<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?>
<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
  <teiHeader>
    <fileDesc>
      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">Il Convento del Carmine dalla sua fondazione ai giorni nostri</title>
        <author>
          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0009-0004-7912-6593" type="ORCID">
            <forename>Federico</forename>
            <surname>Celesti</surname>
            <placeName type="affiliation">Indipendent Scholar, Italy</placeName>
          </persName>
        </author>
        <respStmt>
          <resp>This is a section of <title>Il Convento del Carmine</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0932-8</idno>) by </resp>
          <name>Federico Celesti</name>
        </respStmt>
      </titleStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0932-8.05</idno>
        <availability>
          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY-SA 4.0</p>
          </licence>
          <licence source="metadata" target="https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/legalcode">
            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
          </licence>
        </availability>
      </publicationStmt>
      <sourceDesc>
        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
      </sourceDesc>
    </fileDesc>
    <encodingDesc>
      <appInfo>
        <application version="2.2" ident="Booksflow">
          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
        </application>
      </appInfo>
    </encodingDesc>
    <profileDesc>
      <abstract xml:lang="en">
        <p>Overview of the history of the Carmelite community and the convent complex, from its foundation to the changes that took place in the 19th and 20th centuries.</p>
      </abstract>
      <textClass>
        <keywords>
          <list>
            <item>Art History</item>
            <item>History</item>
            <item>Religious History</item>
            <item>Sienese History</item>
            <item>Carmelite History.</item>
          </list>
        </keywords>
      </textClass>
    </profileDesc>
  </teiHeader>
  <text>
    <body>
      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0932-8.05<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0932-8.05" /></p>
      
      <div><head>Capitolo 1</head></div><div><head>Il Convento del Carmine <lb/>dalla sua fondazione ai giorni nostri</head><div><head>1.1 I Carmelitani a Siena</head><p rend="text">La presenza carmelitana a Siena è molto antica e risale, con grande probabilità, alla metà del XIII secolo, inserendosi nell’ampio fenomeno di trasmigrazione dell’Ordine in Occidente. A partire dal 1238 si assistette ad un consistente esodo verso l’Europa dalla Terra Santa, dove le prime comunità eremitiche sorte sul Monte Carmelo intorno alla grotta e alla fonte del loro mitico fondatore, il patriarca Elia, si erano progressivamente organizzate in una più complessa struttura. Dopo la canonica istituzione dell’Ordine, avvenuta nel 1226 con la conferma da parte di papa Onorio III della Regola redatta dal patriarca gerosolimitano Alberto, i Carmelitani furono costretti a fuggire a causa delle incursioni saracene e si trasferirono, dunque, in Occidente, fondando nuovi conventi dapprima a Messina, in Inghilterra e in Provenza e via via per tutto il continente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-038">1</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Al 1249 si data la prima fondazione documentata in territorio toscano, a Pisa, validando così l’ipotesi di ricondurre alla metà del secolo anche quella senese. La prima attestazione della presenza dei frati in città è rappresentata dalla Bolla, indirizzata «fratribus extra portam Senensem Ordinis Sanctae Mariae de Monte Carmelo»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-037">2</ref></hi></hi>, emanata nel 1261 da Urbano IV, con la quale il pontefice autorizzava alla sepoltura di persone estranee all’Ordine all’interno della loro chiesa, nel tratto finale del Pian dei Mantellini. Il Pian dei Mantellini, che si estende a sud di Castelvecchio descrivendo un’ampia linea curva tra l’arco di Santa Lucia – l’antica Porta di San Quirico – e l’arco delle Due Porte – già Porta di Stalloreggi – si configurava allora come una «scoscesa balza»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-036">3</ref></hi></hi> esterna alla cinta muraria, digradante nei <hi rend="italic">suburbi</hi> di San Marco e del Laterino tra abitazioni con orti, fossati e carbonaie, in seguito interrati con la costruzione delle mura trecentesche. Lo stesso toponimo di questa parte della città sembra incontrovertibilmente avere origine proprio dalla presenza dei Carmelitani, altrimenti detti <hi rend="italic">frati mantellini </hi>per via del loro caratteristico scapolare o dell’antica cappa striata in lana grezza che erano soliti indossare, al tempo, sopra alla tonaca<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-035">4</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Cronache antiche, in realtà, danno notizia della presenza di religiosi in questi luoghi a date antecedenti alla canonica istituzione dell’Ordine. Se eruditi come Agnolo di Tura del Grasso e l’autore della cosiddetta ‘cronaca del Bisdomini’ collocano fra il 1157 e il 1175 i lavori di scavo del pozzo della Diana – del quale accenneremo – nell’orto del convento dei Carmelitani, suggerendo l’anacronistica presenza dei frati in città già nel XII secolo, fu convinzione diffusa il nascere, quattro secoli prima, di una primitiva comunità eremitica. La tradizione vuole, difatti, che a partire dal 770 «v’avevano preso dimora in umile ricovero certi romiti, dei quali non si sa più né il nome né la ragione di vita, se non forse un qualche sentore di quella degli eremiti del Monte Carmelo»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-034">5</ref></hi></hi>. Una presenza, questa, che sembra essere confermata da Pietro Landucci e Orlando Malavolti che, nelle loro cronache locali, riportano la notizia – poi ripresa nei propri <hi rend="italic">Annales </hi>da Giovanni Battista Lezana, insigne storico e annalista carmelitano – dell’arrivo a Siena di un messo di Carlo Magno nell’802, accolto «nella chiesa di S. Nicolò, hora del Carmine […] che prima l’habitavano Eremiti»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-033">6</ref></hi></hi>. L’episodio in questione – che dovette godere di una certa notorietà, come testimonia la sua raffigurazione in una delle lunette del chiostro carmelitano di Firenze ad opera di Cosimo Ulivelli nel 1641 – sembra dunque dare conferma dell’esistenza di una comunità di religiosi, nell’attuale Pian dei Mantellini, antecedente alla nascita vera e propria dell’Ordine carmelitano, ipotesi suffragata dall’intitolazione della chiesa a San Niccolò anziché quella usuale alla Madonna del Carmine, per la quale si sarebbe optato nel caso in cui fosse stata costruita <hi rend="italic">ex</hi><hi rend="italic"> novo</hi> dai Carmelitani<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-032">7</ref></hi></hi>. Questo induce a pensare alla preesistenza di una chiesa, probabilmente di dimensioni ridotte, nello stesso luogo in cui, nel XIII secolo, venne avviata la costruzione dell’edificio al momento dell’effettivo insediamento dell’Ordine in città, che dovette dunque assorbire questa primitiva comunità entro i ranghi della Chiesa ufficiale.