<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?>
<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
  <teiHeader>
    <fileDesc>
      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">Alle origini del Palazzo San Niccolò</title>
        <author>
          <persName n="1">
            <forename>Silvia</forename>
            <surname>Colucci</surname>
            <placeName type="affiliation">Indipendent scholar, Italy</placeName>
          </persName>
        </author>
        <respStmt>
          <resp>This is a section of <title>Il Palazzo San Niccolò</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0936-6</idno>) by </resp>
          <name>Silvia Colucci, Martina Dei, Luca Quattrocchi</name>
        </respStmt>
      </titleStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0936-6.03</idno>
        <availability>
          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY-SA 4.0</p>
          </licence>
          <licence source="metadata" target="https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/legalcode">
            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
          </licence>
        </availability>
      </publicationStmt>
      <sourceDesc>
        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
      </sourceDesc>
    </fileDesc>
    <encodingDesc>
      <appInfo>
        <application version="2.2" ident="Booksflow">
          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
        </application>
      </appInfo>
    </encodingDesc>
    <profileDesc>
      <abstract xml:lang="en">
        <p>The essay traces the architectural and artistic history of the ancient female monastery of San Niccolò in Siena - suppressed in 1808-10 and then used as a city mental asylum - from its origins in the fourteenth century until its final demolition starting in 1870.</p>
      </abstract>
      <textClass>
        <keywords>
          <list>
            <item>monastery</item>
            <item>mental asylum</item>
            <item>architectural project</item>
            <item>artistic heritage</item>
          </list>
        </keywords>
      </textClass>
    </profileDesc>
  </teiHeader>
  <text>
    <body>
      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0936-6.03<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0936-6.03" /></p>
      
      <div><head>Capitolo 1</head></div><div><head>Alle origini del Palazzo San Niccolò<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-087">1</ref></hi></hi></head><p rend="h1_author">Silvia Colucci</p><p rend="text">Il visitatore che entri nel Palazzo San Niccolò, superato il grande atrio d’ingresso, si ritroverà nel vestibolo della cappella interna (Fig. 1.1) e, voltandosi indietro, scorgerà uno stemma lapideo dell’illustre casata Petroni, a forma di scudo, murato sopra l’accesso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-086">2</ref></hi></hi> (Fig. 1.2). </p><p rend="text">Quest’emblema araldico, insieme a una serie di pregevoli opere d’arte ormai disseminate in varie sedi, è tutto ciò che resta dell’antico monastero femminile di San Niccolò, fondato nel Trecento da quella famiglia, che venne chiuso e confiscato nel 1808-1810 in forza delle soppressioni napoleoniche e adibito a ospitare il manicomio cittadino. Progressivamente alterato per rispondere alle esigenze della sua nuova destinazione d’uso, l’ex monastero – rivelatosi ben presto insufficiente e inadeguato – fu infine atterrato per dare luogo, entro lo scadere dell’Ottocento, al fabbricato giunto fino ai nostri giorni, che ha continuato ad assolvere alla sua funzione di ospedale psichiatrico fino alla chiusura definitiva nel 1999. Ancora oggi l’edificio ottocentesco, riqualificato come sede universitaria, conserva la memoria delle sue remote origini nella denominazione di Palazzo San Niccolò.</p><p rend="text">Il monastero delle clarisse di San Niccolò era stato fondato intorno alla metà del Trecento per volontà e con le sostanze della famiglia senese dei Petroni. Per l’esattezza, la sua edificazione si può far risalire a un’epoca compresa fra il 1346, anno in cui viene concessa l’<hi rend="italic">Approvazione della fondazione del convento di S. Niccolò dentro Siena, data da Clemente, l’anno quarto in Avignone</hi>, e il 1363, anno in cui il testamento di Francesco di Niccolaccio Petroni menziona espressamente il monastero come già esistente. E’ opinione critica ormai condivisa che Francesco avesse eseguito la volontà testamentaria di un suo illustre consanguineo, il cardinale Riccardo Petroni (morto a Genova nel 1314), facendo erigere a Siena un monastero di clarisse, che venne dedicato a San Niccolò verosimilmente per il ‘rimedio dell’anima’ di suo padre Niccolaccio, nonché della madre Mina e della sua<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-085">3</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il complesso sorse nella valle compresa fra il castello di Montone Piccolomini e la porzione della nuova cinta muraria in cui si apre la Porta Romana, che in antico si chiamava Porta Nuova. Le prime, rare testimonianze del suo aspetto risalgono alla fine del Cinquecento, quando era già stato interessato da modifiche; consentono, tuttavia, di farsi un’idea generale del suo assetto, altrimenti difficile da ricostruire, anche perché l’archivio del convento fu distrutto da un incendio nel 1560<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-084">4</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nella veduta di Siena in prospettiva assonometrica delineata da Francesco Vanni nel 1595 e incisa da Pieter de Jode nel 1596-1597 (Fig. 1.3)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-083">5</ref></hi></hi> il complesso è ritratto dal lato che guarda verso la collina dei Servi: si presenta di forma quadrangolare, tutto su uno stesso livello articolato intorno a un chiostro, con l’ingresso rivolto verso l’odierna via Roma sormontato da un campanile a vela e sul retro l’orto recintato rivolto verso la Valle di Montone. </p><p rend="text">Un ulteriore disegno della prima metà del Seicento, conservato presso l’Archivio di Stato di Firenze, mostra una veduta della sequenza di edifici che sorgevano lungo l’attuale via Roma; qui il monastero di San Niccolò, che si osserva a sinistra subito accanto alla Porta Romana, si presenta invece piuttosto irregolare e articolato, complici il declivio del terreno e la presenza di alcuni fabbricati rurali che si sovrappongono in parte al suo prospetto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-082">6</ref></hi></hi> (Fig. 1.4). </p><p rend="text">Anche per quanto riguarda l’interno della chiesa, le prime descrizioni note risalgono al Cinquecento avanzato, quando i visitatori apostolici cominciano a soffermarsi, sia pur concisamente, sul suo aspetto e sulle sue dotazioni per decretarne la conformità ai precetti tridentini. Nel 1575 il visitatore apostolico Francesco Egidio Bossi passava in rassegna tre altari, quello maggiore in laterizio di san Niccolò e i due laterali dedicati rispettivamente alla Madonna e a san Bernardino, tutti muniti di icone, ossia immagini dipinte su tavola:</p><quote rend="quotation_b ParaOverride-1">Visitavit sanctissimum sacramentum quod erat repositum in tabernaculo ligneo deaurato in altari maiori existenti […] Vidit dictum altare maius, quod erat latericium, et copertum tribus tobaleis, et aderat petra sacra non adequata quam mandavit adequari […] cum decenti icona […]. Visitavit etiam altare, noncupatum <hi rend="italic">della Madonna</hi>, quod idem Dominus Confissarius dixit non esse dotatum, […] et erat satis decenter retentum cum pulcra icona […]. Visitavit aliud altare sub titulo Sancti Bernardini […] et aderat icona pulcra, cum imaginibus Sancti Bernardini, et aliorum sanctorum<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-081">7</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">E’ da credere che le tavole viste dal Bossi risalissero alla metà del Quattrocento, epoca nella quale deve essere stata attuata una generale revisione della dotazione e della decorazione della chiesa trecentesca; ne è prova la presenza stessa di un altare intitolato a san Bernardino, canonizzato nel 1450. Non è possibile stabilire quali delle numerose tavole con la Vergine e con san Bernardino prelevate dal monastero nel 1810 coincidessero con quelle viste dal Bossi sui rispettivi altari<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-080">8</ref></hi></hi>. A titolo d’esempio, nel rapporto della soppressione risalente al 1808 si legge che nel secondo dormitorio esisteva «Un quadro grande antico di legno, esprimente la Madonna con diversi santi»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-079">9</ref></hi></hi>, che avrebbe potuto decorare, originariamente, l’altare <hi rend="italic">della Madonna</hi>.<hi rend="CharOverride-2"> </hi>Più agevole risulta identificare l’opera che verosimilmente sormontava l’altare maggiore: si tratta del trittico di Giovanni di Paolo, firmato e datato 1453 (oggi conservato nella Pinacoteca Nazionale di Siena)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-078">10</ref></hi></hi>, che presenta la maestosa figura di san Nicola in trono affiancato da quattro santi francescani disposti a coppie nei pannelli laterali, Bernardino e Francesco sulla sinistra, Chiara e Ludovico di Tolosa sulla destra<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-077">11</ref></hi></hi>. L’opera verrà prelevata nel 1810 e destinata all’Accademia di Belle Arti, come attestano i progetti di ordinamento dei dipinti redatti dall’abate De Angelis nel 1816<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-076">12</ref></hi></hi> e la testimonianza dell’erudito Ettore Romagnoli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-075">13</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’assetto della chiesa del San Niccolò descritto dalla già citata testimonianza del visitatore apostolico Bossi nel 1575 era destinato a mutare mezzo secolo più tardi, quando, analogamente a molte altre chiese di fondazione pre-moderna, anche quest’oratorio subiva una ristrutturazione interna con il conseguente riordino degli altari. È possibile che quest’iniziativa derivasse dall’esigenza di una maggiore rispondenza ai dettami tridentini in materia di decoro e liturgia, ma potrebbe essere stata dettata anche da una volontà di ammodernamento. </p><p rend="text">La documentazione d’archivio, questa volta, ci viene in soccorso con notizie puntuali sull’epoca e la natura di tali lavori. Grazie ad un resoconto delle spese, risalente al 21 marzo 1626, apprendiamo che si erano appena conclusi i rifacimenti ad opera del maestro Gabriello Catorri: </p><quote rend="quotation_b">Per il presente scritto si fa ricordo come questo dì et anno sopradetto essendosi fatto conto con M[aestro] Gabriello Catorri dei lavori di stucco fatti nel nostro oratorio di San Niccolò cio[è] li tre altari con colonne di stucco, et il cornicione andante intorno a detto oratorio pur di stucco, il prezzo de’ quali lavori ascendono alla somma di scudi Trecento quindici e £ 6 di moneta, cioè scudi 170 il cappellone, scudi 100 li due altari bassi, e scudi 45 e soldi 45 di cornicione, che il tutto fa la somma predetta di scudi 315 aggiontovi scudi 10 soldi 6 simili pagabili per spese di marmo calcina colori, et altre spese fatte dal medesimo in detto lavoro…<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-074">14</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">A questa data i nuovi altari erano pronti ad alloggiare altrettante nuove tele, che si sono conservate. Su quello maggiore era collocata la tela riferita a Raffaello Vanni con <hi rend="italic">San Nicola di Bari che resuscita un morto</hi>, datata 1627; su quello di destra il dipinto di Rutilio Manetti con <hi rend="italic">L’Eterno e l’Immacolata in gloria con David e Isaia</hi>, del 1629; infine, su quello di sinistra era installata la tela con <hi rend="italic">Crocifissione e santi</hi> attribuita a Stefano Volpi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-073">15</ref></hi></hi>. Il rinnovato assetto dell’oratorio viene anche sommariamente descritto nel resoconto della visita pastorale dell’arcivescovo Leonardo Marsili (1682-1683), il quale testimonia che la chiesa era </p><quote rend="quotation_b">in fornicibus in tribus partis distincta, et continet tria Altaria. Dicta tria altaria sunt affabre gypso construita, parietes erant dictae Ecclesiae undique copertae telis sericeis rubris coloris. Visitavit altare majus decenter ornatum […] Visitavit pariter Altaria lateralia, quorum pariter lapidem saenam per cordulam habent<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-072">16</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Il visitatore attesta dunque la presenza di tre portali che immettevano nella chiesa, dotata di altrettanti altari, costruiti in stucco e provvisti di «cordula» (forse un cordolo o cornice) in pietra di Siena, probabilmente identificabile con marmo giallo. Si soffermava inoltre sulla presenza di una piccola finestra a lato dell’altare maggiore per la somministrazione della comunione alle converse, sul coro delle religiose posto allo stesso livello della navata ma da essa separato, e sui parlatori provvisti di grate di ferro per la clausura delle monache.