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      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">«e non par esso poi sì ’l muta tutto». Su alcune riscritture tre-quattrocentesche dei sonetti di Cecco Angiolieri</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-9453-3574" type="ORCID">
            <forename>Fabio</forename>
            <surname>Jermini</surname>
            <placeName type="affiliation">Indipendent Scholar, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Forme e modelli del contatto tra linguistica, letteratura e filologia</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/978-88-98338-01-6</idno>) by </resp>
          <name>Niccolò Amelii, Silvia Cabriolu, Valentina Del Vecchio, Mara Marsella, Simone Pettine, Domenico Tenerelli</name>
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        <publisher>Firenze University Press, UdA University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/978-88-98338-01-6.11</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The article investigates selected cases of rewriting in the fourteenth and fifteenth-century manuscript tradition of Cecco Angiolieri’s sonnets. Rather than preserving a stable textual form, the tradition reveals a high degree of variability, with interventions ranging from minor linguistic changes to substantial alterations of meaning.</p>
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            <item>Cecco Angiolieri</item>
            <item>manuscript tradition</item>
            <item>textual rewriting</item>
            <item>medieval Italian literature</item>
            <item>philology</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/978-88-98338-01-6.11<ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-98338-01-6.11" /></p>
      
      
      <div><head>«e non par esso poi sì ’l muta tutto». Su alcune riscritture tre-quattrocentesche dei sonetti <lb/>di Cecco Angiolieri<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-023">1</ref></hi></hi></head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Fabio Jermini</p><p rend="text_NOindent">1. La ricezione della poesia di Cecco Angiolieri è caratterizzata da frequenti rimaneggiamenti, riscritture e imitazioni, sin dalla prima diffusione entro la cerchia dei poeti senesi, come testimonia il sonetto di Meo dei Tolomei che riprende alla lettera i primi due versi di <hi rend="italic">I’ son sì magro</hi><hi rend="italic"> che quasi traluco</hi><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-022">2</ref></hi></hi>, fino almeno al Quattrocento, quando la circolazione dei testi angioliereschi è quasi totalmente adespota<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-021">3</ref></hi></hi>. Il presente contributo si propone di esaminare alcuni casi significativi di riscrittura dei sonetti dell’Angiolieri attestati nella tradizione manoscritta tre-quattrocentesca. L’analisi si concentra su tre testi esemplari, scelti non per una continuità tematica o cronologica, ma per la varietà delle operazioni di intervento che testimoniano. Ciò che lega le letture qui proposte è l’interesse per i modi in cui la ricezione ha reinterpretato, e talvolta snaturato, la voce di Cecco, adattandola a contesti poetici e culturali differenti rispetto a quelli d’origine. La tradizione delle rime dell’Angiolieri è a dir poco frammentaria e dispersa: il <hi rend="italic">corpus </hi>è composto da centoventitré sonetti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-020">4</ref></hi></hi>, di cui settantatré in attestazione unica, cinquantatré attribuiti in base alle rubriche, cinquantatré attribuibili per elementi interni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-019">5</ref></hi></hi> e diciassette dubbi. Il testimoniale è composto da trentacinque manoscritti, più della metà portatori di un solo sonetto (di solito adespoto e talvolta in attestazione unica). I codici più importanti sono tre, il Chigiano L.VIII.305 della Biblioteca Apostolica Vaticana [C<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi>], il lat. e.III.23 della Real Biblioteca del Monasterio de San Lorenzo de El Escorial [E] e il Barberiniano lat. 3953 della Biblioteca Apostolica Vaticana [B<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi>]. C<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi>, di origine fiorentina, è notoriamente il manoscritto più importante per il canone dello Stilnovo e contiene una sezione compatta di sonetti comici senesi, tra cui novantadue dell’Angiolieri, tutti adespoti; in E i suoi ventiquattro sonetti sono compatti nelle carte che chiudono la sezione di rime di Dante, Cavalcanti e Cino da Pistoia; i venticinque di B<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi> sono inframmezzati ai sonetti di Dante, Cavalcanti e Cino e precedono direttamente la sezione finale del codice, che contiene il canzoniere del suo compilatore e possessore, il poeta trevisano Nicolò de’ Rossi. Quello di Cecco Angiolieri è il caso del maggior poeta senese la cui fortuna non è senese, ma ‘veneta’. Nessuno dei principali manoscritti due-trecenteschi che ne trasmette i testi è di origine senese (più tardi, nel Cinquecento, ce ne saranno, ma con non più di quattro poesie) e, viceversa, due dei maggiori testimoni – E e B<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi> – sono settentrionali (emiliano-romagnoli e veneti di terraferma)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-018">6</ref></hi></hi>. È dunque anche il caso di un poeta toscano che si legge quasi esclusivamente in una forma marcata da una forte patina linguistica settentrionale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-017">7</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Poiché la maggioranza dei sonetti è in attestazione unica e i tre maggiori testimoni si incontrano solo in tre occasioni (<hi rend="italic">Qualunqu’om vuol purgar le</hi><hi rend="italic"> sue peccata</hi>, <hi rend="italic">Me’ mi so cattiveggiar su ’n </hi><hi rend="italic">un letto </hi>e <hi rend="italic">Qual è senza danari ’nnamorato</hi>), non è possibile stabilire uno <hi rend="italic">stemma codicum</hi> per l’intera tradizione; e probabilmente non è mai esistita una singola raccolta di tutte le rime: saranno più verosimilmente esistite piccole sillogi, una delle quali diffusa molto precocemente – vivente l’autore, vista la datazione ‘alta’ di E (sec. XIII <hi rend="italic">ex </hi>- XIV p.m.) – in area settentrionale, in quegli ambienti (Bologna, Treviso, Verona) in cui si formarono i primi imitatori della poesia stilnovista, che erano inevitabilmente lettori anche di componimenti comici, a giudicare dalla loro collocazione entro E e B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>.</p><p rend="text_top">1.1 A tale tradizione settentrionale appartiene – per una parte – il primo dei tre sonetti qui presentati, <hi rend="italic">Sed i’</hi><hi rend="italic"> avess’un sacco di fiorini</hi> [XLI di Massèra 1906, XLV di Massèra 1920, 28 di Marti 1956, XL di Vitale 1976]. Esso è trasmesso da sei manoscritti: C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> (c. 104<hi rend="italic">r</hi>), B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> (p. 157), il codice O.63 sup. della Biblioteca Ambrosiana di Milano [Am] (c. 15<hi rend="italic">r-v</hi>), il codice 445 della Biblioteca Capitolare di Verona [Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>] (c. 43<hi rend="italic">r</hi>), la Giuntina Galvani, cioè il Nuovi acquisti e accessioni 332 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze [Ga] (c. 23<hi rend="italic">v</hi>) e i codici cittadiniani<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-016">8</ref></hi></hi>, qui rappresentati dal codice D.VII.11 della Biblioteca Comunale degli Intronati di Siena [SiD] (c. 77<hi rend="italic">r</hi>), ossia la trascrizione del sonetto allegata alla lettera di Celso Cittadini a Bellisario Bulgarini, datata 28 febbraio 1592 e già considerata da Barbi «più fedele delle altre all’originale nei minuti particolari» (Barbi 1915, 445-46). Ga e SiD sono uniti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-015">9</ref></hi></hi> per 7 <hi rend="italic">or che ti muovi</hi> (vs <hi rend="italic">or che non muovi</hi>), per l’omissione dell’intero v. 11 (chiaro atto censorio; il Cittadini a margine del testo in SiD annotò: «è stato raso col coltello un verso per che forse doveva toccare troppo et parlare di Dio e di paradiso») e per 12 <hi rend="italic">una ragione </hi>(vs <hi rend="italic">viva ragione</hi> – errore passibile però di poligenesi)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-014">10</ref></hi></hi>. Nessun sicuro errore comune riunisce gli altri testimoni: lo <hi rend="italic">stemma codicum</hi><hi rend="italic"> </hi>è a cinque rami. La <hi rend="italic">constitutio textus</hi> si basa sostanzialmente sul principio di maggioranza, che conferma la lezione di C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>, manoscritto di base, seguito anche per la veste linguistica. Il solo emendamento autorizzato ‘a norma di stemma’ è al v. 14, dove la lezione<hi rend="italic"> ritorna</hi> di C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> è minoritaria e la dialettica delle testimonianze (<hi rend="italic">si</hi> <hi rend="italic">venta</hi> Ga-SiD, <hi rend="italic">sidoventa</hi> Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>, <hi rend="italic">diventrai</hi> Am, <hi rend="italic">doveresti </hi>B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>) conferma <hi rend="italic">(sì) venta</hi> “diventa” (cfr. GDLI <hi rend="italic">v. Ventare</hi><hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi>, Ant. e dial.). Ecco il testo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-013">11</ref></hi></hi>:</p><quote rend="quotations_quotation_a1">Sed i’ avess’un sacco di fiorini</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">e non v’avess’un altro che de’ nuovi,</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">e fosse mi’ Arcidoss’e Montegiuovi</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">con cinquicento some d’aquilini,</quote><quote rend="quotations_quotation_a2">non mi parì’ aver tre bagattini</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">senza Becchin’. Or dunque ’n che ti provi,</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">babbo, di gastigarm’, or che non movi</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">de la lor fede tutti Saracini?</quote><quote rend="quotations_quotation_a2">E potrest’anzi, s’i’ non sia ucciso,</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">perch’i’ son fermo ’n quest’upinïone</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">ched ella sia un terren paradiso;</quote><quote rend="quotations_quotation_a2">e vòtene mostrar viva ragione</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">com’ ciò sia vero: chi la sguarda ’n viso</quote><quote rend="quotations_quotation_b3">sed egl’è vecchio, sì venta garzone.</quote><p rend="text">Il sonetto svolge il motivo della povertà e del ruolo del denaro nel rapporto amoroso e consiste in un’arringa rivolta al padre per cercare di convincerlo a desistere nell’opposizione al suo amore per Becchina. Lo sviluppo del tema del denaro segue un percorso insolito rispetto alla consueta prassi angiolieresca: non si tratta di un lamento della propria povertà, della quale il padre ricco e avaro è la causa, e la quale impedisce d’avere la donna amata perché non potrebbe mantenerla e viziarla, e nemmeno di un elogio della ricchezza quale mezzo precipuo per avere fortuna in amore. In questo testo, impostato su un periodo ipotetico e costituito da una catena di <hi rend="italic">adynata</hi>, la retorica del denaro serve da negazione dell’efficacia della ‘strategica’ avarizia paterna, perché nessuna ricchezza al mondo potrebbe farlo disamorare di Becchina.</p><p rend="text">I manoscritti sono nettamente divaricati ‘geograficamente’: da un lato i ‘toscani’ (C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>, Ga-SiD), dall’altro i ‘settentrionali’ (B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>, Am, Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>), che testimoniano un sonetto in parte rimaneggiato, ma attribuito in rubrica a Cecco Angiolieri (non però Am, che lo dà erroneamente a Dante). Vi sono alcune minime lezioni caratteristiche: </p><table rend="tab1 TableOverride-1" xml:id="table001">
				<!--<colgroup>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-1">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-2">--><!--</col>-->
				<!--</colgroup>-->
				
					<row rend="tab1 _idGenTableRowColumn-3">
						<cell rend="tab1 base base CellOverride-1">
							<quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2"><hi rend="CharOverride-2">	</hi><hi rend="CharOverride-3">C</hi><hi rend="superscript CharOverride-4">1</hi><hi rend="CharOverride-3"> Ga-SiD</hi></quote>
							<quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2">1	<hi rend="italic">un sacco</hi></quote>
							<quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2">2	<hi rend="italic">e non v’avess’un altro</hi></quote>
							<quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2">4	<hi rend="italic">con cinquicento </hi>C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> </quote>
							<quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2">	<hi rend="italic">e anche cento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-012">12</ref></hi></hi> Ga-SiD </quote>
							<quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2">8	<hi rend="italic">de la lor fede</hi></quote>
							<quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2">13	<hi rend="italic">com’ ciò sia vero: chi la sguarda ’n viso</hi></quote>
							<quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-2">14	<hi rend="italic">sed egl’è vecchio, sì venta garzone</hi></quote>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base base CellOverride-1">
							<quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-3"><hi rend="CharOverride-3">B</hi><hi rend="superscript CharOverride-4">1</hi><hi rend="CharOverride-3"> Am Vr</hi><hi rend="superscript CharOverride-4">1</hi></quote>
							<quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-3"><hi rend="italic">un mozo</hi> (‘moggio’)</quote>
							<quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-3"><hi rend="italic">e non vi fosse d’altro</hi></quote>
							<quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-3"><hi rend="italic">con cento </hi>B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> Am </quote>
							<quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-3"><hi rend="italic">con trenta mila </hi>Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi></quote>
							<quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-3"><hi rend="italic">de la lor lege</hi> [eccetto Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>]</quote>
							<quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-3"><hi rend="italic">tu </hi><hi rend="italic">che sé veclo la guardese en viso</hi></quote>
							<quote rend="quotations_quotation_b2 ParaOverride-3"><hi rend="italic">a man a man</hi><hi rend="italic"> doveresti garzone</hi> [eccetto Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>]</quote>
						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="text_NOindent">ma il punto di maggiore divergenza tra B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> Am Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi><hi rend="CharOverride-5"> </hi>e C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> Ga-SiD è ai vv. 10-11: la lezione ‘toscana’, <hi rend="italic">perch’i’ son fermo ’n quest’upinïone / </hi><hi rend="italic">ch[ed] ella sia un terren paradiso</hi>,<hi rend="italic"> </hi>propone un’immagine coerente con la poetica angiolieresca, che motiva la risolutezza del poeta nel perseverare nell’amore di Becchina – definita un «terren paradiso», un metaforico ‘luogo di delizie’ che ridona vigore (con possibile allusione erotica) anche a un uomo anziano: è un richiamo alla leggenda medievale che collocava la fontana della giovinezza nel paradiso terrestre, ma soprattutto l’utilizzo a fini comici dell’argomento tòpico nella lirica d’amore del potere dello sguardo della donna (cfr. per es. Guglielmo IX, <hi rend="italic">Molt jauzeus mi prenc amar</hi> [BdT 183.8], 33-36 «a mos obs la vueill retenir, / per lo cor dedins refrescar / e per la carn renovelar / que no puesca enveillezir» e Dante, <hi rend="italic">La gran virtù d’Amore e ’l</hi><hi rend="italic"> bel piacire</hi> [d. 8], 7-8 «saggia, gentile, core aumilïato, / ciò che sguardate fate ringioire»). La lezione dei testimoni settentrionali va invece nella direzione opposta, aprendo la possibilità al mutamento, seppur unicamente nel caso estremo, cioè nell’ipotesi in cui Becchina muoia (o venga assunta in Cielo): <hi rend="italic">che me mutare</hi><hi rend="italic">’ di questa opinione</hi> / *<hi rend="italic">sed ella se n’andasse</hi><hi rend="italic"> in paradiso</hi> – quest’ultimo è un verso altamente ipotetico, ricostruito sulla base del confronto delle tre diverse lezioni:</p><quote rend="quotations_quotation_b1"><hi rend="italic">ch’</hi><hi rend="italic">eo mutasse de questa opinione / selanema mandasse en paradiso</hi> B<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2"><hi rend="italic">che mi mutasti d’esta opinione / salvo sela </hi><hi rend="italic">n’andase in paradiso</hi> Am</quote><quote rend="quotations_quotation_b3"><hi rend="italic">che me mutare’ di questa </hi><hi rend="italic">opinione / sella mia donna non andasse in paradiso</hi> Vr<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi></quote><p rend="text">La diffrazione denuncia la fatica del raffazzonamento e la sua debolezza rispetto alla lezione di C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>, la quale è d’altro canto confermata da elementi intertestuali come l’espressione <hi rend="italic">esser fermo in questa opinione</hi>, che è anche nel sonetto <hi rend="italic">Da Giuda in fuor, neuno sciagurato</hi> (v. 12: «Ond’i’ son fermo ’n questa oppinïone»), e la costruzione di marca decisamente angiolieresca con <hi rend="italic">che</hi> dichiarativo, per es.: <hi rend="italic">Sonetto, </hi><hi rend="italic">da poi ch’i’ non trovo messo</hi>, 14 «ch’ella averà pietà de le mie pene»; <hi rend="italic">La mia malinconia </hi><hi rend="italic">è tanta e tale</hi>, 10 «ched ella non mi vòl né mal né bene»; <hi rend="italic">Lo mi’ cor non s’</hi><hi rend="italic">allegra di covelle</hi>, 7 «ched ella si volesse umilïare»; <hi rend="italic">I</hi><hi rend="italic">’ ò sì poco di grazia ’n Becchina</hi>, 5 «ch’ella m’è peggio ch’una saracina». </p><p rend="text">Il rimaneggiamento settentrionale opera, dunque, uno stravolgimento del ragionamento e dell’intenzione del sonetto originario, e se ne può in parte osservare l’evoluzione nel tempo, da C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> e Ga-SiD a B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> e Am, con Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> testimone ‘di passaggio’ che fotografa uno stato intermedio, presentando lezioni caratteristiche della redazione toscana, in particolare ai vv. 8 (<hi rend="italic">fede </hi>Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> vs <hi rend="italic">lege</hi><hi rend="italic"> </hi>B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> Am) e 13-14 (<hi rend="italic">qual omo è quello che</hi><hi rend="italic"> la guardi [’n] suo viso / sed egli è</hi><hi rend="italic"> vechio sì doventa garzone</hi> Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> vs <hi rend="italic">tu che sè </hi><hi rend="italic">vechio la guardese en viso / a man a man </hi><hi rend="italic">doveresti garzone</hi> B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> Am). Si tratta presumibilmente di un testo che, partendo dall’area toscana, ha circolato in quella settentrionale, subendo pian piano modifiche alla propria fisionomia, e in una delle forme assunte può aver lasciato tracce nei suoi lettori; per esempio, in uno eccellente come Nicolò de’ Rossi (estensore e possessore di B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>), in questo suo sonetto, il n° 185 del canzoniere Sivigliano (ed. Elsheikh):</p><quote rend="quotations_quotation_a1"><hi rend="CharOverride-3">S’el </hi><hi rend="CharOverride-3">fusse</hi> stato gibilin meo padre</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">come fu guelfo pyù d’onni persona,</quote><quote rend="quotations_quotation_b2"><hi rend="CharOverride-3">simelemente dico de mia madre,</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2">et eo sempre nutrito en Veronna,</quote><quote rend="quotations_quotation_a2">e quante <hi rend="CharOverride-3">donne</hi> nel mondo è <hi rend="CharOverride-3">leçadre</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2">se trovasse nate de la Colona,</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">e del meo cor volessen esser <hi rend="CharOverride-3">ladre</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2">dandomi ço che per amor si donna,</quote><quote rend="quotations_quotation_a2"><hi rend="bold">eo non potrey mutare </hi><hi rend="bold">oppinïone</hi></quote><quote rend="quotations_quotation_b2">di farmi may de la Clesia rebello,</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">çentil madonna, sol per tua <hi rend="CharOverride-3">casone</hi>,</quote><quote rend="quotations_quotation_a2">ançi porterò lo çyglo restello</quote><quote rend="quotations_quotation_b2">contra çascun ch’à l’emperio servito;</quote><quote rend="quotations_quotation_b3">s’altro ti pyaçe, dillo, e fie fornito.</quote><p rend="text">Oltre alla struttura, fondata sulla successione di periodi ipotetici, si riconosce qualcosa di famigliare: echi di <hi rend="italic">S’i’ </hi><hi rend="italic">fosse foco ardere’ il mondo</hi> nella lezione attestata in B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> ai vv. 3 («Similemente faria da mi’ madre», <hi rend="italic">S</hi><hi rend="italic">’i’ fosse foco</hi>, 11) e 5 («torei le done bele e liçadre», <hi rend="italic">S’i’ fossi foco</hi>, 13)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-011">13</ref></hi></hi>; la rima <hi rend="italic">leçadre </hi>: <hi rend="italic">ladre</hi>, che è anche in <hi rend="italic">Babb’e Becchina, l’Amor e mie madre </hi>(vv. 5-7 «Bichina vol le cose sì <hi rend="italic">lizadre</hi> / che no le fornirebe Macometo. / Amor mi fa envag[h]ir de sì grand <hi rend="italic">ladre</hi>» B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>); ma soprattutto al v. 9 qualcosa che somiglia – benché rovesciato di segno, «eo non potrey mutare oppinïone» – al v. 10 di <hi rend="italic">Sed i’ avess’</hi><hi rend="italic">un sacco di fiorini</hi>, sempre nella lezione di B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>, «che me mutare’ di questa opinione» (e costituisce ulteriore analogia la rima di <hi rend="italic">oppinïone </hi>con <hi rend="italic">casone</hi>, termine affine a <hi rend="italic">ragione</hi>, parola rima in <hi rend="italic">Sed i’ avess’un sacco</hi><hi rend="italic"> di fiorini</hi>).</p><p rend="text_top">1.2 Il secondo sonetto, <hi rend="italic">I’ son sì</hi><hi rend="italic"> magro che quasi traluco</hi> [LXXI di Massèra 1906, LXXXII di Massèra 1920, 93 di Marti 1956 e LXXIII di Vitale 1976], è anch’esso tràdito da cinque manoscritti: C<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi> (c. 105<hi rend="italic">v</hi>), E (c. 86<hi rend="italic">v</hi>), Am (c. 16<hi rend="italic">r</hi>), Vr<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi> (c. 43<hi rend="italic">r</hi>) e l’Acquisti e Doni 759 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze [AD759] (c. 243<hi rend="italic">v</hi>). Lo stemma è tripartito: Vr<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi> indipendente; E e Am uniti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-010">14</ref></hi></hi> in <hi rend="CharOverride-3">e</hi>; C<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi> unito ad AD759<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-009">15</ref></hi></hi>. In questo caso, l’accordo sostanziale di un testimone ‘toscano’ (AD759) coi ‘settentrionali’ (Vr<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi> ed <hi rend="CharOverride-3">e</hi>) evidenzia le <hi rend="italic">lectiones singulares</hi> di C<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi>:</p><table rend="tab1 TableOverride-1" xml:id="table002">
				<!--<colgroup>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-4">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-5">--><!--</col>-->
				<!--</colgroup>-->
				
					<row rend="tab1 _idGenTableRowColumn-6">
						<cell rend="tab1 base base CellOverride-2">
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-6">Testo critico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-7"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-008">16</ref></hi></hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-6"> </hi><hi rend="CharOverride-8">I’ son sì magro che quasi traluco</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">della persona,</hi><hi rend="CharOverride-8"> </hi><hi rend="CharOverride-6">ma più</hi><hi rend="CharOverride-8"> de l’avere,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">ed ò tanto più a </hi><hi rend="CharOverride-8">dar ch’a rïavere</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">che ’l rimanente val men d’</hi><hi rend="CharOverride-8">un fistuco;</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-6"> </hi><hi rend="CharOverride-8">ed èmmi </hi><hi rend="CharOverride-6">sì turato</hi><hi rend="CharOverride-8"> ogni mi’ buco</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">ch’ïo</hi><hi rend="CharOverride-8"> non ho che dar né che tenere,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">ma e’ m</hi><hi rend="CharOverride-8">’è ben rimaso un tal podere</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">che frutta l’anno </hi><hi rend="CharOverride-8">il valer d’un sambuco.</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-6"> Ma lassa andar ch’i’ </hi><hi rend="CharOverride-6">son ben avïato:</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-6">se io avesse tra man lo sangradale</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-6">in </hi><hi rend="CharOverride-6">picciol tempo l’avrei consumato</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-6"> </hi><hi rend="CharOverride-8">ancor mi paresse a me pur</hi><hi rend="CharOverride-8"> far male;</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">ma con’ più struggo più son avïato</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">di </hi><hi rend="CharOverride-6">far di vecchio novo</hi><hi rend="CharOverride-8"> capitale.</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base base CellOverride-2">