</p></div><div><head>1.2 Il convento tra XIII e XVIII secolo</head><p rend="text">Secondo le notizie contenute nel <hi rend="italic">Costituto del Comune di Siena</hi> del 1262, per la costruzione della chiesa e del convento vennero stanziati diecimila mattoni – «X miliaris mattonum pro eorum opere ad eorum locum»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-031">8</ref></hi></hi> – cui si sommarono le elargizioni provenienti dai fedeli che desideravano essere sepolti nell’edificio dopo l’autorizzazione concessa l’anno precedente dalla Bolla papale, che aveva, naturalmente, simili implicazioni di carattere economico. Come già chiarito in precedenza, in questa fase la sede dei frati non era ancora inclusa entro il circuito murario cittadino, ampliato nel Trecento, ma vi stava a ridosso, rispondendo alle prescrizioni impartite dal pontefice Innocenzo IV – fra il 1244 e il 1257 revisore della Regola carmelitana – che, mosso dalla volontà di inserire l’Ordine nel tessuto cultuale e sociale urbano, stabilì che per la fondazione dei conventi venissero favoriti luoghi prossimi alle città, marginali, laddove la presenza e la vocazione pauperistica dei religiosi potessero assolvere al controllo e all’assistenza della popolazione e delle categorie meno agiate, per questo ben vista dalle autorità civili. Non sorprende, dunque, l’attestazione di «diversi ordini della Repubblica a favore del Convento»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-030">9</ref></hi></hi> fra il 1290 e il 1295 e di donazioni in perpetuo da parte di privati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-029">10</ref></hi></hi>, cui si aggiunge un’altra Bolla papale, emanata nel 1290 da Niccolò IV ad esclusivo beneficio del Carmine senese, con la quale venivano concessi quaranta giorni di indulgenza a coloro che in occasione delle festività mariane o del santo titolare avessero visitato la chiesa, la cui edificazione doveva essere ad uno stadio piuttosto avanzato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-028">11</ref></hi></hi>. Sin dagli ultimi anni del XIII secolo, difatti, vi si registra la presenza di due compagnie laicali autonome, quella di San Niccolò – presto distaccatasi con l’introduzione in città dello spedaletto di Santa Lucia – e quella delle Laudi di Maria Vergine, che dopo pochi decenni assunse il nome di Compagnia della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo. A queste date, l’impianto conventuale aveva presumibilmente una forma a <hi rend="italic">P</hi> ed era composto dalla chiesa, dal chiostro e da un fabbricato in mattoni disposto su due piani collocato a sud-est di quest’ultimo.</p><p rend="text">Già nell’ultimo scorcio del XIII secolo, pare quindi che i Carmelitani avessero messo salde radici nel tessuto della città, rinsaldatesi nel primo decennio del secolo successivo grazie a diverse donazioni da parte del Comune per la dotazione del necessario per il funzionamento della chiesa e per la costruzione del dormitorio. A tale scopo, grazie all’elargizione di mille fiorini, nel 1301 si procedette all’innalzamento di volte e muri sopra al vano della prima struttura conventuale, indagato all’inizio del 2001 dall’Area di Archeologia Medievale dell’Università e dubitativamente identificato con il fondaco degli Incontrati – o Incontri – menzionato negli statuti duecenteschi. Al termine degli ampliamenti di inizio secolo, il complesso doveva occupare una superficie di circa 1450 metri quadrati ed era inoltre dotato di un grande orto nel lato meridionale del convento, prossimo al chiostro, menzionato in alcune confinazioni delle tavole delle possessioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-027">12</ref></hi></hi>, redatte su richiesta del governo popolare nei Nove, e nelle cronache relative ai lavori di scavo del cosiddetto ‘pozzo della Diana’, che avrebbe condotto al mitico fiume sotterraneo. Si trattava, in realtà, di una modesta vena d’acqua – capace di garantire, tuttavia, il fabbisogno idrico della comunità carmelitana – fatta convogliare sotto al centro del chiostro in una profonda cisterna, la cui realizzazione fu portata a compimento entro il terzo decennio del secolo, rendendo dunque meno attendibili le date di escavazione riportate nelle cronache del Bisdomini e di Agnolo di Tura del Grasso menzionate in precedenza. All’orto si aggiungeva, inoltre, un ampio spazio aperto a lato della chiesa – in seguito destinato a ospitare la costruzione del chiostro maggiore – probabilmente la «platea fratrum Sancte Marie del Carmino» citata nel 1318<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-026">13</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">I finanziamenti da parte dell’autorità comunale proseguirono per tutto il Trecento, sia per l’edificazione e la manutenzione del complesso, che necessitava di riparazioni, sia per le questioni direttamente legate al culto e alle celebrazioni. Oggetto di grande devozione era già, al tempo, una tavola dugentesca con l’immagine della Vergine col Bambino nota come ‘Madonna dei Mantellini’, riferita al Maestro dei Santi Cosma e Damiano. La tavola originale è ora custodita nella seconda sala della Pinacoteca Nazionale di Siena e, oltre che come veneratissima immagine, si configura come la prima delle numerose opere artistiche realizzate per la chiesa di San Niccolò nel corso dei secoli. L’accresciuto prestigio dell’ordine in città nel XIV secolo è tuttavia attestato dalle commissioni a due dei più grandi maestri della scuola senese, i fratelli Pietro e Ambrogio Lorenzetti. Il primo venne incaricato di dipingere, per l’altar maggiore, la celebre <hi rend="italic">Pala del Carmine</hi>, una grande macchina d’altare a più scomparti portata a termine nel 1329 e oggi conservata in larga parte alla Pinacoteca Nazionale di Siena. Pietro era, a queste date, al culmine della propria carriera e il prestigio di cui questi godeva al tempo viene testimoniato dall’elevata cifra richiesta per la realizzazione dell’opera di ben 150 fiorini d’oro, una somma fuori portata per i poveri frati che dovettero dunque richiedere l’aiuto dell’autorità comunale affinché il dipinto, che il pittore tratteneva presso di sé in attesa del saldo del pagamento, venisse riscattato. Nelle sale della Pinacoteca è inoltre esposta la monumentale croce sagomata del fratello minore Ambrogio, il cosiddetto <hi rend="italic">Crocifisso del Carmine</hi>, che un recente restauro ha valorizzato colmandone rispettosamente le ampie lacune. Sebbene, in questo caso, non si ravvisino testimonianze documentarie riguardanti la commissione dell’opera, considerazioni di tipo stilistico fanno optare gli studiosi per il coinvolgimento del giovane pittore negli stessi anni in cui aveva operato presso i Carmelitani l’allora più accreditato Pietro.</p><p rend="text">La volontà di approntare un apparato decorativo per la propria chiesa, funzionale alla liturgia e alla definizione dell’identità dell’Ordine, mostra una viva compartecipazione alla religiosità civica – già iniziatasi a registrare, in questo secolo, anche per le altre famiglie mendicanti senesi – che, a distanza di qualche decennio dall’operato dei Lorenzetti, porterà la comunità carmelitana ad acquisire la titolarità di un culto cittadino dalla grande rilevanza nel variopinto quadro devozionale senese del tempo, la festa del <hi rend="italic">Corpus Domini</hi>. Istituita nel 1264 da papa Urbano IV come festa di precetto della Chiesa universale, la solennità del <hi rend="italic">Corpus Domini</hi> prevede una processione eucaristica nella quale viene esposto alla pubblica adorazione il Santissimo Sacramento, cuore stesso della vita carmelitana sin dai suoi primordi. Al fine di infiammare il popolo al culto dell’Eucaristia e di solennizzarne festosamente la commemorazione – celebrata dai Carmelitani senesi fin dal 1357 – l’11 giugno 1365 i frati si rivolsero nuovamente al Comune perché contribuisse con un sussidio alla realizzazione di un preziosissimo tabernacolo eucaristico, purtroppo distrutto nel 1765, che superasse in bellezza il Reliquiario del Santo Corporale plasmato per il duomo di Orvieto da Ugolino di