<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?>
<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
  <teiHeader>
    <fileDesc>
      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">Una ricostruzione à la Sebald: tra paralisi razionale-emotiva dei cittadini e «protezione» delle élites</title>
        <author>
          <persName n="1">
            <forename>Carlo</forename>
            <surname>Olmo</surname>
            <placeName type="affiliation">Polytechnic University of Turin, Italy</placeName>
          </persName>
        </author>
        <respStmt>
          <resp>This is a section of <title>Reinventare l’Italia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-99811-32-7</idno>) by </resp>
          <name>Alessandro Simoncini</name>
        </respStmt>
      </titleStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>Firenze University Press, Perugia Stranieri University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.10</idno>
        <availability>
          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
          </licence>
          <licence source="metadata" target="https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/legalcode">
            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
          </licence>
        </availability>
      </publicationStmt>
      <sourceDesc>
        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
      </sourceDesc>
    </fileDesc>
    <encodingDesc>
      <appInfo>
        <application version="2.2" ident="Booksflow">
          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
        </application>
      </appInfo>
    </encodingDesc>
    <profileDesc>
      <abstract xml:lang="en">
        <p>The essay offers a reflection on the roots and the progression of 'urbicide'. There are two fundamental case studies. The first concerns the role of Albert Speer in the construction of a dystopian urban imaginary. The analysis focuses on the Hitlerian baumeister's 1941 text Neue Deutsche Baukunst, to be understood as an 'abuse of history'. The second case study relates to the Balkan wars, in which sophisticated forms of social, religious, and anthropological coexistence were destroyed along with the cities. The analysis confirms Sebald's thesis on the paralysis generated over time by such destruction, while also highlighting how the elites who initiated the reconstruction have remained in power. The essay concludes with a concise analysis of the Reconstruction in Italy</p>
      </abstract>
      <textClass>
        <keywords>
          <list>
            <item>Urbicide</item>
            <item>Albert Speer</item>
            <item>Balkan Wars</item>
            <item>Winfried Georg Sebald</item>
            <item>Reconstruction</item>
          </list>
        </keywords>
      </textClass>
    </profileDesc>
  </teiHeader>
  <text>
    <body>
      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.10<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.10" /></p>
      
      <div><head>Una ricostruzione <hi rend="italic">à la</hi> Sebald: tra paralisi razionale-emotiva dei cittadini e «protezione» delle élites</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Carlo Olmo</p><p rend="text_top">1. So che il taglio che darò alla mia <hi rend="italic">lecture</hi> è scomodo, ma credo anche che sia oggi essenziale. Nasce da una piccola serie di scritti che mi sono stati richiesti (per <hi rend="italic">Planum</hi>, per la <hi rend="italic">Rivista di Architettura</hi><hi rend="italic"> e Urbanistica</hi> e per altre testate: Olmo 2022a; 2022b). Tutti questi scritti ruotavano attorno a un tema, riesploso durante le guerre balcaniche, e oggi drammaticamente tornato al centro dell’attenzione: democrazia e urbicidio.</p><p rend="text">Senza riprendere quei testi, vorrei provare a procedere oltre. Cosa hanno prodotto i bombardamenti a tappeto o le distruzioni di quartieri di grandi città? È inutile che ricordi casi sin troppo noti: Dresda, Varsavia, Milano, Torino, Aleppo, Baghdad. Uno storico tedesco pubblica nel 1997 (la traduzione italiana è del 1999 per i tipi di Adelphi) un testo essenziale per il ragionamento che vorrei portare avanti. Wienfried Sebald tiene in quell’anno una serie di lezioni che confluiranno nel libro <hi rend="italic">Storia naturale della distruzione</hi> (Sebald 1999).<hi rend="italic"> </hi>Le sue tesi di fondo sono davvero ancora oggi urticanti: quelle distruzioni hanno prodotto una paralisi della capacità razionale ed emotiva di quanti si sono trovati coinvolti, e sono anche servite «alla protezione» delle élites che si sono salvate. Da quel testo sono nati studi che, incrociando fonti non sempre comuni per gli storici – come gli archivi dei vigili del fuoco (Bassignana 2008) –, hanno fatto dei bombardamenti e delle conseguenze che essi hanno avuto (non solo in termini di morti o di edifici distrutti) il loro <hi rend="italic">topos</hi>.