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        <title type="main" level="a">Lo stereotipo del «bravo italiano» e del «cattivo tedesco» come paradigma della memoria italiana del fascismo e della Seconda guerra mondiale</title>
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          <resp>This is a section of <title>Reinventare l’Italia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-99811-32-7</idno>) by </resp>
          <name>Alessandro Simoncini</name>
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        <publisher>Firenze University Press, Perugia Stranieri University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.07</idno>
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        <p>Since 1945, Italy has developed a master narrative of its participation in the Second World War centred on two main pillars: on the one hand, the glorification of the Italian people’s Resistance against the Nazi occupiers between 1943 and 1945, and on the other, the contrast between the humanitarian conduct of Italian soldiers during the Axis war (1940–1943) and the brutal behaviour of their former German comrades. This portrayal highlighted, for example, the aid provided by Italians to Jews and, more generally, to the civilian populations of the occupied territories. It was a diplomatic ploy used by Italy to shift the blame for war crimes entirely onto the Germans and secure favourable treatment from the victors at the peace negotiations. The self-exculpatory view of the ‘good Italian’ contrasted with the ‘bad German’ contained some elements of truth but served above all to conceal the responsibility that Italy too bore for numerous war crimes committed, particularly in the Balkans (Yugoslavia and Greece). The absence of an ‘Italian Nuremberg’ encouraged this self-exculpatory narrative. The same comparative framework was used to distinguish Italian fascism from German Nazism: on the one hand, a mild dictatorship; on the other, a criminal totalitarian regime.</p>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.07<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.07" /></p>
      <div><head>Lo stereotipo del «bravo italiano» e del «cattivo tedesco» come paradigma della memoria italiana del fascismo e della Seconda guerra mondiale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-020">1</ref></hi></hi></head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Filippo Focardi</p><p rend="text">Come tutti i grandi conflitti della storia, anche la Seconda guerra mondiale ha trasformato non solo l’assetto dell’ordine internazionale e quello politico dei singoli paesi, ma anche gli orizzonti mentali, le rappresentazioni e le autorappresentazioni nazionali, il modo in cui un popolo raffigura un altro popolo e raffigura sé stesso. Non c’è dubbio che essa abbia costituito uno spartiacque nella memoria europea e rappresenti ancora un punto di riferimento fondamentale per la memoria pubblica degli Stati e la memoria collettiva dei popoli che vi presero parte, dentro e fuori i confini del Vecchio Continente.</p><p rend="text">Riflettendo sulle trasformazioni prodotte dal conflitto sulla memoria europea, alcuni anni fa uno storico acuto e brillante, il britannico Tony Judt, ha posto in evidenza come all’indomani della guerra in tutti i paesi europei che avevano subito l’aggressione nazista – sia in quelli dell’Europa occidentale sia in quelli dell’Europa centrale ed orientale – fosse stata elaborata una memoria della Seconda guerra mondiale plasmata su due nuclei fondamentali condivisi: la creazione in ogni nazione del «mito della Resistenza» come lotta dell’intero popolo contro l’oppressore tedesco e l’attribuzione alla Germania e ai tedeschi della responsabilità esclusiva per «la guerra, le sue sofferenze e i suoi crimini» (<hi >cfr. Judt </hi><hi >2000, 293-323</hi>). Entrambi i pilastri della memoria europea poggiavano certamente su un fondamento di verità: in ogni paese – dalla Francia alla Polonia, dalla Norvegia alla Grecia – erano sorti infatti dei ramificati movimenti di resistenza, così come erano davanti agli occhi di tutti le terribili performances criminali del Terzo Reich, responsabile dello scatenamento della guerra. E tuttavia il «mito della Resistenza» e la colpevolizzazione esclusiva della Germania avevano oscurato eventi altrettanto reali come l’esistenza in ogni paese di consistenti forze collaborazioniste che avevano aiutato l’occupante germanico (così come quello fascista italiano) nonché il fatto che gravi crimini di guerra fossero stati perpetrati non solo dai tedeschi ma anche da molti altri belligeranti compresi i vincitori. Fra i numerosi esempi si possono citare le esecuzioni di migliaia di militari polacchi compiute dall’Armata rossa (le cosiddette «fosse di Katyn», cfr. Zavlasky 2011), i ripetuti bombardamenti angloamericani sui civili in Germania (cfr. Friedrich 2004) e Giappone culminati nello sganciamento delle due atomiche a Hiroshima e Nagasaki (<hi >cfr. Hasegawa</hi><hi > 2014</hi>), gli stupri commessi dai sovietici in Germania o da reparti del corpo di spedizione francese in Italia, le espulsioni in massa di tedeschi, ungheresi, bulgari, ucraini, italiani avvenute nell’immediato dopoguerra (cfr. Lowe 2013<hi >;</hi> Crainz, Pupo, e Salvatici 2008). Come ha osservato Tony Judt, la Seconda guerra mondiale aveva dunque lasciato in Europa «a vicious legacy», un’eredità maledetta, una memoria distorta segnata da molte rimozioni (<hi >cfr. Judt 2000, </hi><hi >295</hi>).</p><p rend="text">Come si inserisce l’Italia in questo quadro? Non vi è dubbio che anche in Italia sia stata elaborata nel dopoguerra una memoria fortemente segnata dall’esaltazione della Resistenza e dalla demonizzazione della Germania e dei tedeschi. Ma il caso italiano ha una sua peculiarità. L’Italia era il paese che aveva dato i natali al fascismo e che fin dalla metà degli anni Trenta aveva stretto alleanza con la Germania nazista – prima con l’Asse (1936) poi con il Patto d’acciaio (maggio 1939) – operando sistematicamente alla demolizione dell’ordine europeo sancito a Versailles in vista di una radicale ridefinizione dei rapporti di forza internazionali. Nella prospettiva di assurgere ad un ruolo di potenza imperiale e dar vita ad un «nuovo ordine mediterraneo» (cfr. Rodogno 2003), l’Italia monarchico-fascista aveva profuso dal 1935 in poi uno sforzo bellico pressoché continuo: aggressione dell’Etiopia (1935), massiccio intervento a fianco di Franco nella guerra civile spagnola (1936-1939), occupazione dell’Albania (aprile 1939). Quindi, superata la breve parentesi della «non belligeranza», nel giugno 1940 Mussolini aveva condotto il paese all’intervento nel secondo conflitto mondiale in veste di principale alleato del Reich<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-019">2</ref></hi></hi>. Pur fallendo nel tentativo di «una guerra parallela» di conquista che tenesse il passo del partner germanico, l’Italia del duce e di Vittorio Emanuele III aveva occupato dapprima la Francia meridionale e, con l’indispensabile aiuto tedesco, nell’aprile 1941 gran parte della Grecia e della Jugoslavia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-018">3</ref></hi></hi>; aveva partecipato alla guerra di aggressione nazista contro l’Unione sovietica (cfr. Schlemmer 2009; Giusti 2018; Pannacci 2023) e combattuto intensamente in Africa settentrionale per quasi tre anni contro gli inglesi e le truppe alleate. Caduto Mussolini (25 luglio 1943), il paese sotto la guida del maresciallo Badoglio era rimasto ancora per quarantacinque giorni al fianco di Berlino, pur