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        <title type="main" level="a">«Come le nuove armi artigliere». La «guerra d’industria» e il progetto di una società economica a Venezia (1773)</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-0337-6911" type="ORCID">
            <forename>Aris</forename>
            <surname>Della Fontana</surname>
            <placeName type="affiliation">Université Paris Nanterre, France</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Accademie e luoghi del sapere tra Italia e Spagna nel lungo Settecento / Academias y lugares del saber en el largo siglo XVIII entre Italia y España</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0989-2</idno>) by </resp>
          <name>Niccolò Guasti, Cinzia Recca, Mónica Bolufer Peruga, Fernando Durán López</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.12</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>In 1773 A. Talier signed a Report concerning a plan for an academy to be established in Venice. This institution was to become the «director» of the mainland academies. Controlled by the authorities, the Economic Societies had to of mobilize the citizen’s expertise.</p>
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            <item>Republic of Venice</item>
            <item>Economic Society</item>
            <item>Angelo Talier</item>
            <item>Andrea Memmo</item>
            <item>Agricuture</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.12<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.12" /></p>
<div><head>«Come le nuove armi artigliere». <lb/>La «guerra d’industria» e il progetto di una società economica a Venezia (1773)</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Aris Della Fontana</p><div><head>1. Introduzione</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Vista da Venezia, l’Europa tardo settecentesca sembrava vivere </hi><hi rend="CharOverride-1">un vero e proprio «Economic Turn» (Kaplan, e Reinert 2019). Il «Commercio», riflettevano nel 1768 i Savi alla Mercanzia, era divenuto «la primaria studiosa occupazione de’ Sovrani» (Barziza et al. 1768, 4). Ovvero, come si leggeva pochi anni dopo sul </hi><hi rend="italic">Giornale d’Italia </hi><hi rend="CharOverride-1">([</hi><hi rend="CharOverride-1">Anonimo] 1770, 304-5), «il primo mobile della pubblica ragion degli Stati». Infatti, esso ormai costituiva un «affare importantissimo» (Zanon 1763a, 98), in quanto «base» sopra cui germogliava sia la «felicità de</hi><hi rend="CharOverride-1">’ sudditi», sia la «grandezza», cioè la forza politico-militare (Dandolo 1767, 8-9). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Almeno tendenzialmente, questa politicizzazione dell’economia assunse dei connotati antagonistici, giacché vi era l’impressione che il cammino verso la prosperità non avvenisse secondo una dinamica </hi><hi rend="italic">win-win</hi><hi rend="CharOverride-1">, ma fosse invece ritmato da quella che è stata definita «Jealousy of Trade» (Hont 2005). Ogni nazione, spiegava il fiscale della Deputazione al Commercio Giuseppe Antonio Costantini in</hi><hi rend="CharOverride-1"> un testo del 1749, poi riedito nel 1762 e nel 1784, cercava di «arricchirsi colle spoglie degli altri». E «quando anche non avesse in animo di offendere le altre Nazioni, i soli vantaggi, che va acquistando, risultano a scapito naturalmente de’ concorrenti» (1749, 205, 214). Si era cioè diffusa la convinzione che, come «non si vede mai nella selva ingigantire una pianta che col danno della sua vicina», nella stessa maniera «l’aumento […] d’opulenza e di grandezza d’</hi><hi rend="CharOverride-1">una Nazione seco trae il decadimento, e talor anche la depressione e rovina d’alcun’altra» (Caronelli 1789, xciii).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Insomma, accanto alla tradizionale guerra guerreggiata, i governi europei avevano iniziato a praticare un nuovo tipo di conflitto: la «guerra d’industria» (Griselini 1771, 2), o «guerra di pace» (Costantini 1749, 5) che dir si voglia. La quale, notava Algarotti nel </hi><hi rend="italic">Saggio sopra il commercio</hi><hi rend="CharOverride-1">, stava «in certo modo» riconducendo il continente allo «stato primitivo di natura» (1764, 358). Si trattava infatti di una questione di sopravvivenza: c</hi><hi rend="CharOverride-1">hi trascurava lo sviluppo economico soccombeva «sotto le insidie de’ più accorti», diventando «Provincia degli altri Regni» (Costantini 1749, 6-7, 215; Reinert 2016, 53-54). Agli occhi di molti, si stagliava così la temibile prospettiva della «rovina», il cui sentiero, dichiarava l’ex frate, agronomo e giornalista Giovanni Francesco Scottoni nei </hi><hi rend="italic">Semi per una buona agricoltura italiana</hi><hi rend="CharOverride-1">, era lastricato di «spopolazione vizj schiavitù» (1768</hi><hi rend="CharOverride-1">, 71). Preoccupava, in particolare, l’aggressivo dinamismo delle monarchie, divenute a tutti gli effetti commercianti. </hi></p><quote rend="quotation_b">Si veggono assai bene gli sforzi delle Potenze grandi per impadronirsi del Commercio universale – osservava il mercante, economista e consulente governativo Antonio Zanon – , e la resistenza de’ loro vicini per conservarsene almeno qualche parte. Uno spirito di separazione guadagna tutti i Popoli. Ciascuno procura di mantenersi indipendentemente dagli altri. Non è questo il luogo di fare la questione: se questo Stato isolato delle Nazioni sia vantaggioso al Genere Umano. Egli può ricondurci alla barbarie, ma tostochè la forza del Governo di qualche Stato grande è giunta a produrre una separazione, che ristringa in se stessa tutti i vantaggi, la sicurezza de’ piccoli Stati esige ch’essi imitino i grandi (Zanon 1763b, 110-11).</quote><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Se dunque, in questo contesto, ogni nazione, per conservare o aumentare la propria posizione, cercava di «oppor industria alla industria, e facilità alla facilità» (Barziza et al. 1768, 4), affinando la propria «diligenza» e sfruttando la «sbadataggine» e gli «errori» dei concorrenti (Memmo et al. 1790, c. 82</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-1">), Venezia non poteva rimanere immobile. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In tal senso, mossa dalla volontà di tutelare l’incolumità della Repubblica, una vasta e sfaccettata</hi><hi rend="CharOverride-1"> schiera di personalità – giornalisti, letterati, religiosi, scienziati, ma anche patrizi </hi><hi rend="italic">éclairés</hi><hi rend="CharOverride-1"> – si appassionò all’economia politica (Venturi 1990). Grazie a questo strumento, a un tempo conoscitivo e operativo, vennero formulate e avanzate molteplici soluzioni con cui rilanciare l’agricoltura, la manifattura nonché il commercio terrestre e marittimo. Tuttavia, maturò la consapevolezza che, per quanto essenziale, riformare il sistema economico</hi><hi rend="CharOverride-1">, cioè intervenire sul fronte della legislazione, non bastava. Come ogni altra guerra, anche la «guerra d’industria» andava combattuta tramite un moto e uno sforzo collettivo, che unisse tutto il corpo della nazione. Dedicando nel 1768 ai V Savi alla Mercanzia il primo tomo del suo </hi><hi rend="italic">Dizionario delle Arti e de’ Mestieri</hi><hi rend="CharOverride-1">, Francesco Griselini, scienziato e letterato fondatore del </hi><hi rend="italic">Giornale d’Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">, così delineava la questione. Da un lato, certamente, al governo, «qual Capo e Duce», spettava, «con le più provvide ordinazioni, e con i più saggi consigli», il compito di dirigere i cittadini «alle belle ed utili intraprese». Dall’altro, però, nell’ambito della «</hi><hi rend="CharOverride-2">guerra industriosa</hi><hi rend="CharOverride-1">», questi stessi cittadini erano anche chiamati ad attivarsi in prima persona. Dovevano «pugnare con tutta l’energia, e con tutto l’impiego de’ […] talenti», mettendo a disposizione della patria i loro «studj» e le loro «applicazioni» (Griselini 1768, iii-iv)</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p></div><div><head>2. Una nuova risorsa: le società economiche</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Di fronte alla necessità di promuovere questo moto ‘dal basso’, le società o accademie economiche parvero uno strumento particolarmente utile. Sorte a partire dagli anni Cinquanta nell’ambito di una dinamica che assunse presto dimensioni intercontinentali, e che divenne uno tra i più originali e influenti capitoli del Settecento (Stapelbroek, e Marjanen 2012), esse si profilarono come un organo grazie a cui sollecitare e coinvolgere le intelligenze e le energie dei sudditi. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Tali istituzioni sembravano poter condurre un</hi><hi rend="CharOverride-1">’importante opera di sensibilizzazione. Anzitutto, esse erano atte a convincere gli abitanti della Repubblica di una verità tanto palese quanto sconosciuta: ossia che «la metà dei tesori della natura, e della umana industria» era «ancora incognita». Sì, dalle accademie doveva partire «la voce che con pubblica perenne istruzione abbia ad insinuare e ad imprimere altamente ne’ cuori, che la liberalità della natura è inesausta». «Quanto tutte le classi de’ Cittadini sono intimamente penetrate della verità dell’enunciato principio», notava il letterato ed economista Giambattista Corniani, </hi></p><quote rend="quotation_b">allora il corpo sociale diviene un vortice agitatissimo, in cui tutti gli atomi che lo compongono tendono ad un’azione regolare e violenta, che tutto anima, tutto depura, e seco a viva forza travvolge le masse più divergenti, ed inerti. Allora si sviluppan gl’ingegni, emergono le scoperte (Corniani 1784, 44-45). </quote><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Questa capacità da parte delle accademie di «togliere gli uomini dall’inerzia», rendendoli partecipi di uno sforzo dai chiari tratti patriottici, si esplicava anche attraverso l’assegnazione di gratifiche e onori agli «esperimentatori», nonché agli «</hi><hi rend="CharOverride-2">uomini capaci d’illuminare, e di spargere colle più vantaggiose cognizioni il genio per il ben pubblico</hi><hi rend="CharOverride-1">». In tal senso, sempre nel </hi><hi rend="italic">Dizionario delle Arti</hi><hi rend="CharOverride-1">, Griselini (1768, i-ii; xxii) proponeva di premiare «ognuno che faccia un’</hi><hi rend="CharOverride-1">utile scoperta» e «chi si studia di diffondere cogli scritti quanto può servire ad illuminare i professori delle Arti», oppure di favorire «coloro che nell’intento di aprire nuove fonti all’industria s’impiegano […] nell’adattare le pratiche delle Arti medesime alle teorie più giuste». </hi></p><p rend="text">Che<hi rend="CharOverride-1"> nella Serenissima esistesse un interesse verso il tema dell’allettamento dei talenti</hi><hi rend="CharOverride-1"> è confermato dal trapelare, negli ambienti governativi, del modello della </hi><hi rend="italic">Society for the Encouragement of Arts, Manufactures and Commerce</hi><hi rend="CharOverride-2">, fondata a Londra nel 1754</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-011">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Nel 1758 Giacomo Nani, in quel momento «Patrona delle navi», fece pervenire a Venezia una traduzione (Nani 1758) di un articolo dell’</hi><hi rend="italic">Universal Magazine of Knowledge and Pleasure</hi><hi rend="CharOverride-2"> che presentava i premi banditi dalla </hi><hi rend="italic">Society</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi rend="CharOverride-1">SEAMC </hi><hi rend="CharOverride-2">1758). Inoltre, verso la fine degli anni Sessanta una penna anonima tradusse un testo, pubblicato dalla </hi><hi rend="italic">Society</hi><hi rend="CharOverride-2"> nel 1766 (</hi><hi rend="CharOverride-1">SEAMC </hi><hi rend="CharOverride-2">1766), in cui si dava una panoramica dei premi assegnati e da assegnarsi (</hi><hi rend="italic">La Società instituita</hi><hi rend="CharOverride-2">, </hi><hi rend="CharOverride-1">~ 1768-70</hi><hi rend="CharOverride-2">, 1-2). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Non stupisce, così, che il 10 settembre 1768, grazie alle pressioni del blocco riformatore, e in un clima governativo di apertura al rinnovamento, i Rettori della Terraferma vennero ufficialmente esortati</hi><hi rend="CharOverride-1"> a promuovere, nei rispettivi territori, la fondazione di accademie, vertenti principalmente sull’agricoltura, ma non solo. Di conseguenza, negli anni seguenti, a Verona, Rovigo, Vicenza, Brescia, Conegliano, e in altre città del Dominio, tali istituzioni si diffusero capillarmente</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-010">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Esse trovarono un organo nel </hi><hi rend="italic">Giornale d</hi><hi rend="italic">’Italia</hi><hi rend="CharOverride-1">, che ne riferì e discusse le ricerche e i risultati. E fruirono di una libertà regolata, giacché le autorità della Serenissima, loro padrine e finanziatrici, esercitarono, in particolare attraverso le magistrature economiche, un sostanziale controllo, che andava dalla pretesa di aver contezza delle attività svolte alla commissione di specifici studi e concorsi (Benzoni 2002; Simonetto </hi>2001<hi rend="CharOverride-1">; Benzoni 2013). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Almeno nei primi tempi, l’entusiasmo di chi vi aderì dovette essere rimarchevole. Si prendano le parole pronunciate nel settembre 1769 da Giovanni Arduino, Professore di Agricoltura Sperimentale all’</hi><hi rend="CharOverride-1">Università di Padova ed esponente della locale accademia. </hi><hi rend="CharOverride-2">Egli invitava a </hi></p><quote rend="quotation_b">considerare che questo nostro istituto non può mancare di riuscire di grande vantaggio pubblico e privato, quando per noi non ci manchi di versare con vero impegno nello studio, nelle osservazioni, negli esperimenti, e nel insinuare col nostro esempio le migliori regole di coltivazione, ed i modi più utili di rurale economia (Arduino 1769, c. 23<hi rend="italic">v</hi>). </quote><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">A suo parere, infatti, «prescindendo» ovviamente «dalle necessarie Provvidenze dipendenti dal Potere Legislativo», non c’era nulla «di più forte, e di più efficace, pel miglioramento e progressi di queste facoltà </hi><hi rend="CharOverride-1">[…]</hi><hi rend="CharOverride-2"> che le Società Economiche». Al fine di suffragare questa tesi portava a testimone la realtà europea, dove </hi><hi rend="CharOverride-2">tali istituzioni avevano avuto grande fortuna. «I beni rilevantissimi ridondanti all’Irlanda dagli sforzi veramente eroici de’ numerosi membri di quella primogenita Società Economica», notava Arduino riferendosi alla </hi><hi rend="italic">Dublin Society for improving Husbandry, Manufactures and other Useful Arts</hi><hi rend="CharOverride-1">, fondata addirittura nel 1731</hi><hi rend="CharOverride-2">, «sono riusciti tali, che hanno dato nascimento a tutte l’altre d’Inghilterra, di Francia, degli Svizzeri, della Germania, e d’altri stati» (Arduino 1769</hi><hi rend="CharOverride-2">, cc. 23</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-2">-24</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-2">). </hi></p></div><div><head>3. Angelo Talier e il «piano di Accademia da istituirsi in Venezia»</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">L’ondata che si ebbe nella Terraferma interessò anche la Dominante? In parte no, e in parte sì. Dal Senato, è vero, non giunse alcun invito formale volto alla fondazione di un</hi><hi rend="CharOverride-1">’accademia con sede a Venezia. Né, in effetti, un simile consesso vide mai la luce. Eppure, ancorché senza successo, qualcuno provò a impegnarsi a tal fine, elaborando un progetto che, alla luce delle sue premesse e implicazioni, sembra degno di nota. Per tesserne la trama, occorre partire da un manoscritto del 1773, il cui titolo è </hi><hi rend="italic">Relazione di Angelo Talier vertente un piano di Accademia da istituirsi in Venezia per incoraggiare le arti</hi><hi rend="CharOverride-1">. Ne fu autore, appunto, il trevigiano Angelo Talier, «persona alla quale» – scriveva Melchiorre Cesarotti (2022, 193) nel gennaio 1769 – «non saprei trovar l’</hi><hi rend="CharOverride-1">eguale in Venezia per la coltura dello spirito, e per la dolcezza e amabilità del carattere». </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nato nel 1744, aveva a lungo viaggiato in Francia e Inghilterra, nonché insegnato Fisica Sperimentale al </hi><hi rend="italic">Real Colégio dos Nobres</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Lisbona. Tornato nella Repubblica, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta si era avvicinato alla galassia riformatrice, stringendo rapporti con scienziati quali Alberto Fortis, Antonio Maria Lorgna, Giovanni Arduino e Agostino Vivorio</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-009">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, divenendo socio delle accademie di Treviso e Conegliano, e trovando un «protettore» </hi><hi rend="CharOverride-1">in Girolamo Ascanio Giustinian, esponente tra i più significativi dei patrizi «progressisti» (Del Negro 1980, 94-98; 1993, 131 nota 1; 132 nota 1). Inoltre, Talier si era fatto conoscere anche come traduttore, giacché nel 1769 aveva curato la versione italiana delle </hi><hi rend="italic">Considérations sur les compagnies, sociétés et maîtrises</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Simon Clicquot de Blervache. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Grazie a questa intersezione tra capacità letterarie e linguistiche da un lato e sensibilità riformatrice dall’altro, Talier dovette sembrare un profilo alquanto valido per stilare la </hi><hi rend="italic">Relazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> in questione. È palese, infatti, l’esistenza di un committente. Proprio rivolgendosi a quest’ultimo, Talier precisava la natura del lavoro svolto. «Io non intendo», scriveva, «di mandarle un piano formato dalla mia testa, ma solamente una copia modificata dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">Accademia di Londra istituita per lo stesso fine». In altre parole, egli aveva preso come riferimento la succitata </hi><hi rend="italic">Society for the Encouragement of Arts, Manufactures and Commerce</hi><hi rend="CharOverride-1">. Questa istituzione gli parve congeniale per due motivi. Non solo l’Inghilterra «primeggia in Europa in ogni genere d’industria», ma, inoltre, Londra era per certi versi simile a Venezia. </hi><hi rend="CharOverride-2">Entrambe erano «Metropoli», entrambe stavano sul mare, ed entrambe possedevano «colonie oltre mare»: le loro accademie</hi><hi rend="CharOverride-2">, dunque, non potevano non «coltivar oggetti analoghi» (Talier 1773, cc. 1</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-2">-4</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-2">). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">A ogni modo, la funzione che avrebbe dovuto giocare l’«Accademia» veneziana era chiara. Seguita e assistita dalle magistrature della Repubblica, e finanziata </hi><hi rend="CharOverride-2">«dalla pubblica munificenza e dalle private liberalità», essa era chiamata a divenire «il centro e la direttrice» di quelle «Provinciali»</hi><hi rend="CharOverride-1">. Si trattava dunque di coordinare l’attività di queste ultime, in particolar modo la distribuzione di premi, essenziale per «destar una ottima fermentazione nelle menti di varie classi di persone», così da «levarci dalle braccia di quella sirena che ci addormenta ora col dire che qui non si può, che il clima nol consente». Mutuati dal modello inglese, i premi proposti erano divisi in categorie: «per coltura di terre»; «per macchine inservienti a qualunque sorta di arti utili»; e «per preparazioni di materie prime, e per manipolazioni chimiche». Talier aggiunse un premio non erogato oltremanica: quello relativo alla pesca. </hi><hi rend="CharOverride-1">Accanto a ciò, gli accademici avevano anche il compito di condurre delle sperimentazioni, finalizzate al «miglioramento» e alla «preparazione» delle specie vegetali autoctone, o all’introduzione di quelle esotiche </hi><hi rend="CharOverride-2">(Talier 1773, cc. 2</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-2">-4</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-2">)</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Non da ultimo, la </hi><hi rend="italic">Relazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> prospettava un’azione più latamente culturale. Era vitale contrastare i pregiudizi che si erano insinuati nel senso comune di vari strati della società. «La Scienza Economica», spiegava Talier (1773, c. 4</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-1">), «da molti viene risguardata come cosa da fattorelli di campagna». E le «arti» in generale erano ritenute «cose vili, e studii solamente competenti alla feccia del popolo». Collocata nel cuore della Repubblica, e sostenuta attivamente dalle autorità, l</hi><hi rend="CharOverride-1">’</hi><hi rend="CharOverride-2">«Accademia» </hi><hi rend="CharOverride-1">immaginata da Talier avrebbe allora potuto giocare un ruolo cruciale nel rimettere in onore queste attività.