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        <title type="main" level="a">Pratiche culturali di «nuova Italia» tra guerra e secondo dopoguerra</title>
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            <forename>David</forename>
            <surname>Bidussa</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Reinventare l’Italia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-99811-32-7</idno>) by </resp>
          <name>Alessandro Simoncini</name>
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        <publisher>Firenze University Press, Perugia Stranieri University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.09</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>Between the crisis of fascism and the consolidation of democracy (1943-1948), cultural initiatives, publishing ventures and projects aimed at promoting participation took shape. At that time, four different laboratories characterized the cultural machine aimed at promoting social and cultural modernization: 1) the metamorphosis of the cultural magazine; 2) the construction of documentation centers; 3) the birth of the paperback book; 4) Franco Venturi's historiographical laboratory (both the one relating to the path that begins with the monograph on Russian populism, and the one that opens the discussion on the Enlightenment)</p>
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            <item>Cultural magazines</item>
            <item>Labour History institutions</item>
            <item>Social History</item>
            <item>Subaltern Classes</item>
            <item>Birth and diffusion of the paperback book</item>
            <item>Franco Venturi</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.09<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.09" /></p>
      
      <div><head>Pratiche culturali di «nuova Italia» tra guerra e secondo dopoguerra</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">David Bidussa</p><div><head>1. Premessa</head><p rend="text">Il secondo dopoguerra in Italia è molte cose: progetto culturale, percorsi di partecipazione pubblica, organizzazione di nuove esperienze volte a far crescere la consapevolezza e dunque la responsabilità.</p><p rend="text">Uno degli ambiti in cui si misura questa sfida è l’offerta di contenuti culturali. Insieme è l’avvio di laboratori di ricerca volti al rinnovamento del vocabolario politico pubblico.</p><p rend="text">Tra crollo del fascismo (1943) e consolidamento della democrazia con la prima legislatura (1948-1953) prendono corpo iniziative culturali, imprese editoriali, progetti, cantieri di ricerca che hanno il fine di promuovere partecipazione e modernizzazione distinti dai processi da quelli che caratterizzano il profilo dell’Italia totalitaria del fascismo (cfr. Mangoni 2013a).</p><p rend="text">Condizione che si confronta con un processo che mette al centro le molte domande inquiete cui fanno riferimento diverse esperienze culturali maturate negli anni del regime, sia in chi ha iniziato a misurarsi con scetticismo e riserve sull’esperienza fascista (p.e. Eugenio Montale); in chi ha apertamente e ideologicamente aderito al regime dando poi corso a un lento processo di distacco a partire dalla guerra (per esempio Delio Cantimori) o in chi pone la necessità di fare i conti con ciò che quell’esperienza ha implicato (per esempio Giaime Pintor); sia, infine, in chi nel corso della sua esperienza di esulato ha costruito la sua formazione culturale immettendo temi e sensibilità nuove nella discussione politica e culturale (per esempio Franco Venturi). La domanda che li unifica è data dalla consapevolezza che «ricominciare» deve far rima con «rinnovare».</p><p rend="text">Propongo di analizzare quattro diversi laboratori che hanno segnato la macchina culturale del lungo dopoguerra italiano e che hanno il loro processo di formazione tra guerra e dopoguerra: 1) metamorfosi della rivista di cultura; 2) costruzione dei centri di documentazione; 3) nascita del libro tascabile; 4) il laboratorio di Franco Venturi (sia quello relativo al percorso che ha la sua messa a terra con la monografia sul populismo russo, sia quello che apre il ragionamento sull’illuminismo).</p></div><div><head>2. Metamorfosi della rivista di cultura</head><p rend="text">La lunga storia delle riviste di cultura nella storia del Novecento in Italia esprime una caratteristica essenziale: segnare un ruolo pubblico. Quel ruolo, ha sottolineato Luisa Mangoni, in gran parte si modifica nel passaggio verso l’Italia repubblicana: non più una rivista che si presenta come un <hi rend="italic">sostituto</hi> dell’organizzazione politica, bensì quello delle riviste che intrattengono un rapporto (e il tema è come, rivendicando quale spazio) <hi rend="italic">con</hi> l’area politica di riferimento<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-034">1</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Se noi stiamo al periodo stretto della Ricostruzione (1945-1950) solo <hi rend="italic">Belfagor</hi> (1946-2012) risponde a questa funzione. Il tema non è fare la rivista degli intellettuali, né costruire la rivista di partito, bensì costruire una rivista culturale come esercizio di riflessione pubblica. Per comprenderlo propongo di compararlo con <hi rend="italic">Il Ponte</hi> e con <hi rend="italic">Società</hi> che pure si propongono lo stesso obbiettivo.</p><p rend="text">Il tempo di nascita e di costruzione delle tre riviste è il medesimo (primavera-estate 1945). Li distingue la funzione pubblica che si riconoscono ovvero la «postura dell’intellettuale» che propongono. Per comprendere la differenza è istruttivo valutare gli editoriali che aprono il primo numero di ciascuno dei tre periodici.</p><p rend="text">Scrive Piero Calamandrei nell’editoriale che apre il primo numero de <hi rend="italic">Il Ponte</hi>: Il proposito è</p><quote rend="quotation_b ParaOverride-2">contribuire a ricostruire l’unità morale dopo un periodo di profonda crisi consistente essenzialmente in una crisi di disgregazione delle coscienze, che ha portato a far considerare le attività spirituali invece che come riflesso di un’unica ispirazione morale, come valori isolati e spesso contraddittori, in una scissione sempre più profonda tra l’intelletto e il sentimento, tra il dovere e l’utilità, tra il pensiero e l’azione, tra le parole e i fatti ([P. Calamandrei] 1945, 1).</quote><p rend="text">E poi precisa:</p><quote rend="quotation_b ParaOverride-2">Lungi da noi il proposito di tornare a confondere la morale colla politica, o la morale con l’arte, o la morale colla scienza; ma noi pensiamo che dove manca dal centro la vigile interezza della coscienza, il sapere diventa gretta erudizione, l’arte miserabile gioco oratorio, e la politica stolto brigantaggio, condannato in anticipo, per la sua fondamentale incapacità a valutare le forze morali che a lungo andare sono sempre vittoriose, alla finale catastrofe ([P. Calamandrei] 1945, 2). </quote><p rend="text">Quel tema è esplicitato nell’intervento che Guido Calogero propone nel secondo numero della rivista, dove Calogero mette in relazione storia, politica e morale.</p><quote rend="quotation_b">La storia ci dice quel che gli uomini hanno fatto, e ci fa in qualche misura comprendere quel che essi potranno fare, e quali quindi saranno le concrete nostre possibilità d’azione nei loro riguardi, qualora ci proponiamo di orientare la loro condotta in questo o in quel senso. Ma non ci dice quel che dobbiamo fare, quale dev’essere il nostro proposito di azione e di orientamento. Per saperlo, noi dobbiamo, sì considerare come sono andate le cose e quali sono le probabilità dell’avvenire, ma insieme dobbiamo interrogare la nostra coscienza morale, e attingere ad essa il supremo principio direttivo della condotta<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-033">2</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Il tema è mettere insieme un duplice scopo come sottolinea Alessandro Levi in un intervento dedicato alla lezione politica e morale dell’<hi rend="italic">Unità</hi> di Salvemini (1911-1920): 1) Criticare quelli della propria parte; 2) avere dei principi, non necessariamente un programma<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-032">3</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Se consideriamo <hi rend="italic">Società</hi>, di nuovo l’intento è quello di affrontare realisticamente la realtà ereditata dal fascismo. </p><quote rend="quotation_b">Il destino degli uomini era minacciato ed essi lo hanno ripreso nelle loro mani e si sono incamminati sulla via della salvezza. La parola “pace” sembra insufficiente a indicare quanto ora li attende: non il godimento di un bene acquisito, ma un immenso lavoro, un’operosa costruzione, uno sforzo costante verso un mondo nuovo e migliore (<hi rend="italic">Società </hi>1945, 3).