Vieri, possibile artefice anche del perduto tabernacolo senese. La supplica venne accolta e furono elargiti, a tale scopo, 50 fiorini d’oro. A distanza di cinque anni, nel 1370, i frati concedettero all’Arte della Lana, da diversi decenni corporazione influente e prestigiosa, di celebrare nella propria chiesa la festa del <hi rend="italic">Corpus Domini</hi>, che continuò nel tempo ad essere ardentemente promossa contribuendo così al mantenimento del culto, sostenuto di anno in anno anche dal Comune e dalle perpetue di privati cittadini. La stessa Arte della Lana, nel 1432, si legò definitivamente al Carmine promuovendo il rinnovamento dell’abside e edificandovi la cappella maggiore, affidata al maestro Antonio di Paolo: da questo momento in poi, la corporazione si impegnerà a più riprese ad abbellire e a rinnovare la chiesa sino al 1777, anno di soppressione delle Arti. Nel 1425 anche l’Università dei Cuoiai vi fece erigere la propria cappella, che fu dedicata al suo santo protettore, San Bartolomeo, in seguito raffigurato in una pala d’altare – oggi ignota – qui collocata nel 1448. Già nel secondo decennio del secolo, Benedetto di Bindo aveva infine dipinto a fresco, a decorazione di un altare sulla parete destra, un’<hi rend="italic">Assunzione della Vergine</hi>,<hi rend="italic"> </hi>la cui figura è andata irrimediabilmente perduta in seguito alla perforazione del muro durante lavori di consolidamento del chiostro maggiore, realizzati al fine di rendere sicuro il sostegno del soprastante dormitorio quando il convento fu adibito a caserma militare nella seconda metà dell’Ottocento<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-025">14</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Accanto agli stanziamenti pubblici, notevoli furono i lasciti da parte di privati sui quali i frati fecero affidamento, fra i quali le elemosine erogate dallo Spedale di Santa Maria della Scala o le donazioni, più o meno consistenti, che i cittadini più in vista effettuavano come lasciti testamentari o in cambio di uffici in suffragio della loro anima. Le elargizioni, pubbliche e private, recepite dai Carmelitani furono accompagnate da attività di compravendita di terreni e immobili, talvolta piuttosto articolate, con le quali gestivano il loro patrimonio: sebbene, dalla metà del XV secolo, i frati lamentassero difficoltà economiche, non emerge l’inesorabile declino che, secondo il Liberati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-024">15</ref></hi></hi>, interessò la chiesa e il convento del Carmine proprio a partire dal Quattrocento, tanto che nel secolo successivo si accentuò l’attività di vendita di case e appezzamenti e si registrarono numerosi interventi favorevoli da parte dell’autorità pontificia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-023">16</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il Cinquecento si configura, in effetti, come un secolo di grande fermento dal punto di vista artistico. Nel primo decennio fu eretto, su volontà della nobile famiglia Vescovi, l’oratorio di San Sigismondo che ampliò l’edificio chiesastico oltre il campanile, in questa fase ancora a vela. La cappella, a doppia campata, è coperta da volte a crociera divise da due semplici paraste in muratura, sormontate da capitelli decorati con singolari elementi vegetali, testine di putti, cornucopie e lo stemma familiare dei Vescovi, dipinto con due leoni affrontati di colore oro su fondo rosso. Lungo le pareti, a separarle dalla copertura voltata, corre un ampio fregio lavorato a stucco, briosamente e delicatamente decorato con fogliami e vasi colmi di frutta e incorniciato da lesene dentellate e con il motivo a ovuli. Sull’altare sul fondo dell’oratorio è posta la scultura in terracotta di San Sigismondo plasmata dal Cozzarelli – in anni piuttosto recenti liberata dalla pesante policromia successiva e riportata al suo originale aspetto – capace di catturare l’attenzione per il suo dialogo serrato con la contemporanea statuaria in marmo di Michelangelo e del Sansovino. In questo notevole ambiente, architettura e scultura sembrano dipendere direttamente dalla grande lezione di Francesco di Giorgio, deceduto nel 1501 ma personalmente legato tanto alla figura del Cozzarelli quanto a quella di Vannoccio Biringucci, cui è tradizionalmente attribuito, dalle fonti, l’allestimento della cappella, concluso nel 1507<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-022">17</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nei decenni successivi, i lavori sul complesso coinvolsero anche le strutture conventuali. Nel 1517 venne avviata la costruzione del nuovo refettorio grazie a Bernardino Landucci, frate e cittadino senese, che quello stesso anno era stato eletto priore generale dell’Ordine, la massima carica carmelitana. Scaduto il proprio mandato sessennale gli succedette brevemente, nel 1522, il concittadino Eliodoro Tolomei, che rimase tuttavia in carica per poco più di tre mesi a causa della sua prematura scomparsa. In questo secolo, il succedersi di frati senesi al generalato è importante indice del prestigio del quale godeva, al tempo, il convento della città, che dal 1578 al 1592 espresse nuovamente come priore generale dell’Ordine un proprio esponente, Giovanni Battista Faleri Caffardi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-021">18</ref></hi></hi>. Al Caffardi spetterebbe, con buona probabilità, la volontà di erigere il chiostro maggiore, come sembra testimoniare lo stemma di questo generale, posto nel lato sud-ovest del quadriportico sopra al portale che immetteva nella sala capitolare dei frati, accompagnato dall’iscrizione «F. IO. BAPTISTA FALERIUS CAFFARDUS MAGISTER GENERALIS CARMELITARUM.<hi rend="CharOverride-2"> ˑ</hi>M<hi rend="CharOverride-2">ˑ</hi>D<hi rend="CharOverride-2">ˑ</hi>LXXXVIII»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-020">19</ref></hi></hi>. Tradizionalmente riferito a Baldassarre Peruzzi, il chiostro sarebbe dunque opera più tarda e, come suggerito dal Lusini<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-019">20</ref></hi></hi>, il frutto del lavoro di un continuatore della tradizione peruzziana così come il nuovo campanile della chiesa, anch’esso attribuito dagli eruditi locali all’ingegno del grandissimo architetto (Fig. 1.1): di questi aspetti tratteremo più approfonditamente nel seguente capitolo.</p><p rend="text">Il XVI secolo portò, dunque, a rilevanti trasformazioni del complesso – che venne ampliato anche sul lato meridionale del convento con la costruzione di due grandi e alti edifici in mattoni – e ad un ulteriore arricchimento della chiesa con nuove opere destinate agli altari minori della navata. Attorno al 1512 si collocano l’<hi rend="italic">Ascensione </hi>di Girolamo del Pacchia e l’<hi rend="italic">Assunzione di Maria</hi> di Bernardino Fungai – quest’ultima oggi alla Pinacoteca di Siena – e, di lì a poco, un pittore a questi vicino dipinse a fresco un <hi rend="italic">San Girolamo penitente</hi> e un <hi rend="italic">San Lorenzo</hi> sull’intradosso dell’arco del primo altare a destra. A distanza di quasi due decenni, Domenico Beccafumi realizzò il <hi rend="italic">San </hi><hi rend="italic">Michele arcangelo</hi>, capolavoro che qui ancora si conserva. Commissionato, forse, dalla famiglia de’ Micheli per il proprio altare<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-018">21</ref></hi></hi>, il dipinto raffigura San Michele che scaccia gli angeli ribelli e sostituisce una prima, ‘capricciosa’ versione, rimasta incompiuta, oggi alla Pinacoteca Nazionale di Siena. Verso la metà del quinto decennio del secolo, all’interno della cappella del Santissimo Sacramento che si apre alla destra dell’altar maggiore, l’altro fuoriclasse della pittura senese del Cinquecento, il Sodoma, eseguì una <hi