trattando in segreto la resa. Dopo la proclamazione dell’armistizio (8 settembre), il re si era schierato a fianco degli angloamericani ed era iniziata la resistenza partigiana. Tuttavia in tutta l’Italia centro-settentrionale si era insediato un regime fascista repubblicano – la Repubblica di Salò – che, con il duce alla testa, aveva fiancheggiato i tedeschi fino al crollo finale nella primavera del 1945. </p><p rend="text">Alla luce di tutto questo, si capisce come la «via italiana» alla costruzione della memoria della Seconda guerra mondiale abbia seguito un percorso affatto peculiare, simile in alcuni risultati ma nettamente distinto rispetto ai paesi europei che subirono l’aggressione tedesca e diverso anche rispetto ai cosiddetti alleati minori dell’Asse (Bulgaria, Ungheria, Romania, Finlandia) in ragione del ruolo storico giocato dal fascismo e della parte nient’affatto secondaria svolta dal paese nelle vicende belliche. Nel caso dell’Italia non si trattava solo di affrontare una resa dei conti col fenomeno del collaborazionismo e della guerra civile, ma di rendere ragione di un regime dittatoriale ventennale, preso a modello da molte destre dentro e fuori l’Europa (compreso il nazionalsocialismo), un regime che si era associato alla Germania nazista per sovvertire l’ordine europeo rendendosi responsabile di azioni eversive sul piano internazionale culminate nella partecipazione alla Seconda guerra mondiale come alleato fondamentale del Terzo Reich e del Giappone, protagonista per oltre tre anni – dal giugno 1940 al settembre 1943 – di una guerra di aggressione e di numerose occupazioni di territori europei, dove – specie nei Balcani – si era macchiato di gravi crimini contro le popolazioni civili<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-017">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">È necessario notare che da parte italiana non furono commessi durante la Seconda guerra mondiale crimini di massa di tipo genocidario come quelli compiuti dall’alleato germanico – si pensi allo sterminio degli ebrei o dei rom/sinti –, tuttavia le forze armate italiane e la milizia fascista furono responsabili di numerosi atti di violenza configurabili come crimini di guerra (cfr. Focardi 2006). Nel quadro di operazioni antiguerriglia finalizzate a neutralizzare i movimenti di resistenza sorti nei territori occupati – in Slovenia, Croazia, Dalmazia, Montenegro, Albania, Grecia ma anche in Unione sovietica – furono dispiegate infatti misure draconiane di punizione collettiva che sfociarono spesso in una vera e propria «guerra ai civili» fatta di rastrellamenti, incendi di villaggi, fucilazioni di ostaggi, stragi, deportazioni in massa di uomini, donne e bambini<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-016">5</ref></hi></hi>. Né va trascurata la pratica di eliminare sul posto i partigiani o presunti tali caduti prigionieri, comprese le donne. Fra le stragi possiamo ricordare, ad esempio, quella compiuta dall’esercito nel febbraio 1943 a Domenikon, un paesino greco della Tessaglia, dove per rappresaglia dopo un’azione partigiana furono fucilati tutti i maschi (esclusi i bambini e gli anziani): le vittime in totale furono 145 (16 greci passati per le armi per ogni soldato italiano caduto nell’attentato partigiano)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-015">6</ref></hi></hi>. Episodi cruenti come quello di Domenikon costellarono tutti i territori balcanici occupati dagli italiani (<hi >cfr. Focardi</hi><hi > 2010, 135-46</hi>). A fini repressivi fu creato dall’Italia anche un vero e proprio sistema concentrazionario, con oltre cinquanta campi in cui si calcola furono deportati 110.000 fra sloveni, croati e montenegrini (cfr. Kersevan 2008; nel caso della Slovenia fu deportato circa l’8% dell’intera popolazione). Ma anche molti greci subirono la deportazione, soprattutto nel campo di Larissa. In alcuni di questi campi, a causa delle pessime condizioni igienico-sanitarie e dei maltrattamenti, si registrarono alti tassi di mortalità. Il campo più famigerato fu quello installato sull’isola croata di Rab dove il tasso di mortalità raggiunse il 20% (1.435 vittime su 7.541 internati) (cfr. Capogreco 2004, 270).</p><p rend="text">Ebbene di tutto ciò, di quella che è stata chiamata «la guerra sporca di Mussolini», non vi è traccia nella <hi rend="italic">master </hi><hi rend="italic">narrative</hi> italiana della Seconda guerra mondiale. Come negli altri paesi europei che hanno subito l’occupazione tedesca, tale <hi rend="italic">master narrative</hi><hi rend="italic"> </hi>ha avuto nello stereotipo del «cattivo tedesco» uno dei suoi pilastri. Ma a questo stereotipo ne è stato fin dall’inizio associato un altro speculare: lo stereotipo del «bravo italiano» (cfr. Focardi 2013). Al cupo ritratto del soldato germanico quale disciplinato e sanguinario combattente, implacabile e sadico oppressore di inermi, fu contrapposto il ritratto antitetico e tipizzato del soldato italiano intimamente avverso alla guerra, recalcitrante al compimento di atti di violenza e di sopraffazione, sempre pronto a solidarizzare e a portare soccorso alle popolazioni indifese, comprese quelle dei territori occupati dal fascismo. E la stessa immagine speculare fu applicata alla descrizione dei due regimi e dei due popoli, il tedesco e l’italiano. Al ‘volto’ malvagio del soldato germanico corrispose nella raffigurazione predominante il ‘volto’ demoniaco della Germania nazista espressione di un perfetto connubio fra regime hitleriano e popolo tedesco ideologizzato e fanatizzato, mentre all’immagine benevola del «bravo» soldato italiano corrispose l’immagine del popolo italiano vittima del fascismo e dell’invisa guerra di Mussolini, un popolo pacifico e dall’innata bonomia refrattario all’irreggimentazione totalitaria voluta dal duce (cfr. Focardi 2020a, 59-94). </p><p rend="text">Dunque, due stereotipi strettamente intrecciati, dove le presunte virtù umanitarie del «bravo italiano» spiccavano grazie al raffronto con le spregevoli attitudini criminali del «cattivo tedesco», il quale fu utilizzato efficacemente come comodo alibi per scagionare l’Italia da ogni colpa per la guerra dell’Asse e le sue atrocità. </p><p rend="text">Ma come si è svolto il processo di formazione del binomio «cattivo tedesco» e «bravo italiano»? Quando ha avuto origine? Chi ha contribuito a produrlo e per quali ragioni? Ritengo che le sue fondamenta siano state poste nel periodo compreso fra la proclamazione dell’armistizio nel settembre 1943 e i primi due anni del dopoguerra, fino al 1947, durante i quali fu preparato e discusso il trattato di pace (firmato dall’Italia il 10 febbraio 1947), sulla spinta di stringenti esigenze politiche condivise dal composito fronte antifascista, cioè sia dalla Corona e dal governo Badoglio sia dai partiti del Comitato di liberazione nazionale, che elaborarono un racconto della Seconda guerra mondiale fondato sulla distinzione e la contrapposizione fra Italia e Germania, fra «bravi italiani» e «cattivi tedeschi», allo scopo di ottenere autolegittimazione politica, attuare un’efficace mobilitazione bellica antigermanica e, soprattutto, salvaguardare gli interessi nazionali minacciati dal rischio di una pace punitiva.