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        <title type="main" level="a">Innovazione, crisi e scienza civile: l’eredità dell’Accademia degli Investiganti a Napoli (1650-1750)</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-1614-5100" type="ORCID">
            <forename>Adriana</forename>
            <surname>Luna-Fabritius</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Helsinki, Finland</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Accademie e luoghi del sapere tra Italia e Spagna nel lungo Settecento / Academias y lugares del saber en el largo siglo XVIII entre Italia y España</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0989-2</idno>) by </resp>
          <name>Niccolò Guasti, Cinzia Recca, Mónica Bolufer Peruga, Fernando Durán López</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.06</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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            <p>Content licence CC BY 4.0</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>This study focuses on the relationship between innovation and crisis in the Accademia degli Investiganti of Naples (1650–1750). Founded by Cornelio and Di Capua, it developed an experimental and anti-dogmatic method that overcame Aristotelian tradition, integrating medicine and natural philosophy.</p>
      </abstract>
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            <item>crisis</item>
            <item>innovation</item>
            <item>civil economy</item>
            <item>physiology</item>
            <item>political philosophy</item>
            <item>Naples</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.06<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.06" /></p>
<div><head>Innovazione, crisi e scienza civile: l’eredità dell’Accademia degli Investiganti a Napoli (1650-1750)</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Adriana Luna-Fabritius</p><div><head>1. Introduzione</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Mentre gli studi sull’Illuminismo napoletano e sull’economia civile di Antonio Genovesi si sono concentrati sull’Accademia delle Scienze </hi><hi rend="CharOverride-1">e sulla ricezione del newtonianesimo per analizzare i processi di secolarizzazione e modernizzazione delle istituzioni culturali nel Regno di Napoli (Venturi 1972; Ferrone 1982), questo contributo intende riportare l’attenzione su un’esperienza precedente, meno nota</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma fondamentale: quella dell’Accademia degli Investiganti, attiva nella seconda metà del Seicento. Fondata da anatomisti novatori, come essi stessi si definivano, quali Tommaso Cornelio e Leonardo Di Capua, e legata a figure centrali come </hi><hi rend="CharOverride-1">il medico anatomista Marco Aurelio Severino, l’Accademia si costituì come un laboratorio sperimentale di critica antiscolastica, antiaristotelica, fondato sul metodo empirico, sulla verifica e sulla libertà di filosofare, nonché su una concezione complessa e integrale della natura umana nel mondo naturale (Torrini 1981; Luna-Fabritius 202</hi><hi rend="CharOverride-1">1, 2022). In questo contesto si produssero avanzamenti rilevanti in anatomia, che contribuirono a una visione antropologica integrale e originale. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Il loro approccio non si</hi><hi rend="CharOverride-1"> limitava all’ambito medico, ma assumeva tratti antropologici ed epistemologici profondi, distanti dalla teologia, con l’obiettivo di rifondare l’</hi><hi rend="CharOverride-1">architettura del sapere in chiave pubblica e civile. L’innovazione perseguita dagli Investiganti non si riduceva a una revisione dei contenuti disciplinari, ma implicava una riformulazione complessiva del sapere e dei suoi fini, anticipando una riorganizzazione orientata alle esigenze concrete della società. In questa prospettiva si delinea</hi><hi rend="CharOverride-1">no già l’agenda scientifica e i temi centrali del pensiero politico del Settecento. Essi erano convinti che la scienza dovesse servire al benessere collettivo, integrando le dimensioni antropologica, etica e politica.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Questo processo si comprende meglio nel contesto storico tra </hi><hi rend="CharOverride-1">il 1650 e il 1750, quando l’attività degli Investiganti si confrontò con una serie di crisi sanitarie, intellettuali, istituzionali, interpretate non più come semplici eventi disgreganti, ma come occasioni di </hi><hi rend="CharOverride-1">cambiamento e rinnovamento (Luna-Fabritius 2021). La crisi diventa così il punto di avvio per costruire un sapere nuovo, capace di rispondere ai bisogni collettivi attraverso un uso corretto e tempestivo della conoscenza, come sosterrà </hi><hi rend="CharOverride-1">più tardi Genovesi nelle sue </hi><hi rend="italic">Lezioni </hi><hi rend="CharOverride-1">(Genovesi 1765, Parte I, cap. II, 22-24).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In questo modo si costruisce un’analogia strutturale tra medicina e scienza politica: così come il corpo umano può ammalarsi e attraversare crisi che possono portare a un miglioramento o richiedere interventi correttivi, anche il corpo politico </hi><hi rend="CharOverride-1">è soggetto a crisi. Questa visione, già sviluppata nei </hi><hi rend="italic">Progymnasmata</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Cornelio (1663) e ripresa da Di Capua (1681), sta alla base non solo del concetto genovesiano di corpo politico e della sua salute, ma anche della sua idea di </hi><hi rend="CharOverride-1">organizzazione delle arti, amministrazione delle risorse, densità di popolazione, prevenzione dei mali e sviluppo delle arti, delle scienze e del commercio.