</quote><p rend="text">Così si legge nelle righe di esordio dell’editoriale che apre il primo numero. L’intento è assumere la sfida del presente sulle proprie spalle: «Il fascismo non è un prodotto estraneo alla storia nazionale» (<hi rend="italic">Società </hi>1945, 5). Se stiamo agli attori vivi sul campo, la condizione del dopoguerra è quella di trovarsi tra uomini e donne liberi (stiamo fra i vincitori) mentre come nazione e stato siamo fra i vinti. Da cui la necessità di intraprendere una strada di ricostruzione, sapendo che non c’è un annullamento dei venti anni di fascismo.</p><p rend="text">Tuttavia, fare i conti non vuol dire essere disposti a farli per davvero. Quando Antonio La Penna propone un’indagine proprio sul vissuto fascista precedente delle giovani generazioni che pure in gran parte hanno attraversato l’esperienza resistenziale, ma senza davvero fare i conti con quella loro «autobiografia»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-031">4</ref></hi></hi>, la risposta di fatto sarà fredda e tale da proporre una nuova ripartenza della rivista.</p><p rend="text">Nell’editoriale che apre il primo numero del 1947, dal titolo significativo <hi rend="italic">Nuova serie</hi>, si legge: «Società non può essere una rivista antologica, una raccolta di belle e buone pagine, ma è una rivista di tendenza» (<hi rend="italic">Nuova serie </hi>1947, 3). Al centro degli interessi della rivista sta la storia (per una ricostruzione Mangoni 2013c). Da cui discende che l’obiettivo primario è riprendere e confrontarsi con la tradizione storicistica.</p><quote rend="quotation_b">La polemica con questa cultura non intendiamo svolgerla soprattutto o soltanto su un piano speculativo e metodologico, bensì al contrario, lasciando questo non in disparte, ma piuttosto sullo sfondo: svolgerla invece in quelle zone che essa ha trascurato e necessariamente è portata a trascurare, portandole in primo piano. Peritandole in primo piano con scrupolo filologico e con metodo analitico (<hi rend="italic">Nuova serie </hi>1947, 9. Cfr. anche Zangheri 1951).</quote><p rend="text"><hi rend="italic">Belfagor</hi> non si discosta da alcuni di questi temi, ma presenta la differenza sostanziale di darsi una diversa funzione di rivista. Bisogna tornare agli studi, scrive Luigi Russo nell’editoriale del primo numero della rivista che esce a gennaio 1946 ma che è fatto girare già nel settembre 1945. Perciò, precisa Russo, <hi rend="italic">Belfagor</hi> non è una rivista di politica (Russo 1946b).</p><p rend="text">Tornare a riprendere a studiare, sfuggire al fascino della politica ma senza rinnegarla. Questa è la formula di <hi rend="italic">Belfagor</hi>. Perciò aggiunge:</p><quote rend="quotation_b">la nostra rivista, che vuole accogliere studi e saggi di critica letteraria su scrittori italiani e stranieri, di filologia classica e romanza, di storia, di arti figurative e musicali, sarà anche una rivista di politica, di <hi rend="CharOverride-2">etica della politica</hi>, ci affrettiamo a dire, perché non ne vogliamo legare l’indirizzo al programma di un partito o alla scolastica ruminazione di una particolare dottrina, anche per rispetto delle idee diverse dei nostri collaboratori (Russo 1946b, 4. Il maiuscoletto è nell’originale).</quote><p rend="text">Perché Belfagor? A che cosa allude?</p><quote rend="quotation_b">Allora – aggiunge Russo – ci piaceva, per una certa aria ereticale che esso spirava in mezzo a tanto dilagante conformismo; ma ci piace ancora oggi, perché il conformismo, quasi costituzionale all’anima italiana per atavica educazione che risale per lo meno a una proverbiale e molto proverbiata pedagogia tanto in onore del nostro lontano Seicento, oggi si è travestita, e rinasce sotto nuove forme. Però l’Italia, anche nel campo degli studi, ha sempre bisogni di “eretici”. La malattia del conformismo si è ripercossa, come dicono i medici, ma la tabe, frastornata e non radicalmente guarita, è per ora soltanto appiattata nel nostro organismo; ma c’è, <hi rend="italic">viget</hi>, e dà, di tanto in tanto, i suoi sussulti e produce malessere e capogiri (Russo 1946b, 5. Il corsivo è nel testo).</quote><p rend="text">Il tema non era proporre una linea di interpretazione politica o politico-culturale, ma lavorare per apertura di nuove piste di indagine, di un rinnovamento non solo generico dell’impianto culturale, ma soprattutto delle discipline. La storia, prima di tutto, ma anche una dimensione della religione civica, la laicità da una parte, una rilettura dell’insegnamento della religione che voleva dire tornare a riprendere in mano l’ordinamento scolastico e misurarsi con una scuola nuova che superi l’ordinamento della Riforma Gentile del 1923 (cfr. Piovano 1947; Pepe 1947; Jemolo 1947). Una sollecitazione che riguardava in particolare le sfide aperte da una ripresa degli studi su marxismo e socialismo nella storia italiana che sulle pagine de <hi rend="italic">La Rinascita</hi> propone Aldo Romano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-030">5</ref></hi></hi>, ma che soprattutto risulta figlia delle pagine sintetiche, ma molto profonde e «produttive» che Carlo Morandi propone nel secondo numero di <hi rend="italic">Belfagor</hi> nel marzo 1946 (cfr. Morandi 1946). In quel testo, per molti aspetti germinativo di una stagione di studio che riguarda una generazione, Morandi afferma che ricostruire la storia del socialismo non è scrivere una storia del marxismo o una storia della teoria, bensì una «storia della sua geografia», della sua struttura, delle forme in cui si organizza, dei territori, delle culture, delle sue canzoni. E perciò raccomanda</p><quote rend="quotation_b">maggiore aderenza al concreto vivere del socialismo […]. Non il mito avvenirista in quanto tale sollecita l’interesse storico, bensì il modo in cui è stato sentito e diversamente inteso e sofferto nella quotidiana azione politica di una élite socialista, nella faticosa ascesa sociale e morale del proletariato; non trascurare la “città del sole”, ma soprattutto raccogliere lo sguardo attento sulla “città dell’uomo” (Morandi 1946, 163).</quote><p rend="text">Abbastanza velocemente tra 1947 e 1948, certamente anche in conseguenza dell’esito elettorale, matura la convinzione che occorra costruire cultura, avviare una ricerca in cui la storia sia, più che gesta, <hi rend="italic">pratiche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-029">6</ref></hi></hi>. Per questo il tema è produrre luoghi di accumulazione, conservazione e organizzazione di fonti come «archivi del tempo presente». È il profilo su cui si origina e acquista la sua fisionomia la Biblioteca Giangiacomo Feltrinelli, una biblioteca che non è conseguenza di un patrimonio librario famigliare o privato che si rende pubblico, ma che è il risultato di un progetto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-028">7</ref></hi></hi>.