<?xml version="1.0" encoding="utf-8" standalone="yes"?>
<TEI xmlns="http://www.tei-c.org/ns/1.0">
  <teiHeader>
    <fileDesc>
      <titleStmt>
        <title type="main" level="a">Il San Niccolò da Francesco Azzurri al Novecento. La nascita dell’Edificio Centrale come fulcro del villaggio manicomiale</title>
        <author>
          <persName n="1">
            <forename>Martina</forename>
            <surname>Dei</surname>
            <placeName type="affiliation">Indipendent scholar, Italy</placeName>
          </persName>
        </author>
        <respStmt>
          <resp>This is a section of <title>Il Palazzo San Niccolò</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0936-6</idno>) by </resp>
          <name>Silvia Colucci, Martina Dei, Luca Quattrocchi</name>
        </respStmt>
      </titleStmt>
      <publicationStmt>
        <publisher>Firenze University Press, USiena Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0936-6.04</idno>
        <availability>
          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
          <licence source="text" target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">
            <p>Content licence CC BY-SA 4.0</p>
          </licence>
          <licence source="metadata" target="https://creativecommons.org/publicdomain/zero/1.0/legalcode">
            <p>Metadata licence CC0 1.0</p>
          </licence>
        </availability>
      </publicationStmt>
      <sourceDesc>
        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
      </sourceDesc>
    </fileDesc>
    <encodingDesc>
      <appInfo>
        <application version="2.2" ident="Booksflow">
          <desc>Digital edition XML powered by Booksflow</desc>
        </application>
      </appInfo>
    </encodingDesc>
    <profileDesc>
      <abstract xml:lang="en">
        <p>The article illustrates the architectural changes to the San Niccolò mental hospital, starting with the work of architect Francesco Azzurri and continuing into the 20th century.</p>
      </abstract>
      <textClass>
        <keywords>
          <list>
            <item>architecture</item>
            <item>Azzurri</item>
            <item>projects</item>
            <item>asylum</item>
          </list>
        </keywords>
      </textClass>
    </profileDesc>
  </teiHeader>
  <text>
    <body>
      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0936-6.04<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0936-6.04" /></p>
      
      <div><head>Capitolo 2</head></div><div><head>Il San Niccolò da Francesco Azzurri al Novecento. La nascita dell’Edificio Centrale come fulcro del villaggio manicomiale<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-101">1</ref></hi></hi></head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Martina Dei</p><p rend="text">Il dibattito in merito alla miglior forma dei manicomi era molto vivace alla metà dell’Ottocento. Francesco Azzurri, architetto romano nato nel 1827 e allievo dello zio Giovanni Azzurri presso l’Accademia di Belle Arti di Roma fu uno dei più impegnati riformatori in Italia in questo campo.</p><p rend="text">Fautore di uno stile eclettico neorinascimentale, l’architetto aveva nel tempo viaggiato in Italia, Francia e Belgio su impulso di papa Pio IX, per visionare strutture manicomiali in vista del grande progetto di trasformazione del manicomio romano di Santa Maria della Pietà che lo vide protagonista alla metà dell’Ottocento. In quel caso Azzurri creò dei quartieri indipendenti, ognuno dotato dei propri servizi, all’interno dell’edificio originario.</p><p rend="text">Solo in un secondo momento progettò lo sviluppo di una sorta di villaggio grazie all’espansione dell’area manicomiale sul colle del Gianicolo che vide il riutilizzo di preesistenti edifici e la costruzione di nuovi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-100">2</ref></hi></hi>. Il progetto ebbe l’approvazione di Édouard Antoine Ducpétiaux, esperto del sistema penitenziario belga e del direttore del Manicomio di Gand.</p><p rend="text">Azzurri si era anche documentato in maniera approfondita sulle pubblicazioni a lui contemporanee in campo alienistico. La formula adottata in Belgio a Gheel affascinava molti nella comunità degli alienisti, sia per la possibilità di convivenza tra sani e malati, sia per la struttura adottata. Azzurri ne parlò a lungo nel suo <hi rend="italic">Il Manicomio di S. Maria della Pietà</hi><hi rend="italic"> in Roma ampliato e recato a nuove forme per la</hi><hi rend="italic"> munificenza del santissimo padre Pio IX</hi>, dimostrando di averne profondamente recepiti i principi (Fig. 2.1) </p><p rend="text">L’architetto condivideva con i medici l’idea dell’abolizione della restrizione, teorizzata da Conolly in Inghilterra, e mirava ad un differente e più umano rapporto col paziente.</p><quote rend="quotation_b">Profano assolutamente alla scienza alienistica, protesto di non avere la pretensione di assidermi in cattedra […] mi hanno servito di guida le opere delle nostre opere alienistiche Bonaccossa, Trompeo, Girolami, Massari, Monti e di altri distintissimi […] ho visitato quindi i principali Manicomi d’Europa ed ho visto quanto la scienza ha stabilito a loro vantaggio, però non cieco entusiasta dello straniero ho creduto di non dover importare nella nostra Roma, quanto è in contraddizione col clima, con le nostre abitudini, con le nostre convinzioni<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-099">3</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Suo modello furono anche le idee di Alexandre Brierre di Boismont, celebre alienista francese, fautore dei benefici dell’attività in campagna per i malati. Rimase anche colpito dallo stabilimento di Clermont in Francia, nel quale i pazienti erano impiegati soprattutto in lavori agricoli. Il lavoro come terapia fu preso da Azzurri come elemento fondante per il suo progetto per Santa Maria della Pietà. Basandosi sempre su criteri scientifici progettò padiglioni che tenessero conto della classificazione delle malattie e della rigida separazione dei sessi. I quartieri progettati erano assegnati ai tranquilli, ai «sucidi», agli agitati, ai rettanti (coloro le cui famiglie pagavano direttamente la retta per il malato) e all’infermeria. Tutte le sezioni avrebbero dovuto essere collegate mediante corridoi di servizio. Questa stessa struttura sarebbe stata poi proposta, con degli accorgimenti, anche nel manicomio di Siena. </p><quote rend="quotation_b">Di più nei miei studi speciali avea appreso ciò, che si richiede nella disposizione di un asilo di alienati, cioè sicurezza congiunta ad una savia libertà con un maggior numero possibile d’impressioni gradevoli agli ammalati, lata applicazione delle leggi igieniche stabilendo per tutto una conveniente ventilazione, e una nettezza straordinaria, spazio sufficiente nei corridori, nelle sale, nelle camere, onde i malati possano circolarvi, e respirarvi liberamente a loro piacere, costruzione di gallerie coperte, giardini, bagni, con abbondanza di acque diramate da per tutto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-098">4</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Il fine di Azzurri era inoltre quello di mettere l’architettura al servizio della medicina e della praticità dei locali, donando al fabbricato un aspetto non lugubre o simile a una prigione. L’amministrazione e i locali di servizio sarebbero stati posti al piano terra dell’edificio, mentre i dormitori, per evitare curiosità dei sani, ai piani superiori. Intorno auspicava la creazione di «vaghi giardini»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-097">5</ref></hi></hi> per la distrazione e il passeggio dei pazienti.</p><p rend="text">«Il lusso ornamentale apparirebbe in simili edifici come una amara derisione, una pompa fuori di luogo, perocché il ricco abbigliamento mal convenga all’asilo della più grande delle miserie»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-096">6</ref></hi></hi>, pertanto le sue creazioni furono sempre improntate alla sobrietà. L’idea di base era il rispetto di chi abitava il manicomio anche nell’aspetto esteriore dell’edificio.</p><quote rend="quotation_b">Costretto per la direzione dei lavori ad essere spesso tra i dementi, non ho trascurato mai di osservare esattamente le loro abitudini, e ciò che reclama la loro condizione, e quindi recando i miei studi speciali sul terreno prattico, ne ho rilevato i vantaggi preconizzati già dagl’Uomini di scienza, e ho procurato di farne una ragionata applicazione<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-095">7</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Francesco Azzurri fu infatti l’unico architetto membro della Società Freniatrica Italiana fondata nel 1873, segno della stima della quale godeva presso la comunità degli alienisti e dell’impegno che egli aveva messo nei suoi progetti.</p><p rend="text">L’architetto arrivò a Siena in maniera casuale, per una lavanderia da modernizzare e finì per essere il protagonista di quel rinnovamento strutturale da anni atteso dal manicomio San Niccolò<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-094">8</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Azzurri fu infatti a Siena, chiamato dal Rettore della Società di Esecutori di Pie Disposizione Angiolo Piccolomini, il 26 novembre 1866 per supportare il collega Baldassarre Marchi nella realizzazione di un nuovo asciugatoio per la lavanderia e, visitando lo stabilimento, disse di trovarlo «suscettibile dei miglioramenti occorrenti ad adattarlo alle esigenze della scienza e della odierna civiltà»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-093">9</ref></hi></hi>. Egli aveva fatto sicuramente un’ottima impressione nel suo breve soggiorno senese, soprattutto al Rettore. Competente, preparato e moderno, aveva dato suggerimenti calzanti e pratici alla Società per la prosecuzione dei lavori del San Niccolò. Probabilmente aveva solleticato la fantasia del Rettore circa la costruzione di un moderno manicomio efficiente e all’avanguardia. Egli infatti, pochissimo tempo dopo, trovandosi nella necessità di individuare un nuovo progettista dopo le dimissioni improvvise di Baldassare Marchi per problemi di salute, propose alla Società di abbandonare del tutto i vecchi progetti e </p><quote rend="quotation_b">di commettere la redazione di un nuovo progetto più modesto, ma ugualmente conveniente sotto ogni rapporto, ad un architetto abile in lavori congeneri, che richieggono uno studio speciale unito alla pratica<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-092">10</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Il Consiglio del Rettore approvò senza discussioni questo enorme cambiamento di rotta e lo stesso giorno dall’archivio della Compagnia, furono estratte due memorie redatte dal Direttore del San Niccolò Carlo Livi (una del 24 dicembre 1863 e una del 3 marzo 1865) per consegnarle proprio a Francesco Azzurri<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-091">11</ref></hi></hi>. </p><p rend="text">La collaborazione dell’architetto con Livi cominciò da subito, soprattutto per via epistolare. Entrambi, infatti, condividevano le idee moderne sui manicomi, frutto del dibattito molto più esteso in seno alla comunità degli alienisti che li vedeva coinvolti entrambi nei rispettivi ruoli. Francesco Azzurri, come si è detto, aveva studiato inoltre le strutture manicomiali europee visitandole<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-090">12</ref></hi></hi>, aveva ampia conoscenza delle questioni mediche ed era in grado di dialogare con la committenza per la ricerca di soluzioni appropriate per il San Niccolò. Il Direttore non era stato da meno. Al momento del suo insediamento a Siena aveva anche lui intrapreso un viaggio di qualche mese per i manicomi d’Italia per costruirsi delle competenze in ambito alienistico e poter proporre delle migliorie pratiche e mediche al San Niccolò. Entrambi ebbero come fonte di ispirazione il pensiero del noto alienista Andrea Verga, che ebbe con entrambi scambi di idee e informazioni. Da lui Azzurri aveva ripreso l’idea di creare un «edificio chiuso, della campagna aperta, e della vita regolare di famiglia, ed ecco lei che ho basato il progetto di Manicomio villaggio»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-089">13</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Dall’opuscolo di Andrea Verga, <hi rend="italic">Manicomio e famiglia</hi>, l’architetto aveva mutuato l’idea di una struttura manicomiale efficiente per la cura dei pazienti. Essa doveva essere ubicata in una zona salubre, con molta aria e spazio a disposizione </p><quote rend="quotation_b">perché gli alienati possano senza disturbi attendere anche ai lavori campestri, e perché all’uopo si possano aggiungere al caseggiato principale altre costruzioni man mano che se ne presenta il bisogno<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-088">14</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">L’idea di un centro nevralgico del manicomio a villaggio era già ben chiara nella testa di Azzurri. Un edificio che raccogliesse i servizi per i pazienti, gli alloggi, le cucine, le infermerie e tutto quello che poteva servire per il buon andamento della struttura.