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-6">C</hi><hi rend="superscript CharOverride-7">1</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-6"> </hi><hi rend="CharOverride-8">I’ son sì magro che</hi><hi rend="CharOverride-8"> quasi traluco</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">della persona </hi><hi rend="CharOverride-6">no, ma</hi><hi rend="CharOverride-8"> de l’avere,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">ed abbo</hi><hi rend="CharOverride-8"> tanto più a dar che avere</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">che mm’è rimaso </hi><hi rend="CharOverride-8">vie men d’un fistuco;</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-6"> </hi><hi rend="CharOverride-8">ed èmmi </hi><hi rend="CharOverride-6">venuto men</hi><hi rend="CharOverride-8"> ogni mi</hi><hi rend="CharOverride-8">’ buco [+]</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">ch’i’ ò poch’e dar e </hi><hi rend="CharOverride-8">vie men che tenere</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">ben m’è ancor rimas’un podere</hi><hi rend="CharOverride-8"> [–]</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">che frutta l’anno il valer d’un </hi><hi rend="CharOverride-8">sambuco.</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-6"> Ma non ci à força ch’i’ so ’nnamorato</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-6">che ss’i’ avesse più òr che non è sale</hi></p>
							<p rend="table ParaOverride-4"><hi rend="CharOverride-6">per me sarebbe ’n poco temp’asommato</hi><hi rend="CharOverride-8"> [+]</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-6"> </hi><hi rend="CharOverride-8">Or mi </hi><hi rend="CharOverride-8">paresse almen pur far male</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">ma con’ più struggo più </hi><hi rend="CharOverride-8">son aviato</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">di </hi><hi rend="CharOverride-6">voler far di nuovo</hi><hi rend="CharOverride-8"> capitale.</hi></p>
						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="text">Si tratta di un sonetto interamente dedicato al tema del denaro, il cui approdo sono il lamento di Cecco per la propria impenitenza e l’amara constatazione dell’inevitabile fatalità della ristrettezza finanziaria. La struttura argomentativa consiste nella dichiarazione dell’eccesso di debiti rispetto ai crediti e nell’ammissione di non possedere nulla di valore attraverso l’accumulo di comparazioni. La trafila di paragoni è interrotta dal distico finale che sintetizza la situazione paradossale, il circolo vizioso dal quale non riesce a uscire: più dissipa il suo patrimonio, più aumenta la spericolatezza negli affari.</p><p rend="text">Nel rimaneggiare il testo, C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> rovescia di senso il v. 2 (da «tanto magro nel corpo, ma più nel patrimonio» a «non tanto magro nel corpo, quanto nel patrimonio»); lo mantiene sostanzialmente ai vv. 4 e 6; esprime lo stesso concetto al v. 5, ma con minore espressionismo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-007">17</ref></hi></hi>; e infine banalizza al v. 14 il concetto di «trasformare la vecchia moneta in nuova» in un semplice «guadagnare nuova moneta».</p><p rend="text">L’innovazione più incisiva di C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> riguarda la prima terzina (vv. 9-11: «Ma non si può far nulla, perché io sono innamorato, e se anche avessi più oro di quanto sale si trova sulla terra avrei in poco tempo fatto la somma» [<hi rend="italic">implicitamente: con un risultato negativo; per cui </hi>«l’avrei consumato»]). Il rimaneggiatore introduce il tema amoroso, sostituendo il riferimento al Santo Graal – e forse il motivo è qui, come per il v. 11 di <hi rend="italic">Sed i’</hi><hi rend="italic"> avess’un sacco di fiorini</hi> in Ga-SiD, un atto censorio –, e utilizza con intelligenza movenze angiolieresche: l’espressione <hi rend="italic">ch’i’ so ’nnamorato</hi> in clausola (per esempio nel già citato <hi rend="italic">Da Giuda in fuor, neuno sciagurato</hi>, 4 «e sol m’avvien per ch’i’ so ’nnamorato»); il <hi rend="italic">che</hi> consecutivo-causale in avvio del v. 10; la comparativa <hi rend="italic">più</hi><hi rend="italic">… che non </hi>(cfr. <hi rend="italic">In una che danar mi dànno meno</hi>, 4 «e son più vil che non fu pro’ Tristano»; <hi rend="italic">Per sì gran somma ho ’mpegnate le risa</hi>, 4 «per più l’ho ’n pegno che non monta Pisa»; <hi rend="italic">Sed i’ avesse mille lingue in bocca</hi>, 6 «più che non fa l’osorrieri ’l danaio»); il paragone sulla dismisura di valore con elementi della realtà (<hi rend="italic">oro</hi> e <hi rend="italic">sale</hi>)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-006">18</ref></hi></hi>; il <hi rend="italic">per </hi>«da» (compl. d’agente), come <hi rend="italic">Sonetto, da poi ch’i’ non trovo </hi><hi rend="italic">messo</hi>, 11 «promettile per me sicuramente».</p><p rend="text">Il sonetto di C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> non ‘muta’ nella forma ma, similmente al caso di <hi rend="italic">Sed i’ avess’un sacco di fiorini</hi>, infrange l’unità tematica del componimento originario. Questo pare suggerire un legame tra il contatto tra testi e ambienti letterari – stilnovisti – e l’impulso innovativo. Questo è tanto più vero quando conosciamo l’autore del rimaneggiamento. In AD759 esso ha una coda di un settenario e due endecasillabi, probabilmente opera di Filippo Scarlatti (1442-<hi rend="italic">post</hi>1487) – borghese fiorentino, compilatore, copista e possessore del codice –, il quale pure se lo intesta, scrivendo nella rubrica «sonetto di me phylyppo»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-005">19</ref></hi></hi>, in quanto esso evidentemente circolava adespoto (perché adespota e frammentaria è la tradizione quattrocentesca dei sonetti dell’Angiolieri). Fu forse il fratello Giovanni a correggere la rubrica, sostituendo «phylyppo» con «Burchiello», di fatto confondendolo con il rifacimento burchiellesco, a quel tempo – a venti-trent’anni dalla morte di Burchiello – probabilmente molto più famoso dell’originale angiolieresco:</p><table rend="tab1 TableOverride-1" xml:id="table003">
				<!--<colgroup>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-7">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-8">--><!--</col>-->
				<!--</colgroup>-->
				
					<row rend="tab1 _idGenTableRowColumn-9">
						<cell rend="tab1 base base CellOverride-3">
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-6">«sonetto di me phylyppo» <lb/>(AD759, c. 243</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-6">)</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8"> I’ son sì magro che quasi i</hi><hi rend="CharOverride-8">’ traluco</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">della persona, ma più de l’avere,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">c’ò </hi><hi rend="CharOverride-8">tanto più a ddare chi nonn ò a avere [+]</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">che</hi><hi rend="CharOverride-8"> ’l rimanente val men ch’un festuco;</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8"> èmmisi riturato ogni</hi><hi rend="CharOverride-8"> mie buco</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">ch’i’ nonn ò più che ddare né</hi><hi rend="CharOverride-8"> che tenere, [+]</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">ben m’è ben rimaso un sí </hi><hi rend="CharOverride-8">fatto podere</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">che frutta l’anno il valer d’un sambuco.</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8"> Lasciamo andar ch’i’ son bene aviato:</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">si avessi tra </hi><hi rend="CharOverride-8">mmano il Sangredale</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">in picciol tempo l’arei consumato.</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8"> Or ppur </hi><hi rend="CharOverride-8">ch’a mme mi paressi far male;</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">che quanto più distruggo</hi><hi rend="CharOverride-8"> più esfrenato</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">a ffar di vecchio nuovo capitale.</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">          E chi à</hi><hi rend="CharOverride-8"> poco sale</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">fa come me che il ssuo va gittando</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">no</hi><hi rend="CharOverride-8"> trova ch’il sovvenga addimandando</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base base CellOverride-3">