</p><p rend="text">Stando ai pochi documenti superstiti, altri lavori strutturali si sarebbero svolti nel 1649 e 1664, come testimoniano alcune liste di spesa per i materiali impiegati, destinati all’arredo minore della chiesa e ai lavori per la facciata e la sagrestia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-071">17</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’aspetto del complesso nelle prime decadi del Settecento ci è testimoniato da uno schizzo alquanto sommario dell’erudito Girolamo Macchi che ne delinea il prospetto, eseguito in un’epoca compresa fra il 1708 e il 1721. Il fronte della porzione centrale, apparentemente su un solo livello, presenta due portali di carattere rinascimentale, probabilmente uno per la chiesa e uno per il convento. Sulla sommità di questo fabbricato svetta il campanile a vela con due campane, mentre alle estremità della copertura si osservano due ‘frontoni’ triangolari, presumibilmente corrispondenti terminazioni di un tetto a spioventi. Sulla destra si distingue un piccolo loggiato con una sola colonna, sulla sinistra invece è presente un corpo di fabbrica soprelevato di un piano rispetto al corpo centrale, forse frutto di un ampliamento. L’area antistante al prospetto del monastero appare delimitata da un muro di cinta, al centro del quale si apre un portale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-070">18</ref></hi></hi> (Fig. 1.5).</p><p rend="text">Il monastero si intravede anche in due incisioni settecentesche del celebre vedutista nordico Friedrich Bernhard Werner, la prima del 1731, la seconda del 1750 circa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-069">19</ref></hi></hi>. Nella veduta di Siena, ripresa da lontano in prospettiva radente, si osserva sulla destra, dietro le mura urbane in prossimità della Porta Romana, il poderoso fabbricato su due livelli in corrispondenza del declivio del terreno, indicato in legenda con il nome «S. Nicolo».</p><p rend="text">Nel corso del Settecento, comunque, dovette essere effettuato un intervento di soprelevazione di un piano del corpo principale nonché l’aumento dei volumi laterali, forse per accrescere la capienza dei dormitori, che dal 1783 accoglieranno anche le clarisse del soppresso Convento di San Lorenzo in Carbonara<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-068">20</ref></hi></hi>. Dalla documentazione si evince soltanto che alla metà del secolo, più precisamente nel 1754, vengono intrapresi lavori di restauro al tetto della chiesa e del coro e al tetto del dormitorio delle converse<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-067">21</ref></hi></hi>. Ancora nel 1805 sono attestati nel convento urgenti lavori di restauro non meglio precisati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-066">22</ref></hi></hi>: si tratta degli ultimi interventi effettuati sull’edificio prima che la soppressione napoleonica ne sancisse la definitiva chiusura.</p><p rend="text">Nel 1808-1810 la comunità monastica di San Niccolò soccombeva alla soppressione napoleonica degli ordini religiosi, che decretava la chiusura del convento delle clarisse dopo oltre quattro secoli e mezzo di storia<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-065">23</ref></hi></hi>. Il suo patrimonio fu confiscato: la suppellettile ecclesiastica e gran parte delle opere d’arte vennero depositate, previa inventariazione sommaria da parte dell’abate Luigi de Angelis, presso il nascente Istituto di Belle Arti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-064">24</ref></hi></hi>, mentre le terre e masserizie furono cedute in affitto a tal Giuseppe Carratelli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-063">25</ref></hi></hi>. In occasione dell’apposizione dei sigilli al convento, nel 1810, fu redatto un puntuale elenco dei <hi rend="italic">Mobili, effetti, Registri, Stromenti, Scritture, Carte e Cassa</hi>, che ci fornisce alcune informazioni sull’articolazione dei suoi ambienti a quella data<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-062">26</ref></hi></hi>. La chiesa era articolata in una navata munita di tre varchi di accesso, coro e tre altari, una sagrestia esterna e una sagrestia interna destinata alla clausura. Al piano terreno, intorno al chiostro centrale, erano dislocate tutte le stanze di servizio: cucina, dispensa e refettorio, guardaroba, cantina, due granai, oliario, camarlingheria, spezieria e una stanza detta ‘del Crocifisso’ costituita da tre vani contigui, uno dei quali destinato a cappella. Al primo piano erano presenti due dormitori – uno di dieci celle per le suore e la badessa, separato tramite un vasto andito da quello di otto celle del Noviziato – mentre al secondo piano erano ubicate altre tredici piccole camere, nonché l’infermeria di cinque vani e l’archivio. </p><p rend="text">Nel giro di pochi anni l’edificio venne concesso dal governo alla Compagnia dei Disciplinati sotto le volte dello Spedale – in seguito denominata Società di Esecutori di Pie Disposizioni – per ospitarvi il nuovo manicomio di Siena. Fin dal 1773 la Compagnia deteneva l’onere del mantenimento di strutture di ricovero ospedaliero, che nel corso del tempo furono alloggiate in edifici di fortuna: prima l’ospedale ‘de’ pazzarelli’ presso Porta San Marco, poi il cosiddetto ‘ricovero del Bigi’ in via Fontanella e in aggiunta lo Spedaletto delle ‘gravide occulte’, infine l’ex monastero di Santa Chiara nei Pispini da poco soppresso. Per riunire in un’unica sede adeguata i vari ospedali, il rettore della Compagnia, marchese Angelo Chigi, si risolse a chiedere al governo la cessione dell’ex monastero di San Niccolò<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-061">27</ref></hi></hi>. Ebbero così inizio i lavori di adattamento e di restauro della struttura per ospitare i pazienti e gli uffici, lavori che si svolsero alacremente fra il 1815 e il 1818. Era allora direttore del manicomio il medico Giuseppe Lodoli (in carica dal 1805 al 1823)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-060">28</ref></hi></hi>, sotto il quale verrà ufficialmente celebrata l’inaugurazione del nuovo «ospedale dei tignosi, delle gravide occulte e dei dementi» il 6 dicembre 1818, festa di san Nicola<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-059">29</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Sotto il coordinamento di Giovanni Gani, il capo-muratore fiduciario della Compagnia che aveva assunto la commissione, furono effettuati tutti i lavori di ristrutturazione. Gli interventi dovettero interessare prevalentemente la suddivisione interna del fabbricato, nel quale vennero ricavati più livelli senza modificarne l’altezza. Da fonti posteriori apprendiamo che fu anche costruita, addossandola al retro dell’edificio, la cosiddetta ‘Fabbrichetta dei Bagni’ in prossimità di una grande cisterna, oltre a lavatoi, gabinetti, stanze di servizio di varia natura e la scala che conduceva al quartiere dei tignosi. Si provvide, inoltre, a risistemare la piazza antistante l’ex monastero e ad erigere i muri di cinta, trattandosi di una struttura con finalità di segregazione<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-058">30</ref></hi></hi>. Il prospetto del complesso rimase sostanzialmente immutato, se si eccettua qualche intervento di <hi rend="italic">maquillage</hi> effettuato sulla facciata tra il 1817 e il 1818, quando vi fu anche affisso uno stemma granducale a opera del pittore Giuseppe Lusini, che fu inoltre incaricato di ritoccare le stanze dipinte<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-057">31</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Tra i vari interventi realizzati si devono menzionare le inferriate per l’ingresso dell’edificio e per la suddivisione interna dei reparti. A tal riguardo, risulta che nel 1813 le cancellate del convento di Santa Marta, parimenti soppresso in età napoleonica, erano state prelevate, pesate e trasferite al San Niccolò<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-056">32</ref></hi></hi>; a seguire, nel 1815 erano state approntate delle riproduzioni con ferro della medesima qualità per il cancello d’ingresso dello stabilimento<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-055">33</ref></hi></hi>. Sembra però che si fosse conservata anche qualche inferriata dell’antico monastero, come quella che la Società di Esecutori di Pie Disposizioni avrebbe in seguito prestato per la Mostra dell’Antica Arte Senese del 1904: </p><quote rend="quotation_b">Cancello dell’antico monastero di S. Niccolò a Porta Romana, in ferro battuto, a due corpi, di quindici comparti a corniciatura, con costola di mezzo quadrello ad angolo, ornata con pallottole, che serrano ciascuna una formella quadrilobata di mezzo tondo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-054">34</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Al termine dei lavori, l’oratorio interno al monastero restò in uso con funzione di cappella per le funzioni religiose del nosocomio; vi fecero presto ritorno le tele degli altari – attestate dalle guide ottocentesche – riunite ad alcune opere che nel 1810 non erano state selezionate dal De Angelis per l’Istituto di Belle Arti.</p><p rend="text">A quest’epoca risalgono anche le prime attestazioni di quattro bassorilievi in terracotta invetriata con le figure degli <hi rend="italic">Evangelisti</hi> con i rispettivi simboli, che erano murati nelle pareti dell’oratorio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-053">35</ref></hi></hi>. Infatti l’erudito Ettore Romagnoli, in una bozza manoscritta per la guida di Siena risalente al 1818-1822, appuntava al riguardo: «Alcuni cocci sono della Robbia»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-052">36</ref></hi></hi>. In una posteriore versione a stampa del 1832, come pure nelle successive riedizioni della guida (1836 e 1840), l’erudito specificava che «I quattro tondi con gli evangelisti sono lavori <hi rend="italic">della Robbia</hi>»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-051">37</ref></hi></hi>. Invece una guida di Siena, pubblicata nel 1863, riferiva che «I quattro bassorilievi di terra cotta si dicono lavorati dai Della Robbia, ma forse sono opera di qualche maestro senese. […] Sappiamo che il Vecchietta e il Marrina lavorarono in questa materia»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-050">38</ref></hi></hi>. A queste date i tondi, per qualche imprecisata ragione, erano stati ridotti in forma quadrata e privati delle loro cornici; è quanto ci testimonia nel 1863 il restauratore Francesco Brogi, il quale scrive: </p><quote rend="quotation_b">Nelle pareti: S. Matteo Ev[angelista], S. Marco Ev[angelista], S. Luca Ev[angelista], S. Giovanni Ev[angelista]. Figure sedute, che stanno in atto di scrivere, ed hanno appresso i rispettivi emblemi. Esse sono nella proporzione di un quarto del vero circa. Bassorilievi in terra cotta invetriata bianca con fondo azzurro. Altezza ciascuno 0,78 larghezza 0,78. Maestro Cecco di Giorgio, sec. XV. In origine erano circolari, ora sono rettangolari. Conservate<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-049">39</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Sulla base di queste sommarie descrizioni, scalate nell’arco di mezzo secolo, si può stabilire che esistevano dei tondi ‘alla robbiana’ i quali, all’incirca tra il 1840 e il 1863, sarebbero stati ridotti in forma quadrata; i manufatti venivano giudicati di epoca rinascimentale, probabilmente opera di qualche artista senese pratico dell’arte della terracotta invetriata. Brogi si spingeva a proporre il nome di Cecco di Giorgio, misterioso maestro attivo a Siena tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo, del quale dà conto anche il Romagnoli nelle sue biografie degli artisti locali<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-048">40</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Nel tardo Ottocento, contestualmente alla ricostruzione della cappella del manicomio, si dovette fare i conti con la presenza di questi avanzi ceramici. Nei pennacchi della cupola dell’oratorio interno all’edificio si osservano, ancora oggi, quattro tondi in terracotta invetriata con gli <hi rend="italic">Evangelisti</hi> e i loro simboli circondati da cornici fitomorfe (Fig. 1.6). </p><p rend="text">Nell’Ottocento le officine senesi producevano in gran copia manufatti di questo genere in stile neo-rinascimentale, quindi potrebbe trattarsi di rifacimenti creati e messi in opera a ridosso della costruzione della nuova cappella, nel nono decennio del XIX secolo. Ma una piccola nota adespota, rintracciata fra le carte relative a quel progetto, contiene un informale preventivo che getta una luce diversa sulla questione: </p><quote rend="quotation_b">Prezzi delle decorazioni della chiesa… 4 medaglioni ad uso Della Robbia e restauro degli Evangelisti … Per fare in rilievo lo Spirito Santo … Per colorire tutte le cornici ad imitazione della Robbia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-047">41</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Nella stessa filza si individua anche un foglio con il disegno acquerellato di uno dei pennacchi della cupola, su cui sono abbozzati un tondo con l’Evangelista Luca e una serie di prove delle cornici alla robbiana con motivi a festone di frutta (Fig. 1.7). </p><p rend="text">Sembra, quindi, che i quattro <hi rend="italic">Evangelisti</hi> fossero destinati a subire soltanto un restauro, mentre il rifacimento avrebbe dovuto interessare unicamente le perdute cornici dei tondi. Ne consegue che le opere attualmente visibili sarebbero il risultato dell’integrazione di robbiane preesistenti, le figure, con cornici ‘alla robbiana’ ottocentesche, come sembra indicare anche l’osservazione del dato materiale; i tondi, infatti, forse a causa di questo riadattamento si presentano fratturati in più punti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-046">42</ref></hi></hi> (Fig. 1.8).