</p><p rend="text">L’idea del Centrale si deve però anche a Carlo Livi, che in un lungo scambio epistolare con l’architetto, chiese che i malati fossero raccolti in un unico edificio, con l’esclusione dei rettanti e degli agitati, e con l’augurio dell’acquisto di terreni per impiantare una colonia agricola<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-087">15</ref></hi></hi>. L’edificio avrebbe dovuto avere l’apparenza di una villa signorile, collocata in una posizione amena. In corso d’opera i piani cambiarono in favore di un progetto a padiglioni disseminati più ampio.</p><p rend="text">Questo tipo di sistema risultava dispendioso e meno pratico per la sorveglianza dei pazienti, ma era invece assolutamente efficiente per riabituarli alla vita in comune in vista delle loro dimissioni. Da questo momento, pur non esistendo ancora, Edificio Centrale iniziò ad acquisire la sua centralità nel progetto di Azzurri. Senza di esso il sistema a villaggio non avrebbe potuto reggersi, sarebbe mancata l’ossatura portante.</p><p rend="text">Vista la lontananza di Azzurri fu ingaggiato il bravo ed onestissimo capomastro Agostino Andreucci che con «intelligente operosità» e «scrupolosa probità» sovrintese alla costruzione del nuovo San Niccolò.</p><p rend="text">Il progetto però fu di difficile e lunghissima attuazione. Sul terreno sul quale avrebbe dovuto sorgere il Centrale, sorgeva già l’antico convento di San Niccolò e la Società non volle mai interrompere le cure dei malati in attesa della fine dei lavori, ma cercò di dislocarli, soprattutto nel convento dei Servi. Progettista e capomastro dovettero quindi ingegnarsi per conciliare le demolizioni ed edificazioni con la vita dei pazienti. Per questo prima di vedere terminati i lavori del solo edificio centrale sarebbero passati ben 26 anni.</p><p rend="text">L’area occupata dal vecchio convento era piuttosto ristretta, con poca possibilità di ampliamento per la presenza da una parte delle mura cittadine e dall’altra della collina dei Servi (Fig. 2.2). </p><p rend="text">Fu pertanto deciso di sbancare parzialmente la collina, per guadagnare lo spazio necessario alla costruzione del centrale, un vasto edificio: </p><quote rend="quotation_b">colla fronte di novanta metri e coi lati di metri sessantadue, composto di due piani oltre il piano terreno […] profittando della differenza altimetrica di livello nella parte postica si ricavavano a terreno la cucina, la dispensa, la panetteria e ampi sotterranei per la conserva del vino, dell’olio ecc…<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-086">16</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Dentro al centrale avrebbero dormito tutti i malati, ad eccezione dei rettanti e degli agitati, che avrebbero avuto un proprio edificio dedicato. In seguito questo progetto fu rivisto con l’aggiunta di un numero maggiore di padiglioni divisi in base alla diagnosi dei pazienti, come il reparto Ferrus per i ragazzi idioti. Fortemente voluto da Ugo Palmerini per provare ad aiutare i giovani malati, vedeva la sperimentazione di nuovi metodi di cura:</p><quote rend="quotation_b">si cerca ogni giorno di farli passeggiare a suon di tamburo a due per due e si ripete l’esercizio quando vanno al refettorio, al dormitorio; nel corso del giorno si fanno esercitare nel salto, alle parallele, in una piccola palestra all’aperto annessa alla piazza ove se ne stanno a ricreazione nelle ore determinate. I serventi si valgono di loro nei servizi interni di pulizia, li portano seco alla cucina, alla dispensa, alla lavanderia e ne ottengono un valido aiuto. I più intelligenti frequentano la scuola elementare e v’hanno alcuni che leggono e scrivo discretamente […] due di questi infelici sono impiegati alla panetteria e posso assicurare che lavorano più e forse meglio degli uomini che hanno tutto il loro intelletto<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-085">17</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Nel Novecento questo reparto, sotto la direzione di Antonio D’Ormea, ebbe grande impulso con la creazione dell’Istituto Psico-Pedagogico e fu spostato nella villa di fronte al Centrale, un tempo destinata ai rettanti. </p><p rend="text">L’idea di un sistema disseminato che Azzurri aveva voluto portare avanti in sinergia con la direzione del Manicomio è chiara in un suo scritto, di poco posteriore a questi anni, nel quale presentò alla comunità scientifica i principi ispiratori del suo progetto:</p><quote rend="quotation_b">Il sistema disseminato prescelto a soddisfare nella più larga applicazione le attuali esigenze della scienza alienistica, si adatta alle speciali accidentalità del terreno. L’aspetto generale non ingenererà l’idea di un reclusorio a linee regolari, e simmetriche, ma di una villa con le sue dipendenze annesse<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-084">18</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Azzurri frequentava abitualmente i congressi medici e si fece persuaso che un manicomio non dovesse somigliare ad un ospedale o una prigione, ma che dovesse assumere un aspetto lieto e vario anche grazie all’abbandono di linee austere e simmetricità. Al San Niccolò non poté del tutto mettere in pratica le sue idee, per alcuni vincoli derivanti dall’ubicazione e dal preesistente edificio. Egli infatti scriveva:</p><quote rend="quotation_b">confesso che in questi studi architettonici sanitari, le geniali ispirazioni dell’arte rimangono assiderate dal soffio gelato delle esigenze della scienza, ma confesso pure che se la fantasia e la immaginazione tace, si sveglia però nel cuore un sentimento pietoso pel maggior bene che si può fare alla dimora ospitale di quegli infelici che sono tremendamente colpiti dalla più grande delle umane sventure<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-083">19</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">All’interno il Centrale avrebbe dovuto ospitare gli </p><quote rend="quotation_b">uffici di amministrazione e della Direzione medica con annessi gabinetti per i studi del microscopio ec. Biblioteca, farmacia e laboratori; cucina, dispensa forno ec. Deve contenere l’abitazione delle sorveglianti, la sezione dei nuovi venuti, e dei convalescenti, le scuole del disegno, di leggere e scrivere ec., i cronici, e deve albergare nella notte quella parte dei tranquilli che lavorano all’aperta campagna<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-082">20</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">La posizione scelta era giudicata dall’architetto «incantevole»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-081">21</ref></hi></hi> e la struttura sarebbe risultata funzionalmente divisa in sezione uomini e donne grazie alla chiesa posta al centro<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-080">22</ref></hi></hi>, insieme ai bagni ed ai servizi generali.</p><p rend="text">Come si è visto, in corso d’opera il progetto fu modificato in favore della creazione di un vero e proprio villaggio, composto da numerosi e diversi quartieri e maggiormente corrispondete alle contemporanee teorie alienistiche. Ne derivava pertanto che «il grande fabbricato di S. Niccolò seguendo il moderno tipo dispositivo si sia facilmente trasformato in edificio centrale coordinato col sistema disseminato»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-079">23</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Grazie all’acquisto di nuovi terreni, il Centrale acquisì, come progettato, la sua centralità come sede di infermerie, bagni, uffici amministrativi e medici, biblioteca, clinica psichiatrica, cucina, dispensa, forno, scuole di disegno e di prima alfabetizzazione, laboratorio del cucito, sale di riunione, teatro, chiesa, dormitori.</p><p rend="text">Soprattutto l’idea del lavoro come terapia aveva portato all’adozione del sistema disseminato che concedeva ai pazienti tranquilli una parvenza di vita normale. Essi potevano risiedere nel Centrale e lì mangiare ed avere accesso alle terapie, poi andare a lavorare nei campi o nelle officine interni al manicomio e riacquistare con il lavoro l’accesso alla vita esterna, dove chi non era produttivo era difficilmente accettato. </p><p rend="text">Per permettere ai pazienti questa vita avrebbero dovuto essere create </p><quote rend="quotation_b">Le altre sezioni dei sudici, epilettici, agitati e semiagitati, e il pensionato debbono essere sistemate all’aperta campagna con modeste fabbriche speciali, officine di lavoro e giardini annessi poco lungi dall’edificio centrale, variate nelle forme e aggruppate in modo da presentare l’aspetto di un ridente villaggio con le sue vie, con le sue piazze, a cui dà vita e moto il diverso lavoro dei malati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-078">24</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Azzurri aveva pensato anche alla sistemazione delle aree limitrofe. Sulla collina dei Servi, a suo avviso, avrebbe dovuto essere realizzata la sezione per i rettanti uomini, mentre per le donne sarebbe stato creato un nuovo padiglione nei terreni del Convento del Santuccio, dall’altra parte della strada Romana. Il Centrale però avrebbe mantenuto la sua funzione anche per queste nuove ‘succursali’ e sarebbe stata creata addirittura una strada sotterranea per permettere l’arrivo del vitto dalle cucine<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-077">25</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il progetto era ben chiaro, ma la sua realizzazione non era semplice e tantomeno spedita. Nel novembre 1867 Livi scrisse a Francesco Azzurri:</p><quote rend="quotation_b">Tu mi domandi di quel che si fa al san Niccolò. Per ora si spiana e si demolisce: delenda est Carthago. Ma poi che si farà? Io se te l’ho a dire in amicizia, sono sfiduciato molto: i miei sogni, i tuoi progetti credo rimarranno la metà per lo meno, od anche per due terzi, allo stato d’inchiostro secco sulla carta […] Si farà il corpo centrale della fabbrica (sfido io a non lo fare dopo aver tanto promesso e tanto gridato al pubblico) dove si alloggeranno, si stiveranno alla peggio 400 disgraziati […] ma tutto vedrai finirà lì: addio sistema disseminato, addio sezioni pe’ sudici, pe’ clamorosi, addio villa e case svizzere pe’ paganti di là dalla strada<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-076">26</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Nel dicembre dello stesso anno sempre Livi, si potrebbe dire in maniera profetica, così scrisse:</p><quote rend="quotation_b">se il progetto Azzurri avesse a vedere il suo complemento fra 20 o 30 anni quando tutta Italia ci avrà sopravanzato, capisci bene che per il povero Direttore sarebbe come vedersi portare in Aprile Maggio un paltot chiesto e desiderato a’ primi d’inverno dopo aver sentito gli stridori del tramontano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-075">27</ref></hi></hi>!</quote><p rend="text">La lentezza era dovuta principalmente alla scelta fatta dalla Società di Esecutori di Pie Disposizioni di non chiedere prestiti, ma di finanziare i lavori con i propri mezzi anno per anno. Anche i lavori di sterro, necessari per creare lo spazio nella collina dei Servi, indispensabile all’edificazione del Centrale, rallentavano molto le operazioni. Il vecchio convento di San Niccolò era infatti molto più piccolo, rispetto al nuovo edificio progettato, e risultò non riutilizzabile in nessuna sua parte, fatta eccezione per il cosiddetto reparto Guislain, tutt’ora esistente.</p><p rend="text">Nel 1868 una spesa ingente fu dedicata al Centrale, sul quale si continuò a investire consistentemente fino al 1874, fino ad arrivare a circa un milione di lire di spesa. A causa dell’arrivo di pazienti da Pisa, Livorno e Arezzo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-074">28</ref></hi></hi> fu preso poi in affitto dal Comune di Siena il convento dei Servi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-073">29</ref></hi></hi>, in seguito chiesto in dono per non far perdere «il pregio apprezzabilissimo dell’isolamento e perché quella fabbrica potrebbe convertirsi utilmente in quartieri per i signori e per le signore»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-072">30</ref></hi></hi>. Questi spazi furono a lungo usati per alloggiare i reparti del vecchio San Niccolò che venivano via via smantellati. Il 17 febbraio 1870 fu posta la prima pietra dell’edificio centrale ed i lavori proseguirono sul lato destro della costruzione, quello libero dalle antiche costruzioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-071">31</ref></hi></hi>. Continuarono intanto anche, dal 1867 al 1873, le demolizioni, necessarie per fare spazio al nuovo progetto<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-070">32</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nonostante l’abbandono di Carlo Livi, trasferitosi nel 1873 come direttore al manicomio di Reggio Emilia, i lavori proseguirono e, nel novembre 1874, la Società fece il punto sullo stato dell’opera del progetto di Azzurri. La commissione che se ne occupò pose delle priorità: il muro di cinta sul lato posteriore (Fig. 2.3), l’edificio per gli agitati «che in ordine al secondo progetto del sig. architetto cav. Azzurri dovrà sorgere in prossimità della lavanderia» (quello che poi sarà il padiglione Conolly) e il completamento dell’Edificio Centrale e senza troppi fronzoli e decorazioni. Questi lavori furono poi deliberati il 18 marzo 1875.