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nel presente contributo si sostiene che l’Accademia degli Investiganti abbia elaborato le condizioni filosofiche ed epistemologiche per una scienza nuova orientata non solo al miglioramento delle conoscenze, ma soprattutto al benessere dell’umanità e del corpo politico. </hi><hi rend="CharOverride-1">In questo contesto nasce la cultura del miglioramento nella tradizione napoletana e nella monarchia spagnola. Questa eredità, riformulata nel Settecento, continua nelle opere di Paolo Mattia Doria, Giovan Battista Vico e, soprattutto, di Antonio Genovesi, che svilupparono una visione della crisi come motore dell’innovazione, individuale e collettiva, e come principio organizzatore dell’azione </hi><hi rend="CharOverride-1">di governo. A questo proposito, si propongono tre linee interpretative fondamentali. In primo luogo, l’innovazione degli Investiganti, soprattutto in ambito fisiologico, rappresenta una rottura consapevole con il sapere tradizionale, a favore</hi><hi rend="CharOverride-1"> di una scienza nuova, integrale, basata su esperienza e verifica (Cornelio 1663; Di Capua 1681). I</hi><hi rend="CharOverride-1">n secondo luogo, il concetto di crisi, elaborato da Cornelio e Di Capua, funge da ponte teorico tra fisiologia e politica, tra medicina e teoria dello Stato (Vico 17</hi><hi rend="CharOverride-1">25; Luna-Fabritius 2021). Infine, l’economia civile di Genovesi eredita questa ingegneria epistemologica, che traduce in una scienz</hi><hi rend="CharOverride-1">a economica fondata su amministrazione politica e organizzazione civile (Genovesi 1765, Parte I, cap. I-II).</hi></p><p rend="text">La salute del corpo politico, come quella del corpo umano, dipende dalla prevenzione, dall’uso corretto delle risorse naturali, dal mutuo soccorso e dallo sviluppo delle arti utili alla vita. In questa prospettiva, il capitolo non offre solo una genealogia dell’economia politica napoletana, ma rivaluta anche il pensiero medico-scientifico seicentesco come luogo di elaborazione teorica sul governo. Gli Investiganti, oltre che novatori in medicina, furono precursori di un pensiero critico e civile che trova piena espressione nel progetto genovesiano di una scienza orientata alla felicità pubblica.</p></div><div><head>2. Il contesto culturale e scientifico del Regno di Napoli (1650-1750)</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Tra il 1650 e il 1750, il Regno di Napoli si configura come uno spazio intellettualmente denso, attraversato da tensioni epistemologiche, istanze di riforma e processi graduali ma persistenti di trasformazione culturale. Lungi dall’essere un teatro periferico del pensiero europeo, Napoli diventa un laboratorio dove si articola una nuova scienza sperimentale capace</hi><hi rend="CharOverride-1"> di trasformare pratiche e produrre effetti duraturi sul sapere, con medicina, fisiologia e filosofia naturale in ruoli strategici nell’elaborazione di nuovi paradigmi (Venturi 1972).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">È in questo contesto post-peste che emerge l’</hi><hi rend="CharOverride-1">Accademia degli Investiganti, attiva fino alla prima metà degli anni Ottanta del Seicento. Si inserisce in una rete che include l’Accademia degli Oziosi e il circolo del marchese di Concublet, ma se ne distingue per radicalità metodologica e coerenza epistemologica. Pietro Giannone (1723), nella sua </hi><hi rend="italic">Istoria civile del Regno di Napoli</hi><hi rend="CharOverride-1">, riconosce a Marco Aurelio Severino un ruolo centrale nella costruzione di un pensiero che integra prassi clinica e speculazione teorica, fondata sulla tensione tra osservazione empirica e </hi><hi rend="italic">libertas philosophandi</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">L’arrivo di Tommaso Cornelio a Napoli, attorno al 1650, segna un momento decisivo. La sua proposta di rifondazione del sapere antiaristotelica, maturata già negli anni precedenti tra Roma e Bologna, si unisce a quella di Leonardo Di Capua, delineando un progetto condiviso basato su esperienza, esperimento e revisione critica delle dottrine classiche. </hi><hi rend="CharOverride-1">Il </hi><hi rend="italic">Discorso sull’eclissi</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Cornelio presso l’Accademia degli Oziosi del 1651 è una critica esplicita all’astrologia giudiziaria, intesa come pratica predittiva priva di fondamento empirico, e </hi><hi rend="CharOverride-1">al sapere dogmatico, simbolo della nuova sensibilità scientifica: critica, sperimentale, antidogmatica, orientata alla verifica sistematica dei fenomeni naturali (Cornelio 1663; Di Capua 1681).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">La tradizione naturalista calabrese di Bernardino Telesio e l’approccio clinico-speculativo di Severino confluiscono in un metodo d’indagine che, pur attento alla scuola galileiana, mantiene tratti distintivi: centralità della fisiologia, rifiuto dell’autorità e </hi><hi rend="CharOverride-1">apertura alla pluralità delle ipotesi. Cornelio elabora opere come i </hi><hi rend="italic">Progymnasmata physica</hi><hi rend="CharOverride-1">, le </hi><hi rend="italic">Meditationes de mundi structura</hi><hi rend="CharOverride-1"> e l’</hi><hi rend="italic">Epistola qua motuum illorum </hi><hi rend="CharOverride-1">[</hi><hi rend="italic">…</hi><hi rend="CharOverride-1">], che testimoniano un disegno coerente di </hi><hi rend="italic">instauratio scientiae</hi><hi rend="CharOverride-1">, basato sulla metodologia empirica per comprendere il corpo umano e </hi><hi rend="CharOverride-1">l’ordine naturale (Cornelio 1663, 27-33). Il corpo, centro dell’indagine anatomica, fisiologica e teorica, diventa anche paradigma interpretativo. Nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> sue crisi si riflettono squilibri più ampi nell’ambiente, e la necessità di un sapere nuovo. Sintomi e perturbazioni diventano indizi di squilibri che sollecitano una revisione sistematica delle categorie scientifiche. Non a caso, le ricerche degli Investiganti si concentrano su temi come il moto degli umori, la funzione dei nervi, l’origine del feto</hi><hi rend="CharOverride-1"> o la fisiologia degli spiriti animali, sfidando i modelli teorici preesistenti (Di Capua 1681).