</p><p rend="text">Per capire come tutto questo si realizzò con successo, bisogna partire da un fattore importante che, per così dire, ‘preparò il terreno’ negli anni immediatamente precedenti: mi riferisco alla propaganda di guerra alleata. Fin dall’ingresso dell’Italia nelle ostilità, prima la Gran Bretagna, e dopo il 1941 anche l’Unione sovietica e gli Stati Uniti individuarono nell’Italia l’‘anello debole’ dell’Asse e considerarono possibile determinarne l’uscita dal conflitto attraverso un’intensa azione di propaganda mirata a incrinare la tenuta del fronte interno e a fiaccare il morale delle truppe del duce (cfr. Focardi 2013, 3-14). Per perseguire quest’obiettivo la propaganda degli Alleati seguì due direttrici fondamentali: da un lato operò una netta distinzione fra l’innocente e pacifico popolo italiano e il regime fascista e additò Mussolini come unico responsabile per aver precipitato il paese nelle sofferenze della guerra per smania di grandezza e sudditanza al Terzo Reich; dall’altro lato tale propaganda attizzò con abilità i sentimenti antitedeschi, mai sopiti in Italia anche dopo l’alleanza con la Germania. La Germania fu dipinta infatti agli occhi degli italiani come un ‘falso alleato’ che in verità perseguiva solo i propri interessi egemonici; come un alleato che non esitava a tradire sul campo gli italiani abbandonandoli in balia del nemico come era successo al momento delle sconfitte decisive a El Alamein e sul Don (in realtà ciò non era vero); come un alleato brutale e sanguinario che stava assassinando i popoli europei e che rappresentava una minaccia per gli stessi italiani. Per tutto questo il popolo italiano e le sue forze armate erano invitati ad abbandonare la nefasta guerra di Mussolini a fianco della Germania e a riannodare i tradizionali legami di amicizia con le potenze democratiche cementati trenta anni prima dalla comune partecipazione alla Grande guerra. </p><p rend="text">La contrapposizione fra innocenza del popolo italiano coartato dal fascismo e colpa tedesca era stata dunque già elaborata e utilizzata dalla propaganda alleata, una propaganda efficacissima affidata sia ai volantini gettati a milioni dagli aerei anglo-americani<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-014">7</ref></hi></hi> sia alle trasmissioni di Radio Londra, Radio Mosca, The Voice of America<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-013">8</ref></hi></hi>. Queste trasmissioni, nonostante i divieti, erano state ascoltate assai diffusamente in Italia e ritenute molto più attendibili dei notiziari della radio fascista. Al momento della capitolazione, nel settembre 1943, un gran numero di italiani – assidui ascoltatori di Radio Londra e delle altre emittenti nemiche – credeva dunque che la responsabilità per il fascismo e la guerra fosse davvero unicamente del Duce e di un pugno di suoi scagnozzi, e nutriva un’ostilità profonda nei confronti dei protervi camerati germanici.</p><p rend="text">Messaggi e slogan della propaganda alleata furono ripresi e rilanciati dopo l’armistizio sia dal governo monarchico rifugiatosi nell’Italia meridionale, in Puglia, guidato dal maresciallo Badoglio, sia dalle forze antifasciste che facevano capo al Cln, le quali operavano clandestinamente nell’Italia occupata dai tedeschi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-012">9</ref></hi></hi>. Il governo monarchico e le forze antifasciste erano all’inizio separati da un forte contrasto politico – gli antifascisti accusavano il re di ventennale connivenza col fascismo e di aver abbandonato Roma l’8 settembre 1943 al momento della proclamazione dell’armistizio e ne chiedevano l’abdicazione. Antifascisti e monarchici fedeli al re concordavano però circa l’obiettivo prioritario di mobilitare il popolo italiano alla guerra contro i tedeschi e contro il redivivo fascismo di Salò, così come concordavano sull’esigenza di controbattere alle accuse di «tradimento» provenienti da Berlino e da Mussolini. A questo scopo i temi e gli slogan della propaganda alleata furono prontamente reimpiegati: chi aveva davvero tradito il paese era stato Mussolini che aveva precipitato l’Italia in una guerra sciagurata definita da Badoglio «né voluta né sentita»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-011">10</ref></hi></hi> dal popolo italiano e veri traditori erano stati i tedeschi, «falsi alleati» che fin dall’inizio avevano trattato l’Italia come un subordinato da sfruttare e avevano costantemente abbandonato gli italiani nel combattimento, non esitando per altro ad accusarli ingiustamente di ogni sconfitta subita dall’Asse. Ma dalla propaganda alleata le forze antifasciste e il governo Badoglio ripresero e rilanciarono anche un altro elemento: il richiamo alle tradizioni del Risorgimento e della Grande guerra. Ciò metteva loro a disposizione un eccezionale repertorio di motivi antigermanici che furono ampiamente utilizzati per spingere il paese, per lo più stanco della guerra e disilluso, alla lotta contro il Terzo Reich e i fascisti suoi alleati. Una lotta cominciata di fatto all’indomani dell’armistizio al momento dell’occupazione tedesca dell’Italia e ufficializzata il 13 ottobre 1943 con la dichiarazione di guerra del Regno d’Italia alla Germania. </p><p rend="text">Il tedesco da falso alleato tornava ad essere manifestamente l’«atavico nemico» e lo straniero oppressore. Se ad esempio il re Vittorio Emanuele III invitava da Brindisi gli italiani e le italiane ad insorgere contro il tedesco «inumano nemico della nostra razza e della nostra civiltà», non diverso risuonava l’appello lanciato al paese dal leader del partito comunista Palmiro Togliatti alla «guerra sacra di liberazione» contro l’«odiato tedesco», nostro «nemico secolare» (per le citazioni cfr. Focardi 2013, 36-7). Le gesta dei partigiani e del piccolo esercito regio sceso in campo a fianco degli anglo-americani furono paragonate alle gloriose giornate delle lotte di indipendenza dell’Ottocento (in realtà combattute allora contro gli austriaci), i caduti sotto il piombo nazista furono elevati a martiri della causa nazionale e paragonati ai martiri del Risorgimento. </p><p rend="text">Per la monarchia il richiamo al retaggio risorgimentale era uno dei pochi strumenti di una certa efficacia rimasti a disposizione dopo la drastica caduta di credito seguita all’abbandono di Roma e allo sfaldamento dell’esercito che, lasciato senza ordini precisi, era finito in gran parte nei campi di internamento nazisti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-010">11</ref></hi></hi>. Quel richiamo serviva anche a operare un taglio netto rispetto all’Asse recuperando il solco della vecchia alleanza della Grande guerra con la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Significava il ritorno dell’Italia del Piave e di Vittorio Veneto, l’Italia cioè che nell’altra guerra aveva prima fermato e poi sconfitto il nemico austro-germanico. Per le forze antifasciste, specialmente le sinistre, il richiamo ideale al Risorgimento in chiave antitedesca non costituì l’unico movente della lotta, che fu animata anche da motivazioni di trasformazione radicale dell’assetto politico ed economico del paese. Nondimeno, anche da sinistra si fece ampio ricorso alla tradizione garibaldina e mazziniana come ispirazione della lotta di liberazione nazionale. Certamente non fu un caso che si affermasse sia fra i monarchici sia fra gli antifascisti la definizione della Resistenza come «secondo Risorgimento».