</p><p rend="text">Nel primo numero della <hi rend="italic">Cronaca del Manicomio</hi>, pubblicazione edita dal San Niccolò, uscito nel 1875 così scriveva l’allora direttore, Ugo Palmerini:</p><quote rend="quotation_b">la massima parte [dei manicomi sorgeva] in locali vecchi che male si prestavano, ed i pregiudizi che ingombravano ancora la mente delle genti ed un poco anche quelle dei medici, dava loro aspetto e carattere di prigione. Infatti si vedevano grosse muraglie, porte robuste e pesanti, doppie inferriate alle finestre, il sistema cellulare adottato su larga scala, non passeggi, non giardino, proibito e impedito ogni rapporto dei ricoverati col di fuori. Insomma erano luoghi di reclusione sicuri e basta, dove la società inviava i diseredati della ragione colla certezza di vederli mai più comparire<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-069">33</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Il manicomio progettato da Azzurri simboleggiato dall’imponente Centrale, pur nella sua semplicità architettonica, intendeva far dimenticare la sua triste funzione reclusoria.</p><p rend="text">Anche nel padiglione dedicato ai pazienti agitati questa idea fu portata avanti con convinzione. Il reparto Conolly (Fig. 2.4), dove i pazienti avrebbero dovuto essere contenuti per evitare danni a sé o agli altri, fu dotato di celle singole con giardini esterni nelle quali il malato avrebbe potuto muoversi anche all’aria aperta e non sarebbe stato assoggettato al letto o vincolato. </p><p rend="text">Si trattò di un’idea particolarmente nuova che fu illustrata dallo stesso Azzurri:</p><quote rend="quotation_b">Per quelli poi agitati è necessario ricorrere all’isolamento, e vengono separati dagli altri, ma non si chiudono tra le quattro pareti di una stanza poco illuminata, colla finestra alta al suolo, e munita di grossa inferriata a guisa di prigione, cose tutte fatte a posta per irritare gl’infermi e incitarli a reagire. Invece si trovano ad abitare una piccola cella di forma ellissoide, colle pareti verniciate, il piantito d’asfalto, sempre linda e pulita, la quale si apre direttamente in un piccolo piazzale, dove l’infermo può uscire liberamente a prendere aria e luce. Quando l’agitazione è al colmo, e l’infermo, oscurata affatto ogni ragione, trovasi in continuo moto e si slancia, e salta a rischio di percuotere duramente contro i muri, allora lo si rinchiude in una piccola cella con il piantito in legno cerato, lavorato a scacchi, colle pareti materassate, riscaldata da una stufa, munita dei suoi ventilatori, sormontata sull’alto nella volta da una cupoletta di cristalli bleu, da dove piove una luce delicata, blanda misteriosa, che invita alla calma e alla pace<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-068">34</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Calma e pace avrebbe dovuto indurre anche il paesaggio circostante, non solo al paziente agitato, ma a tutti i pazienti. Non a caso Azzurri studiò attentamente la collocazione dei padiglioni in modo che potessero godere di ameni scorci sulla campagna e sulla città di Siena. A suo avviso infatti:</p><quote rend="quotation_b">Il malato isolato momentaneamente nella camera può respira a suo bell’agio, e godere la vista ridentissima della campagna circostante, e delle amene colline che incoronano Siena, o passeggiare liberamente nell’annesso giardino. Aria, sole, profumo dei fiori, e lieto orizzonte conforteranno la triste condizione del malato. Una parte importante di questo quartiere è quella destinata ai malati spediti dai penitenziari, sia per la indispensabile segregazione della popolazione dello asilo, sia per la sicurezza della custodia e garanzia della responsabilità medica, la quale, speriamo, abbia a cessare quando vengano eretti in Italia stabilimenti criminali appositi secondo il voto di tutti gli alienisti<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-067">35</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Queste idee erano fortemente condivise con la Società di Esecutori di Pie Disposizioni e soprattutto con la direzione del Manicomio che, proprio mentre fervevano i lavori di trasformazione, il 15 marzo 1880, venne a perdere Ugo Palmerini. Egli morì improvvisamente per una meningite. Il posto di medico soprintendente fu quindi preso da Paolo Funaioli, per anni suo aiuto, che ne proseguì l’opera, sia in campo medico, sia come consulente per la costruzione del nuovo San Niccolò.</p><p rend="text">Merito indubbio di Palmerini fu quello di essere riuscito a portare avanti il cambiamento edilizio ed organizzativo del San Niccolò regolando </p><quote rend="quotation_b">le nuove costruzioni che restavano a farsi affinché corrispondessero pienamente ai postulati della scienza […] In breve lasso di tempo non solo migliorò certi sistemi di regime interno che poco corrispondevano ai bisogni degli alienati aumentati troppo di numero, non solo mise in pratica altri mezzi di cura morale, fondando la scuola elementare e quella del disegno, ma vide anche costruito un quartiere modello pei clamorosi, una villa per le rettanti, alla quale sia per la posizione, sia per la distribuzione dei locali, sia per l’aspetto ridente che toglie ogni idea di reclusione e di ricovero di malati, credo difficile trovare l’identica in Italia; finalmente un modesto e semplicissimo quartiere per gli idioti, che abbonda d’aria e di luce, che offre tutte le comodità per regolare l’igiene ed il trattamento di questa specie la più infelice di alienati di mente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-066">36</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Grazie all’edificazione dei nuovi padiglioni, il Centrale assunse il ruolo di edificio principale, non solo per le sue dimensioni, ma soprattutto come fulcro della vita del Manicomio. Non a caso la principale piazza del passeggio fu creata di fronte a questo edificio e da qui partiva, e parte tutt’ora, la viabilità interna del manicomio, con le sue strade intitolate a celebri alienisti.</p><p rend="text">Alla morte di Palmerini il San Niccolò poteva vantare già sei sezioni: una sezione per gli agitati, una per gli idioti, una per le donne e le due sezioni per i paganti, nonché ovviamente il Centrale. I malati totali erano passati in pochi anni da 35 nel 1819, a 155 nel 1859, a 632 nel 1874, a 800 nel 1878, a 868 nel 1880.</p><p rend="text">Nel numero 29 del 14 maggio 1876 della rivista <hi rend="italic">L’illustrazione </hi><hi rend="italic">italiana</hi><hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-065">37</ref></hi></hi>. A corredo di un articolo di Quirino Leoni sul nuovo San Niccolò si trova una bella incisione che raffigura l’interno dell’Edificio Centrale (Fig. 2.5) (al tempo ben lontano dall’essere concluso) con il suo ingresso, le cucine e i bagni per l’idroterapia, fortemente richiesti già al tempo del Livi, perché nella vecchia struttura erano presenti solo sei vasche malridotte<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-064">38</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">I pazienti del manicomio furono sottoposti praticamente da subito, all’interno del vecchio San Niccolò e poi anche del nuovo edificio, all’idroterapia. Nonostante la perenne carenza di acqua che caratterizzava tutta la città di Siena, si cercò sempre di averne a disposizione per poter sottoporre i pazienti a periodici bagni e docce terapeutici. Furono pertanto create cisterne e un allacciamento al bottino maestro di Fonte Gaia, nonché, quando molto più tardi fu possibile, all’acquedotto cittadino.</p><p rend="text">L’idroterapia richiedeva grosse quantità di acqua, il paziente poteva essere immerso totalmente o in parte in acqua calda e fredda, ma anche essere irrorato con docce dall’alto, dal basso o mirate. La terapia aveva la funzione di calmare o scuotere il paziente a seconda del bisogno.</p><p rend="text">Già il primo direttore, Giuseppe Lodoli, era fermamente convinto dell’efficacia di queste terapie e nel luglio del 1818, prima ancora che i pazienti fossero trasferiti al San Niccolò, aveva fatto costruire due bagni a vapore. Nel 1853 i bagni, molto utilizzati, presentavano alcuni problemi, essendo mancanti di alcuni accessori indispensabili per assoggettare i malati alla cura, e due anni dopo vennero rinnovati.</p><p rend="text">Quattro nuove sale da bagno furono poi create nel 1894 nel nuovo Edificio Centrale progettato da Francesco Azzurri. La sala idroterapica raffigurata nell’incisione (Fig. 2.6) corrisponde a quella che venne realizzata: rivestita in marmo, con ampia finestra e una tribuna rialzata dalla quale il medico gestiva gli apparecchi, due a pioggia e una colonna verticale, che erogavano l’acqua, in questo caso fredda.</p><p rend="text">Leoni, nel suo articolo su “L’illustrazione italiana”, diceva di aver visto il San Niccolò così come viene rappresentato nei disegni. Ciò ovviamente non è possibile, ma sicuramente ebbe accesso ai materiali grafici della Società. In calce ad una seconda illustrazione, quella della facciata dell’edificio centrale (Fig. 2.7), leggiamo invece che il disegno fu realizzato da Pietro Becchetti da un acquerello di un non meglio identificato Marchi. </p><p rend="text">L’unico disegno a colori, presente nell’archivio della Società, che raffigura l’Edificio Centrale, peraltro non datato, è quello a firma di Francesco Azzurri, presentato per la prima volta nella mostra del 2018, <hi rend="italic">Società di Esecutori di Pie Disposizioni e Manicomio San Niccolò: </hi><hi rend="italic">un legame secolare. Storia dell’Ospedale Psichiatrico senese attraverso i </hi><hi rend="italic">progetti dei suoi edifici</hi>, voluta dalla Società di Esecutori di Pie Disposizioni per i 200 anni del manicomio (Fig. 2.8). </p><p rend="text">L’edificio rappresentato nel disegno di Azzurri presenta identico stile, identico impianto e identiche rifiniture rispetto all’incisione pubblicata e anche rispetto all’edificio poi realizzato. L’ispirazione per l’incisione a mio avviso viene quindi dal bozzetto di Azzurri o da una sua rivisitazione a cura di Marchi.</p><p rend="text">Nel 1882 Paolo Funaioli annunciò nella <hi rend="italic">Cronaca del Manicomio </hi>la ripresa dei lavori all’Edificio Centrale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-063">39</ref></hi></hi> e auspicò la costruzione delle officine per gli uomini e della tessitoria per le donne, nonché la sistemazione dei Servi a pensionario e asilo per i cronici.</p><p rend="text">Gli anni ’80 dell’Ottocento furono cruciali per il Centrale: «Nel 1883 fu stipulato un accollo per i lavori di demolizione del vecchio manicomio, e della costruzione dei fondamenti e del piano terreno inferiore situato nella parte media di tutto il fabbricato»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-062">40</ref></hi></hi>. L’anno successivo furono deliberati quindi lavori per la sezione mediana che avrebbero portato alla modifica estetica della facciata, necessari, secondo il parere di Francesco Azzurri, anche per la statica dell’edificio.</p><p rend="text">Il villaggio del lavoro, ennesimo satellite del Centrale, prese corpo e, nel 1885, dopo la sua conclusione, si poté quindi procedere alla demolizione di una parte del vecchio manicomio e alla costruzione del nuovo edificio, fino all’avancorpo. Le officine per il lavoro costruite furono in generale ben lontane da quelle progettate da Azzurri nel settembre del 1874, come si può desumere da due disegni dell’architetto conservati nell’Archivio della Società di Esecutori di Pie Disposizioni<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-061">41</ref></hi></hi>. Gli edifici sono infatti molto spartani e privi di qualunque decorazione artistica. Nei disegni invece l’officina dei fabbri è pensata come un grazioso chalet svizzero con elaborate decorazioni in legno (forse non proprio il materiale adatto, vista la funzione dell’edificio), quella dei falegnami ha invece quattro aperture circolari in facciata ed un imponente cancello in legno. L’unica officina che somiglia a quella poi realizzata è quella per i calzolai che presenta una pianta poligonale con il corpo centrale aggettante sulla strada.</p><p rend="text">Anche il villaggio, come era stato per l’Edificio Centrale e la sala idroterapica, venne disegnato nell’incisione de <hi rend="italic">L’</hi><hi rend="italic">illustrazione italiana</hi> citata precedentemente (Fig. 2.9). Possiamo quindi vedere che viene immaginato dotato della sua piazza (con anche una fontana e delle panchine per la conversazione) sulla quale aggettano le varie officine.