</p><p rend="text">Città e Stati si sono così trovati ad affrontare ricostruzioni in cui la matrice – quella fisica e architettonica (e Varsavia ne è l’esempio più significativo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-005">1</ref></hi></hi>) – seguiva una vecchia tradizione del restauro (il « dove era e come era»), mentre le estetiche professionali (e le ideologie politico-culturali) erano fondate sul rispecchiamento (siamo negli anni in cui matura l’estetica di György Lukacs, per cui cfr. Liuzzi 1971; De Nobile 2016) e portate avanti da élites professionali: élites che non erano altre da quelle che negli anni trenta avevano affiancato i regimi, quello fascista come quello nazista, nel governo di quegli Stati. </p><p rend="text">E l’intreccio tra «dove era e come era» e il rispecchiamento – non ho lo spazio per approfondire – fu la più convincente ideologia per «proteggere» élites che vorrei chiamare «della continuità». A tal proposito vorrei proporvi due casi studio, diversi ma credo molto interessanti: il primo è quello di Albert Speer, mentre il secondo è la situazione italiana della ricostruzione dopo l’amnistia del 1946. Sono casi che ci aiutano a spiegare sia le diverse forme che assumono la paralisi della capacità razionale ed emotiva dei cittadini, sia la «protezione» degli apparati (pubblici e privati) che governeranno la ricostruzione, sia le ragioni della protezione di quegli apparati ed élites. Ne indicano anche alcune ambiguità e forse, ma questa è un’ipotesi ancora da verificare interamente, mutano la narrazione delle <hi rend="italic">policies</hi>, istituzionali e locali, che hanno segnato il dopoguerra.</p><p rend="text_top">2. Di Albert Speer oggi si scrive anche troppo <hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-004">2</ref></hi></hi> e io non voglio toccare il processo di Norimberga o peggio la sua autobiografia (o, per meglio dire, il suo autentico uso politico dell’autobiografia), per raccontare una storia altra (<hi >Speer e Wolters </hi><hi >1941</hi>). Mi interessa sottoporvi, anche da storico dell’architettura e della città, un testo che Speer scrive con Rudolf Wolters nel 1941, <hi rend="italic">Neue Deutsche Baukunst </hi>(<hi >Speer e Wolters 1943</hi>). L’architettura non può, a differenza persino della propria biografia, essere manipolata; è una fonte (e un fatto) che fissa i valori che quel contesto esprime e, nel caso di Speer, contemporaneamente esprime colui che aveva dato della propaganda l’interpretazione forse più raffinata (<hi >Tooze 2007</hi>). </p><p rend="text"><hi rend="italic">Neue </hi><hi rend="italic">Baukunst o Architektur </hi>era una ricorrenza per l’intero movimento funzionalista sin dal 1919, da quando Charles Edouard Jeanneret trattava della nuova architettura nel primo articolo che scrive con Amedée Ozenfant su <hi rend="italic">L’Esprit Nouveau</hi> (1/1920)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-003">3</ref></hi></hi>. Ma «nuovo» è uno degli aggettivi in cui più si verifica la distanza tra <hi rend="italic">les</hi> <hi rend="italic">mots et les choses</hi>. Basti pensare che nello stesso anno Antonio Gramsci fonda «L’Ordine Nuovo», mentre in Francia più avanti <hi rend="italic">L’Ordre Nouveau</hi> sarà la versione edulcorata delle nascenti tesi naziste<hi rend="italic">.</hi> Ma il caso di Speer è davvero singolare. Accanto a <hi rend="italic">Neue Baukunst</hi> Speer ad esempio, volendo sempre restare all’architettura, è il progettista del padiglione tedesco all’Expo di Parigi del 1937: padiglione che fronteggiava quello russo, opera di Boris Iofan. Si tratta di un fronteggiarsi su cui si costruì l’ideologia della contrapposizione dei due più importanti sistemi totalitari del Novecento (<hi >Udovici-Selb 2012</hi>). È un’immagine che venne sfruttata in quasi tutte le storie dell’architettura del Novecento. Ma Speer fu anche l’unico progettista del secolo breve nominato architetto dello Stato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-002">4</ref></hi></hi>. Questo, ben lungi dal fornirci un’antologia unica (perché autografa) del <hi rend="italic">Baumeister</hi> di Hitler, ci conduce su un piano estremamente delicato: quello del rapporto tra politica e forma, che mai come nell’immediato secondo dopoguerra è centrale. È inutile che ricordi anche solo le polemiche che animano le pagine del <hi rend="italic">Nuovo Politecnico</hi> o la traduzione nel 1949 del testo di Zdanov che in Italia prenderà il titolo <hi rend="italic">Politica e ideologia</hi> (Zdanov 1949).</p><p rend="text">Le architetture «nuove» per Speer sono una versione monumentale semplificata di un Classicismo, mai realmente esistito, che tuttavia sta spopolando in quegli anni non solo nella Germania nazista, ma anche nell’Italia fascista, nella Russia staliniana, nel New Deal roosweltiano: un meraviglioso esempio di invenzione della tradizione! E non a caso è a New York che, nel 1944, i più culturalmente e ideologicamente diversi intellettuali si ritrovano a porre il problema di un <hi rend="italic">New monumentalism</hi> in un convegno il cui editor è Paul Zucker. Ovviamente lo fanno da opposti punti di vista: per esemplificare, quelli di Ferdinand Léger e Walter Gropius (Beccaria 2020).