</p><p rend="text">Ai fini della costruzione della memoria della Seconda guerra mondiale, ancor più importanti delle esigenze legate alla mobilitazione bellica antigermanica risultarono le esigenze di politica estera legate alla salvaguardia del destino del paese. Dopo la firma dell’armistizio (apposta il 3 settembre e resa nota l’8 settembre 1943) l’Italia si trovava nella condizione di paese nemico sconfitto sottoposto a resa incondizionata. Grazie alla dichiarazione di guerra alla Germania il 13 ottobre 1943 il Regno d’Italia era stato riconosciuto dagli Alleati come nazione «cobelligerante», ma questo non aveva modificato lo status giuridico del paese in balia delle decisioni dei vincitori. Agli atti di resa italiani era stato però accluso anche un messaggio di Churchill e Roosevelt – il cosiddetto documento di Québec (perché inviato da Québec in Canada nell’agosto 1943)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-009">12</ref></hi></hi> – in cui si prometteva che le condizioni dell’armistizio sarebbero state modificate in favore dell’Italia nella misura in cui questa avesse contribuito alla lotta contro la Germania. Questo documento rappresentò il punto di riferimento fondamentale su cui fu impostata la politica estera italiana fino alla firma del trattato di pace nel 1947. Prima il governo Badoglio e poi – dall’aprile 1944 in avanti – tutti i governi di unità nazionale antifascista basati sull’accordo fra la monarchia e i partiti del Cln rivendicarono con forza l’adempimento delle promesse contenute nel documento di Québec puntando ad ottenere nel corso della guerra l’obiettivo massimo del riconoscimento di un’alleanza <hi rend="italic">pleno </hi><hi rend="italic">iure</hi> dell’Italia con le Nazioni Unite e successivamente, fallito quell’obiettivo, un trattamento il più possibile benevolo al tavolo della pace. Per perseguire questi scopi le autorità italiane da un lato fecero tutto il possibile per esaltare il contributo alla lotta contro la Germania profuso dopo il settembre 1943 dalle forze armate, dalle formazioni partigiane e in generale dal popolo italiano vittima delle stragi naziste, e dall’altro lato cercarono di separare nella maniera più netta possibile le responsabilità italiane da quelle della Germania per la guerra dell’Asse combattuta congiuntamente nel triennio precedente. </p><p rend="text">In questo contesto si colloca la rivendicazione delle benemerenze umanitarie dei «bravi soldati» italiani in contrapposizione alle nefandezze degli ex-camerati tedeschi. Essenzialmente tale raffigurazione fu elaborata e diffusa dalla diplomazia dei governi italiani di «unità nazionale», da Badoglio a De Gasperi, come ‘carta’ da giocare nei negoziati per il trattato di pace contro le richieste avanzate dagli Stati invasi dall’Italia fascista (Albania, Francia, Jugoslavia, Grecia, Unione Sovietica), che volevano imporre al paese decurtazioni territoriali, il pagamento di ingenti riparazioni e la consegna dei criminali di guerra (cfr. Focardi 2013, 41-51). In nome della tutela degli interessi nazionali, anche le élites politiche antifasciste sostennero una linea difensiva elaborata dagli apparati del ministero degli esteri e del ministero della guerra fedeli alla monarchia volta a scaricare sulla Germania la responsabilità esclusiva per lo scatenamento e la brutale conduzione della guerra dell’Asse. Da parte di tutto l’antifascismo, comprese le sinistre, vi era infatti la paura che un’eventuale pace punitiva avrebbe potuto scatenare nel paese la reazione delle destre antidemocratiche come era successo nella Germania di Weimar (cfr. Focardi 2013, 55-6). La convergenza delle élites politiche e culturali italiane sulla linea antigermanica della diplomazia produsse un immenso sforzo comunicativo affidato alla stampa, alle radio, alle mostre documentarie finalizzato ad influire sulle opinioni pubbliche dei paesi vincitori, specie su quelle delle grandi potenze occidentali, innanzitutto gli Stati Uniti, il paese più disponibile a dare ascolto alle istanze italiane.</p><p rend="text">All’immagine del «cattivo tedesco», guerriero fanatico e capace di ogni crudeltà, fu dunque contrapposta quella del «bravo italiano»: malamente equipaggiato, catapultato contro il proprio volere in una guerra sciagurata, il soldato italiano aveva solidarizzato con le popolazioni dei paesi invasi, le aveva aiutate contro la fame e la miseria dividendo quel poco che aveva e, soprattutto, le aveva protette dai soprusi e dalle violenze dei commilitoni germanici salvando così molte vite, come era il caso di migliaia di ebrei strappati dalle grinfie degli sterminatori tedeschi (cfr. Focardi 2013, 107-13). Il diplomatico Mario Luciolli, futuro ambasciatore a Bonn (dal 1964 al 1975), definiva gli italiani come autentici «difensori degli oppressi» e ricordava il caso della Grecia colpita dalla carestia dove «il soldato italiano, con quel senso di solidarietà umana che è proprio dei popoli poveri, divideva la sua pagnotta con l’affamato cittadino greco», mentre «il soldato tedesco colpiva col calcio del fucile i ragazzi che si aggrappavano agli autocarri» del vettovagliamento alla disperata ricerca di qualcosa da mangiare (le citazioni in Focardi 2013, 112). In maniera concorde tanto gli organi di stampa quanto la memorialistica posero l’accento sulla differenza di natura quasi antropologica fra il «tedesco-automa» abituato ad eseguire gli ordini «con brutalità meccanica», e l’italiano sempre ispirato viceversa nelle sue azioni da un «innato senso di umanità». Tale differenza fu ulteriormente sottolineata attraverso la contrapposizione fra la figura del «tedesco barbaro e incivile», capace di ogni sfrenatezza, e quella dell’italiano figlio invece della superiore cultura latina e cattolica, capace di misura e di <hi rend="italic">pietas</hi> verso il prossimo. Questa duplice distinzione fra italiani e tedeschi si innestava su un ricco retroterra culturale imperniato sulla contrapposizione fra latinità e germanesimo riconducibile addirittura a Tacito, già ampiamente utilizzata in chiave antigermanica durante la Prima guerra mondiale (cfr. Collotti 1997; Niglia 2012, 89 e sgg.).</p><p rend="text">Uno dei meriti principali vantati da parte italiana fu l’aiuto prestato agli ebrei. Il Ministero degli esteri fin dall’ottobre 1944 iniziò una raccolta dettagliata di prove circa l’azione di salvataggio messa in atto nei confronti degli ebrei dalle autorità di occupazione italiane in Jugoslavia, in Grecia e nella Francia meridionale. Le prove confluirono in un importante dossier consegnato nel 1946 alle tre principali potenze occidentali (Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia) in occasione della conferenza della pace di Parigi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-008">13</ref></hi></hi>. Il messaggio contenuto nel documento era chiaro: l’Italia non aveva nulla a che fare né con l’«infausta politica razziale» di Mussolini iniziata nel 1938 né con lo sterminio delle vite degli ebrei perpetrato dai tedeschi, al quale anzi si era cercato di porre ostacolo. Questa lettura risultò condivisa dai giornali di ogni orientamento politico – dai liberali ai comunisti, dai cattolici ai socialisti. Nel discorso pubblico si negò recisamente l’esistenza dell’antisemitismo in Italia, si sottolineò che la persecuzione dei diritti degli ebrei voluta dal regime dopo il 1938 era stata imposta da Berlino e che ciò aveva incontrato l’opposizione corale degli italiani solidali con i perseguitati; si esaltò infine con compiacimento l’azione umanitaria svolta nei territori occupati dai soldati italiani a protezione degli ebrei. Gli italiani furono insomma descritti come un popolo di «salvatori di ebrei» sia in patria che fuori (cfr. Focardi 2020a, 153-91).