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        <title type="main" level="a">«Utili scoverte, nuovi trovamenti et conoscenze necessarie»: origine ed ascendenze dell’associazionismo economico nel Mezzogiorno e l’azione della Società Economica di Capitanata</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0003-0407-7526" type="ORCID">
            <forename>Armando</forename>
            <surname>Vinciguerra</surname>
            <placeName type="affiliation">University of Foggia, Italy</placeName>
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          <resp>This is a section of <title>Accademie e luoghi del sapere tra Italia e Spagna nel lungo Settecento / Academias y lugares del saber en el largo siglo XVIII entre Italia y España</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0989-2</idno>) by </resp>
          <name>Niccolò Guasti, Cinzia Recca, Mónica Bolufer Peruga, Fernando Durán López</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.13</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>This essay examines the origins and developmental trajectories of economic associations in Southern Italy. Framed within the context of late Enlightenment reformism and the Napoleonic Decade, the phenomenon is analyzed as a form of mediation between central authorities and provincial realities.</p>
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            <item>Economic associations</item>
            <item>Società economica di Capitanata; 18th-19th century reformism</item>
            <item>applied science</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.13<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.13" /></p>
<div><head>«Utili scoverte, nuovi trovamenti et conoscenze necessarie»: origine ed ascendenze dell’associazionismo economico nel Mezzogiorno e l’azione della Società Economica di Capitanata</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Armando Vinciguerra</p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Il 23 dicembre 1866, con decreto regio n. 3452, vennero istituiti «in ogni Capo-luogo di Circondario» i Comizi agrari, con l’incarico di «promuovere tutto ciò che può tornare utile all’incremento dell’agricoltura»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (</hi><hi rend="italic">Raccolta ufficiale </hi><hi rend="CharOverride-1">1866, 2922-929). Mediante quest’atto legislativo, il Regno d’Italia liquidava,</hi><hi rend="CharOverride-1"> senza alcun riconoscimento formale e senza farne menzione esplicita, una serie di organismi che avevano costituito il fulcro del dibattito economico nelle diverse realtà provinciali del Regno delle Due Sicilie per oltre cinquant’anni: le società economiche</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_13.html#footnote-000">1</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Create durante il Decennio francese, con decreto reale del 16 febbraio 1810 (</hi><hi rend="italic">Bullettino delle leggi </hi><hi rend="CharOverride-1">1810</hi><hi rend="CharOverride-1">, 162-64), sotto la denominazione di «società di agricoltura», e trasformate, con un successivo decreto del 30 luglio 1812, in «società economiche» – ampliandone </hi><hi rend="CharOverride-1">così le competenze alla promozione e allo sviluppo delle manifatture e del commercio – esse mantennero la propria struttura pressoché inalterata in seguito al ritorno di Ferdinando IV nel Mezzogiorno continentale, nell’ambito del processo di assorbimento delle riforme della monarchia amministrativa francese che caratterizzò la prima fase della seconda restaurazione borbonica (Spagnoletti 2008, 11-23). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Credo sia necessario soffermarsi brevemente su quest’ultimo punto: è noto, infatti, che</hi><hi rend="CharOverride-1">, nel contesto della propaganda legittimista della seconda età borbonica contro il periodo di «occupazione» militare francese, una delle condizioni necessarie affinché venissero accettate le decisive e fondamentali riforme in campo amministrativo, finanziario, giudiziale e fiscale messe in atto dai Napoleonidi si basava sul principio che esse fossero già state progettate nell’ambito del riformismo borbonico della seconda metà del Settecento e che, di conseguenza, costituissero solo il naturale esito di un processo che, per mezzo secolo, aveva visto il Regno di Napoli affiancarsi a molti stati europei nel perseguire una politica di rinnovamento delle proprie strutture istituzionali e della propria organizzazione sociale: «si mieté, in quel decennio</hi><hi rend="CharOverride-1"> la messe preparata da un secolo di fatiche» (Croce 1992, 303). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Di questa interpretazione storiografica ci interessa recuperare, in questa sede, l’idea – testimoniata dalla direzione assunta dagli studi sull’Ottocento meridionale condotti da De Lorenzo (2003, 445-63) e Rao (2008, 211-24) </hi><hi rend="CharOverride-1">– per cui l’esperienza dei Napoleonidi nel Mezzogiorno continentale vada letta come un segmento di un periodo compatto e unitario che affonda le proprie radici nell’ultima fase dell’Antico Regime, nei Lumi, nel movimento riformatore settecentesco e il cui termine </hi><hi rend="italic">ad quem</hi><hi rend="CharOverride-1"> può arrivare, secondo alcune letture, sino agli anni ’30 dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’Ottocento (Villani 1997, 21-35). Partendo da questo presupposto, appare evidente che anche l’istituzione delle società economiche, per quanto avvenuta durante il Decennio,</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">debba essere considerata come l’esito di una progettualità a lungo termine, le cui origini vanno necessariamente rintracciate, proprio in virtù del</hi><hi rend="CharOverride-1">la natura eminentemente provinciale di questo fenomeno storico, non solo nella ristretta cerchia dei grandi riformatori, ma soprattutto, come afferma Salvemini, in quel «tessuto connettivo più nascosto e minuto del dibattito, quella zona grigia di cultura diffusa in cui la figura dell’intellettuale sfumava in quella del proprietario» (2018, 310).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Riferimento obbligato di partenza è sicuramente Genovesi, il quale già nel 1757, in una nota apposta alla traduzione (effettuata dal fratello Pietro) del trattato di John Cary sulla storia del commercio inglese</hi><hi rend="CharOverride-1"> prospettava la necessità di «una scuola d’agricoltura: un’accademia numerosa e composta di membri di tutte le nostre provincie» (Cary 1757, I, 25 nota VIII); enucleata così sinteticamente, l’idea del riformatore napoletano dispiegava già le enormi </hi><hi rend="CharOverride-1">potenzialità insite nel progetto di costruzione di un terminale provinciale del movimento riformatore: il «filosofo di campagna» avrebbe dovuto incarnare, secondo il modello genovesiano, un nuovo ideale di cultura in cui la proprietà terriera non costituisse più un limite all’esercizio della scienza «utile e applicata», ma piuttosto l’oggetto stesso dell’impegno intellettuale.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Il fascino del progetto di Genovesi non tardò a raggiungere i «galantuomini» più sensibili dell’universo provinciale del Regno; «per rendermi operoso nel mio ritiro, formai il progetto della istituzione di un’accademia che doveva essere intesa principalmente alla introduzione di nuove arti, alla miglioria della agricoltura» (Salvemini 2018, 317), scriveva Ferrante De Gemmis al Genovesi dopo essere rientrato da Napoli a Terlizzi, in Terra di Bari. Anche in Capitanata – la quale, come vedremo, costituirà il prisma attraverso il quale osserveremo le tendenze tipiche dell’associazionismo economico ottocentesco nel Mezzogiorno – </hi><hi rend="CharOverride-1">la lezione genovesiana si tradusse in una nuova generazione di intellettuali, cultori delle scienze naturali empiriche: Giuseppe Rosati, Antonio Gervasio, Gaetano de Lucretiis, Lionardo Tortoletti, Serafino Gatti e Francescantonio Gabaldi, solo per citarne alcuni (Salvemini 2018, 321-22). Non sembra strano, perciò, che saranno proprio questi nomi, all’alba del nuovo secolo, </hi><hi rend="CharOverride-1">a costituire il nucleo principale della società economica della provincia.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Credo sia necessario, prima di procedere, soffermarsi ulteriormente sul fenomeno dell’associazionismo economico settecentesco, allargandone la prospettiva a livello europeo: esso, infatti, rappresenta – in virtù di una capillare diffusione geografica in tutto il continente </hi><hi rend="CharOverride-1">– una delle manifestazioni più significative e di più ampio respiro dell’età moderna in Europa. Si trattò, quindi, di un’attività finalizzata non solo a tentare di fornire risposte sui temi cogenti delle agende economiche degli Stati europei all’alba della rivoluzione industriale, ma anche a contribuire al progetto intellettuale cosmopolita che l’esperienza illuminista aveva individuato come uno dei principali aspetti del proprio pensiero. Su quest’ultimo punto sembra concentrarsi la storiografia recente sul tema, che tende a guardare, </hi><hi rend="CharOverride-1">adottando una prospettiva comparativa, soprattutto alle manifestazioni dell’associazionismo economico europeo riguardanti il primo Settecento, con particolare riguardo per le aree del Nord e Centro Europa (Stapelbroek, e Marjanen 2012). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Tuttavia, un fenomeno così complesso merita di essere indagato con maggior profondità storica e senza alcuna impronta teleologica, allargandone lo spettro di indagine a un periodo di più ampio respiro cronologico che coinvolga il tardo Settecento e l’Ottocento; solo attraverso una periodizzazione di tal genere, infatti, si possono osservare le peculiarità di alcune forme associazionistiche, soprattutto quelle sorte nelle «periferie» europee, come ad esempio l’</hi><hi rend="CharOverride-1">area mediterranea. Per i motivi appena tracciati, non mi sembra casuale che il Regno di Napoli e la Spagna non compaiano nella geografia associazionistica tracciata da Stapelbroek e Marjanen (2012, 2-3): l’«errore di considerare le società economiche come istituzioni la cui formulazione non va rintracciata nei tradizionali obiettivi di potere e di controllo dello stato», citando le parole degli autori, sembra un assunto difficilmente applicabile quando si guarda alle forme di sociabilità tardo-settecentesche e ottocentesche nel contesto mediterraneo. In queste aree, in cui il livello medio di istruzione e professionalità degli addetti ai lavori agricoli, e in alcuni casi anche degli stessi proprietari terrieri, non era sufficiente a permettere una svolta dell’agricoltura in senso capitalistico, l’intervento governativo, che in entrambi i contesti era pervenuto ad una piena maturità riformatrice proprio negli ultimi decenni del XVIII secolo, </hi><hi rend="CharOverride-1">fu l’unica via percorribile per creare uno strumento volto a forgiare una nuova mentalità nell’universo rurale locale. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Ne era cosciente, ad esempio, Melchiorre Delfico, il quale, in una missiva indirizzata al Giovene del 1791 scriveva:</hi></p><quote rend="quotation_b">Se il Governo non vi prende attenzione, noi non avremo mai agricoltura, avendone anche le migliori cognizioni. È nelle leggi relative alle proprietà sì civili che feudali, ed in quelle dell’amministrazione economica che sono nascoste le cagioni del nostro intorpidimento (BNB, D’Addosio busta 25, fsc. 4). </quote><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Lo stesso Filangieri, nella sua </hi><hi rend="italic">Scienza della legislazione</hi><hi rend="CharOverride-1">, pubblicata in diverse edizioni tra il 1780 e il 1785, propugnava l’esigenza di intraprendere «questa riforma salutare […]: in ogni provincia dello Stato ci sia una società di agricoltori filosofi destinata a spargere nelle campagne i temi salutari di questa scienza» (Filangieri 1782, 170-71).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Giunti alla fine del secolo, appariva ormai impossibile, nonostante gli sforzi profusi in tal senso da Genovesi al fine d</hi><hi rend="CharOverride-1">i risvegliare le coscienze dei «galantuomini» di campagna, che fosse proprio quel «ceto mezzano» (Salvemini 2018, 311) a costituire il motore di una trasformazione complessiva dell’economia del Mezzogiorno. Tale processo doveva essere necessariamente ancorato al concetto di riforma e la stessa pratica scientifica doveva essere ricondotta ai nodi dell’assetto sociale ed istituzionale, così come accadeva nelle aree più avanzate della penisola, come efficacemente illustrato da Romani (1957, 150), Venturi (1977, 77-105) e Redondi (1980, 685-811). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Alla stessa conclusione era giunto, nell’ambito della monarchia iberica, Pedro Rodríguez de Campomanes, </hi><hi rend="italic">fiscal de lo civil </hi><hi rend="CharOverride-1">del Consiglio di Castiglia durante il Regno di Carlo III e socio onorario, a partire dal 1769, della </hi><hi rend="italic">Sociedad Bascongada</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Astigarraga 2003, 70-74). Nei due trattati, pubblicati rispettivamente nel 1774 e 1775, intitolati </hi><hi rend="italic">Discurso sobre el fomento de la industria popular</hi><hi rend="CharOverride-1"> e </hi><hi rend="italic">Discurso sobre la educación popular de los artesanos, y su fomento, </hi><hi rend="CharOverride-1">il riformatore spagnolo </hi><hi rend="CharOverride-1">elaborò un’idea di istituzione accademica il cui scopo era di dedicarsi allo sviluppo di tutti i settori produttivi, dall’agricoltura all’educazione (Llombart 1992, 281-91). Inoltre, egli sottolineava a più riprese quanto fosse fondamentale, nell’applicazione del suo progetto, la mobilitazione </hi><hi rend="italic">in primis</hi><hi rend="CharOverride-1"> delle </hi><hi rend="italic">élites </hi><hi rend="CharOverride-1">locali (tra cui la nobiltà, gli ecclesiastici e i funzionari pubblici),</hi><hi rend="CharOverride-1"> facendo leva sullo zelo patriottico di queste ultime. A questa nuova tipologia di società Campomanes assegnava tre compiti: fungere da supporto agli organismi governativi già esistenti; promuovere la ricerca statistica nelle regioni di competenza; sviluppare e sostenere la diffusione dell’economia politica e dei nuovi apporti tecnici nei settori dell’agricoltura, dell’industria e del commercio. La logica alla base di questo esteso</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-1">network societario era centralista, poiché le </hi><hi rend="italic">sociedades</hi><hi rend="CharOverride-1">, oltre a inviare i dati raccolti alla capitale, avrebbero dovuto seguire costantemente i progetti riformistici elaborati nei centri di potere di Madrid, filtrati attraverso le autorità territoriali del regno.</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">La fortuna editoriale delle opere di Campomanes fu enorme e valicò ben presto i confini della Spagna: come evidenzia Guasti, infatti, in seguito all’espulsione del ramo iberico della Compagnia di Gesù attuata da Carlo III nel 1767, i gesuiti spagnoli furono tra i principali protagonisti di un vasto processo di mediazione culturale che permise la diffusione del</hi><hi rend="CharOverride-1">le idee economiche e dei progetti di riforma elaborati nell’ambito della monarchia spagnola – tra cui le opere dello stesso Campomanes, come testimoniato dalle traduzioni di Antonio Conca (Guasti 2001, 359-78) – lungo tutta la penisola italiana (Guasti 2003, 691-708; 2005, 11-49).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Grazie a questa breve ricostruzione, appare evidente come, alla fine del XVIII secolo, i tempi fossero ormai</hi><hi rend="CharOverride-1"> maturi affinché anche nel Regno di Napoli si potesse elaborare un nuovo riformismo che, proprio nel recupero della dimensione provinciale – stimolato dalla presenza di una classe intellettuale che ambiva ad avere il supporto governativo – vedeva profilarsi la possibilità di elaborare un progetto di crescita del Regno basato su una conoscenza approfondita del mondo provinciale e di un rapporto costante con esso. A raccogliere queste istanze sarà proprio Melchiorre Delfico, già membro del governo provvisorio della Repubblica partenopea, il quale, dopo la conquista del Meridione da parte di Giuseppe Bonaparte nel 1806 e in qualità di socio del Reale Istituto di Incoraggiamento, si attivò personalmente affinché la nuova monarchia amministrativa francese accogliesse il progetto di una rete associazionistica diffusa in tutte le province del Regno. </hi><hi rend="CharOverride-1">Così, il 16 febbraio 1810 Gioacchino Murat, sulla scorta degli statuti redatti dall’intellettuale teramano (Dell’Orefice 1973, 14), stabilì che «in ogni capoluogo di ciascuna provincia» nascesse «una Società d’Agricoltura», affinché, come si affermava nel primo articolo del decreto reale, «l’agricoltura sia la base principale della ricchezze della nazione» (ASFg, Intendenza, Governo, Prefettura di Foggia, RSEC, </hi><hi rend="CharOverride-1">busta 1, fsc. 1). Secondo quanto riportato nel secondo articolo ogni società, e qui cito, «sarà composta di dodici soci residenti nella provincia, tanto nazionali quanto esteri, e di un numero indeterminato di soci delle Province limitrofe» (ASFg, Intendenza, Governo, Prefettura di Foggia, RSEC, busta 1, fsc. 1).