<hi rend="italic"> </hi>Cosa c’è in comune tra Albert Speer e gli interpreti più radicali di un modernismo anticlassicista, tra una lettura ‘autoritaria’ di un classicismo senza tempo e senza spazio e quello che si rivelerà il terrore della cultura artistica e architettonica modernista, il <hi rend="italic">Verlust der </hi><hi rend="italic">Mitte </hi>(<hi >Sedlmayr 1948, e Aurenhammer 2002</hi>), per usare il titolo del libro di un grande storico dell’arte reazionario – Hans Sedlmayr, allievo di Julius von Schlosser – che uscirà nel 1948? E come questo ritrovarsi intorno a possibili origini comuni aiuta a spiegare la paralisi razionale ed emotiva dei cittadini delle città bombardate e rase al suolo e, al contempo, la protezione delle élites? </p><p rend="text">Vorrei proporvi una lettura, che è difficile ancora oggi da accettare, e suggerire un paradosso: questo forse è l’esempio più drammatico dell’uso politico non solo della storia ma anche dei suoi immaginari e delle sue parole-chiave lungo il Novecento. </p><p rend="text">Un classicismo distopico, paradossalmente fuori scala, impropriamente allusivo, viene usato per dar valore indifferentemente a una piazza, alla facciata di un edificio pubblico, a uno stadio, a un <hi rend="italic">civic center</hi>. È il linguaggio, e soprattutto la sua ripetizione, a fare del classicismo lo strumento di politiche propagandistiche come di una genealogia diversamente declinata e utilizzata per legittimare l’astrazione modernista o per negarla, rincorrendo il valore del simbolo, che si può manipolare più facilmente. Chi voglia entrare davvero nell’immaginario delle scenografie effimere o permanenti del regime nazista, ma anche dell’avvio delle ricostruzioni in Europa e del <hi rend="italic">Fair Deal</hi> trumaniano, non ha fonte migliore di <hi rend="italic">Neue Deutsche Baukunst</hi>. </p><p rend="text">Il problema per noi, storici e cittadini è quale sia il filo rosso che lega l’esigenza di una nuova monumentalità in regimi autoritari e democratici e come funga da legittimazione dell’apatia o della protezione; e come, negli stessi anni, possa venir invocata come linguaggio di una possibile <hi rend="italic">Architektur </hi><hi rend="italic">und die neue Monumentalität </hi>dal testo che uscirà con il titolo<hi rend="italic"> Architektur und Gemeinschaft </hi>scritto<hi rend="italic"> </hi>dal segretario dei CIAM (dei Congressi Internazionali dell’architettura moderna)<hi rend="italic"> </hi>Siegfried Giedion (<hi >1955</hi>).<hi rend="italic"> </hi>La monumentalità è conservatrice di assetti politici e istituzionali proprio perché continua la lettura che della modernità dà Albert Speer. E non c’è da stupirsi che all’inizio del XXI secolo si inizi nuovamente a parlare di <hi rend="italic">New Realism</hi> (<hi >Wimmer 2004</hi>). A dimostrazione che quell’uso politico della storia si fondava su un realismo cinico che saccheggiava colonne, capitelli, pronai, agorà e, insieme, proponeva questi come archetipi senza tempo (e ovviamente, senza rapporto con i luoghi). </p><p rend="text_top">3. Può apparire in realtà quasi cinico anche solo tentare di ragionare sulla paralisi razionale ed emotiva dei cittadini di città distrutte dai bombardamenti e per di più farlo legandolo alla democrazia. Ma la distruzione dell’architettura, con le sue inevitabili vie di fuga, in questo è una fonte quasi inesauribile. Si potrebbe partire da esempi di come questa nasca dal valore simbolico della distruzione di un ponte (ad esempio a Mostar), o di un mercato coperto (come ad Aleppo) o di come per sopravvivere la cittadinanza abbia dovuto riscoprire forme di comunicazione sotterranea (come il tunnel di Sarajevo durante l’assedio serbo). Ma forse sull’abuso del simbolo e soprattutto di un luogo simbolico, l’esempio più eclatante è la spianata delle moschee (Riccardi 2005), sulla quale si giocano due parole cardine della paralisi della democrazia oggi: identità e appropriazione, in questo caso religiosa, culturale e politica. </p><p rend="text">E non solo perché è il trionfo della logica schmittiana dell’amico/nemico<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-001">5</ref></hi></hi>: una logica che funziona solo se si accompagna all’uso e all’abuso dell’appropriazione e della trasformazione di un simbolo identitario, di un luogo, ribaltando drammaticamente il pensiero di Arjun Appadurai e di Angelo Torre (2011). La prima ragione della paralisi di cui stiamo parlando è infatti la perdita del valore di località dei luoghi che i bombardamenti determinano. La seconda ragione è che le continue guerre dai Balcani ad oggi ci impongono obbligatoriamente di tornare, dopo decenni di narcotizzazione globalista, su un termine quasi rimosso: conflitto. Tornare a dover riflettere sul conflitto ha riproposto un’esperienza che quei cittadini hanno vissuto, uno choc conoscitivo, come scriverebbe Jerome Bruner (1990), avendo noi perso per strada negli anni ogni capacità di riflessione sul conflitto. Avendo dimenticato, ad esempio, che Robert Castel vedeva nel conflitto la miglior cura per la democrazia; e che per David Harvey (2008) nel conflitto esistevano valori non negoziabili, la cura, il simbolo, le regole. La prima cosa che colpisce nelle città in guerra negli ultimi decenni è infatti la quasi assenza di una riflessione sull’urbicidio, non solo fisico, che si sta allargando da Sarajevo ad Aleppo, da Bagdad a Mariupol. La paralisi oggi tocca quasi tutte le culture contemporanee, ed anche questo non è un dato analizzato. La cronaca, una cronaca sanguinaria e voyerista, ha preso il posto del ragionamento su cosa i bombardamenti e le distruzioni conseguenti producono non solo sui beni, ma sui cittadini; e su come un lutto del tutto rimosso produrrà conflitti, ancora una volta sull’appropriazione anche di un passato di morte.