</p><p rend="text">Era un racconto di comodo, che distorceva non poco la realtà. Sappiamo che le leggi antiebraiche del 1938 non erano state affatto volute da Hitler come allora si disse (e come tutt’oggi qualcuno ancora afferma), ma erano state una scelta autonoma del regime, capace di sviluppare un antisemitismo di Stato tutt’altro che inefficace e privo di seguito, ai fini di perseguire l’irreggimentazione totalitaria del paese (cfr. Sarfatti 2000 e Matard-Bonucci 2008). Accanto a molti italiani «brava gente» prodighi di aiuto, vi erano stati infatti tantissimi italiani pronti invece a denunciare i concittadini ebrei, a impadronirsi dei loro beni e dei loro posti di lavoro. Un consistente fondo di verità aveva invece il salvataggio degli ebrei effettuato durante la guerra (Orsina e Ungari 2019). Effettivamente le autorità diplomatiche e militari italiane si erano opposte in Jugoslavia alla consegna di oltre duemila perseguitati chiesta prima dagli ustascia croati e poi dal governo tedesco (cfr. Shelah 199), e lo stesso vale per le centinaia di ebrei che erano stati protetti in Francia e in Grecia (cfr. Steinberg 1997;<hi > Carpi</hi><hi > 1994</hi>). Occorre sottolineare, però, che non sempre gli italiani avevano difeso gli ebrei. Nella provincia di Fiume, ad esempio, oltre 800 ebrei furono respinti alla frontiera o ricacciati fuori, dopo essere entrati clandestinamente in cerca di salvezza, ben sapendo a quale fine li si condannava (cfr. Rodogno 2003, 440-41). Esistono inoltre esempi documentati di ebrei consegnati direttamente nelle mani dei carnefici tedeschi, in Russia come in Kossovo. L’azione di salvataggio fu poi condotta per vari motivi, non solo per ragioni umanitarie, certo presenti, ma anche per ragioni di prestigio: le richieste di consegna tedesche furono viste come un’indebita interferenza nella sfera di occupazione italiana, in Jugoslavia come in Francia. Non di rado, infine, gli ebrei furono salvati dietro pagamento di somme di denaro e la consegna di beni preziosi (cfr. Rodogno <hi >2005</hi>). Comunque, resta innegabile la differenza del comportamento italiano rispetto alla furia eliminazionista dell’alleato tedesco.</p><p rend="text">Un tema fondamentale fu rappresentato dalla questione dei crimini di guerra e della punizione dei loro responsabili<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-007">14</ref></hi></hi>. Ricordiamo in proposito che in base agli accordi armistiziali l’Italia era tenuta a consegnare agli Alleati i colpevoli di crimini di guerra. La United Nations War Crimes Commission, con sede a Londra, iscrisse nelle sue liste oltre mille italiani – fra soldati, carabinieri, poliziotti, funzionari del governo e della milizia fascista – responsabili di crimini di guerra contro i civili, e molti altri furono iscritti nelle liste per violenze commesse contro i prigionieri di guerra alleati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-006">15</ref></hi></hi>. I governi italiani però si rifiutarono di estradare gli accusati rivendicando il diritto di processarli in Italia presso tribunali nazionali. Per sostenere questa posizione, essi svilupparono una linea difensiva basata a) sulla rivendicazione dei meriti umanitari italiani, fra cui rientrava come si è visto il salvataggio degli ebrei, e b) sulla raccolta di materiale volto a scaricare sulla controparte, innanzitutto sui partigiani jugoslavi, l’accusa di aver commesso crimini di guerra (si arrivò a stilare delle controliste di criminali di guerra jugoslavi con in testa il maresciallo Tito) (cfr. Di Sante 2005).</p><p rend="text">Occorre osservare che nel caso dei crimini di guerra vi fu, almeno inizialmente, una diversità di atteggiamento fra gli apparati del ministero degli esteri e della guerra, appoggiati dalle forze moderate liberali e cattoliche da un lato, e le forze della sinistra antifascista dall’altro. Molti diplomatici e ufficiali superiori delle forze armate rimasti fedeli al re erano direttamente coinvolti nelle accuse di crimini di guerra per le loro responsabilità nella guerra dell’Asse. Ad esempio i generali Vittorio Ambrosio e Mario Roatta, rispettivamente Capo di stato maggiore delle forze armate e Capo di stato maggiore dell’esercito, erano considerati dagli jugoslavi come criminali di guerra (con Roatta senz’altro in cima alla lista) per aver comandato la Seconda armata di stanza in Slovenia, Dalmazia e Croazia e impartito ordini draconiani contro partigiani e civili. Lo stesso Badoglio figurava nella lista dei criminali di guerra richiesti in questo caso dall’Etiopia. Gli apparati del ministero degli esteri e della guerra, così come la memorialistica prodotta dagli ambienti diplomatici e militari, tesero dunque a negare o a ridimensionare drasticamente l’entità dei crimini. Si concesse che soldati italiani potevano aver commesso ogni tanto qualche «furto di gallina» (testuali parole!) o al massimo qualche «eccesso» sporadico ma solo per rispondere – si diceva – agli atti di efferata barbarie subiti da parte dei partigiani comunisti. Al di là di qualche furtarello e di qualche misura di giustificata punizione i «bravi soldati italiani» non sarebbero dunque andati. Se proprio dei crimini erano stati commessi, si era trattato non di crimini italiani ma di «crimini fascisti», commessi esclusivamente dagli scalmanati reparti di camicie nere e non dal regio esercito (cfr. Focardi 2013, 121-44). </p><p rend="text">Anche gli ambienti della sinistra antifascista – comunisti, socialisti, membri del Partito d’azione – parlarono di «crimini fascisti» ma ne attribuirono la responsabilità non solo alle camicie nere bensì anche agli ufficiali superiori dell’esercito che si erano mossi in sintonia col fascismo. Per un breve periodo di tempo, ovvero fra la liberazione di Roma nel giugno 1944 e la fine della guerra nell’aprile-maggio 1945, i partiti della sinistra antifascista fecero alcuni tentativi per portare in giudizio i principali responsabili italiani di crimini di guerra come il generale Roatta e non mancarono alcuni articoli su riviste e giornali che affrontarono la questione delle nefandezze compiute dall’esercito italiano, soprattutto nei Balcani (cfr. Focardi 2006, 166-76). Bisogna osservare però due cose. Primo, queste accuse furono rivolte unicamente agli alti gradi delle forze armate e mai nei confronti dei soldati, i «figli del popolo» elogiati anche a sinistra per la loro umanità nonché per la scelta compiuta da molti di essi dopo l’armistizio di prendere le armi contro i tedeschi aderendo ai movimenti di resistenza in Jugoslavia, Albania, Grecia. Le sinistre enfatizzarono la trasformazione dei militari italiani da «occupanti a partigiani»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-005">16</ref></hi></hi>, anche se in realtà quel percorso era stato compiuto solo da una minoranza, ancorché numericamente consistente e virtuosa (cfr. Aga Rossi e Giusti<hi > 2011</hi>). Secondo, la richiesta di giustizia contro i criminali di guerra frenò comunque bruscamente dopo la fine della guerra, soprattutto dopo la temporanea annessione jugoslava della Venezia-Giulia (maggio-giugno 1945). Non appena infatti si manifestò in questo modo una concreta minaccia sul destino dell’Italia e cominciarono a diffondersi le voci su uccisioni e deportazioni di italiani (mi riferisco alle cosiddette foibe)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-004">17</ref></hi></hi>, nelle forze della sinistra si produsse una immediata reazione improntata alla difesa degli interessi nazionali: qualsiasi campagna per la punizione dei criminali di guerra cessò e dai giornali scomparvero gli articoli sui crimini italiani. Questo riguardò anche il partito comunista, che da allora tenne una posizione ambigua: da un lato richiamò saltuariamente sulla stampa l’esigenza di una punizione dei criminali di guerra, dall’altro operò invece dall’interno delle istituzioni per ostacolarne la consegna, in sintonia con la posizione del governo e della diplomazia italiani (cfr. Focardi 2006, 169-76). L’azione diplomatica di Roma alla fine ebbe successo. Solo pochi militari italiani furono processati e puniti in Italia da tribunali britannici e americani per violenze contro prigionieri di guerra alleati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-003">18</ref></hi></hi>. Ma nessuno fu estradato all’estero per i crimini ben più gravi commessi contro i partigiani e i civili nei territori occupati. E nessuno fu processato in Italia per questi reati. Contrariamente alla Germania e al Giappone, non ci fu alcun grande processo contro i criminali di guerra italiani<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-002">19</ref></hi></hi>. E la mancanza di una «Norimberga italiana» contribuì all’affermazione del comodo alibi del «bravo italiano».