</p><p rend="text">L’assetto dell’edificio manicomiale in seguito alle prime modificazioni del 1815-1818 ci è restituito dalla precoce testimonianza di Domenico Gualandi, medico e direttore del manicomio di Sant’Orsola a Bologna, che in una sua pubblicazione del 1823 forniva una descrizione del San Niccolò portandolo come esempio virtuoso, pur nelle sue modeste dimensioni: </p><quote rend="quotation_b">Tutto lo stabilimento è piccolo anzi che no. Conteneva al momento che lo visitai 56 folli fra donne e uomini. […] Non vi sono per verità né teatri né giardini; ma in vece si è pensato a cose molto più solide. La ventilazione è perfetta da per tutto; la prospettiva è ridente; l’aria è buona. L’ospedale è collocato ad un angolo della città vicinissimo alla porta dalla quale si entra venendo da Roma. Innanzi a sé ha una specie di prato, o di piazza erbosa, che fa bellissimo vedere. La facciata è bianca, gli usci, e le finestre sono in ottimo stato. Dopo un andito, che serve di atrio molto pulito si ha l’uscio interno, che mette in una specie di sala terrena da una parte della quale sono due rami di scala molto eleganti, sopra uno dei quali è indicato che conduce alla corsia delle donne, e sopra l’altro che conduce a quella degli uomini. Cancelli eleganti di ferro, i quali non presentano affatto l’idea di prigione, intromettono alle corsie anche esse nettissime e con camere recentissime. I corridoi sono interrotti da graziosi cancelli di ferro muniti di ramate. […] Le finestre sono munite di ferrate, sono però basse soverchiamente, come basso è il soffitto delle camere per la ragione che si è voluto dividere la casa in quel numero di piani di cui senza alzarla era suscettiva. […] Vi è una camera di ricreazione, e di lavoro…<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-045">43</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Oltre alla descrizione del Gualandi, per farci un’idea del primitivo manicomio disponiamo anche di due preziose testimonianze visive posteriori di un solo decennio. Il 17 febbraio 1834 la città veniva colpita da una scossa di terremoto abbastanza forte, in seguito alla quale il noto architetto senese Agostino Fantastici (1782-1845) fu incaricato dalla Compagnia dei Disciplinati di esprimere un parere sulle condizioni del manicomio San Niccolò. Il Fantastici redasse un accurato resoconto peritale, corredato dal dettaglio dei lavori preventivati per alcuni interventi strutturali e da tavole con i rilievi dell’edificio – la planimetria e l’alzato della facciata in scala uno a quattrocento – che si sono conservate<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-044">44</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’alzato delineato dal Fantastici (Fig. 1.9) ritrae l’edificio come un poderoso corpo di fabbrica regolare affiancato da due avancorpi laterali, regolarizzato grazie allo zoccolo in bugnato liscio che corre alla base di tutto il fronte.</p><p rend="text">Nel blocco centrale, soprelevato di un piano, si aprono due grandi portali sormontati da una lapide e un doppio ordine di finestre rettangolari; invece gli avancorpi, su tre livelli, sono provvisti di una sequenza verticale di aperture ad arco, forse destinate ad areare e illuminare le corsie, affiancate da coppie di finestre rettangolari. L’aspetto dell’edificio coincide con quello ritratto da una testimonianza fotografica posteriore (Fig. 1.10), largamente ritoccata e pubblicata dalla Società di Esecutori di Pie Disposizioni nei suoi opuscoli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-043">45</ref></hi></hi>, nella quale si osserva soltanto l’aggiunta di uno stemma della Compagnia a sormontare la lapide, di un grande orologio al centro del piano superiore e di due piccoli campanili in metallo sulla copertura. </p><p rend="text">La planimetria rilevata dal Fantastici (Fig. 1.11) risulta di notevole utilità per comprendere l’esatta articolazione del complesso e le proposte di intervento sulle criticità riscontrate. Nella sua rigorosa perizia, l’architetto confermava la sostanziale stabilità del fabbricato «che sebbene abbia in molti punti sofferto, non vi è d’altronde per ora l’ombra di un indizio allarmante di non lontana rovina». Cionondimeno, egli portava all’attenzione della Compagnia una serie di difetti strutturali – complici il declivio del terreno, la mancanza di opportuni rinforzi murari e l’umidità di risalita di pozzi e impianti fognari mal costruiti – che a lungo andare si sarebbero potuti rivelare rovinosi. </p><p rend="text">I principali problemi strutturali interessavano la sezione rivolta verso le mura urbane. In particolare, versavano in cattive condizioni il piccolo edificio nella cantonata indicata in pianta con la lettera A, e la cantonata del muro perimetrale indicata con la lettera K, in corrispondenza della struttura contrassegnata dalla lettera C ossia la ‘Fabbrichetta dei Bagni’, aggiunta al monastero durante i lavori del 1815-1818. </p><p rend="text">In merito al primo problema, l’architetto evidenziava come </p><quote rend="quotation_b ParaOverride-2">Quella parte di fabbrica che era debole fin dalla fondazione venne indebolita assai maggiormente allorché fu ridotto il Monastero a Spedale dei Dementi. In tale circostanza furono costruiti all’interno di essa, contro ogni buona regola, quattro pozzini, uno cioè sopra l’altro, che raccoglievano l’acqua dei tetti per somministrarla ad ogni distinto piano […] Una quantità di pozzi pieni d’acqua soprapposti gli agli altri cinti, e sostenuti da muraglie vecchie, e non perfettissime, per quanta cautela usata vi fosse nel costruirgli, dovevan comunicar sempre molto umido a quelle muraglie, e col loro peso spingerle, e scollegarle. </quote><p rend="text">Il Fantastici osservava poi che per ovviare a quel problema il costruttore aveva applicato nove catene di ferro alla muraglia, provvedimento tuttavia inefficace perché l’azione dell’acqua e delle urine presenti nelle latrine e nel sottostante bottino aveva fatto non soltanto disgiungere le murature, ma anche ossidare le catene di rinforzo. Per ovviare a queste criticità, l’architetto avanzava la proposta di sopprimere i pozzini interni e spostare il sottostante bottino, e di ricostruire il muro ammalorato rinforzandolo con un «rimpello speronato». Per risolvere il problema dell’approvvigionamento idrico a questa sezione, proponeva di installare una «tromba espirante» in corrispondenza della cisterna grande, situata sul retro dell’edificio.</p><p rend="text">Quanto alla ‘Fabbrichetta dei Bagni’, edificata per l’appunto sul retro del complesso accanto alla cisterna grande, il Fantastici rilevava che le arcate superiori presentavano gravi spaccature determinate dal progressivo distaccarsi della cantonata per il cedimento delle fondamenta, costruite su suolo scosceso e senza sostruzioni di appoggio. Qui la soluzione prospettata si fa piuttosto interessante, prefigurando proposte progettuali successivamente sviluppate che prevedono l’appoggio alla cinta muraria urbana. Il Fantastici, infatti, riteneva che sarebbe bastato </p><quote rend="quotation_b ParaOverride-2">soltanto costruire un nuovo muro grosso braccia 1/2 in ritesto di detta cantonata, […] vale a dire dalla stessa Fabbrichetta dei Bagni, alle prossime mura urbane, il cui imbasamento consiste in un arco a porzione di cerchio, grosso 1/2 braccia costruito poco al di sotto del terreno, ed impostato nel fondamento dei Bagni, e nell’altro delle mura urbane medesime. </quote><p rend="text">L’architetto si soffermava anche sul problema delle forti esalazioni che dalle latrine si propagavano nell’edificio destinato ai «dementi», scrivendo al riguardo che </p><quote rend="quotation_b ParaOverride-2">Quest’ultimo inconveniente, che pure merita molta considerazione, non potrà a mio parere mai togliersi affatto, senza costruire nuovi luoghi comodi staccati dal resto della Fabbrica dandogli accesso soltanto per mezzo di piccole logge aperte per la più facile circolazione dell’aria, e corrispondenti a ciascun piano. </quote><p rend="text">In chiusura, il Fantastici proponeva di installare un sistema parafulmine a protezione dell’edificio su suggerimento di don Santi Linari, professore di Fisica dell’ateneo senese.</p><p rend="text">Riunitasi il 3 aprile 1834 per valutare la perizia dell’architetto, la Deputazione della Compagnia decideva di rimandare <hi rend="italic">sine die</hi> tutti gli interventi proposti, non ravvisando carattere di urgenza nelle criticità riscontrate; provvedimento che avrebbe suscitato il disappunto del Fantastici e i suoi ulteriori ma vani tentativi di far installare almeno il parafulmine<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-042">46</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Tuttavia due anni più tardi la Compagnia, constatata l’effettiva necessità di ampliare e risanare la porzione dello stabile destinata ai «dementi reclusi», tornava a prendere in considerazione gli interventi a suo tempo proposti dal Fantastici. Nel 1836 il Rettore presentava una richiesta di ampliamento di quell’edificio, che nelle intenzioni avrebbe dovuto addossarsi alle mura urbane; conseguentemente l’architetto dello Scrittoio delle Regie Fabbriche di Siena, Alessandro Doveri (1771-1845)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-041">47</ref></hi></hi>, si recava a ispezionare il manicomio insieme al suo assistente e al Fantastici – qualificato come architetto di quell’ospedale – verificando l’effettiva angustia della fabbrica destinata ai dormitori dei ‘dementi’ e convenendo sulla necessità di un ampliamento. Lo si evince dalla relazione, corredata da disegno tecnico progettuale, rimessa dal Doveri al Direttore del Dipartimento delle Regie Fabbriche, marchese Girolamo Ballati Nerli<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-040">48</ref></hi></hi>. L’architetto vi delineava e dettava le caratteristiche che avrebbe dovuto avere il nuovo fabbricato di congiungimento tra l’edificio preesistente e le mura urbane. Esso si sarebbe elevato per quattro piani come lo stabile da ampliare, che essendo ubicato in corrispondenza del declivio del terreno presentava un ulteriore livello; conseguentemente, nel tratto interessato le mura urbane sarebbero state soprelevate per un’altezza di oltre 12 braccia. All’interno, ciascun piano avrebbe contenuto cinque celle per lato affacciate su un corridoio centrale; per fornire sufficiente illuminazione naturale ai corridoi centrali, si sarebbe presentata la necessità di aprire due grandi finestre sovrapposte nelle antiche mura urbane. Al pari dei primi interventi proposti nel 1834 dal Fantastici, anche la soluzione testimoniata dalla relazione e dal disegno del Doveri era destinata a rimanere sulla carta. </p><p rend="text">Una rara immagine fotografica del vecchio edificio manicomiale ripreso da una diversa angolazione, che ci mostra il retro del complesso (Fig. 1.12), ne attesta i caratteri eterogenei e irregolari, frutto di stratificati interventi architettonici non sistematicamente pianificati ma dettati dalla necessità; vi si osserva a destra, sul lato rivolto verso le mura urbane, un poderoso corpo di fabbrica su più livelli, evidenziati da cornici marcapiano, che dalle fonti risulta denominato sezione Guislain<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-039">49</ref></hi></hi>. Questa porzione dell’edificio ospedaliero, l’unica sopravvissuta alla riedificazione del tardo Ottocento e oggi nota come Torre Rossa, sembra rispondere proprio all’esigenza di ampliamento per la quale era stata avanzata la proposta progettuale suggerita dal Fantastici e delineata dall’architetto Alessandro Doveri, benché sia stata realizzata in posizione differente, non essendo addossata alla cinta muraria medievale. </p><p rend="text">Sull’esatta epoca di costruzione della sezione Guislain<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-038">50</ref></hi></hi> – destinata ad ospitare camere d’isolamento, sale di soggiorno, dormitori e un locale per i bagni – si registrano pareri discordi. Alcuni sono inclini a credere che sia stata eretta nel 1840, ma appare tuttavia più probabile che l’effettiva realizzazione risalga a qualche anno più tardi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-037">51</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Dai documenti apprendiamo che nell’adunanza del 24 agosto 1843 si esaminava la richiesta del direttore medico dell’Ospedale, Pietro Tommi, di edificare «il rialzamento della fabbrica di S. Niccolò per costruirvi il quartiere per le occulte» ma il Capitolo della Compagnia differiva tale decisione, chiedendo in prima battuta una perizia e un progetto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-036">52</ref></hi></hi>. Il successivo 22 marzo 1844 veniva data lettura della perizia, redatta ancora una volta dal Fantastici, e si deliberava di addivenire a un progetto «che non portasse tanto dispendio»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-035">53</ref></hi></hi>. Al punto che, pochi mesi dopo, si valutava di effettuare il necessario ampliamento tramite l’acquisizione della casa dell’ortolano e ancora nel maggio dell’anno successivo si continuava ad accennare ai «proposti lavori di ingrandimento».