</p><p rend="text">Certo, perché la città weberiana o simmeliana non esiste più. E non abbiamo neanche i nomi per la produzione di località che i paradossi, che noi neanche cogliamo, generano. Il primo è il riproporsi del dualismo centro periferie. Il <hi rend="italic">core</hi> delle città è tornato ad essere il simbolo della contesa e della guerra per isolati, quella che per altro hanno vissuto Norimberga, Colonia, Berlino durante la Seconda guerra mondiale. Le periferie sono invece la località dell’uccisione indiscriminata dei civili come strumento di pressione sulle opinioni pubbliche, con la drammatica riproposizione di uno zoning sociale che pareva dimenticato. Non solo. La città in guerra può dimostrare, come testimonia il caso di Aleppo, che la guerra non rispetta neanche la storia e la cultura della città e il suo patetico riconoscimento come patrimonio mondiale dell’umanità; e che il bombardamento alleato di Lipsia alla fine della Seconda guerra mondiale non è stato né un caso né un errore, ma è una permanenza nella cultura contemporanea (Barattin 2004). Non solo. Può dimostrare anche che, quando la guerra finisce, la ricostruzione che si propone, il restauro che si pratica, è il «dove era e come era»: non solo perché a porlo in essere sono le stesse élites che hanno ‘collaborato’ con i regimi totalitari, ma perché si cerca in ogni modo un recupero dell’identità, generando l’esempio più diffuso di invenzione della tradizione.</p><p rend="text">La vulnerabilità dei civili, come dei sistemi complessi di cui le città sono sovraccaricate, in guerra viene sostituita da categorie che appartengono alle città del Settecento: l’invisibilità, lo sfruttamento di ogni rifugio esistente e improprio, la riscoperta della funzione del labirinto come difesa che le bidonvilles offrono, la ruralizzazione dello spazio di isolati bombardati che consente la sopravvivenza: come a Vukovar.</p><p rend="text">La paralisi razionale ed emotiva di quelle popolazioni nasce dalla morte rituale della città come scrive Bogdanovic (1993), che anticipa già in <hi rend="italic">Grad kenotaf</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi>[<hi rend="italic">Town cenotaph</hi>] il tema dell’urbicidio. Le città in guerra lasciano come eredità drammatiche dei laboratori di forme di sopravvivenza che si ritenevano ormai esistere solo nelle favelas di Rio o di Città del Messico; e sedimentano un immaginario che si fonda su un’alterità che può essere solo nemica. È il piano, che oggi non voglio toccare, del conflitto sugli immaginari e sulle narrazioni che si esaspera, a partire dalla guerra ‘permanente’ tra palestinesi e israeliani. Non esiste solidarietà, se non tra le microcomunità che si formano tra i cittadini colpiti dai bombardamenti: e forse la regressione a una solidarietà così ancestrale dovrebbe far riflettere anche chi studia i dopoguerra e ne esalta forza istituzionale, come capacità di ricostruzione.</p><p rend="text">Stupirsi della paralisi razionale ed emotiva che, ad esempio, accompagna il secondo dopoguerra tedesco è, oggi soprattutto, ipocrita. I tedeschi erano i primi attori di una guerra che finisce con loro come vittime che non possono neanche ribellarsi al nemico. Diversa è la semi-apatia ad esempio degli abitanti della zona sud di Torino dopo i bombardamenti che hanno colpito la fabbrica nata per la guerra, Mirafiori, ma anche di quelli che abitavano attorno al Lingotto o nella zona Nord della città. Quartieri che per tornare a funzionare impiegheranno quasi due anni, sospesi tra chi la fabbrica la occupava (e chi aveva salvato i macchinari non solo le mura, il cui comandante era Giulio Gino), Valletta che aspettava di poter tornare a costruire la città fabbrica – immaginata a partire dagli anni Trenta (Olmo 1997) – e una città il cui status è restituito dalle mappe dei vigili del fuoco e degli incendi seguiti ai bombardamenti. Quella che emerge è una fotografia sin troppo tragica e che spiega, come pochi altri documenti, come prende forma la paralisi razionale ed emotiva dei cittadini che quell’esperienza avevano vissuto (Bassignana 2008). Ma quella tragica fotografia spiega anche come la protezione delle élites amministrative, industriali, persino dei servizi di sicurezza, non si risolve con l’amnistia del 1946 o con la nascente guerra fredda e il ruolo indubbio che i servizi segreti americani hanno svolto. Basta analizzare gli organigrammi di enti, amministrazioni, imprese, per capire che, al di là della legittima storia politica in quegli anni, concentrata sulle vicende della Costituente (Ridola 1998), la Ricostruzione si realizza attraverso «la protezione» di quanti si erano salvati, in questo caso, da epurazioni non ideologiche ma rivolte a chi aveva partecipato a un diverso progetto istituzionale: quello fascista.</p><p rend="text_top">4. Ci sono processi, anche molto studiati, che vorrei qui riproporre come altri esempi di una possibile, nuova storia «<hi rend="italic">à la</hi> Sebald» della ricostruzione. Sono la stesura del <hi rend="italic">Manuale dell’architetto</hi> o, su tutt’altro piano, le complesse vicende e le figure che portano all’attuazione del piano Ina-Casa e ai più di 20.000 alloggi realizzati tra il 1949 e il 1963. Autentiche lezioni per storici politici e per storici dell’architettura come forma e linguaggio, e come avvertenza a non seguire stereotipi.