</p><p rend="text">La rilevanza che viene data alle officine in questo disegno è sintomo dell’importanza che era tributata a questi edifici e soprattutto alla loro funzione. Il villaggio era indispensabile infatti per poter porre in atto la ergoterapia, la cura della malattia mentale attraverso il lavoro. Una delle prime attività che erano state proposte ai pazienti fin dalla metà dell’Ottocento era stata la lavorazione dello sparto e per questo era stato chiamato con «grande mercede» anche un maestro da Genova che insegnasse ai malati la lavorazione per la creazione di stuoie e stuoini<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-060">42</ref></hi></hi>. La grossa spesa affrontata fu ampiamente ripagata da questa attività che, non troppo faticosa e relativamente impegnativa, vide aumentare progressivamente gli addetti e anche i guadagni realizzati mediante la vendita dei prodotti. Per questo furono dedicati allo sparto</p><quote rend="quotation_b">tre grandi laboratori, in uno si lavorano gli stoini piumati, in un altro quelli piani e lisci, che servono a coprire i pavimenti e fanno le veci dei tappeti, nel terzo si lavorano soltanto le treccie [sic] e le gabbie da stringere olive, non sono ammessi strumenti pericolosi […] questa lavorazione ha al suo servizio una macchina a vapore [che serviva anche per la lavanderia] la quale mette in movimento alcuni magli, che si sollevano lentamente e ricadendo di colpo sopra i mazzi di sparto li contundono quanto è necessario perché servano a fare gli stoini piumati. A questo lavoro è destinato un macchinista stipendiato, che tiene con sé alcuni malati scelti dal Medico Soprintendente, tra i quali merita di essere citato un tale F. G. già affetto da lipemania stupida, ora passato a demenza. Costui ha una precisione inappuntabile nel mettere e togliere di sotto ai magli i mazzi di sparto, ed è uno dei pochi che possano senza inconvenienti sostenere il rumore mandato dalla macchina in movimento. Vi è pure annessa una tintoria dove oltre ad un maestro tintore, presta l’opera sua attivissima un altro ricoverato<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-059">43</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">La lavorazione era lodata e ampiamente commerciata a Siena e Firenze, ma la materia prima era piuttosto dispendiosa. I nuovi arrivati erano testati proprio con la lavorazione dello sparto per verificarne indole e attitudini.</p><p rend="text">Il lavoro nei campi, ancor prima di poter avere al San Niccolò una colonia agricola, era fortemente incentivato, dal momento che la maggior parte dei pazienti proveniva dalla campagna.</p><p rend="text">Molti malati, inoltre, ancor prima della nascita del villaggio per il lavoro, erano occupati nel </p><quote rend="quotation_b">trasporto dei materiali ed in altre semplici manualità. In ricompensa di tali servigi fu fatta a questi infelici la gradita sorpresa di una lauta merenda, della quale parteciparono alcuni lavoranti delle officine. Al lato ovest del quartiere dei Servi, all’ombra degli alberi ed alla vista del bel panorama che da qual punto offrono la campagna e la città furono imbandite le mense<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-058">44</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Fu anche introdotta, in via sperimentale, la sericoltura nel settore delle donne, sotto la supervisione delle suore<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-057">45</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">C’era poi l’officina dei fabbri nella quale erano presenti due maestri (Fig. 2.10). Là, raccontava Palmerini:</p><quote rend="quotation_b">si veggono uomini con robuste braccia sollevare pesanti martelli, e battere il ferro sull’incudine o brandire sbarre di ferro infuocate, mentre altri sotto un bersò di verzura d’estate, e in una contigua stanza d’inverno, lavorano alla lima<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-056">46</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Uno dei pazienti impiegati nell’officina dei fabbri produceva i migliori letti per l’ospedale, un altro,</p><quote rend="quotation_b">colpito da stupidità […] condotto all’officina dei fabbri, davanti al mestiere che aveva esercitato per tanti anni durante la salute, gli arrugginiti congegni del suo cervello cominciarono poco alla volta a riprendere la loro funzione. Oggi sembra convertito in una macchina meccanica, non parla mai con nessuno, non esterna mai un’idea, un desiderio; giunto alla bottega lavora con tutta la precisione, ma non si riconosce da quel di prima tanto si è fatta aperta ed animata la sua fisionomia, e la sua salute fisica ha guadagnato moltissimo<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-055">47</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Questo ambiente, pur se chiuso e inutilizzato, sopravvive ancora adesso, ben riconoscibile da un’insegna in ferro battuto che rappresenta un’incudine ed un martello (Fig. 2.11).</p><p rend="text">Vicino all’officina dei fabbri era quella dei falegnami. Qui un maestro con due assistenti sovrintendeva il lavoro dei malati. Essi realizzavano oggetti utili per il manicomio stesso come, ad esempio, molti infissi per il centrale. Quelli del cortile interno e del quartiere dei clamorosi, per esempio, furono realizzati da un paziente che pensava di essere Gesù tornato sulla terra<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-054">48</ref></hi></hi>. Diceva Palmerini: «noi abbiamo una ricca schiera di Iddii, di Re, di Generali, di Padroni del mondo ecc. nel caso nostro il lavoro ha paralizzato gli effetti del delirio»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-053">49</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nell’officina dei calzolai c’erano un maestro ed un assistente. Producevano stivaletti per i rettanti e scarpe nere per le passeggiate: </p><quote rend="quotation_b">più grosse sono quelle per i lavoranti della terra; leggiere e senza chiodi quelle per gli agitati, e finalmente vi sono scarpe che possono essere fissate con una piccola vite dietro al tacco, che servono molto bene per i malati, che ricusano di star calzati<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-052">50</ref></hi></hi>. </quote><p rend="text">Proprio uno stivaletto in ferro battuto fa da insegna a questo edificio, così come un paio di forbici indicano l’officina dei sarti, che coabitavano con i calzolai, dal momento che erano sempre stati pochi.</p><p rend="text">C’era poi un pittore </p><quote rend="quotation_b">bravo ornatore di stanze come provano gli uffici della Direzione e quelli della Sovrintendenza medica, ma disegna benissimo, e molti dei migliori lavori, che si veggono in mostra alla scuola del disegno, sono opera sua. Giacché la sventura si è tanto aggravata sul capo di costui, che dovrà finire i suoi giorni nel manicomio, non è poco conforto il vederlo mantenere delle abitudini regolari e con giusta misura esercitare le sue facoltà<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-051">51</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Purtroppo il nome del pittore non viene tramandato, né è stato possibile individuarlo in altro modo, ma rimangono i suoi lavori nelle stanze indicate da Palmerini. In una è presente una fitta decorazione a motivi vegetali monocromi con in mezzo quattro medaglioni con profili di personaggi non identificabili (Fig. 2.12). Al centro del soffitto è dipinto un riquadro con un paesaggio invernale di gusto nordico imbiancato da una fitta nevicata. Sulla destra è presente un grande edificio con torri, mentre sulla sinistra, al di là di un fiume, è raffigurato un piccolo villaggio. In primo piano una donna, coperta per ripararsi dalla neve, cammina appoggiandosi ad un bastone.</p><p rend="text">Non è dato capire quale sia l’ispirazione del pittore, che peraltro sappiamo essere stato particolarmente «buono, bravo, pieno di intelligenza e d’operosità: ma altrettanto è infelice essendo continuamente tormentato da allucinamenti del tatto e dell’udito che lo fanno divenire di cattivo umore»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-050">52</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Una seconda stanza ha una decorazione a soffitto più semplice, dalle colorazioni molto tenui e con inserti di bouquet floreali all’interno di una riquadratura geometrica.</p><p rend="text">Più articolato è invece un terzo ambiente nel quale sono riportati alle pareti gli stemmi dei Rettori della Società di Esecutori di Pie Disposizioni e dei membri dei vari consigli dall’Ottocento. Sul soffitto di questa stanza è rappresentato al centro lo stemma della Società su un vivace sfondo giallo, mentre sui quattro lati sono presenti cartigli con motti in latino inerenti la cura dei folli e l’opera caritativa svolta dalla Società (Fig. 2.13). Non si tratta, per ovvie ragioni, dell’opera del solo pittore citato prima, ma di un soggetto portato avanti nel tempo da più mani.</p><p rend="text">Un’altra attività particolarmente importante per il buon andamento del San Niccolò, pur se svolta lontana dal villaggio, era quella delle donne che si occupavano di filare la stoppa e la canapa, tessere, cucire biancheria e vestiario, rammendare, fare calze e lavorare presso la lavanderia. Erano presenti anche sette telai nel 1877 in un locale non molto ampio e il lavoro era diretto da una suora. Le donne erano anche ricamatrici e trinaie e producevano </p><quote rend="quotation_b">sovracoperte con guarnizione, tendine per finestre, merletti diversi e dei lavori all’uncinetto, copri-piè, federe; lavori di rete, filet-guipure, guarnizioni per altari, camici ecc. piccola guarnizione a frivolité, ricami in bianco<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-049">53</ref></hi></hi> (Fig. 2.14). </quote><p rend="text">Come ricompensa per il lavoro tutti i malati ricevevano vitto più abbondante, vino, uscite dallo stabilimento, passeggiate in città e in campagna, spettacoli teatrali. Quest’ultimo tipo di svago rientrava anche in un programma riabilitativo. La ludoterapia era infatti applicata fin dalle origini del San Niccolò. La festa in onore del santo al quale il manicomio era dedicato era infatti festeggiata il 6 dicembre ben prima dell’arrivo di Carlo Livi e rimase una tradizione nel corso del tempo, fonte di gioia e divertimento per i pazienti e occasione di scambio con il mondo dei ‘sani’, che in quest’occasione erano ammessi tra le mura dello stabile.</p><p rend="text">Di questa usanza rimane testimonianza nei lavori, pur se molto più tardi, di Paris Morgiani, ammesso al San Niccolò, dopo ricoveri a Bologna e Volterra, nel 1960 e paziente del San Niccolò fino al 1982. Morgiani, dedicandosi a varie forme espressive nell’ambito della ludoterapia, trovò nella lavorazione della terracotta spunti di particolare creatività artistica.</p><p rend="text">Le sue opere sono conservate presso la Cooperativa Riuscita Sociale, nella proprietà di Bellemme, donata alla Società di Esecutori di Pie Disposizioni in memoria della contessa Finetti Piccolomini e adibita, finché il manicomio San Niccolò ebbe vita, a colonia agricola.</p><p rend="text">Si tratta di piccoli diorama in terracotta, testimonianze di un vissuto atemporale all’interno del Manicomio. Normalità resa a volte con crudezza e attenzione ai dettagli di una vita scandita da cure e momenti di svago. Il realismo, pur nella rappresentazione quasi impressionista dei personaggi, è molto forte. Diversi volti si possono infatti riconoscere nelle foto conservate dello stesso periodo della vita nel Manicomio.</p><p rend="text">La momentanea spensieratezza del <hi rend="italic">Ballo di reparto </hi>(Fig. 2.15), dove i degenti non sembrano più tali, (ma solo se non si pone attenzione alle finestre con sbarre, costantemente presenti nelle opere di Morgiani) si contrappone alla drammaticità nella resa delle pratiche mediche, come ne <hi rend="italic">L’elettroshock </hi>(Fig. 2.16), che rappresenta con efficacia e crudezza questa terapia.</p><p rend="text">Dal momento che la maggior parte dei ricoverati proveniva dalla campagna o esercitava lavori semplici, venivano ricercati passatempi adatti come</p><quote rend="quotation_b">la musica, le passeggiate all’aperto, spesso delle merende in campagna, qualche ballo nel carnevale, il giuoco della palla, delle palline, e in casa della lettura, le carte, la tavola reale, la dama costituiscono presso a poco i passatempi della nostra famiglia malata. Tre volte alla settimana vi è scuola di musica […] tutti i giorni festivi una grossa schiera di malati ed una di malate escono separatamente dal manicomio, e vanno a passeggiare in campagna attraversando anche la città senza che si verifichi mai un disordine o un inconveniente […] molti dei più tranquilli e dei più laboriosi tra i malati, e che disponendo di una certa ragionevolezza possono sentirne allegria e conforto, affidati ai serventi o ai capi-officina vanno per la città, intervengono ai pubblici passeggi e spesso allo spettacolo quando vi sono teatri aperti. La lettura i giuochi diversi, e in giardino la palla e le palline trattengono gradevolmente gli epilettici e gli altri che per la natura del male, o per altre caratteristiche del contegno esteriore non sono in grado di uscire<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-048">54</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Tutte queste attività, sia lavorative che ludiche, dovevano mantenere occupati i pazienti, dare loro uno scopo e, non ultimo, riabituarli alla vita quotidiana, fatta spesso, per la maggior parte di loro, di duro lavoro per la sopravvivenza. Per il manicomio le attività erano invece un modo per evitare la contenzione dei pazienti, portarli dove possibile alla guarigione e anche contribuire al buon andamento economico della struttura, dal momento che molte economie erano possibili con il lavoro dei pazienti. Da qui la grandissima importanza del villaggio del lavoro, che una volta concluso fece dire con soddisfazione a Funaioli:</p><quote rend="quotation_b">Nessuna maggiore soddisfazione per il medico alienista, che di vedere i suoi infermi, quieti, convenienti nei modi, attendere regolarmente alle loro occupazioni. Quando alla mattina dopo aver visitato le ricoverate raccolte nelle loro sale, a filare, cucire, tessere, far calza, dall’alto della collina dei Servi io veggo i malati sparsi per gli orti, o intenti a condurre carrette piene di terra uno dietro dell’altro, e mi giunge all’orecchio il risuonare dell’incudine percossa dal martello, il rumore della sega e dell’ascia, io mi sento l’animo pago e soddisfatto, e con serena fronte scendo in mezzo a loro, sembrandomi che individui così laboriosi, sebbene fatalmente colpiti nel più nobile attributo dell’uomo, non siano affatto perduti per la società<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-047">55</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Per i degenti quindi il lavoro, qualunque esso fosse, era un mezzo per riconquistare il contatto con la vita normale, scandita da ritmi e consuetudini. Non a caso si testava la ‘sanità’ del paziente anche con la sua risposta al lavoro. In alcuni casi si poteva dire guarito, in altri purtroppo le terapie applicate, compresa la ergoterapia, non portavano ai risultati sperati, ma servivano comunque ad aiutare a passare il tempo all’interno del Manicomio.