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-6">Burchiello, son. CLXXVIII <lb/>[ed. Zaccarello]</hi><hi rend="notes_number CharOverride-7"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-004">20</ref></hi></hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8"> Io son sì magro che</hi><hi rend="CharOverride-8"> quasi traluco </hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">della persona, e così dell’avere,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">che s’io </hi><hi rend="CharOverride-8">vo per la via son per cadere,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">sì poca è l</hi><hi rend="CharOverride-8">’esca di ch’io mi conduco.</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8"> Così ho io turato </hi><hi rend="CharOverride-8">ogni mie buco</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">ch’i’ non ho più che dar né </hi><hi rend="CharOverride-8">che tenere,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">ma ben m’è certo rimaso un podere</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">che </hi><hi rend="CharOverride-8">frutta l’anno un bel fior di Sambuco.</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8"> Ma non mi curo,</hi><hi rend="CharOverride-8"> sì sono aviato,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">che s’io avessi in mano il </hi><hi rend="CharOverride-8">Sangredale,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">in picciol’ora si saria fondato.</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8"> E d’ogni mio </hi><hi rend="CharOverride-8">principio arrivo male,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">di collo ad ogni amico io son cascato,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">nimico mi diventa ogni uom mortale.</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">    Gli Ucce’ che batton </hi><hi rend="CharOverride-8">l’ale,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">e gli animai che son sopra la terra,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">le </hi><hi rend="CharOverride-8">bestie e fiere, ognuna mi fa guerra.</hi></p>
						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="text">Il testo del Burchiello è incredibilmente vicino a quello dell’Angiolieri (tanto da rasentarne il plagio), ma devia dal motivo economico nella seconda terzina sostituendolo con quello dell’inimicizia – prima degli amici, poi generale e infine allargata al mondo animale nella coda (indipendente da quella di AD759).</p><p rend="text_top">1.3<hi rend="CharOverride-3"> </hi>L’ultimo sonetto, <hi rend="italic">Tutto </hi><hi rend="italic">quest’anno, che mi son frustato</hi> [LXXXVII di Massèra 1906, LXXIII di Massèra 1920, 75 di Marti 1956 e LXV di Vitale 1976], ci riporta nell’area settentrionale, a Verona, presso l’umanista Felice Feliciano (1433-79). Si trova infatti nel codice 10 della Biblioteca Civica di Udine<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-003">21</ref></hi></hi> – il codice Ottelio – in doppia trascrizione: prima con l’attribuzione in rubrica a «Cieco da Siena» [Ud<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi>] (cc. 148<hi rend="italic">v</hi>-149<hi rend="italic">r</hi>) e poi, a una cinquantina di carte di distanza, adespoto [Ud<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi>] (c. 209). Una terza testimonianza è data dal manoscritto C.155 della Biblioteca Marucelliana di Firenze [Mr155] (c. 57<hi rend="italic">r</hi>). Nessun errore comune: si procede alla definizione del testo secondo un albero a tre rami; in particolare, al v. 5 l’accordo di Ud<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi> e Mr155 consente di recuperare il pronome soggetto (<hi rend="italic">quand’io</hi>), omesso da Ud<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi>, mentre al v. 8 la lezione di Mr155 <hi rend="italic">il polmone e ’l palato</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi>è confermata dalla dialettica delle testimonianze (<hi rend="italic">la lingua e ’l pallato</hi> Ud<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">1</hi>, <hi rend="italic">el polmon e ’l figato </hi>Ud<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi>). Ud<hi rend="superscript _idGenCharOverride-1">2</hi> presenta un testo fortemente rimaneggiato:</p><table rend="tab1 TableOverride-1" xml:id="table004">
				<!--<colgroup>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-7">--><!--</col>-->
					<!--<col
  class="_idGenTableRowColumn-8">--><!--</col>-->
				<!--</colgroup>-->
				
					<row rend="tab1 _idGenTableRowColumn-10">
						<cell rend="tab1 base base">
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-6">Testo critico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-7"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-002">22</ref></hi></hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8"> Tutto quest’anno, che mi son frustato</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">di tutti</hi><hi rend="CharOverride-8"> i vizii che solia avere,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">non m’è rimasto se </hi><hi rend="CharOverride-8">non quel di bere,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">del qual me n’abbi Iddio per</hi><hi rend="CharOverride-8"> escusato</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8"> che la mattina quand’io son levato</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">el corpo pien</hi><hi rend="CharOverride-8"> di sal mi par avere,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">adunque di’ chi si poria</hi><hi rend="CharOverride-8"> tenere</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">di non bagnarsi il polmone e ’l palato?</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8"> Io </hi><hi rend="CharOverride-8">non vorria se non greco e vernaccia</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">che mi fa la</hi><hi rend="CharOverride-8"> maggior noia il vin latino</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">che la mia donna quand’</hi><hi rend="CharOverride-8">ella mi caccia.</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8"> Deh, che ben abbi chi pria pose ’</hi><hi rend="CharOverride-8">l vino</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">che tutto ’l dì mi fa star in </hi><hi rend="CharOverride-8">bonaccia:</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">i’ non ne fo però un mal latino.</hi></p>
						</cell>
						<cell rend="tab1 base base">
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-6">Ud</hi><hi rend="superscript CharOverride-7">2</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8"> Da </hi><hi rend="CharOverride-8">vinti anni in qua son castigato</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">de tutti i vicii che</hi><hi rend="CharOverride-8"> soleva avere,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">non m’è rimasto se non quel dil </hi><hi rend="CharOverride-8">bere,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">però me abbi Dio per scusato [–]</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8"> che la </hi><hi rend="CharOverride-8">matina quand’io son levato</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">el corpo plen di sal mi</hi><hi rend="CharOverride-8"> par avere,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">chi si potria tener de non bere</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">e rifrescar</hi><hi rend="CharOverride-8"> el polmon e ’l figato?</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8"> El ber di l’aqua</hi><hi rend="CharOverride-8"> tutto mi travaglia</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">ma quel dil vin mi fa far </hi><hi rend="CharOverride-8">molti atti,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">quand’io lo cap’ ò pieno di vinaglia</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8"> ligier</hi><hi rend="CharOverride-8"> io son da fare di gran fatti,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">ma l’aqua </hi><hi rend="CharOverride-8">ne la gola mi gargaglia</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">e fa parer mie sentimenti matti,</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">         sì che s’io fo degli atti</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">non vi mirevigliati ch</hi><hi rend="CharOverride-8">’egli è il vino</hi></p>
							<p rend="table"><hi rend="CharOverride-8">che mi fa star lizadro e </hi><hi rend="CharOverride-8">pelegrino.</hi></p>
						</cell>
					</row>
				
