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        <title type="main" level="a">La città tra immaginari e disincanto</title>
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          <resp>This is a section of <title>L'utopia e la città ideale</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0985-4</idno>) by </resp>
          <name>Giandomenico Amendola</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
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        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0985-4.17</idno>
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        <p>The chapter examines how 20th-century utopian thought gave way to dystopia amid the failures of science and reason. Literary imagination shaped the mythologies of great metropolises — from Dickens's London to Haussmann's Paris — while deepening class divides made the ideal city a privilege of the bourgeoisie. Benjamin's reading of Paris as collective dream captures the tension between utopian desire and social exclusion defining modern urban life.</p>
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            <item>dystopia</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0985-4.17<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0985-4.17" /></p>
<p rend="h1_section">Capitolo 12</p><p rend="h1_chapter ParaOverride-1">Dalla città ideale alla comunità cooperativa: genealogia delle utopie industriali</p><p rend="text">Claude-Nicolas Ledoux, disegnando la città industriale di Chaux, a partire dagli anni Settanta del Settecento, poteva affermare che essa era più di una città utopica: era essa stessa un’utopia condensata in pietra. La città, benché non sia stata mai costruita, è stata a lungo considerata come l’anticipazione di molte utopie urbane del secolo successivo, anche per la comparsa da protagonista del Quarto Stato. Chaux è una città pulita e perfetta, bene integrata nella campagna e coerente con la Salina Reale di Arc-et-Senans progettata nel 1775; rappresenta la città ideale in cui le saline costituiscono il supporto produttivo. Industria e abitazioni sono tra loro strettamente legate, anticipando in qualche maniera il Falansterio di Fourier. Il principio base dell’architettura di Ledoux è la sua particolare funzionalità a cui si accompagna la capacità di esprimere emozioni, consapevolezza sociale e principi morali. E, soprattutto, di parlare ai sensi.</p><p rend="text">Le riflessioni di Ledoux mostrano chiaramente come egli, pur facendo, come era frequente nel XVIII secolo, uso del termine utopia, sia da considerare soprattutto un pragmatico. Ciò che ha in mente è la città ideale, affermando che essa è: «una comunità ideale», «un teatro industriale», «una metafora solare». È la sognata città dove il potere politico e la visione comunitaria si intrecciano sostenendosi a vicenda. Ledoux sostiene che l’unione è la fonte della felicità e un principio naturale necessario al mantenimento dell’ordine (Kaufman, 1984). Descrivendo gli edifici destinati agli operai, Ledoux sottolinea come ogni camera sia occupata da una famiglia e che una galleria costituisca lo spazio comune. L’esito è l’efficienza produttiva e la felicità dei cittadini.</p><p rend="text">È una città ideale New Lanark, che Robert Owen, ricco imprenditore tessile, fonda in Scozia nel 1799. In <hi rend="italic">A New View of Society; or, Essays on the Principle of the Formation of the Human Character</hi> (1813 [2010]), Owen descrive un villaggio urbano il cui scopo era mostrare come fosse possibile superare l’antinomia città-campagna e come una comunità cooperativa potesse essere uno strumento efficace nella lotta contro lo sfruttamento dei lavoratori, da lui definito «schiavismo bianco». Per questo, una quota del profitto viene trasferita nei salari degli operai. Il villaggio di Owen mostra, come alla fine del XVIII secolo, l’utopia sia diventata più concreta e realistica anche perché i desideri possono essere soddisfatti grazie alle grandi capacità produttive della nuova industria.</p><p rend="text">Lo strumento fondamentale per combattere schiavismo e sfruttamento è per Owen l’istruzione. Per questo, nel 1816, crea l’<hi rend="italic">Institution for the formation of character</hi>, destinato sia ai bambini che agli adulti, i quali frequentano i corsi serali. Ai bambini è riservata un’attenzione particolare: per consentire loro di giocare sotto gli occhi dei genitori viene progettata una grande piazza quadrata, che unisce e rende visibili la razionalità del progetto e le esigenze della collettività.</p><p rend="text">Il principio centrale di New Lanark è la creazione di una comunità cooperativa in cui il profitto industriale viene redistribuito a beneficio dei lavoratori. Per questo il villaggio è stato a lungo considerato una città ideale per gli operai delle fabbriche che, nell’Ottocento, si moltiplicavano grazie alle nuove tecnologie e crescevano attraverso lo sfruttamento sistematico della manodopera, con orari insostenibili e paghe da fame. Centinaia di visitatori provenienti da ogni parte d’Europa si recavano in questo angolo remoto della Scozia per osservare la comunità egalitaria immaginata da Owen, che dimostrava come un’altra e migliore civiltà industriale fosse possibile.</p><p rend="text">New Lanark diventa rapidamente famoso non solo per la sua politica sociale e il suo <hi rend="italic">common sense socialism</hi>, ma anche per la qualità del cotone che produce. La sua fama attraversa l’Europa e contribuisce alla nascita di numerosi circoli e associazioni ispirati alle idee di Owen, che vedono nel villaggio scozzese la prova concreta che un’organizzazione industriale più equa e cooperativa è possibile.</p><p rend="text">Nel 1825 Owen acquista negli Stati Uniti, nello Stato dell’Indiana, una vasta proprietà appartenuta agli Armonisti, una setta protestante tedesca guidata da George Rapp. Il nuovo insediamento, che Owen chiama significativamente «New Harmony», doveva diventare nelle sue intenzioni la città ideale dell’armonia perfetta. Al centro del progetto compare l’idea di un grande edificio circolare destinato alla vita comunitaria: non una chiesa, poiché New Harmony è una comunità laica, coerente con il noto anticlericalismo del suo fondatore. Nella visione di Owen, una produzione organizzata razionalmente e gestita in forma cooperativa avrebbe richiesto meno lavoro pur mantenendo inalterati i livelli produttivi, rendendo possibile una società più equa e solidale.</p><p rend="text">L’attacco di Owen alla proprietà privata è così radicale da portarlo a proporre una «Dichiarazione di dipendenza mentale», che egli considera importante quanto la stessa «Dichiarazione di Indipendenza». Con essa intende affermare che gli esseri umani non sono realmente indipendenti, ma formati dall’ambiente sociale, e che solo una riorganizzazione cooperativa della società può garantire libertà e eguaglianza autentiche.