rend="italic">Natività di Maria</hi>. La tavola, firmata dall’autore nell’ombra della veste gialla dell’anziana levatrice sulla destra<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-017">22</ref></hi></hi> – sebbene realizzata, probabilmente, con l’ampio contributo dei suoi collaboratori – è collocata su un altare finemente ornato da Lorenzo di Mariano detto il Marrina, nella cui lunetta si conserva ancora una mezza figura del Padre Eterno affrescata nello stile del Sodoma. In seguito, Bartolomeo Neroni detto il Riccio iniziò a dipingere l’<hi rend="italic">Adorazione dei pastori</hi>, ultimata da Arcangelo Salimbeni dopo la morte di questi avvenuta nel 1571, mentre nel 1598 Francesco Vanni realizzò una tela nella quale è raffigurato un congresso di santi in adorazione della veneratissima Madonna dei Mantellini – ora sostituita da una copia fotografica – materialmente inserita nel dipinto all’interno di un tabernacolo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-016">23</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il Cinquecento si chiuse, dunque, con l’introduzione di un’antica icona in un nuovo contesto figurativo, tipico delle pale di età riformata di fine secolo: i santi Stefano, Alberto degli Abati, Caterina d’Alessandria e Marta sono raffigurati mentre la contemplano e la offrono alla venerazione del popolo, cercando di stabilire un rapporto con il fedele. Proprio nel segno della devozione popolare e del culto cittadino si apre, come naturale prosecuzione di questa stagione, il nuovo secolo. Durante tutto il Seicento, la presenza carmelitana in città fu caratterizzata da una certa vivacità grazie anche ad un consolidato culto per le reliquie ospitate nella chiesa e per più anni esposte a pubblica venerazione in occasione della domenica in Albis, la seconda domenica di Pasqua<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-015">24</ref></hi></hi>. Fra queste, particolare rilievo ebbero i resti e alcuni strumenti di penitenza del beato Franco Lippi – altrimenti noto come Franco da Grotti dal nome del villaggio, compreso della giurisdizione della pieve di Corsano, che gli aveva dato i natali – che da un’esistenza peccaminosa sarebbe passato a vita eremitica per poi prendere l’abito presso il convento carmelitano senese, dove fu sepolto dopo la sua morte avvenuta nel 1291. Parleremo in seguito e in maniera più approfondita di questa figura, ma risulta interessante sottolineare l’intensa devozione nei suoi confronti che aveva travalicato anche i confini cittadini, rendendo presto necessaria la salvaguardia delle sue reliquie, particolarmente richieste, da parte dell’autorità comunale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-014">25</ref></hi></hi>. A Franco da Grotti, all’inizio del secolo, era stato dedicato un nuovo, degno altare e questi venne effigiato in due diverse tele realizzate da Rutilio Manetti. La prima, dipinta nel 1616 e donata alla chiesa nel 1634 dal cognato del pittore, l’orefice Giovanni Battista Corazzini, raffigurava il beato a mezzo busto e fu collocata sopra l’urna che ne conservava le spoglie; spostata, in un secondo tempo, nella cappella del Sacramento, l’opera fu trafugata nel 1987. Il secondo dipinto è una pala con l’<hi rend="italic">Apparizione della Vergine</hi><hi rend="italic"> a Franco Lippi</hi> realizzata fra il 1638 e il 1639 con la probabile collaborazione del figlio Domenico, verosimilmente destinata all’altare dedicato al beato e, dopo vari spostamenti registrati nel corso dei secoli, oggi collocata all’interno dell’attuale struttura alberghiera in quella che fu la sala del coro del convento.</p><p rend="text">Erroneamente attribuita dal Lusini al Manetti, ma da riferirsi a Stefano Volpi, era la tela con <hi rend="italic">Le Marie</hi><hi rend="italic"> e San Giovanni sotto la croce</hi> – dalla quale pendeva un crocifisso ligneo tardocinquecentesco, poi donato alla chiesa di Santa Petronilla – opera che arricchisce un’intensa produzione artistica che, nel Seicento, coinvolse tanto la chiesa quanto i locali del convento, entrambi oggetto di rinnovamento e di una generale trasformazione, in particolar modo degli altari. Nel 1604, Alessandro Casolani realizzò la bella pala, firmata e datata, raffigurante il <hi rend="italic">Martirio</hi><hi rend="italic"> di San Bartolomeo</hi>, destinata a sostituire un trittico sull’altare patrocinato dall’Arte dei Cuoiai dedicato al loro santo protettore, in passato provvisto di una lunetta dipinta a fresco con il medesimo soggetto, poi staccata e oggi ricollocata nell’attuale sala colazioni dell’hotel. Le fonti segnalano un’altra opera del Casolani, oggi perduta, che raffigurava <hi rend="italic">Il beato </hi><hi rend="italic">Giovanni Colombini</hi>. Attorno al 1625 Stefano Volpi dipinse la <hi rend="italic">Trasverberazione</hi><hi rend="italic"> di Santa Teresa d’Avila</hi>, posta a lato dell’altar maggiore e successivamente spostata in sagrestia, e, cinque anni dopo, l’Arte della Lana rinnovò la zona absidale. Dopo un momento di crisi causato dalle guerre che avevano sconvolto la città di Siena alla metà del Cinquecento, portando alla caduta della Repubblica e all’impoverimento dell’industria manifatturiera, la potente corporazione tornò dunque a versare elemosine ai frati e ad occuparsi della propria cappella. Ne vennero ampliate le proporzioni e venne fatta rialzare la volta, le antiche finestre vennero chiuse per aprirne di nuove e l’intera zona subì una generale trasformazione con decorazioni lignee e in stucco e, soprattutto, la realizzazione del nuovo altar maggiore, di gusto ancora tardocinquecentesco, su imitazione del fortunato modello del Duomo. L’opera fu commissionata a Tommaso Redi che, inserendosi nel solco della tradizione scultorea tracciato dalla bottega di Flaminio del Turco, nello stile di quest’ultimo ne realizzò al vertice il bel ciborio marmoreo, a forma di tempietto circolare.</p><p rend="text">All’interno dell’oratorio di San Sigismondo – oltre ad una <hi rend="italic">Annunciazione </hi>di Raffaello Vanni, proveniente dall’altare Lucarini di Sant’Agostino – nel corso del tempo furono collocate altre opere seicentesche provenienti dai locali del convento. La cappella, che nel frattempo era stata adibita a sacrestia, ospita ancora oggi un <hi rend="italic">San Gerolamo scrivente</hi> e un <hi rend="italic">San Carlo Borromeo</hi>, attribuiti rispettivamente a Sebastiano Folli e Vincenzo Rustici, dipinti per il refettorio e in seguito ingranditi da Niccolò Franchini perché fossero trasferiti nel coro della chiesa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-013">26</ref></hi></hi>. La stessa sorte toccò ad altre due tele raffiguranti <hi rend="italic">Santa Caterina d’Alessandria</hi> e <hi rend="italic">Santa Maria Maddalena</hi> realizzate, probabilmente, da Deifobo Burbarini, un tempo anch’esse nel refettorio che, nel corso del secolo, sarebbe stato affrescato su un’intera parete da Francesco Nasini con la <hi rend="italic">Cena in casa di Marta</hi>, l’<hi rend="italic">Ultima cena</hi><hi rend="italic"> </hi>e la <hi rend="italic">Cena in casa del fariseo</hi>, pitture oggi scomparse e già in cattivo stato ad inizio Ottocento<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-012">27</ref></hi></hi>. Nell’oratorio possiamo ancora vedere due dipinti con <hi rend="italic">Santa Teresa </hi><hi rend="italic">in estasi davanti alla croce </hi>e la <hi rend="italic">Trasverberazione di Santa </hi><hi rend="italic">Teresa </hi>variamente attribuiti ad Antonio Nasini o Giovanni Domenico Manenti, mentre sconosciute alla letteratura artistica sono le due tele con l’<hi rend="italic">Angelo annunciante</hi> e l’<hi rend="italic">Annunciata</hi> presenti nel corridoio di collegamento fra la chiesa e la residenza dei frati attribuibili a Ilario Casolani. Per finire, un altro dipinto seicentesco proveniente dal convento si conserva oggi alla Pinacoteca di Siena, una tela dipinta nel 1604 da Francesco Bartalini che ritrae un santo carmelitano. Ritenuto dalla critica un santo cardinale per via del galero poggiato sul leggio, le tre nappe per lato e il colore nero indicano in realtà che il copricapo fosse destinato ad un canonico. Questo dettaglio, unito alla presenza della croce processionale patriarcale in secondo piano, ci induce a ritenere che possa trattarsi di Sant’Alberto di Gerusalemme, patriarca gerosolimitano che fu canonico di Mortara.