			</table><p rend="text">Il sonetto è sostanzialmente un elogio del vino e delle sue virtù, argomento tipicamente goliardico, come testimoniano i canti bacchici. La sua architettura testuale è bipartita: la fronte contiene, dopo l’iniziale dichiarazione di rinuncia a tutti gli altri vizi tranne quello del bere, la celebrazione della vita godereccia, giustificata da una irrefrenabile tendenza naturale; la sirma si divide equamente tra disprezzo per il vino leggero, che gli provoca più fastidio che l’essere rifiutato dalla sua donna, e una conclusiva lode a Bacco. Il rimaneggiatore interviene sin dall’<hi rend="italic">incipit</hi>, amplificando il dato temporale (da «Tutto quest’anno» a «Da vinti anni in qua»), ma è a partire dal v. 9 che il testo diverge totalmente dall’originale, trasformandosi in un sonetto caudato, con una riscrittura della sirma che implica la sostituzione dei rimanti: le rime C in -<hi rend="italic">aglia </hi>al posto di quelle in -<hi rend="italic">accia</hi>; le rime D in <hi rend="italic">-atti </hi>al posto di quelle in <hi rend="italic">-ino</hi>, con la parola-rima <hi rend="italic">vino </hi>che diventa la prima parola-rima E della coda.<hi rend="italic"> </hi>Il rifacimento modifica i termini di paragone e in un certo senso li banalizza: dall’opposizione tra vini dolci (come il vino<hi rend="italic"> greco</hi>) e pregiati (come la <hi rend="italic">vernaccia</hi>) e un vino di modesta qualità (come il <hi rend="italic">vin latino</hi>) – che integrava al v. 11 il motivo della donna crudele, <hi rend="italic">tòpos </hi>angiolieresco – si passa all’opposizione, più scontata, tra acqua e vino; dice il rimaneggiamento: «Il bere l’acqua mi dà grande sofferenza, il vino invece mi fa fare molte stramberie, quando ho la testa piena di vino volentieri farei grandi cose, ma l’acqua mi si ingorga in gola e fa apparire folli le mie intenzioni, sicché, se io faccio stramberie, non meravigliatevi, perché è il vino che mi fa essere leggero e vagabondo»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-001">23</ref></hi></hi>. Così l’originale autoassoluzione scherzosa di Cecco, che ringrazia Bacco perché il vino lo fa stare di buon umore tutto il giorno (trattando quindi il vizio del bere con finta serietà e raffinato umorismo), si trasforma, nel rifacimento, epurato da tutti gli elementi angioliereschi, in una generica apologia dell’ubriacone per i suoi comportamenti stravaganti e una dichiarazione – giullaresca, teatrale – di abbandono al vino come stile di vita.</p><p rend="text_top">2.<hi rend="CharOverride-3"> </hi>I tre casi analizzati evidenziano come la tradizione manoscritta tre-quattrocentesca non si sia limitata a trasmettere i sonetti di Cecco Angiolieri nella loro veste originaria, ma abbia operato, più o meno consapevolmente, una serie di riscritture che riflettono sensibilità poetiche, ideologiche e culturali differenti. Se in alcuni casi si rileva una tendenza alla moralizzazione o all’attenuazione dei toni più aspri, in altri si assiste a una vera e propria reinvenzione del testo, che finisce per alterarne profondamente il senso, finché, come nel caso di <hi rend="italic">Tutto quest’anno</hi> il sonetto più <hi rend="italic">non par esso</hi>, stravolto dall’azione del rimaneggiatore che, non lo fa solo <hi rend="italic">mutare d’opinione</hi>, come per <hi rend="italic">Sed i’ avess’un sacco di fiorini</hi>, ma lo <hi rend="italic">muta tutto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_11.html#footnote-000">24</ref></hi></hi>.</p><div><head>Riferimenti bibliografici</head><p rend="bib_indx_bib">Alighieri, Dante. 2002. <hi rend="italic">Rime</hi>, a cura di Domenico De Robertis. Firenze: Le Lettere. </p><p rend="bib_indx_bib">Barbi, Michele. 1915. <hi rend="italic">Studi sul canzoniere di Dante</hi>. Firenze: Sansoni. </p><p rend="bib_indx_bib">Bettarini Bruni, Anna Maria. 1974. “Le rime di Meo dei Tolomei e di Muscia da Siena.” <hi rend="italic">Studi Filologia Italiana</hi> 32: 31-98.</p><p rend="bib_indx_bib">Bettarini Bruni, Anna Maria. 2002. <hi rend="italic">Studio sul </hi>Quadernuccio<hi rend="italic"> di </hi><hi rend="italic">rime antiche nel Magl. VII.1034</hi>. Alessandria: Edizioni dell’Orso.</p><p rend="bib_indx_bib">Bettarini Bruni, Anna Maria. 2007. “Sul sonetto <hi rend="italic">Pelle chiabelle di Dio, </hi><hi rend="italic">no ci arvai</hi>.” <hi rend="italic">Medioevo letterario d’Italia</hi> 4: 9-31.</p><p rend="bib_indx_bib">Capelli, Roberta. 2004. “Nuove indagini sulla raccolta di rime italiane del ms. Escorial e.III.23.” <hi rend="italic">Medioevo Letterario d’Italia</hi> 1: 73-113.</p><p rend="bib_indx_bib">Capelli, Roberta. 2009. “Appunti sulla lingua del canzoniere escorialense.” In <hi rend="italic">Il </hi><hi rend="italic">Canzoniere Escorialense e il frammento marciano dello stilnovo</hi>, a cura di Stefano Carrai, e Giuseppe Marrani, 49-119. Firenze: SISMEL-Edizioni del Galluzzo.</p><p rend="bib_indx_bib">Contini, Gianfranco. 2007 (1962). “Paralipomeni angioliereschi.”<hi rend="italic"> </hi>In Gianfranco Contini, <hi rend="italic">Frammenti</hi><hi rend="italic"> di filologia romanza</hi>, a cura di Giancarlo Breschi, 467-94. Firenze: Edizioni del Galluzzo per la Fondazione Ezio Franceschini.</p><p rend="bib_indx_bib">Contini, Gianfranco. 2007 (1964). “Postilla angiolieresca.” in <hi rend="italic">Frammenti di filologia</hi>, a cura di Giancarlo Breschi, 495-500. Firenze: Edizioni del Galluzzo per la Fondazione Ezio Franceschini.</p><p rend="bib_indx_bib">De Robertis, Domenico. 1954. <hi rend="italic">Il Canzoniere escorialense</hi><hi rend="italic"> e la tradizione veneziana delle rime dello stil novo</hi>. Torino: Loescher. </p><p rend="bib_indx_bib">De Robertis, Teresa. 2009. “Descrizione e storia del canzoniere escorialense.” In <hi rend="italic">Il Canzoniere Escorialense e il frammento marciano </hi><hi rend="italic">dello stilnovo</hi>, a cura di Stefano Carrai, e Giuseppe Marrani, 11-48. Firenze: SISMEL-Edizioni del Galluzzo.</p><p rend="bib_indx_bib">Marti, Mario, a cura di. 1956. <hi rend="italic">Poeti giocosi del tempo di Dante</hi>. Milano: Rizzoli. </p><p rend="bib_indx_bib">Massèra, Aldo Francesco, a cura di. 1906. <hi rend="italic">I sonetti di </hi><hi rend="italic">Cecco Angiolieri editi criticamente e illustrati</hi>. Bologna: Zanichelli. </p><p rend="bib_indx_bib">Massèra, Aldo Francesco, a cura di. 1920. <hi rend="italic">Sonetti burleschi e realistici dei</hi><hi rend="italic"> primi due secoli</hi>. Bari: Laterza.</p><p rend="bib_indx_bib">Pasquini, Emilio. 1964. “Il codice di Filippo Scarlatti.” <hi rend="italic">Studi di Filologia Italiana</hi> 22: 363-580.</p><p rend="bib_indx_bib">Vitale, Maurizio, a cura di. 1976. <hi rend="italic">Rimatori comico-realistici del Due e </hi><hi rend="italic">Trecento</hi>. Torino: UTET. </p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-023-backlink">1</ref></hi>	Questo saggio prende le mosse dalla mia tesi di dottorato, dedicata all’edizione critica dei sonetti di Cecco Angiolieri, svolta presso l’Università di Ginevra sotto la supervisione del prof. Roberto Leporatti, discussa nel 2019 e attualmente in preparazione per la pubblicazione in volume. Per i sonetti di cui non presento un mio testo critico, adotto come riferimento quello di Marti 1956.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-022-backlink">2</ref></hi>	È il sonetto I di Bettarini Bruni 1974.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-021-backlink">3</ref></hi>	Con curiosi ‘destini’, come quello di finire, per la marcata sentenziosità, tra dei ‘sonetti morali’: è il caso di <hi rend="italic">I’ ò </hi><hi rend="italic">sì poco di quel ch’i’ vorrei</hi> e <hi rend="italic">La povertà</hi><hi rend="italic"> m’ha sì disamorato</hi> nel cod. Landau Finaly 13 della Bibl. Nazionale Centrale di Firenze.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-020-backlink">4</ref></hi>	Il dato di partenza sono i 128 sonetti pubblicati in Marti 1956, che costituisce in effetti l’ultima revisione del <hi rend="italic">corpus</hi> angiolieresco, con l’espunzione dei sonetti di Meo dei Tolomei e di Muscia da Siena – e la conseguente restituzione a questi autori di una fisionomia autonoma. Il <hi rend="italic">corpus</hi> si riduce ulteriormente a 123 sonetti con l’esclusione di cinque testi già considerati dubbi da Marti:<hi rend="italic"> Un Corso di Corsan m’ha sì </hi><hi rend="italic">trafitto</hi>, <hi rend="italic">In tale che d’amor vi passi ’l </hi><hi rend="italic">core</hi>, <hi rend="italic">Deh guata, Ciampol, ben questa vecchiuzza</hi> – assegnati da Anna Bettarini Bruni, il primo a Muscia da Siena e gli altri due a Niccola Muscia (cfr. Bettarini Bruni 1974) –, <hi rend="italic">Pelle chiabelle di Dio ci arvai</hi> – che Anna Bettarini Bruni ha restituito a Lapo Gianni (cfr. Bettarini Bruni 2007) – e <hi rend="italic">I buon parenti dica chi </hi><hi rend="italic">dir vuole</hi> – di cui Contini suggerì l’esclusione dal <hi rend="italic">corpus </hi>angiolieresco, segnalando come il fatto che esso sia contenuto soprattutto in manoscritti che non contengono altre rime di Cecco è «circostanza […] indubbiamente sfavorevole all’attribuzione» (G. Contini 2007, 485).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-019-backlink">5</ref></hi>	Principalmente l’auto-nominazione, il personaggio dell’amata Becchina e i riferimenti all’odiato padre (evocato genericamente con i termini «padre» e «babbo», ma anche con le espressioni «frat’Angioliere» o «fra godente», in ragione della sua appartenenza all’ordine laico dei Cavalieri di Santa Maria).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-018-backlink">6</ref></hi>	De Robertis 2009, 31; R. Capelli 2004, 79; 2009, 53.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-017-backlink">7</ref></hi>	Tale ‘aggiornamento’ principalmente linguistico è talvolta anche sostanziale. È il caso degli elementi indiscutibilmente settentrionali presenti in alcune attestazioni uniche in E o in B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>: <hi rend="italic">E’ </hi><hi rend="italic">non è neun con cotanto male</hi>, 7 «rusca»; <hi rend="italic">Egli è</hi><hi rend="italic"> maggior miracol, com’io vivo</hi>, 4 «enestà» (corretto in «innestato» da Massèra, Marti e Vitale); <hi rend="italic">Chi vòl vantaggio aver </hi><hi rend="italic">a l’altre genti</hi>, 7 «caràmpia»; <hi rend="italic">Stando lo baldovino dentro</hi><hi rend="italic"> un prato</hi>, 12 «matt’» (ms: <hi rend="italic">cusi deven del </hi><hi rend="italic">matt</hi>; corretto in «così del matto avvien» da Massèra, Marti e Vitale).