marito a cui rinviavano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-001">21</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Alcune di loro furono presenze fugaci; altre, poche, furono confermate in quella carica per anni; ma credo si possa tranquillamente dire che il loro impatto reale e simbolico sull’accesso delle donne alla politica e al governo del paese fu , per il momento, scarso, anche se segnalava ‘un nuovo inizio’ nella vita politica e amministrativa italiana . Nei tre mesi che seguirono, infatti, non si può davvero dire che tutti i partiti si affrettassero a candidare delle donne per le elezioni più importanti: quelle che avrebbero dato vita all’Assemblea Costituente e al tempo stesso fissato se l’Italia da ricostruire sarebbe stata monarchica o repubblicana.</p><p rend="text">Come sappiamo, la Repubblica vinse, e vinse per più di un milione di voti: non pochi, nonostante quel che si disse allora e che se ne è detto poi. E le donne, come votarono? Con tutta l’incertezza del caso, qualunque analisi del voto segnala che le loro preferenze andarono più alla monarchia che alla repubblica, ma non tanto da modificare l’esito complessivo della votazione. Molto più reticenti si dimostrarono, loro come gli uomini, a votare una donna come Costituente, cosicché le elette furono appena 21 su 556 (il 4% scarso), come riconosceva amaramente Anna Garofalo in uno dei suoi commenti radiofonici: nove democristiane, nove comuniste, due socialiste, una dell’Uomo qualunque, nessuna del Partito repubblicano, nessuna del Partito liberale, nessuna del Partito d’Azione (Garofalo 1955, 44-5).</p><p rend="text">Di loro, della loro presenza e della loro concreta azione per introdurre in articoli particolarmente delicati dizioni più aperte e inclusive molto (e giustamente) si è parlato negli ultimi anni, anche perché fra gli interventi ‘migliorativi’ sostenuti dalle elette uno riguardava il principio di eguaglianza (art. 3, esteso al ‘sesso’) e un altro l’accesso (per allora rinviato) alla magistratura: vale a dire due snodi cruciali, sul piano pratico e teorico, della Carta che si stava scrivendo. Ciò detto, va anche aggiunto che non tutte furono attive e alcune neppure molto presenti; una, addirittura, si dimise. Del resto, per quanto si trattasse di donne in larga misura atipiche per titoli di studio, esperienze politiche e capacità organizzative, il loro ruolo fu abbastanza circoscritto: solo cinque di loro – vale la pena ricordarle: Maria Federici (DC), Angelina Merlin (PSI), Nilde Jotti, e Teresa Noce (PCI), Ottavia Penna Buscemi (UQ) – fecero parte della Commissione dei 75 incaricata di scrivere materialmente il testo della Costituzione, che si sarebbe poi articolata in tre sezioni: ed è significativo che nessuna di loro venisse chiamata a partecipare a quella incaricata di definire l’organizzazione dello Stato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_06.html#footnote-000">22</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">La più giovane di loro, Teresa Mattei, fu incaricata di portare il testo della Costituzione alla firma del presidente, simbolo vivente di una scommessa piena di fiducia nel futuro. Ma in realtà, quando questo accadeva, il clima era nettamente cambiato e alle donne si stava chiedendo soprattutto di farsi da parte, nel lavoro come nella politica: o meglio, di supportare attivamente il protagonismo maschile e maritale, con prudenza e tatto, e semmai di occuparsi di un ‘universo femminile’ fatto di casa, bambini e famiglie. Tanto che quando per la prima volta – era il marzo del 1949 – la giovane Marisa Cinciari Rodano, proveniente dalle file dei Cattolici comunisti, prese la parola nell’aula parlamentare in un dibattito sulla politica estera, e più precisamente sui pericoli del Patto Atlantico che il governo si apprestava a sottoscrivere, buona parte dei giornalisti presenti non seppe fare di meglio che allontanarsi per andare nei corridoi e al bar, non senza suggerirle di occuparsi piuttosto di pentole e fornelli (Garofalo 1955, 105-6).