</hi></p><quote rend="quotations_quotation_b1">Se dal Principe e da quelli che compongono il principato verrà la Scienza Economica coltivata, onorata, e mi lasci dire messa alla moda […], qual sarà la persona ben nata che ad onta di qualche idea gotica ereditata dal bisavolo oserà tenerla a vile? (Talier 1773, c. 4<hi rend="italic">v</hi>).</quote></div><div><head>4. Andrea Memmo e le ragioni della «società economica»</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Molteplici e piuttosto solidi sono gli elementi in base a cui individuare il committente della </hi><hi rend="italic">Relazione</hi><hi rend="CharOverride-2"> in Andrea Memmo, uno dei principali esponenti del patriziato riformatore (Torcellan 1963). Entrambi, anzitutto, erano legati in modo stretto a Giustinian: se per Talier, come detto, egli era un </hi><hi rend="CharOverride-1">«protettore», per Memmo </hi><hi rend="CharOverride-1">costui rappresentava nientemeno che una «guida» e il «solo vero amico» (Del Negro 1993, 131). Si ricordi, poi, che nel 1769 era apparsa la traduzione italiana, curata da Talier, delle </hi><hi rend="italic">Considérations</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Clicquot de Blervache. Ebbene, non solo tale traduzione fu dedicata al patrizio Francesco Morosini, vicinissimo a Memmo, ma soprattutto svolse un ruolo politico-culturale ben preciso. Infatti, diffondendo nella Repubblica le idee dell’esponente del </hi><hi rend="italic">cercle de Gournay</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-008">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, essa preparò il campo al progetto di riforma delle corporazioni di cui proprio Memmo fu protagonista nei primi anni Settanta (Torcellan 1963, 78-92; Costantini 1987, 29-33). Al riguardo, c’è un dato molto significativo. Nella </hi><hi rend="italic">Relazione</hi><hi rend="CharOverride-1"> Talier </hi><hi rend="CharOverride-2">(1773, c. 1</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-2">-</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-2">) </hi><hi rend="CharOverride-1">spiegava che il committente cercò il suo aiuto poiché</hi><hi rend="CharOverride-2">, impegnato com’era in «gravissime meditazioni» riguardanti la «nuova Deputazione alle Arti» </hi><hi rend="CharOverride-1">– </hi><hi rend="CharOverride-2">ossia l’</hi><hi rend="CharOverride-2">organo diretto da Memmo e creato per condurre tale riforma </hi><hi rend="CharOverride-1">– </hi><hi rend="CharOverride-2">, non disponeva dell’«ozio per darsi alla lettura di varj libri». </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">A Talier, insomma, venne richiesto un lavoro di documentazione, volto ad assemblare informazioni </hi><hi rend="CharOverride-1">–</hi><hi rend="CharOverride-2"> cosa che effettivamente fece, concentrandosi sulla </hi><hi rend="italic">Society for the Encouragement of Arts, Manufactures and Commerce</hi><hi rend="CharOverride-2">. Non a caso, sempre in apertura alla </hi><hi rend="italic">Relazione</hi><hi rend="CharOverride-2">, precisava </hi><hi rend="CharOverride-2">che al committente sarebbe spettato il compito di adattare il modello inglese al contesto veneziano. «V. E.», scriveva Talier (1773, c. 4</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-2">), «che conosce molto più addintro l’indole, e le circostanze del Paese, vi aggiungerà, leverà e raccorcierà molte cose che io non ho saputo sciogliere». La prova allora più eloquente del ruolo di Memmo quale committente è il fatto che, nello stesso 1773, egli compose un manoscritto, di cui esistono tre esemplari</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-007">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, intitolato </hi><hi rend="italic">Saggio d’un Piano per una Società Economica da istituirsi in Venezia</hi><hi rend="CharOverride-2">. Terminato «pochi mesi» prima di settembre</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-006">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, tale testo, come lo dimostrano consistenti evidenze testuali, costituisce una versione sviluppata della </hi><hi rend="italic">Relazione</hi><hi rend="CharOverride-2">. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">La lettera posta dopo il </hi><hi rend="italic">Saggio</hi><hi rend="CharOverride-2"> – </hi><hi rend="italic">Andrea Memmo ad alcuni confidenti Amici suoi, Amanti d’</hi><hi rend="italic">ogni buon’Istituto</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-005">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2"> – offre una significativa spiegazione della genesi di questo progetto. «Destinato </hi><hi rend="CharOverride-1">[…]</hi><hi rend="CharOverride-2"> a servire tra i Deputati Straordinari», scriveva Memmo, «m</hi><hi rend="CharOverride-2">i son </hi><hi rend="CharOverride-1">[…]</hi><hi rend="CharOverride-2"> persuaso che per promuovere coll’efficace mezzo dell’Arti </hi><hi rend="CharOverride-1">[…]</hi><hi rend="CharOverride-2"> quel Ben di Nazione che ci fu raccomandato, </hi><hi rend="CharOverride-1">[…]</hi><hi rend="CharOverride-2"> non possa bastare il solo sollievo dei corpi». In altre parole, come Arduino, anche Memmo si era reso conto</hi><hi rend="CharOverride-2"> che al pur essenziale lavoro da svolgersi sul fronte della legislazione – che in questo caso consisteva nella riforma delle corporazioni – andassero integrate altre «operazioni». Tra queste capeggiava «il metter in fermento l’industria universale col potentissimo </hi><hi rend="CharOverride-1">[…]</hi><hi rend="CharOverride-2"> invito de’ premj, e degli onori». E una «Società Economica», composta da «uomini nelle relative cognizioni versati», era</hi><hi rend="CharOverride-2"> appunto il consesso più indicato per ideare e attribuire tali riconoscimenti atti a scuotere la popolazione (Memmo 1773, 125-26). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Memmo sottolineava che questa istituzione non era equiparabile alle «tante Accademie di Umane Lettere, di Poesia di Ius Pubblico, di Filosofia, di Politica, di Musica», le quali avevano avuto vita effimera dato il venir meno dell’</hi><hi rend="CharOverride-2">entusiasmo e delle sovvenzioni dei sostenitori. Invero, nessuna di queste «interessar potea mai sì dappresso ogni classe di persone, e quasi ogn’individuo». Lo stesso valeva per la loro importanza politica: i benefici apportati dalla «Società Economica» erano di massima rilevanza, e non sarebbero sfuggiti al governo. «</hi><hi rend="CharOverride-1">Per procurar al commercio una maggior libertà nella navigazione</hi><hi rend="CharOverride-2">», spiegava Memmo riferendosi al problema dei corsari barbareschi, «</hi><hi rend="CharOverride-1">oltre al milione, che trasse dall’Erario per la segnatura della Pace Africana, [il Senato] manda a’ corsari la somma di 100 m. ducati ogn’anno</hi><hi rend="CharOverride-2">» (Memmo </hi><hi rend="CharOverride-2">1773, 39-41). «Chi dunque vorrebbe mai credere», si chiedeva, «che lo stesso Senato, il quale determinò per l’anima del commercio un tanto dispendio, niente assegnar volesse […] per la base del Commercio medesimo, che con altro non si può più dilatare che coll’animar l’industria Nazionale?» (Memmo 1773, 41)</hi><hi rend="CharOverride-2">. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Alla luce di ciò, il </hi><hi rend="italic">Saggio</hi><hi rend="CharOverride-2"> delineava un doppio finanziamento: da un lato pubblico, e dall’altro privato, proveniente dai «buoni Patrioti», «allettati e dall’esempio del Principe, e dalle lodi universali date a chi contribuisce per simili fruttuose istituzioni» (Memmo 1773, 41-43).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Là dove sollevava la necessità di animare e mobilitare la cittadinanza, Memmo ricorreva a quella metafora marziale che abbiamo visto essere al centro dei discorsi sulla competizione economica tra le nazioni. A suo parere, «per rispetto al commercio», le «Società Economiche» corrispondevano «all’invenzion della polvere [da sparo]», giacché i loro effetti «si considerano, come le nuove armi artigliere, che ora da quasi tutti si adoperano per alzar i fondamenti della propria grandezza sull</hi><hi rend="CharOverride-2">’altrui rovine». Non c’erano dunque dubbi: per evitare che la Serenissima fosse «l’ultima ad eguagliare gli sforzi degli Stranieri» in quella «guerra d’industria che l’un Principe fa continuamente all’altro per render più ricco e più felice il proprio Stato», essa doveva fondare una tale istituzione nella propria capitale (Memmo 1773, 7-15). </hi></p></div><div><head>5. La composizione della «Società economica», i suoi scopi, e la centralità dell’agricoltura</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Quanto alla composizione della </hi><hi rend="CharOverride-2">«Società»</hi><hi rend="CharOverride-1">, essa prevedeva quattro differenti tipologie di membri. Anzitutto, gli «Accademici onorarj», i quali dovevano essere «soggetti sperimentati per capaci». Designati «dalle Magistrature presidi» al momento della fondazione, a loro spettava un ruolo direttivo </hi><hi rend="CharOverride-2">(Memmo 1773, 52; 54)</hi><hi rend="CharOverride-1">. Infatti,</hi></p><quote rend="quotation_b">interverranno ad ogni particolar sessione per esaminar i maggiori bisogni dello Stato in tutte le parti della Scienza Economica […], per proporre in conseguenza i premj, per esaminarne le dissertazioni e l’opere presentate […], potendo ognun farvi sopra i proprj riflessi, e per premiarle col mezzo de’ voti segreti (Memmo 1773, 52-53). </quote><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nel progetto di Memmo, quello dei «soci onorarj» rappresentava un corpo piuttosto ermetico</hi><hi rend="CharOverride-1">: non erano previste, da parte delle Magistrature, altre elezioni oltre la prima; «in progresso», di fatto, una tale «distinzione» sarebbe stata concessa «solo a que’ che ottenessero il primo premio, scrivendo sopra certi particolari, men facili argomenti, secondo che fosse preventivamente dichiarato» </hi><hi rend="CharOverride-2">(1773, 53-54)</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">C’erano poi gli «Accademici associati», che partecipavano alle «particolari radunanze» ed esponevano il loro «parere», senza però aver diritto di voto. La loro selezione avveniva secondo la provenienza geografica, e rispondeva alla necessità di attingere informazioni e idee il più possibile varie: oltre a dodici membri della Terraferma, erano previsti «due della Provincia d’Italia, due di quella d’Inghilterra, due di Francia, due di Germania, compreso il Paese degli Svizzeri». Infine, accanto agli «onorarj» e agli «associati» (nonché agli «amatori», ossia i «contribuenti d</hi><hi rend="CharOverride-1">’ogni condizione», che assistevano alla distribuzione dei premi e ricevevano i fogli illustranti i temi in discussione), Memmo proponeva una figura che a suo dire altrove non esisteva. Stiamo parlando degli «Accademici Professori», i quali erano in «scuole, o in altri impieghi […] continuamente occupati», e dunque facevano da raccordo tra la </hi><hi rend="CharOverride-2">«Società» </hi><hi rend="CharOverride-1">e questi organi, anch’essi partecipanti all’auspicata opera di rinnovamento economico. In tal senso, il </hi><hi rend="italic">Saggio</hi><hi rend="CharOverride-1"> caldeggiava la creazione di una «Scuola aperta di Agricoltura», di una «Scuola di disegno» rivolta ai «Garzoni» delle «arti d’Industria», e pure di una «Scuola di lingua Francese per tutti i giovani lavoranti nell</hi><hi rend="CharOverride-1">’Arti promoventi Commercio» </hi><hi rend="CharOverride-2">(Memmo 1773, 52, 58-60, 79-87)</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">È dunque una struttura piuttosto articolata, che ben rispecchia le finalità assegnate a questa </hi><hi rend="CharOverride-2">«Società»</hi><hi rend="CharOverride-1">, la cui natura ibrida e collaborativa</hi><hi rend="CharOverride-1">, espressione di una regolata </hi><hi rend="italic">ouverture</hi><hi rend="CharOverride-1"> della Repubblica, mirava a dilatare e a diversificare, e nel contempo a organizzare, il raggio dello slancio riformatore. Catalizzando e coinvolgendo le energie e le intelligenze, valorizzando le competenze specialistiche, era cioè possibile offrire alle forze più dinamiche della società veneta, tradizionalmente escluse – almeno formalmente</hi><hi rend="CharOverride-1"> – dalle strutture del potere, uno spazio di </hi><hi rend="italic">agency</hi><hi rend="CharOverride-1">. Uno spazio dove, negoziando i propri interessi e traendo un corrispondente beneficio, esse potevano farsi coprotagoniste di un percorso di rinnovamento</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-004">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Sulla scia della </hi><hi rend="italic">Relazione</hi><hi rend="CharOverride-2">, anche il </hi><hi rend="italic">Piano</hi><hi rend="CharOverride-2"> suggeriva un’azione sul fronte culturale, che però, in questo caso, aveva ricadute più esplicitamente politiche. Se Talier </hi><hi rend="CharOverride-2">assegnava alla «Società» il compito di rimettere in onore le attività economiche, Memmo credeva che tale istituzione dovesse contribuire a porre al centro dell’agenda governativa lo sviluppo dell’agricoltura. Significativamente, egli proponeva di dividere la «Società» </hi><hi rend="CharOverride-2">in due «Camere»: una dedita agli studi «tendenti a più perfezionar l’Arti d’Industria, ad introdurre quelle che mancassero, e ad accrescere il Commercio», l’altra a quelli «opportuni a migliorar l’Agricoltura e la Pesca» (Memmo 1773, 51). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Il </hi><hi rend="italic">Piano</hi><hi rend="CharOverride-2">, cioè, riconosceva una dignità di prim’ordine a questa </hi><hi rend="CharOverride-1">«arte madre», base dell’intero sistema economico</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-003">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. In tal senso, </hi><hi rend="CharOverride-1">Memmo stigmatizzava chi, vittima di un’illusione ottica, credeva che Venezia, in quanto città manifatturiera «circondata dalle acque», potesse tranquillamente ignorare l’agricoltura. Ciò gli pareva assurdo: </hi><hi rend="CharOverride-1">le sorti della città si legavano a filo doppio a quelle delle campagne venete, l’una e le altre erano invero parte della stessa nazione economica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-002">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. «Se non si studian tutte le possibili vie di abbassar il prezzo de’ prodotti coll’introdurre l</hi><hi rend="CharOverride-1">’abbondanza», notava, «la fatal conseguenza cade sulla Dominante», giacché «l’alto prezzo de’ viveri e degli altri prodotti impedisce lo smercio delle manifatture», «rifiutate fuori di Stato ma anche dagli stessi abitanti e sudditi» siccome non competitive. In altre parole, la prosperità tanto delle manifatture quanto delle attività mercantili, e prima ancora la garanzia della comune sussistenza, passava da un’«agricoltura meglio protetta ed esercitata» </hi><hi rend="CharOverride-2">(Memmo 1773, 16, 22-24)</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Non andava poi dimenticato che a Venezia risiedevano non solo importanti agronomi ma anche i più facoltosi proprietari fondiari, i quali, «a cagion della lontananza loro», «poco frutto possono trarre dalla Accademie della Terraferma». Di conseguenza, fondare una </hi><hi rend="CharOverride-2">«Società» </hi><hi rend="CharOverride-1">nella prossimità delle loro dimore avrebbe reso più facile sensibilizzarli. Il che, data l</hi><hi rend="CharOverride-1">’entità delle terre che controllavano, quasi un terzo dei fondi della Repubblica (Beltrami 1961), pareva cruciale. «Ognun d’essi», rifletteva Memmo, «quando divenisse buon agricoltore, potrebbe solo cooperar più al bene dello Stato, che venti o trenta Provinciali agricoltori insieme». In particolare, guardando al futuro, il </hi><hi rend="italic">Saggio</hi><hi rend="CharOverride-1"> individuava nella succitata «scuola aperta di Agricoltura» uno strumento per</hi><hi rend="CharOverride-1"> educare la «Patrizia Gioventù», la quale, «fatta adulta», avrebbe governato «in miglior guisa» le sue terre</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-001">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. D’altronde, tale svolta avrebbe avuto effetti positivi pure sugli altri proprietari terrieri, siccome il patriziato era un modello di riferimento. «L’esempio della Nobiltà imperante influisce sopra de’ Sudditi molto più, che quel de’ Sudditi sui Patrizj», dichiarava Memmo. A</hi><hi rend="CharOverride-1">lla luce di tutto ciò, il </hi><hi rend="italic">Saggio</hi><hi rend="CharOverride-1"> sottoscriveva l’idea, formulata da Talier, di rendere la </hi><hi rend="CharOverride-2">«Società» </hi><hi rend="CharOverride-1">il «centro e la direttrice» di quelle provinciali. Basata a Venezia, cuore politico e simbolico della Repubblica, essa avrebbe avuto la responsabilità di guidare la rigenerazione delle campagne (Memmo 1773, 20-22, 60-65). </hi></p></div><div><head>6. Conclusioni</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nella lettera allegata al </hi><hi rend="italic">Saggio</hi><hi rend="CharOverride-1">, </hi><hi rend="italic">Andrea Memmo ad alcuni confidenti Amici suoi, Amanti d</hi><hi rend="italic">’ogni buon’ Istituto</hi><hi rend="CharOverride-1">, il patrizio spiegava di aver ritenuto inopportuno convincere, seduta stante, i colleghi della </hi><hi rend="CharOverride-2">Deputazione alle Arti a promuovere l’istituzione della «Società». Essi gli sembravano poco </hi><hi rend="CharOverride-2">«incoraggiti dall’</hi><ref target="http://Ecc.mo"><hi rend="CharOverride-2">Ecc.mo</hi></ref><hi rend="CharOverride-2"> Senato a tentar cose nuove, quantunque manifestatamente utili». Meglio, cioè, iniziare raccogliendo delle «private sottoscrizioni» da «dieci o dodici accreditati cittadini», così da creare una base di consenso e segnatamente un sostegno finanziario. Nel considerare questa modalità d’azione, però, Memmo confessava di aver provato disagio. Da un lato, non era raccomandabile «a chi siede in un Magistrato il tentare, come privata persona, ciò che a lui spetterebbe di fare in un cogli altri per via pubblica». Dall’altro, temeva che, cercando «qua e là sottoscrizioni per formare un fondo necessario al disegno tendente a procurare il Ben comune, senza chiedere prima il Pubblico assenso», si sarebbe esposto a critiche e malumori. Per cui provava il «gran dolore di non essere nato </hi><hi rend="CharOverride-1">[…]</hi><hi rend="CharOverride-2"> un ricchissimo uomo, onde poter impiegare le fortune mie in cosa di tanto giovamento, e che vien senza fallo approvata subito», perché «agli altri non costa nulla». Al proposito portava l’esempio di Bartolomeo Intieri, «che a proprie spese fondò una Cattedra di Economia e di Meccanica in Napoli»</hi><hi rend="CharOverride-2"> </hi><hi rend="CharOverride-1">(Memmo 1773, 127-30)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_12.html#footnote-000">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">In ogni caso, pur «attristato» da questi «pensieri», Memmo non vedeva alternative, e credeva che le donazioni raccolte avrebbero «tolti gli obbietti» dei colleghi della Deputazione. «Non potendo a sì nobili eccitamenti più trattenersi, e levando </hi><hi rend="CharOverride-1">[…]</hi><hi rend="CharOverride-2"> il timor del troppo dispendio», essi si sarebbero convinti a presentare il progetto al Senato. Il quale, a sua volta, di fronte a questa proposta ufficiale, «non lascerebbe che più vi fosse né chi condannasse i miei colleghi meco esponenti, né Savio che temesse di notar proposizione, né cittadino che potesse opporsegli». «Dopo di che», soggiungeva il patrizio, «essendo in libertà di operare e come Andrea Memmo, e come Magistrato, son’io ben certo che troverei quella quantità e qualità di sottoscrizioni che niuno forse presentemente si crede». Ma, appunto, prima di avviare la raccolta fondi e poi di rivolgersi ai colleghi di Deputazione, Memmo teneva a sottoporre il </hi><hi rend="italic">Piano</hi><hi rend="CharOverride-2"> ai destinatari della lettera, cosicché fosse dalle loro «riflessioni più maturato». «A’ vostri consigli dunque, e al vostro zelo rivogliendomi», concludeva, «attenderò con impazienza gli effetti dell</hi><hi rend="CharOverride-2">’uno e degl’altri» </hi><hi rend="CharOverride-1">(Memmo 1773, 130-35)</hi><hi rend="CharOverride-2">. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Se è plausibile supporre che tale </hi><hi rend="italic">Piano</hi><hi rend="CharOverride-2"> fosse circolato nella cerchia prescelta da Memmo </hi><hi rend="CharOverride-2">– ne esistono appunto tre copie </hi><hi rend="CharOverride-1">–</hi><hi rend="CharOverride-2">, non è dato sapere se i fondi furono effettivamente raccolti, e se, di conseguenza, tale progetto fu reso noto ai Deputati alle Arti. È comunque certo che al Senato non giunse alcuna proposta: cosa del resto logica, considerando che, proprio in quel tempo, Memmo, massimo esponente della Deputazione alle Arti, vide arenarsi la riforma delle corporazioni, scopo per cui la magistratura era stata istituita. Verosimilmente, questo insuccesso politico lo portò ad abbandonare il progetto della «Società». Inoltre, come lo suggeriscono le sue parole, egli dovette percepire la ritrosia di una fetta consistente del patriziato, scettica e timorosa verso novità dispendiose e destabilizzanti. In particolare, forse, sembrò inopportuno che un simile consesso agisse nel </hi><hi rend="CharOverride-2">cuore della Repubblica: meglio, cioè, effettuare tale delicata sperimentazione socio-politica nelle sole provincie. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Nondimeno, questo progetto rimane significativo. Sia per le pregnanti e inquiete riflessioni da cui mossero i suoi promotori, i quali, sensibili alle lezioni che giungevano dal resto dell’Europa, cercarono di fare in modo che la Serenissima formulasse risposte all’altezza dei problemi del suo tempo. Sia per le forme in cui essi collaborarono. Infatti, siamo di fronte a </hi><hi rend="CharOverride-2">un esempio concreto e originale della maniera in cui la stagione delle riforme, pur non cancellando gli assetti gerarchici, rimodulò le tradizionali relazioni mecenatesche e perciò portò figure di differente estrazione a interagire nell’ottica di promuovere un rinnovamento politico, economico e sociale. </hi></p></div><div><head>Fonti manoscritte</head><p rend="bib_indx_bib">Arduino, Pietro. 1769. <hi rend="italic">Lettera ai Deputati all’Agricoltura da parte dei rappresentanti dell’Accademia di Agricoltura di Padova</hi>. IT 0605, <hi rend="italic">Deputati all’Agricoltura, Memorie scientifiche</hi>, cartella 16. Venezia: Archivio di Stato. </p><p rend="bib_indx_bib">Barziza, Vicenzo et al. 1768 [10 Settembre]. <hi rend="italic">Scrittura sulle cerarie</hi>. IT 0040 005<hi rend="italic">, Deliberazioni</hi>, <hi rend="italic">1300 - 1797 - Rettori</hi>, cartella 323. Venezia: Archivio di Stato. </p><p rend="bib_indx_bib">Fortis, Alberto. 1770. <hi rend="italic">Lettera ad Agostino Vivorio</hi>, Venezia, 20 gennaio <hi rend="italic">Fondo Arduino</hi>, cartella 760, IV. E. 1-9. Verona: Biblioteca Civica. </p><p rend="bib_indx_bib"><hi rend="italic">La Società instituita in Londra per l’incoraggimento delle Arti</hi>. 1768-1770. IT 0810, <hi rend="italic">Inquisitorato sopra la regolazione delle Arti</hi>, cartella 9. Venezia: Archivio di Stato. </p><p rend="bib_indx_bib">Memmo, Andrea. 1773. <hi rend="italic">Saggio d’un Piano per una Società Economica da istituirsi in Venezia</hi>. Ms. 1153. Treviso: Biblioteca Comunale. </p><p rend="bib_indx_bib">Memmo, Bernardo, Francesco Morosini, e Marco Zeno. 1790 [30 luglio]. <hi rend="italic">C.a in proposito lane nazionali […]. La Scrittura in contraddittorio dell’</hi><ref target="http://Ecc.mo"><hi rend="italic">Ecc.mo</hi></ref><hi rend="italic"> Inquisitorato all’arti […]</hi>. IT 0785 001, <hi rend="italic">Cinque Savi alla Mercanzia</hi>. Prima Serie, cartella 206. Venezia: Archivio di Stato. </p><p rend="bib_indx_bib">Nani, Giacomo. 1758. <hi rend="italic">La Società per l</hi><hi rend="italic">’incoraggimento delle Arti, Manifatture e Commercio</hi>. IT 0790, <hi rend="italic">Deputati alla regolazione delle tariffe mercantili di Venezia e della Terraferma</hi>, cartella 19. Venezia: Archivio di Stato.</p><p rend="bib_indx_bib">Talier, Angelo. 1773. <hi rend="italic">Relazione di Angelo Talier vertente un piano di Accademia da istituirsi in Venezia per incoraggiare le arti</hi>. IT 0810, <hi rend="italic">Inquisitorato sopra la regolazione delle Arti</hi>, cartella 9. Venezia: Archivio di Stato. </p><p rend="bib_indx_bib">Vivorio, Agostino. 1769. <hi rend="italic">Lettera ad Alberto Fortis</hi>, Verona, 13 novembre 1769. Cartella 134, <hi rend="italic">Mie lettere</hi>: D1. Vicenza: Biblioteca Civica Bertoliana. </p><p rend="bib_indx_bib">Vivorio, Agostino. 1770. <hi rend="italic">Lettera ad Antonio Maria Lorgna</hi>, Venezia, 22 ottobre 1770. Cartella 134, <hi rend="italic">Mie lettere</hi>: D1. Vicenza: Biblioteca Civica Bertoliana.</p></div><div><head>Bibliografia</head><p rend="bib_indx_bib">Algarotti, Francesco. 1764. “Saggio sopra il commercio.” In <hi rend="italic">Opere del conte Algarotti </hi>[…]. Tomo III. Livorno: M. Coltellini.</p><p rend="bib_indx_bib">[Anonimo]. 1770. rec. Claudio Todeschi<hi rend="italic">, Saggi di Agricoltura, Manifatture e Commercio</hi> […]. Roma: A. Casaletti. <hi rend="italic">Giornale d’Italia</hi> 38 (16 marzo 1770), vol. VII: 304-5.</p><p rend="bib_indx_bib">Beltrami, Daniele. 1961<hi rend="italic">. La penetrazione economica dei Veneziani in Terraferma. Forze di lavoro e proprietà fondiaria nelle campagne venete dei secoli XVII e XVIII</hi>. Venezia-Roma: Istituto per la collaborazione culturale.</p><p rend="bib_indx_bib">Benzoni, Gino. 2002. “Le accademie: forme e contenuti.” In <hi rend="italic">Società, economia, istituzioni. Elementi per la conoscenza della Repubblica Veneta. Volume II. Società e cultura</hi>, a cura di Gino Benzoni et al., 11-19. Verona: Cierre edizioni. </p><p rend="bib_indx_bib">Benzoni, Gino. 2013. “Le accademie e il tabù della politica.” In <hi rend="italic">Formazione alla politica, politica della formazione a Venezia in Età moderna</hi>, a cura di Andrea Caracausi, e Antonio Conzato, 9-36. 