</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Di particolare rilevanza è, inoltre, il contenuto del quarto articolo, il quale stabiliva che «la prima nomina del Segretario, e di tutti i membri sarà fatta da noi dietro nota che rimetteranno gl’Intendenti» (ASFg, Intendenza, Governo, Prefettura di Foggia, RSEC, busta 1, fsc. 1): affidare all’intendente la responsabilità di scegliere le dodici personalità più adatte a ricoprire la carica di socio ordinario rappresentava un chiaro segnale della forte impronta statalista che contraddistinguerà le società economiche del Regno di Napoli. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Lo stato nominativo dei soggetti individuati come potenziali soci, inoltrato di lì a poco dal funzionario, offre un’</hi><hi rend="CharOverride-1">interessante panoramica sul primo assetto istituzionale del sodalizio foggiano (Cafasi 1973). Il primo nome ad essere menzionato era quello di Giuseppe Rosati, già titolare della cattedra d’agricoltura presso il collegio degli scolopi e qualificato come «naturalista d’ogni eccezione maggiore, conosciuto per le sue opere»; seguiva ad esso il nome di Serafino Gatti, descritto come «ex religioso delle scuole pie, attuale professore di fisica e matematica nel collegio di Foggia, uomo di molti talenti», il quale veniva proposto per la carica di segretario (ASFg, Intendenza, Governo, Prefettura di Foggia, RSEC, busta 1, fsc. 1). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Insieme a questi ultimi, venivano segnalati anche il canonico Michele de Luca, indicato come «proprietario ricco e zelante per l</hi><hi rend="CharOverride-1">’agricoltura, il quale unisce molta pratica alla teoria», e vari altri soggetti, qualificati perlopiù sotto la dicitura «proprietario molto illuminato» (ASFg, Intendenza, Governo, Prefettura di Foggia, RSEC, busta 1, fsc. 1), tra cui i già citati Leonardo Tortorelli e Gaetano de Lucretiis. Prevalente era, quindi, il gruppo di proprietari già per propri interessi propensi alla sperimentazione, mentre poco rappresentate erano la borghesia delle professioni e la burocrazia, se non nella figura di qualche socio corrispondente, quali ad esempio Ascanio Filomarino, amministratore del Tavoliere, Gaetano La Pira, commissario delle polveri e salnitri, e Bartolomeo Grana, consigliere d’</hi><hi rend="CharOverride-1">Intendenza. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nonostante la lacunosità delle fonti archivistiche, disponiamo di un prezioso documento riguardante le prime attività societarie: si tratta di una relazione, inviata al Ministero dell’Interno e all’Istituto d’Incoraggiamento, sullo stato dell’agricoltura e delle manifatture nella provincia. Esso è una</hi><hi rend="CharOverride-1"> sorta di centone, a cura dell’intendente Augusto Turgis, di relazioni scritte dal Rosati, dal Gatti e dal socio corrispondente La Pira. Nella prima sezione, il presidente della Società fa luce sulla morfologia del Tavoliere, racchiudendo le proprie considerazioni in sette verità. Esse descrivono minuziosamente il paesaggio agrario della provincia, il cui limite principale veniva individuato nella scarsità d’acqua, ma soprattutto aprivano la strada alla questione principale posta dall’agronomo, ovvero la penuria di alberi da legname. Esso, infatti, aveva largo impiego, sia in ambito domestico che nel settore manifatturiero, ma il selvaggio disboscamento attuato nel corso del XVIII secolo aveva costretto la Capitanata ad una massiccia importazione dalle province vicine. Il Rosati, perciò, suggeriva di «consultare la naturale disposizione della Puglia istessa, e vedere quali alberi spontaneamente ella produce, conserva e nutrisce» ed individuava nella quercia, nell’olivo e nel gelso le colture più appropriate al suolo locale. Specialmente il gelso avrebbe potuto essere «l’origine di una vera ricchezza per la Puglia». Le sue foglie, infatti, venivano utilizzate per allevare i cosiddetti «filugelli», i quali producono la seta e «questa mercanzia ingrandita in Puglia costituirebbe un commercio significante, perché la seta riuscirebbe di ottima qualità»</hi><hi rend="CharOverride-1"> (ASFg, Intendenza, Governo, Prefettura di Foggia, RSEC, busta 1, fsc. 1). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Il rapporto di La Pira si poneva in continuità con quello di Rosati, poiché anch’egli insisteva nell’individuare alcune tipologie di colture arboree da introdurre nel Tavoliere. Successivamente, egli tracciava un </hi><hi rend="italic">Prospetto di Capitanata in rapporto alle manifatture</hi><hi rend="CharOverride-1">, il quale, sebbene non fosse stato incluso nella relazione inviata dal Turgis, offre preziose informazioni riguardanti il settore secondario della provincia: il socio corrispondente, infatti, lamentava l’</hi><hi rend="CharOverride-1">assoluta mancanza di manifatture laniere, sebbene la Capitanata fosse «padrona […] di questo ricchissimo genere». La stessa valutazione esprimeva per la lavorazione di pelli e cuoi, che «i conciapelli di altre province vengono a gara a comprarseli» (ASFg, Intendenza, Governo, Prefettura di Foggia, RSEC, busta 1, fsc. 1). Occorreva, perciò, favorire l’istituzione di «fabbriche di manifatture di primo bisogno» e introdurre alcune lavorazioni nei «reclusori delle donne» (ASFg, Intendenza, Governo, Prefettura di Foggia, RSEC, busta 1, fsc. </hi><hi rend="CharOverride-1">1).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">La relazione fin qui tratteggiata fa luce sul modo in cui le attività societarie avrebbero dovuto incidere sull’economia della Capitanata, ispirandosi, come afferma Mercurio, a «quell’idea giacobina, saldamente presente in quel periodo, di eterodirezione dei processi economici delle province meridionali» (Mercurio 2001, 141).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nel 1812 le società di agricoltura vennero tramutate in società economiche</hi><hi rend="CharOverride-1"> ed anche la loro organizzazione interna venne riformata da un nuovo statuto, pubblicato il 7 agosto. Il numero di soci ordinari passava da dodici a diciotto, e la struttura interna delle società venne ripartita in due «commissioni» distinte, una dedicata allo sviluppo agricolo e l’altra a quello del settore secondario.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Il ritorno di Ferdinando IV sul trono del Regno di Napoli nel 1815, come affermato in precedenza, si svolse nel segno della continuità istituzionale con il periodo del Decennio: le società economiche vennero, perciò, riconfermate con decreto n. 675 del 26 marzo 1817 (</hi><hi rend="italic">Collezione delle leggi</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1817, 410-11)</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Sull’arco temporale che va dal 1817 al 1835 non disponiamo, sfortunatamente, di alcuna testimonianza archivistica relativa alle attività della Società di Capitanata. Questa significativa lacuna può essere spiegata alla luce di una flessione delle attività societarie, causata sia dalla particolare congiuntura storica, sia sulla base di un consistente taglio delle risorse finanziarie. Come afferma Coniglio, infatti, in seguito alla restaurazione borbonica, «le spese per il mantenimento» delle società economiche vennero dirottate «tra quelle facoltative a carico dell’Amministrazione provinciale, e ciò provocò differenze nell’indirizzo, che dipese da possibilità locali» (Coniglio 1981, 369). Tuttavia, andrebbe forse conferita maggiore rilevanza al fattore politico, come suggerisce la De Lorenzo (1987, 8) quando afferma che «le fasi di decadenza perlopiù coincisero con quelle di repressione».</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Un periodo di rinnovato fervore, comprovato anche dall</hi><hi rend="CharOverride-1">’aumento della documentazione disponibile, si registra comunque a partire dal 1835. In quell’anno, infatti, venne affiancato a Lorenzo Trabucco, quale segretario interino, il giovane Francesco Della Martora. Guardando all’assetto societario di questa nuova stagione della Società di Capitanata, si potrebbe affermare che la nuova generazione di soci – di cui il Della Martora fu il rappresentante più illustre – era composta, in larga parte, da individui che non avevano partecipato in prima persona ai movimenti settari e rivoluzionari che furono all’origine dei moti degli anni ’</hi><hi rend="CharOverride-1">20 anche nel Tavoliere (De Lorenzo 1998, 63). Si trattava, perciò, di personalità che, come afferma Nardella (1978, 19), mostrarono un «attaccamento di ostrica al governo borbonico». In sintesi, si può affermare che la «rinascita» della Società economica di Capitanata nel 1835 coincise con il graduale affermarsi di una classe di burocrati, pur intraprendenti, che andò a sostituire lentamente le grandi figure intellettuali che avevano contraddistinto i primi anni di vita del sodalizio (De Lorenzo 1998, 63).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In ogni caso, fu proprio grazie alla vivacità del nuovo segretario e alla sapiente guida del presidente Francescantonio Gabaldi che la Società, nel luglio del 1835, iniziò a pubblicare a cadenza annuale un </hi><hi rend="italic">Giornale degli Atti</hi><hi rend="CharOverride-1">, il quale rappresenta una preziosa testimonianza delle attività societarie sino al 1847, quando ne venne cessata la pubblicazione. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">La ristrutturazione voluta dal Della Martora produsse subito i suoi frutti</hi><hi rend="CharOverride-1"> anche sul piano politico, se già nel 1836 l’intendente, nel rivolgersi al Consiglio provinciale, affermava che «non è più problematica l’esistenza di una Società Agraria in Capitanata e che gli egregi accademici, che ne son membri, soddisfano pienamente all’aspettazione del pubblico». In questo periodo, infatti, si effettuò l’acquisto di strumenti agricoli</hi><hi rend="CharOverride-3"> </hi><hi rend="CharOverride-1">e, in pochi mesi, vennero piantati 1200 gelsi nel giardino botanico.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">L’accademia foggiana divenne nuovamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> il centro propulsivo della vita agricola della provincia: il piano dei premi, approvato dal Consiglio di Stato il 10 febbraio 1838, prevedeva la distribuzione di una cifra complessiva di 2610 ducati in cinque anni, segno di come l’intraprendenza dei soci potesse in un certo qual modo bilanciare il disinteresse da parte degli ambienti governativi.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Un importante traguardo raggiunto dal Della Martora fu l’installazione nel capoluogo di una mostra pubblica, nella quale venivano esposti non solo i migliori prodotti agricoli e pastorali, ma anche quelli dell’artigianato; essa si tenne a cadenza annuale a partire dal 1838 e rappresentò una novità assoluta nel contesto meridionale, se si considera che nel 1841 il Ministero dell’Interno ordinava che venissero realizzate esposizioni delle manifatture in tutte le province del Regno al fine di incoraggiarne lo sviluppo, sulla scorta proprio dell’esempio della Società foggiana (</hi><hi rend="italic">Giornale degli Atti</hi><hi rend="CharOverride-1"> </hi><hi rend="CharOverride-1">1841-1842, VII, 25-26). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nel periodo compreso tra il 1835 e il 1841, nella provincia vennero piantati circa 300.000 gelsi bianchi e, in virtù di tale risultato, la Società decise di stimolare la propagazione della gelsicoltura non più attraverso premi in denaro, ma distribuendo gratuitamente 6.000 piante messe a vivaio nel proprio orto (</hi><hi rend="italic">Giornale degli Atti</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1841-1842, VII, 21); inoltre, l’istituzione foggiana distribuì all’ospizio della Maddalena alcuni «ordigni a trarre la seta» e stabilì un premio di 40 ducati per le «recluse» (</hi><hi rend="italic">Giornale degli Atti</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1844, IX, 61)</hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nel 1841 venne stabilito un premio di 200 ducati corrisposto a cinque olivicoltori che avevano piantato più di 5.000 nuovi olivi (Di Cicco 2003, 125). I numeri complessivi, al 1843, registravano un incremento di 12.000 alberi d’olivo e il Della Martora poteva vantare che tale coltura non fosse più un «lusso» per gli agricoltori locali (ASFg, Intendenza, Governo, Prefettura di Foggia, RSEC, busta 3, fsc. 92).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nel 1845 la Società iniziò a lavorare alla realizzazione di una scuola agraria a Foggia, sul modello dell’istituzione diretta dal Rosati quarant’anni prima. Essa avrebbe dovuto essere frequentata da trenta alunni, «presi dalla classe bassa del popolo», da raccogliere –</hi><hi rend="CharOverride-1"> almeno inizialmente – nei locali dell’orto agrario; gli studenti, inoltre, avrebbero percepito una piccola somma giornaliera (</hi><hi rend="italic">Giornale degli Atti</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1845, X, 80). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">L’azione del sodalizio conobbe una brusca frenata in seguito ai moti del 1848; il carattere particolarmente violento che essi assunsero in Capitanata, infatti, raffreddò notevolmente l’impegno di molti soci, la maggior parte dei quali appartenenti al ceto dei grandi latifondisti. Non a caso, il 27 marzo 1848 il marchese Filiasi rinunciò alla condizione di socio, additando motivazioni legate alle «circostanze di mia salute, e de’ miei affari […] tanto più che le recenti reali concessioni politiche […] richiederanno ben altre cure» (ASFg, Intendenza, Governo, Prefettura di Foggia, RSEC, busta </hi><hi rend="CharOverride-1">3, fsc. 72).