</p><p rend="text">Era chiaro fin dal tempo di Carlo Livi:</p><quote rend="quotation_b">Manicomio senza lavoro vuol dire quel che di più scompigliato e lurido e affliggente può offrire questa povera natura umana: vuol dire un’orda selvaggia, uomini e donne sconciamente sdraiati e accasciati, o vagolanti forsennatamente qua e là con le chiome irte, gli occhi stravolti, le vesti lacere e sudicie; vuol dire aria fetente, mura e pavimenti luridi, inferriate, camiciuole di forza, sedie di forza, letti di forza, serventi rozzi, accigliati, stupidamente sonnecchianti, atteggiati come guardiani di belve feroci […] al contrario un manicomio dove il lavoro è dovere ed abito per tutti quelli che possono, spira da ogni lato quiete, ordine, disciplina. Gli agitati vi guadagnano in tranquillità, i melancolici in sollievo e in contento, i torpidi e gli stupidi in sveltezza, i monomaniaci in distrazioni, gli imbecilli e idioti in compostezza, i deboli in vigoria, tutti in salute. Il lavoro oltre a ciò è risparmio e ricchezza; è educazione e giocondità, è preservativo e rimedio, è l’aiuto più potente dato all’arte risanatrice, perché il lavoro è movimento, e il movimento è vita<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-046">56</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Grazie alla conclusione dei lavori del villaggio, così essenziali per la cura dei pazienti, si liberarono risorse per la prosecuzione dei lavori del Centrale, che infatti ripresero nel 1886.</p><p rend="text">Il Rettore della Società così presentò al Consiglio esecutivo la sua idea:</p><quote rend="quotation_b">Non può revocarsi in dubbio la necessità, l’utilità di ultimare la fabbricazione dell’Edificio Centrale del nostro Manicomio. Per quanto gli ultimi oracoli della scienza abbiano suggerito il sistema di fabbriche disseminate, pure un gran fabbricato centrale che comprenda tutto il necessario per i molteplici servizi generali, e per il concentramento di una quantità di ricoverati, è reso necessario per il buon andamento di un Istituto, ed anche per la cura per un certo genere di malati che conviene tenere riuniti in buon numero per ottenere sulla loro salute fisica e morale dei risultati che l’esperienza dimostra profittevoli in vantaggio di quei poveretti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-045">57</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Il Centrale avrebbe dovuto contenere gli uffici e i servizi generali per il manicomio. Il suo completamento era pertanto fondamentale proprio perché conteneva </p><quote rend="quotation_b">in sé la forza motrice per il movimento dei servizi speciali di tutte le altre fabbriche come quello che serve di metro e di punto di partenza a tutti gli ordinamenti riflettenti il buon andamento di un istituto qual è il nostro che contiene in media un migliaio di alienati<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-044">58</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Il completamento del Centrale avrebbe poi permesso lo sgombero del convento dei Servi che sarebbe stato utilizzato come sezione per malati cronici. Il Rettore quindi attese «impavido»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-043">59</ref></hi></hi> il voto del Consiglio, che non poté che essere positivo. Rimaneva ancora il grosso intralcio del vecchio convento di San Niccolò, la cui demolizione procedeva a rilento a causa dell’alto numero di pazienti e dei problemi legati a trovare loro una collocazione consona durante i lavori.</p><p rend="text">Il problema era particolarmente sentito e complessa era la sua soluzione:</p><quote rend="quotation_b">Nella parte del locale vecchio che occorre di abbattere per dar luogo al nuovo, si trovano ricoverati molti malati. Ove collocarli nel tempo che si abbatte il locale vecchio e si fabbrica il nuovo? Appunto in ossequio alla scienza ed ai sapienti suggerimenti del più illustre alienista italiano, il senatore Verga, che appunto sono pochi giorni visitò con compiacenza il nostro Manicomio, conviene imprendere l’erezione di piccole fabbriche per i laboratori e per le abitazioni di alienati affetti da malattie speciali […] Potrebbero perciò fabbricarsi tosto questi laboratori e questi piccoli chalet, ove si collocherebbero intanto i malati che si trovano nel fabbricato da demolirsi e quindi ultimare l’Edificio Centrale. Ho detto ultimare, rimarco questa parola, poiché colla fabbricazione dei laboratori dovrebbe andare di pari passo la parziale fabbricazione dell’avancorpo dell’Edificio Centrale, perché questo deve occupare un’area più spaziosa di quello che occupa il locale da demolirsi, ed anzi ragioni teoriche impongono che prima di demolire l’ultimo braccio del vecchio manicomio si trovino già costruiti in parte notevole alcuni muri principali, che anche ragioni di solidità vogliono sieno bene innestati con i muri della sezione che stanno adesso per sorgere nella parte che deve appunto far seguito con l’avancorpo<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-042">60</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Nel 1887 fu apportata una modifica alle cucine del centrale, la prima di innumerevoli: fu sostituito il focolare in ferro installato nel 1872 (Figg. 2.17-2.18) ormai non più funzionale con una cucina economica. Realizzato quando i malati erano circa 570, il vecchio focolare non era in grado di servire i 1040 pazienti presenti allora nel Manicomio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-041">61</ref></hi></hi> e si preferì sostituirlo con mezzi più efficienti, approfittando anche del ricavato della vendita di una grossa pentola di rame.</p><p rend="text">Tra il 1888 ed il 1892 venne demolito il vecchio fabbricato. L’antico edificio «dai muri scialbati, dalle finestre diseguali, protette da grosse sbarre di ferro, cui faceva corona un praticello incassato nel muro di fianco alla via»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-040">62</ref></hi></hi> cessò di esistere. </p><p rend="text">Rimase al suo posto il «fabbricato detto la Torre» o reparto Guislain, l’unico che era sopravvissuto del vecchio asilo, nel quale ci si limitò a rifare il refettorio, ristrutturare i bagni e murare alcune porte e arcate. Questa parte dell’edificio, detta Torre Rossa è ancora presente e ben distinguibile sul retro del Centrale, al confine con le mura cittadine<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-039">63</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Nell’ottobre 1888 la fronte del Centrale fu conclusa (Fig. 2.19) e anche i lavori di finitura interni risultarono quasi terminati. Era prossima la demolizione completa del vecchio convento «che porta seco tuttora, per quanto grandemente modificati, gli elementi del carcere»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-038">64</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">L’abbattimento del vecchio convento<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-037">65</ref></hi></hi>, che fu concluso nel novembre 1889<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-036">66</ref></hi></hi> permise l’edificazione dell’ultima parte dell’Edificio Centrale che fu terminata nel maggio del 1890<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-035">67</ref></hi></hi>. Un episodio sospese temporaneamente le operazioni: il crollo di una volta nel quale rimase ucciso l’operaio Giacomo Grazzini detto Borraccino il 21 maggio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-034">68</ref></hi></hi>. L’incidente ebbe risonanza sulla stampa locale e fu oggetto di un’indagine volta ad individuare eventuali responsabilità da parte del capo mastro Andreucci. Fu sentito anche il parere tecnico di Francesco Azzurri e alla fine il capomastro non fu ritenuto responsabile dell’incidente<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-033">69</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Finalmente i lavori potevano dirsi conclusi:</p><quote rend="quotation_b">essendo stata compiuta dal comm. Arch. Francesco Azzurri la liquidazione dei lavori e quindi il collaudo dell’ultima parte dei medesimi dell’edificio centrale, appaltato al sig. Agostino Andreucci, […] e dovendosi ritenere avvenuta la consegna definitiva fino dal 31 dicembre 1890 inquantoché i ritardi nel compimento dei lavori sono avvenuti per cause indipendenti dalla volontà dell’appaltatore, […] l’architetto propone un acconto […] dovendosi pagare il rimanente allorché sarà compiuta la collocazione degli affissi e terminati alcuni lavori di rifinimento<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-032">70</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Nello stesso anno Francesco Azzurri chiese e ottenne di poter realizzare dei lavori aggiuntivi nella corte interna del nuovo Centrale e nella zona riservata alle suore dell’ala sinistra dell’edificio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-031">71</ref></hi></hi>. Si trattò di lavori poco significativi.</p><p rend="text">Il Centrale con le sue «linee grandiose» e la sua «mole fastosa»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-030">72</ref></hi></hi> vide finalmente il suo compimento, divenendo il centro reale della vita del San Niccolò e assumendo il ruolo di edificio principale del villaggio, sottolineato anche dalla presenza dell’imponente orologio in facciata che scandiva il tempo per i ricoverati (Fig. 2.20) e dallo stemma in ferro battuto della Società di Esecutori di Pie Disposizioni. </p><p rend="text">Nella primavera del 1891, a completamento dell’edificio, fu messo mano alla sistemazione del giardino anteriore del Manicomio (Fig. 2.21) e si ebbe dal Comune di Siena il permesso di allacciarsi al bottino di Fonte Gaia per ottenere 10 dadi di acqua al giorno, equivalenti a 4000 litri<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-029">73</ref></hi></hi>. Questo permise di risparmiare le acque della cisterna dei Servi per il periodo di maggiore siccità. Mentre il Centrale rimase in bella mostra sulla piazza, gli altri padiglioni, per la natura dei malati ospitati, furono isolati e nascosti anche grazie ad una ricca vegetazione studiata per coadiuvare la cura, come ad esempio gli alberi di tiglio.</p><p rend="text">Con questo intervento il Centrale acquistava la sua forma definitiva, pochi sarebbero stati gli interventi su di esso nel periodo successivo ed essenzialmente volti a migliorarne la funzionalità, non certo a modificarne l’aspetto estetico. L’austera facciata di gusto neorinascimentale fu abbellita da modeste decorazioni in pietra, dando all’edificio un aspetto dignitoso e non opprimente. D’altra parte era stata una richiesta specifica della Società quella di non perdere tempo e risorse con ciò che non fosse funzionale.</p><p rend="text">Il Manicomio, ormai arrivato ad un’estensione notevole, anche se non ancora definitiva, fu anche dotato di un «tramvai di forme speciali»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-028">74</ref></hi></hi> che percorreva le strade del villaggio per il trasporto dei malati, del personale e del necessario per la vita dei pazienti.</p><p rend="text">Nel settembre 1893 necessitavano ancora di completamento i lavori di sistemazione interna della sezione donne dell’Edificio Centrale, ciò avrebbe permesso il loro trasferimento dai Servi<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-027">75</ref></hi></hi> e la creazione di un reparto per i cronici ai Servi. Fu quindi realizzata la nuova sala idroterapica «nel salone ed ambienti contigui occupati attualmente dai malpropri e semiagitati»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-026">76</ref></hi></hi> e finalmente, il 5 dicembre, «cominciò il trasloco di n. 79 malate dal quartiere dei Servi all’edificio centrale, e che il giorno 13 detto ne furono trasferite altre 59 e si va seguitando regolarmente e senza inconvenienti di sorta»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-025">77</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Sotto la direzione di Paolo Funaioli iniziò ad essere prioritario risolvere il problema del sovraffollamento, che per lungo tempo avrebbe afflitto il manicomio senese. Per risolverlo il dibattito fu lungo e portò, in primo tempo, alla costruzione della Villa appena fuori Porta Romana, destinata a ospitare le signore rettanti, nella speranza che fosse sufficiente per i nuovi bisogni del manicomio. Per realizzare questi nuovi spazi fu interpellato Vittorio Mariani, architetto senese allievo ed erede di Francesco Azzurri, al quale per lungo tempo fece da aiuto.