</p><p rend="text">La contrapposizione fra «cattivo tedesco» e «bravo italiano», di cui abbiamo cercato di ricostruire la genesi, ha rappresentato il canone di lettura principale attraverso cui è stata modellata la memoria nazionale italiana della Seconda guerra mondiale, punto di riferimento comune rispetto ad un universo magmatico di memorie diverse e spesso contrapposte, nate dalla pluralità di esperienze vissute dal paese fra il 1940 e il 1945. Memorie segnate dalla spaccatura fondamentale fra fascismo e antifascismo, ma anche da molte altre linee di frattura come ad esempio quelle interne alla Resistenza o quelle riconducibili alle differenti categorie di vittime (vittime della deportazione politica, militare e razziale, vittime delle stragi naziste, vittime dei bombardamenti alleati, vittime degli stupri, vittime della violenza jugoslava sul confine orientale). Divisi e contrapposti su molti aspetti delle vicende della Seconda guerra mondiale, gli italiani hanno trovato nel mito del «bravo italiano» il cardine di un’autoraffigurazione collettiva ancor oggi pienamente in auge. </p><p rend="text">È opportuno a questo proposito svolgere alcune considerazioni sulle motivazioni del successo e della perdurante longevità della coppia di stereotipi del «bravo italiano» e del «cattivo tedesco». Come tutti gli stereotipi, innanzitutto, va ricordato che anch’essi poggiavano su un nucleo di verità: reali erano state le differenze nella condotta dei due alleati dell’Asse e, soprattutto, davanti agli occhi di tutti gli italiani stavano i crimini perpetrati nel paese dall’occupante tedesco: oltre 23.000 persone vittime di stragi e omicidi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-001">20</ref></hi></hi>, senza contare le vittime delle deportazioni (circa 24.000 deportati politici e 8.000 ebrei, per cui cfr. rispettivamente D’Amico, Villari, e Cassata 2009, 47 e Picciotto 2001, 27-33). L’Italia fu il paese dell’Europa occidentale a subire sul suo territorio le più gravi stragi di civili per mano tedesca (la peggiore fu quella di Marzabotto/Monte Sole in Emilia con 770 vittime, per cui cfr. Baldissara e Pezzino 2009; Betti 2024). La violenza subita da parte tedesca, naturalmente pesò molto nell’orientare la costruzione della memoria della guerra. Il volto del «cattivo tedesco» era allora ben impresso. Fu naturale anche fare un paragone fra la vittoriosa insurrezione finale del popolo italiano e il crollo «nibelungico» della Germania, stretta fino alla fine intorno al suo Führer. Ciò ad esempio spazzò via qualsiasi fiducia, che pure era stata manifestata fino ad allora da molti ambienti dell’antifascismo italiano, nei confronti dell’esistenza di un’«altra Germania», non complice ma vittima di Hitler, e fece dilagare anche in Italia l’idea della colpa collettiva del popolo tedesco (cfr. Focardi 2013, 169-74). Dopo il 1945 un <hi rend="italic">imprinting</hi> antigermanico è rimasto a segnare le culture dell’antifascismo italiano e della Resistenza, divise su molte cose ma unite dal ricordo della comune lotta contro il nemico tedesco.</p><p rend="text">Ma l’immagine autogratificante e autoassolutoria del «bravo italiano» contrapposto al «cattivo tedesco» è stata condivisa e alimentata anche da quella parte, per alcuni maggioritaria, della società italiana contraria o estranea alla Resistenza, l’Italia oggi definita anti-antifascista, l’Italia della piccola e media borghesia che aveva aderito e creduto al fascismo, riconoscendosi nell’immediato dopoguerra nel movimento dell’Uomo qualunque (cfr. Setta 1975), un’Italia autoindulgente nei confronti dell’esperienza del regime, considerato una dittatura in fin dei conti bonaria, non priva di alcuni meriti come aver ristabilito l’ordine sociale e aver realizzato bonifiche e treni in orario (cfr. Baldassini 2008). Anche quell’Italia sostenne infatti la necessità di separare le responsabilità della nazione da quelle dell’ex-alleato tedesco per evitare una pace punitiva e allo stesso tempo fu solerte, al pari del re e di Badoglio, a scaricare su Mussolini e sui gerarchi il peso di ogni colpa passata, identificata principalmente nell’aver legato in modo inopinato l’Italia al destino del Terzo Reich. La stessa cultura neofascista – escluse le frange più radicali – rivendicò una netta distinzione del fascismo italiano dal nazionalsocialismo tedesco intriso di ideologia neopagana e grondante sangue (cfr. Germinario 1999). Del resto, anche negli anni dell’Asse il fascismo aveva vantato una propria superiorità sul Reich in nome delle radici romane e latine. Non va infine trascurato il fatto che l’immagine del «bravo italiano» fu rafforzata da un altro stereotipo in voga già nell’Italia liberale, vale a dire l’idea di un colonialismo italiano «dal volto umano», connotato come opera di presunta civilizzazione pacifica, ben diverso dal colonialismo di sfruttamento britannico o francese. Anche questo mito dei «bravi colonialisti» italiani fu rilanciato in occasione del trattato di pace allo scopo di mantenere il possesso delle colonie; un obiettivo che non fu raggiunto (cfr. Labanca 2002; Ertola 2022; Deplano e Pes 2024).</p><p rend="text">Molti materiali culturali e molte spinte, anche di diversa provenienza, concorsero dunque all’affermazione della raffigurazione intrecciata del «cattivo tedesco» e del «bravo italiano» la quale – e questo è un altro punto fondamentale – dal piano dell’elaborazione prodotta dalle élites politiche e culturali passò rapidamente a quello della cultura popolare e di massa legata alla letteratura, ai rotocalchi, al cinema e poi alla televisione. Dal romanzo di Elio Vittorini <hi rend="italic">Uomini e no</hi>,<hi rend="italic"> </hi>che denunciava la brutalità germanica contro i partigiani (cfr. Vittorini 1945), ai libri di Mario Rigoni Stern o di Giulio Bedeschi sulle sofferenze dei soldati italiani in Russia (cfr. Rigoni Stern 1953 e Bedeschi 1963), dal film <hi rend="italic">Roma città aperta </hi>di Roberto Rossellini a <hi rend="italic">Mediterraneo</hi> di Gabriele Salvatores che negli anni Novanta ha riproposto l’immagine del «bravo italiano» ad una platea nazionale e internazionale (la pellicola vinse l’oscar come miglior film straniero nel 1991). I soldati italiani di Salvatores, occupanti in un’isola greca, stringono presto amicizia con gli abitanti del posto, bevono ouzo e giocano a carte con gli anziani, ballano il sirtaki, fanno partitelle di pallone con i ragazzini e soprattutto flirtano con le donne (<hi >cfr. Cragin 2013</hi>).