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        <title type="main" level="a">Alcune testimonianze del passato KKT: storia di una start-up di successo</title>
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            <forename>Fabio</forename>
            <surname>Schoen</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Florence, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Ingegneria Industriale &amp; Ingegneria dell’Informazione per il territorio fiorentino </title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0975-5</idno>) by </resp>
          <name>Stefano Selleri, Alberto Tesi, Enrico Vicario</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0975-5.42</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>This part presents the industrial spin-offs generated from the Department research and which have proven worthy of industrialization. The University of Florence promotes the creation of spin-offs by providing facilities for building start-ups, such as offices and services.. The start-ups here described show the capability of the Department to revitalize the local industrial ecosystem.</p>
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            <item>Industrial transfer</item>
            <item>Start-up</item>
            <item>University spin-off</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0975-5.42<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0975-5.42" /></p>
<p rend="h1_chapter">Alcune testimonianze del passato KKT: storia di una start-up di successo</p><p rend="h1_author ParaOverride-1"><hi rend="italic">Fabio Schoen</hi></p><p rend="text">Mi ha fatto un grandissimo piacere ricevere l’invito a raccontare questa storia, nata sul colle di Santa Marta (e nella piana di Sesto). In queste righe non vorrei solo spiegare come è nata e come è cresciuta la nostra impresa, ma anche, se possibile, dare qualche consiglio a chi decide di lanciare uno <hi rend="italic">spin-off</hi> e spera di vederlo crescere.</p><p rend="text">Da docente di Ricerca Operativa mi sono sempre interessato, oltre che degli aspetti teorici e algoritmici, anche ai risvolti applicativi: le applicazioni forniscono il senso alle ricerche nel nostro campo e generano stimoli interessanti per ulteriori studi teorici e ricerche metodologiche. Per anni mi sono occupato di applicazioni, assieme a laureandi e dottorandi, ma sempre da professore: abbiamo partecipato a progetti, studiato problemi derivanti da convenzioni conto terzi, ci siamo ‘sporcati le mani’ con i dati del mondo reale… tutto questo è rimasto sempre un esercizio accademico, al termine del quale abbiamo fornito qualche utile spunto e mostrato le possibilità applicative di certe metodologie. Devo però essere sincero – non penso di aver mai risolto un problema realmente rilevante. Si pensa spesso di avere le chiavi per risolvere i problemi dell’umanità, capita però che queste chiavi restino in tasca e non aprano porte veramente importanti. Con questo non voglio certo sminuire il ruolo di noi docenti universitari. Ciò che intendo dire è che noi contribuiamo a forgiare queste chiavi che poi passiamo ai nostri giovani allievi: sono loro che, proseguendo nel loro percorso di crescita personale, apriranno strade fortemente innovative.</p><p rend="text">Con una certa sorpresa nel 2011 ricevetti la visita di due ‘miei’ dottorandi, di ritorno da un periodo di studio l’uno in California, l’altro in Canada. Ci chiesero di fondare una start-up dedicata alla Ricerca Operativa. Sulle prime dissi loro che era un’ottima iniziativa, e li incoraggiai a tentare quella strada; senza di me però – io facevo un altro mestiere. Loro insistettero, fino a convincermi a partecipare all’impresa. Nacque così KKT S.r.l.: come nel caso della Ricerca Operativa, anche questo nome ha una visibilità pari a zero: non dice nulla alla maggior parte delle persone. Nonostante questo, ci creò qualche difficoltà, dato che una volta costituiti scoprimmo che il dominio <ref target="http://kkt.com">kkt.com</ref> era già occupato da un certo <hi rend="italic">Karpa Kombact Team</hi>, un’associazione di pescatori… Da qui il mio </p><p rend="text">Primo consiglio per gli start-upper:<hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="italic">non andate dal notaio a registrare la vostra società se prima non avete acquistato un buon indirizzo web.</hi></p><p rend="text">Il nome KKT nasce da un famoso (per noi) teorema sulle condizioni di ottimalità: ci piaceva pensare che il nostro obiettivo sarebbe stato quello di lavorare in ‘condizioni di ottimalità’. Di quel nome oscuro ai più a me piace ricordare anche altro: per anni, quel teorema venne indicato come Teorema di Kuhn-Tucker, dal nome di due famosi ricercatori del settore. Recentemente si è scoperto che in realtà tutto quanto era già stato scoperto da uno studente, Karush, che presentò i risultati nella sua tesi di laurea. Da allora la K di Karush venne aggiunta al nome del teorema, e a me è sempre piaciuto pensare che in quel teorema il ruolo degli studenti fu fondamentale, come immaginavo sarebbe successo anche nella nostra start-up.