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-016-backlink">8</ref></hi>	I codici della raccolta di rime di antichi autori senesi approntata da Celso Cittadini (1553-1627), cioè il cod. Barberiniano lat. 3924 della Bibl. Apostolica Vaticana e i codd. H.X.47 e H.X.2 della Bibl. Comunale degli Intronati di Siena.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-015-backlink">9</ref></hi>	Appartengono alla famiglia di manoscritti cinquecenteschi affini al ms. 433 della Bibl. Casanatense di Roma, per cui cfr. Barbi 1915, 342-451 e De Robertis 2002, 856-59. Il Casanatense non testimonia questo sonetto, ma è unito da sicuri errori comuni a Ga e ai codici cittadiniani per <hi rend="italic">Dante Allaghier, Cecco,</hi><hi rend="italic"> tu’ serv’amico</hi> e <hi rend="italic">Dante Alleghier, s’i’ so</hi><hi rend="italic"> buon begolardo</hi> (De Robertis 2002, 412-13; 465-66).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-014-backlink">10</ref></hi>	Affinità di lezione: 2 <hi rend="italic">che non havesse</hi>, 4 <hi rend="italic">et anche</hi><hi rend="italic"> cento</hi>, 6 <hi rend="italic">donque in che ti provi</hi>,<hi rend="italic"> </hi>10 <hi rend="italic">tanto</hi><hi rend="italic"> son fermo</hi>, 13<hi rend="italic"> Et che ’l sia ver, chi</hi><hi rend="italic"> la sguarda nel viso</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-013-backlink">11</ref></hi>	Rubrica: <hi rend="italic">Ceco ançilieri</hi> B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>; <hi rend="italic">Dantes</hi> (a matita, di mano tarda: <hi rend="italic">Cecco Angiolieri?</hi>) Am; <hi rend="italic">Ciecho</hi> Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>; <hi rend="italic">Cecco Angilieri a messer Angiolieri Cittadini suo </hi><hi rend="italic">padre</hi> SiD.<hi rend="italic"> </hi>Varianti sostanziali: 1 sacco] mogio Am B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> – 2 e non v’avess’un altro che] enonuenauessu naltro che C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> che non hauesse un a. che Ga-SiD e non vi fosse<hi rend="CharOverride-3"> </hi>un altro (d’altro Am) che Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> Am e non fusse<hi rend="italic"> </hi>niun se non B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> – 3 e fosse mi’] mio fosse Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> <hi rend="CharOverride-10">♦</hi> Montegiuovi] montegioui Am montegiouani Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> – 4 con cinquicento] con cento milia Am B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> contrentamilia Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> e(t) anche cento Ga-SiD <hi rend="CharOverride-10">♦</hi> some] sac(h)i B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> – 6-7 Or dunque in che ti provi, / babbo, di gastigarmi] babbo em ti proui / di gastigarmi dunque Am – 6 Or] o Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> <hi rend="CharOverride-10">♦</hi> ’n] <hi rend="italic">om.</hi> B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> – 7 gastigarm’] guastare Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> <hi rend="CharOverride-10">♦</hi> or che non movi] Hor che ti muoui Ga-SiD che no m. B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> que nuoui Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> – 8 de la lor fede] de la lor lege Am B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> homi dilor fede Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> – 9 Chi poterey anci essergi ociso B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> <hi rend="CharOverride-10">♦</hi> E potrest’anzi] Canci potresti Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> che nazil potresti far Am – 10 cheme<hi rend="CharOverride-3"> </hi>mutare<hi rend="CharOverride-3"> </hi>diquesta<hi rend="CharOverride-3"> </hi>opinione<hi rend="CharOverride-3"> </hi>Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> che mimutasti desta o.<hi rend="CharOverride-3"> </hi>Am cheo mutasse de<hi rend="CharOverride-3"> </hi>questa o. B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> <hi rend="CharOverride-10">♦</hi> perch’i’] tanto Ga-SiD – 11 ched ella] chella C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> <hi rend="CharOverride-10">♦</hi> sellamia<hi rend="CharOverride-3"> </hi>dona<hi rend="CharOverride-3"> </hi>nonandasse<hi rend="CharOverride-3"> </hi>inparadiso<hi rend="CharOverride-3"> </hi>Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> saluo sela nandase in p. Am se<hi rend="CharOverride-3"> </hi>lanema<hi rend="CharOverride-3"> </hi>mandasse en p.<hi rend="CharOverride-3"> </hi>B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi><hi rend="italic"> verso om.</hi> Ga-SiD – 12 e vòtene mostrar viva ragione] cate neuoglio mostrare una r. Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> di cio ensignar tiuoglo uiua r. Am di zo ti uo sequir uiua r. B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> Si che i (i ui Ga) uo mostrar(e) una r. Ga-SiD – 13 qualomo equello chelaguardi suo uiso Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> <hi rend="CharOverride-10">♦</hi> com’ ciò sia vero] Et chel sia uer Ga-SiD <hi rend="CharOverride-10">♦</hi> ’n viso] nel u. Ga-SiD – 13-14 tu chesse uechio guardala neluiso / amanam aluostirmam diventirai garzone Am tu chese veclo la guardese en viso / aman aman doveresti garzone<hi rend="CharOverride-3"> </hi>B<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi><hi rend="CharOverride-5"> </hi>– 14 sì venta] ritorna C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> sidouenta Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>. Nella restituzione testuale (tanto in questo sonetto quanto negli altri due), rispetto alla trascrizione del ms., sciolgo le abbreviazioni, separo le parole unite, introduco l’uso delle maiuscole e adotto la grafia moderna per scempie e geminate, distinguo tra <hi rend="italic">u</hi> e <hi rend="italic">v</hi>, elimino la <hi rend="italic">h</hi> nei nessi <hi rend="italic">ch</hi> e <hi rend="italic">gh</hi> seguiti da vocale velare, rendo il nesso <hi rend="italic">ct</hi> con <hi rend="italic">tt</hi> e la <hi rend="italic">ç</hi> con <hi rend="italic">z</hi> (per le affricate dentali) e scelgo di non accentare la congiunzione <hi rend="italic">che</hi> in funzione consecutivo-causale.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-012-backlink">12</ref></hi>	Lezione risultante da probabile corruzione paleografica<hi rend="italic">.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-011-backlink">13</ref></hi>	Gli altri mss. leggono, ai vv. 11-13: «<hi rend="CharOverride-3">del simiglante</hi> farei a mia madre / … / tutte <hi rend="CharOverride-3">lechatorle</hi> [?] giovane e legiadre» (Firenze, Bibli. Medicea Laurenziana, Conventi Soppressi L122), «<hi rend="CharOverride-3">lo somiliante</hi> farey de mia madre / … / vorey le <hi rend="CharOverride-3">done</hi> çiovine e liçiadre» (Perugia, Bibl. Comunale Augusta di Perugia, C.43), «<hi rend="CharOverride-3">e similmente</hi> farei di mia madre / … / vore’ <hi rend="CharOverride-3">per me</hi> le giovan e legiadre» (Firenze, Bibl. Riccardiana, 1103).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-010-backlink">14</ref></hi>	Non si rilevano qui errori comuni, se non quello, facilmente poligenetico, 3 <hi rend="italic">ch’</hi><hi rend="italic">ò tanto </hi>per <hi rend="italic">ed ò tanto</hi>, ma l’unione è ben dimostrata per <hi rend="italic">La povertà m’ha sì disamorato </hi>(cfr. Contini 2007, 472 nota 9) e <hi rend="italic">Qualunqu’om vuol </hi><hi rend="italic">purgar le sue peccata</hi> (cfr. Bettarini Bruni 2002, 346-51), oltre che per la tradizione dantesca (cfr. De Robertis<hi rend="italic"> </hi>1954).