</p><p rend="text">La fabbrica, malgrado la presenza di eminenti scienziati, manifestò rapidamente una scarsa produttività e le conseguenze furono la chiusura dello stabilimento – dove si lavorava solo tre ore al giorno – e la dissoluzione del villaggio. Degli studiosi presenti restano numerose pubblicazioni di geologia, entomologia e storia naturale, uno dei pochi lasciti duraturi dell’esperimento.</p><p rend="text">Per nulla scoraggiato da questo fallimento, nel 1829 Owen fonda a Londra una nuova organizzazione cooperativa per diffondere le proprie idee, dando impulso alla creazione di centinaia di <hi rend="italic">co-operative stores</hi> basati su principi mutualistici e comunitari.</p><p rend="text">New Lanark è stata a lungo, anche nel Novecento, il modello di una città ideale che alcuni imprenditori illuminati intendevano offrire ai propri dipendenti. </p><p rend="text">Nella seconda metà dell’Ottocento nel Veneto, a Schio, l’imprenditore laniero Alessandro Rossi ridisegnò la propria fabbrica. Il nuovo stabilimento – chiamato Fabbrica Alta – venne progettato secondo i modelli architettonici razionali del Nord Europa. Intorno alla fabbrica, l’architetto Antonio Caregaro Negrin progetta il quartiere operaio noto come Nuova Schio (o Quartiere Rossi), realizzato tra il 1872 e il 1890. Come mostrano Sassi, Ricatti, Sassi (2013), si tratta di uno dei primi esempi italiani di città ideale per i lavoratori dell’industria, pensata per accogliere la nuova manodopera proveniente dalle campagne. La Nuova Schio è concepita come una città giardino con una pianta prevalentemente ortogonale e un sistema abitativo articolato in quattro classi: le prime due, più ampie e rifinite, sono destinate ai dirigenti; le altre agli operai. Una scelta innovativa del progetto è la mescolanza delle diverse tipologie abitative, così che dirigenti e operai vivano fianco a fianco, condividendo gli stessi spazi quotidiani. Questa vicinanza intendeva favorire la socializzazione e ridurre la distanza simbolica tra le classi, secondo l’antica aspirazione ottocentesca a un’armonia possibile tra capitale e lavoro.</p><p rend="text">L’opera utopica di Claude-Henri de Saint-Simon è profondamente legata al problema della società di classe settecentesca, e nei suoi scritti composti tra il 1802 e il 1823 egli delinea le caratteristiche della nuova società industriale che ritiene imminente. «L’Età d’Oro dell’umanità – scrive – non è alle nostre spalle; è nell’avvenire dove la si incontrerà grazie al perfezionamento dell’ordine sociale. I nostri padri non l’hanno conosciuta; i nostri figli un giorno la contempleranno. Noi abbiamo il dovere di preparar loro la strada» (Saint-Simon, 1829-31 [2019]). </p><p rend="text">Fine dei privilegi di casta e scienza sono i suoi principali riferimenti. Profondamente influenzato dall’esperienza americana – dove tenta di partecipare alla Guerra d’Indipendenza e osserva da vicino la nascita di una società fondata sull’uguaglianza civile – Saint-Simon aderisce agli ideali della Rivoluzione francese e rinuncia al proprio titolo nobiliare. Parallelamente studia fisica, matematica e fisiologia, convinto che la conoscenza scientifica debba guidare l’organizzazione sociale.</p><p rend="text">Da queste riflessioni nasce l’idea di una società futura fondata non sul potere ereditario, ma sulla competenza produttiva. Poiché «la società attuale è un mondo alla rovescia», saranno gli scienziati, gli ingegneri e gli industriali – e non il re – a governare la grande trasformazione. Per indicare la qualità decisiva per la nuova società – la competenza tecnica e professionale – Saint-Simon usa il termine <hi rend="italic">capacité</hi>: è questa qualità, e non il privilegio di nascita, che deve legittimare chi è chiamato a costruire e dirigere la società industriale.</p><p rend="text">Il mondo che immagina è governato dalla ragione e segnato dall’eliminazione dell’aristocrazia terriera e del sistema feudale. Con essi devono scomparire i gruppi improduttivi: militari, nobili e <hi rend="italic">rentiers</hi>. Il controllo della società spetterà invece a coloro che sono utili – «le api della società» – indipendentemente dal loro livello sociale o dalla loro formazione. L’intero sistema economico deve avere come scopo principale «il miglioramento della sorte del ceto povero», come afferma in uno dei suoi ultimi scritti.</p><p rend="h1_section">Capitolo 13</p><p rend="h1_chapter">Il domani e le comunità utopiche</p><p rend="text">Nel 1888 il giornalista Edward Bellamy pubblica il romanzo fantastico e utopico <hi rend="italic">Looking Backward: 2000-1887</hi> (Bellamy, 1888 [2024]). Il libro riscuote immediatamente un grande successo diventando un <hi rend="italic">best seller</hi> con un milione di copie vendute nei soli Stati Uniti. Qui vengono fondati centosettanta Bellamy Clubs.</p><p rend="text">Scena della grande trasformazione è la città di Boston, in cui il protagonista del romanzo, Julian West, si addormenta nel 1887 per risvegliarsi centotredici anni dopo. La città che lascia alle spalle è segnata dallo sfruttamento dei più poveri. Scrive: «non potrei trovare migliore paragone di quello di una diligenza gigantesca alla quale era attaccata la gran massa del popolo per trascinarla su di una via di montagna» e «L’idealismo che allora regnava non andava troppo d’accordo con lo spirito del bene comune». </p><p rend="text">La sua narrazione della nuova e migliore Boston che incontra nel viaggio nel tempo parte da una riflessione sulla città e sul mondo reale in cui vive: «Una diseguale distribuzione della ricchezza e, ancora, una diversa possibilità di conseguire cultura e formazione hanno diviso la società in classi che per molti aspetti si guardano l’un l’altra come fossero razze diverse».</p><p rend="text">La Boston che Julian West incontra nel futuro non ha più nulla della città diseguale e conflittuale del 1887: è una città viva, armoniosa, dove lo sfruttamento sociale è scomparso. È una città ‘perfetta’ proprio perché rappresenta l’opposto del presente. Come osserva Bellamy, «se ieri la ricchezza veniva spesa in lusso privato, nella città del 2000 il superfluo viene speso per abbellire la città: spesa che reca profitto a tutti».</p><p rend="text">Per raggiungere l’abbondanza attraverso la tecnologia, Bellamy sottolinea la necessità di una forte solidarietà che richiami quella tipica delle società contadine. Uno dei protagonisti del romanzo afferma che il lavoro obbligatorio non è più percepito come tale: è considerato naturale e ragionevole, perché inserito in un sistema equo, condiviso e orientato al bene comune.