</p><p rend="text">KKT è stata tra le prime start-up innovative a sbarcare all’Incubatore Universitario Fiorentino al Polo di Sesto (se non si considera quella del pastore che quotidianamente portava lì il suo gregge). Quando ci presentammo all’Incubatore trovammo un bellissimo edificio in mezzo al nulla, completamente deserto e con le erbacce che crescevano incontrollate. La prima tentazione fu di tornare al calduccio del nostro Laboratorio di Ottimizzazione Globale al DINFO, a Santa Marta. Poi però cambiammo idea, ci sentimmo dei pionieri ed entrammo all’Incubatore con determinazione e voglia di costruire. Fu una scelta eccellente.</p><p rend="text">E qui il mio </p><p rend="text">Secondo consiglio per gli start-upper: <hi rend="italic">un’azienda non è un laboratorio universitario. Fatela nascere e sviluppare in un altro posto, con risorse e spazi propri, evitando ambiguità di obiettivi, proprietà intellettuale e risorse.</hi></p><p rend="text">Cominciarono così i corsi di formazione, alcuni bellissimi. Io ne frequentai pochi dato che il mio ruolo non era operativo, ma non posso dimenticare l’entusiasmo della nostra ‘Pitch Trainer’, Valentina Maltagliati. L’Incubatore ci diede moltissimo, non ultimo il supporto di uno staff di ottimo livello e un ambiente creativo, a contatto con altre start-up arrivate nel frattempo. Una fra tutte: la D-Orbit di Luca Rossettini, personaggio davvero fuori dal comune da cui abbiamo imparato tanto. Ci furono certamente difficoltà (tra cui la scoperta dell’impossibilità di usare la rete GARR per scopi commerciali), ma il clima che si respirava in quegli uffici era davvero fantastico. </p><p rend="text">Ma cosa pensavamo di fare come impresa? Iniziammo con un modello consulenziale: siamo ‘risolutori di problemi’, andiamo in giro a cercare problemi da risolvere – un approccio faticoso e dispendioso. Solo a titolo di esempio, sviluppammo, dietro stimolo di un’azienda e senza alcuna retribuzione, un software per l’ottimizzazione delle miscele di rottami per la produzione di alluminio. Dimostrammo, dati alla mano, di poter ridurre di oltre il 20% le spese per l’acquisto dei rottami, mantenendo inalterata, se non addirittura superiore, la qualità della lega metallica prodotta. L’applicazione non venne mai acquistata: il suo utilizzo avrebbe comportato una riorganizzazione dei giganteschi magazzini dell’azienda e la resistenza al cambiamento ebbe la meglio sull’efficienza dimostrata. A questi faticosi e dispendiosi insuccessi si aggiunse una complicazione: di tre soci che eravamo, uno presto ci lasciò, trasferendosi all’estero con tutta la famiglia. Considerando che un altro socio, il sottoscritto, era decisamente poco utile e sicuramente non operativo, la situazione non era delle più brillanti. Di soci operativi ne rimaneva uno soltanto, Alessandro Lori, che però credeva fortemente in KKT e cominciò a ‘studiare da manager’. Aveva già un dottorato di ricerca in Ingegneria, ma scelse comunque di andare a capire come funziona un’impresa, anziché innamorarsi (come me) degli algoritmi. </p><p rend="text">Terzo consiglio per gli start-upper: <hi rend="italic">non pensiate che il fatto di essere i numeri uno al mondo per un certo problema farà cadere il mondo ai vostri piedi o farà innamorare il mondo delle vostre soluzioni.</hi></p><p rend="text">È necessario essere i numeri uno nella scienza e nella tecnologia. Ma non è sufficiente – anzi, l’eccellenza scientifico-tecnologica rappresenta forse solo il 10% di quel che serve per fare impresa. Occorre capacità manageriale, occorre marketing, occorrono venditori, occorre visione… E occorre saper capire quando è il momento di virare ed esplorare direzioni non previste inizialmente. </p><p rend="text">Con KKT cambiammo il nostro modello di business, dalla consulenza allo sviluppo di prodotto. Alessandro ci portò verso la creazione di <ref target="http://routist.com">routist.com</ref>, uno strumento software di pianificazione ottimizzata di rotte per flotte di veicoli commerciali in modalità SaaS (Software as a service). Oggi SaaS è un termine noto, allora era una rarità. Non esisteva nemmeno il concetto di ‘app’, ora dato per scontato. Entrare in un mercato considerato maturo, quello della logistica distributiva, dominato da colossi internazionali produttori di software estremamente complessi e costosi, che richiedevano formazione e personalizzazione, fu una scommessa. Ci proponemmo con un prodotto in cui la complessità restava nascosta dietro le quinte, facile da usare, senza necessità di installazione, con un modello d’uso basato su una sottoscrizione mensile a