</p><p rend="text">La stesura del manuale dell’architetto e la sua fortuna critica sono elementi essenziali per approfondire la transizione tra guerra e democrazia. Il Manuale dell’architetto viene pubblicato nel 1946 con la promozione dell’appena nato Consiglio Nazionale delle Ricerche e promosso dall’Ufficio Informazioni degli Stati Uniti in Italia nel 1946. Il curatore è Mario Ridolfi, ma in realtà è un’opera molto più collettiva che inizia in piena Seconda guerra mondiale, nel 1942 e, come modello studiato e discusso, già negli anni Trenta<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_10.html#footnote-000">6</ref></hi></hi>. Ma non voglio entrare in una vicenda su cui ho già scritto dal 1971 e su cui tanti altri hanno scritto. Qui mi interessa un intreccio, tutt’altro che ancora sciolto, tra Manuale, fondazione del CNR, stesura della legge che prenderà il nome di Piano Fanfani casa, Usis, Movimento di Comunità e scelta di una forma di industrializzazione che ottimizzasse, senza mutare quasi nulla, l’industria delle costruzioni. </p><p rend="text">La continuità o, se si vuole usare le parole di Sebald, la «protezione» delle élites esistenti, trovano – in una <hi rend="italic">mise en intrigue</hi> degna del Philip Marlowe di <hi rend="italic">The </hi><hi rend="italic">Long Good-Bye</hi> (Chandler 1953) – un intreccio tra concezione del mestiere, forme di produzione, rapporto tra rendita e profitto, politiche pubbliche e forme che il welfare prenderà in Italia, quasi troppo emblematiche. Strutturare apparati destinati ad esempio, scrivendo il Manuale dell’architetto, a dare non solo le regole ma i modi, le tecniche e i modelli di costruzione – ricorrendo a personaggi tutti interni agli apparati o alle scuole precedenti alla guerra –, significa non solo fare dell’industria delle costruzioni il <hi rend="italic">filtering</hi> sociale ed economico della Ricostruzione, ma affidare queste politiche – fatte rare eccezioni – alle figure che si vogliono salvaguardare. Il Manuale è una produzione di modelli. In un paese ancora artigianale, riattiva quella che chiameranno l’unificazione edilizia; segna il prevalere della norma e della sua osservazione come unico comportamento non solo dell’amministrazione pubblica ma anche delle imprese e degli architetti: peraltro nell’unica stagione di reali investimenti dello Stato sulla casa (Ferracuti e Marcelloni 1982, cap.1 e 2). Il Manuale prepara un’amministrazione senza capacità di «progetto», garante solamente dell’osservazione delle norme edilizie, urbanistiche, sociali. È una scelta conforme al conservatorismo effettuale che tutta la Ricostruzione seguirà (Olmo 1993).</p><p rend="text">Il caso della legge Fanfani è ancora più emblematico. Lo è nella costruzione, nella scelta dei personaggi che ne scriveranno le regole, come del comitato nazionale chiamato a controllare la messa in pratica di investimenti, che resteranno i maggiori che l’Italia mai farà in edilizia pubblica. Rimando volentieri a quanto ho scritto più volte su questi argomenti e a quanto hanno scritto Paola di Biagi (2010), Paolo Nicoloso (2008; 2011), Emilio Gentile (2010) ed altri. Ma quello che mi preme sottolineare è la distanza tra la scrittura della carta costituzionale e la riorganizzazione della pubblica amministrazione, alle diverse scale e funzioni. Ma non solo. Arnaldo Foschini con Enrico Del Debbio e Vittorio Ballio Morpurgo progetta il Ministero degli Affari Esteri (già palazzo del Littorio); Armando Brasini eleva fino alla cupola la basilica del Cuore Immacolato di Maria (1951-52) e costruisce il ponte Flaminio (già Littorio), realizzando la sua idea del 1916 come un ingresso monumentale per i pellegrini provenienti da nord. Ancora, Marcello Piacentini costruisce i propilei degli edifici Fiat alla testata di via Bissolati (1947-48), compiendo un episodio urbano al quale aveva cominciato a lavorare fin dalla giovinezza con le proposte di sistemazione del fianco di palazzo Barberini verso il Tritone. Le chiese di S. Eugenio di Enrico Galeazzi e Mario Redini (1943-50) e di SS. Giovanni e Paolo all’Eur di Foschini (1937-50) paiono modelli didattici nella loro ricerca compositiva, condotta all’interno dell’architettura, rispettivamente del secondo e del primo Cinquecento, ma il loro peso professionale è molto forte e le didattiche di Foschini (presidente dell’accademia di San Luca e preside della Facoltà di Architettura), o di Piero Portaluppi a Milano, non lasciano spazio alle sperimentazioni libere degli allievi. Così l’Eur viene costruita (e il nome è già qualcosa su cui meditare nel 1951: la E42) secondo un planivolumetrico di Giorgio Calza Bini che segue il progetto di Piacentini del 1937. Sotto il coordinamento di Virgilio Testa, presidente dell’ente, entro il 1955-56 sono terminati: il palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi di Libera; gli edifici INA e INPS e la piazza a esedre di Giovanni Muzio con Mario Pediconi e Giulio Pediconi; l’edificio delle Forze Armate di Mario De Renzi e Gino Pollini, assegnato poi all’Archivio Centrale dello Stato; il museo della Romanità di Pietro Aschieri e collaboratori. Forse un esempio così eclatante – e per questo da studiare – di ciò che Sebald chiama protezione delle élites è difficile trovarlo.