</p><p rend="text">La produzione artistica di questo secolo e di quello successivo è quella che, più di tutte, ha risentito dei radicali stravolgimenti cui la chiesa è andata incontro nel corso del tempo, in particolar modo dopo le soppressioni e gli invasivi lavori di restauro di inizio Novecento che, abbattendo gli altari, distruggendo alcuni degli stucchi e spostando arbitrariamente i dipinti – frutto di un’epoca ritenuta di ‘decadimento’ delle arti – hanno snaturato l’edificio rendendo particolarmente difficoltoso ricostruirne le modificazioni interne, attentamente studiate e delineate da Sara Recupero. Per quanto riguarda, invece, le trasformazioni architettoniche del complesso dopo il XVI secolo, l’analisi stratigrafica dei corpi di fabbrica aggiuntisi nel tempo alla struttura originaria permette di individuare, in un confronto con la pianta della città realizzata nel 1595 da Francesco Vanni, i nuovi edifici che ridefinirono gli spazi delle attuali vie della Diana e Ettore Bastianini<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-011">28</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nel Settecento, nuove opere vennero realizzate per la chiesa ed il convento. Ne sono esempio la bella pala con <hi rend="italic">Santa Maria Maddalena dei </hi><hi rend="italic">Pazzi che riceve la corona di spine da Cristo </hi>di Dionisio Montorselli, ancor oggi nella controfacciata della chiesa a destra dell’ingresso, le mediocri tele di Niccolò Franchini raffiguranti <hi rend="italic">San </hi><hi rend="italic">Nicola di Bari </hi>ed <hi rend="italic">Elia sul carro di fuoco</hi>, ora in sacrestia, e la serie di sei tele – di cui una, raffigurante lo <hi rend="italic">Sposalizio della Vergine</hi>, risulta dispersa – con la <hi rend="italic">Presentazione di Maria al tempio</hi>, la <hi rend="italic">Strage degli innocenti </hi>– copia da Palma il Giovane, oggi in Pinacoteca – l’<hi rend="italic">Annunciazione e profeti</hi>, l’<hi rend="italic">Adorazione dei</hi><hi rend="italic"> magi</hi> e la <hi rend="italic">Natività della Vergine</hi> realizzate da Dionisio Burbarini<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-010">29</ref></hi></hi>. L’ultima grande impresa pittorica può essere considerata la decorazione del chiostro maggiore per mano di Giuseppe Nicola Nasini, nel 1730. Sono gli anni in cui ebbe probabilmente inizio il progressivo declino economico della fondazione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-009">30</ref></hi></hi>: i soli introiti registrati nella documentazione d’archivio riguardano le entrate provenienti da lasciti testamentari e celebrazioni di messe in suffragio dei defunti, e a gravare ulteriormente sulle casse del convento furono i debiti da estinguere e la necessità di rifare la campana e di intervenire sul mediocre stato delle murature. Fu così che si assistette ad un calo numerico dei frati del convento che, dai trentasette che poteva contenere, passarono a ventisette, quanto bastò perché il complesso non fosse toccato dalle soppressioni leopoldine degli ultimi due decenni del Settecento, indirizzate ai ‘conventini’.</p></div><div><head>1.3 Le soppressioni, il casermaggio delle truppe e l’Università</head><p rend="text">Il lento e inesorabile declino della comunità carmelitana culminò, durante il periodo napoleonico che aprì il nuovo secolo, con un esito tristemente noto – condiviso, nella maggioranza dei casi, con le altre famiglie ecclesiastiche. Il 24 marzo 1808 venne disposta, con decreto imperiale, la soppressione di quasi tutte le corporazioni religiose – abbazie, conventi e monasteri maschili e femminili, salvo sporadiche e circoscritte eccezioni – previa ricognizione di beni mobili e immobili, che venivano registrati nei cosiddetti ‘stati di consistenza’. Così, dopo l’accurata redazione di un inventario da parte dell’autorità competente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-008">31</ref></hi></hi>, nell’aprile dello stesso anno anche al convento del Pian dei Mantellini vennero apposti i sigilli: i venticinque frati che allora vi risiedevano dovettero abbandonare la sede che avevano ininterrottamente abitato per secoli e trovare rifugio presso i locali del pur soppresso convento di Santo Spirito assieme ai padri Carmelitani scalzi, il ramo sorto dopo la riforma di Santa Teresa d’Avila e Giovanni della Croce che, nel 1682, si era insediato in città nel complesso di San Donato in San Michele Arcangelo, già monastero vallombrosano.</p><p rend="text">A quest’epoca di abbandono, da parte della famiglia di religiosi, del complesso di San Niccolò – nel quale si era stanziata per un periodo la gendarmeria francese – risale la dispersione di larga parte del materiale archivistico del convento, individuata in un fondo della Königlichen Bibliothek di Berlino, poi Staatsbibliothek, congiuntamente ad altra documentazione senese proveniente da San Leonardo al Lago, San Salvatore a Lecceto e dalla famiglia Piccolomini. Del <hi rend="italic">corpus</hi> del Carmine – forse donato alla biblioteca berlinese dallo storico dell’arte Karl Friedrich von Rumohr, che lo avrebbe acquistato durante un suo viaggio in Italia da un imprenditore edile entratone in possesso e intenzionato a fabbricarci della colla<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-007">32</ref></hi></hi> – già nel secolo precedente alla sottrazione erano stati redatti alcuni regesti dal frate carmelitano della fondazione romana Andrea Sabatini (1712), dall’allora cancelliere del convento senese Giovan Battista Masini (1748) e da Giovanni Antonio Pecci (1748), che integrano la ristretta quantità di notizie sulle epoche più antiche pervenuteci dagli archivi cittadini e dagli eruditi locali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-006">33</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nel 1821, in seguito alla Restaurazione, i carmelitani fecero ritorno – forse assieme agli Scalzi – nella propria storica sede, dove ripresero la loro attività. Da qui furono nuovamente allontanati nel dicembre del 1862 quando, per dare esecuzione al Reale Decreto del 27 settembre e con il consenso del Ministero della Pubblica Istruzione – chiamato ad esprimersi sulla destinazione d’uso nei complessi monumentali – i locali del convento furono ceduti al Ministero della Guerra. A causa dell’allontanamento dei frati e della conseguente impossibilità di mantenere le attività di culto, dopo un lungo braccio di ferro fra le autorità interessate alla questione vennero nominati un cappellano e un suo coadiutore e il Comune si fece carico delle spese per il servizio liturgico e per il mantenimento della chiesa, prima che quest’ultima venisse affidata, nel 1873, alla Congregazione del Suffragio. Con la soppressione delle corporazioni religiose e la liquidazione dell’asse ecclesiastico da parte del neonato Regno d’Italia, i conventi cittadini che ancora non avevano mutato destinazione d’uso nei primi due decenni del secolo furono convertiti a nuovi usi civili: alcuni divennero strutture adibite all’istruzione e alla pubblica assistenza, altre ospitarono invece tribunali, carceri e – come nel caso del Carmine – caserme