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Questa innovazione incontrò forti resistenze. La pubblicazione dei </hi><hi rend="italic">Progymnasmata</hi><hi rend="CharOverride-1"> nel 1663 suscitò l’opposizione dell’establishment medico, specialmente dell’Accademia dei Discordanti</hi><hi rend="CharOverride-1">, che accusò Cornelio e i suoi collaboratori di minacciare l’ordine cognitivo e sociale. La nuova scienza, percepita come potenzialmente eretica, metteva in discussione i fondamenti epistemologici dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’autorità (Torrini 1981). Furono tuttavia le incursioni in chimica a innescare il conflitto. In questa crisi dell’autorità epistemica e istituzionale, gli Investiganti fondarono la legittimità della loro impresa intellettuale.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">La chiusura dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">Accademia negli anni Settanta non segnò la fine del progetto, ma la sua dispersione e trasformazione. Cornelio, Di Capua, Monforte, Anastasio e altri viaggiarono a Roma, Firenze, Bologna, Venezia consolidando i loro legami nella Repubblica delle Lettere. In Italia con Borelli, Malpighi, Montanari e Viviani, creando una rete intellettuale solida. Alcuni vissero la diaspora come esilio, altri, come Monforte, la videro come </hi>un’<hi rend="CharOverride-1">opportunità per creare o intensificare scambi e collaborazioni, come </hi><hi rend="CharOverride-1">testimonia la corrispondenza con Antonio Magliabecchi (Torrini 1973, 99-148). L’incontro degli investiganti con Cristina di Svezia, la cui biblioteca era un centro di aggregazione intellettuale, svolse anch’esso un ruolo rilevante nella circolazione di testi cartesiani e gassendisti, favorì la diffusione internazionale delle tesi napoletane (Baldini, e Besana 1980, 1309-335; Findlen 2004).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Con la pubblicazione del </hi><hi rend="italic">Parere</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Di Capua (1681) si apre la fase matura del pensiero investigante. L</hi><hi rend="CharOverride-1">’opera, più volte ristampata, critica la medicina tradizionale e propone una rifondazione basata sulla esperienza clinica, sulla prevenzione e sull’igiene pubblica. Il riferimento a Copernico, Galileo, Cartesio, Bacone, Hobbes (i cui esperimenti ottici erano noti a Napoli), Gassendi e Boyle indicano la volontà di inserire la scienza napoletana nel dibattito europeo, mantenendo però la propria specificità: una scienza critica e umana (Di Capua 1681, 54-68; Luna-Fabritius 2022).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In sintesi, il contesto culturale e scientifico del Regno di Napoli tra il 1650 e il 1750 si comprende appieno solo alla luce del progetto novatore degli Investiganti. La crisi non è un’interruzione, </hi><hi rend="CharOverride-1">ma un principio dinamico di riformulazione epistemica e trasformazione sociale. Questa visione, radicata nel corpo, ma proiettata sul corpo politico, diventa l’orizzonte teorico dell’economia civile e prepara il terreno per una scienza del governo basata su conoscenza, cooperazione e responsabilità collettiva (Genovesi 1765, Parte I, capp. I</hi><hi rend="CharOverride-1">-II).</hi></p></div><div><head>3. L’Accademia degli Investiganti e il suo progetto scientifico</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">L’Accademia degli Investiganti, attiva tra il 1650 e il 1683, rappresenta uno degli episodi più significativi, seppur ancora poco studiati, della cultura scientifica pre-illuminista nel Regno di Napoli. Il suo </hi><hi rend="CharOverride-1">elemento distintivo era la volontà di costruire una scienza nuova, fondata sul metodo sperimentale e sulla </hi><hi rend="italic">libertas philosophandi</hi><hi rend="CharOverride-1">, in sintonia con le correnti più avanzate della filosofia naturale europea. Come ha rilevato Torrini (1981), tale libertà non si esauriva in un atto di autonomia intellettuale, ma implicava una responsabilità etico-politica: il sapere doveva servire alla comprensione e al miglioramento della condizione umana.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nel pensiero di Cornelio, tale progetto si sviluppa in modo coerente attraversando medicina, cosmologia, fisica e f</hi><hi rend="CharOverride-1">ilosofia naturale. Le sue opere principali, tra cui i </hi><hi rend="italic">Progymnasmata physica</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Cornelio 1663), le </hi><hi rend="italic">Meditationes de mundi structura</hi><hi rend="CharOverride-1"> e l’</hi><hi rend="italic">Epistola qua motuum illorum </hi><hi rend="CharOverride-1">[…], non sono una raccolta discontinua di osservazioni, ma un programma teorico organico volto a sostituire il sistema deduttivo aristotelico con una prassi scientifica fondata sulla osservazione e sulla verifica. Il saggio V dei </hi><hi rend="italic">Progymnasmata</hi><hi rend="CharOverride-1">, dedicato alla generazione animale, è emblematico: Cornelio confronta dottrine classiche e</hi><hi rend="CharOverride-1"> osservazioni empiriche, critica Galeno e Aristotele, discute le scoperte di William Harvey e propone una fisiologia fondata sulla pluralità metodologica e sul riconoscimento dell’incertezza (Cornelio 1663, V, 312-19).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">L’approccio investigante alla fisiologia si distingue per apertura metodologica e sofisticazione teorica: fenomeni come il ruolo dello sperma, la formazione del feto, il movimento degli spiriti animali, la dinamica degli umori non vengono trattati come dogmi, ma come problemi da indagare con strumenti analitici ed empirici. Questo atteggiamento critico, attento alla pluralità delle ipotesi e all’incertezza insita nella conoscenza del corpo, si riflette </hi><hi rend="CharOverride-1">anche nell’attenzione alle crisi fisiologiche, intese come momenti centrali del funzionamento corporeo. Nel saggio V dei </hi><hi rend="italic">Progymnasmata</hi><hi rend="CharOverride-1">, Cornelio definisce la crisi come il momento in cui il corpo manifesta, tramite sintomi e convulsioni, lo sforzo per ritrovar</hi><hi rend="CharOverride-1">e l’equilibrio perduto: un evento dinamico, segnato da febbre, evacuazioni, sudorazioni, che esprime la lotta della natura contro la disarmonia (Cornelio 1663, V, 312-19). La fisiologia, quindi, non descrive solo meccanismi del corpo, ma interpreta la crisi come via per comprendere i limiti del sapere medico tradizionale e la necessità della sua trasformazione. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Leonardo Di Capua, nel </hi><hi rend="italic">Parere</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1681), radicalizza questa concezione, trasformando la crisi da categoria clinica a categoria epistemologica. Conferma l’importanza degli autori segnalati da Cornelio, Galilei, Cartesio, Gassendi, Bacone e Hobbes, e critica in modo netto </hi><hi rend="CharOverride-1">la medicina dogmatica, inefficace perché puramente speculativa. Il suo metodo è antidogmatico: ogni verità scientifica deve essere sottoposta alla prova dell’osservazione e l’esperimentazione, senza che alcuna autorità p</hi><hi rend="CharOverride-1">ossa sostituire il giudizio critico sui dati empirici (Di Capua 1681). Di Capua propone una medicina basata sulla esperienza clinica, sulla prevenzione e sull’igiene. Particolarmente significativo è il modo in cui interpreta le crisi epidemiche: non semplici catastrofi sanitarie, ma momenti in cui emerge l’inadeguatezza del sapere tradizionale. La peste del 1656, in particolare, diventa per lui uno snodo epistemico. In questo contesto, il riferimento alla pratica chirurgica e anatomica di </hi><hi rend="CharOverride-1">Marco Aurelio Severino, medico capace di coniugare sapere tecnico e libertà filosofica, diventa paradigma di un sapere efficace, sebbene se Di Capua lo critichi per essersi contagiato, segnalando i limiti di un sapere incapace di proteggere le figure più necessarie al rinnovamento della medicina napoletana. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">L</hi><hi rend="CharOverride-1">’Accademia degli Investiganti non fu un episodio isolato, ma un movimento teorico con coerenza interna e ambizione sistematica. Oltre a Cornelio e Di Capua, ne facevano parte figure come Giovanni Vincenzo Anastasio, Antonio Monforte, Giuseppe Valletta e Carlo Celano, che, pur nelle loro differenze, condividevano la visione unitaria della scienza come pratica critica e come servizio alla collettività. Non si trattava solo di riformare la medicina, ma di preparare una nuova antropologia scientifica, capace di leggere il vivente nella sua complessità</hi><hi rend="CharOverride-1"> e nella natura, e rispondere ai bisogni materiali e morali della società. Il novatore, per gli investiganti, non doveva essere un erudito rinchiuso nella sua disciplina, ma un intellettuale civile, capace di rompere con la tradizione, affrontare</hi><hi rend="CharOverride-1"> l’incertezza con metodo, sperimentare soluzioni, e assumersi la responsabilità del miglioramento collettivo. In questa prospettiva l’Accademia può essere letta non solo come un momento fondativo della modernità napoletana, ma anche come </hi><hi rend="CharOverride-1">un luogo dove la crisi diventa occasione di innovazione e la scienza si trasforma in pratica di cura del corpo, della mente, della natura e della società.</hi></p></div><div><head>4. Il legame tra fisiologia, crisi e scienza politica</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Uno dei contributi più originali e duraturi dell’Accademia degli Investiganti è l’aver costruito un ponte concettuale tra sapere medico-fisiologico e teoria politica. Questo legame, ben oltre una semplice analogia retorica, costituisce</hi><hi rend="CharOverride-1"> un asse strutturale del pensiero napoletano tra Sei e Settecento, preparando il terreno per lo sviluppo dell’economia civile di Antonio Genovesi. La nozione di </hi><hi rend="italic">crisi</hi><hi rend="CharOverride-1">, sviluppata inizialmente in ambito fisiologico, acquisisce così un</hi><hi rend="CharOverride-1">a densità epistemologica che le consente di migrare verso altri campi, trasformandosi in una categoria critica capace di orientare processi di innovazione e trasformazione.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Per Tommaso Cornelio, la crisi è definita come un momento di rottura interna al corpo, una fase in cui la natura si attiva per correggere gli squilibri e ristabilire la salute: «Tempore crisis, corpus indicat quid patiatur, et quid natura moliatur ad salutem restituendam»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Cornelio 1663, V, 318). La crisi diventa così un’opportunità per il medico di osservare dinamiche interne del corpo e orientare l’intervento. </hi><hi rend="CharOverride-1">Non è solo un episodio patologico, ma un processo in cui la natura si rende visibile nel suo sforzo di guarigione.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Leonardo Di Capua, nel suo </hi><hi rend="italic">Parere</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Di Capua 1681), amplia e approfondisce questa idea: le crisi, in particolare quelle epidemiche,</hi><hi rend="CharOverride-1"> non solo mettono alla prova i trattamenti esistenti, ma rivelano i limiti della medicina tradizionale. Egli conferma la critica di Cornelio al sapere dogmatico e vede la crisi come uno spazio epistemologico per rifondare il sapere sulla esperienza e sull’osservazione (Di Capua 1681, Ragionamento III, 94-103). Questa riflessione medico-filosofica prepara il terreno per l’analogia tra corpo umano e corpo politico. Così come il primo è soggetto a squilibri che richiedono cura, anche </hi><hi rend="CharOverride-1">il secondo può cadere in uno stato di squilibrio, di spopolamento, di corruzione, e di ingiustizia, richiedendo interventi razionali e correttivi. La crisi, dunque, agisce come punto di contatto tra fisiologia e politica, tra medicina e governo. È anche il momento e il luogo in cui l’ordine si rompe rendendosi</hi><hi rend="CharOverride-1"> intelligibile e trasformabile.