</p><p rend="text">Eppure alla Costituente non esiste un passaggio che colga cosa si stia riconfermando nel ‘ventre molle’ dello Stato italiano, sin dai dibatti che precedono la stesura della carta, nelle commissioni che ne elaborano il testo come nelle azioni, normative ed esecutive, che segnano gli anni della Ricostruzione, sino come si è visto alle pratiche costruttive. Con una provocazione si potrebbe dire che il distacco del paese reale dal paese immaginato (soprattutto, per quel che qui ci riguarda, dall’articolo 9 della Costituzione) inizi dagli stessi anni della Ricostruzione. Seguendo il pensiero di Bourdieu, a verificare un’affermazione così provocatoria basterebbe lo studio del rapporto tra campo e azioni: ci aiuterebbe molto a capire cosa avviene nell’Italia del dopo 1946 e del dopo amnistia. </p><p rend="text">Per concludere, aggiungerei solo un’osservazione. Se si studiano davvero quegli anni con tutti gli intrecci che implicano, ci si accorge di quanto prevalse una logica da tattica politica nelle azioni e una mancanza di visioni strategiche a quasi tutti i livelli, mentre chi scriveva la Costituzione viaggiava in direzione opposta. Si salvano personaggi come l’ing. Filiberto Guala. Forse non è un caso che dopo “Italia 61” (l’Expo che si svolse a Torino per celebrare il centenario dell’Unità d’Italia) sia diventato un frate trappista e che ancora oggi venga studiato per singole cariche da lui ricoperte non per la sua parabola, davvero capace di articolare ancor di più le tesi che qui ho potuto solo accennare. Cito Guala perché durante la Ricostruzione ricoperse ruoli come pochi altri personaggi, passando dalla scrittura-gestione di una legge, alla partecipazione e alla fondazione della Rai, all’invenzione della stessa “Italia 61”.</p><p rend="text">La distanza tra paese reale e paese legiferante si trasformerà nella stessa applicazione della Costituzione, in una distanza tra chi individua nella produzione di leggi e normative (a tuti i livelli) il ruolo della politica e un paese reale in cui le regole informali normavano davvero le azioni e le pratiche quotidiane. E di questo l’architettura e la ricostruzione, soprattutto di luoghi monumentali, ci offrono un buon cumulo di indizi: per rubare le parole con cui Maigret si avvia a concludere le sue indagini. </p><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Amado, A. et alii. 2022. “Speer: drawing the future of the past.” In <hi rend="italic">Architectural graphics: volume 2 - Graphics </hi><hi rend="italic">for knowledge and production</hi> 22: 255-65.</p><p rend="bib_indx_bib">Aurenhammer, H. H. 2002. “Hans Sedlmayr und die Kunstgeschichte an der Universität Wien 1938-1945.” In <hi rend="italic">Kunstgeschichte an den Universitäten im Nationalsozialismus. Kunst und Politik. Jahrbuch </hi><hi rend="italic">der Guernica-Gesellschaft</hi>, Band 5, hrsg. von J. Held, und M. Papenbrock, 161-94. Vandenhoeck &amp; Ruprecht: Göttingen.</p><p rend="bib_indx_bib">Barattin, L. 2004. “La pratica dell’urbicidio e il caso di Vukovar.” <hi rend="italic">Acta Historiae</hi> 1: 331 sgg.</p><p rend="bib_indx_bib">Bassignana, L. 2008. <hi rend="italic">Torino sotto le bombe</hi>. Torino: Ed. del Capricorno.</p><p rend="bib_indx_bib">Beccaria, G. L. 2020. <hi rend="italic">Per una nuova monumentalità (1937-1956)</hi>. Milano: FrancoAngeli.</p><p rend="bib_indx_bib">Bogdanovic, B. 1993. <hi rend="italic">Grad Kenotaf</hi>. Zagreb: Durieux.</p><p rend="bib_indx_bib">Bruner, J. 1990. <hi rend="italic">Acts of </hi><hi rend="italic">Meaning</hi>. Cambridge &amp; London: Harvard University Press (trad. it. <hi rend="italic">La</hi><hi rend="italic"> ricerca del significato: per una psicologia culturale</hi>. Torino: Bollati Boringhieri, 1992).</p><p rend="bib_indx_bib">Cellini, F., e C. D’Amato. 2005. <hi rend="italic">Le </hi><hi rend="italic">architetture di Ridolfi e Frankl. Opere e progetti</hi>. Milano: Electa Mondadori.</p><p rend="bib_indx_bib">Chandler, R. 1953. <hi rend="italic">The Long Good-bye</hi>. London: Hamish Hamilton.</p><p rend="bib_indx_bib">De Biagi, P. 2010. <hi rend="italic">La grande ricostruzione. Il Piano Ina-Case e </hi><hi rend="italic">l’Italia degli anni Cinquanta</hi>. Roma: Donzelli.</p><p rend="bib_indx_bib">De Nobile, S. 2016. “Il nume nel tempio: Lukacs e <hi rend="italic">Il Contemporaneo</hi> (1954-1958).” <hi rend="italic">Esperienze</hi><hi rend="italic"> letterarie</hi> 3: 87-106.</p><p rend="bib_indx_bib">Ferracuti, G., e M. Marcelloni. 1982. <hi rend="italic">La casa</hi><hi rend="italic"> tra mercato e programmazione</hi>. Torino: Einaudi.</p><p rend="bib_indx_bib">Gabetti, R., e C. Olmo. 1975. <hi rend="italic">Le Corbusier e «l’esprit nouveau»</hi>. Torino: Einaudi.</p><p rend="bib_indx_bib">Gentile, E. 2010. <hi rend="italic">Il </hi><hi rend="italic">fascismo di pietra</hi>. Roma-Bari: Laterza.</p><p rend="bib_indx_bib">Giedion, S. 1955. <hi rend="italic">Architektur und Gemeinschaft</hi>. Hamburg: Rororo.</p><p rend="bib_indx_bib">Harvey, D. 2008. “The right of the city.” <hi rend="italic">New Left Review</hi> 53: 23-40.</p><p rend="bib_indx_bib">Hitler, A. 2023. “The Buildings of the Third Reich.” (1937). <hi rend="italic">Art in Translation</hi> 1: 63-7.</p><p rend="bib_indx_bib">Liuzzi, F. 1971. “Lukacs in Italia.” <hi rend="italic">Il Contemporaneo-Rinascita</hi>, 30 luglio, 1971.</p><p rend="bib_indx_bib">Mukerjee, G. 2023. <hi rend="italic">Le vrai Albert Speer va-t-il se lever? Les nombreux visages</hi><hi rend="italic"> de l’architecte d’Hitler</hi>. Babelcube Inc.</p><p rend="bib_indx_bib">Nicoloso, P. 2008. <hi rend="italic">Fascismo di pietra</hi>. Torino: Einaudi.</p><p rend="bib_indx_bib">Nicoloso, P. 2011. <hi rend="italic">Mussolini architetto</hi>. Torino: Einaudi.</p><p rend="bib_indx_bib">Olmo, C. 1993. “Temi e realtà della ricostruzione.” In <hi rend="italic">La ricostruzione in Europa nel secondo dopoguerra</hi>. <hi rend="italic">Rassegna</hi> 54: 6-19.</p><p rend="bib_indx_bib">Olmo, C. 2022a. “Le città in guerra ovvero la città senza urbanità.” <hi rend="italic">Planum</hi> 5: 6 sgg.</p><p rend="bib_indx_bib">Olmo, C. 2022b. “Democrazia e urbicidio.” <hi rend="italic">Rassegna di architettura e urbanistica</hi> 167: 8-16.