</p><p rend="text">Sta di fatto che nel 1845, anno in cui sia Alessandro Doveri che Agostino Fantastici si spegnevano, la corrispondenza della Compagnia dei Disciplinati era ancora fittamente incentrata sulla necessità di ingrandire i locali per ricavare ulteriori camere e di costruire adeguate attrezzature e servizi igienici<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-034">54</ref></hi></hi>. Infatti, dal 1835 la popolazione del manicomio aveva conosciuto una crescita esponenziale, tale da rendere decisamente urgente un intervento. </p><p rend="text">Finalmente nell’adunanza del 31 dicembre 1846 veniva data lettura della relazione e perizia relativa ai lavori per l’ingrandimento del manicomio firmata dall’architetto Lorenzo Doveri (1799-1866)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-033">55</ref></hi></hi>, figlio di Alessandro, che l’anno successivo sarebbe stato nominato perito onorario della Compagnia. Il 15 gennaio 1847 veniva così approvato l’innalzamento della fabbrica dei bagni secondo il progetto del Doveri: sembra, infatti, che l’ingrandimento del manicomio fosse concepito come intervento di soprelevazione e accrescimento della preesistente fabbrica dei bagni al fine di erigere la nuova sezione, come dimostra il confronto tra l’antica e l’odierna planimetria del complesso<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-032">56</ref></hi></hi>. Faceva seguito tutta una serie di candidature di maestri e artigiani per ricevere la commissione dei lavori in economia, proponendo una percentuale di ribasso sulla stima della perizia, in osservanza al cosiddetto ‘Quaderno di Oneri’ nel quale si stabilivano tutte le regole per accollarsi i lavori. Una missiva del muratore Giovanni Corsi del 1849 ci informa del fatto che egli </p><quote rend="quotation_b">divenne accollatario dei lavori d’ingrandimento e riduzione occorrenti nella Fabbrica del Manicomio di S. Niccolò, accettando l’impresa col ribasso del 6% sulla perizia e disegno dell’Ill.mo Sig. Prof. Architetto Lorenzo Doveri<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-031">57</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Purtroppo non si conservano i disegni relativi a quest’impresa, la cui natura resta di conseguenza incerta, ma è da credere che fosse correlata alla costruzione della nuova sezione, trattandosi appunto di lavori di «ingrandimento e riduzione». Nel 1848 la nuova fabbrica era in attesa della copertura e nel 1850 era sicuramente conclusa, come prova una proposta formulata in quell’anno per la creazione di tubazioni per le acque reflue che avrebbero dovuto simulare cornici marcapiano sulla facciata della nuova sezione. La corrispondenza del Doveri si arresta intorno al 1850, quando l’architetto chiede alla Compagnia di pagare i giovani che lo avevano coadiuvato nell’incarico, fra i quali l’architetto Giulio Rossi, che aveva sovrinteso i lavori<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-030">58</ref></hi></hi>. Si può pertanto ritenere che la cosiddetta Torre Rossa o sezione Guislain sia stata edificata su progetto e sotto la direzione di Lorenzo Doveri tra il 1847 e il 1850, concretizzando finalmente le richieste reiterate negli anni dal direttore medico Tommi. </p><p rend="text">Nel decennio seguente le condizioni di sovraffollamento e inadeguatezza del nosocomio non fanno che aggravarsi. La direzione di Pietro Tommi era improntata a metodi relativamente conservatori, indifferenti alle novità della disciplina alienista che si affacciavano prepotentemente nella più progredita Francia; per quanto egli avesse apportato qualche miglioria sul piano medico, come la limitazione dell’isolamento cellulare, l’introduzione del lavoro agricolo e il potenziamento degli impianti idroterapici. Quando, nel 1857, il Tommi lasciò l’incarico per raggiunti limiti d’età, la Compagnia decise di bandire un concorso per l’individuazione del nuovo Medico Soprintendente. Risultò vincitore il pratese Carlo Livi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-029">59</ref></hi></hi>, un medico privo di esperienze in strutture manicomiali e di pregressi incarichi di direzione. All’atto della sua formale accettazione, nel maggio 1858, egli assumeva l’incarico di direttore «col patto di trasferirsi immediatamente a visitare i manicomi più celebrati d’Italia, prendendo nota dei principali metodi curativi»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-028">60</ref></hi></hi>, secondo una prassi consolidata da tempo fra gli alienisti. Rientrato dal suo <hi rend="italic">Grand Tour</hi> scientifico il successivo 3 settembre<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-027">61</ref></hi></hi>, il nuovo direttore avocò a sé tutte le decisioni relative alla gestione del manicomio, accentrando nella sua persona la responsabilità di tutte le funzioni. Constatate le insufficienti e arretrate condizioni dell’istituzione che si era trovato a dirigere, come misura preliminare impose una serie di modifiche gestionali (come ad esempio l’introduzione delle cartelle cliniche) e la separazione dei malati di mente dai ‘tignosi’ e dalle ‘gravide occulte’. Tuttavia la struttura esistente rimaneva del tutto inadeguata: essa rispondeva, infatti, al superato principio del rigoroso isolamento dei malati, in nome del quale aveva assunto l’aspetto di «un alveare irto di stretti corridoi e di celle più o meno lugubri»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-026">62</ref></hi></hi>. Al contrario, le prescrizioni degli alienisti più all’avanguardia consigliavano di evitare, nei limiti del possibile, la segregazione coercitiva, di dotare gli istituti di cura di ampi spazi, di promuovere la prassi del lavoro con finalità terapeutiche (ergoterapia) e di consentire ai degenti di muoversi fra vari edifici deputati ad assolvere differenti funzioni, in maniera da ricreare la sensazione di una vita normale. Il modello di asilo perseguito dal Livi era, in buona sostanza, quello del cosiddetto ‘sistema disseminato’, che oltretutto avrebbe reso la comunità dei degenti pressoché autosufficiente dal punto di vista economico con l’introduzione estensiva del lavoro agricolo e artigianale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-025">63</ref></hi></hi>. A tal fine, il Livi non esitò a promuovere energicamente, fin dal 1859, la riforma edilizia del San Niccolò, un progetto di totale ricostruzione della struttura ospedaliera per renderla conforme alle più aggiornate soluzioni terapeutiche. </p><p rend="text">La Compagnia prese atto delle effettive esigenze di modifiche strutturali, ma si dimostrò alquanto restia ad accogliere il gravoso progetto del ‘sistema disseminato’, eludendo per quasi un decennio la decisione di ricostruire radicalmente il manicomio. Tra il 1859 e il 1865 si registra, infatti, un’alternanza di perizie e progetti rimasti sulla carta, che rivelano la determinazione della Compagnia di ristrutturare e ampliare l’edificio senza tuttavia fare concessioni effettive alle richieste del Livi, reputate eccessivamente onerose. </p><p rend="text">Nel 1859 l’architetto Giulio Rossi (1819-1861), allievo di Lorenzo Doveri, riceveva dalla Compagnia l’incarico di progettare, affiancandosi a Carlo Livi, l’ingrandimento dell’edificio manicomiale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-024">64</ref></hi></hi>. Il progetto, secondo la deliberazione della Compagnia, sarebbe stato poi sottoposto ad una Commissione che ne avrebbe valutato la fattibilità<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-023">65</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">L’impostazione del ‘sistema disseminato’ perseguita dal Livi e da questi presentata nel 1860 consisteva, in effetti, nella compartimentazione degli ambienti interni di una struttura piuttosto raccolta tramite giardini e cortili, che avrebbero trovato corrispondenza in spazi esterni riservati ai singoli quartieri, oltre a piccole villette o capanne svizzere per i paganti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-022">66</ref></hi></hi>. L’architetto Rossi, che a questa impostazione si sarebbe dovuto attenere traducendola in progetto architettonico, licenziava nel marzo del 1861 il suo rapporto illustrativo corredato di tavole. Del documento si conserva soltanto una bozza manoscritta nella quale si legge: </p><quote rend="quotation_b ParaOverride-1">Il progetto nel suo insieme viene rappresentato da n. cinque grandi tavole di disegni comprendendo la prima la pianta generale della località con i suoi annessi e muri di cinta, piazzali, e tutto il piano terreno dell’edifizio con i giardini e cortili annessi. La seconda rappresenta lo stato comparativo della fabbrica attuale con la riduzione proposta, onde meglio apprezzarne l’importanza. La terza dimostra lo scomparto del primo piano, e la quarta del secondo ed ultimo piano, essendo a questo precettivamente limitata la elevazione della fabbrica. E la quinta rappresenta la facciata o alzato esterno, ed il taglio longitudinale dell’edifizio medesimo. […] Ho trovato necessario di variare l’ubicazione della Cappella per portarla nella parte centrale dell’edifizio, onde meglio resti accessibile a tutte le classi degli ammalati…<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-021">67</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Purtroppo non sono state rintracciate le tavole menzionate, mentre si conservano due ulteriori progetti di dettaglio delineati dal Rossi, conservati in altro fascicolo e destinati ad essere parimenti sottoposti alla Commissione. Il primo, firmato e datato 25 agosto 1860, è corredato da un disegno dell’edificio a quattro piani destinato a ospitare le nuove latrine (Fig. 1.13). </p><p rend="text">Il secondo, firmato e datato 27 aprile 1861, comprende un’altra tavola raffigurante la galleria che doveva rendere comunicanti i due bracci verso la stanza delle stuoie (Fig. 1.14)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-020">68</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">In base all’osservazione comparata di tutto questo materiale, si può stabilire che il progetto elaborato da Giulio Rossi prevedeva la ristrutturazione dello stabile centrale articolato su due piani con la cappella posizionata al centro; all’interno del piano terreno dell’edificio manicomiale si sarebbero dovuti aprire cortili e giardini che avrebbero inframmezzato le singole sezioni destinate alle diverse classi di degenti o alle varie attività. Era inoltre prevista la presenza di una galleria che metteva in comunicazione le porzioni laterali, e di uno stabile separato ma contiguo che doveva assolvere alla funzione di edificio per le latrine. </p><p rend="text">Nel luglio 1861 la Commissione nominata dalla Compagnia si esprimeva favorevolmente sul progetto di Giulio Rossi e Carlo Livi con una relazione, nella quale fu anche stabilito il criterio della suddivisione dei lavori su più annualità<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-019">69</ref></hi></hi>. Il successivo 26 agosto 1861 la Compagnia approvava a sua volta il progetto, che avrebbe fatto ascendere la capienza del manicomio a circa 250 pazienti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-018">70</ref></hi></hi>. Ma l’ampliamento progettato da Giulio Rossi non fu attuato: nell’ottobre di quello stesso anno, infatti, il giovane architetto moriva prematuramente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-017">71</ref></hi></hi>. </p><p rend="text ParaOverride-3">All’indomani di questa ennesima battuta d’arresto, il 17 gennaio 1864<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-016">72</ref></hi></hi> veniva nominato direttore dei lavori l’ingegnere Pietro Casuccini – che l’anno prima era divenuto membro della Compagnia – affiancato dall’ingegnere Cesare Nievo con il ruolo di assistente e disegnatore<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-015">73</ref></hi></hi>. Ai buoni propositi iniziali, tuttavia, non fece seguito una rapida ed effettiva conclusione, perché per tutto l’anno i lavori di progettazione procedettero estremamente a rilento e tra molte difficoltà. La documentazione lascia trapelare una scarsa intesa di fondo fra il Casuccini e il Nievo, nonché la crescente e manifesta insoddisfazione del Livi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-014">74</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">A ben vedere, i due ingegneri avevano ricevuto mandato dalla Compagnia di redigere