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nelle </hi><hi rend="italic">Lezioni di economia civile</hi><hi rend="CharOverride-2">,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Genovesi (1765, Parte I, cap. II, 22-24) riprende questo modello elaborato dagli Investiganti: «Come l’anatomia del corpo umano serve al medico, così la conoscenza della struttura sociale serve al legislatore»</hi><hi rend="CharOverride-1">. Lo Stato è un organismo vivo, la cui salute dipende da popolazione, circolazione delle risorse, distribuzione del lavoro e promozione delle arti utili. La crisi, in questo contesto, è un sintomo strutturale che indica la necessità di cambiamento, non un semplice incidente. In questa prospettiva genovesiana, la medicina diventa la politica del benessere: una scienza civile capace di intervenire sulle disfunzioni del corpo sociale con strumenti conoscitivi e normativi adeguati. Le arti, il commercio e la scienza si presentano come leve fondamentali per </hi><hi rend="CharOverride-1">rigenerare la salute dello Stato. La crisi diventa il motore dell’innovazione, spingendo a riconoscere la fragilità della condizione umana e ad adottare misure che favoriscano la cooperazione, il mutuo soccorso e la giustizia distributiva. La categoria di </hi><hi rend="italic">imbecillitas naturalis</hi><hi rend="CharOverride-1">, ripresa da Genovesi dalla tradizione classica ciceroniana</hi><hi rend="CharOverride-1">, assume un ruolo centrale: descrive la vulnerabilità dell’essere umano, ma anche il fondamento epistemico dell’etica civile. Questa vulnerabilità diventa così il ponte che collega il lavoro della generazione di Vico e Doria, che teorizza l’eredità dei novatori, con l’economia civile del Settecento. È proprio in virtù di questa vulnerabilità condivisa che gli individui sono chiamati a cooperare, stabilire leggi giuste e creare istituzioni orientate al bene comune (Genovesi 1765, Parte II, cap. IV). La vulnerabilità </hi><hi rend="CharOverride-1">diventa così principio di socialità umana e il nucleo stesso della filosofia morale di Genovesi.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">La riflessione fisiologica degli Investiganti, con il suo rigore sperimentale e attenzione al dinamismo del vivente, offre un modello teorico per questa trasposizione politica. Così come il corpo umano si mantiene in un equilibrio sempre instabile nella natura, anche il corpo politico </hi><hi rend="CharOverride-1">richiede una continua manutenzione, sia cognitiva sia normativa. La crisi, da evento fisiologico, diventa categoria politica; la salute, da condizione biologica, si trasforma in obiettivo sociale e collettivo. Questa visione della malattia, radicata nella metafora del corpo politico, è certamente antica, ma il suo contenuto viene completamente </hi><hi rend="CharOverride-1">riformulato in chiave moderna dagli Investiganti e dalla loro visione antropologica. Questa analogia si distingue profondamente dalle metafore tradizionali del corpo politico, come quella di Bodin, in diversi aspetti fondamentali. In primo luogo, nella concezione del corpo: mentre Bodin considera il corpo politico come un organismo unitario e chiuso, destinato a mantenere un ordine statico, gli Investiganti lo vedono come un sistema aperto, complesso e plurale, soggetto all’instabilità e, quindi, a continue trasformazioni. È un corpo in costante ricerca di equilibrio, che varia in funzione delle condizioni naturali e dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">ambiente in cui si trova. In secondo luogo, nella visione della crisi, la malattia del corpo politico è per Bodin un’anomalia da correggere il più rapidamente possibile per ripristinare la stabilità; invece, per gli Investiganti la crisi è un evento dinamico, in cui si può anche soccombere, ma che rappresenta al tempo stesso un’opportunità per innovare e rigenerare un nuovo equilibrio. Inoltre, per quanto riguarda la finalità dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">analogia, Bodin utilizza la metafora per giustificare la sovranità assoluta e il ruolo centrale del principe come anima che dà forma al corpo politico (Quaglioni 1992; Slongo 2021, 139-52). Al contrario, gli Investiganti propongono una lettura in cui la crisi apre spazi di intervento basati sull’esperienza e sulla cooperazione, e non su un’imposizione verticale del potere. Tutti, infatti, siamo vulnerabili. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Dal punto di vista metodologico ed epistemologico, gli Investiganti fondano il loro approccio su un metodo sperimentale ed empirico, basato sull’</hi><hi rend="CharOverride-1">osservazione critica e sulla verifica, piuttosto che sull’autorità dogmatica e gerarchica. Il medico, così come il magistrato, agisce a partire da dati concreti e non come semplice esecutore di un potere sovrano. Infine, la prospettiva dei novatori si differenzia anche nella funzione politica e nel risultato ideale: mentre Bodin mira a un ritorno all’ordine preesistente, gli Investiganti vedono nella crisi la possibilità di un miglioramento continuo, orientato al benessere collettivo e alla salute pubblica. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Un confronto utile si può fare anche con l’</hi><hi rend="italic">arbitrismo</hi><hi rend="CharOverride-1"> castigliano (Guasti 1998). In quel contesto, pur condividendo la metafora medica della monarchia malata, si puntava soprattutto a interventi immediati e puntuali per ripristinare l’ordine e la stabilità, spesso attraverso misure fiscali o amministrative urgenti. Al contrario, la prospettiva degli Investiganti non si limita a «curare» i sintomi, ma propone una trasformazione epistemologica e antropologica più radicale: la crisi non è solo un’eccezione patologica da sanare rapidamente, ma un’occasione strutturale di rigenerazione che chiama alla cooperazione e alla responsabilità collettiva. In questo senso, emerge con chiarezza</hi><hi rend="CharOverride-1"> la specificità napoletana: un approccio orientato alla costruzione di un corpo politico aperto e