</p><p rend="text">Egli aveva studiato a Siena, dove aveva realizzato nel tempo il Palazzo delle Poste e della Camera di Commercio, nonché il Monumento Asilo e numerosissimi restauri, ma ebbe a Roma il completamento della sua formazione. Il suo stile rimarrà sempre legato alla tradizione, pur sposando le moderne tecniche ed i moderni materiali da costruzione che aveva sperimentato per la prima volta proprio nella capitale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-024">78</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Le sue idee per migliorare il San Niccolò furono le più varie, con l’apporto sia dalla Società, che dalla direzione sanitaria del Manicomio. Arnaldo Pieraccini, appena insediatosi come direttore in sostituzione di Funaioli, intervenne nel Consiglio esecutivo della Società per esporre alcune sue riflessioni riguardo il San Niccolò. Secondo lui non sarebbe stato opportuno continuare a edificare all’interno del recinto manicomiale, perché non si sarebbe più potuto garantire il necessario distanziamento tra i vari quartieri e reputava necessaria la modernizzazione della lavanderia, che già pativa la carenza di acqua<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-023">79</ref></hi></hi>. Avrebbe inoltre gradito l’installazione di un forno e di un pastificio per soddisfare il fabbisogno interno.</p><p rend="text">Nell’adunanza successiva Pieraccini consegnò e illustrò ai Soci una <hi rend="italic">Relazione</hi> […] <hi rend="italic">sulle</hi><hi rend="italic"> necessità edilizie e tecniche del Manicomio S. Niccolò</hi> che fece notevole scalpore. Palmerini chiese lo spostamento delle infermerie, ubicate al primo e terzo piano del Centrale, e veicolo, a suo dire, di pericolosi focolai di infezione, ma anche la realizzazione, ormai da tempo rimandata, di una colonia agricola<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-022">80</ref></hi></hi>. Altra grossa pecca erano, a suo avviso, i bagni, insufficienti sia nell’Edificio Centrale, che nel villaggio del lavoro, che ai Servi.</p><p rend="text">Pieraccini durò però poco alla direzione del San Niccolò. Chiamato a ricoprire lo stesso incarico ad Arezzo, decise di lasciare il manicomio senese. Al suo posto fu scelto Antonio D’Ormea, uomo più pacato, ma non privo di idee e di carattere per metterle in pratica. Egli diresse il San Niccolò per molti anni affrontandone i problemi ed i cambiamenti con spirito e abnegazione.</p><p rend="text">Nel marzo 1910, su sua richiesta e seguendo il progetto di Vittorio Mariani, fu deliberato lo spostamento dell’infermeria donne nell’Edificio Centrale e la creazione di una tessenda, una stanza con telai per la tessitura, in vista dell’arrivo di nuovi malati dalla provincia di Como<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-021">81</ref></hi></hi>. Il lavoro continuava ad essere il fulcro della terapia.</p><p rend="text">Nel dicembre 1931 fu portato in discussione al Consiglio Generale l’annoso problema degli spazi del Manicomio e si ventilò l’opportunità di alcuni lavori per l’ampliamento dei posti letto di 200 unità. Tra questi lavori erano compresi anche quelli necessari per il trasferimento dei bambini idioti e la creazione di un «nuovo reparto scuola dei piccoli deficienti»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-020">82</ref></hi></hi> nella vecchia villa dei signori rettanti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-019">83</ref></hi></hi>, nonché la costruzione di una nuova villa per i rettanti nei terreni del podere Ognissanti.</p><p rend="text">La discussione fu particolarmente animata e ci fu aperta ostilità di diversi soci al progetto, tanto che la decisione fu sospesa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-018">84</ref></hi></hi>. Fabio Bargagli Petrucci propose di mettere mano ad un «piano regolatore generale per svolgere i futuri lavori di sviluppo del nostro Ospedale psichiatrico»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-017">85</ref></hi></hi> anche nell’interesse della città. Proposta oltremodo lungimirante e visionaria vista l’area occupata dagli edifici, che a quest’epoca già comprendeva una buona parte della zona intorno alla Porta Romana e che di lì a poco si sarebbe espansa ben oltre il confine cittadino. Purtroppo la proposta di Bargagli Petrucci non ebbe seguito e si continuò a costruire per far fronte a situazioni sempre più emergenziali dovute alla crescita esponenziale dei pazienti e alla conseguente carenza cronica di spazio.</p><p rend="text">Anche Antonio D’Ormea intervenne in maniera piuttosto decisa sull’argomento, attaccando duramente proprio il Centrale, costruzione sbagliata, a suo avviso, fin dall’origine:</p><quote rend="quotation_b">Nella storia ultra secolare del nostro Ospedale queste fasi di dissenso tecnico-amministrativi si sono purtroppo verificate ancora. Così fu quando l’On. Amministrazione di quel tempo non volle seguire i suggerimenti di Carlo Livi che, precursore dei tempi, caldeggiava sino da allora il Manicomio a villaggio, che fu poi costruito più tardi, ma quando già il mastodontico edificio centrale con i suoi innumerevoli difetti aveva sconvolta la organizzazione ideata dal Livi, costituendo un errore tecnico di cui tuttora si devono sopportare le conseguenze<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-016">86</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Il Centrale da lì in avanti fu oggetto di modesti ammodernamenti di tipo tecnico, come la messa in opera di un forno, nel maggio del 1911, affidato al fornaio Arturo Corsi, che intraprese la panificazione all’interno del manicomio con un macchinario preso a noleggio<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-015">87</ref></hi></hi>. Poco meno di un anno dopo il servizio fu affidato al fornaio in accollo con grande soddisfazione della Società, che proseguì con le conferme fino al 1920, quando si decise di sistemare il servizio all’interno dell’organico e furono assunti gli operai che fino ad allora vi avevano lavorato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-014">88</ref></hi></hi>. Già nel 1913 però, con l’aumento dei pazienti, la panificazione era risultata insufficiente, tanto che fu chiesto al Corsi di integrare la produzione nel proprio forno, producendo lì il pane di prima qualità, dedicato ai rettanti e al personale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-013">89</ref></hi></hi>. Il Rettore propose quindi per la prima volta in quest’occasione la realizzazione di una struttura moderna, ma si decise di ingrandire il forno tradizionale esistente per non gravare troppo sul bilancio della Società.</p><p rend="text">Nel 1929 il Prefetto chiese al San Niccolò di verificare la fattibilità della creazione di un forno moderno che servisse per i bisogni del manicomio e delle altre opere pie della zona. La Società prontamente incaricò una commissione che avrebbe dovuto valutare il fabbisogno giornaliero di pane, stabilito poi in 12 o 14 quintali, e anche l’opportunità dell’impianto di un mulino a cilindri per la macinazione in proprio del grano<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-012">90</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Un’altra delle richieste fatte da D’Ormea al suo insediamento prese quindi vita nel 1929, quando fu realizzato un forno a fuoco indiretto. La trasformazione era obbligatoria per legge e lo studio sui costi e la fattibilità fu affidato ad Armando Sabatini, indicato dal sindacato fascista ingegneri. Sabatini progettò l’impianto di un forno della ditta Oberle di Trieste<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-011">91</ref></hi></hi> per la cottura giornaliera di 20 quintali di pane (Figg. 2.22-2.23). A supporto di questa attività fu acquistata una macchina impastatrice (che fu messa a dura prova, nel maggio 1941, dalle farine utilizzate in tempo di guerra)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-010">92</ref></hi></hi> e fu realizzato un mulino in prossimità di un silos creato qualche tempo prima.</p><p rend="text">Nel 1930 fu proposta poi la sostituzione della cucina, ormai divenuta obsoleta. Secondo D’Ormea si sarebbe dovuto creare un fabbricato apposito, ma la Società decise che fosse meglio rinnovare le strutture del vecchio locale<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-009">93</ref></hi></hi> secondo un progetto redatto da Mariani con la collaborazione della ditta De Micheli che si occupava di impianti a combustione di nafta. Il progetto prevedeva la costruzione di un avancorpo sul retro del Centrale, che avrebbe ampliato i locali e consentito anche la creazione di una terrazza per la ricreazione dei pazienti ricoverati al primo piano. Per realizzarlo fu chiamato il capomastro Renato Ciabattini, già utilizzato per altri lavori, che poteva garantire «personale di gradimento della Direzione del Manicomio (ciò che è opportuno trattandosi di lavori da eseguirsi in locali dove gli operai vengono necessariamente a trovarsi a contatto con i malati)»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-008">94</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Alla fine dei lavori la cucina aveva una dotazione di tutto rispetto: 12 pentole oscillanti a vapore della capacità di 3730 litri, 2 recipienti per la cottura del ragù da 120 litri, 2 pentole per il latte della capacità di 300 litri, un apparecchio per il caffè da 100 litri, due cucine a fuoco diretto di 5 metri<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-007">95</ref></hi></hi> (Fig. 2.24). </p><p rend="text">Nel gennaio del 1938 i malati erano arrivati a 2070 e nel giugno dello stesso anno ci si interrogò per l’ennesima volta su quale futuro potesse avere il Manicomio.</p><quote rend="quotation_b">Da una visita accurata di tutti i locali abbiamo tratto la convinzione che, ove si debbano rispettare i principi tecnici ed igienici dei quali non si può prescindere uno Ospedale psichiatrico la cui rinomanza precorsa ed attuale vuole conservata nell’avvenire, non è possibile trovare in essi la capacità per una media di 2150 ricoverati, anche perché alcuni vecchi ambienti debbono essere […] quanto prima possibile abbandonati ed in parte anche abbattuti<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-006">96</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Si propose pertanto di non superare i 2200 pazienti e di realizzare un nuovo fabbricato nel quale spostare circa 200 di loro. Nella stessa occasione fu portata all’attenzione del Consiglio generale la necessità di una nuova sala ricreativa perché il vecchio teatro (Fig. 2.25), creato da Francesco Azzurri, era troppo piccolo e «di infelicissima struttura»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-005">97</ref></hi></hi>. Secondo D’Ormea «il teatro e il cinematografo […] rappresentano per alcuni malati di mente, non solo un’utile ricreazione, ma anche un mezzo di efficace rieducazione»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-004">98</ref></hi></hi>. Il vecchio teatro sarebbe quindi stato trasformato in locale di soggiorno per la sezione Clinoterapica.</p><p rend="text">Esso, nonostante la scena fosse molto piccola, aveva degnamente servito i pazienti del San Niccolò, sia per serate volte al loro intrattenimento, sia per il progetto teatrale che li vedeva protagonisti, sempre nell’ambito della ludoterapia.</p><p rend="text">Gli spettacoli, ai quali partecipavano autorità, familiari e semplici curiosi, si svolgevano all’inizio nell’atrio del vecchio convento di San Niccolò, poi, con la realizzazione del progetto di Francesco Azzurri, venne realizzata una piccola sala teatrale. Essa però aveva una forma insolita, sviluppata prevalentemente in larghezza, si dice avesse anche una pessima acustica. Questo non aveva frenato le attività teatrali che erano svolte in parte da artisti chiamati per lo svago dei pazienti e in parte dai pazienti stessi, nell’ambito della ludoterapia. Per D’Ormea infatti: «Nella moderna terapia delle malattie psichiche […] lo svago rientra, non più come elemento di lusso, ma con funzione integrativa e necessaria»<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-003">99</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Le attività nella sala teatrale erano particolarmente apprezzate, come si può leggere in un giornalino prodotto dagli stessi degenti negli anni Trenta del Novecento: <hi rend="italic">Il</hi><hi rend="italic"> mensile [o il poligrafo] della villa</hi>. Qui tra scritti e caricature autoprodotte dai malati, si snoda il racconto di alcune rappresentazioni teatrali di quegli anni, delle quali rimane anche un’eccezionale testimonianza fotografica. Scriveva in rima un paziente:</p><quote rend="quotation_b">Quando mi sento di strano umor</quote><quote rend="quotation_b">altro rimedio non ho</quote><quote rend="quotation_b">che rifugiarmi senza timor</quote><quote rend="quotation_b">al teatro S. Niccolò.