il loro progetto prendendo a modello i disegni dell’architetto Giulio Rossi, che all’uopo erano stati consegnati al Nievo; ma il Livi, animato dal suo indefesso zelo riformatore, cercava costantemente di forzare loro la mano in direzione di sviluppi progettuali ben più articolati e dispendiosi. Lo stesso Casuccini lamentava sia il soverchio controllo del Direttore Medico, sia l’inefficienza del collega disegnatore. L’ingegner Nievo, infatti, non soddisfece la committenza, innanzitutto per il ritardo estremo con cui fece pervenire i suoi disegni, che vennero ultimati soltanto il 30 marzo 1865<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-013">75</ref></hi></hi>, ma anche per ragioni di merito. In una lettera risalente al 22 marzo di quell’anno, il Casuccini affermava senza mezzi termini che, a suo parere, i disegni del defunto Rossi erano decisamente superiori a quelli del Nievo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-012">76</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Finalmente il 4 aprile 1865 i nuovi bozzetti progettuali furono sottoposti al Consiglio e prontamente emendati dal Livi, ma l’insoddisfazione della Compagnia per il faticoso procedere dei lavori fece maturare la decisione di comunicare al Nievo il licenziamento con effetto dal mese successivo e il contestuale obbligo di consegnare al Casuccini tutti i disegni prodotti fino a quel momento e tutti quelli dell’architetto Rossi. Il Nievo si impegnò a presentare ugualmente il suo lavoro formulando una richiesta di proroga fino alla fine di maggio, che gli fu accordata<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-011">77</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Così il 1° giugno 1865 Casuccini trasmetteva alla Compagnia il nuovo progetto corredandolo di un <hi rend="italic">Rapporto sul progetto d’accrescimento del Manicomio di S. Niccolò in Siena</hi>, dal quale si ricavano ulteriori informazioni: </p><quote rend="quotation_b">Il manicomio di S. Niccolò di Siena si compone attualmente di un vecchio convento nel quale sono stati fatti de’ restauri per ridurlo all’uso d’Ospedale. La Venerabile Compagnia dei Disciplinati che presiede questo stabilimento vedendo la necessità di doverlo ingrandire, incaricava l’architetto Rossi di fare un progetto di ampliamento, questo non essendo stato attuato e verificandosi sempre più l’urgenza di ampliare il manicomio la V.C. profittò dell’occasione favorevole di poter fare l’acquisto dello stabile Mieli e di altre piccole case in vicinanza della chiesa del Montone per aumentare i locali disponibili per il proprio stabilimento. Fu allora che venne incaricato il sottoscritto come fratello della V.C. d’occuparsi della direzione di questi nuovi lavori sulle basi e sulla scorta del progetto precedentemente ideato dal Rossi, uniformandosi peraltro ai suggerimenti che gli potessero venir dati dal medico direttore…</quote><p rend="text">Il progetto grafico che era allegato al rapporto non si è conservato, ma ci è noto grazie alle riproduzioni della pianta e del prospetto che furono pubblicate da Carlo Livi sulla rivista <hi rend="italic">Archivio Italiano delle malatie nervose</hi> nel luglio-agosto 1865<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-010">78</ref></hi></hi>. Si prevedeva di edificare un unico corpo di fabbrica disposto a ventaglio, diviso internamente in varie sezioni corrispondenti alle cinque classi di pazienti che avrebbero ospitato; i singoli quartieri sarebbero stati collegati da una galleria ma al contempo compartimentati al pari di fabbriche isolate, una delle quali forse coincidente con la palazzina Mieli da poco acquisita (Fig. 1.15). </p><p rend="text">Il prospetto del complesso sarebbe stato rivestito da un paramento a bugnato liscio su tre livelli evidenziati da cornici marcapiano; i suoi corpi di fabbrica principali avrebbero presentato tre distinte ‘facciate’ connotate da paraste di ordine gigante estese dal secondo al terzo livello; una vistosa cupola a spicchi con lanterna avrebbe sormontato il corpo centrale, decorato sul fronte da una teoria di statue acroteriali (Fig. 1.16). </p><p rend="text">Il rapporto riferiva che «l’edificio risulta di tre piani come era stato stabilito nel primitivo progetto del Rossi e la facciata presenta lo stesso ordine di decorazione che aveva ideato quel valente architetto»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-009">79</ref></hi></hi>. E’ pertanto da credere che un primo progetto presentato alla Commissione dall’architetto Rossi prevedesse un’elevazione di tre piani, in seguito ridotta a due su prescrizione della Compagnia, come risulta dal già citato rapporto del progetto finale presentato nel 1861.</p><p rend="text">Nei mesi successivi, anche grazie all’intercessione del Casuccini, la Compagnia soprassedeva dall’intenzione di licenziare il Nievo, benché nuovi periodi di inadempienza ne causassero la sospensione dal servizio e il successivo reintegro<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-008">80</ref></hi></hi>. Supportato dal Cancelliere della Compagnia per effettuare i calcoli dei costi, il Nievo predisponeva infine la perizia dei lavori con il relativo programma, firmata da Pietro Casuccini<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-007">81</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il primo lotto prevedeva il livellamento del terreno e la demolizione della casa colonica che si trovava nei pressi del Manicomio, eventualmente con il supporto dei pazienti della struttura; a questa fase sarebbe dovuta seguire la costruzione della nuova ala del quartiere degli uomini, della villa dei rettanti e di una porzione dell’edificio centrale con la cucina; successivamente, sarebbero stati edificati la chiesa, i bagni, le stanze di servizio e la ‘sala di Accademia’, anche tramite la parziale demolizione dell’edificio preesistente. Da ultimo sarebbe stata realizzata la facciata dell’edificio centrale con l’antistante piazzale recintato e l’ingresso.</p><p rend="text">Nel maggio del 1866 Casuccini interpellava l’ingegnere Baldassarre Marchi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-006">82</ref></hi></hi> per un parere in merito ai costi preventivati nella sua perizia e per una valutazione dell’effettiva opportunità di compiere i lavori di sterro, non essendo ancora in fase di esecuzione il progetto del nuovo ospedale. In sede di sopralluogo, il Marchi provvedeva a rassicurarlo sull’utilità dell’esecuzione del primo lotto di lavori, anche a prescindere dalla prosecuzione degli stessi, giacché lo sbancamento avrebbe comunque conferito più aria, luce e salubrità all’edificio oltre a consentire eventuali futuri ingrandimenti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-005">83</ref></hi></hi>. Pochi giorni dopo, il 20 maggio 1866, Pietro Casuccini rimetteva il suo incarico e Cesare Nievo veniva definitivamente licenziato; la direzione dei lavori veniva affidata all’ingegnere Baldassarre Marchi, suscitando la risentita ma inefficace protesta del Nievo, contrario a cedere il suo progetto ad altri<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-004">84</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">In questo stesso anno furono presi i primi contatti ufficiosi con l’architetto romano Francesco Azzurri, esperto di architettura manicomiale, per cercare di imprimere una svolta all’impresa dell’ingrandimento del San Niccolò, che ormai si trascinava da troppo tempo. Ma dovrà passare ancora qualche anno prima che i lavori entrino nel vivo. Nel 1869 l’istituzione manicomiale senese si trovò ad accogliere anche i malati delle province di Arezzo, Pisa e Livorno, che non potevano più essere ricoverati nell’ospedale fiorentino di San Bonifazio, ormai saturo. Improvvisamente la popolazione del San Niccolò ascese vertiginosamente, determinando il tracollo della situazione igienico-sanitaria, terapeutica e amministrativa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-003">85</ref></hi></hi>: tale evento costituì l’incentivo risolutivo per procedere alla demolizione dell’antico edificio, intrapresa nel 1870 contestualmente alla costruzione del nuovo ospedale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-002">86</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">Il restauratore e ispettore Francesco Brogi, incaricato di redigere l’inventario dei beni artistici degli edifici di Siena e della sua provincia fra il 1862 e il 1865, fece in tempo nel 1863 a visitare e descrivere il patrimonio del San Niccolò prima del suo definitivo atterramento. Oltre alla puntuale ricognizione delle opere d’arte conservate nell’oratorio interno e in altri ambienti dell’ex monastero, egli ci tramanda notizia di un brano di affresco ormai irrimediabilmente perduto: </p><quote rend="quotation_b">Salita la scala principale entro uno stanzino a sinistra: Gesù Cristo in croce a cui piedi sta genuflessa la Maddalena. Nel lato destro vi sono S. Giovanni ed altro Santo (di questo poco se ne vede): nel sinistro vi è la Madonna addolorata, ritta in piedi. Affresco eseguito entro una nicchia con piccole figure, alta 0,80 largo 0,65. Del tempo di Pietro di Lorenzo. s[ecolo] XIV. Moltissimo danneggiato specialmente nel lato inferiore: il panno della Vergine ha egualmente molto sofferto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-001">87</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Difficilmente il piccolo affresco sarà stato del tempo di Pietro Lorenzetti († 1348), visto che la costruzione del monastero di San Niccolò risale alla metà del secolo; tuttavia, alla luce della competenza del Brogi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_03.html#footnote-000">88</ref></hi></hi> e compatibilmente con le conoscenze della sua epoca, è da credere che fosse perlomeno inquadrabile entro il Trecento. Di lì a pochi anni, anche questo brano di decorazione parietale sarebbe andato distrutto insieme a tutte le murature dell’antico monastero. Ancora una volta le opere d’arte della chiesa sarebbero state rimosse e, a serbare la memoria dello scomparso complesso di fondazione trecentesca, sarebbe rimasto soltanto l’antico stemma Petroni descritto in apertura di questo lavoro.</p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-087-backlink">1</ref></hi> Questo lavoro rielabora e aggiorna una parte dei contenuti del mio saggio “Il San Niccolò di Siena da monastero francescano a villaggio manicomiale: storia, architettura e decorazione (1810-1950),” in <hi rend="italic">San Niccolò di Siena. Storia </hi><hi rend="italic">di un villaggio manicomiale</hi>,<hi rend="italic"> </hi>a cura di Francesca Vannozzi (Milano: Mazzotta, 2007), 79-104. Sono in corso di pubblicazione i saggi di Martina Dei nel volume voluto dalla Società di Esecutori di Pie Disposizioni in memoria della mostra per i 200 anni del San Niccolò: “Il ‘sogno dorato’ di Carlo Livi: verso un nuovo San Niccolò” e “Il nuovo San Niccolò di Francesco Azzurri: allontanare qualunque idea di trista reclusione.”, in <hi rend="italic">I duecento anni del San Niccolò. L’evoluzione urbanistica del manicomio senese e i suoi protagonisti</hi>, a cura Martina Dei, e Maria Laura Pogni, che ho potuto consultare grazie alla cortesia dell’Autrice.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-086-backlink">2</ref></hi> Lo stemma Petroni, apparentemente riconducibile al XIV secolo, ha perduto i suoi colori araldici. Si blasona: d’oro, al palo d’azzurro, caricato di stelle a cinque punte del campo (Archivio di Stato di Firenze [ASF], Raccolta Ceramelli Papiani, fasc. 6253). Anche sull’architrave del portale della Cappella – in stile rinascimentale ma risalente all’Ottocento – figurano, in bassorilievo, due stemmi Petroni in foggia di testa di cavallo (quello di sinistra reca il timbro di dignità del galero cardinalizio, certamente in memoria del porporato Riccardo) e uno con l’insegna della Compagnia dei Disciplinati, che acquisì l’immobile soltanto dopo il 1810.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-085-backlink">3</ref></hi> Sull’argomento ha fatto definitivamente chiarezza P. G. Morelli D’Aubert, “I Petroni di Siena: una famiglia e il suo patrimonio nel Trecento” (Tesi di Laurea, Università degli Studi di Siena, a.a. 1982-1983), relatore prof. Giuliano Catoni. Si veda in proposito anche Lorenzo Fusi, “Il convento di San Niccolò in Siena,” in Vannozzi, <hi rend="italic">San Niccolò di Siena</hi>, 49.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-084-backlink">4</ref></hi> Giuliano Catoni e Sonia Fineschi, <hi rend="italic">Guida Inventario dell’Archivio di Stato </hi><hi rend="italic">di Siena</hi>, vol. II (Roma: Ministero dell’Interno – Pubblicazioni degli Archivi di Stato, 1951), 186-87. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-083-backlink">5</ref></hi> Sull’opera si veda Ettore Pellegrini, <hi rend="italic">La “Sena Vetus Civitas Virginis” di </hi><hi rend="italic">Francesco Vanni tra arte e scienza</hi> (Siena: Il Leccio, 2008).