militari<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-005">34</ref></hi></hi>. Nei locali del Pian dei Mantellini venne installata la caserma Principe Umberto I (Fig. 1.2), che rimase attiva per lunghi decenni nei quali l’assetto dell’antico complesso subì importanti stravolgimenti, tanto per i drastici lavori di restauro sull’edificio chiesastico quanto per l’atteggiamento, indubbiamente poco attento e talvolta irrispettoso, allora tenuto dai militari nei confronti della struttura conventuale. Nel primo caso, il vasto intervento ebbe inizio nei primi anni del Novecento grazie ai contributi del Monte dei Paschi e di alcuni benefattori, giunti in soccorso della Congregazione del Suffragio per far fronte al «pericolo imminente del sacro edifizio»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-004">35</ref></hi></hi>, gravemente danneggiato e in un pessimo stato conservativo. I lavori furono condotti dall’architetto Vittorio Mariani e celebrati come «uno dei più fedeli e coscenziosi restauri, che siansi veduti» dal canonico Vittorio Lusini<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-003">36</ref></hi></hi>, che scrisse la propria monografia al momento della riapertura al culto della rinnovata chiesa, nel 1907; il giudizio, oggigiorno, sarebbe indubbiamente di tutt’altro tenore.</p><p rend="text">Per quanto riguarda, invece, i locali conventuali, a seguito dell’insediamento dei militari si dispose un intervento per garantire la stabilità del loggiato che circonda il chiostro maggiore, dal momento che i pilastri risultavano sensibilmente fuori piombo. Il progetto, redatto dalla Direzione del Genio di Firenze, previde la sottomurazione delle arcate mediante l’allargamento dei pilastri con addizioni laterali, abbandonando la precedente ipotesi di demolizione e ricostruzione dei sostegni compromessi giudicata troppo onerosa. La Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti approvò la soluzione di sottomurazione, formulando tuttavia una riserva sull’esito formale dei pilastri, ritenuti visivamente troppo pesanti; la Commissione prescrisse quindi di ricalibrare il profilo riproponendo, con lieve aggetto, le proporzioni del portico, intervento attuato sagomando appositi capitelli d’imposta. Come vedremo, è da riferirsi presumibilmente a questa lunga stagione il danneggiamento degli affreschi che decorano le pareti del chiostro, un caso purtroppo non isolato se si considera il deturpamento dell’<hi rend="italic">Assunzione della Vergine</hi> di Benedetto di Bindo in uno degli altari della chiesa, indicativo della considerazione, da parte delle forze armate, dei complessi che le ospitavano. Emblematica è, in questo senso, una serie di richieste avanzate nel 1878 al Comune di Siena dal comandante della Divisione Militare di Perugia dopo un sopralluogo. Fra queste, si proponeva di aggregare alla caserma del Carmine la chiesa perché se ne riducesse la parte superiore a camerata e quella inferiore a palestra per i soldati, necessaria per la ginnastica delle truppe: indipendentemente dai giudizi sulla conformità di questi usi ad uno spazio sacro, il diniego da parte dell’autorità comunale impedì che si verificasse ciò che invece accadde alla navata di San Francesco, che per alloggiarvi i militari subì violenze di ogni genere – da scriteriati lavori murari alla costruzione di latrine. Occorre tuttavia sottolineare come, fra le carte conservate all’Archivio Storico del Comune di Siena e all’archivio di quella che fu, in passato, la Soprintendenza dell’arte medievale e moderna per la Toscana, figurino anche le segnalazioni effettuate dai militari sulla necessità di intervenire a tutela delle strutture o sul rinvenimento di antichi manufatti nei propri locali.</p><p rend="text">Emersero, in alcuni casi, ulteriori controversie sulla spettanza della manutenzione degli edifici, di proprietà comunale ma tenuti in affitto dall’amministrazione militare – a carico di quest’ultima erano gli interventi ordinari, del Comune e del suo Ufficio Tecnico quelli straordinari – ma, soprattutto, sulla titolarità della chiesa. Dopo diversi decenni di affidamento alla congregazione del Suffragio, tale assetto venne messo in discussione quando la legge del 27 maggio 1929, che rese esecutive le misure sancite con i Patti Lateranensi, ne revocò la concessione, aprendo una fase di incertezza che nemmeno l’iniziativa dell’Ordinario diocesano – il quale, nel 1931, avviò le pratiche per la retrocessione all’autorità ecclesiastica – riuscì a risolvere: solo a seguito dei ripetuti solleciti da parte della Soprintendenza di Siena e grazie all’intervento congiunto della Direzione generale del Fondo per il Culto – dal 1932 organo del Ministero dell’Interno – e dell’Intendenza di Finanza si giunse, nel 1956, a un definitivo chiarimento di competenze. La chiesa fu quindi riconosciuta come rientrante nella sfera del Fondo per il Culto, poi Fondo Edifici di Culto, che ancor oggi la tiene in gestione assieme ad un’altra importante chiesa senese, la Basilica di San Domenico.</p><p rend="text">Per quanto riguarda, invece, le strutture conventuali, parte di esse fu acquisita dalla Provincia Toscana dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi che, dopo l’approvazione della consulta chiamata ad esprimersi in merito all’alienazione di questi locali il 26 agosto 1937, versò all’Amministrazione comunale 65.000 lire. Nella primavera dell’anno seguente, il Genio Militare aveva provveduto alle chiusure necessarie per separare la parte di Caserma che rimase in uso all’Autorità Militare da quella ceduta ai Carmelitani, i quali continuarono ad abitare nella propria sede fino a quando l’ultimo frate, Padre Egidio Geni, abbandonò il complesso all’inizio del nuovo millennio, trasferendosi nel convento fiorentino di San Paolino assieme ad alcuni beni artistici dell’Ordine. Da quel momento in poi i locali, rimasti di proprietà dei Carmelitani Scalzi, furono concessi in locazione a differenti enti per differenti utilizzi e rimangono, ad oggi, adibiti a struttura alberghiera.</p><p rend="text">La porzione adattata a caserma mantenne la propria funzione anche dopo la costruzione di un nuovo complesso militare, intitolato ad Alfonso Lamarmora, in piazza Vittorio Emanuele II, già piazza d’Armi e poi divenuta piazza Amendola. Ultimato nel 1937, il progetto fu proposto già dieci anni prima per ovviare all’annoso problema dell’accasermamento delle truppe, dislocate negli spazi di ex conventi che, come quello carmelitano, risultavano angusti e poco consoni ad alloggiarvi i reggimenti: ciononostante, la caserma del Pian dei Mantellini continuò a fungere da presidio militare anche dopo il secondo conflitto mondiale, quando venne reintitolata a Giuseppe Mazzini. Nel 1966 il complesso passò al Demanio pubblico e fu rilevato, l’anno seguente, dall’Università di Siena, alla quale nel 1978 venne infine concessa un’ulteriore piccola porzione del convento, con accesso da via della Diana, destinata a laboratorio della Facoltà di Farmacia, oggi dismesso (Fig. 1.3). </p><p rend="text">I lavori di assestamento e riadattamento della nuova ‘sede del sapere’, resi difficoltosi dalle condizioni precarie dovute ai lunghi periodi di abbandono e dalle più recenti riutilizzazioni, vennero effettuati fra il 1969 e il 1971 dall’Impresa fiorentina Gaetano Berni sotto la direzione dell’ingegner Guido Dringoli e si possono ritenere «il primo dei grandi impegni architettonici dell’Ateneo senese»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-002">37</ref></hi></hi> dei decenni in questione, a fronte di una considerevole spesa di 338 milioni di lire<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-001">38</ref></hi></hi>. Il massiccio progetto di ristrutturazione portò, oltre ad impegnativi interventi di consolidamento, alla rimozione delle sovrapposizioni murarie che celavano gli originali prospetti che si affacciavano sul chiostro e alla totale ridefinizione della facciata e delle finestre dell’edificio rivolto verso via Bastianini.