basso costo. Il giorno dopo l’uscita online arrivarono i primi clienti dal Sud America e dalla Nuova Zelanda. Fu entusiasmante vedere davvero cosa fosse un’impresa ‘globale’. Dopo pochissimo tempo ci incuriosì un utente che provava il nostro software per cercare il giro più breve tra tutti i pub di Dublino. Si trattava di Peter Mitchell, CEO di Fleetmatics, una ‘start-up’ con circa mille dipendenti quotata alla Borsa di New York e specializzata in strumenti per l’intelligenza a bordo veicolo. Da mesi Peter faceva ricerche su Google usando come parole chiave ‘vehicle’, ‘routing’ e ‘SaaS’, e un giorno all’improvviso apparve il link al nostro sito, ancora di colore blu, quello dei link ancora mai cliccati. Peter venne a trovarci quasi subito e rimase stupefatto nel vedere che la nostra azienda era fatta da sole quattro persone: Alessandro Lori, David Di Lorenzo, Marco Gualtieri e Tommaso Bianconcini – tutti usciti dal Laboratorio di Ottimizzazione Globale del DINFO. In breve tempo Fleetmatics entrò al 100% in KKT, anche grazie al sostegno del nostro Rettore di allora, Alberto Tesi. Fleetmatics impresse quell’accelerazione senza la quale nessuna start-up sopravvive a lungo. KKT crebbe, aumentarono gli spazi all’Incubatore e nacquero nuove applicazioni. Avvenne poi il secondo salto: Fleetmatics venne acquisita da Verizon, colosso americano delle telecomunicazioni. Così, quella che era KKT S.r.l. divenne Verizon Connect Italia. Varie decine di dipendenti, un importantissimo giro d’affari, la leadership nel campo della visione artificiale a bordo dei veicoli commerciali, un’intensa attività di ricerca e brevettazione e uno strettissimo legame con Santa Marta, con assunzioni, tirocini, dottorati industriali, convenzioni di ricerca, e con Alessandro Lori, diventato nel frattempo CTO di Verizon Connect. Forse tutto questo non sarebbe successo senza altri ingredienti fondamentali, che ci portano agli</p><p rend="text">Ultimi consigli agli start-upper:</p><list rend="bulleted">
				<item><hi rend="italic">circondatevi delle migliori persone disponibili. Non abbiate mai paura di assumere chi è molto più bravo di voi;</hi></item>
				<item><hi rend="italic">guardate sempre avanti, al di là di quel che funziona oggi.	<lb/></hi>Se Alessandro avesse insistito solo su <ref target="http://routist.com">routist.com</ref> forse la storia sarebbe andata molto diversamente. Ad un certo punto capì, ad esempio, che il deep learning avrebbe portato l’azienda a un livello nuovo. E, vincendo un po’ di resistenze interne, portò l’azienda ad investire nella visione artificiale. Quindi:</item>
				<item><hi rend="italic">non abbiate paura di virare ed imboccare strade nuove!</hi></item>
			</list><p rend="text">Un ultimo consiglio, da professore: </p><list rend="bulleted">
				<item><hi rend="italic">se avete davvero a cuore il successo del vostro spin-off, cercate di avere a bordo meno professori possibili e, se proprio ne volete qualcuno, metteteli a far pubbliche relazioni. </hi>Io non ho fatto nemmeno questo… </item>
			</list><p rend="text">Non che non ritenga i miei colleghi in grado di fare grandi cose, ma una start-up è un’altra faccenda: è giovane, creativa, deve innovare in un modo diverso da quello della ricerca, deve essere agile, non deve infilarsi nel solco tracciato da noi docenti, il suo mestiere è un altro.</p><p rend="text">A dimostrazione del fatto che predico bene ma razzolo male, confesso che una volta uscito da KKT, di start-up ne ho poi fondata un’altra, sempre con Alessandro e con un gruppetto di dottorandi: <ref target="http://Intuendi.com">Intuendi.com</ref>. Ma di questa parleremo in un’altra occasione...</p><p rend="text">Dalla rassegna stampa del gennaio 2012.</p><p><graphic url="xml_38-web-resources/image/image8_1.jpg" rend="img _idGenObjectAttribute-1" mimeType="image/jpeg"/></p><p rend="caption_figure">Figure 94 – Articolo del Corriere fiorentino del 21 gennaio 2012.</p><p rend="editorial_metadata_author">Fabio Schoen, University of Florence, Italy, <ref target="mailto:Fabio.Schoen@unifi.it">fabio.schoen@unifi.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0003-1160-7572">0000-0003-1160-7572</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Fabio Schoen, <hi rend="italic">Alcune testimonianze del passato KKT: storia di una start-up di successo</hi>, © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0975-5.38">10.36253/979-12-215-0975-5.42</ref>, in Stefano Selleri, Alberto Tesi, Enrico Vicario (edited by), <hi rend="CharOverride-2">Ingegneria Industriale &amp; Ingegneria dell’Informazione per il territorio fiorentino – 2. Ingegneria dell’Informazione</hi>, pp. -181, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0975-5, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0975-5">10.36253/979-12-215-0975-5</ref></p>
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