dinamico, piuttosto che alla mera restaurazione di un equilibrio perduto. Attraverso questa transizione operata dai novatori, si consolida una concezione della scienza non come sapere neutro o puramente specialistico, ma come pratica integrata, capace di cogliere la complessità del reale e di intervenire su di esso con finalità emancipative. Questa è la vera eredità degli Investiganti: non tanto un </hi><hi rend="italic">corpus</hi><hi rend="CharOverride-1"> dottrinario, quanto un metodo di pensiero consapevole della propria imperfezione e vulnerabilità, e un’etica della conoscenza che trova piena espressione nel progetto genovesiano di un’economia civile fondata sulla cura del corpo sociale. </hi></p></div><div><head>5. Rotture e continuità: Vico, Doria e la riattivazione degli Oziosi</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Durante le prime decadi</hi><hi rend="CharOverride-1"> del Settecento, il contesto intellettuale napoletano attraversa una riorganizzazione teorica e istituzionale, segnata dalla divisione dei novatori in due grandi poli: da un lato, l’Accademia delle Scienze fondata da Celestino Galiani; dall’altro, la difesa di un </hi><hi rend="CharOverride-1">sapere integrale e civile promossa da Paolo Mattia Doria e Giambattista Vico. In questo contesto si inserisce la decisione, negli anni 1730-40, di riattivare l’antica Accademia degli Oziosi come spazio teorico alternativo all’indirizzo scelto da Galiani. </hi><hi rend="CharOverride-1">Tradizionalmente interpretata dalla storiografia come un gesto conservatore in opposizione all’agenda riformista (Croce 1925; Venturi 1969), l’evidenza mostra che questa riattivazione, lungi dal costituire un rifiuto della modernità sviluppata dagli Investiganti, rappresenta invece una forma di continuità critica con il loro progetto epistemologico complessivo. Il ritorno al progetto degli Oziosi no</hi><hi rend="CharOverride-1">n era un’opposizione alla innovazione, bensì la difesa di una concezione più ampia e umana, basata sull’unità del sapere, sull’interdipendenza tra scienze naturali e morali e su un orientamento civile del pensiero. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Paolo Mattia Doria, nella sua </hi><hi rend="italic">Vita civile</hi><hi rend="CharOverride-1"> (1709), aveva elaborato una teoria della società basata sull’idea di </hi><hi rend="italic">imbecillitas</hi><hi rend="CharOverride-1"> ciceroniana, sulla necessità reciproca e sulla solidarietà umana. In essa si avverte chiaramente l’</hi><hi rend="CharOverride-1">eco della fisiologia degli Investiganti, che concepivano l’organismo non come una macchina isolata, ma come un sistema interrelato, dinamico e aperto. L’idea che l’individuo sia per natura asociale, ma al tempo stesso incapace di sopravvivere fuori della società e capace di costituire una società civile virtuosa, viene riformulata da Doria in termini politici: la vulnerabilità dell’essere umano fonda la necessità del legame civile, dell’educazione morale e della connessione tra gli esseri umani e il loro ambiente naturale (Doria 1710, 14-17).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Questo paradigma trova un’espressione ancora più radicale nella </hi><hi rend="italic">Scienza nuova</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Giambattista Vico (1725). Alla base della filosofia politica di Vico si trova l’idea che la civiltà si organizzi in risposta alle crisi: gli uomini, spinti dal bisogno, si raggruppano in comunità e creano istituzioni, linguaggi, religioni e saperi. Il processo di civilizzazione avanza fino a quando la società si corrompe ed entra in crisi, generando a sua volta un nuovo ciclo del processo civile, un nuovo ordine (Vico 1725, lib. I, parr. 109-120). In questo senso, la crisi in Vico non rappresenta un ritorno al punto di partenza, ma un momento per riconnettersi con gli altri esseri umani (Luna-Fabritius 2021). Così come nella medicina degli Investiganti, la crisi non è la fine della vita, ma può essere un’opportunità</hi><hi rend="CharOverride-1"> di trasformazione e miglioramento della condizione umana. L’analogia tra la crisi fisiologica e la crisi storica in Vico è più che metaforica: entrambe sono forme di disordine generativo che aprono nuove possibilità epistemologiche. Come per Doria, anche per Vico l’essere umano non è un soggetto autosufficiente, ma un essere fragile che conosce attraverso le sue passioni, i suoi errori e la sua memoria collettiva, e che a partire da essa crea nuove forme di comunità. La </hi><hi rend="italic">sapientia poetica</hi><hi rend="CharOverride-1">, che per Vico costituisce il fondamento della civiltà, nasce come risposta simbolica a una condizione di silenzio e disorientamento che caratterizza la crisi.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">La scelta di Vico e Doria di riattivare l’Accademia degli Oziosi si presenta come un atto teorico e politico, volto a contrastare la crescente frammentazione specialistica del sapere e a riaffermare la necessità di una scienza integrale e civile. Mentre l’Accademia delle Scienze di Galiani, influenzata dal newtonianesimo e dall’empirismo inglese, promuoveva una visione più settoriale, gli Oziosi difendevano la figura dello studioso come servitore civile, responsabile non solo della verità tecnica, ma anche della salute morale e collettiva della società. Fondata nel 1611 da Giambattista Manso, l</hi><hi rend="CharOverride-1">’Accademia degli Oziosi era stata uno spazio chiave per il dialogo tra la tradizione napoletana e il mondo ispanico, accogliendo figure come Torquato Tasso, Giambattista Basile e Francisco Quevedo, e promuovendo uno stile barocco condiviso. Il motto «Non pigra quies» esprimeva un </hi><hi rend="italic">otium a</hi><hi rend="CharOverride-1">ttivo e creativo, che univa poesia, filosofia e critica sociale. Tra i suoi membri figuravano Giovanni Andrea Di Paolo, Francesco De Pietri, Giambattista Della Porta, Giulio Cesare Capaccio, ma anche Tommaso Campanella e il grande medico Marco Aurelio Severino. Fu proprio lì che Cornelio tenne la sua prima lezione a Napoli. Rifondata nel 1733 sotto la guida di Doria, l’accademia divenne un foro di dibattito su filosofia, diritto, pedagogia e critica al commercio spagnolo, promuovendo un modello di repubblica guidata da filosofi e giuristi virtuosi.