</p></div><div><head>3. Costruzione dei centri di documentazione</head><p rend="text">La Biblioteca G.G. Feltrinelli è fondata, per iniziativa privata, nel 1949. Essa prende le mosse da un interesse specifico per la storia del socialismo e dall’intendimento di raccogliere ogni genere di materiale idoneo a documentarla: volumi, opuscoli periodici, manifesti, fondi archivistici. Si trattava di materiale di non facile reperimento, sia in quanto per lo più occasionato scarsamente e in corrispondenza a situazioni economiche e politiche transitorie, sia perché successivamente andato soggetto a distruzioni e dispersioni. Nello spazio di alcuni anni, tuttavia, il lavoro di raccolta dà luogo a risultati soddisfacenti: della biblioteca che si viene costituendo cominciano ad avvalersi largamente gli studiosi, del cui interesse per i temi della storia del socialismo e del movimento operaio si fanno interpreti e promotori taluni dei più insigni esponenti della cultura accademica, dal Morandi, al Salvemini, al Cantimori (cfr. Cortesi 2014-2015, 434).</p><p rend="text">Quello stimolo, tuttavia, non era il risultato di una felice intuizione. Era l’assunzione di un criterio che riprendeva percorso, criteri e modalità di lavoro in atto in altre realtà europee – segnatamente e soprattutto nell’esperienza dell’Istituto di Storia Sociale di Amsterdam (IISG) (cfr. Hunink 1998). Ma testimoniava anche della percezione soggettiva del tempo storico non solo su ciò che andava salvato, ma anche di ciò che consentiva un rinnovamento: nelle domande, nello sguardo di ricostruzione. Un approccio in cui la storia locale e talvolta la storia di singole esperienze e dell’immaginario, non era interesse sui costumi o passione per il folclore o per le «abitudini», bensì un modo per rinnovare complessivamente lo studio dei comportamenti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-027">8</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Profilo che si fonda su un modello che in Italia ha avuto la sua prima esperienza di innovazione nel corso degli anni Cinquanta nella ricerca documentaria promossa da Franco Della Peruta e Gianni Bosio volta alla costruzione di una bibliografia analitica delle fonti a stampa del movimento operaio in Italia tra Risorgimento e stabilizzazione del regime fascista<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-026">9</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">A lungo quell’esperienza ha costituito un modello di indagine e di ricognizione seriale sulle collezioni periodiche. Il problema, tuttavia, non era solo accumulare fonti, ma anche avere un’idea di territorio all’interno del quale quelle fonti circolavano, chiedendosi non solo cosa fossero ma anche che funzione avevano, che cosa trasmettevano, selezionavano, conservavano. In breve, quale strumento di autoconsapevolezza definivano e generavano <hi rend="italic">nel tempo</hi>.</p><p rend="text">In questo secondo dopoguerra chi si è occupato di movimento operaio in forma innovativa, e con metodologie di ricerca attente al tema delle fonti archivistiche e seriali, ha sempre considerato la storia locale come un elemento imprescindibile. Ma la storia locale chiede che si applichino schemi storiografici interpretativi se non vuol essere storia delle curiosità locali. Una storiografia che proprio la pratica storiografica intorno alle vicende del movimento operaio, del movimento contadino e del sindacato (in breve delle classi subalterne) ha contribuito a ridefinire. Una pratica storiografica, tuttavia, che non è stata costante e che in questo secondo dopoguerra ha risposto a diversi criteri.</p><p rend="text">Negli anni Cinquanta con un’attenzione precipua alle componenti di tipo etnologico, dove il tema dei subalterni era individuare un complesso di valori ‘in sé’ e di definirli in una storia molecolare; negli anni Sessanta il tema si sposta e acquista più rilevanza la dimensione sociologica. Sono gli anni delle inchieste di area dell’attenzione alle ondate migratorie. Poi negli anni Settanta è l’antropologia a prevalere con un taglio in cui la pratica della storia orale e della ricostruzione della microstoria rileggono la storia delle comunità e i loro conflitti interni; negli anni Ottanta è la storia urbana, con l’analisi delle reti, ma anche con i temi legati alla questione della sociabilità a riaprire la questione legandola al rapporto tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro.</p><p rend="text">Relativamente al modello di lettura delle fonti, queste trasformazioni complessivamente individuano più che un modello di ricerca una diversa lettura accumulativa delle fonti. In questo ambito sempre maggior importanza assumono le fonti seriali. All’origine di quella preoccupazione sta una suggestione che nasce da Nello Rosselli, ma che impiega molto tempo a divenire progetto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-025">10</ref></hi></hi>. Riguarda non solo la questione in sé delle fonti, ma di esse come strumento per indagare culture, linguaggi, comportamenti, miti, modalità dell’azione politica. Il periodico locale, il giornale operaio, in una cultura spesso caratterizzata da cultura orale diviene lo strumento per studiare e documentare processi di acculturazione, culture orali, consolidamento e trasformazione di tradizioni.</p><p rend="text">Dunque, raccogliere e organizzare fonti, seriali, e insieme raccogliere il patrimonio librario che a quella pratica di lettura si accompagna, nonché organizzarlo, risponde al principio di consentire ricerca. Non si tratta di costruire luoghi per scrivere la propria biografia, ma inaugurare con metodo critico e storiografico un nuovo modello di indagine sugli attori sociali e politici, le culture che esprimono, le forme della partecipazione che favoriscono. Il principio è che la fonte, la sua trasformazione nel tempo, il linguaggio, il codice culturale su cui quella fonte si definisce sono tutti elementi che fanno parte del luogo di conservazione volto a proporre indagine intorno a quelle fonti, alle agenzie che le producono, alle forme di distribuzione, ai comportamenti degli attori che le vivono come proprie ma anche degli attori sociali e politici che le contrastano e vi si oppongono.</p><p rend="text">Le fonti non sono più solo documenti, <hi rend="italic">sono anche strumenti</hi> per definire non solo la storia delle convinzioni, ma anche gli indizi per comprendere modi di agire, atti, gerghi, percorsi e forme dell’acculturazione e della educazione. Il tema è indagare tanto come gli individui <hi rend="italic">si rappresentano</hi>, quanto ricostruire <hi rend="italic">come agiscono</hi>.</p><p rend="text">Questa dinamica non riguarda solo il laboratorio della Feltrinelli, ma anche l’esperienza con cui don Giuseppe De Luca avvia il laboratorio dell’Archivio per la storia della Pietà. Per comprenderlo oltre alla riflessione metodologica e di Nello Rosselli, è importante prendere in carica alcuni spunti proposti da Lucien Febvre sulla Riforma alla fine degli anni Venti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-024">11</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">In quel testo Febvre suggerisce molte questioni intorno al tema del rapporto tra fonti, forme della partecipazione, costruzione della sensibilità di un gruppo umano che cerca di acquisire un’identità non solo sociale ma anche culturale. Il contesto che Febvre pone è il cuore del Cinquecento; il tema riguarda il linguaggio, i simboli e i sentimenti che accompagnano il processo di formazione della Riforma. Tuttavia, gli elementi relativi al comportamento che individua sono significativi anche nel contesto delle origini e della fisionomia del primo movimento socialista (urbano e contadino) su cui lavora il gruppo di ricerca originario della Biblioteca Feltrinelli.</p><p rend="text">I temi che Febvre propone riguardano: 1) la necessità di comporre molteplici esperienze in dialogo, senza preoccuparsi di scegliere un canone (p. 26); 2) la centralità dei sentimenti per capire i processi (p. 27); 3) la strutturalità della letteratura minuta, piuttosto che della letteratura ‘alta’, per comprendere la costruzione dei linguaggi collettivi di movimenti dal basso (pp. 35-6); 4) la necessità, perché un collettivo di esperienze si riconosca, che si dia un testo di riferimento e che contemporaneamente si definisca un canone culturale (pp. 43-5); 5) la centralità, perché un nuovo attore abbia consapevolezza, che si dia una ritualità in cui il gruppo si riconosca (p. 51); 6) il fatto, infine, che anche coloro che non aderiscono al gruppo o che lo avversano, siano costretti a delineare un nuovo codice, a formulare una nuova ipotesi capace di rispondere in maniera pertinente con quel codice culturale, emozionale, verbale (pp. 67-8).