</p><p rend="text">La nuova società si fonda su questi principi, al punto che – spiega Bellamy – non è pensabile che un individuo possa sottrarsi stabilmente al lavoro: chi lo facesse verrebbe escluso dal sistema di distribuzione dei beni e perderebbe i diritti garantiti ai cittadini. È una visione che, letta retrospettivamente, presenta tratti che ricordano alcune forme di organizzazione sociale dell’Unione Sovietica degli anni Trenta, pur nascendo da presupposti utopici e non autoritari.</p><p rend="text">Tutto ciò è reso possibile dal progresso industriale e dagli effetti della Rivoluzione francese. Tutti i cittadini sono uguali per nascita e per genere; la retribuzione è la stessa per tutti; uomini e donne condividono gli stessi spazi e mangiano insieme nei ristoranti pubblici. Bellamy anticipa persino la carta di credito come strumento universale di distribuzione. La Boston del 2000 è una società in cui povertà, malattie e criminalità sono state eliminate. </p><p rend="text">In questo mondo radicalmente trasformato, gli Stati Uniti sono diventati socialisti e la vita quotidiana è profondamente mutata. Il romanzo si chiude con West che si ritrova nuovamente nella Boston del 2000, dopo l’incubo del ritorno al 1887.</p><p rend="text">Nell’Ottocento, soprattutto in Francia per la spinta illuminista, le descrizioni di una società del futuro felice e giusta si moltiplicano: da Félix Bodin (1869 [2020]), con <hi rend="italic">Le roman de l’avenir</hi>, a Georges Pellerin (1878 [2016]), autore di <hi rend="italic">Le Mond dans deux mille ans</hi>. In tanti non esprimono soltanto il desiderio di un mondo migliore, ma la convinzione che esso sia possibile e vicino.</p><p rend="text">Convinto della necessità di compiere un salto in avanti per porre rimedio ai problemi del proprio tempo, Ebenezer Howard pubblica <hi rend="italic">Garden Cities of To-morrow</hi> (1898 [2015]). La sua opinione, condivisa da Le Corbusier (1925 [2017]) e Wright (1939 [2021]), era che la vecchia città avesse ormai esaurito la propria funzione storica e rappresentasse il massimo che il precedente ordine sociale ed economico fosse in grado di produrre. Occorreva dunque andare oltre. Per questo, come urbanista, il suo obiettivo era costruire nuove città: città ideali, immerse in una campagna anch’essa protetta e ben coltivata.</p><p rend="text">Nei suoi anni, la crescita demografica delle città è esponenziale. Per evitare il sovraffollamento, la città auspicata da Howard non può avere più di trentamila abitanti, mentre altri duemila vivono e lavorano nei 5.000 acri di terreno agricolo che circondano la città. </p><p rend="text">Nel libro sono presenti pochi riferimenti alla forma della città considerata ideale. La pianta è quella classica radiocentrica, comune a gran parte delle città ideali, solcata da sei grandi boulevard che dividono la città in altrettanti quartieri. Non mancano uffici, ospedali, negozi e un grande edificio come luogo di incontro della comunità. Per evitare l’inquinamento, obiettivo primario, la Garden City è circondata da una ferrovia alimentata dall’elettricità. </p><p rend="text">Quella descritta da Howard è, in larga misura, l’immagine degli insediamenti attuali ai margini delle grandi città statunitensi: molto verde, abitazioni unifamiliari, spazi per la vita collettiva, una dimensione comunitaria particolarmente attiva. La sua non è tanto un’utopia quanto una verità prematura: una descrizione anticipata della vita della classe media nelle grandi città americane e in numerose europee.</p><p rend="text">Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento viene realizzato in Lombardia, dall’industriale tessile Cristoforo Benigno Crespi, il villaggio operaio Crespi d’Adda, con l’intenzione di creare una ‘città ideale del lavoro’. Il villaggio, sul modello ottocentesco, è una città giardino dotata, però, dei servizi più moderni come l’illuminazione elettrica e la rete idrica. Una parte, la più esterna, accoglie le residenze di chi lavora in fabbrica, quella più interna ospita gli edifici per i servizi comuni dalla scuola al lavatoio, dal dopolavoro ai bagni pubblici, dalla chiesa all’ospedale. Nell’area terminale del villaggio si trovano la fabbrica e la villa padronale, collocata in posizione dominante sull’intero insediamento (Cortesi, 2005).</p><p rend="text">Una piccola città ideale, collocata alle porte della grande Torino industriale, è il Villaggio Leumann (Gutermann, 2021) realizzato alla fine dell’Ottocento dall’industriale di origini svizzere Napoleone Leumann. Il villaggio, anch’esso definito all’epoca come «ideale», era composto da numerose casette a due piani, un convitto per le operaie, una palazzina per gli impiegati oltre ai servizi essenziali come la scuola, i bagni e l’ufficio postale. L’immagine che offre il villaggio è quasi da favola per le sue architetture floreali e per il mix di stili che vanno dal liberty al neoromantico.</p><p rend="text">Alla fine dell’Ottocento appare in Brasile una città ideale sui generis: è la comune Cecilia, una piccola colonia creata a Palmeira, nello Stato del Paranà, da anarchici e socialisti guidati dall’anarchico pisano Giovanni Rossi (Rossi Cardia, 2011). La cooperativa agricola di Cittadella, in provincia di Cremona, creata da Rossi e ispirata alle esperienze di Owen, era stata il banco di prova di Cecilia. L’insediamento comprendeva poche decine di case, magazzini, un refettorio, stalle e una scuola, dove si insegnavano i principi dell’anarchismo e si criticavano le forme di Stato considerate oppressive, da quello democratico-repubblicano a quello socialista. L’obiettivo era che i giovani apprendessero che solo l’anarchia poteva garantire una condizione autentica di libertà.</p><p rend="text">Un po’ per la grande povertà, un po’ per l’ostilità della vicina comunità cattolica e della Chiesa, la vita di Cecilia fu brevissima, e l’esperimento si concluse già nel 1894. Nonostante la breve durata, la colonia ha goduto di grande notorietà, anche per il libro di Rossi a lei dedicato – <hi rend="italic">Una comune socialista</hi> – pubblicato in quattro edizioni a partire dal 1887.</p><p rend="text">Degli anni Cinquanta del Novecento sono le Comunità create nel Canavese da Adriano Olivetti, spesso definite esempi di comunitarismo radicale. Olivetti le descrive come «un esperimento di politica nuova» (Olivetti, 2013). La Comunità, alle cui forme urbane e architettoniche Olivetti è particolarmente attento, intende essere una ‘piccola patria’, nucleo generatore di una nuova solidarietà. Per questo si rivolge agli architetti e agli urbanisti: «Ma pur senza ricordarvi la Città di Dio di Sant’Agostino – afferma – non dimenticheremo che la casa dell’uomo deve avere uno spazio, un territorio; e che nella casa si trovano le cellule elementari, le cellule primitive della società, e la casa è quindi anch’essa una Comunità, anzi la prima di esse» (Olivetti, 1960).