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Cambridge (MA): Harvard University Press. </hi><ref target="https://doi.org/10.5860/choice.43-3489"><hi>https://</hi><hi>doi.org/</hi><hi>10.5860/choice.43-3489</hi></ref><hi> </hi>(2026-03-30).</p><p rend="bib_indx_bib"><hi>Kaplan, Steven, e Sophus Reinert. </hi><hi>2019. “The Economic Turn in Enlightenment Europe.” In </hi><hi rend="italic">The Economic Turn: Recasting Political Economy in Enlightenment Europe</hi><hi>, edited by Steven Laurence Kaplan, and Sophus Reinert, 1-34. </hi><hi>London: Anthem. </hi><ref target="https://doi.org/10.2307/j.ctvb1htk7.5"><hi>https://doi.org/10.2307/j.ctvb1htk7.5</hi></ref> (2026-03-30).</p><p rend="bib_indx_bib"><hi>Kaplan, Steven. 2001. </hi><hi rend="italic">La fin des corporations</hi><hi>. </hi><hi>Paris: Fayard. </hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi>Paquette, Gabriel. 2009. “Enlightened Reform in Southern Europe and its Atlantic Colonies in the Long Eighteenth Century</hi><hi>.” In </hi><hi rend="italic">Enlightened reform in Southern Europe and its Atlantic colonies</hi><hi>, </hi><hi rend="italic">c.1750-1830</hi><hi>, edited by Gabriel Paquette, 1-20. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="xml_12.html#footnote-011-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-5">	</hi><hi rend="CharOverride-5">Su questa importante istituzione cfr. Paskins (2014). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="xml_12.html#footnote-010-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-5">	</hi><hi rend="CharOverride-5">L’unica accademia, invero </hi><hi rend="italic">sui generis</hi><hi rend="CharOverride-5">, nata prima di questo decreto è la Società di agricoltura pratica di Udine (1762). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="xml_12.html#footnote-009-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-5">	</hi><hi rend="CharOverride-5">Tali frequentazioni incrociate ben si deducono dalle lettere con cui questi personaggi si tenevano in contatto: cfr. Fortis (1770, 1) e Vivorio (1769, 37; 1770, 118-19).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="xml_12.html#footnote-008-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-5">	</hi><hi rend="CharOverride-5">Su Clicquot de Blervache e le sue </hi><hi rend="italic">Considérations</hi><hi rend="CharOverride-5">, pubblicate nel 1759, cfr. Kaplan (2001, 29-38). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="xml_12.html#footnote-007-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-5">	</hi><hi rend="CharOverride-5">Tali manoscritti sono conservati presso la Biblioteca del Museo Civico Correr di Venezia, la Biblioteca Querini Stampalia di Venezia e la Biblioteca Comunale di Treviso (noi useremo quest’ultimo). Tra di essi ci sono minime e poco significative differenze testuali. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="xml_12.html#footnote-006-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-5">	</hi><hi rend="CharOverride-5">Memmo (1773, 64 nota 1) afferma che «pochi mesi dopo la formazion di questo piano uscì il Decreto che stabilisce questa cattedra [di Veterinaria] in Padova». Il Decreto venne emesso il 9 settembre 1773; la </hi><hi rend="italic">Relazione </hi><hi rend="italic">di Talier</hi><hi rend="CharOverride-5">, invece, è firmata «primo d’aprile 1773».</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="xml_12.html#footnote-005-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-5">	</hi><hi rend="CharOverride-5">Il manoscritto del </hi><hi rend="italic">Saggio</hi><hi rend="CharOverride-5"> consta di un quaderno: al </hi><hi rend="italic">Saggio</hi><hi rend="CharOverride-5"> segue, con la stessa numerazione (pp. 124-35), tale lettera. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="xml_12.html#footnote-004-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-5">	</hi><hi rend="CharOverride-5">La necessità di un tale coinvolgimento fu avvertita anche in ambito monarchico (Paquette 2009, 14-16). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="xml_12.html#footnote-003-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-5">	</hi><hi rend="CharOverride-5">Sul ruolo dell’agricoltura nel discorso riformatore veneto, oltre alla già citata monografia di Simonetto, cfr. anche Gullino (1986) e Della Fontana (2024). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="xml_12.html#footnote-002-backlink">10</ref></hi><hi rend="CharOverride-5">	</hi><hi rend="CharOverride-5">Su tale questione cfr. Zannini (2010). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="xml_12.html#footnote-001-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-5">	</hi><hi rend="CharOverride-5">Un altro «Professore», anch’esso afferente alla «Camera» agricola, avrebbe avuto l’incarico di occuparsi dei «bisogni de’ benestanti, degli agenti, e de’ villici» e di recarsi «almen ne’ primi anni in tutte le comunità, terre, ville, ed isole del Dogado ad insegnar gratis a tutte le persone, e spezialmente alle religiose, che più di tutte l’altre sogliono influir sullo spirito delle genti di campagna» (Memmo 1773, 65-68).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="xml_12.html#footnote-000-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-5">	</hi><hi rend="CharOverride-5">Relativamente ai forti condizionamenti posti dal sistema veneziano, nonché al fatto che l’azione politica apparteneva non ai singoli patrizi in quanto cittadini bensì ai consigli e alle magistrature, cfr. Del Negro (1977; 1986, 123-24). </hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Aris Della Fontana, University of Paris Nanterre, France, <ref target="mailto:adellafo@parisnanterre.fr">adellafo@parisnanterre.fr</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0003-0337-6911">0000-0003-0337-6911</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Aris Della Fontana, <hi rend="italic">«Come le nuove armi artigliere». La «guerra d’industria» e il progetto di una società economica a Venezia (1773),</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.12">10.36253/979-12-215-0989-2.12</ref>, in Niccolò Guasti, Cinzia Recca, Mónica Bolufer Peruga, Fernando Durán López (edited by), <hi rend="italic">Accademie e luoghi del sapere tra Italia e Spagna nel lungo Settecento. Scienze, arti, letteratura, politica e sociabilità / Academias y lugares del saber en el largo siglo XVIII entre Italia y España. Ciencias, artes, literatura, política y sociabilidad</hi>, pp. -104, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0989-2, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2">10.36253/979-12-215-0989-2</ref></p></div></div>
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