</p><p rend="text">Il che vuol dire che la trasformazione, la nuova identità di un attore, obbliga chi vi si oppone a aggiornare, produrre, e riformulare il palinsesto culturale con cui nel tempo ha costruito la sua identità e su cui ha prodotto o ha consolidato egemonia.</p><p rend="text">Quel testo di Febvre è importante non solo per i temi, ma per la ricezione che ha in Italia. È interessante considerarlo proprio per la questione del rapporto tra ciò che si considera fonte e la definizione di un lessico che non nasce dai grandi testi, ma dalle pratiche devozionali. Alludo al progetto di Archivio italiano per la storia della Pietà a cui don Giuseppe De Luca inizia concretamente a lavorare nella seconda metà degli anni Quaranta e che ha un primo precipitato nel 1951. Iniziativa significativa per il progetto editoriale a cui allude proprio perché non si limita a essere una pubblicazione avendo come obiettivo la costruzione di un polo documentale (Mangoni 1989, 284 e sgg.).</p><p rend="text">Quando nel 1951 don Giuseppe De Luca pubblica il primo volume dedicato all’Archivio italiano per la storia della Pietà, aperto da una lunga introduzione che è un vero saggio di «ego-histoire» (De Luca 1951, XI-LXXVI), ciò su cui lavora non è la teologia bensì il vissuto e l’organizzazione di un sentimento che si presenta come codice culturale di un’esperienza (De Luca 1951, XIV). Sono tutti temi su cui insiste nella sua introduzione generale al primo volume della storia della pietà. Ciò che lo interessa è la storia delle esperienze, la storia della socialità e di luoghi di incontro, per esempio la parrocchia. Soprattutto ciò a cui mira è la valorizzazione di quel tipo di fonti anche come testo letterario. Una proposta che implica l’analisi e la ricostruzione storica delle emozioni e non solo delle convinzioni (De Luca 1954).</p><p rend="text">È importante sottolineare questo laboratorio documentale, pur essendo molto lontano da quello della Feltrinelli, per almeno quattro motivi. Rispettivamente: 1) la preoccupazione di dare forma di percorso documentato alla genealogia di sentimenti non è un percorso esclusivo né di un’area politica né di una disciplina specifica, ma coinvolge tutti quegli organizzatori di cultura dotati di una <hi rend="italic">visione lunga</hi> della storia; 2) il fatto che questo processo vive dello stesso tipo di sollecitazioni. Ovvero creazione di serie, lavoro sulle parole o sui significati, tracciabilità dei percorsi di formazione; 3) l’idea che raccogliere fonti indica e implica dotarsi di un metodo e, dentro a quel metodo, chiedersi: quali fonti raccogliere; perché; che rapporto stabilire tra il lessico di un ‘credo’ e la costruzione nel tempo storico della sua fisionomia; 4) l’analisi delle forme organizzate dell’esperienza per dare immagine e forme di vissuto a quel ‘credo’.</p><p rend="text">Ovvero: l’operazione culturale è omologa a quella rappresentata dalla Biblioteca Giangiacomo Feltrinelli. Il che significa che quel progetto non è conseguenza di un’appartenenza politica, ma dipende dal prendere la misura delle insufficienze, delle aporie, dei non detti e da una idea di cosa sia la cultura e di che cosa sia una ‘fonte’.</p></div><div><head>4. Nascita del tascabile</head><p rend="text">Dunque, se consideriamo tanto le strutture di ricerca quanto i periodici di cultura è indubitabile che il dopoguerra segni uno spartiacque. Questo dato riguarda anche i libri<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-023">12</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Per certi aspetti quel processo è già in corso nei mesi che precedono il crollo del regime e soprattutto il tempo delle ‘tre guerre’ (nazionale, sociale, civile) che connotano il periodo 1943-1945<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-022">13</ref></hi></hi>. Lo è in alcune suggestioni di percorsi editoriali che accompagnano l’attività di Giaime Pintor presso Einaudi, oppure in alcune delle iniziative editoriali minori, per esempio la collana “Città del Sole” che Norberto Bobbio dirige per l’editore Chiantore nel 1945<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-021">14</ref></hi></hi>; o la collana “Orientamenti” promossa dalla Nuova Italia su ispirazione di Piero Calamandrei<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-020">15</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">È bene tenere presente il quadro generale entro cui leggere questo dato: al primo censimento generale sulla popolazione italiana (1951) risulta che il 13 per cento degli italiani non ha capacità di leggere e scrivere e che il 59,2 per cento degli adulti non è in possesso di licenza elementare. Questo dato va letto in relazione non tanto al tipo di libro che si produce, ma a che tipo di iniziativa editoriale si promuove. Se indubbiamente il secondo dopoguerra segna una nuova stagione per il libro, questo aspetto ha poi diverse fisionomie che rispondono non solo a un pubblico, ma anche a una funzione o a un’‘aspettativa’ che definisce il rapporto con la lettura e la configurazione dell’atto di lettura<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-019">16</ref></hi></hi>.</p><p rend="text"> Il tema, dunque, non è una editoria che promuove il libro in relazione al (e con l’obbiettivo primo di produrre un abbassamento del) tasso di analfabetismo, bensì in relazione alla funzione che la lettura promuove nei corpi politici intermedi (partiti, associazioni, sindacati) e di alcune categorie (per esempio insegnanti, quadri intermedi dell’amministrazione).</p><p rend="text">Questo definisce due distinte fisionomie del libro tascabile. Una prima fisonomia è volta a un pubblico che chiede letture di formazione. In gran parte si tratta di letteratura. È, per esempio, il profilo, che definisce una struttura editoriale come la “Biblioteca Universale Rizzoli” (BUR). Un secondo profilo, invece, riguarda l’editoria militante. A differenza del primo profilo, questo tipo di pubblico non ha un rapporto con il libro economico come lettura del classico. Il libro tascabile ed economico per questo secondo tipo di pubblico ha una funzione di aggiornamento e contemporaneamente di formazione politica. Questo secondo tipo di pubblico predilige il romanzo sociale, quando opta per la letteratura, oppure sceglie la memorialistica, oppure si orienta sul libro di attualità.</p><p rend="text">Molto rapidamente sul profilo BUR considerato come esemplare del primo tipo. Il suo obiettivo è offrire a tutti coloro che non avevano mai potuto possedere prima dei volumi, la possibilità di leggere acquistando a prezzi molto bassi i maggiori scrittori delle letterature antiche e classiche.</p><p rend="text">I primi volumi BUR vennero stampati nel gennaio 1949 in formato tascabile (10,5 x 15,7) con una grafica molto sobria ma soprattutto un prezzo molto basso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-018">17</ref></hi></hi>. Un volume da 100 pagine costa 50 lire. Se le pagine si moltiplicano lo fanno anche i prezzi. Gli apparati sono scarni, per non dire nulli; la veste grafica non prevede immagini di copertina.</p><p rend="text">La linea di pubblicazioni della collana è volta a fornire titoli di classica, di tutte le culture, nella convinzione che occorra favorire l’emancipazione individuale e sociale dei lettori e che questa possibilità passi attraverso la conoscenza degli scrittori greci e latini, della letteratura italiana e della grande narrativa straniera del passato.