</p><p rend="text">Gli Stati Uniti hanno una forte tradizione comunitaria che trova nuovo spazio soprattutto nelle grandi città. Spinti anche da questa diffusa cultura, negli anni Settanta appaiono, diffondendosi rapidamente, le <hi rend="italic">gated comunities</hi>, enclave urbane chiuse all’esterno da reti e da mura a cui possono accedere solo i residenti. Le <hi rend="italic">gated communities</hi> sono isole socialmente omogenee, autentiche fortezze a sovranità limitata, esito di una dissimulata pulizia etnica, con leggi e regolamenti di polizia propri. La <hi rend="italic">Community</hi> provvede anche ai servizi essenziali a partire dalla raccolta e dall’eliminazione dei rifiuti e della gestione delle attrezzature comuni come piscine, impianti sportivi e aree verdi. L’associazione dei proprietari genera forme di governo della comunità e le norme – chiamate ‘leggi’ – di ammissione e di comportamento. La <hi rend="italic">Community</hi> è una piccola città ritenuta e vissuta come ideale dagli abitanti, in gran parte appartenenti al ceto medio urbano, che la considerano un simbolo di status.</p><p rend="h1_section">Capitolo 14</p><p rend="h1_chapter">I viaggi nel futuro e il tramonto dell’ottimismo scientifico</p><p rend="text">Nel secolo dei lumi le utopie si moltiplicano con caratteristiche nuove rispetto al passato e riflettono le idee e le aspirazioni della borghesia in ascesa. Le società ideali presenti nelle utopie vengono descritte come il risultato delle teorie sociali in voga e pertanto ritenute scientificamente fondate.</p><p rend="text"><hi rend="italic">L’An 2440, rêve s’il en fut jamais</hi> di Louis-Sébastien Mercier (1771 [1993]) riflette lo spirito di un Paese che andava verso la grande trasformazione della rivoluzione – è scritto diciotto anni prima della Rivoluzione francese – e si interroga sul possibile ‘dopo’ e sugli esiti della rigenerazione che avrebbe trasformato la società, lo spirito delle persone e le città. In epigrafe c’è una significativa frase di Leibniz «Il presente è gravido di futuro». </p><p rend="text">Come in molte utopie il libro non si occupa di luoghi immaginari o lontani, ma parla invece di un uomo del proprio tempo che si sveglia nel XXV secolo. Il narratore, proveniente da una società e da una civiltà che sono quelle del lettore, si trova di fronte a realtà sociali ignote ed estranee. Il risveglio dopo il lungo sonno è la sintesi, da Voltaire a Rousseau, dello spirito di un’epoca: è il sogno di un’utopia che diviene realtà nella Parigi del 2440, una città liberata da tutti gli antichi vizi sociali e politici. Il modello di società desiderata è ben diverso da quella dell’<hi rend="italic">ancien regime</hi>, anche se la proprietà privata non è stata abolita. Ciò che è scomparso nella Parigi del futuro sono le pratiche con cui il debole veniva sfruttato. A dominare è il principio dell’uguaglianza. Gli ideali dell’Illuminismo si realizzano: «Il sovrano non è un tiranno e il re Luigi XXXIV è bonario, la giustizia è giusta e imparziale. Si ricevono ricompense per ciò che si è e per ciò che si fa e non per il peso dei propri antenati […] la più benefica di tutte le rivoluzioni è giunta a maturazione, e ne raccogliamo i frutti». <hi rend="italic">L’An 2440</hi> non si presenta come opera profetica, ma esprime la fiducia, comune nel Settecento, nel progresso. La descrizione della nuova Parigi procede paragonandola a quella settecentesca da cui Mercier proviene e che viene definita un «diamante circondato da letame». La critica è feroce ed efficace anche perché la città, di cui conosce bene difetti, ingiustizie e orrori viene messa a confronto con quella perfetta del 2440. Per questo, il libro di Mercier fu messo all’indice e, forse, proprio per questo, ebbe rapidamente, tra il 1772 e 1789, ben ventiquattro ristampe.</p><p rend="text">La rivoluzione, che Mercier sperava e prevedeva, avrebbe trasformato Parigi, a partire dall’eliminazione della Bastiglia al cui posto viene eretto il Tempio della Clemenza. L’utopia, infatti, è nel cancellare le tracce – anche fisiche – del passato in quanto simboli del despotismo, dello sfruttamento e della superstizione. Se non si possono cancellare del tutto (è il caso dei grandi monumenti di Parigi come, per esempio, il Louvre o il Palais Royal), li si modifica profondamente. Nel 2440 la vita a Parigi scorre tranquilla anche senza importanti innovazioni tecnologiche. La città è più matura, una semplicità virtuosa distingue la popolazione che si veste senza sfarzo e si nutre con semplicità, beve acqua, si muove a piedi, si dedica poco al commercio e conversa senza secondi fini. È la dittatura della virtù. In quegli anni François-Noël Babeuf (1794-’96 [2004]) scriveva: «La società deve essere fatta per operare in maniera tale da sradicare il desiderio di diventare più ricco, o più saggio o più potente degli altri». Anche il teatro è ‘una scuola di moralità’. Tutta la popolazione è devota all’Essere supremo e di conseguenza non c’è un solo ateo in tutta Parigi. La chiave della grande trasformazione è la <hi rend="italic">égalisation</hi> di tutti secondo lo spirito del secolo delle grandi rivoluzioni. La nuova realtà sembra diventare il modello delle nuove utopie, come mostrerà Voltaire con la libertà di stampa e Cesare Beccaria con la riforma dei codici.</p><p rend="text">Nella utopica Parigi di Mercier ci sono venti nuovi e moderni ospedali che offrono cure e farmaci gratuiti. La stampa è libera e non c’è più censura. Sono state abolite le istituzioni considerate cattive, come la Chiesa cattolica, il colonialismo e la schiavitù. Nelle scuole non si insegna greco e latino, ma matematica e fisica. Non ci sono lezioni neppure di storia, considerata «la disgrazia dell’umanità». I ragazzi imparano a usare il telescopio e il microscopio, per esplorare i mondi che li circondano. La cultura del libro è diffusa ed è stimolata dalla scuola. Il libro e le sue qualità sono così importanti per cui un autore che abbia pubblicato un libro giudicato immorale è costretto a portare una maschera. Parigi ha strade dritte – in questo Mercier anticipa Haussmann e il progetto urbanistico del Secondo Impero – si circola a destra e la strada è quasi tutta pedonale, anche per i nobili. L’unico segno di distinzione è un cappello ricamato, segno di aver contribuito con le proprie azioni al benessere e alla felicità collettiva. Le donne sono fondamentalmente sottomesse all’uomo e sono destinate a servire in famiglia. Inoltre, si chiede loro di non essere spiritose perché questo potrebbe irritare il marito.