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-082-backlink">6</ref></hi> ASF, Corporazioni religiose soppresse dal governo francese, conv, 132 – Religione dei cavalieri di Malta, 168, Cabreo della Commenda di San Leonardo di Siena, tenuta da Francesco Dell’Antella, 1622-1623. Pubblicato in: Beatrice Pianigiani, “Archeologia dell’architettura in Castel Montone. La chiesa dei Servi di Maria a Siena,” Tesi di Laurea. (Facoltà di Lettere e Filosofia, a.a. 2006-2007), rel. prof. Roberto Parenti, disegno 2a°-r01; Augusto Codogno, <hi rend="italic">La precettoria di San Leonardo. Chiesa, spedale, possedimenti</hi><hi rend="italic"> dentro e fuori le mura di Siena</hi> (Siena: Tipografia Senese, 2025). L’immagine è pubblicata anche sul sito: &lt;<ref target="https://www.valdimontone.it/home/archivio/a-spasso-per-il-rione/san-niccolo-da-convento-a-manicomio/">https://www.valdimontone.it/home/archivio/a-spasso-per-il-rione/san-niccolo-da-convento-a-manicomio/</ref>&gt; (2025-08-04).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-081-backlink">7</ref></hi> Archivio Arcivescovile di Siena [AAS], <hi rend="italic">Sante Visite</hi>, inv. 21, Francesco Egidio Bossi, <hi rend="italic">Visita Pastorale</hi>, 1575, c. 520v-521v.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-080-backlink">8</ref></hi> Archivio di Stato di Siena [ASS], <hi rend="italic">Fondo Istituto </hi><hi rend="italic">statale d’arte “Duccio di Buoninsegna”</hi> – Affari generali n.1, Belle Arti – affari dal 1814 al 1830 – 1: 11. Luigi De Angelis, <hi rend="italic">Prospetto degli oggetti di belle </hi><hi rend="italic">arti, che la commissione delegata per il circondario di Siena </hi><hi rend="italic">ha fatti trasportare nelle stanze della soppressa Università della stessa </hi><hi rend="italic">Città, 1810</hi> (S. Niccolò): «…Altra simile [tavola antica, n.d.A.] rappresentante la Vergine con diversi santi […] Altra simile rappresentante l’Assunzione della Vergine […] Altra simile rappresentante la Vergine col Divin Bambino e al di sopra il Salvatore e l’Annunziata» e ancora: «Altra simile rappresentante S. Bernardino […] Una tavola antica rappresentante S. Chiara con S. Bernardino».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-079-backlink">9</ref></hi> ASS, <hi rend="italic">Fondo</hi><hi rend="italic"> Conventi</hi>, San Niccolò, 2999 (2133), Prospetti e carte della soppressione, 1808, 23 aprile. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-078-backlink">10</ref></hi> Alla base del pannello centrale si legge l’iscrizione OPUS JOANNIS PAULI DE SENIS MCCCCLIII DIE III DECEMBRE. Si veda Piero Torriti, <hi rend="italic">La Pinacoteca Nazionale </hi><hi rend="italic">di Siena</hi>. <hi rend="italic">I dipinti dal XII al XV secolo</hi> (Genova: Sagep Editrice, 1977), scheda n. 173, 320-22. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-077-backlink">11</ref></hi> Almeno per i due scomparti laterali, forse smembrati dal centrale, si reperisce la prova della provenienza dal monastero di San Niccolò in ASS, <hi rend="italic">Fondo Istituto statale d’arte “Duccio di Buoninsegna”</hi> – Affari generali n.1, Belle Arti – affari dal 1814 al 1830 – 1: 11 Luigi De Angelis, <hi rend="italic">Prospetto degli oggetti</hi><hi rend="italic"> di belle arti, che la commissione delegata per il circondario</hi><hi rend="italic"> di Siena ha fatti trasportare nelle stanze della soppressa Università</hi><hi rend="italic"> della stessa Città, 1810</hi> (S. Niccolò): «Due simili rappresentanti una S. Bernardino con S. Francesco, l’altra S. Chiara con S. Lodovico».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-076-backlink">12</ref></hi> Biblioteca Comunale di Siena [BCS], Luigi De Angelis, <hi rend="italic">Prospetto della Galleria da farsi in Siena presentato dall’</hi><hi rend="italic">ab. Luigi De Angelis Conservatore della Biblioteca Pubblica e del </hi><hi rend="italic">Gabinetto delle Belle Arti al Sig. Maire ed al Consiglio </hi><hi rend="italic">municipale di detta città al dì primo di aprile 1812</hi>, ms. A.VIII.5, ins. 8, Siena 1812, cc. 400v, 401r, 431r.; Luigi De Angelis, <hi rend="italic">Ragguaglio del Nuovo Istituto delle Belle Arti</hi><hi rend="italic"> stabilito in Siena con la descrizione della sala nella quale</hi><hi rend="italic"> sono distribuiti cronologicamente i quadri dell’antica Scuola Sanese</hi> (Siena: Nella Stamperia Bindi, 1816), 27 nota 6.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-075-backlink">13</ref></hi> Ettore Romagnoli, <hi rend="italic">Biografia cronologica de’ Bellartisti senesi</hi>, (BCS, ms. L.II.1-13, Siena ante 1835) (ed. stereotipa Firenze: Studio per Edizioni Scelte (S.P.E.S.), 1976) IV, c. 319: «…l’altra tavola situata in quel locale, esprimente S. Niccolò di Bari sedente con dai lati S. Lodovico, S. Chiara, S. Bernardino, e S. Francesco: nella cornice è scritto: «Opus…»; c. 320: «Alle Belle Arti è pure un’altra tavola da Giovanni condotta nel 1453 per non so qual monastero. In essa vedesi un santo Pontefice, che benedice, con dai lati altri Santi. Abasso è l’anno, e il nome del pittore notato». </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-074-backlink">14</ref></hi> ASS, <hi rend="italic">Fondo Conventi</hi>, S. Niccolò, 2985, 21 marzo 1626. Lo stuccatore Gabriello Catorri è documentato, in collaborazione con il compagno Ludovico Chiappini, anche nella chiesa di S. Niccolò in Sasso. Si veda in proposito Enzo Carli, a cura di, <hi rend="italic">La chiesa di San Niccolò in Sasso a Siena</hi> (Siena: Edizioni Il Leccio, 1995), appendice documentaria, 82-6; e ancora Enzo Carli, <hi rend="italic">Arte senese e arte pisana</hi> (Torino: Allemandi, 1996), 145-54.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-073-backlink">15</ref></hi> Tutte e tre le opere, di proprietà della A.S.L. 7, risultano conservate nel complesso museale di Santa Maria della Scala a Siena: la tela di Rutilio Manetti è esposta nella Sala San Pio, le altre due sono ricoverate in deposito. Si veda anche Silvia Colucci, “Il patrimonio artistico del San Niccolò: dalla chiesa tardo-medievale alla cappella ottocentesca (secc. XIV-XIX),”<hi rend="italic"> </hi>in Vannozzi, <hi rend="italic">San Niccolò di Siena</hi>, 108. Le tavole che anticamente sormontavano i precedenti altari dovettero essere dislocate in altri ambienti del convento, dai quali verranno prelevate all’epoca della soppressione napoleonica.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-072-backlink">16</ref></hi> AAS, <hi rend="italic">Sante Visite</hi>, inv. 58, Leonardo Marsili, <hi rend="italic">Visita pastorale</hi>, 1682-1683, c. 1v.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-071-backlink">17</ref></hi> ASS, <hi rend="italic">Fondo Conventi</hi>, S. Niccolò, 2985.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-070-backlink">18</ref></hi> ASS, Girolamo Macchi, <hi rend="italic">Notizie di tutte le Chiese della Città di Siena</hi>, 1708-1721, ms. D 107, c. 125r. Un altro schizzo si reperisce in ASS, Girolamo Macchi, <hi rend="italic">Memorie</hi>, Siena 1708-1721 ca., ms. D 111, c. 293r.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-069-backlink">19</ref></hi> Roberto Barzanti, Alberto Cornice e Ettore Pellegrini, <hi rend="italic">Iconografia di Siena. Rappresentazione della Città dal XIII</hi><hi rend="italic"> al XIX secolo</hi> (Città di Castello: Banca Monte dei Paschi di Siena, 2006), 117 scheda e 118-19 scheda 84.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-068-backlink">20</ref></hi> Giovacchino Faluschi, <hi rend="italic">Breve relazione delle Cose Notabili della Città di </hi><hi rend="italic">Siena</hi>, II edizione (Siena: Nella Stamperia Mucci, 1815), 114: «S. Niccolò […] Fu riunito al medesimo altro Convento denominato S. Lorenzo del medesimo ordine, che fu soppresso nel 1783».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-067-backlink">21</ref></hi> ASS, <hi rend="italic">Fondo Conventi</hi>, San Niccolò, 2985, <hi rend="italic">1754. Dimostrazione dello</hi><hi rend="italic"> speso nel resarcimento de’ due tetti, cio è della </hi><hi rend="italic">Chiesa, con il Coro, e il Dormentorio delle Converse di </hi><hi rend="italic">questo Monastero di S. Niccolò, quali furono principiati il dì </hi><hi rend="italic">25 giugno 1754</hi>. Al XVIII secolo potrebbero risalire le due acquasantiere attualmente murate nei pilastri della cappella, in particolare una delle due valve di conchiglia in marmo giallo di Siena (broccatello) e le due testoline angeliche in stucco dipinto che le sormontano, sicuramente frutto di reimpiego. Riferivo questa proposta, avanzata da Angela Caronna, nel saggio Colucci, “Il patrimonio artistico del San Niccolò”, 109.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-066-backlink">22</ref></hi> ASS, <hi rend="italic">Fondo Conventi</hi>, San Niccolò, 2989, <hi rend="italic">Giornale delle Entrate e delle Uscite</hi>, 1805, nota di spese sostenute dalle monache di San Niccolò per urgenti lavori di restauro.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-065-backlink">23</ref></hi> Questa soppressione, che comportò la vendita indiscriminata e spesso la distruzione di molti mobili, oggetti liturgici e libri, accatastati brutalmente nella Piazza del Campo, ci è testimoniata dal laconico ed amareggiato commento di Antonio Bandini, che ne fu spettatore (BCS, Anton Francesco Bandini, <hi rend="italic">Diario senese dall’</hi><hi rend="italic">anno 1785 fino a tutto l’anno 1838</hi>, ms. D.II.4 (1811), c. 20). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-064-backlink">24</ref></hi> ASS, <hi rend="italic">Fondo Istituto statale d’arte</hi><hi rend="italic"> “Duccio di Buoninsegna”</hi> – Affari generali n. 1, Belle Arti – affari dal 1814 al 1830 – 1, cc. 10 e 14. Si veda in proposito l’appendice documentaria “Inventari dei beni artistici,” in Vannozzi, <hi rend="italic">San Niccolò di Siena</hi>,<hi rend="italic"> </hi>235.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-063-backlink">25</ref></hi> Archivio della Società di Esecutori di Pie Disposizioni (Siena) [ASEPD], E.IX.1a, Contratti di affitto di orti e capanne dall’anno 1814 (D.III.1), n. 2: <hi rend="italic">Inventario, e stato di</hi><hi rend="italic"> consistenza, della Casa Conventuale, ed altre Case, per uso degli</hi><hi rend="italic"> inservienti, ed Orto di Clausura, ed altro esterno con vigna,</hi><hi rend="italic"> e oliveto annesso al medesimo, spettante in avanti al soppresso</hi><hi rend="italic"> Monastero di S. Niccolò di Siena, affittato al Signor Giuseppe</hi><hi rend="italic"> Carratelli, all’epoca del dì primo Novembre 1810</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-062-backlink">26</ref></hi> ASS, <hi rend="italic">Fondo Conventi</hi>, San Niccolò, 2999 (2133), <hi rend="italic">Prospetti e carte </hi><hi rend="italic">della soppressione</hi>, 1808. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-061-backlink">27</ref></hi> Si veda in proposito Francesca Vannozzi, “Il manicomio di San Niccolò,” in <hi rend="italic">Storia di </hi><hi rend="italic">Siena II. Dal Granducato all’Unità</hi>, a cura di Roberto Barzanti, Giuliano Catoni, e Mario De Gregorio (Siena: Alsaba, 1996), 336; Alessandro Leoncini, “Per la storia delle origini del manicomio di Siena,” in Vannozzi, <hi rend="italic">San Niccolò di </hi><hi rend="italic">Siena</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-060-backlink">28</ref></hi> La successione cronologica dei direttori dell’istituto manicomiale è la seguente: 1805-1823 Giuseppe Lodoli; 1823-1833 Gasparo Mazzi; 1833-1857 Pietro Tommi; 1858-1873 Carlo Livi; 1873-1880 Ugo Palmerini; 1880-1907 Paolo Funaioli; 1909-1952 Antonio D’Ormea. Per un approfondimento sulle figure di questi docenti di medicina e sulle rispettive concezioni in materia di psichiatria si veda Arnaldo Cherubini e Francesca Vannozzi, “L’assistenza psichiatrica nella Toscana lorenese. I manicomi di Firenze e di Siena,” in <hi rend="italic">La Toscana dei Lorena. Riforme,</hi><hi rend="italic"> territorio, società</hi>. Atti del convegno di studi (Grosseto, 27-29 novembre 1987), a cura di Zeffiro Ciuffoletti, e Leonardo Rombai (Firenze: Leo S. Olschki, 1989); Francesca Vannozzi e Arnaldo Cherubini, “Il San Niccolò dal Lodoli al Livi, 1805-1873,” in <hi rend="italic">La</hi><hi rend="italic"> storia della psichiatria e degli ospedali psichiatrici in Toscana nell</hi><hi rend="italic">’800</hi>.<hi rend="italic"> </hi>Atti della giornata di studi (Siena, 30 settembre 1989), a cura di Francesca Vannozzi (Siena: Tipografia della Provincia, 1990).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-059-backlink">29</ref></hi> I primi degenti, in tutto 34, vi furono trasferiti effettivamente nel 1819. Si veda il riepilogo storico in <hi rend="italic">Società</hi><hi rend="italic"> di Esecutori di Pie Disposizioni. Per il Centenario della Fondazione</hi><hi rend="italic"> del Manicomio di San Niccolò (6 Dicembre 1918)</hi> (Siena: Lazzeri, 1919), 10-1.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-058-backlink">30</ref></hi> Tutte queste informazioni si desumono da ASEPD, E.IX.1a bis, <hi rend="italic">Manicomio. Cessione del Monastero di S. Niccolò e </hi><hi rend="italic">costruzione del Manicomio, 1815</hi>. Tra i vari fascicoli si reperisce, ad esempio, quello con la <hi rend="italic">Perizia e Deposizione dei lavori</hi><hi rend="italic"> riguardanti il Muratore, che sono necessari farsi per render perfetta</hi><hi rend="italic"> la fabbrica per i dementi, per le gravide occulte, e</hi><hi rend="italic"> per i tignosi, e tignose</hi>. Ulteriori informazioni si ricavano dal fascicolo <hi rend="italic">Perizie Gani</hi> del 1817 e dall’elenco delle spese sostenute e dei manifattori con rispettivo compenso (1818). La notizia dell’edificazione della “Fabbrichetta dei Bagni” si ricava dalla relazione di Agostino Fantastici del 1834, analizzata più avanti in questo lavoro.