</p><p rend="text">L’atteggiamento dell’opinione pubblica internazionale ha rappresentato un altro fattore assai rilevante per la fortuna di una certa raffigurazione dell’italiano in guerra. Nei confronti dell’Italia ha predominato un atteggiamento opposto rispetto a quello manifestato nei confronti della Germania. Verso i tedeschi è stata giustamente esercitata fin dall’immediato dopoguerra una vigilanza attiva circa i pericoli di una rinascita del nazismo e dell’antisemitismo e vi è stata una pressione significativa affinché essi facessero i conti col proprio passato, a cominciare dai numerosi processi per crimini di guerra condotti direttamente dai vincitori. L’Italia invece è stata largamente assecondata nella coltivazione dei suoi miti autoassolutori attraverso una versione estera sottilmente denigratoria dello stereotipo del «bravo italiano», già in circolazione negli anni della guerra. Mi riferisco ad una certa idea buffonesca e canzonatoria del regime fascista ridotto a mero teatro privo di sostanza e ad una idea antropologica degli italiani tutti «maccaroni e mandolino», incapaci di fare la guerra. Ebbene un’immagine non molto diversa è stata riproposta pochi anni fa in un film di produzione hollywoodiana <hi rend="italic">Il mandolino del </hi><hi rend="italic">capitano Corelli</hi>, ambientato a Cefalonia nella Grecia occupata, interpretato da due star come Nicolas Cage e Penelope Cruz. Il film, tratto da un romanzo best-seller dello scrittore inglese Louis De Berniere, accosta la pacifica vitalità italiana alla brutalità tedesca (cfr. Ellena 2006, 204-9). Non è stata questa la memoria dell’italiano dominante in Slovenia, o in Montenegro o nelle zone della Grecia continentale, per non dire delle ex-colonie africane, tutte zone segnate dal ricordo della violenza italiana. Tuttavia la raffigurazione del «bravo italiano» ha predominato nell’opinione pubblica internazionale, avendo larga circolazione anche in Grecia, Jugoslavia e nell’Unione sovietica, terre di occupazione dell’Asse dove più terribile era il ricordo delle carneficine tedesche. Solo in anni più recenti si sono visti alcuni segnali in controtendenza, e questo dopo la nascita in Italia di governi di centro-destra che includevano esponenti provenienti dall’area del neofascismo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_07.html#footnote-000">21</ref></hi></hi>. Molti giornali europei e statunitensi hanno svolto inchieste sulla persistenza in Italia di legami politico-culturali col passato fascista e denunciato i rischi che questo comporta. Emblematico è stato nel 2012 l’allarme lanciato dall’estero attraverso i mass-media dopo la notizia della costruzione ad Affile, un piccolo paesino del Lazio, di un mausoleo dedicato al Maresciallo Rodolfo Graziani, comandante delle forze armate di Salò e spietato criminale di guerra in Etiopia (cfr. Stella 2012).</p><p rend="text">Vorrei adesso richiamare un altro fattore che ha giocato un ruolo fondamentale, stavolta un fattore interno: mi riferisco alla costante vigilanza esercitata dalle istituzioni italiane dal dopoguerra ad oggi per salvaguardare l’immagine del «bravo italiano» (cfr. Focardi 2023, 184-85). Negli anni Cinquanta due intellettuali italiani, Renzo Renzi e Guido Aristarco, furono processati e condannati per vilipendio delle forze armate a causa di un progetto di film, intitolato <hi rend="italic">L</hi><hi rend="italic">’armata s’agapò</hi>, sull’occupazione italiana della Grecia in cui era messa in evidenza l’organizzazione di un sistema di postriboli militari con prostitute greche. Successivamente, quando nel 1989 la BBC inglese mandò in onda il documentario <hi rend="italic">Fascist Legacy</hi> di Ken Kirby sui crimini italiani in Etiopia e nei Balcani, il governo italiano reagì inoltrando immediatamente a Londra una nota diplomatica di protesta. Il documentario è stato poi acquistato dalla Radio televisione italiana (RAI), che ne curò una versione in italiano: versione che però non è stata mai trasmessa per veti politici più volte denunciati. Gli italiani hanno potuto vedere il documentario solo sui canali satellitari come History Channel e su reti minori come La 7 (cfr. Beutler 2004). È emerso inoltre il problema della consultabilità dei documenti sui crimini italiani depositati presso gli archivi militari italiani (cfr. Carioti 2009), tuttora non del tutto risolto. Solo nel 1996 questo sbarramento difensivo istituzionale ha mostrato una crepa, quando il ministero della Difesa e quello degli Esteri, hanno ammesso l’impiego di agenti chimici da parte italiana nella guerra d’Etiopia (cfr. Del Boca 1996). Ulteriori segnali di un’apertura istituzionale si sono registrati più di recente, ad esempio da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che nei confronti di Slovenia e Croazia, da poco entrate nell’Unione europea, ha compiuto una serie di atti di riconciliazione basati sul presupposto del reciproco riconoscimento delle violenze inflitte. Lo stesso ha fatto il presidente Sergio Mattarella in occasione dell’incontro a Trieste con il Presidente sloveno Borut Pahor nel luglio del 2020 (cfr. Focardi 2020a, 233-34; 338). Tuttavia altre circostanze hanno dimostrato la persistente difficoltà delle autorità italiane a riconoscere le colpe dell’Italia fascista e il loro impegno a difendere l’immagine del «bravo italiano». Ci riferiamo ad esempio all’ostruzionismo esercitato da parte del Ministero della Difesa nei confronti dell’ambasciatore italiano ad Atene, Gianpaolo Scarante, che nel 2009 ha deciso di visitare il paese di Domenikon nella ricorrenza dell’anniversario della strage italiana, per esprimere per la prima volta il cordoglio delle autorità italiane (Focardi 2020a, 111).</p><p rend="text">Ormai la storiografia italiana e quella internazionale hanno sfatato il mito del «bravo italiano» portando alla luce i crimini coloniali e quelli commessi durante la Seconda guerra mondiale, il tema dei campi di concentramento italiani, la questione della mancata punizione dei criminali di guerra, le politiche razziste contro slavi, africani ed ebrei. Tuttavia permane la reticenza della memoria istituzionale a fare i conti con le colpe del fascismo e domina tuttora una memoria culturale imperniata sull’esaltazione delle virtù umanitarie degli italiani «salvatori di ebrei» (cfr. Gordon 2013) e sul ricordo delle violenze subite, per mano nazista o jugoslava, ma non sul ricordo delle violenze commesse dagli italiani. Tutti i tentativi di introdurre nel calendario civile date commemorative dedicate alle vittime della violenza italiana sono finora naufragati, tanto quello di dedicare una data alle vittime del colonialismo italiano quanto quello di dedicarne una alle vittime del fascismo (cfr. Focardi 2020a, 111 e 218). Resta dunque molta strada da fare per sviluppare in Italia una memoria non vittimistica e non reticente, una memoria autocritica e responsabile, capace di andare oltre miti fin troppo abusati. </p><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Aga Rossi, E. 2003. <hi rend="italic">Una nazione allo sbando. L’armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze</hi>. Bologna: il Mulino.</p><p rend="bib_indx_bib">Aga Rossi, E., e M. T. Giusti. 2011. <hi rend="italic">Una guerra a parte. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-020-backlink">1</ref></hi>	Il testo qui pubblicato è una versione aggiornata del capitolo intitolato “La memoria della seconda guerra mondiale: I «bravi italiani» e i «cattivi tedeschi»” in Focardi 2020a, 37-58.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-019-backlink">2</ref></hi>	Sulle guerre di Mussolini cfr. Rochat 2005. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-018-backlink">3</ref></hi>	Sull’occupazione italiana della Jugoslavia cfr. Burgwyn 2006; Gobetti 2013. Sull’occupazione italiana della Grecia cfr. Clementi 2013; Santarelli 2002; 2004.