</p><p rend="text">La Parigi del 2440 è splendida e funzionante, sembra rispondere ai desideri e ai bisogni dell’uomo ma non è perfetta perché il cammino verso il miglioramento della società cominciato nel Settecento ha raggiunto grandi risultati nel 2440, ma non è concluso e deve ancora procedere verso traguardi ulteriori. Quello della Parigi del 2440, insomma, è un mondo splendido ma perfettibile.</p><p rend="text">L’idea che si va diffondendo è che il futuro possa essere prevedibile con metodi scientifici e che con gli stessi metodi sia possibile modificare i fattori, soprattutto negativi, che lo creano.</p><p rend="text">Sono gli anni in cui, anche per le difficoltà della propria epoca, il futuro che si immagina e che viene narrato è sempre più lontano. Anche George Bernard Shaw (1928) scrive, sul <hi rend="italic">The New York Times</hi>, l’articolo “Western Civilization: A Prophecy”, immaginando un mondo migliorato dal socialismo, di cui egli è acceso sostenitore.</p><p rend="text">Un viaggio nel tempo è anche <hi rend="italic">News from Nowhere</hi> di William Morris (1890 [2009]), ispirato da <hi rend="italic">L’An 2440</hi> di Mercier, dove l’utopia romanzata prende il posto del socialismo. Il protagonista, William Guest, si addormenta dopo un’assemblea alla Lega socialista e si sveglia nella Londra del futuro, una piccola città rinnovata e migliorata dal comunismo. I massicci processi di urbanizzazione sono terminati e si è stabilito un equilibrio numerico tra la popolazione della campagna e quella della città. La città ideale, per Morris, è fatta di villaggi e di piccole comunità. La città che Guest incontra è ben diversa da quella che ha lasciato prima del grande sonno. Ora la gente è felice, ben vestita e sorridente. La Londra del futuro è lontana da quella da cui proviene Guest, che ha sempre in mente la miseria e la disperazione degli <hi rend="italic">slums</hi> e dei quartieri operai. Visita per questo i quartieri in cui aveva sempre vissuto per rendere evidenti i contrasti tra il sogno e la realtà. Esempio di una inaccettabile realtà che il sogno rende visibile è il quartiere di Hammersmith lungo il Tamigi. La Londra vittoriana, da cui il viaggiatore proviene, nello sforzo di produrre sempre di più, condensa in sé le brutture e la miseria morale del XIX secolo. Nella nuova Londra è salvato solo il centro storico. Ognuno sceglie liberamente il proprio lavoro che esegue con calma senza essere oppresso da orari troppo stringenti. Il lavoro faticoso è svolto dalle macchine. Nello stesso tempo, i lavori indispensabili vanno fatti, ma non vengono imposti ad una particolare classe sociale (il pensiero di Guest corre agli operai inglesi). Ognuno è libero di farli acquisendo così un particolare prestigio per cui gli spazzini, per esempio, sono considerati degni di grandi stima e rispetto e si vestono con la sontuosità di un barone. Il principio base è che vi sia «la libertà per ogni uomo di fare ciò che egli sa fare meglio».</p><p rend="text">Nel suo nuovo mondo, Morris abbandona la diffusa razionalità geometrica dell’urbanistica a lui contemporanea in quanto espressione della società industriale ottocentesca, invitando, invece, a guardare alla natura e alle sue straordinarie e mutevoli forme.</p><p rend="text">Più preciso nelle descrizioni di un possibile e probabile domani è H.G. Wells (Wells, 1895 [2017]) che con <hi rend="italic">The Time Machine</hi> cerca di dimostrare che anche la predizione può avere credibilità se adotta un metodo scientifico e si basa sulle analisi storiche e sullo studio del progresso delle scienze. Il suo è un ponte tra le predizioni e le utopie.</p><p rend="text">Affermando la storicità di ogni utopia, Wells sostiene che ci sono molte utopie perché ogni generazione ne costruisce una. Il futuro è un traguardo da raggiungere periodo dopo periodo, fase dopo fase, passo dopo passo. Le utopie, sempre incomplete perché in continuo mutamento, si presentano in determinati momenti storici come definitive, dando l’illusione che abbiano vinto sul tempo. Per il futuro, possono essere l’equivalente del mito.</p><p rend="text">La convinzione di fondo è che la città del futuro non sarà necessariamente felice. Il futuro, anzi, sarà cupo e difficile. In questo suo libro di maggior successo, e probabilmente il più pessimistico, il protagonista compie, grazie ad un mezzo meccanico, un salto nel tempo giungendo all’anno 802701, dopo una serie di fermate temporali che gli permettono di assistere alla nascita del carro armato e alla guerra atomica. Il suo viaggio lo conduce verso l’idea di una comunità mondiale che condivide leggi e ordinamenti e ha in sé il carattere distopico. Lo scarto con le speranze dei secoli precedenti è ben visibile nel mondo descritto da Wells mentre nella <hi rend="italic">New Atlantis</hi> di Bacon la chirurgia è avanzata e si possono effettuare sull’uomo innesti di organi, in Wells i chirurghi inseriscono elementi umani negli animali.</p><p rend="text">Il mondo che il protagonista trova al suo arrivo è diviso in due grandi gruppi: gli Eloi, una specie umana fragile e gentile che vive in superficie, e i Morlock, che abitano nel sottosuolo e gestiscono un complesso di macchine da cui dipende la sopravvivenza degli Eloi. Il rapporto tra i due gruppi non è di dominio degli Eloi, ma di dipendenza e predazione: i Morlock provvedono al loro sostentamento, ma allo stesso tempo li cacciano come prede. Nel sottosuolo il viaggiatore è costretto ad affrontare i Morlock, scoprendo la natura ambigua del rapporto tra le due specie. L’ultimo salto nel tempo lo porterà su una Terra ormai quasi morta, sotto un sole morente e con forme di vita ridotte al minimo. Con questa tremenda visione il protagonista torna nel proprio tempo dove ritrova i suoi scettici amici.</p><p rend="text">Nel successivo <hi rend="italic">A Modern Utopia</hi> (Wells, 1905 [2005]), da alcuni definito una utopia post-moderna, Wells riprende e approfondisce l’idea già espressa in <hi rend="italic">The Time Machine</hi> secondo cui ci sono molte utopie. «Ogni generazione – scrive –avrà una nuova versione di Utopia probabilmente un po’ più certa, completa e realistica». Per questo può sostenere che l’utopia socialista rappresenti la forma moderna dell’utopia. Nella nuova opera, Wells descrive uno Stato governato da una classe chiamata Samurai, che assicura mutamento e stabilità. È un mondo che ha molti tratti di somiglianza con quello reale perché ci sono conflitti, frizioni e sprechi, ma non tanti e così gravi da minare la stabilità del sistema. L’espediente narrativo è nella presenza di due voci: il proprietario della Voce – che, come avverte Wells, non va confuso con l’autore – e un personaggio chiamato ‘il botanico’. La loro è insieme una discussione filosofica e una narrazione immaginifica. Il mondo descritto dal romanzo è unificato dalla stessa lingua, dalle stesse leggi e dagli stessi costumi. Lo Stato è l’unico proprietario terriero.