</p><p rend="text">Nella BUR trovano accoglienza i classici greci e latini, i classici italiani e stranieri dal Duecento al Settecento, i classici italiani dell’Ottocento secondo il canone imposto dalla tradizione romantica e da quella idealistica – Alfieri, Foscolo, Manzoni, Leopardi, Nievo, Carducci, per intenderci, ma anche Mazzini, Pellico, Guerrazzi, Cantù, Settembrini. Ci sono poi i più importanti narratori stranieri del Sette e Ottocento, in particolare francesi (in testa Maupassant), russi e inglesi, ma senza dimenticare letterature meno note e gli americani (Poe). Non mancano opere di diritto, storia e filosofia, e opere di cultura e divulgazione storica e scientifica, come <hi rend="italic">La Rivoluzione francese </hi>di Pierre Gaxotte. Nella proposta letteraria prevalgono i romanzi senza esclusione di genere, ma ci sono anche i racconti, la poesia, il teatro (Shakespeare soprattutto), le fiabe (Andersen), i classici per i ragazzi (Collodi). Oltre ai titoli capitali, c’è spazio per una proposta attenta alla narrativa del Novecento: Colette, Katherine Mansfield, George Sand. In generale, emergono i punti fermi del canone civile dell’Italia democratica: <hi rend="italic">Dei delitti e delle pene</hi> di Beccaria; <hi rend="italic">Dei doveri dell’uomo </hi>di Giuseppe Mazzini; <hi rend="italic">Della tirannide </hi>di Alfieri; <hi rend="italic">Osservazioni sulla tortura </hi>di Verri; gli illuministi francesi. Alcuni punti fermi: solo edizioni integrali di opere fuori diritto, traduzioni di qualità quasi sempre appositamente preparate, accompagnate da brevi note introduttive, apparati bibliografici.</p><p rend="text">Interessanti sono due diverse iniziative editoriali che partono entrambe nel 1949, pensate in risposta alla chiusura del ciclo resistenziale: da una parte la “Piccola biblioteca scientifico-letteraria” di Einaudi, dall’altra la “Cooperativa del libro popolare” (COLIP). Entrambe avranno un loro momento di trasformazione a metà degli anni Cinquanta. Qui mi soffermo sull’esperienza della COLIP.</p><p rend="text"> COLIP, iniziativa editoriale afferente al PCI, usa i canali di organizzazione distributiva del partito, usa il sistema delle edicole, soprattutto propone una idea particolare di libro<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-017">18</ref></hi></hi>. Per esempio, non lavora sul testo completo. L’esempio più sintomatico è l’edizione di <hi rend="italic">Le confessioni di un italiano</hi> di Ippolito Nievo (è il volume che apre le pubblicazioni) in cui sono proposti solo i primi 5 capitoli del romanzo. L’obiettivo è descrivere le origini del Risorgimento, un tratto ampiamente illustrato nella introduzione di Giuseppe Ravegnani. Il tema è la campagna, la ribellione giovanile, ovvero la rilettura del Risorgimento come «rivolta»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-016">19</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il profilo dei volumi COLIP tra 1949 e 1954, quando l’esperienza si conclude perché Giangiacomo Feltrinelli rileva la collana e la inserisce nella collezione di tascabili (la “Universale economica”) della casa editrice che sta costruendo – mentre il PCI di fatto ha già costruito ufficialmente una sua casa editrice (che non si comporta più solo come casa editrice per i militanti) – è una via di mezzo tra la collana di formazione dei militanti o del dirigente intermedio e la collana di formazione culturale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-015">20</ref></hi></hi>. Vi si pubblica essenzialmente gli autori di riferimento dell’illuminismo francese (Rousseau, Voltaire) o del pensiero critico del XVII secolo (Spinoza e Pascal)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-014">21</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Tuttavia, sono significativi due titoli che non corrispondono a questo criterio: <hi rend="italic">Americanismo e fordismo</hi> di Antonio Gramsci (ovvero il corpo del Quaderno 22 dei <hi rend="italic">Quaderni del carcere</hi>), pubblicato nel gennaio 1950<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-013">22</ref></hi></hi>, e <hi rend="italic">La falsa donazione di </hi><hi rend="italic">Costantino</hi> di Lorenzo Valla, pubblicato nel 1952 con una introduzione di Gabriele Pepe. Nel primo caso il tema è come si legge il processo di modernizzazione, quali variabili culturali rendono comprensibile il processo di gerarchia dentro la fabbrica, pur in un tempo che vorrebbe presentarsi come modernità, ma che si sta costruendo sull’allargamento della forbice tra centro e periferia, tra ricchezza e miseria, soprattutto nel Mezzogiorno (Platone in Gramsci 1950, 12-5). Nel secondo caso, come scrive Gabriele Pepe nell’introduzione, il tema non è tanto studiare il falso bensì sostenere la fondatezza scientifica dell’anticlericalismo come critica della metamorfosi «pagana» del cristianesimo, ma anche come dissoluzione del potere temporale della Chiesa (Pepe 1952, 14 e 19).</p><p rend="text">In questo caso pur avendo una funzione di libro militante, il profilo del prodotto non è più solo proporre un testo esemplare, bensì inaugurare una pratica in cui la lettura allude a una funzione di creare domande chiedendo di saperne di più. Un’operazione appunto di didattica della lettura, in cui «leggere insegna a leggere». Un percorso che torna negli anni Ottanta, quando sarà proprio Leonardo Sciascia a impegnarsi nel proporre un approccio diverso e rinnovato ai classici o ai libri da non dimenticare (cfr. Nigro 2019).</p></div><div><head>5. Il laboratorio di Franco Venturi</head><p rend="text">Nel 2014 la pubblicazione di due inediti di Franco Venturi del periodo 1939-1942 su socialismo e comunismo, ha obbligato a ripensarne il profilo culturale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-012">23</ref></hi></hi>. Era stato Andrea Graziosi (2004) a delineare complessivamente la parabola del comunismo nella riflessione politica e storiografica di Franco Venturi, individuando tre momenti di un confronto che nei fatti non era venuto mai meno. </p><p rend="text">Il primo momento (quello costituito dal viaggio in Urss alla fine del 1936) rappresenterebbe ancora una fase di appassionamento nei confronti di una realtà di cui Venturi non coglierebbe gli elementi ambigui tra esaltazione della dimensione patriottica e neonazionalismo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-011">24</ref></hi></hi> e in cui ancora rimane non risolto il problema della forma del potere e della sua trasformazione. </p><p rend="text">Il secondo momento è invece costituito dai suoi testi resistenziali e, in particolare dal saggio <hi rend="italic">Socialismo di oggi e di domani</hi> (1943), un testo che secondo Graziosi indicherebbe come Venturi ancora non avesse fatto i conti fino in fondo con l’esperienza sovietica<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-010">25</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">A questo seguirebbe l’esperienza moscovita del 1947-1950 in cui maturerebbe una nuova stagione. A partire da quel momento il problema non sarebbe solo la percezione del rapporto tra nazionalismo e patriottismo, quanto soprattutto il tema del cosmopolitismo come chiave per scrivere una possibile storia dell’Europa. Un’ipotesi che Venturi affronta dettagliatamente nel 1953 intorno a un’idea non nazionalistica del Risorgimento italiano, e nel 1960 in un testo che nei fatti è la prima prova del profilo che poi si esprimerà nel progetto di <hi rend="italic">Settecento riformatore </hi>(i due testi di riferimento sono essenzialmente: Venturi 1954 e 1960).