</p><p rend="bib_indx_bib">Olmo, C., a cura di. 1997. <hi rend="italic">Mirafiori (1936-1952)</hi>. Torino: Allemandi.</p><p rend="bib_indx_bib">Palmieri, V. 1997. “Mario Ridolfi. Manuale sugli infissi in legno, 1935/1940.” <hi rend="italic">Area</hi> 31: 68-73.</p><p rend="bib_indx_bib">Riccardi, F. 2005. “Il conflitto, lo spazio, il «Ramadan» a Gerusalemme est.” <hi rend="italic">Religioni e Società</hi> 52: 46-56.</p><p rend="bib_indx_bib">Ridola, P. 1998. “L’esperienza costituente come problema storiografico. Bilancio di un cinquantennio.” <hi rend="italic">Quaderni Costituzionali</hi> 2: 241-70.</p><p rend="bib_indx_bib">Schmitt, C. 1972. “Il concetto di «politico».” In <hi rend="italic">Le categorie del «politico». Saggi di teoria politica</hi>, a cura di G. Miglio, e P. Schiera, 101-65. Bologna: Il Mulino.</p><p rend="bib_indx_bib">Sebald, W. 1999. <hi rend="italic">Storia naturale della distruzione</hi>. Milano: Adelphi.</p><p rend="bib_indx_bib">Sedlmayr, H. 1948. <hi rend="italic">Verlust der Mitte. Die bildende Kunst des 19.</hi><hi rend="italic"> und 20. Jahrhunderts als Symbol der Zeit</hi>. Salzburg-Wien: Otto Müller-Verlag (trad. it. <hi rend="italic">La perdita del centro</hi>. Torino: Borla, 1967).</p><p rend="bib_indx_bib">Speer, A. e R. Wolters. 1941. <hi rend="italic">Neue Deutsche Baukunst</hi>. Berlin: Volk und Reich.</p><p rend="bib_indx_bib">Speer, A. e R. Wolters. 1943<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi>. <hi rend="italic">Neue Deutsche Baukunst</hi>. Berlin: Volk und Reich.</p><p rend="bib_indx_bib">Tooze, A. 2007. <hi rend="italic">The</hi><hi rend="italic"> Wages of Destruction. The Making and Breaking of the Nazi</hi><hi rend="italic"> Economy</hi>. London: Penguin.</p><p rend="bib_indx_bib">Torre, A. 2011. <hi rend="italic">Luoghi. La produzione di </hi><hi rend="italic">località in età moderna e contemporanea</hi>. Roma: Donzelli.</p><p rend="bib_indx_bib">Udovici-Selb, D. 2012. “Facing Hitler’s Pavilion: The Uses of Modernity in the Soviet Pavilion at the 1937 Paris International Exhibition.” <hi rend="italic">Journal of</hi><hi rend="italic"> Contemporary History</hi> 1: 13-47.</p><p rend="bib_indx_bib">Wimmer, A. 2004. “Toward a new realism.” In <hi rend="italic">Facing ethnic conflicts: Toward a new realism</hi>, edited by A. Wimmer et alii, 333-59. Lanham: Rowman and Littlefield.</p><p rend="bib_indx_bib">Zdanov, A. A. 1949. <hi rend="italic">Politica e ideologia</hi>. Roma: Rinascita.</p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-005-backlink">1</ref></hi>	Tra le curiosità del «dove era e come era» vi è l’uso delle vedute del Bellotto per ricostruire come era Varsavia, ricavate dai dipinti conservati al Muzeum Narodowe <hi rend="CharOverride-2">di Varsavia.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-004-backlink">2</ref></hi>	<hi >Cfr. </hi>Mukerjee<hi > 2023; Hitler 2023; Amado et al. 2022.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-003-backlink">3</ref></hi>	Nel gennaio del 1921 esce <hi rend="italic">L’Esprit Nouveau: revue internationale d</hi><hi rend="italic">’esthétique</hi>. Il primo articolo, firmato da Amédée Ozenfant e Charles-Édouard Jeanneret, si intitola “L’Esprit Nouveau”<hi rend="italic"> </hi>e contiene i principi che la rivista seguirà. Sul punto cfr. Gabetti e Olmo 1975.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-002-backlink">4</ref></hi>	Viene nominato Primo architetto del Reich nel 1933, e nel 1937 Ispettore Generale per la Costruzione della capitale del Reich. Nel 1938 stila un <hi rend="italic">Germania Project</hi> che è ancora poco studiato.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-001-backlink">5</ref></hi>	Schmitt 1972. Si tratta di un testo, pubblicato in una prima versione nel 1927, modificato con significative varianti lessicali e concettuali nel 1932 (questa seconda edizione è diventata anche la base del seminario del 1956).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_10.html#footnote-000-backlink">6</ref></hi>	Prima del <hi rend="italic">Manuale dell’architetto</hi>, Ridolfi pubblica un <hi rend="italic">Manuale sugli infissi in legno</hi> (cfr. <hi rend="CharOverride-2">Palmieri 1997),</hi><hi rend="CharOverride-2"> ma il suo riferimento è Volfango Frankl con cui costruiscono</hi><hi rend="CharOverride-2"> uno studio (Ridolfi-Frankl-Malagricci) di cui esiste un fondo preso l</hi><hi rend="CharOverride-2">’Accademia di San Luca a Roma. Cfr.</hi> Cellini e D’Amato 2005.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Carlo Olmo, Polytechnic University of Turin, Italy, <ref target="mailto:carlo.olmo@polito.it">carlo.olmo@polito.it</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Carlo Olmo, <hi rend="italic">Una ricostruzione à la Sebald: tra paralisi razionale-emotiva dei cittadini e «protezione» delle élites,</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7.10">10.36253/978-88-99811-32-7.10</ref>, in Alessandro Simoncini (edited by), <hi rend="CharOverride-3">Reinventare l’Italia. La cultura italiana tra Resistenza e Ricostruzione (1943-1948)</hi>, pp. -130, 2026, published by Firenze University Press and Perugia Stranieri University Press, ISBN 978-88-99811-32-7, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-99811-32-7">10.36253/978-88-99811-32-7</ref></p></div></div>
      
      <div>
        <listBibl>
          <head>References</head>