</p><p rend="text">La scienza e la macchina che avevano alimentato la cultura e le speranze dei secoli precedenti diventano oggetto di dubbi e di critica. Comincia a farsi strada l’idea che il futuro, se governato dalla scienza e dall’industria, possa presentare lati oscuri.</p><p rend="text">Diversamente da quanto sostenevano i sapienti dei secoli precedenti lo sviluppo della fisica e della tecnologia non è riuscito a produrre automaticamente la felicità universale. Anche le più moderne tecnologie e conoscenze – è il senso complessivo del pensiero di Wells – non sembrano, da soli, strumenti capaci di cambiare il mondo né di ridurre la più piccola frazione del dolore, della paura e delle ansie che rendono la nostra vita difficile. Non a caso le opere di Wells insieme a quelle di Huxley sono considerate il riferimento di tutta la successiva letteratura di fantascienza.</p><p rend="h1_section">Capitolo 15</p><p rend="h1_chapter">La città tra immaginari e disincanto</p><p rend="text">Le utopie del XX secolo riflettono spesso gli aspetti orribili della società e delle dittature, che ricorrono agli strumenti offerti dalla scienza e dalla tecnologia per instaurare regimi oppressivi. Negli Stati del futuro, del resto, si riproducono molte delle disuguaglianze attuali. Tra quanti sono forse inconsapevolmente utopisti sono spesso collocati alcuni dei più importanti sociologi del secolo. Il motivo è ben sintetizzato da Wright Mills (2018) secondo il quale «i sociologi non possono aiutare a creare utopie; benché essi evitino il termine, benché respingano con passione l’idea, sono proprio i loro silenzi a dar forma all’utopia». Questa tensione tra rifiuto dell’utopia e produzione involontaria di visioni del futuro non è nuova: già nell’Ottocento Auguste Comte incarnava questa ambivalenza. Alla fine, secondo Raymond Aron (1989), Comte è, senza ammetterlo, sia utopista che anti-utopista perché se da una parte critica le utopie dei riformatori, ritenute generiche soprattutto in merito ai tempi e ai metodi del mutamento sociale, dall’altra riconosce che gli utopisti sognano e desiderano, come anche i sociologi, un futuro migliore per qualunque società da loro studiata.</p><p rend="text">Da parte sua, Wells, nel 1906, un anno dopo la pubblicazione di <hi rend="italic">A Modern Utopia</hi>, presenta un paper dal titolo “The so-called science of Sociology” per replicare a quanti ritenevano che fosse la sociologia lo strumento migliore e più affidabile per esplorare il futuro, prossimo e probabile. La ricerca avanza e le fantasie delle utopie sono messe in crisi da Darwin, con le sue teorie sull’evoluzione, e da Freud (1930), per il quale le utopie non sono che illusioni consolatorie, vere e proprie ‘ninne nanne’ per lo spirito.</p><p rend="text">La scienza non è più universalmente considerata come il bene assoluto e lo strumento capace di eliminare tutti i mali.</p><p rend="text">Lentamente, l’utopia comincia ad assumere anche la forma della <hi rend="italic">distopia</hi>, termine creato, sembra, nel 1868 da John Stuart Mill in un discorso al parlamento britannico. Le distopie, vere e proprie ‘utopie-incubo’, rappresentano il disincanto del mondo verso la scienza e la ragione che – come la storia del Novecento mostrerà – si riveleranno incapaci di impedire guerre feroci e milioni di morti. Peraltro, l’ottimismo dell’utopia e il pessimismo della distopia sono due facce della stessa medaglia: la speranza che il futuro possa migliorare e la paura che possa, al contrario, peggiorare. Le speranze, ferite e colpite a morte dalla paura del futuro, cedono il passo al dubbio e alla delusione e il lato oscuro dell’utopia diventa immediatamente visibile. Anche la stessa conoscenza è influenzata, con effetti negativi, dai desideri e dalle paure. Nell’Ottocento anche i romanzi alimentano le paure con <hi rend="italic">Frankenstein</hi> di Mary Shelley, del 1818, e <hi rend="italic">Dracula</hi> di Bram Stoker, del 1897.</p><p rend="text">La città che entra nell’immaginario, soprattutto nel ‘secolo lungo’, è formata in larga misura dalla narrazione letteraria. Le grandi capitali dell’Ottocento, come Londra, Parigi, Berlino, Vienna o New York, assumono le caratteristiche di mito, di città ideali grazie soprattutto alla letteratura che crea la lente attraverso la quale la città è immaginata, desiderata e, soprattutto, vissuta. La relazione tra il romanzo e la città non è solo riflettente, ma costitutiva, in quanto produce per il pubblico dei lettori l’immagine della città con cui essi si confrontano.</p><p rend="text">Una città che domina la scena letteraria della fine dell’Ottocento e del Novecento è senz’altro New York, la cui immagine è creata e consolidata da romanzi, novelle, cinema, fotografia, pittura. Il mito di New York comincerà a formarsi con l’età dell’oro della città – <hi rend="italic">the gilded age</hi> – dell’ultimo quarto dell’Ottocento per poi svilupparsi con straordinaria rapidità nel secolo successivo, grazie alla letteratura, ma anche e soprattutto al cinema. </p><p rend="text">New York è la città ideale soprattutto per i milioni di emigranti che vi giungono cercando la fortuna. Nella diffusa idea della gente e nell’immagine letteraria che la ispira e consolida, New York è narrata come la città ideale, l’espressione più alta della civiltà contemporanea. Non ha, perciò, sorpreso nessuno che Rudolph Giuliani, in più occasioni pubbliche, abbia definito New York «la capitale del mondo», espressione che ben rappresenta l’immagine di centralità assoluta che la città attribuisce a sé stessa<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_17.html#footnote-001">1</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Le megalopoli, come Londra e Parigi, rendono visibile la frattura profonda della società. Dickens (1850 [2013]), Hugo (1862 [2011]) e Zola (1901 [2016]) narrano le tragedie e le sofferenze del proletariato mentre Engels (1845 [2021]), a metà del secolo, descrive con uguale crudezza la condizione della classe operaia in Gran Bretagna riconoscendo il suo debito nei confronti di Saint-Simon, Fourier e Owen, che avevano lucidamente descritto le sofferenze dei lavoratori. </p><p rend="text">Engels affronta il tema dell’invisibilità dei poveri respinti in periferia dalla logica di una città dominata dal capitale e segnata dalla brutale indifferenza, e osserva che la grande maggioranza dei 350 mila operai di Manchester e dintorni viveva in case misere, umide e sporche, costruite con il solo scopo di garantire il massimo profitto al costruttore. </p><p rend="text">Le celebri incisioni di Gustave Doré dedicate ai poveri di Londra, pubblicate in <hi rend="italic">London: A Pilgrimage</hi> (Doré e Jerrold 1872), sono più eloquenti di qualsiasi romanzo.