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-057-backlink">31</ref></hi> Il pagamento del 1818 al pittore Giuseppe Lusini si reperisce in ASEPD, E IX 1a bis, <hi rend="italic">Dare</hi><hi rend="italic"> a Giuseppe Lusini pittore</hi>, segnalato da Martina Dei, in “Il ‘sogno dorato’ di Carlo Livi,” in Dei e Pogni, <hi rend="italic">I duecento anni del San Niccolò</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-056-backlink">32</ref></hi> ASEPD, E.IX.1a bis, <hi rend="italic">Manicomio. Cessione del Monastero di S. </hi><hi rend="italic">Niccolò e costruzione del Manicomio, 1815</hi>, doc. 202, 13 maggio 1813: «In questo giorno sono state pesate tutte le ferrate state levate dal convento di S. Marta, e trasportate al convento di S. Niccolò doppo averle esattamente pesate compreso i due cancelli di ferro uno dei quali esistente ancora nel convento di S. Marta…». </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-055-backlink">33</ref></hi> Lo attestano alcuni documenti, perizie e conti della medesima filza ASEPD, E.IX.1a bis, tra cui quello intitolato <hi rend="italic">Conti di diversi manifattori dall’anno 1815</hi>, nel quale si reperisce una scrittura di Galgano Savoi di questo tenore: «dovendosi fare il suddetto cancello nel disegno di quelli che erano al S. Marta, e di quella stessa qualità di ferro…». </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-054-backlink">34</ref></hi> <hi rend="italic">Mostra della Antica Arte Senese: aprile-agosto 1904. Catalogo generale </hi><hi rend="italic">illustrato</hi> (Siena: Lazzeri, 1904), 176, n. 19 (1800).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-053-backlink">35</ref></hi> Ripropongo in questa sede le ricerche su queste ‘robbiane’ edite in Colucci, “Il patrimonio artistico<hi rend="italic"> </hi>del San Niccolò,”<hi rend="italic"> </hi>110-11.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-052-backlink">36</ref></hi> Ettore Romagnoli, <hi rend="italic">Ristretto della guida di Siena scritta da E.R.</hi><hi rend="italic"> nel 1822 e 1832 </hi><hi rend="CharOverride-3">1818</hi><hi rend="CharOverride-4"> </hi><hi rend="italic">coll’aggiunta de contorni di</hi><hi rend="italic"> Siena 1835. Stampata con molte varianti nel </hi><ref target="http://nov.re"><hi rend="italic">nov.re</hi></ref><hi rend="italic"> 1836</hi>, 45. Il manoscritto si trova nella collezione privata di Alessandro Leoncini (Siena), che ringrazio per la preziosa segnalazione. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-051-backlink">37</ref></hi> [Ettore Romagnoli], <hi rend="italic">Guida della città di Siena per gli amatori delle </hi><hi rend="italic">Belle-Arti</hi> (Siena: M. Ferri, 1832), 123.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-050-backlink">38</ref></hi> [Evaristo Micheli], <hi rend="italic">Guida artistica</hi><hi rend="italic"> della città e contorni di Siena</hi> (Siena: Tipografia del Regio Istituto Sordomuti, 1863), 81.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-049-backlink">39</ref></hi> Francesco Brogi, “Inventario degli oggetti d’arte della chiesa di S. Niccolò e dello Stabilimento del Manicomio,” in <hi rend="italic">Inventario generale degli oggetti d’arte </hi><hi rend="italic">della provincia di Siena (Siena intra moenia)</hi>, 1862-1865, dattiloscritto conservato presso l’Amministrazione Provinciale di Siena, ins. 1863/33, nn. 9-12.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-048-backlink">40</ref></hi> Romagnoli, <hi rend="italic">Biografia cronologica de’ Bellartisti senesi</hi>, V, 889-93. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-047-backlink">41</ref></hi> ASEPD, E.IX.6a, foglio erratico. La filza contiene la documentazione relativa alla progettazione e costruzione della nuova chiesa interna al manicomio (1874). </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-046-backlink">42</ref></hi> Questo il parere del restauratore Dino Turchi (Firenze), che aveva avuto modo di esaminare i tondi a distanza ravvicinata e li riteneva risalenti almeno al tardo Settecento. Il restauratore osservava che anche dal punto di vista stilistico gli <hi rend="italic">Evangelisti</hi>, caratterizzati da una accurata fattura e da una tonalità tenue, paiono anteriori all’Ottocento, quando si diffonde l’uso della tecnica a stampo e una cromia meno delicata, caratteristiche ravvisabili piuttosto nelle cornici a festone fitomorfo.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-045-backlink">43</ref></hi> Domenico Gualandi, <hi rend="italic">Osservazioni sopra il celebre stabilimento d’Aversa nel Regno</hi><hi rend="italic"> di Napoli e sopra molti altri spedali d’Italia destinati</hi><hi rend="italic"> alla reclusione e cura de’ pazzi, con alcune considerazioni </hi><hi rend="italic">sopra i perfezionamenti di che sembra suscettivo questo genere di </hi><hi rend="italic">stabilimenti</hi> (Bologna: Masi, 1823), 93-4. La descrizione del Gualandi viene riportata anche da Andrea Peruzzi, <hi rend="italic">Elogio del chiarissimo dott. Giuseppe </hi><hi rend="italic">Lodoli…letto nell’I. e R. Accademia dei Fisiocritici il dì </hi><hi rend="italic">17 aprile 1824</hi> (Siena: Onorato Porri, 1824), 24-8 e nota.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-044-backlink">44</ref></hi> ASEPD, E.IX.2a, <hi rend="italic">Manutenzione, restauro e trasformazione del patrimonio immobiliare – </hi><hi rend="italic">Nuove costruzioni (dal 1818 al 1900)</hi>, fasc. <hi rend="italic">1818-1859 Stabilimento di</hi><hi rend="italic"> S. Niccolò – Fabbriche e lavori nuovi</hi>, incartamento: <hi rend="italic">1834. </hi><hi rend="italic">Progetti del Sig.r Ingegner Archit. Fantastici per la Fabbrica di </hi><hi rend="italic">San Niccolò Spedale pei Dementi. 1842</hi>. A questo documento segue il dettaglio dei lavori da effettuare con la stima delle spese. La relazione è stata integralmente trascritta da Fusi, “Il convento di San Niccolò in Siena,” 53 nota 25, a cui si attinge per le citazioni che seguono nel testo. Sull’argomento si veda adesso Martina Dei, “Un intervento di Agostino Fantastici al Manicomio San Niccolò,” in <hi rend="italic">Agostino Fantastici architetto di Fontebranda tra Rivoluzione e Restaurazione</hi>, a cura di Enrico Toti, e Martina Dei (Siena: Il Leccio, 2021).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-043-backlink">45</ref></hi> L’immagine è riprodotta, con la didascalia «Il vecchio manicomio di S. Niccolò. Prospetto principale che guardava la via di Porta Romana», nel fascicolo della Società di Esecutori di Pie Disposizioni, <hi rend="italic">Manicomio di San Niccolò</hi> (Siena: Stabilimento litografico dei Sordomuti, 1891).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-042-backlink">46</ref></hi> Dei, “Un intervento di Agostino<hi rend="italic"> </hi>Fantastici,” 143. Dai documenti risulta che in seguito l’installazione del parafulmine verrà effettuata dal “macchinista” Giovan Battista Marchi.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-041-backlink">47</ref></hi> Alessandro Doveri (Siena, 1771-1845) fu il primo professore di architettura del neonato Istituto di Belle Arti di Siena, creato nel 1816. Ricoprì l’incarico di architetto dello Scrittoio delle Regie Fabbriche di Siena dal 1817 al 1836. Su questa figura si vedano, perlomeno, Carlo Cresti e Luigi Zangheri, <hi rend="italic">Architetti e Ingegneri nella Toscana dell’Ottocento</hi> (Firenze: Uniedit, 1978), 84; Mario Bencivenni, “Doveri, Alessandro,” in <hi rend="italic">Dizionario Biografico </hi><hi rend="italic">degli Italiani</hi>, vol. XLI (Roma: Istituto della Enciclopedia Italiana, 1992), <hi rend="italic">ad</hi><hi rend="italic"> vocem</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-040-backlink">48</ref></hi> Archivio dell’Università di Siena, <hi rend="italic">Patrimonio</hi>, vol. VIII.1, Alessandro Doveri, <hi rend="italic">Informazione al Memoriale umiliato al R. trono dal</hi><hi rend="italic"> S. Giov. Gaetano Marsili Rettore, e Provveditore della Vener. Compagnia</hi><hi rend="italic"> dei Disciplinati della Città di Siena, rimessa al Dipartimento delle</hi><hi rend="italic"> II. e RR. Fabbriche a Firenze dall’Architetto R. del</hi><hi rend="italic"> Circondario di Siena 1836</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-039-backlink">49</ref></hi> Fototipia, ca. 1850-1870, pubblicata in Società di Esecutori di Pie Disposizioni, <hi rend="italic">Manicomio di San Niccolò</hi> (Siena: Stabilimento litografico dei Sordomuti, 1891): in realtà l’edificio presenta solo su un prospetto delle gronde che simulano cornici marcapiano. Esiste anche un’altra immagine che riprende il vecchio manicomio dal lato rivolto verso la collina dei Servi: albumina su carta, ca. 1850-1870, pubblicata sul sito: &lt;<ref target="https://www.valdimontone.it/home/archivio/a-spasso-per-il-rione/san-niccolo-da-convento-a-manicomio/">https://www.valdimontone.it/home/archivio/a-spasso-per-il-rione/san-niccolo-da-convento-a-manicomio/</ref>&gt; (2025-08-04). In quest’ultima ripresa l’imponente corpo di fabbrica si scorge sulla destra.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-038-backlink">50</ref></hi> Joseph Guislain, famoso alienista belga della prima metà dell’Ottocento, in seguito ad una visita a Siena aveva elogiato il manicomio San Niccolò in una sua pubblicazione; in memoria di tale avvenimento gli fu in seguito dedicata la nuova costruzione. Il viaggio in Italia di Guislain si era svolto nel 1838 e la pubblicazione che ne forniva il resoconto uscì nel 1840 (Matteo Banzola, ““I matti degli altri”. Viaggi scientifici di alienisti stranieri in Italia (1820-1864),” <hi rend="italic">Storia e Futuro. Rivista di Storia e</hi><hi rend="italic"> Storiografia Contemporanea online</hi> 41 (17 luglio 2016): &lt;<ref target="https://storiaefuturo.eu/i-matti-degli-altri-viaggi-scientifici-di-alienisti-stranieri-in-italia-1820-1864/">https://storiaefuturo.eu/i-matti-degli-altri-viaggi-scientifici-di-alienisti-stranieri-in-italia-1820-1864/</ref>&gt;; 2025-08-04).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-037-backlink">51</ref></hi> In una pubblicazione della Società di Esecutori di Pie Disposizioni del 1933 si menziona l’intervento in questione come iniziativa del direttore medico Pietro Tommi, che tuttavia ricoprì l’incarico dal 1833 al 1857: Antonio D’Ormea, <hi rend="italic">L</hi><hi rend="italic">’Ospedale Psichiatrico di S. Niccolò in Siena della Società di</hi><hi rend="italic"> Esecutori di Pie Disposizioni, 1818-1933</hi>, (Siena: Stabilimento Arti Grafiche S. Bernardino, 1933), 64. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-036-backlink">52</ref></hi> ASEPD, B.IV.10, <hi rend="italic">Deliberazioni dal dì </hi><hi rend="italic">1 gennaio 1843 al dì 6 ottobre 1849</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-035-backlink">53</ref></hi> Il nesso fra l’attività del Fantastici e il San Niccolò in questi anni era stato già segnalato nell’appendice documentaria del catalogo <hi rend="italic">Agostino Fantastici architetto senese 1782-1845</hi>, a cura di Carlo Cresti (Torino: Allemandi, 1992), 292: «1842 […] Memoria e perizia sul proposto resarcimento della fabbrica dei bagni, nello spedale dei dementi in S. Niccolò […] 1844 […] Memoria e perizia sommaria in ordine al progetto di accrescere d’elevazione lo spedale dei dementi». </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-034-backlink">54</ref></hi> ASEPD, E.IX.2a, <hi rend="italic">Manutenzione, restauro e trasformazione del patrimonio immobiliare </hi><hi rend="italic">– Nuove costruzioni (dal 1818 al 1900)</hi>, n. 1.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-033-backlink">55</ref></hi> Lorenzo Doveri (Pisa 1799 - Siena 1866), figlio di Alessandro Doveri, fu a sua volta architetto, professore del medesimo Istituto di Belle Arti di Siena e architetto dell’Opera del Duomo. Tra le sue opere si devono almeno ricordare l’ampliamento del cimitero della Misericordia di Siena (1835-1843) e quello della chiesa di S. Francesco a Ravacciano (1856). Per qualche notizia sulla sua produzione si veda Gianni Maramai, “Architetti e Ingegneri: appunti biografici,” in <hi rend="italic">Siena tra Purismo e Liberty</hi>. Catalogo della mostra (Siena 1988), a cura di Enrico Crispolti e Bernardina Sani (Milano – Roma: Mondadori – De Luca, 1988), 287; Mario Bencivenni, “Doveri, Lorenzo,” in <hi rend="italic">Dizionario</hi><hi rend="italic"> Biografico degli Italiani</hi>, vol. XLI (1992), <hi rend="italic">ad vocem</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-032-backlink">56</ref></hi> Sovrapponendo la planimetria catastale attuale a quella del Catasto Leopoldino o Storico, delineato prima del 1850 (&lt;<ref target="https://gis3w.consorzioterrecablate.it/it/map/catasto-storico-regionale/qdjango/17/">https://gis3w.consorzioterrecablate.it/it/map/catasto-storico-regionale/qdjango/17/</ref>&gt;; 2025-08-04), si può in effetti notare che l’edificio della Torre Rossa sorge in corrispondenza della preesistente Fabbrichetta dei bagni, indicata come tale già nella planimetria del Fantastici. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-031-backlink">57</ref></hi> ASEPD, E.IX.2a, <hi rend="italic">Manutenzione,</hi><hi rend="italic"> restauro e trasformazione del patrimonio immobiliare – Nuove costruzioni (dal</hi><hi rend="italic"> 1818 al 1900)</hi>, n. 3, <hi rend="italic">Lettera di Giovanni Corsi, </hi><hi rend="italic">13 luglio 1849</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-030-backlink">58</ref></hi> Per tutte queste informazioni ho attinto alla documentazione contenuta in ASEPD, E.IX.2a, <hi rend="italic">Manutenzione, restauro e trasformazione </hi><hi rend="italic">del patrimonio immobiliare – Nuove costruzioni (dal 1818 al 1900)</hi>, n. 3 e sgg. Il ruolo di Giulio Rossi è indicato nella lettera <hi rend="italic">Architetto Lorenzo Doveri al Rettore Marco Bandini,</hi><hi rend="italic"> 18 maggio 1847</hi>. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-029-backlink">59</ref></hi> Carlo Livi nasce a Prato l’8 settembre 1823; studia medicina a Pisa e successivamente a Firenze. Dopo essere stato volontario nei moti del 1848 e successivamente medico condotto a Barberino di Mugello, viene nominato Medico Soprintendente del manicomio di San Niccolò di Siena il 27 maggio 1858. Per una approfondita biografia del personaggio si veda Martina Starnini, <hi rend="italic">L’uomo tutto intero. Biografia di Carlo </hi><hi rend="italic">Livi, psichiatra dell’Ottocento</hi> (Firenze: Firenze University Press, 2018).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-028-backlink">60</ref></hi> Archivio Storico San Niccolò (Siena) [ASSN], Giornale del Manicomio 1437, 2 giugno 1858, citato da Dei, “Il ‘sogno dorato’ di Carlo Livi,” in <hi rend="italic">Dei e Pogni, I duecento anni del San Niccolò</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-027-backlink">61</ref></hi> Il Direttore Medico avrebbe in seguito raccontato questa sua esperienza nella pubblicazione Carlo Livi, <hi rend="italic">Viaggio scientifico a’ Manicomi d’Italia</hi> (Firenze: Tipografia di Niccola Fabbrini, 1860).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-026-backlink">62</ref></hi> Antonio D’Ormea, <hi rend="italic">Ricordando Carlo Livi</hi><hi rend="italic"> nel centenario della sua nascita</hi> (Prato: La Tipografica, 1924), 25-6.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-025-backlink">63</ref></hi> Le idee e le proposte del Livi sono dettagliatamente esposte in un suo testo manoscritto presentato il 28 aprile 1858 al Consiglio d’Amministrazione del San Niccolò (ASEPD, A.XX.II-A-29); in proposito si veda Arnaldo Cherubini e Francesca Vannozzi, “Un manoscritto inedito (1858) di Carlo Livi sul regolamento del Manicomio San Niccolò di Siena,” in <hi rend="italic">Atti del XXXI Congresso</hi><hi rend="italic"> Internazionale di Storia della Medicina</hi> (Bologna, 30 agosto – 4 settembre 1988), a cura di Raffaele A. Bernabeo (Bologna: Monduzzi, 1988); Francesca Vannozzi, “La vicenda manicomiale senese in un manoscritto di Carlo Livi,” <hi rend="italic">Revue internazionale d’Histoire et </hi><hi rend="italic">Methodologie de la Psychiatrie</hi> 3 (1991).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-024-backlink">64</ref></hi> L’intervento è menzionato anche nel breve profilo biografico dell’architetto senese pubblicato da Maramai, <hi rend="italic">Architetti e Ingegneri</hi>,<hi rend="italic"> </hi>287. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-023-backlink">65</ref></hi> ASEPD, E.IX.2a, <hi rend="italic">Estratto della deliberazione capitolare 10 maggio 1859</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-022-backlink">66</ref></hi> Carlo Livi, “Del vecchio e del nuovo Manicomio San Niccolò di Siena,” in <hi rend="italic">Archivio Italiano per le malatie nervose</hi>, II, 4 (Milano, 1865), 243.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-021-backlink">67</ref></hi> ASEPD, E.IX.2a, <hi rend="italic">Manutenzione, restauro e</hi><hi rend="italic"> trasformazione del patrimonio immobiliare – Nuove costruzioni (dal 1818 al</hi><hi rend="italic"> 1900)</hi>, Fasc. <hi rend="italic">8 maggio 1859 Manicomio</hi>. La bozza reca in calce solamente la sottoscrizione «L’Architetto».</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-020-backlink">68</ref></hi> ASEPD, E.IX.2a, <hi rend="italic">Manutenzione, restauro e trasformazione del patrimonio immobiliare – Nuove</hi><hi rend="italic"> costruzioni (dal 1818 al 1900)</hi>, Fasc. <hi rend="italic">1861. Spedale di S. Niccolò. Lavori di aggrandimento dello stabile. Deputazione per proporre.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-019-backlink">69</ref></hi> ASEPD, E.IX.2a, <hi rend="italic">Manutenzione, restauro e trasformazione del patrimonio immobiliare </hi><hi rend="italic">– Nuove costruzioni (dal 1818 al 1900)</hi>, Fasc. <hi rend="italic">[Relazione della</hi><hi rend="italic"> Commissione], 15 luglio 1861.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-018-backlink">70</ref></hi> ASEPD, B.IV.15, Protocollo delle deliberazioni dal 20 agosto 1865 al 27 settembre 1869, 27 dicembre 1865, c. 15r, individuato e pubblicato da Dei, “Il ‘sogno dorato’ di Carlo Livi,” in <hi rend="italic">Dei e Pogni, I duecento anni del San Niccolò</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-017-backlink">71</ref></hi> Sulla sua figura si veda: David Rossi, <hi rend="italic">Giulio Rossi (1819-1861) </hi><hi rend="italic">e le origini del neogotico a Siena</hi>. Tesi di Laurea. (Università degli Studi di Siena, a.a. 1992-1993), rel. prof. Italo Moretti; David Rossi, “L’invenzione dello spazio medievale,” in <hi rend="italic">Falsi d’autore. Icilio Federico Joni</hi><hi rend="italic"> e la cultura del falso tra Otto e Novecento</hi>. Catalogo della mostra (Siena, 18 giugno – 3 ottobre 2004), a cura di Gianni Mazzoni (Siena: Protagon Editori Toscani, 2004), 37-46. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-016-backlink">72</ref></hi> ASEPD, B.XV.4, <hi rend="italic">Copialettere dal 7 aprile 1840 al </hi><hi rend="italic">20 febbraio 1875, </hi>lettera del 19 gennaio 1864. Citata da Dei, “Il ‘sogno dorato’ di Carlo Livi,” in <hi rend="italic">Dei e Pogni, I duecento anni del San Niccolò</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-015-backlink">73</ref></hi> L’ingegnere Cesare Nievo (erroneamente trascritto Nevio nel mio saggio del 2007) è noto per aver preso parte ai lavori per la creazione della strada ferrata in Toscana, come si desume da ASEPD, E.IX.2a, <hi rend="italic">Manutenzione, restauro e </hi><hi rend="italic">trasformazione del patrimonio immobiliare – Nuove costruzioni (dal 1818 al </hi><hi rend="italic">1900)</hi>, lettera di Cesare Nievo a Pietro Casuccini [?], 26 gennaio 1866, citata da Dei, “Il ‘sogno dorato’ di Carlo Livi,” in <hi rend="italic">Dei e Pogni, I duecento anni del San Niccolò</hi>. Con il ruolo di ingegnere di linea delle Ferrovie del Mediterraneo viene ancora citato nel <hi rend="italic">Monitore delle strade ferrate e degli interessi materiali</hi> 15, XXVII (14 aprile 1894), 231. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-014-backlink">74</ref></hi> Si veda Dei, “Il ‘sogno dorato’ di Carlo Livi,” in <hi rend="italic">Dei e Pogni, I duecento anni del San Niccolò</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-013-backlink">75</ref></hi> ASEPD, E.IX.2a, <hi rend="italic">Manutenzione, restauro e trasformazione del </hi><hi rend="italic">patrimonio immobiliare – Nuove costruzioni (dal 1818 al 1900)</hi>, Fasc. 65-68.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-012-backlink">76</ref></hi> ASEPD, E.IX.2a, <hi rend="italic">Manutenzione, restauro e trasformazione del patrimonio </hi><hi rend="italic">immobiliare – Nuove costruzioni (dal 1818 al 1900)</hi>, Fasc. 65-68, lettera del 22 marzo 1865.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-011-backlink">77</ref></hi> Si veda Dei, “Il ‘sogno dorato’ di Carlo Livi,” in <hi rend="italic">Dei e Pogni, I duecento anni del San Niccolò</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-010-backlink">78</ref></hi> Livi, <hi rend="italic">Del vecchio e del nuovo manicomio di San </hi><hi rend="italic">Niccolò di Siena</hi>, tavv. fuori testo. </p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-009-backlink">79</ref></hi> ASEPD, E.IX.2a, <hi rend="italic">Manutenzione,</hi><hi rend="italic"> restauro e trasformazione del patrimonio immobiliare – Nuove costruzioni (dal</hi><hi rend="italic"> 1818 al 1900)</hi>, Fasc. <hi rend="italic">Rapporto sul progetto d’accrescimento </hi><hi rend="italic">del Manicomio di S. Niccolò in Siena</hi>, 1° giugno 1865.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-008-backlink">80</ref></hi> Si veda Dei, “Il ‘sogno dorato’ di Carlo Livi,” in<hi rend="italic"> </hi>Dei e Pogni,<hi rend="italic"> I duecento anni del San Niccolò</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-007-backlink">81</ref></hi> ASEPD, E.IX.2a, <hi rend="italic">Perizia dei </hi><hi rend="italic">lavori del Manicomio di S. Niccolò</hi>.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-006-backlink">82</ref></hi> Baldassarre Marchi ricopriva l’incarico di ingegnere del servizio granducale delle Acque e Strade; gli spetta, ad esempio, il progetto di trasferimento della Regia Dogana nel convento di San Donato (1858). Come professore e ingegnere è altresì noto per essere stato membro della Deputazione per la conservazione dei Monumenti d’arte della Città di Siena almeno fra il 1855 e il 1858. Si veda Cresti e Zangheri, <hi rend="italic">Architetti e Ingegneri nella Toscana dell’</hi><hi rend="italic">Ottocento</hi>, 138.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-005-backlink">83</ref></hi> ASEPD, B.IV.15, <hi rend="italic">Protocollo delle deliberazioni dal 20 </hi><hi rend="italic">agosto 1865 al 27 settembre 1869</hi>, 5 maggio 1866, cc. 30v-31r., individuato da Dei, “Il ‘sogno dorato’ di Carlo Livi,” in<hi rend="italic"> </hi>Dei e Pogni,<hi rend="italic"> I duecento anni del San Niccolò.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-004-backlink">84</ref></hi> ASEPD, E.IX.2a, <hi rend="italic">Manutenzione, restauro</hi><hi rend="italic"> e trasformazione del patrimonio immobiliare – Nuove costruzioni (dal 1818</hi><hi rend="italic"> al 1900)</hi>, Fasc. 65-68.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-003-backlink">85</ref></hi> Vannozzi, <hi rend="italic">La vicenda manicomiale</hi>, 49.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-002-backlink">86</ref></hi> L’argomento è sviluppato nel saggio di Martina Dei in questo volume.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-001-backlink">87</ref></hi> Brogi, <hi rend="italic">Inventario degli oggetti d’arte della </hi><hi rend="italic">chiesa di S. Niccolò e dello Stabilimento del Manicomio</hi>. Trascritto nell’appendice documentaria “Inventari dei beni artistici,” in Vannozzi, <hi rend="italic">San Niccolò di Siena</hi>, 235-37.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_03.html#footnote-000-backlink">88</ref></hi> Su questa figura si veda Marco Ciampolini, “Il Seicento alla Mostra dell’Antica Arte Senese del 1904. Con un’appendice sui disegni,” in <hi rend="italic">Il segreto della civiltà. La mostra dell’Antica Arte</hi><hi rend="italic"> Senese del 1904 cento anni dopo</hi>. Catalogo della mostra (Siena 2005-2006), a cura di Giuseppe Cantelli, Lucia Simona Pacchierotti, e Beatrice Pulcinelli (Siena: Protagon Editori Toscani, 2005), 197-98 nota 7.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Martina Dei, <ref target="mailto:martina.dei%40gmail.com?subject=">martina.dei@gmail.com</ref></p><p rend="editorial_metadata_author" >Luca Quattrocchi, University of Siena, Italy, <ref target="mailto:luca.quattrocchi%40unisi.it?subject=">luca.quattrocchi@unisi.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-3513-8857">0000-0002-3513-8857</ref></p><p rend="editorial_metadata_author" >Silvia Colucci, <ref target="mailto:s.colucci74%40gmail.com?subject=">s.colucci74@gmail.com</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Silvia Colucci, <hi rend="italic">Alle origini del Palazzo San Niccolò</hi>, © Author(s), <ref target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">CC BY-SA</ref> 4.0, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0936-6.03">10.36253/979-12-215-0936-6.03</ref>, in Silvia Colucci, Martina Dei, Luca Quattrocchi, <hi rend="italic">Il Palazzo San Niccolò. I luoghi dell’Ateneo di Siena - 2</hi>, pp. -46, 2026, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0936-6, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0936-6">10.36253/979-12-215-0936-6</ref></p><p rend="editorial_metadata_references" >Book References DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0936-6.references">10.36253/979-12-215-0936-6.references</ref></p></div>
      
      
    </body>
  </text>
</TEI>