</p><p rend="text">Riparto dalla ‘messa a terra’ nel 1943. Nella prima lettera con cui riprende la riflessione con Venturi nel novembre 1943, Valiani scrive:</p><quote rend="quotation_b">Se potessi moltiplicare il tempo di cui disponi, ti chiederei di scrivere un opuscolo che avesse press’a poco questo titolo <hi rend="italic">Socialismo ieri e oggi</hi>, perché è indispensabile far sapere perché non vogliano ritentare i tentativi del 1919, perché rompiamo col “classismo” pur restando rivoluzionari, che cosa abbiamo imparato (per sommi capi) dalle esperienze della Russia, della Spagna e della Francia 1936. Naturalmente solleverà qualche polemica (anche se evidentemente sarà scritto nel modo più amichevole verso quel che critichiamo), ma è già tempo di affrontare, per questo problema decisivo, qualche polemica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-009">26</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text"><hi rend="italic">Socialismo di oggi e di domani</hi>, risponde a queste attese. Soprattutto ha la funzione di aprire un’agenda di questioni che non sono solo politiche, ma preliminarmente culturali. Al centro sta la preoccupazione e lo stimolo a rifondare, più che a ripensare, una idea e una cultura di sinistra<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-008">27</ref></hi></hi>. Quel laboratorio e il testo del 1943 tuttavia non sono solo una riflessione sugli elementi che denunciavano ciò che era vivo e ciò che era morto di Marx<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-007">28</ref></hi></hi>, ma includono anche l’apertura di un laboratorio politico che riprenda complessivamente il ragionamento su come pensare una filosofia politica dell’emancipazione e quello che Vittorio Foa denomina il «socialismo delle autonomie»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-006">29</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nel testo del 1943 il tema è la crisi del comunismo intorno alla questione dello Stato, dove il problema non è più solo la trasformazione in visione neonazionalista di un lessico politico, ma la fine di un apparato politico e culturale che a questo punto pone il problema della sua connessione con la storia dell’Europa, e dove il problema delle libertà politiche si connette con il superamento dell’idea di classe e la dimensione degli attori della società. Soprattutto il profilo è quello di individuare un vizio di fondo con cui le correnti politiche che si ispirano a Marx (in questo accomunando tanto le socialdemocrazie quanto i partiti comunisti) aderiscono nei fatti (più o meno consapevolmente) alla diagnosi crociana del fascismo come ‘parentesi’. L’insistenza sul fatto che dopo il 25 luglio si sia riaperto quel percorso interrotto nel 1922 alluderebbe nei fatti a quella convinzione, non dichiarata, ma profonda (cfr. Venturi 1943, 221-23).</p><p rend="text">Venturi insiste, insieme, sulla necessità di avviare la sfida di dover ripensare complessivamente un vocabolario politico ma anche una fisionomia del progetto sociale. E parte dal fatto che il comunismo si presenta come estraneo o non consumato in quella sconfitta, così come tutta l’esperienza pianista con cui le socialdemocrazie europee non solo hanno provato a reagire alla crisi economica del 1929 ma hanno ritenuto di poter contrastare lo spostamento dei sentimenti che ha caratterizzato l’entusiasmo e le adesioni delle classi sociali basse ai regimi fascisti, autoritari e collaborazionisti all’interno dell’«Europa nazificata» degli anni della guerra<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-005">30</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Significativa è la conclusione, laddove sottolinea come da ripensare sia l’idea di classe così come impostata nel lessico marxista (Venturi 1996, 253-54).</p><p rend="text">Il che allude a due questioni che segnano la sua fuoriuscita dall’impegno politico diretto e che potremmo riconoscere in quel rovello che ha caratterizzato il laboratorio di molti che non hanno smesso di coniugare ancora «partecipazione» e «progetto», anche in tempi più vicini a noi (penso, per esempio, a Judt 2010 o a Veca 2014).</p><p rend="text">Non si tratta di avere delle ricette. Si tratta di aprire un cantiere, allargare il campo dei temi, innovare e incrementare il lessico politico. La condizione è prendere atto della sconfitta e sancire un divorzio – più che un abbandono – con l’esperienza della militanza politica attiva.</p><p rend="text">Nell’aprile 1946 Franco Venturi abbandona la direzione del quotidiano <hi rend="italic">Giustizia e Libertà</hi>. Negli stessi giorni, per la precisione il 27 marzo 1946, scrive a Giulio Einaudi proponendogli di entrare organicamente nella casa editrice e di occuparsi di storia. Questo perché, scrive, l’esperienza politica di G.L. è alla fine e non vede come prima ipotesi l’università. Ma soprattutto gli propone due libri che per molti aspetti sono il primo cuneo organizzato di molti temi che verranno dopo: da una parte una ricostruzione dei laboratori storiografici che hanno costruito la «rivoluzione francese come oggetto storico»; dall’altro il tema del comunismo illuminista. È interessante riprendere le righe di quella lettera in cui illustra il suo progetto. Scrive Venturi:</p><quote rend="quotation_b">“Comunismo illuminista”. Sarà una storia del sorgere dell’idea “comunista” nel seno dell’illuminismo settecentesco inglese e soprattutto francese. Non sarebbe una serie di ritratti di “utopisti”, ma la storia dei rapporti tra illuminismo e comunismo prerivoluzionario. Naturalmente mi fermerei su Morelly, su Descamps (su cui ho già scritto un libro in francese), su Mably, ecc., ma parlerei anche di molti ignoti, o quasi, in Italia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-004">31</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Quel progetto non illustra solo il senso del laboratorio aperto nel tempo del confino ma, come aveva intuito Giuseppe Berti nel 1947<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-003">32</ref></hi></hi>, riguarda anche una riconsiderazione dell’illuminismo inglese e francese secondo quelle linee di scavo di cui gli scritti in questione sono appunto testimonianza. Gran parte di questo cantiere nel passaggio a Mosca (1947-1950) ha ancora un momento di sviluppo tra 1947 e 1948 e poi subirà un arresto, o comunque un rinvio, concentrandosi sul tema del populismo con le appendici successive alla stesura della monografia nel corso degli anni Cinquanta (a titolo esemplare, cfr. Venturi 1952; 1954; 1959a).</p><p rend="text">E tuttavia quel tema è proprio in connessione con la sensazione di attraversare una condizione molto simile a quella che Franco Fortini condensa nella espressione «dieci inverni»: ovvero di essere una voce eretica e allo stesso tempo di sentirsi fuori contesto.</p><p rend="text">Nelle lettere che invia da Mosca ai suoi interlocutori italiani tra il 1947 e la fine del 1948, il tema di sottofondo è questo. Così è nell’antiamericanismo egemone a Mosca di cui scrive a Vittorio Foa e a Emilio Castellani nell’ottobre 1947; nella riflessione che il 10 novembre 1947 conduce sul marxismo e sulla sua lenta separazione dalla cultura proveniente dall’economia classica, che lo ridurrebbe – scrive a Valiani – a un «empirismo sociologico». Ma cosi è anche – si potrebbe aggiungere – nelle ricerche che sta avviando su Herzen, di cui lamenta a Garosci l’impossibilità di reperire fonti di quello che nei fatti si annuncia come il tema di lavoro che fa da motore a <hi rend="italic">Il Populismo russo</hi>. Il tema come precisa a Garosci non è una censura su Herzen, ma il fatto che cercare edizioni di suoi testi significa «ricorrere ad edizioni commentate da persone che oggi non sono più nominabili ufficialmente [….]. Ti basti dire che la migliore edizione delle memorie di Herzen, con ampi commenti, è stata fatta da Kamenev»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-002">33</ref></hi></hi>. </p></div><div><head>6. Conclusione</head><p rend="text">Così quello che ricompare nel momento in cui la morte di Stalin sembra riproporre la possibilità di un percorso mai intrapreso, in realtà è un profilo già percorso. Al centro sta un tema che improvvisamente torna nell’indagine sugli intellettuali e che ha in Herzen un percorso esemplare: quello dell’esule che prova a ritessere le fila e a costruire una nuova dimensione. In quel profilo stanno molte piste di indagine che insieme a Franco Venturi svolge nello stesso tempo Alessandro Galante Garrone (1954), e a cui si potrebbe aggiungere chi in piena ‘guerra fredda’ sta provando a declinare altre e nuove forme di rifondazione della politica e dunque prova a dare nuovo significato alle parole libertà, eguaglianza, persona, impegno politico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-001">34</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Lì si riapre il laboratorio sul Settecento che include, o sottintende, riaprire un percorso di rifondazione a fronte di una sconfitta avvertita come epocale e, perciò, bisognosa di una rivisitazione culturale profonda e radicale.