</quote><quote rend="quotation_b">Un’operetta è la novità</quote><quote rend="quotation_b">e un’orchestrina laggiù</quote><quote rend="quotation_b">mi scaccia tutti i pensieri perché</quote><quote rend="quotation_b">suona con molta virtù<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-002">100</ref></hi></hi>.</quote><p rend="text">Le opere scelte erano di solito volte a divertire il pubblico, come, ad esempio, <hi rend="italic">Il gallo della checca</hi>, operetta di Adolfo Testieri, autoprodotta e messa in scena per il Carnevale del 1936 (Fig. 2.26). Di questa rappresentazione rimangono disegni e fotografie che ritraggono i pazienti nelle loro vesti di attori.</p><p rend="text">Sotto la direzione di D’Ormea fu anche organizzata, complice la presenza come dipendente di un giovane Silvio Gigli (che diventerà personaggio radiofonico e poi televisivo noto a livello nazionale), una compagnia teatrale di adulti e bambini dell’Istituto psico-pedagogico, che più volte si esibì di fronte agli altri pazienti, alla città e a ospiti illustri. Soprattutto il Carnevale era infatti occasione di apertura e scambio con l’esterno, con il mondo dei sani.</p><p rend="text">Ormai divenuto noto giornalista e conduttore radiofonico, Silvio Gigli si ricordò con affetto del Manicomio San Niccolò, trasmettendo per ben tre volte, tra il 1965 e il 1969, proprio da qui la sua popolare trasmissione <hi rend="italic">Sorella radio</hi>, con ospiti come Orietta Berti, Tullio Pane ed il noto tenore Salvatore Gioia, in quel periodo ricoverato presso lo stesso San Niccolò.</p><p rend="text">La sala raffigurata nelle fotografie pubblicate in questo testo a inizio Novecento risultò insufficiente ad accogliere l’elevato numero di degenti (arrivati ormai a 2100)<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-001">101</ref></hi></hi> e soprattutto preoccupava la sua stabilità, dal momento già da molto tempo si era reso necessario inserire una puntellatura delle volte nell’atrio di ingresso del manicomio a sorreggere il soprastante teatro. Nel 1941 venne pertanto chiesto dalla Società di Esecutori di Pie Disposizioni un progetto per il rinnovo di questo ambiente all’architetto Primo Giusti, allievo e collaboratore di Vittorio Mariani. Il progetto prevedeva la creazione di un palco più ampio, con quinte, graticcia e camerini, ed anche una galleria rialzata per permettere a più pazienti di assistere alle rappresentazioni teatrali o cinematografiche. Con l’avvento del cinema sonoro, infatti, ai malati venivano proposti molti brevi filmati a carattere educativo, ma soprattutto ricreativo. </p><p rend="text">Primo Giusti, in qualità di nuovo architetto del Manicomio, presentò nel luglio 1941 un progetto per la sala ricreativa della quale si era discusso pochi anni prima. La sala, intitolata poi al Rettore della Società Dario Romani<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_04.html#footnote-000">102</ref></hi></hi>, avrebbe potuto ospitare 400 pazienti. Nell’occasione si decise di dotarla anche di nuovi bagni e di sistemare in maniera più decorosa il sottostante ingresso del manicomio.</p><p rend="text">Uno degli ultimi interventi sul Centrale riguardò nuovamente la cucina, rinnovata per l’ennesima volta per garantire igiene e qualità, nonché la preparazione di pasti per oltre 2000 ospiti. Anche il panificio fu migliorato con l’acquisto di un nuovo forno. Il reparto cucina, pur in sostanziale efficienza, presentava la zona della dispensa in cattive condizioni ed il mulino non più in uso. Si intervenne soprattutto sul panificio affinché rispondesse appieno alle esigenze moderne.</p><p rend="text">Quando entrò in vigore la legge Basaglia del 13 maggio 1978 n.180, che prevedeva il definitivo superamento degli istituti manicomiali, nel San Niccolò erano presenti 879 ospiti. A seguito dei provvedimenti regionali, il 17 settembre 1980 l’ente Ospedale Psichiatrico San Niccolò cessò la propria autonoma gestione e le proprie funzioni furono trasferite alla Unità Sanitaria Locale, cui confluirono pochi mesi dopo anche il patrimonio e il personale.</p><p rend="text">Il 30 settembre 1999, completata la dimissione di tutti i ricoverati, il San Niccolò cessò di esistere come Manicomio. </p><p rend="text">Gli spazi dell’antico manicomio vennero quindi adibiti a sede universitaria (con un restauro di Enzo Zacchiroli), sede di alcuni servizi ASL e di una cooperativa volta al recupero sociale di persone con situazioni di disagio.</p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-101-backlink">1</ref></hi> Questo testo rielabora in parte materiali pubblicati nel volume voluto dalla Società di Esecutori di Pie Disposizioni, <hi rend="italic">I duecento anni del San Niccolò. L’evoluzione urbanistica del manicomio senese e i suoi protagonisti</hi>, a cura di chi scrive e della dott.ssa Laura Pogni di prossima pubblicazione, in memoria della mostra per i 200 anni del San Niccolò: <hi rend="italic">Società di Esecutori </hi><hi rend="italic">di Pie Disposizioni e Manicomio San Niccolò: un legame secolare. </hi><hi rend="italic">Storia dell’Ospedale Psichiatrico senese attraverso i progetti dei suoi </hi><hi rend="italic">edifici</hi> (Siena, Società di Esecutori di Pie Disposizioni 6 dicembre 2018-20 gennaio 2019).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-100-backlink">2</ref></hi> Paolo Salera, “Il complesso architettonico di Santa Maria della Pietà dal 1548 al 1914,” in <hi rend="italic">L’ospedale dei</hi><hi rend="italic"> pazzi di Roma dai papi al ’900</hi>,<hi rend="italic"> </hi>a cura di Alessandra Bonfigli, Franca Fedeli Bernardini, e Antonino Iaria (Bari: Dedalo, 1994).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-099-backlink">3</ref></hi> Francesco Azzurri, <hi rend="italic">Il Manicomio di S. Maria</hi><hi rend="italic"> della Pietà in Roma ampliato e recato a nuove forme</hi><hi rend="italic"> per la munificenza del santissimo padre Pio IX </hi>(Roma: Tip. di B. Guerra, 1864), 28-9.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-098-backlink">4</ref></hi> Azzurri, <hi rend="italic">Il Manicomio di </hi><hi rend="italic">Santa Maria della Pietà</hi>, 30.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-097-backlink">5</ref></hi> Azzurri, <hi rend="italic">Il Manicomio di </hi><hi rend="italic">Santa Maria della Pietà</hi>, 33.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-096-backlink">6</ref></hi> Azzurri, <hi rend="italic">Il Manicomio di </hi><hi rend="italic">Santa Maria della Pietà</hi>, 54.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-095-backlink">7</ref></hi> Azzurri, <hi rend="italic">Il Manicomio di </hi><hi rend="italic">Santa Maria della Pietà</hi>, 59.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-094-backlink">8</ref></hi> Per i dettagli si veda Martina Dei, “Il nuovo San Niccolò di Francesco Azzurri: allontanare qualunque idea di trista reclusione,” in <hi rend="italic">I duecento anni del San Niccolò. L’evoluzione urbanistica del manicomio senese e i suoi protagonisti</hi>, a cura di Martina Dei, Maria Laura Pogni, di prossima pubblicazione.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-093-backlink">9</ref></hi> Azzurri, <hi rend="italic">Il Manicomio di Santa Maria della Pietà</hi>, 59.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-092-backlink">10</ref></hi> Archivio Società di Esecutori di Pie Disposizioni (Siena) [ASEPD], B.IV.15, Protocollo delle deliberazioni dal 20 agosto 1865 al 27 settembre 1869, 29 novembre 1866, c. 52v.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-091-backlink">11</ref></hi> ASEPD, E.IX, 2a, Nota manoscritta, 29 novembre 1866.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-090-backlink">12</ref></hi> <hi rend="italic">La civiltà cattolica</hi> 15, 10 (1864): 586.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-089-backlink">13</ref></hi> Archivio Storico della Psicologia Italiana (Milano) [ASPI], &lt;https://www.aspi.unimib.it/collections/object/detail/10622/&gt;, Archivio di Andrea Verga (c/o Civiche raccolte storiche del Comune di Milano), Carteggio, b. 01 fasc. 034, Lettera di Francesco Azzurri ad Andrea Verga, 29 febbraio 1892.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-088-backlink">14</ref></hi> Andrea Verga, <hi rend="italic">Il Manicomio</hi><hi rend="italic"> e la famiglia</hi> (Milano: Tipografia dei fratelli Rechiedei, 1879), 45.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-087-backlink">15</ref></hi> Francesco Azzurri, <hi rend="italic">Società di Esecutori di Pie Disposizioni Manicomio </hi><hi rend="italic">di S. Niccolò</hi> (s.l.: s.e., 1891).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-086-backlink">16</ref></hi> Francesco Azzurri, <hi rend="italic">Società di</hi><hi rend="italic"> Esecutori di Pie Disposizioni.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-085-backlink">17</ref></hi> Paolo Funaioli, “Gli asili-scuole per idioti e imbecilli. Lettera aperta al sig. Prof. Enrico Morselli,” <hi rend="italic">Cronaca del Manicomio</hi> 9, 4 (1883): 86.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-084-backlink">18</ref></hi> Francesco Azzurri, “Il quartiere per i clamorosi di ambedue i sessi,” <hi rend="italic">Cronaca del Manicomio</hi> 2, 5 (1876): 92.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-083-backlink">19</ref></hi> Azzurri, <hi rend="italic">Società di Esecutori di Pie Disposizioni.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-082-backlink">20</ref></hi> Francesco Azzurri, “Il quartiere per i clamorosi di ambedue i sessi,” 92.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-081-backlink">21</ref></hi> Azzurri, <hi rend="italic">Società di Esecutori di Pie Disposizioni.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-080-backlink">22</ref></hi> A questo proposito si veda il saggio di Silvia Colucci nella presente pubblicazione.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-079-backlink">23</ref></hi> Azzurri, <hi rend="italic">Società di Esecutori di Pie Disposizioni.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-078-backlink">24</ref></hi> Azzurri, “Il quartiere per i clamorosi di ambedue i sessi,” 92.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-077-backlink">25</ref></hi> Azzurri, “Il quartiere per i clamorosi di ambedue i sessi,” 92.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-076-backlink">26</ref></hi> Martina Starnini, <hi rend="italic">L’uomo tutto intero. Biografia di Carlo </hi><hi rend="italic">Livi, psichiatra dell’Ottocento</hi> (Firenze: Firenze University Press, 2018), 164.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-075-backlink">27</ref></hi> Starnini, <hi rend="italic">L’uomo tutto intero</hi>, 164.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-074-backlink">28</ref></hi> ASEPD, B.XV.4, Copialettere dal 7 aprile 1840 al 20 febbraio 1875, 350, 22 maggio 1869.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-073-backlink">29</ref></hi> ASEPD, B.XV.4, Copialettere dal 7 aprile 1840 al 20 febbraio 1875, 359, 5 giugno 1869.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-072-backlink">30</ref></hi> ASEPD, B.XV.4, Copialettere dal 7 aprile 1840 al 20 febbraio 1875, 401, 6 agosto 1869.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-071-backlink">31</ref></hi> Società di Esecutori di Pie Disposizioni, <hi rend="italic">Per il centenario della </hi><hi rend="italic">Fondazione del Manicomio di S. Niccolò (6 dicembre 1918)</hi> (Siena: Lazzeri, 1919), 13.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-070-backlink">32</ref></hi> ASEPD, E.IX.4a, Distinzione delle spese di fabbrica e di riduzione del Manicomio dal 1866 a tutto il 18…</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-069-backlink">33</ref></hi> S.n., “Una pagina interessante dei manicomi,” <hi rend="italic">Cronaca del Manicomio</hi> 1, 1-2 (1875): 13.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-068-backlink">34</ref></hi> Ugo Palmerini, “Varietà – Quartiere Conolly,” <hi rend="italic">Cronaca del Manicomio</hi> 3, 5-6 (1877): 114.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-067-backlink">35</ref></hi> Azzurri, “Il quartiere per i clamorosi di ambedue i sessi,” 92-3.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-066-backlink">36</ref></hi> Paolo Funaioli, “Commemorazione,” <hi rend="italic">Archivio Italiano per le malatie nervose</hi> 17 (1880): 299.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-065-backlink">37</ref></hi> Quirino Leoni, “Il manicomio di S. Nicola in Siena,” <hi rend="italic">L’illustrazione italiana</hi> 3, 29 (14 maggio 1876): 452-54.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-064-backlink">38</ref></hi> Starnini, <hi rend="italic">L’uomo tutto intero</hi>, 170.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-063-backlink">39</ref></hi> Funaioli, Paolo. [senza titolo]. <hi rend="italic">Cronaca </hi><hi rend="italic">del Manicomio</hi> 8, 1 (1882): 23.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-062-backlink">40</ref></hi> ASEPD, B.VI.1, 5 giugno 1886, c. 124v.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-061-backlink">41</ref></hi> ASEPD, E.IX.6a, Progetti di Francesco Azzurri per il villaggio del lavoro.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-060-backlink">42</ref></hi> Carlo Livi, <hi rend="italic">Parole</hi><hi rend="italic"> dette nella solenne distribuzione de’ premi del dì 11 </hi><hi rend="italic">dicembre 1859 agli alunni del Manicomio San Niccolò di Siena</hi> (Prato: Tipografia fratelli Giachetti, 1860), 13.