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-017-backlink">4</ref></hi>	Sulle occupazioni italiane durante la seconda guerra mondiale cfr. Rodogno 2003; Fonzi 2020.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-016-backlink">5</ref></hi>	Per una attenta ricostruzione della politica di ‘terra bruciata’ attuata dall’esercito italiano in Slovenia cfr. Osti Guerrazzi <hi >2011</hi>. Per il caso del Montenegro cfr. Goddi 2016.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-015-backlink">6</ref></hi>	Cfr. Santarelli 2004, 288; Fonzi 2019, 179-82; Sinapi 2021. Una ricostruzione della strage, che raccoglie la testimonianza dei familiari delle vittime, è al centro del documentario <hi rend="italic">La guerra sporca </hi><hi rend="italic">di Mussolini</hi> prodotto nel 2008 dalla GA&amp;A Productions di Roma e dalla televisione greca Ert, regia di Giovanni Donfrancesco.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-014-backlink">7</ref></hi>	Cfr. innanzitutto Baldoli e Fincardi 2009, 1017-38; Baldoli 2010, 40-6. Ma si veda anche Labanca 2018. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-013-backlink">8</ref></hi>	Cfr. Mercuri 1983; Pizarroso Quintero 1989; Gabrielli 2006, 9-60. Su Radio-Londra cfr. Piccialuti Caprioli 1979; 1980; Lo Biundo 2022. Sulla propaganda radiofonica sovietica, sotto la supervisione del leader del PCI, Palmiro Togliatti cfr. Correnti [Togliatti] 1972; Togliatti 1974.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-012-backlink">9</ref></hi>	È importante ricordare che fin dall’inizio della guerra molti antifascisti italiani in esilio avevano collaborato attivamente alla propaganda in Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione sovietica, non solo come speaker ma anche come autori dei testi.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-011-backlink">10</ref></hi>	Il riferimento è ad un radiomessaggio di Badoglio del 19 settembre 1943, citato in Focardi 2013, 24.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-010-backlink">11</ref></hi>	Secondo la ricostruzione dello storico tedesco Gerhard Schreiber, i militari italiani disarmati dalla Wehrmacht dopo l’8 settembre furono 1.007.000. Circa 200.000 di essi riuscirono a fuggire. Risulta infatti accertato un numero di prigionieri in mano germanica pari a 810.000 (58.000 in Francia, 321.000 in Italia e 430.000 nei Balcani). Una quota di questi, pari a 186.000, optarono per l’arruolamento nelle truppe della RSI e nelle SS italiane o passarono alla Wehrmacht come combattenti o ausiliari. I rimanenti, circa 624 mila, furono inviati nei campi di internamento. Di questi, 6.400 morirono in mare durante il trasporto e circa 40.000 decedettero durante la prigionia per sfinimento, denutrizione e malattie, oppure restando uccisi sotto i bombardamenti alleati o per mano tedesca. Cfr. Schreiber 1992, 454-56. Sul duro trattamento inflitto dai tedeschi agli internati militari italiani cfr. Hammermann 2004.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-009-backlink">12</ref></hi>	Il messaggio era stato inviato il 18 agosto al generale Eisenhower, comandante in capo delle truppe alleate nel Mediterraneo, durante i negoziati segreti con gli emissari italiani in corso a Lisbona in Portogallo. Cfr. Aga Rossi 2003, 95.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-008-backlink">13</ref></hi>	Sul documento, intitolato <hi rend="italic">Relazione sull’opera svolta dal Ministero degli Affari esteri per</hi><hi rend="italic"> la tutela delle comunità ebraiche (1938-1943)</hi>, cfr. Schwarz 2003, 133-39.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-007-backlink">14</ref></hi>	Per un quadro generale sulla vicenda della mancata punizione dei criminali di guerra italiani cfr. Conti 2011; Focardi 2005; 2006; 2024.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-006-backlink">15</ref></hi>	La maggioranza degli italiani iscritti nelle liste della UNWCC, ben 729, erano stati accusati dalla Jugoslavia. Una tabella riepilogativa dei criminali di guerra italiani iscritti nelle liste delle Nazioni Unite in Focardi e Klinkhammer 2001, 526.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-005-backlink">16</ref></hi>	Come emblematico di quest’atteggiamento cfr. Longo 1947. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-004-backlink">17</ref></hi>	Cfr. Pupo e Spazzali 2003; Pirjevec 2009. Più in generale si rimanda a Pupo 2021.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-003-backlink">18</ref></hi>	Dai dati raccolti presso l’Internationales Forschungs- und Dokumentationszentrum Kriegsverbrecherprozesse di Marburg, che mi sono stati gentilmente messi a disposizione da Wolfgang Form, risulta un numero di 96 italiani posti sotto processo e un totale di quattro sentenze capitali comminate, di cui, fra il settembre 1945 e il gennaio 1947, ne risultano eseguite tre, a carico di Nicola Bellomo, Pietro Musetti e Italo Simonetti. Manca ancora uno studio complessivo sulla vicenda dei processi condotti in Italia da corti alleate, britanniche e statunitensi, contro militari italiani accusati di crimini di guerra. Sull’argomento cfr. Conti 2011, 195-240; Focardi 2005, 211-12; Pedaliu 2004.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-002-backlink">19</ref></hi>	Ebbero luogo solo una manciata di processi in Jugoslavia e in Grecia a carico di italiani caduti nelle mani delle autorità locali dopo l’armistizio dell’8 settembre. Si può citare il caso del tenente colonnello Vincenzo Serrentino condannato a morte e fucilato in Jugoslavia nel 1947 e il caso del tenente Giovanni Ravalli, condannato all’ergastolo ad Atene nel 1946 e poi «graziato» nel 1950. Cfr. Conti 2011, 29 e sgg. e 251.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-001-backlink">20</ref></hi>	Cfr. Fulvetti e Pezzino 2016. L’ampia ricerca condotta da più di 130 studiosi, finanziata dal governo tedesco e promossa da Anpi e Insmli, ha censito oltre 5.600 episodi di violenza con 23.669 vittime, di cui le principali categorie sono rappresentate da 12.773 civili (2.814 donne) e 6.881 partigiani inermi (511 donne). Oltre 15.000 risultano le vittime della violenza nazista (15.115), 2.893 le vittime della violenza fascista e 4.672 le vittime di azioni compiute congiuntamente da reparti tedeschi e della RSI. Sulle stragi e le violenze tedesche si veda anche: Schreiber 2000; Klinkhammer 2006; Gentile 2015.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_07.html#footnote-000-backlink">21</ref></hi>	Ci riferiamo ad alcuni interventi apparsi sulla stampa europea e internazionale dopo la nascita del 2001 del secondo governo Berlusconi. Fra i più significativi cfr. Carroll 2001. Cfr. Focardi 2023.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Filippo Focardi, University of Padua, Italy, <ref target="mailto:filippo.focardi@unipd.it">filippo.focardi@unipd.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-4551-6364">0000-0002-4551-6364</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Filippo Focardi, <hi rend="italic">Lo stereotipo del «bravo italiano» e del «cattivo tedesco» come paradigma della memoria italiana del fascismo e della Seconda guerra mondiale,</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.07">10.36253/978-88-99811-32-7.07</ref>, in Alessandro Simoncini (edited by), <hi rend="CharOverride-2">Reinventare l’Italia. La cultura italiana tra Resistenza e Ricostruzione (1943-1948)</hi>, pp. -84, 2026, published by Firenze University Press and Perugia Stranieri University Press, ISBN 978-88-99811-32-7, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7">10.36253/978-88-99811-32-7</ref></p></div></div>
      
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