</p><p rend="text">In anni più vicini a noi è la sensazione che avverte, per esempio, uno storico inquieto come Paolo Spriano tra anni Settanta e anni Ottanta al momento della fine di un ciclo. Fare i conti con un tempo – scrive – «non significa proporre un’interpretazione bensì, principalmente, più che offrire un libro <hi rend="italic">di</hi> storia, un libro <hi rend="italic">per</hi> <hi rend="italic">la storia</hi>»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_09.html#footnote-000">35</ref></hi></hi>. Ovvero mettere a disposizione materiali, percorsi dei sentimenti, delle passioni, delle sconfitte, che consentano di fare i conti non solo con le illusioni, ma con i dubbi, e anche con i ritorni a ciclo concluso sulle questioni non affrontate o accantonate. Ovvero fornire documenti per costruire una nuova storia dell’Italia contemporanea.</p></div><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Battini, M. 2014. “«Entriamo in un’epoca di necessario Illuminismo».” In <hi rend="italic">Comunismo e socialismo. Storia di un’idea</hi>, a cura di M. Albertone, D. Steila, E. Tortarolo, e A. Venturi, 111-32. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-034-backlink">1</ref></hi>	Per una ricostruzione cfr. Mangoni 2013b, 101-46 (in particolare p. 134); Saccone, 1996.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-033-backlink">2</ref></hi>	Calogero 1945a, 97. Sugli stessi temi cfr. Momigliano 1945; Calogero 1945b.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-032-backlink">3</ref></hi>	Levi 1945. Su <hi rend="italic">L’Unità</hi> salveminiana è ancora essenziale l’antologia a cura Golzio e Guerra 1962.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-031-backlink">4</ref></hi>	Cfr. La Penna 1946; 1947. Per certi aspetti il testo di Antonio La Penna è sia una integrazione, sia una replica a Russo 1946a.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-030-backlink">5</ref></hi>	Cfr. Romano 1946, 27 e sgg. In quel testo Romano insiste perché la nuova stagione di ripresa degli studi sul socialismo si concentri sugli studi di storia locale: Polesine, Genova, Brianza, Reggio Emilia, e osserva come manchi in Italia una storia del movimento operaio che si preoccupi della diffusione di uno stile, e di un gergo. Sono i temi a cui sta iniziando a lavorare Gianni Bosio e poi Franco Della Peruta negli anni di formazione della Biblioteca Giangiacomo Feltrinelli.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-029-backlink">6</ref></hi>	Per esempio, è la riflessione che nel 1947 svolgono Delio Cantimori e Giuseppe Berti. Il primo riflettendo su Sismondi (Cantimori 1947), il secondo facendo una nota critica di alcune monografie di Franco Venturi (Berti 1947). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-028-backlink">7</ref></hi>	Lo studio complessivo di quel progetto è stato ricostruito in Berta e Bigatti 2014-2015. Qui riprendo solo alcune considerazioni a margine ai saggi che compongono la prima parte del volume che ha per titolo redazionale “Le strutture” (ivi, pp. 3-118) e il saggio di Zazzara 2014-2015. Fondamentale per comprendere quel progetto è il concetto di «collezione» proposto a fine anni Settanta da Pomian 1978.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-027-backlink">8</ref></hi>	Per esempio, il laboratorio d’indagine inaugurato da Georges Lefebvre nel 1932 sul comportamento delle folle e della costruzione ‘in strada’ dei movimenti. Per una sintesi, cfr. la raccolta dei suoi studi su questo tema dal titolo <hi rend="italic">Folle rivoluzionarie</hi> (Lefebvre 1989). Perché questo tema torni e si affermi sul tavolo degli storici, occorre che si apra tra anni Sessanta e Settanta la stagione di indagini di Edward P. Thompson e di Eric J. Hobsbawm. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-026-backlink">9</ref></hi>	Ho indagato in altra sede tale questione. Cfr. Bidussa 2001.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-025-backlink">10</ref></hi>	Mi riferisco a tre studi minori, ma metodologicamente molto importanti di Nello Rosselli, ovvero: “Studi sul Risorgimento italiano (dal 1912 in poi)”; “Di un sociologo e di una nuova storia del socialismo” (in cui discute criticamente il saggio di R. Michels, Storia critica del movimento socialista italiano); “Alle fonti del giornalismo operaio italiano”. I tre studi sono ricompresi i Rosselli 1946, rispettivamente pp. 303-29, 389-93 e 407-14.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-024-backlink">11</ref></hi>	Febvre 1929, 1-73 (trad. it. di C. Vivanti 1976, 5-70). I numeri in cifra arabica tra parentesi tonda nel testo rinviano, fino a diversa indicazione, alle pagine della traduzione italiana di questo saggio di Febvre.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-023-backlink">12</ref></hi>	Per un inquadramento si veda Piazzoni 2017; 2012, 141 e sgg.; Turi 2018.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-022-backlink">13</ref></hi>	Riprendo il concetto delle «tre guerre» da Pavone 1989, e poi, più estesamente Pavone 1991.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-021-backlink">14</ref></hi>	In quella iniziativa, per esempio, escono: Campanella 1945; Fichte 1945; Cattaneo 1945.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-020-backlink">15</ref></hi>	Tra il 1944 e il 1947 escono tra gli altri: Calogero 1944; J. Dewey 1946; Huizinga 1947. Altri titoli seguiranno fino al 1953 su suggerimento di Lamberto Borghi e soprattutto in funzione della definizione di una pedagogia opposta a quella gentiliana.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-019-backlink">16</ref></hi>	Su questo aspetto in relazione soprattutto alla fruizione del testo letterario il rinvio d’obbligo è a Iser 1987.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-018-backlink">17</ref></hi>	Questa veste editoriale è stata ripresa in tempi più recenti, questa volta con una funzione non più di tascabile di formazione, ma di testo esemplare da ‘non perdere’ che allude tanto a un lettore colto quanto a un lettore in cerca di rarità o di ‘testi smarriti’. Cambia in questo caso il corpo del testo più che la gabbia. Per esempio, è la linea che connota la “I piccoli grandi libri” di Garzanti o la “Biblioteca minima” di Adelphi.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-017-backlink">18</ref></hi>	Per una ricostruzione complessiva si veda Rogante 2021. Si veda anche Betti 1989.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-016-backlink">19</ref></hi>	Il testo non verrà completato. Lo stesso vale per la proposta dell’<hi rend="italic">Orlando Furioso</hi> di Ariosto di cui vengono proposte, a cura di Roberto Battaglia, solo cinque delle dieci novelle inserite nel poema. Per la precisione: <hi rend="italic">Fiammetta o l’infedeltà </hi><hi rend="italic">delle donne</hi> (canto XXVIII, ottave 1-75); <hi rend="italic">Ginevra o molto rumore </hi><hi rend="italic">per nulla</hi> (canto IV, ottave 54-72; canto V e canto VI, ottave 1-16); <hi rend="italic">Il dottor Anselino o l’infedeltà degli </hi><hi rend="italic">uomini</hi> (canto XLIII, ottave 71-145); <hi rend="italic">Drusilla e Marganorre</hi> (canto XXXVII, ottave 35-121); <hi rend="italic">Norandino e l’orco</hi> (canto XVII, ottave 20-69). In altri casi, invece, è proposta un’edizione integrale del testo. Per esempio nel casi de <hi rend="italic">I miserabil</hi>i di Victor Hugo, de <hi rend="italic">La storia della letteratura italiana</hi> di De Sanctis – che verranno proposte ciascuna in una serie di 5 volumi distinti – o de <hi rend="italic">Il Decamerone</hi> di Boccaccio, a cura di Mario Fubini, che verrà pubblicato in 10 volumi distinti, uno per ogni giornata. Ciascuna giornata con un’introduzione di autore diverso. Tra gli altri: Luigi Russo per la quarta; Eugenio Montale per la settima; Carlo Salinari per la decima.