</p><p rend="text">In applicazione della Legge 237 del 1960, che imponeva che ogni progetto di edificio pubblico prevedesse un budget specifico per le opere d’arte pari ad almeno il 2% dei costi totali – budget che risultava, tuttavia, piuttosto modesto – venne bandito un concorso per la realizzazione di una recinzione metallica su via Bastianini. Vincitore risultò Osvaldo Calò, detto Aldo (1910-1983), scultore di calibro assoluto che disegnò e realizzò un’opera che incarna la sua ricerca artistica di quegli anni, riscattando i nuovi materiali – le leghe metalliche – dalla banalità del quotidiano e dalla loro mera funzionalità pratica per esaltarne l’intrinseca bellezza, elevandoli a pura espressione di forma, spazio e luce (Fig. 1.4). </p><p rend="text">Sebbene, secondo quando riferisce Alberto Bruno, l’opera non incontrò vasti consensi – «tanto da indurre certa arguzia popolare senese a ribattezzare affettuosamente la Via Bastianini come “via del ferraccio”»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_05.html#footnote-000">39</ref></hi></hi> – riteniamo vadano riconosciuti i giusti meriti all’artista, ormai giunti tempi maturi per meglio apprezzare il suo operato.</p><p rend="text">Parimenti, intendiamo dare spazio al monumentale ma trascurato ciclo di affreschi che decora le pareti del chiostro grande, fulcro del complesso didattico e delle nostre ricerche, sulle cui vicende faremo luce nel seguente capitolo.</p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-038-backlink">1</ref></hi> Per approfondire la trasmigrazione in Europa si veda Ludovico Saggi, <hi rend="italic">Storia </hi><hi rend="italic">dell’Ordine Carmelitano</hi>, vol. I (Roma: Edizioni Carmelitane, 1962-1963), 36-42.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-037-backlink">2</ref></hi> Giovanni Antonio Pecci, “Compendio di contratti sciolti esistenti presso i molto reverendi Padri di S. Maria del Carmine di Siena,” in <hi rend="italic">Miscellanee. Ms. A.III.11</hi> (Siena: Biblioteca Comunale, 1748), n. 171, f. 78r.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-036-backlink">3</ref></hi> Lusini, <hi rend="italic">La chiesa di S. Niccolò del</hi><hi rend="italic"> Carmine in Siena</hi>, 5.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-035-backlink">4</ref></hi> Lo scapolare, allora formante un tutt’uno con il cappuccio, era composto da due pezzi di stoffa marrone legati da cordicelle o nastri che poggiano sulle spalle: a partire dal capitolo generale di Montpellier del 1278, esso doveva essere chiaramente mostrato sotto alla cappa, in questa occasione sostituita da una bianca dal momento che quella barrata, a tre bande grigie e quattro bianche intercalate tra loro, era ritenuta motivo di scherno anziché oggetto di devozione popolare. Il primo, ritenuto l’abito proprio dell’Ordine – <hi rend="italic">habitus nostrae religionis</hi> – e per questo chiamato anche ‘abitino’, doveva essere obbligatoriamente indossato giorno e notte dai frati, contrariamente alla cappa il cui impiego era necessario solo in occasioni specifiche, «in capitulo et ante portam et in summa missa», e che costituiva il loro abbigliamento distintivo al di fuori delle mura del convento. Per un approfondimento sull’abito carmelitano si veda Emanuele Boaga, “Scheda 101,” in <hi rend="italic">La sostanza dell’Effimero. Gli abiti degli Ordini religiosi in </hi><hi rend="italic">Occidente</hi>, a cura di Giancarlo Rocca (Roma: Edizioni Paoline, 2000).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-034-backlink">5</ref></hi> Lusini, <hi rend="italic">La chiesa di S. Niccolò del Carmine in Siena</hi>, 5.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-033-backlink">6</ref></hi> Orlando Malavolti, <hi rend="italic">Historia di Siena</hi>, vol. II (Venezia: Salvestro Marchetti Libraro, 1599), 48.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-032-backlink">7</ref></hi> Nonostante l’intitolazione a San Niccolò, la denominazione di Santa Maria del Carmine ricorre assai di frequente fra i documenti senesi e si deve alla consuetudine dei frati carmelitani di dedicare le loro chiese alla Vergine, cui era destinato un profondo culto – essendo ritenuta madre e patrona dell’ordine stesso – e alla quale era intitolato il primo santuario degli eremiti sorto sul Monte Carmelo.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-031-backlink">8</ref></hi> Lodovico Zdekauer, <hi rend="italic">Il Costituto del Comune di Siena </hi><hi rend="italic">dell’anno 1262</hi> (Milano: Hoepli, 1897), 46.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-030-backlink">9</ref></hi> Giovanni Battista Masini, “Spoglio e Repertorio di scritture in carta pecora nel Convento del Carmine di Siena,” in <hi rend="italic">Miscellanee. Ms. A.III.5.</hi> (Siena: Biblioteca Comunale, 1748), n. 52, f. 81v.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-029-backlink">10</ref></hi> Sara Recupero segnala la donazione da parte di Bernardino di Alamanno Piccolomini dal 1297, si veda Masini, “Spoglio e Repertorio di scritture…,” n. 139, f. 79v.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-028-backlink">11</ref></hi> Pecci, “Compendio di contratti sciolti…,” n. 120, ff. 62r-62v; n. 201, ff. 72r-72v.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-027-backlink">12</ref></hi> Archivio di Stato di Siena, <hi rend="italic">Estimo</hi> 107, f. CCXVII; f. DXIII; f. DLXXXX; f. DLXXXXI.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-026-backlink">13</ref></hi> ASS, <hi rend="italic">Estimo</hi> 107, f. DLXVII.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-025-backlink">14</ref></hi> Lusini, <hi rend="italic">La chiesa di S. Niccolò del Carmine </hi><hi rend="italic">in Siena</hi>, 14 nota 9.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-024-backlink">15</ref></hi> Liberati, “Chiesa di San Niccolò al Carmine,” 161.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-023-backlink">16</ref></hi> Recupero, “I Carmelitani a Siena: note storiche,” 358.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-022-backlink">17</ref></hi> Vannoccio Biringucci poté godere, sin da giovane, della protezione di Pandolfo Petrucci e dei suoi familiari. È da segnalare che fra il 1509 e il 1512, proprio per il palazzo del Magnifico, Giacomo Cozzarelli modellerà e fonderà in bronzo una serie di sette bracciali reggitorce e vessilli, oggi al Museo Civico di Siena. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-021-backlink">18</ref></hi> Nel 1654 fu eletto priore generale un altro senese, Mario Venturini, poi ritiratosi nel convento di Siena sino alla sua morte, avvenuta nel 1676. I quattro priori generali, sepolti nella chiesa di San Niccolò, sono ritratti in altrettanti busti secenteschi modellati in gesso e corredati di cornice e iscrizione. Segnaliamo un errore del Lusini che, anticipando di un secolo la morte del Venturini per via di una scorretta lettura dell’iscrizione, parla del succedersi di quattro priori generali senesi nel corso del Cinquecento.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-020-backlink">19</ref></hi> Lo stemma, partito verticalmente, presenta sulla destra un fiore sormontato da un’aquila coronata, ovvero l’arme familiare del Caffardi, mentre sulla sinistra lo scudo dell’Ordine Carmelitano, che ha origine dalla forma della cappa che lascia vedere la tonaca sul davanti. Uno stemma analogo, riferibile all’ambito del Cafaggi, è collocato sopra le arcate del lato sud-est del chiostro.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-019-backlink">20</ref></hi> Lusini, <hi rend="italic">La chiesa di S. Niccolò del Carmine in </hi><hi rend="italic">Siena</hi>, 36-7.