</p><p rend="text">A Parigi la trasformazione della città voluta da Napoleone III e affidata al prefetto della Senna, Barone Haussmann, al quale l’imperatore dà giornalmente indicazioni, muta il volto della capitale francese trasformandola da città reale in città ideale. A questo contribuiscono i <hi rend="italic">grand</hi> <hi rend="italic">boulevards</hi>, le regolarità geometriche, gli spazi verdi e di incontro, i monumenti. Ciò che l’imperatore ha in mente è una città nuova e moderna che rifletta la potente borghesia francese e, soprattutto, la propria grandezza. Ne è indicativa l’attenzione con cui vengono collocati in luoghi di massima visibilità, come, per esempio, alcuni incroci, monumenti e opere che esaltano il sovrano. È quella che è stata definita la funzione pedagogica della nuova Parigi. Non è perciò un caso che Le Corbusier abbia espresso la propria ammirazione per Haussmann, considerandolo ‘il chirurgo’ che aveva decongestionato le strade di Parigi e aveva dato alla città spazi, verde e aria pulita. Anche grazie a questi interventi, ai grandi magazzini, ai <hi rend="italic">passages</hi> rinnovati e alle gallerie che moltiplicano le possibilità di consumo della classe media in ascesa, Parigi diventa per la nuova borghesia la città che appaga ogni desiderio. Per tutto il mondo Parigi è la città ideale, la città mito. </p><p rend="text">Walter Benjamin – che fa propria un’immagine di Victor Hugo, quella dello ‘scrutatore di sogni’ – trova nella <hi rend="italic">ville lumière</hi> «le forme nelle quali appare la collettività sognante nel XIX secolo». «L’utopia – egli scrive – ha lasciato le proprie tracce in migliaia di configurazioni della vita, da edifici che durano a mode che passano» (Benjamin, 2000).</p><p rend="text">I <hi rend="italic">passages</hi> sono, per Benjamin, il regno del nuovo consumismo alimentato dalla fantasmagoria delle merci, lo spazio in cui prende forma il sogno collettivo della modernità. Per questo può richiamare Michelet, secondo cui «Ogni epoca sogna la successiva». </p><p rend="text">Simboli della nuova e ideale metropoli sono la razionalità della pianta, le dimensioni dei boulevard e, anche se non esplicitamente richiesta, la scomparsa del proletariato. Per effettuare la radicale trasformazione della città, il barone Haussmann deve svuotare con il suo ‘piccone creativo’ i vecchi quartieri dove, secondo una prassi durata fino al Settecento, i poveri abitavano nello stesso isolato dei ricchi, la nobiltà accanto al proletariato. </p><p rend="text">La grande trasformazione haussmanniana fa di Parigi una città in cui il borghese non può più abitare accanto al povero per cui circa 350 mila abitanti vengono sfrattati e spostati in periferia. Qui deve emigrare anche gran parte dei 70 mila operai che hanno lavorato per costruire la nuova Parigi e che hanno fatto inorgoglire l’imperatore per aver raggiunto il desiderato obiettivo della piena occupazione. Terminata la costruzione della grande e moderna Parigi, quelli che vi hanno lavorato tornano ad essere considerati solo proletariato. La città si spacca: è la nascita della <hi rend="italic">banlieue</hi>. È la <hi rend="italic">banlieue rouge</hi> lontana e invisibile a cui si riferisce Baudelaire ne <hi rend="italic">Le Spleen de Paris. </hi><hi rend="italic">Petits poèmes en prose</hi><hi> (1869 [1996]), che contiene “Les yeux des pauvres” del 1864. </hi>Qui una coppia borghese seduta in un caffè su un boulevard della nuova Parigi viene osservata attraverso il vetro da una famiglia che l’abbigliamento fa ritenere proveniente dalla periferia. Quelli dei poveri sono sguardi pieni di curiosità perché incontrano una Parigi borghese che non hanno mai visto.</p><p rend="text">La nuova Parigi entusiasma la borghesia sino a quando, nel 1870, dopo la sconfitta della Francia a Sedan ad opera dei prussiani, la città ritrova il suo spirito rivoluzionario con la Comune. In quella occasione mostra i propri limiti quella che veniva definita la bellezza strategica del progetto di Haussmann. L’allargamento dei boulevard, infatti, non impedisce, come previsto, la costruzione delle barricate. I sogni dell’impero e della borghesia svaniscono. A ricordare la città ideale realizzata da Hausmann restano i pittori impressionisti che fanno di Parigi lo sfondo di molte opere.</p><p rend="text">Non è del resto un caso che siano i boulevard e non gli eleganti pedoni in primo piano i veri protagonisti del famoso quadro del 1877 di Gustave Caillebotte, <hi rend="italic">Rue de Paris, temps de pluie</hi>, spesso considerato l’eloquente racconto della Parigi del Secondo Impero, trasformata da Haussmann. La narrazione del dipinto è estremamente precisa: i boulevard ampi e rettilinei del quadro sono quelli realizzati da Haussmann tra Rue de Moscou e Rue de Turin e sono illuminati da un lampione a gas collocato al centro del dipinto. Il dipinto è capace di far sognare e di immaginare una Parigi bella e sempre desiderabile.</p><p rend="h1_section">Capitolo 16</p><p rend="h1_chapter">Il futuro di Verne e Salgari</p><p rend="text">La letteratura avente come oggetto il futuro possibile trova nell’Ottocento un pubblico sempre più numeroso, non limitato come nel passato alle classi colte. Protagonista di questa nuova stagione è Jules Verne, noto soprattutto come narratore di avventure, numerose delle quali introducono il tema del futuro. I suoi personaggi sono eroi della scienza e del razionalismo e i romanzi esprimono la fiducia che l’uomo e la ragione possano controllare la natura grazie alla scienza. Ne <hi rend="italic">Les Cinq Cents Millions de la Bégum</hi> (1879 [2021]) Verne analizza la nascita e la formazione di una moderna città industriale, ben diversa da quella che in tanti avevano sperato di creare. Il romanzo mette a confronto i possibili futuri rappresentati da due città che contrapponendosi incarnano le caratteristiche di due mondi coevi ma conflittuali: Franceville e Stahlstadt. Le due città sono, per volontà dei loro fondatori, espressioni rispettivamente dell’istanza utopica e di quella antiutopica. Da una parte c’è Franceville, la città borghese, con le caratteristiche volute e realizzate dall’Illuminismo; dall’altra c’è Stahlstadt una metropoli organizzata militarmente fatta di acciaio e carbone. Qui si progettano e producono armi d’avanguardia come, per esempio, cannoni a lunga gittata, bombe con gas asfissiante e, non descritte, armi di distruzione di massa. La forte critica alla tecnologia e alla società tedesche risente del clima maturato in Francia dopo la sconfitta di Sedan ad opera delle truppe prussiane.