          <bibl n="225199">Amado, A. et alii. 2022. “Speer: drawing the future of the past.” In Architectural graphics: volume 2 - Graphics for knowledge and production 22: 255-65.</bibl>
          <bibl n="225200">Aurenhammer, H. H. 2002. “Hans Sedlmayr und die Kunstgeschichte an der Universit&amp;#228;t Wien 1938-1945.” In Kunstgeschichte an den Universit&amp;#228;ten im Nationalsozialismus. Kunst und Politik. Jahrbuch der Guernica-Gesellschaft, Band 5, hrsg. von J. Held, und M. Papenbrock, 161-94. Vandenhoeck &amp;amp; Ruprecht: G&amp;#246;ttingen.</bibl>
          <bibl n="225201">Barattin, L. 2004. “La pratica dell’urbicidio e il caso di Vukovar.” Acta Historiae 1: 331 sgg.</bibl>
          <bibl n="225202">Bassignana, L. 2008. Torino sotto le bombe. Torino: Ed. del Capricorno.</bibl>
          <bibl n="225203">Beccaria, G. L. 2020. Per una nuova monumentalit&amp;#224; (1937-1956). Milano: FrancoAngeli.</bibl>
          <bibl n="225204">Bogdanovic, B. 1993. Grad Kenotaf. Zagreb: Durieux.</bibl>
          <bibl n="225205">Bruner, J. 1990. Acts of Meaning. Cambridge &amp;amp; London: Harvard University Press (trad. it. La ricerca del significato: per una psicologia culturale. Torino: Bollati Boringhieri, 1992).</bibl>
          <bibl n="225206">Cellini, F., e C. D’Amato. 2005. Le architetture di Ridolfi e Frankl. Opere e progetti. Milano: Electa Mondadori.</bibl>
          <bibl n="225207">Chandler, R. 1953. The Long Good-bye. London: Hamish Hamilton.</bibl>
          <bibl n="225208">De Biagi, P. 2010. La grande ricostruzione. Il Piano Ina-Case e l’Italia degli anni Cinquanta. Roma: Donzelli.</bibl>
          <bibl n="225209">De Nobile, S. 2016. “Il nume nel tempio: Lukacs e Il Contemporaneo (1954-1958).” Esperienze letterarie 3: 87-106.</bibl>
          <bibl n="225210">Ferracuti, G., e M. Marcelloni. 1982. La casa tra mercato e programmazione. Torino: Einaudi.</bibl>
          <bibl n="225211">Gabetti, R., e C. Olmo. 1975. Le Corbusier e &amp;#171;l’esprit nouveau&amp;#187;. Torino: Einaudi.</bibl>
          <bibl n="225212">Gentile, E. 2010. Il fascismo di pietra. Roma-Bari: Laterza.</bibl>
          <bibl n="225213">Giedion, S. 1955. Architektur und Gemeinschaft. Hamburg: Rororo.</bibl>
          <bibl n="225214">Harvey, D. 2008. “The right of the city.” New Left Review 53: 23-40.</bibl>
          <bibl n="225215">Hitler, A. 2023. “The Buildings of the Third Reich.” (1937). Art in Translation 1: 63-7.</bibl>
          <bibl n="225216">Liuzzi, F. 1971. “Lukacs in Italia.” Il Contemporaneo-Rinascita, 30 luglio, 1971.</bibl>
          <bibl n="225217">Mukerjee, G. 2023. Le vrai Albert Speer va-t-il se lever? Les nombreux visages de l’architecte d’Hitler. Babelcube Inc.</bibl>
          <bibl n="225218">Nicoloso, P. 2008. Fascismo di pietra. Torino: Einaudi.</bibl>
          <bibl n="225219">Nicoloso, P. 2011. Mussolini architetto. Torino: Einaudi.</bibl>
          <bibl n="225220">Olmo, C. 1993. “Temi e realt&amp;#224; della ricostruzione.” In La ricostruzione in Europa nel secondo dopoguerra. Rassegna 54: 6-19.</bibl>
          <bibl n="225221">Olmo, C. 2022a. “Le citt&amp;#224; in guerra ovvero la citt&amp;#224; senza urbanit&amp;#224;.” Planum 5: 6 sgg.</bibl>
          <bibl n="225222">Olmo, C. 2022b. “Democrazia e urbicidio.” Rassegna di architettura e urbanistica 167: 8-16.</bibl>
          <bibl n="225223">Olmo, C., a cura di. 1997. Mirafiori (1936-1952). Torino: Allemandi.</bibl>
          <bibl n="225224">Palmieri, V. 1997. “Mario Ridolfi. Manuale sugli infissi in legno, 1935/1940.” Area 31: 68-73.</bibl>
          <bibl n="225225">Riccardi, F. 2005. “Il conflitto, lo spazio, il &amp;#171;Ramadan&amp;#187; a Gerusalemme est.” Religioni e Societ&amp;#224; 52: 46-56.</bibl>
          <bibl n="225226">Ridola, P. 1998. “L’esperienza costituente come problema storiografico. Bilancio di un cinquantennio.” Quaderni Costituzionali 2: 241-70.</bibl>
          <bibl n="225227">Schmitt, C. 1972. “Il concetto di &amp;#171;politico&amp;#187;.” In Le categorie del &amp;#171;politico&amp;#187;. Saggi di teoria politica, a cura di G. Miglio, e P. Schiera, 101-65. Bologna: Il Mulino.</bibl>
          <bibl n="225228">Sebald, W. 1999. Storia naturale della distruzione. Milano: Adelphi.</bibl>
          <bibl n="225229">Sedlmayr, H. 1948. Verlust der Mitte. Die bildende Kunst des 19. und 20. Jahrhunderts als Symbol der Zeit. Salzburg-Wien: Otto M&amp;#252;ller-Verlag (trad. it. La perdita del centro. Torino: Borla, 1967).</bibl>
          <bibl n="225230">Speer, A. e R. Wolters. 1941. Neue Deutsche Baukunst. Berlin: Volk und Reich.</bibl>
          <bibl n="225231">Speer, A. e R. Wolters. 19432. Neue Deutsche Baukunst. Berlin: Volk und Reich.</bibl>
          <bibl n="225232">Tooze, A. 2007. The Wages of Destruction. The Making and Breaking of the Nazi Economy. London: Penguin.</bibl>
          <bibl n="225233">Torre, A. 2011. Luoghi. La produzione di localit&amp;#224; in et&amp;#224; moderna e contemporanea. Roma: Donzelli.</bibl>
          <bibl n="225234">Udovici-Selb, D. 2012. “Facing Hitler’s Pavilion: The Uses of Modernity in the Soviet Pavilion at the 1937 Paris International Exhibition.” Journal of Contemporary History 1: 13-47.</bibl>
          <bibl n="225235">Wimmer, A. 2004. “Toward a new realism.” In Facing ethnic conflicts: Toward a new realism, edited by A. Wimmer et alii, 333-59. Lanham: Rowman and Littlefield.</bibl>
          <bibl n="225236">Zdanov, A. A. 1949. Politica e ideologia. Roma: Rinascita.</bibl>
        </listBibl>
      </div>
    </body>
  </text>
</TEI>