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-018-backlink">21</ref></hi> Recupero, “I Carmelitani a Siena: note storiche,” 371.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-017-backlink">22</ref></hi> La ‘criptofirma’ è stata individuata in seguito ai lavori di restauro portati avanti fra il 2016 e il 2017 dal Laboratorio del Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna di Arezzo. Si veda la scheda di Laura Martini, “Dal Sodoma al Riccio: la pittura senese negli ultimi decenni della Repubblica,” in <hi rend="italic">Il buon secolo della</hi><hi rend="italic"> pittura senese. Dalla maniera moderna al lume caravaggesco: Montepulciano, San</hi><hi rend="italic"> Quirico d’Orcia, Pienza</hi> (Ospedaletto, Pisa: Pacini Editore, 2017), 201-3.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-016-backlink">23</ref></hi> La datazione dell’opera è resa possibile dall’iscrizione «FRANZ VANNES<hi rend="CharOverride-3"> 1598</hi>» posta sopra al frammento della ruota di Santa Caterina.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-015-backlink">24</ref></hi> La cerimonia, fissata definitivamente negli anni Cinquanta del XVI secolo, divenne una vera e propria consuetudine cittadina che attesta il gradimento cultuale presso il popolo senese riscosso da questa e altre figure di santi e beati locali. Si vedano Alessandra Gianni, “Agiografia senese nei secoli XVI-XX,” in <hi rend="italic">Santi e Beati senesi. Testi e immagini a stampa</hi>, a cura di Fabio Bisogni, e Mario De Gregorio (Siena: Maschietto &amp; Musolino, 2000) e Pierantonio Piatti, “Eremitani, Servi di Maria e Carmelitani nella Siena del Trecento,” in <hi rend="italic">Beata Civitas. Pubblica pietà e devozioni private nella Siena </hi><hi rend="italic">del ’300</hi>, a cura di Anna Benvenuti e Pierantonio Piatti. (Firenze: SISMEL Edizioni del Galluzzo, 2016), 525.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-014-backlink">25</ref></hi> A tale scopo, nel 1685 i frati si rivolsero al collegio di Balìa, che accolse la richiesta. Ciononostante, alcune di queste reliquie verranno cedute, in seguito a supplica, alla Compagnia dei Vaccinari di Roma (1697) e ai Carmelitani di Bari (1710), entrambi particolarmente devoti al beato senese. Si veda Recupero, “I Carmelitani a Siena: note storiche,” 360-61.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-013-backlink">26</ref></hi> Nel 1988, un restauro ha riportate le tele alla loro forma originale.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-012-backlink">27</ref></hi> Ettore Romagnoli, <hi rend="italic">Nuova guida della città di </hi><hi rend="italic">Siena per gli amatori delle Belle Arti</hi> (Siena: Stamperia Mucci, 1822), 54 e Francesco Brogi, <hi rend="italic">Inventario degli oggetti d’arte </hi><hi rend="italic">del convento e chiesa del Carmine</hi>, vol. VII/39 (Siena: 1862).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-011-backlink">28</ref></hi> Valenti, “Lo scavo e la ceramica dal complesso del Carmine,” 38. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-010-backlink">29</ref></hi> Marco Ciampolini, <hi rend="italic">Pittori senesi del Seicento</hi>, vol. I (Siena: Nuova immagine, 2010), 62.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-009-backlink">30</ref></hi> Recupero, “I Carmelitani a Siena: note storiche,” 362.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-008-backlink">31</ref></hi> ASS, <hi rend="italic">Conventi, Stati di consistenza e</hi><hi rend="italic"> carta della Soppressione</hi>, 2561.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-007-backlink">32</ref></hi> Lodovico Zdekauer, “Archivio Notarile Provinciale di Siena. I,” <hi rend="italic">Bullettino senese di storia patria</hi> 1 (1894): 291.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-006-backlink">33</ref></hi> Per un approfondimento sui regesti e sulle vicende relative all’archivio del convento si veda Recupero “I Carmelitani a Siena: note storiche,” 381 e sgg. Sui documenti conservati a Berlino si segnalano Samuel Löwenfeld, “Kleinere Beiträge,” <hi rend="italic">Neues Archiv</hi> 11 (1886) e Brigitte Szabó-Bechstein, “Die Sieneser Urkunden der Staatsbibliothek Preußischer Kulturbesitz Berlin (12.-18.Jh.). Die Fonds S. Leonardo al Lago, S. Salvatore di Lecceto, S. del Carmine und Piccolomini,” <hi rend="italic">Quellen und Forschungen aus </hi><hi rend="italic">italienischen Archiven und Bibliotheken</hi> 55-56 (1976).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-005-backlink">34</ref></hi> Molti dei maggiori conventi senesi dismessi negli anni Sessanta dell’Ottocento o precedentemente furono impiegati come quartieri per l’accasermamento delle truppe. Oltre al Carmine, si ricordano i locali di Santa Chiara, Vita Eterna, San Domenico, della Madonna, della Fortezza, di una casamatta della Polveriera, della Caserma dei Reali Carabinieri da tempo stabilitasi in un’ala di San Francesco e dei conventi dei Serviti e di Santo Spirito. Per approfondire l’edilizia religiosa senese dopo l’Unità d’Italia si veda Margherita Eichberg, “L’edilizia religiosa senese all’indomani dell’Unità tra progetti di riutilizzo e restauri stilistici,” in <hi rend="italic">Architettura e</hi><hi rend="italic"> disegno urbano a Siena nell’Ottocento tra passato e modernità</hi>, a cura di Margherita Anselmi Zondadari (Siena: Fondazione Monte dei Paschi di Siena, 2006).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-004-backlink">35</ref></hi> Lusini, <hi rend="italic">La chiesa di</hi><hi rend="italic"> S. Niccolò del Carmine in Siena</hi>, 64.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-003-backlink">36</ref></hi> Lusini, <hi rend="italic">La chiesa di S. Niccolò del Carmine in Siena</hi>, 65.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-002-backlink">37</ref></hi> Italo Moretti, “L’architettura delle sedi universitarie,” in <hi rend="italic">L’Università di Siena. 750 anni di storia</hi>, testi di Mario Ascheri et al. (Siena: Monte dei Paschi di Siena, 1991), 292.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-001-backlink">38</ref></hi> Alberto Bruno, “La politica edilizia dell’Università di Siena dal 1965 ad oggi,” in Ascheri et al., <hi rend="italic">L’Università di Siena</hi>, 305. Per ulteriori notizie su Guido Dringoli si veda Federico Caldari, <hi rend="italic">s.v.</hi><hi rend="italic"> Guido Dringoli</hi>, in <hi rend="italic">Architettura nelle Terre di Siena. La </hi><hi rend="italic">prima metà del Novecento</hi>, a cura di Luca Quattrocchi (Cinisello Balsamo: Silvana Editoriale, 2010).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_05.html#footnote-000-backlink">39</ref></hi> Bruno, “La politica edilizia dell’Università di Siena dal 1965 ad oggi,” 398.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Federico Celesti, celestifederico@gmail.com, <ref target="https://orcid.org/0009-0004-7912-6593">0009-0004-7912-6593</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Federico Celesti, <hi rend="italic">Il Convento del Carmine dalla sua fondazione ai giorni nostri</hi>, © Author(s), <ref target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">CC BY-SA</ref> 4.0, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0932-8.05">10.36253/979-12-215-0932-8.05</ref>, in Federico Celesti, <hi rend="italic">Il Convento del Carmine. I luoghi dell’Ateneo di Siena - 1</hi>, pp. -38, 2026, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0932-8, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0932-8">10.36253/979-12-215-0932-8</ref></p><p rend="editorial_metadata_references" >Book References DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0932-8.references">10.36253/979-12-215-0932-8.references</ref></p></div></div>
      
    </body>
  </text>
</TEI>