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-059-backlink">43</ref></hi> Ugo Palmerini, “Il lavoro nei Manicomi,” <hi rend="italic">Cronaca del Manicomio</hi> 3, 3 (1877): 48-9.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-058-backlink">44</ref></hi> Ugo Palmerini, “Varietà – Ogni fatica merita premio,” <hi rend="italic">Cronaca</hi><hi rend="italic"> del Manicomio</hi> 3, 3 (1877): 66.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-057-backlink">45</ref></hi> Ugo Palmerini, “Varietà – Un tentativo di sericoltura,” <hi rend="italic">Cronaca del Manicomio</hi> 3, 3 (1877): 67.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-056-backlink">46</ref></hi> Ugo Palmerini, “Il lavoro nei Manicomi,” <hi rend="italic">Cronaca del Manicomio</hi> 3, 4 (1877): 77.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-055-backlink">47</ref></hi> Palmerini, “Il lavoro nei Manicomi,” 77.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-054-backlink">48</ref></hi> Palmerini, “Il lavoro nei Manicomi,” 77.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-053-backlink">49</ref></hi> Palmerini, “Il lavoro nei Manicomi,” 78.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-052-backlink">50</ref></hi> Palmerini, “Il lavoro nei Manicomi,” 78.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-051-backlink">51</ref></hi> Palmerini, “Il lavoro nei Manicomi,” 78.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-050-backlink">52</ref></hi> Palmerini, “Il lavoro nei Manicomi,” 78.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-049-backlink">53</ref></hi> Palmerini, “Il lavoro nei Manicomi,” 80.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-048-backlink">54</ref></hi> S.n., “Una pagina interessante dei manicomi,” <hi rend="italic">Cronaca del Manicomio</hi> 1, 1-2 (1875): 19.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-047-backlink">55</ref></hi> Palmerini, “Il lavoro nei Manicomi,” 81.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-046-backlink">56</ref></hi> Enrico Morselli, Augusto Tamburini, <hi rend="italic">La</hi><hi rend="italic"> mente di Carlo Livi</hi> (Reggio Emilia: Tip. di Stefano Calderini e figlio, 1881), 20.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-045-backlink">57</ref></hi> ASEPD, B.VI.1, 5 giugno 1886, cc. 123v-124r.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-044-backlink">58</ref></hi> ASEPD, B.VI.1, 5 giugno 1886, c. 124r.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-043-backlink">59</ref></hi> ASEPD, B.VI.1, 5 giugno 1886, c. 124v.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-042-backlink">60</ref></hi> ASEPD, B.VI.1, 5 giugno 1886, c. 124v.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-041-backlink">61</ref></hi> ASEPD, B.VI.1, 14 giugno 1887, c. 139v.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-040-backlink">62</ref></hi> Società di Esecutori di Pie Disposizioni, <hi rend="italic">Per il</hi><hi rend="italic"> centenario della Fondazione del Manicomio</hi>, 9.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-039-backlink">63</ref></hi> Si veda in proposito l’intervento di Silvia Colucci nel presente volume.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-038-backlink">64</ref></hi> Paolo Funaioli, “Varietà – I lavori del Manicomio,” <hi rend="italic">Cronaca del Manicomio</hi> 14, 6 (1888): 128.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-037-backlink">65</ref></hi> Paolo Funaioli, “Varietà – Nuovi lavori,” <hi rend="italic">Cronaca del Manicomio</hi> 15, 3 (1889): 77.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-036-backlink">66</ref></hi> Paolo Funaioli, “Varietà – I lavori del manicomio,” <hi rend="italic">Cronaca del</hi><hi rend="italic"> Manicomio</hi> 15, 6 (1889): 126.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-035-backlink">67</ref></hi> Paolo Funaioli, “Varietà – I lavori del Manicomio,” <hi rend="italic">Cronaca del Manicomio</hi> 16, 3 (1890): 69.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-034-backlink">68</ref></hi> “La disgrazia di ieri,” <hi rend="italic">Il libero</hi><hi rend="italic"> cittadino</hi> 25,41 (22 maggio 1890).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-033-backlink">69</ref></hi> ASEPD, B.V.2, Consiglio generale, dal dì 29 maggio 1890 al 5 ottobre 1894, 10 giugno 1890, c. 4v.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-032-backlink">70</ref></hi> ASEPD, B.VI.2, 28 aprile 1892, cc. 69v-70r.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-031-backlink">71</ref></hi> ASEPD, B.VI.2, 11 settembre 1890, c. 32v.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-030-backlink">72</ref></hi> Società di Esecutori di Pie Disposizioni, <hi rend="italic">Per il centenario </hi><hi rend="italic">della Fondazione del Manicomio,</hi> 16.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-029-backlink">73</ref></hi> Paolo Funaioli, “Varietà – Nuovi lavori al Manicomio,” <hi rend="italic">Cronaca del Manicomio</hi> 17, 2 (1891): 57.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-028-backlink">74</ref></hi> Francesco Azzurri, <hi rend="italic">Società di Esecutori di Pie Disposizioni</hi><hi rend="italic"> Manicomio di S. Niccolò</hi> (s.l.: s.e., 1891).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-027-backlink">75</ref></hi> ASEPD, B.V.2, Consiglio generale dal dì 29 marzo 1890 al 5 ottobre 1894, 16 settembre 1893, cc. 84v-86r.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-026-backlink">76</ref></hi> ASEPD, E.IX.4a, Lavori di completamento dell’edificio centrale.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-025-backlink">77</ref></hi> ASEPD, B.VI.3, 14 dicembre 1893, c. 20r.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-024-backlink">78</ref></hi> Per una panoramica sull’attività di questo architetto si veda Maria Antonietta Rovida, Laura Vigni, <hi rend="italic">Vittorio Mariani architetto</hi><hi rend="italic"> e urbanista (1895-1946). Cultura urbana e architettonica fra Siena e</hi><hi rend="italic"> l’Europa</hi> (Firenze: Polistampa, 2010).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-023-backlink">79</ref></hi> ASEPD, B.VI.7, Consiglio esecutivo Processi verbali dal 16 luglio 1906 al 5 marzo 1909, 14 maggio 1908, c. 125.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-022-backlink">80</ref></hi> Arnaldo Pieraccini, <hi rend="italic">Relazione del Soprintendente</hi><hi rend="italic"> Dott. Prof. A. Pieraccini sulle necessità edilizie e tecniche del</hi><hi rend="italic"> Manicomio S. Niccolò</hi> (Siena: Tipografia nuova, 1908).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-021-backlink">81</ref></hi> ASEPD, B.V.6, Consiglio Generale protocollo delle deliberazioni dal 27 settembre 1907 al 9 dicembre 1911, 10 marzo 1910, cc. 176-78.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-020-backlink">82</ref></hi> ASEPD, B.V.12, Società di Esecutori di Pie Disposizioni in Siena Processi verbali delle adunanze del Consiglio Generale dal dì 21 dicembre 1931 al dì 4 luglio 1936, 30 dicembre 1931, c. 17.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-019-backlink">83</ref></hi> ASEPD, B.V.11, Società di Esecutori di Pie Disposizioni in Siena Processi verbali delle adunanze del Consiglio Generale dal dì 23 agosto 1926 al dì 21 dicembre 1931, 21 dicembre 1931, c. 322.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-018-backlink">84</ref></hi> ASEPD, B.V.12, Società di Esecutori di Pie Disposizioni in Siena Processi verbali delle adunanze del Consiglio Generale dal dì 21 dicembre 1931 al dì 4 luglio 1936, 29 dicembre 1932, c. 70.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-017-backlink">85</ref></hi> ASEPD, B.V.12, Società di Esecutori di Pie Disposizioni in Siena Processi verbali delle adunanze del Consiglio Generale dal dì 21 dicembre 1931 al dì 4 luglio 1936, 30 dicembre 1931, c. 18.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-016-backlink">86</ref></hi> ASEPD, B.VI.19, Società di Esecutori di Pie Disposizioni Processi verbali delle adunanze del Consiglio Esecutivo dal 4 maggio 1931 all’11 dicembre 1933, 23 dicembre 1931, c. 65.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-015-backlink">87</ref></hi> ASEPD, B.VI.9, Protocollo dei processi verbali delle adunanze del Consiglio Esecutivo dal dì 12 dicembre 1910 al dì 21 ottobre 1912, 1° maggio 1911, c. 53.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-014-backlink">88</ref></hi> ASEPD, B.VI.13, Processi verbali delle adunanze del Consiglio Esecutivo dal 5 agosto 1918 al 10 aprile 1920, 5 marzo 1920, c. 189.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-013-backlink">89</ref></hi> ASEPD, B.VI.10, Protocollo dei processi verbali delle adunanze del Consiglio Esecutivo dal 21 ottobre 1912 al 17 luglio 1914, 3 aprile 1913, c. 55.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-012-backlink">90</ref></hi> ASEPD, B.VI.18, Processi verbali delle adunanze del Consiglio Esecutivo dall’11 giugno 1928 al 13 aprile 1931, 11 marzo 1929, c. 68.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-011-backlink">91</ref></hi> ASEPD, B.VI.18, Processi verbali delle adunanze del Consiglio Esecutivo dall’11 giugno 1928 al 13 aprile 1931, 27 novembre 1929, c. 161.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-010-backlink">92</ref></hi> ASEPD, B.VI.25, Processi verbali delle adunanze del Consiglio Esecutivo, 8 maggio 1941, c. 163.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-009-backlink">93</ref></hi> ASEPD, B.V.11, Società di Esecutori di Pie Disposizioni in Siena Processi verbali delle adunanze del Consiglio Generale dal dì 23 agosto 1926 al dì 21 dicembre 1931, 4 luglio 1930, c. 259.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-008-backlink">94</ref></hi> ASEPD, B.VI.18, Società di Esecutori di Pie Disposizioni in Siena Processi verbali delle adunanze del Consiglio Esecutivo dall’11 giugno 1927 al 13 aprile 1931, 20 agosto 1930, c. 249.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-007-backlink">95</ref></hi> ASEPD, B.VI.24, Processi verbali delle adunanze del Consiglio Esecutivo, 26 settembre 1940, c. 113.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-006-backlink">96</ref></hi> ASEPD, B.V.13, Società di Esecutori di Pie Disposizioni in Siena Processi verbali delle adunanze del Consiglio generale dal dì 4 luglio 1936 al dì 23 dicembre 1939, 17 giugno 1938, cc. 194-95.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-005-backlink">97</ref></hi> ASEPD, B.V.13, Società di Esecutori di Pie Disposizioni in Siena Processi verbali delle adunanze del Consiglio generale dal dì 4 luglio 1936 al dì 23 dicembre 1939, 17 giugno 1938, c. 195.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-004-backlink">98</ref></hi> ASEPD, B.V.13, Società di Esecutori di Pie Disposizioni in Siena Processi verbali delle adunanze del Consiglio generale dal dì 4 luglio 1936 al dì 23 dicembre 1939, 17 giugno 1938, c. 195.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-003-backlink">99</ref></hi> ASEPD, E IX 35a, Relazione D’Ormea, 1937.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-002-backlink">100</ref></hi> <hi rend="italic">Il poligrafo della villa</hi> 2, 6 (domenica 21 marzo 1937).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-001-backlink">101</ref></hi> ASEPD, B.V.14, Società di Esecutori di Pie Disposizioni in Siena Processi verbali delle adunanze del Consiglio generale dal dì 9 marzo 1940 al dì 29 dicembre 1943, 23 luglio 1941, cc. 159-60.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_04.html#footnote-000-backlink">102</ref></hi> ASEPD, B.VI.27, Società di Esecutori di Pie Disposizioni Processi verbali delle adunanze del Consiglio Esecutivo, 11 marzo 1943, c. 148.</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author" >Martina Dei, martina.dei@gmail.com</p><p rend="editorial_metadata_author" >Luca Quattrocchi, University of Siena, Italy, luca.quattrocchi@unisi.it, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-3513-8857">0000-0002-3513-8857</ref></p><p rend="editorial_metadata_author" >Silvia Colucci, s.colucci74@gmail.com</p><p rend="editorial_metadata_polices" >Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices" >FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book" >Martina Dei, <hi rend="italic">Il San Niccolò da Francesco Azzurri al Novecento. La nascita dell’Edificio Centrale come fulcro del villaggio manicomiale</hi>, © Author(s), <ref target="https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/legalcode">CC BY-SA</ref> 4.0, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0936-6.04">10.36253/979-12-215-0936-6.04</ref>, in Silvia Colucci, Martina Dei, Luca Quattrocchi, <hi rend="italic">Il Palazzo San Niccolò. I luoghi dell’Ateneo di Siena - 2</hi>, pp. -89, 2026, published by Firenze University Press and USiena PRESS, ISBN 979-12-215-0936-6, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0936-6">10.36253/979-12-215-0936-6</ref></p><p rend="editorial_metadata_references" >Book References DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0936-6.references">10.36253/979-12-215-0936-6.references</ref></p></div>
      
      
    </body>
  </text>
</TEI>