</p><p rend="text">Lo scontro tra i due mondi e le due città è ambientato in un’America immaginaria considerata nell’Ottocento la terra di un futuro prossimo, migliore e possibile.</p><p rend="text">Franceville è considerata un esempio dell’urbanistica utopica. Tutte le strade, dritte e di forma regolare, si incrociano ad angolo retto e, allargandosi di un terzo, diventano un boulevard fiancheggiato su uno dei suoi lati dallo spazio per le tramvie e le ferrovie metropolitane. La città ha un comitato di controllo sull’edilizia che fissa norme a cui devono attenersi gli architetti. Tra queste, vi sono le prescrizioni sull’altezza delle abitazioni, sul volume di ogni stanza e, in particolare, della cucina, per la quale è indicato anche il metodo per la necessaria aerazione. Inoltre, una specifica attenzione è dedicata alla stanza da letto – «visto che qui si passa un terzo della vita» –, che deve disporre di un bagno, semplice ma ben arieggiato<hi rend="notes_number CharOverride-1"><hi><ref target="xml_17.html#footnote-000">2</ref></hi></hi>.</p><p rend="text">Il tema del futuro possibile e prevedibile è affrontato ancora da Verne nel romanzo <hi rend="italic">Paris au XXe siècle</hi>, difficile da definire come utopico o di fantascienza, ambientato nel 1960 e pubblicato oltre centotrenta anni dopo la sua stesura, avvenuta nel 1863 (Verne, 1994). L’Europa dell’Ottocento era segnata da un accelerato sviluppo industriale e dallo sviluppo della scienza e delle tecnologie. La Parigi narrata nel romanzo non è molto diversa da quella attuale, poiché Verne sviluppa alcune innovazioni che cominciavano alla sua epoca già ad apparire o di cui si cominciava a parlare. Ci sono non solo la metropolitana, ma anche climatizzatori, televisori e reti mondiali di trasmissione dati che portano all’ennesima potenza il telegrafo, inventato da poco. I parigini non si stupivano più di queste meraviglie, convinti com’erano che il progresso avrebbe spinto il mondo e la loro città ancora più avanti. Nella Parigi del 1960 cambia anche il panorama architettonico. Quando Verne scrisse il romanzo, della Torre Eiffel non si parlava ancora, e tuttavia egli immaginò una città dominata da un gigantesco faro elettrico, simbolo della modernità futura.</p><p rend="text">Con il futuro si cimenta anche uno dei più noti e affermati romanzieri italiani, Emilio Salgari, incontrastato protagonista della letteratura di avventure. Investito dal montante mito del progresso, Salgari scrive nel 1903 e pubblica nel 1907 il libro <hi rend="italic">Le meraviglie del Duemila</hi>.</p><p rend="text">In verità, più che una riflessione predittiva sul futuro – come, per esempio, <hi rend="italic">L’An 2440</hi> di Mercier o <hi rend="italic">Paris au XXe siècle</hi> di Verne – <hi rend="italic">Le meraviglie del Duemila</hi> è un romanzo di avventure alla Salgari, come quelli del ciclo della giungla o della Malesia.</p><p rend="text">I protagonisti del romanzo, ambientato negli Stati Uniti, sono uno scienziato e un giovane ricco e privo di particolari interessi che, addormentati da una pianta esotica – il fiore della resurrezione – riescono a viaggiare nel tempo per ben cento anni, spostandosi dal 1903 al 2003. Previdenti, come era giusto che fossero dei buoni americani, avevano incaricato un notaio di convertire tutto il loro patrimonio in monete d’oro per garantirsi il futuro qualunque cosa potesse loro succedere.</p><p rend="text">La New York che incontrano risvegliandosi è ben diversa da come avevano creduto che potesse essere. Non si mangia carne perché in campagna non esistono più animali e l’alimentazione è garantita dalla carne di bue racchiusa in una pillola. Non ci sono guerre o battaglie perché l’ultima tra Europa e Stati Uniti era costata un milione di morti. A mantenere l’ordine pensano i pompieri. Il romanzo di Salgari mostra tutte le caratteristiche del libro di fantascienza quando parla dei Marziani, la cui esistenza è scoperta grazie a un enorme telescopio, e di come gli umani siano riusciti a contattarli e stabilire con loro un efficiente sistema di comunicazione. E così via, anche se qualche innovazione sembra più prossima al presente come, per esempio, i treni ad alta velocità che, dotati di un efficace riscaldamento interno, possono raggiungere i 300 km all’ora, muovendosi su un cuscino d’aria. I due viaggiatori attraversano una città sottomarina, si spostano su navi volanti e visitano enormi mulini alimentati dalla Corrente del Golfo. L’alta e diffusa tecnologia – nota Salgari – ha come principale conseguenza la scomparsa degli operai e, quindi, anche dello sciopero. I viaggiatori sono ospitati in un sanatorio sulle montagne dove sono dichiarati pazzi, per giunta inguaribili. </p><p rend="text">I due esploratori del futuro tornano nel proprio tempo con la convinzione che nel futuro lo scientismo tenderà a soggiogare l’uomo.</p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_17.html#footnote-001-backlink">1</ref></hi>	Giuliani ha utilizzato più volte, in contesti pubblici, l’espressione “the capital of the world” riferita a New York. La frase è attestata, tra l’altro, nel suo discorso alla <hi rend="italic">Republican National Convention</hi> del 30 agosto 2004 («Welcome to the capital of the World»).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_17.html#footnote-000-backlink">2</ref></hi>	Analoga contrapposizione è quella tra la città alta, abitata dai benestanti, e quella bassa, abitata dagli operai, descritta da George Sand nel romanzo <hi rend="italic">La ville noire</hi> (1860 [2007]).</p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Giandomenico Amendola, University of Florence, Italy, giandomenico.amendola@unifi.it</p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Giandomenico Amendola, <hi rend="italic">La città tra immaginari e disincanto,</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0985-4.17">10.36253/979-12-215-0985-4.17</ref>, in Giandomenico Amendola, <hi rend="CharOverride-2">L’utopia e la città ideale. Sogni, paure, desideri</hi>, pp. -67, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0985-4, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0985-4">10.36253/979-12-215-0985-4</ref></p><p rend="editorial_metadata_references">Book References DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0985-4.references">10.36253/979-12-215-0985-4.references</ref></p>
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