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-015-backlink">20</ref></hi>	La quarta di copertina di ciascun volume è fissa e richiama il profilo generale dell’iniziativa editoriale. «Il criterio informatore della “Universale Economica”» – si legge nella seconda parte della scheda editoriale – «è di promuovere e di diffondere una più larga conoscenza della cultura in tutte le sue manifestazioni in mezzo a un pubblico di lettori, i quali, perché lontani dalle città o dai centri di istruzione oppure perché non sono in grado, per ragioni economiche, di farsi una cultura veramente e organicamente moderna, non possono raggiungere facilmente il libro. La “Universale Economica” si rivolge perciò in modo particolare a impiegati, studenti, operai, contadini, artigiani e a tutti coloro che, avidi di conoscenza. sentono il bisogno di letture istruttive e dilettevoli». Il testo riprende il profilo del progetto varato alla costituzione della cooperativa. Cfr. Cooperativa Libro Popolare 1949.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-014-backlink">21</ref></hi>	Inizialmente sono proposte tre serie che si distinguono per il colore: gialla per la letteratura sia straniera che nazionale; rossa, dedicata ai testi di storici e filosofici; azzurra per i testi di carattere scientifico. A partire dal 1951 sono aggiunte la collana verde per le grandi avventure, rivolta al pubblico dell’infanzia, e quella viola per i testi teatrali.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-013-backlink">22</ref></hi>	Gramsci 1950, che riprende quanto già pubblicato in Gramsci 1949, 311-44.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-012-backlink">23</ref></hi>	Venturi 2014. I due testi di Venturi, uno del 1939 (ivi, pp. 21-38) e l’atro del 1941-1942 (ivi pp.41-90), hanno il compito di definire le condizioni in cui si origina e prende forma quello che nel 1946 egli chiama «Comunismo illuminista».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-011-backlink">24</ref></hi>	È l’asse di riflessione su cui invece sarebbe intervenuto con maggior puntigliosità in uno dei suoi testi del periodo moscovita tra la fine del 1948 e l’inizio del 1949. Cfr. il Documento n. 14 e il documento n. 15 – entrambi intitolati redazionalmente “Sul patriottismo sovietico” – riprodotti in A. Venturi 2004, rispettivamente pp. 226-31 e 231-37.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-010-backlink">25</ref></hi>	Ma molte questioni mi sembrano ridiscusse dal contributo di Battini 2014. Il testo di Venturi pubblicato nel 1943 (Aldi [Venturi] [1996]) è ricompreso con lo stesso titolo in Venturi 1996, 221-54.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-009-backlink">26</ref></hi>	Cfr. Leo Valiani a Franco Venturi, 18 novembre 1943, in Valiani e Venturi 1999, 3-4.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-008-backlink">27</ref></hi>	Un profilo che riprende i temi su cui Venturi è venuto interrogandosi tra 1939 e 1942 intorno alla matrice del totalitarismo propria dell’esperienza del comunismo, come appunto sostiene Michele Battini.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-007-backlink">28</ref></hi>	Da questo punto di vista rappresentano uno stacco rispetto alla discussione che aveva attraversato il fuoriuscitismo italiano negli anni della discussione su crisi e umanesimo, di cui una voce essenziale era stato Angelo Tasca. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-006-backlink">29</ref></hi>	L’autonomia, precisa Foa nell’autunno 1946, è una risorsa per sfuggire alla possibile macchina totalitaria rappresentata dai partiti. Riflessione che nella elaborazione politica di Foa si struttura già nel corso del 1944, sia nel quaderno dedicato al tema dei partiti sia nelle considerazioni che Foa propone a commento alle riflessioni di Luigi Einaudi in tema di amministrazione locale (in particolare riflettendo sulla figura della Provincia come ente per le sue competenze e per le sue funzioni). Questi i testi a cui faccio riferimento: Foa 1999; Inverni [Foa] 1999; I[nverni] 2010.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-005-backlink">30</ref></hi>	Venturi 1943, 231 e sgg. Una valutazione che in quel momento è totalmente isolata. Ma molti anni dopo (per la precisione trenta anni dopo) la storiografia converrà sostanzialmente con la sua ipotesi. Il riferimento è alla riflessione sulla Francia di Vichy avviata con la pubblicazione di Paxton <hi >1972.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-004-backlink">31</ref></hi>	Cfr. Franco Venturi a Giulio Einaudi, 27 marzo 1946, Archivio di Stato di Torino, Archivio Einaudi Editore, Segreteria Editoriale, Serie Corrispondenza con autori e collaboratori italiani (1931-1996), cart. 215; fasc. 3041: F. Venturi, c. 32. Per una ricostruzione della vicenda cfr. Mangoni 1999, 311-13.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-003-backlink">32</ref></hi>	Il riferimento è alla lunga recensione che Berti (1947) propone delle monografie di Venturi pubblicate tra 1939 e 1947 dedicate a Diderot, Don Deschamps, Vasco e <hi >l’</hi><hi rend="italic">Encyclopédie</hi><hi >. A quel</hi> testo di Berti Venturi rispose in privato con una lunga lettera ora riprodotta da Silvia Berti (2006, 180 e sgg.) in appendice al suo “Repubblicanesimo e illuminismo radicale nella storiografia di Franco Venturi”.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-002-backlink">33</ref></hi>	Le lettere a Foa, a Catellani e Garosci sono ricomprese in Varengo 2004, rispettivamente pp. 78-81; 73-7 e 81-4. Una nuova edizione delle opere di Herzen inizierà ad uscire dal 1954. Una analisi critica della nuova edizione sarà al centro di uno studio di Franco Venturi dedicato a Herzen. Cfr. Venturi 1959b. La lettera a Valiani in data 10 novembre 1947 è in Valiani e Venturi 1999, 26-32. L’osservazione sulla riduzione del marxismo a «empirismo sociologico» è a p. 29.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-001-backlink">34</ref></hi>	Il riferimento, nel panorama italiano è soprattutto all’avvio del mensile <hi rend="italic">Tempo presente</hi> (1956-1968). Nel mondo anglosassone è alla riflessone di Isaiah Berlin. Nel mondo francofono è al percorso di riflessione che Albert Camus matura all’indomani della sua uscita dalla direzione di <hi rend="italic">Combat</hi> alla fine del 1946 e che negli anni Cinquanta si incentra sulla questione del confronto con i temi e con le agende delle esperienze politiche dell’anticolonialismo. Ma – si potrebbe aggiungere – il riferimento è anche al laboratorio che a partire dall’inizio di quel decennio caratterizza la riflessione di Claude Lévi-Strauss. Nella storia italiana della prima metà del Novecento quel passaggio di «ritorno all’Illuminismo» era stato proposto significativamente da Piero Gobetti nel dicembre 1924 come editoriale di apertura del primo numero de Il <hi rend="italic">Baretti</hi>. Cfr. G.[obetti] 1924, 1.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_09.html#footnote-000-backlink">35</ref></hi>	Cfr. Paolo Spriano a Norberto Bobbio, 11 giugno 1986, in Spriano<hi rend="italic"> </hi>2025, 410. Il corsivo è nell’originale e riprende un passaggio dell’introduzione di Spriano 1986, 7. </p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >David Bidussa, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli , Italy, <ref target="mailto:david.bidussa@gmail.com">david.bidussa@gmail.com</ref>, <ref target="https://orcid.org/0009-0008-8534-6962">0009-0008-8534-6962</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >David Bidussa, <hi rend="italic">Pratiche culturali di «nuova Italia» tra guerra e secondo dopoguerra,</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.09">10.36253/978-88-99811-32-7.09</ref>, in Alessandro Simoncini (edited by), <hi rend="CharOverride-3">Reinventare l’Italia. La cultura italiana tra Resistenza e Ricostruzione (1943-1948)</hi>, pp. -120, 2026, published by Firenze University Press and Perugia Stranieri University Press, ISBN 978-88-99811-32-7, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7">10.36253/978-88-99811-32-7</ref></p></div></div>
      
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