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Questa tensione tra sapere specialistico e sapere civile si riflette nel modo in cui Doria e Vico ripensano il concetto di conoscenza: non come fine a sé stesso né riducibile a semplice tecnica, ma come sapienza pratica e storica, orientata al miglioramento delle condizioni umane e del genere umano nel suo complesso. Questo approccio, erede diretto dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’antropologia e della medicina investigante, riconosce nella crisi un principio organizzatore: conoscere significa attraversare la crisi, esplorarne le implicazioni e proporre alternative.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Per questo, la figura dell’investigante riemerge come archetipo metodologico. Per Doria, il filosofo civile deve possedere le stesse qualità dello scienziato sperimentale. Per Vico, la conoscenza autentica è sempre riflessiva («verum ipsum factum»), e cresce nella misura in cui riesce a ripercorrere le tappe della propria genesi, come il medico che ricostruisce l’eziologia di una malattia.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">La riattivazione degli Oziosi nel Settecento non rappresentò una nostalgia per il passato, ma un tentativo di salvaguardare la complessità del sapere e la sua funzione civile in un’epoca segnata dalla frammentazione. Essa si configura come una forma di resistenza epistemica, radicata nel progetto degli Investiganti e costantemente rinnovata in chiave moderna, a difesa dell’unità del sapere e della sua dimensione etica e comunitaria.</hi></p></div><div><head>6. Antonio Genovesi e la consolidazione dell’economia civile</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nel cuore del Settecento napoletano, l’opera di Antonio Genovesi (1713-1769) rappresenta il punto culminante di un lungo processo di elaborazione teorica che, partendo dal pensiero medico-filosofico degli Investiganti, giunge a formulare una scienza civile dell’economia. La sua riflessione si configura come il tentativo più sistematico di tradurre in un linguaggio moderno la struttura epistemologica basata sull’analogia tra corpo umano e corpo politico, tra fisiologia e governo, tra crisi e riforma. Le </hi><hi rend="italic">Lezioni di economia civile</hi><hi rend="CharOverride-1">, tenute a partire dal 1754 nella prima cattedra di economia politica in Italia, costituiscono il manifesto di questo progetto all’Università di Napoli.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">All’inizio del suo trattato, Genovesi (1765, Parte I, cap. I, 5</hi><hi rend="CharOverride-1">) dichiara con chiarezza la funzione pubblica del sapere economico: «La nostra economia civile è scienza di chi governa». L’economia, lungi dall’essere un mero strumento tecnico di amministrazione, assume per lui lo statuto di una scienza politica della vita sociale, fondata sulla comprensione della natura umana, dei suoi bisogni, delle sue fragilità e delle sue risorse. La metafora medica non è qui un semplice espediente retorico, ma il fondamento epistemologico di una visione organica del potere: lo Stato è un corpo vivo, la cui salute dipende dall’equilibrio tra le sue funzioni, dalla circolazione ordinata delle sue risorse e dalla prevenzione dei mali che lo minacciano.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Genovesi riprende esplicitamente la struttura triadica già formulata dagli Investiganti – osservazione, diagnosi, intervento – e la applica al campo sociale. Le crisi economiche, demografiche, agricole o sanitarie sono per lui segnali sintomatici che devono essere interpretati e affrontati con strumenti scientifici. Ma la scienza, in questa prospettiva, non è mai neutra: è etica perché orientata al bene comune; è politica perché destinata al governo delle persone; è civile perché fondata sul principio di mutuo soccorso e cooperazione tra gli individui per costruire una vita civile </hi><hi rend="CharOverride-1">armoniosa che migliori la condizione umana (Genovesi 1765, Parte I, cap. II, 22-28).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">La categoria di </hi><hi rend="italic">imbecillitas</hi><hi rend="CharOverride-1">, già centrale in Doria e Vico, viene ora sistematizzata come fondamento antropologico della scienza economica. Genovesi sostiene che la fragilità dell’essere umano, la sua esposizione alla necessità, </hi>fondano<hi rend="CharOverride-1"> non solo la legge e la società, ma anche il dovere di solidarietà e il diritto alla felicità pubblica (Genovesi 1765, Parte II, cap. IV). L’</hi><hi rend="CharOverride-1">economia civile nasce, dunque, da un’idea di vulnerabilità condivisa, che diventa principio generatore dell’ordine politico (Luna-Fabritius 2021). In questo senso, la riflessione genovesiana costituisce una vera e propria fisiologia morale della società, che eredita dalle scienze mediche la struttura teorica e dalle scienze morali l’orientamento teleologico.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Uno degli aspetti più innovativi della sua proposta risiede nella valorizzazione delle arti meccaniche, del commercio e dell’agricoltura come strumenti di rigenerazione sociale. Genovesi le integra in una teoria della circolazione delle energie sociali, capace di ridurre le disuguaglianze, accrescere la produttività collettiva e promuovere la virtù pubblica (Genovesi 1765, Parte II, cap. III). Il commercio, in particolare, viene descritto come veicolo di civilizzazione: addolcisce i costumi, promuove lo spirito di umanità, disinnesca la tirannide e rafforza i legami interni ed esterni della nazione.