</p><p rend="text">La strada verso una piena legittimazione delle donne nella politica attiva era formalmente aperta, ma per anni sarebbe stata pesantemente in salita e dominata più dalle scelte compiute dai dirigenti su ciò che si addiceva o non si addiceva alle donne che non da quelle delle donne stesse, convinte per prime che quel terreno fosse poco adatto a loro e in ogni caso impervio da percorrere. Finché non si aprì, nel corso degli anni Sessanta e di una profonda rivoluzione dei costumi, della mentalità e delle opportunità, una stagione molto diversa che avrebbe finalmente cambiato segno a quella ‘minorità’ femminile… ma questa è davvero un’altra storia. Anche se – vale la pena ricordarlo – perfino nel tanto celebrato Sessantotto le elezioni politiche avrebbero visto eleggere alla Camera appena 18 deputate (nel 1948 erano state 45), pari a un miserrimo 2,7%, che davvero gridava vendetta: e che in effetti l’avrebbe presto avuta.</p></div><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Aleramo, S. 1944a. “Dal mio Diario.” <hi rend="italic">Mercurio</hi> 3.</p><p rend="bib_indx_bib">Aleramo, S. 1944b. “Ricordare.” <hi rend="italic">Mercurio</hi> 4.</p><p rend="bib_indx_bib">Aleramo, S. 1945a. “Dal mio Diario.” <hi rend="italic">Mercurio</hi> 10.</p><p rend="bib_indx_bib">Aleramo, S. 1945b. “Tre poesie.” <hi rend="italic">Mercurio</hi> 15.</p><p rend="bib_indx_bib">Alessandrini, A. 1944. “Carlo Zaccagnini e Monsignor Pappalardo.” <hi rend="italic">Mercurio</hi> 4.</p><p rend="bib_indx_bib">Babini, V. 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Roma: Viella.</p><p rend="bib_indx_bib">Rossi-Doria, A. 1996. <hi rend="italic">Diventare cittadine. Il voto alle donne in Italia</hi>. Firenze: Giunti.</p><p rend="bib_indx_bib">Ugo, B. 1945a. “Donne in prigione.” <hi rend="italic">Mercurio</hi> 16.</p><p rend="bib_indx_bib">Ugo, B. 1945b. “È cominciato allora.” <hi rend="italic">Mercurio</hi> 16.</p><p rend="bib_indx_bib">Ugo, B. 1945c. “Una cella.” <hi rend="italic">Mercurio</hi> 16.</p><p rend="bib_indx_bib">Zancan, M. 2011. “Introduzione.” In de Céspedes A., <hi rend="italic">Romanzi</hi>. Milano: Mondadori (I Meridiani).</p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-021-backlink">1</ref></hi>	Vi accenna la stessa de Céspedes in una intensa pagina di <hi rend="italic">Mercurio </hi>firmata col nome di Clorinda, da lei usato per quella trasmissione radiofonica: cfr. <hi rend="italic">Mercurio</hi>, «L’Italia combatte»,  1944 n. 4, p. 143.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-020-backlink">2</ref></hi>	Non per nulla i testi di quelle trasmissioni, arricchite da lettere e pagine di diario di quei mesi, si possono ora leggere in un testo intitolato appunto <hi rend="italic">«È una donna che </hi><hi rend="italic">vi parla, stasera»: Alba de Céspedes in radio raccontata in un libro</hi> (Babini, 2023).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-019-backlink">3</ref></hi>	Per notizie biografiche più ampie, oltre al profilo tracciato da Marina Zancan nella premessa alla raccolta dei <hi rend="italic">Romanzi</hi> di de Céspedes (2011) nei “Meridiani” Mondadori, cfr. Di Nicola 2012. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-018-backlink">4</ref></hi>	Su questo cfr. la tesi di laurea di Maiorana 2012-2013 e consultabile nella biblioteca dell’Unione femminile nazionale di Milano.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-017-backlink">5</ref></hi>	Bucarelli 1944; Alessandrini 1944; Ugo 1945a; 1945b; 1945c; Bassino 1948.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-016-backlink">6</ref></hi>	Cfr. Aleramo 1945a; 1945b; 1944a, (i due brani uscirono poi quello stesso anno in volume per l’editore Tuminelli di Roma con lo stesso titolo); 1944b.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-015-backlink">7</ref></hi>	Cfr. ad es. Bellonci 1946, 43-7; Drago 1946, 29-44. E a loro si può aggiungere la fiorentina Orsola Nemi, presente solo nel n. 14, ottobre 1945, con il racconto “L’avventura di un editore”<hi rend="italic"> </hi>(Nemi 1945).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-014-backlink">8</ref></hi>	Ne sono un esempio le poesie di Corinna Meli pubblicate nel n. 30 della rivista.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-013-backlink">9</ref></hi>	Cfr. Brin 1944; 1946; Masino 1944; 1945. Per comparare la presenza femminile in <hi rend="italic">Mercurio</hi> con il panorama italiano di quegli anni cfr. Babini 2018.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-012-backlink">10</ref></hi>	<hi rend="italic">Mercurio</hi> [A. de Céspedes] 1945, 7-8. E alla p. 6 si riproduceva come <hi rend="italic">ex ergo </hi>un giudizio di segno analogo apparso su <hi rend="italic">The Manchester Guardian</hi>: «È ora che si renda il dovuto onore ai partigiani dell’Italia settentrionale».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-011-backlink">11</ref></hi>	de Céspedes 1946, 140. Gli analoghi interventi di Bellonci e Banti sono alle pp. 174 e 172. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-010-backlink">12</ref></hi>	Le parole sono attribuite da Garofalo a Edoardo Anton, che dirigeva allora l’ufficio conversazioni della radio, controllata dal PWB, e che sostenne la sua assunzione alla radio: Garofalo 1955, 3. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-009-backlink">13</ref></hi>	«Un amico mi ha detto che alla Radio cercano qualcuno per parlare alle donne […] ho parlato con Edoardo Artom» (Garofalo 1955, 1). Anton (ovvero Antonelli, futuro e fecondo regista cinematografico), oltre che autore di gialli di un certo successo, era da alcuni anni molto attivo alla radio, come autore di commedie e testi di varietà.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-008-backlink">14</ref></hi>	Garofalo 1955, 85. Sorta sul finire del dicembre 1947, quella «Alleanza femminile» non riuscì a decollare e già a marzo del 1948 il tentativo poteva dirsi fallito. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-007-backlink">15</ref></hi>	I dati sono tratti dalle rilevazioni ISTAT, che – per computare la durata media della vita – esclude a priori (almeno per quel periodo) i minori di anni 5.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-006-backlink">16</ref></hi>	Il rinvio d’obbligo è alle pagine che Pescarolo (2019) ha dedicato all’argomento.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-005-backlink">17</ref></hi>	Su questi aspetti, focalizzato su anni successivi ma ricco di osservazioni utili anche per l’immediato dopoguerra, cfr. Badino 2008. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-004-backlink">18</ref></hi>	Insiste molto, ma non sempre in modo del tutto convincente, sull’importanza di questa pressione per ottenere il pieno diritto di voto da parte delle associazioni femminili Rossi-Doria 1996.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-003-backlink">19</ref></hi>	Le prime elezioni amministrative si svolsero in cinque tornate nelle settimane comprese fra il 10 marzo e il 7 aprile per 5,772 comuni; per altri 1.383 si dovette aspettare l’autunno, quando si ebbero altre otto tornate elettorali nelle settimane comprese fra il 6 ottobre e il 24 novembre. Su quelle elezioni cfr. Ballini 2010. Sulle ‘sindache’ allora elette cfr. Gabrielli 2021.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-002-backlink">20</ref></hi>	Ha valorizzato quella esperienza una sezione della mostra su <hi rend="italic">Torino e le </hi><hi rend="italic">donne. Piccole e grandi storie del medioevo a oggi</hi>, catalogo a cura di Bauma, Manzo, e Pierone 2020. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-001-backlink">21</ref></hi>	Vale la pena richiamarne i nomi e i luoghi che le elessero: Ninetta Bartoli a Borutta (Sassari), Margherita Sanna a Orune (Nuoro), Lydia Toraldo Serra a Tropea (Catanzaro), Caterina Tufarelli Palumbo in Pisani a San Sosti (Cosenza), Ines Nervi in Carratelli a S. Pietro in Amantea (Cosenza ), Ada Natali a Massa Fermana (Ascoli Piceno), Anna Montiroli a Roccantica (Rieti), Elena Tosetti a Fanano (Modena), Alda Arisi a Borgosatollo (Brescia), Ottavia Fontana a Veronella (Verona), Elisa Carloni a Castiglion Fibocchi (Arezzo), a cui possiamo aggiungere Elisa Damiani Prampolini a Spello (Perugia), nominata dal prefetto.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_06.html#footnote-000-backlink">22</ref></hi>	Molti gli scritti sull’argomento, a stampa e online. Cfr., ad es., N. e C. D’Amico 2020.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Simonetta Soldani, University of Florence, Italy, <ref target="mailto:simonetta.soldani@unifi.it">simonetta.soldani@unifi.it</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Simonetta Soldani, <hi rend="italic">Italiane in mezzo al guado (1943-1948),</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.06">10.36253/978-88-99811-32-7.06</ref>, in Alessandro Simoncini (edited by), <hi rend="CharOverride-3">Reinventare l’Italia. La cultura italiana tra Resistenza e Ricostruzione (1943-1948)</hi>, pp. -63, 2026, published by Firenze University Press and Perugia Stranieri University Press, ISBN 978-88-99811-32-7, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7">10.36253/978-88-99811-32-7</ref></p></div></div>
      
      
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          <bibl n="224971">Barzini Jr., L. 1946. “Il mio amico, il Re.” Mercurio 27-28: 101-11.</bibl>
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