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-009-backlink">15</ref></hi>	Già Contini accennò alla possibilità che AD759 «operasse su un testo remotamente imparentato a C[<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>]» (Contini 2007, 498). Errori comuni: 3 <hi rend="italic">avere</hi> (vs <hi rend="italic">riavere </hi>– è ripetizione erronea di 2 <hi rend="italic">avere</hi>), 6 <hi rend="italic">ch’i’ ò poch’e </hi><hi rend="italic">dar e vie me che tenere </hi>[+1] C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>, <hi rend="italic">ch’</hi><hi rend="italic">i’ non n’ò più che ddare né che tenere</hi><hi rend="italic"> </hi>[+1] (vs <hi rend="italic">ch’ïo non ho che dar né che</hi><hi rend="italic"> tenere</hi>: il <hi rend="italic">più che</hi> – deformato da C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> in <hi rend="italic">poch’e</hi> – sembra porre rimedio all’apparente ipometria dovuta alla non percezione di <hi rend="italic">io </hi>dieretico), 7 <hi rend="italic">ben m’è</hi><hi rend="italic"> ancor rimas’un podere</hi> [-2] C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi><hi rend="italic">, ben m’è</hi><hi rend="italic"> rimaso un sì fatto podere</hi> AD759 (vs <hi rend="italic">ma èmme ben</hi><hi rend="italic"> rimaso un tal podere</hi> <hi rend="CharOverride-3">e </hi><hi rend="italic">ma e&lt;gli&gt; m’è ben</hi><hi rend="italic"> rimaso un tal podere </hi>Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> – quelle di C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> e AD759 sono soluzioni indipendenti alla carenza sillabica dovuta alla caduta di <hi rend="italic">tal</hi> (e probabilmente anche di <hi rend="italic">ma </hi>iniziale); il guasto dev’essere stato a monte, poiché AD759 non possiede le molte <hi rend="italic">singulares</hi> di C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> e testimonia al contrario una lezione identica a quella di Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> <hi rend="CharOverride-3">e</hi>. Meno probabile, perché non spiega l’origine delle varianti ad avvio di verso, l’ipotesi di Contini 2007 di una dieresi d’eccezione – <hi rend="italic">rimaso</hi> ˇ <hi rend="italic">un</hi> – con rimedi congetturali indipendenti per C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> e AD759, mentre E, Am e Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> sarebbero uniti per la zeppa <hi rend="italic">tal</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-008-backlink">16</ref></hi>	Rubrica:<hi rend="italic"> Çecho</hi><hi rend="italic"> de misser ançeleri de sena</hi> E;<hi rend="italic"> Petrus de senis</hi> Am; <hi rend="italic">Ciecho</hi> Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>;<hi rend="italic"> Sonetto di me phylyppo</hi>, sovrascritto: <hi rend="italic">Burchiello</hi> AD759. Varianti sostanziali (tranne quelle di C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>): 1 traluco] i traluco AD759 – 3 ed ò tanto] c(h)otanto AD759 <hi rend="CharOverride-3">e </hi><hi rend="CharOverride-10">♦</hi> ch’a rïavere] che riauere Am che areceuere Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> chinonno auere AD759 – 4 d’un] chun AD759 – 5 ed èmmi sì turato] Emisi riturato AD759 et emmi si curato Am Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> <hi rend="CharOverride-10">♦</hi> mi] <hi rend="italic">om. </hi>Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> – 6 ch’ïo non ho che dar né] chinonno piu cheddare ne AD759 – 7 benme rimaso unssi fatto p. AD759 <hi rend="CharOverride-10">♦</hi> ben] <hi rend="italic">om</hi>. Am – 8 il] <hi rend="italic">om.</hi> Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> – 9 ma lassa andar] ma lasciamo andare Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> Lasciamo andar AD759 <hi rend="CharOverride-10">♦</hi> ben] <hi rend="italic">om</hi>. Am<hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-10">♦</hi> avïato] amato Am – 10 se io] che sio Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> <hi rend="CharOverride-10">♦</hi> tra man] amam Am – 11 picciol] poco <hi rend="CharOverride-3">e</hi> – 12 ancor mi paresse a mi pur] e ancora mipureparesse Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> ancho mi paresse pur Am orppur chamme mi paressi AD759 – 13 ma con’] chequanto AD759 quanto <hi rend="CharOverride-3">e</hi> <hi rend="CharOverride-10">♦</hi> son auïato] sono amato Vr<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi> ssfrenato AD759 – 14 di far vecchio novo] affar diuechio nuouo AD759.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-007-backlink">17</ref></hi>	«èmmi sì turato ogni mi’ buco» riprende la metafora corporea del verso iniziale, quasi a complemento d’informazione: i ‘forami’ vitali sono del tutto bloccati e alla magrezza si aggiunge quindi un altrettanto metaforica costipazione, così da alludere a una ‘non vita’ che è il riflesso della propria condizione economica estrema.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-006-backlink">18</ref></hi>	Solidale a 4 «che ’l rimanente val men d’un fistuco» e 8 «che frutta l’anno il valer d’un sambuco».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-005-backlink">19</ref></hi>	Fa così anche per l’altro sonetto angiolieresco, <hi rend="italic">I’ sent’o </hi><hi rend="italic">sentirò ma’ quel d’Amore</hi>,<hi rend="italic"> </hi>e molti testi adiacenti, alle cc. 240-43. Per i sonetti di cui Filippo Scarlatti si è indebitamente appropriato cfr. Pasquini 1964, 363-580 e Bettarini Bruni 2002, 315.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-004-backlink">20</ref></hi>	Il rifacimento del Burchiello parrebbe dipendere da un testo appartenente alla tradizione di C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi>-AD759 (ma non da C<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi>perché non se ne intravedono le <hi rend="italic">singulares</hi>) per 6 <hi rend="italic">ch’i’ non</hi><hi rend="italic"> ho più che dar né</hi> <hi rend="italic">che tenere</hi> e 7 <hi rend="italic">ma</hi><hi rend="italic"> ben m’è certo rimaso un podere</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-003-backlink">21</ref></hi>	Cfr. D. De Robertis (a cura di), D. Alighieri, <hi rend="italic">Rime</hi>, cit., I**, 666-67.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-002-backlink">22</ref></hi>	Varianti sostanziali (tranne quelle di Ud<hi rend="superscript CharOverride-1">2</hi>): 1 Nequarantannj mi so ritrovato Mr155 – 3 non m’è rimasto se non] se non cheme rimaso Mr155 <hi rend="CharOverride-10">♦</hi> di] del Mr155 – 4 del qual me n’abbi Idio] dio e la gente m’abi Mr155 – 5 quando] quandio Mr155 – 6 El] e Mr155 – 7-8 de chi si potrebe astenere del bere / chinon bagnasse ilpolmone epelato Mr155 – 10 la maggior noia il] noia questo Mr155 – 11 che] ch (<hi rend="italic">cancellato</hi>) chome fa Mr155 <hi rend="CharOverride-10">♦</hi> ella] <hi rend="italic">om.</hi> Mr155 <hi rend="CharOverride-10">♦</hi> caccia] dischacca Mr155 – 12 chi pria pose ’l vino] bacho signor fino Mr155 <hi rend="CharOverride-10">♦</hi> pria] prima Ud<hi rend="superscript CharOverride-1">1</hi><hi rend="CharOverride-5"> </hi>– 13 tutto ’l dì] senpre mai Mr155 – 14 e mai perluj non feci ureo latino Mr155.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-001-backlink">23</ref></hi>	Il distico pare risemantizzare la dittologia petrarchesca <hi rend="italic">leggiadro e pellegrino</hi> “grazioso e nobile” (cfr. <hi rend="italic">Rvf </hi>213, 5 e <hi rend="italic">Triumphus Eternitatis</hi>, 85), solitamente riferita, nella lirica amorosa, alla donna.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_11.html#footnote-000-backlink">24</ref></hi>	Cfr. <hi rend="italic">Qualunque ben si fa naturalmente</hi>, 6 (ma lì è l’effetto della potenza trasfigurante di Amore).</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Fabio Jermini, <ref target="mailto:fabio.jermini@gmail.com">fabio.jermini@gmail.com</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-9453-3574">0000-0002-9453-3574</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Fabio Jermini, <hi rend="italic">«e non par esso poi sì ’l muta tutto». Su alcune riscritture tre-quattrocentesche dei sonetti di Cecco Angiolieri,</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-98338-01-6.11">10.36253/978-88-98338-01-6.11</ref>, in Niccolò Amelii, Silvia Cabriolu, Valentina Del Vecchio, Mara Marsella, Simone Pettine, Domenico Tenerelli (edited by), <hi rend="CharOverride-11">Forme e modelli del contatto tra linguistica, letteratura e filologia</hi>, pp. -108, 2026, published by Firenze University Press and UdA University Press, ISBN 978-88-98338-01-6, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/978-88-98338-01-6">10.36253/978-88-98338-01-6</ref></p></div></div>
      
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        <listBibl>
          <head>References</head>
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          <bibl n="225447">Contini, Gianfranco. 2007 (1962). “Paralipomeni angioliereschi.” In Gianfranco Contini, Frammenti di filologia romanza, a cura di Giancarlo Breschi, 467-94. Firenze: Edizioni del Galluzzo per la Fondazione Ezio Franceschini.</bibl>
          <bibl n="225448">Contini, Gianfranco. 2007 (1964). “Postilla angiolieresca.” in Frammenti di filologia, a cura di Giancarlo Breschi, 495-500. Firenze: Edizioni del Galluzzo per la Fondazione Ezio Franceschini.</bibl>
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          <bibl n="225453">Mass&amp;#232;ra, Aldo Francesco, a cura di. 1920. Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli. Bari: Laterza.</bibl>
          <bibl n="225454">Pasquini, Emilio. 1964. “Il codice di Filippo Scarlatti.” Studi di Filologia Italiana 22: 363-580.</bibl>
          <bibl n="225455">Vitale, Maurizio, a cura di. 1976. Rimatori comico-realistici del Due e Trecento. Torino: UTET.</bibl>
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    </body>
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</TEI>