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In questo quadro, la crisi non è negazione della stabilità, ma un’opportunità per ripristinarla. Carestie, epidemie, crolli commerciali o tensioni politiche sono occasioni cognitive che costringono i governanti a ripensare le strutture amministrative, redistribuire le risorse e rafforzare i meccanismi di protezione sociale. La scienza economica, dunque, non ha una funzione meramente descrittiva o predittiva, ma normativa: indica le misure da adottare per restituire equilibrio a un sistema perturbato, proprio come il medico prescrive terapie per curare un corpo malato (Genovesi 1765,</hi><hi rend="CharOverride-1"> Parte I, cap. II).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">La proposta genovesiana rappresenta così la sistematizzazione teorica più avanzata di quel paradigma della crisi come motore di innovazione già intravisto dagli Investiganti. La fisiologia sperimentale si trasforma in economia politica, l’anatomia diventa statistica, la prevenzione si fa organizzazione del lavoro e dell’istruzione. L’analogia tra corpo umano e corpo politico smette di essere un semplice espediente retorico e diventa la chiave epistemologica della scienza nuova desiderata dai novatori, capace di connettere la conoscenza alla giustizia, l’osservazione alla norma, la fragilità all’etica.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In definitiva, Genovesi non si limita a ereditare il progetto degli Investiganti: lo traduce in un sistema coerente, adatto alle esigenze del Settecento, capace di integrare scienza, politica, morale ed economia in un’unica visione civile del sapere. Il suo contributo, lungi dal potersi ridurre al ruolo di economista riformatore, deve essere letto come l’atto di consolidamento di una genealogia napoletana della modernità iniziata dai novatori e che consolida una cultura del miglioramento, che affonda le sue radici nella medicina sperimentale e approda a una teoria del governo orientata alla felicità pubblica.</hi></p></div><div><head>7. Conclusioni</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Tra il 1650 e il 1750, il Regno di Napoli conosce un</hi><hi rend="CharOverride-1">’evoluzione intellettuale che si distingue nel panorama europeo per la sua capacità di articolare una riflessione interdisciplinare sulla crisi, intesa non solo come evento storico o sanitario, ma come categoria epistemologica e politica. L’Accademia degli Investiganti rappresenta in questo contesto un’esperienza cruciale: anticipa i grandi temi della scienza civile del Settecento e formula un sapere nuovo, fondato sulla sperimentazione, sull’osservazione e sulla centralità degli esseri umani e di tutto ciò che è vivente. Il pensiero di Cornelio (1663) e Di Capua (1681), radicato nella fisiologia e nella filosofia, sviluppa un modello cognitivo comprensivo, fondat</hi>ivo<hi rend="CharOverride-1"> di una scienza nuova. La nozione medica di crisi viene progressivamente rielaborata come figura teorica capace di connettere corpo umano e corpo politico, natura e società, fisiologia e teoria dello Stato. Questa concezione si trasmette e viene poi sistematizzata da Genovesi, che nella crisi non vede una minaccia, bensì una fase della vita sociale, nonché un’opportunità per l’innovazione e il miglioramento (Genovesi 1765, Parte I, cap. II; Parte II, cap. IV). La crisi è il fondamento della cultura del miglioramento nella monarchia spagnola del Settecento. Nel quadro genovesiano, l’eredità degli Investiganti si rende pienamente visibile: la scienza al servizio della vita pubblica, la conoscenza come cura, la fragilità come fondamento della cooperazione (Genovesi 1765; Doria 1710). L’economia civile diventa così il risultato maturo di questo processo genealogico iniziato nel Seicento.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">L’intervento di Vico e Doria, con la riattivazione dell’Accademia degli Oziosi, non rappresenta una rottura, ma un ritorno critico alle origini di questa visione. Di fronte alla crescente frammentazione specialistica del sapere, essi propongono una scienza complessa e civile, capace di cogliere l</hi><hi rend="CharOverride-1">’unità profonda tra natura e storia, tra antropologia e politica. L’intellettuale, in questa prospettiva, è interprete della fragilità umana, medico del corpo sociale, filosofo del bisogno.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Il presente lavoro ha inteso offrire una rilettura del pensiero napoletano tra XVII e XVIII secolo, non come semplice sequenza di episodi riformatori, ma come costruzione coerente di un paradigma critico fondato su tre assi: la crisi come categoria epistemologica; la fisiologia come modello teorico per pensare l’ordine e il disordine; e la scienza civile come orizzonte normativo per un governo razionale e morale (Genovesi 1765). Questa è l’architettura della filosofia morale di Genovesi. In conclusione, la storia dell’Accademia degli Investiganti non è solo un capitolo della storia della scienza: è l’inizio di una genealogia intellettuale che attraversa filosofia, economia, politica e pedagogia e che non è soltanto napoletana, ma appartiene anche della monarchia </hi><hi rend="CharOverride-1">spagnola.</hi></p></div><div><head>Bibliografia</head><p rend="bib_indx_bib">Baldini, Ugo, e Luigi Besana. 1980. “Organizzazione e funzione delle accademie.” In <hi rend="italic">Storia d’Italia. Annali 3. Scienza e tecnica nella cultura e nella società dal Rinascimento ad oggi</hi>, a cura di Gianni Micheli, 1309-335. Torino: Einaudi.</p><p rend="bib_indx_bib">Cornelio, Tommaso. 1663. <hi rend="italic">Progymnasmata physica</hi>. Venetiis: Typis Haeredum Fran. Baba.</p><p rend="bib_indx_bib">Croce, Benedetto. 1925. <hi rend="italic">Storia del Regno di Napoli</hi>. 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Scienze, arti, letteratura, politica e sociabilità / Academias y lugares del saber en el largo siglo XVIII entre Italia y España. Ciencias, artes, literatura, política y sociabilidad</hi>, pp. -33, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0989-2, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2">10.36253/979-12-215-0989-2</ref></p></div></div>
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