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">L’ultima significativa testimonianza disponibile del funzionamento della Società nel periodo preunitario è costituita da un’importante modifica amministrativa, voluta dal regio decreto del 7 luglio 1859, il quale stabilì che il bilancio delle entrate e delle uscite dell’ente sarebbe stato affidato a una commissione nominata dal Ministero dell’Interno. Inoltre, si specificava che l’ufficio di tesoriere venisse abolito e sostituito da un cassiere estraneo al corpo accademico (ASFg, Intendenza, Governo, Prefettura di Foggia, RSEC, busta</hi><hi rend="CharOverride-1"> 7, fsc. 178). Il provvedimento rappresentò uno degli ultimi vani tentativi da parte dei Borbone di donare nuovo vigore all’operato delle società economiche – ormai da anni discontinuo in tutto il territorio del Regno (De Lorenzo 1987, 333) – prima che la penisola venisse unificata dalla monarchia sabauda.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Tracciare un giudizio storiografico sull’operato della Società di Capitanata non è opera semplice: il rischio, come testimoniato dagli studi su questa specifica esperienza associazionistica, è di cadere nella trappola di una prospettiva economicistica che giudichi a priori l</hi><hi rend="CharOverride-1">’operato della Società come fallimentare o non incisivo sulla base del mancato raggiungimento di uno sviluppo effettivo dell’economia provinciale. L’auspicio, in questo senso, è che la ricerca privilegi altri punti di osservazione per un fenomeno così articolato e complesso: occorre studiare queste società in quanto manifestazioni di tendenze e processi ancorati a un preciso ambito umano e territoriale, analizzarne le coerenze interne e i caratteri originali per offrire, al di là di categorie generalizzanti quali «arretratezza» o «sottosviluppo», giudizi più aderenti ad una realtà unica come quella dell’Ottocento meridionale.</hi></p><div><head>Fonti manoscritte</head><p rend="bib_indx_bib">BNB: Busta 25, fsc. 4. <hi rend="italic">Fondo D’Addosio</hi>. Bari: Biblioteca Nazionale di Bari.</p><p rend="bib_indx_bib">ASFg: Busta 1, fsc. 1. <hi rend="italic">Intendenza, Governo, Prefettura di Foggia, Reale Società Economica di Capitanata</hi>. Foggia: Archivio di Stato di Foggia.</p><p rend="bib_indx_bib">ASFg: Busta 3, fsc. 72. <hi rend="italic">Intendenza, Governo, Prefettura di Foggia, Reale Società Economica di Capitanata</hi>. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-4"><ref target="xml_13.html#footnote-000-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-5">	</hi><hi rend="CharOverride-5">Alcune di queste società, in virtù del fatto che il decreto regio non facesse esplicito riferimento ad un’effettiva soppressione della vecchia rete associazionistica, sopravvissero formalmente anche fino alla fine dell’800, come nel caso della Capitanata o del Molise. Tuttavia, il loro operato si ridusse pressappoco ad una rarefatta e saltuaria azione consultiva su alcuni temi riguardanti lo sviluppo industriale e manifatturiero (De Lorenzo 1998, 49 e sgg.).</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Armando Vinciguerra, University of Foggia, Italy, <ref target="mailto:vinciguerrarmando@gmail.com">vinciguerrarmando@gmail.com</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0003-0407-7526">0000-0003-0407-7526</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Armando Vinciguerra, <hi rend="italic">«Utili scoverte, nuovi trovamenti et conoscenze necessarie»: origine ed ascendenze dell’associazionismo economico nel Mezzogiorno e l’azione della Società Economica di Capitanata,</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.13">10.36253/979-12-215-0989-2.13</ref>, in Niccolò Guasti, Cinzia Recca, Mónica Bolufer Peruga, Fernando Durán López (edited by), <hi rend="italic">Accademie e luoghi del sapere tra Italia e Spagna nel lungo Settecento. Scienze, arti, letteratura, politica e sociabilità / Academias y lugares del saber en el largo siglo XVIII entre Italia y España. Ciencias, artes, literatura, política y sociabilidad</hi>, pp. -116, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0989-2, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2">10.36253/979-12-215-0989-2</ref></p></div></div>
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