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        <title type="main" level="a">La pratica dei Lumi. I concorsi accademici nell’Italia del tardo Settecento</title>
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          <persName n="1" ref="https://orcid.org/0000-0002-4918-7510" type="ORCID">
            <forename>Pasquale</forename>
            <surname>Matarazzo</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Accademie e luoghi del sapere tra Italia e Spagna nel lungo Settecento / Academias y lugares del saber en el largo siglo XVIII entre Italia y España</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0989-2</idno>) by </resp>
          <name>Niccolò Guasti, Cinzia Recca, Mónica Bolufer Peruga, Fernando Durán López</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.16</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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      <abstract xml:lang="en">
        <p>The increase in the number of academic prize competitions in Europe in the second half of the 18th century is also reflected in the varied reality of the Italian peninsula. The essay focuses on the peculiarities of the academic fabric in Austrian Lombardy and the Republic of Venice.</p>
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            <item>Academic Prize Competitions</item>
            <item>Expertise</item>
            <item>Austrian Lombardy</item>
            <item>Republic of Venice</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.16<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.16" /></p>
<div><head>La pratica dei Lumi. I concorsi accademici nell’Italia del tardo Settecento</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Pasquale Matarazzo</p><p rend="text_top">1.<hi rend="CharOverride-1"> </hi>Anche per la variegata realtà della penisola italiana, così come riscontrato in altri contesti europei, le ricerche in corso consentono di confermare, nella seconda metà del XVIII secolo, un sensibile aumento del numero dei concorsi accademici<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_16.html#footnote-017">1</ref></hi></hi>. In un contesto dominato dalle esigenze degli stati tecnocratici, governi e amministrazioni locali preferirono appellarsi alle società scientifiche, economiche, agronomiche, per provare a superare la cronica penuria di competenze, investendo il pubblico costituito dai partecipanti alle competizioni di una vera e propria legittimità di <hi rend="italic">expertise</hi>. Pur nella presenza di manifeste differenze in termini di assetti socio-economici e istituzionali, nonché di scarti temporali, una dinamica comune rende disponibile un fertile terreno d’indagine, all’interno del quale è possibile ricostruire l’insieme dei legami instauratisi tra concorsi a premi e cultura dei Lumi, così come le loro ricadute sul piano dei dibattiti sviluppatisi nella sfera pubblica intorno a questioni economico-sociali e alle politiche riformatrici<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_16.html#footnote-016">2</ref></hi></hi>. Nelle pagine che seguono, per evidenti ragioni editoriali, si concentra l’attenzione solo su pochi centri, sulle peculiarità del tessuto accademico che vi si sviluppò e le conseguenti opzioni privilegiate nella strategia concorsuale, soffermandosi sulla Lombardia austriaca e sulla Repubblica di Venezia, terreni d’indagine rivelatisi particolarmente fecondi di risultati.</p><p rend="text_top">2. In Lombardia il governo austriaco decise di non concentrare in una sola città i poli politico-amministrativo, universitario e accademico: a Milano, Pavia e Mantova la promozione del sapere seguì un modello di decentramento senza autonomia, con una gerarchia di ruoli e funzioni su base territoriale (cfr. Farinella 2003, 79; Monti 1996, 392). L’indirizzo utilitaristico impresso da Vienna, condiviso dagli amministratori locali, si manifestava in iniziative rivolte alla soluzione di problemi concreti con un deciso orientamento di servizio e con l’attenta vigilanza delle autorità di governo. Si trattò di una soluzione forse unica in Europa, se si esclude il caso toscano, che ha fatto sottolineare i risvolti negativi indotti soprattutto per l’attività dell’Accademia di Scienze, Belle lettere e Arti di Mantova – sorta dalla fusione e incorporazione di due istituti preesistenti – in quanto il suo dislocamento in un centro urbano diverso rispetto alla capitale e alla sede universitaria, le avrebbe precluso di diventare un polo avanzato della ricerca di base, lasciando invece spazio alla ricerca applicata (in tal senso Baldini 1982, 525-30). Tuttavia, l’impulso proveniente dalle autorità politiche e la presenza di un vivace circuito illuministico le consentirono, almeno in parte, di superare l’angusto provincialismo con «un’intensa opera di promozione culturale» (Baldi 1979, 10, 72). Orientandosi in senso decisamente utilitaristico, l’accademia nel novembre 1767, con l’approvazione del suo <hi rend="italic">Codice</hi> o statuto, nasceva ufficialmente proponendosi di «abbandonare una volta gl’infecondi esercizi poetici e di sostituirvi ad esempio delle più famose Accademie d’Europa le utili filosofiche discipline» (Murari della Corte 1795, VIII). Suddivisa nelle quattro classi di filosofia, matematica, fisica sperimentale e belle lettere, essa fu dotata di cospicui finanziamenti da doversi impiegare principalmente per il conferimento di premi ai vincitori di concorsi banditi annualmente per ciascuna classe (cfr. Capra 1987, 318-19). Nel 1770 l’accademia promosse una colonia agraria, una colonia di mestieri, che premiava artigiani innovatori, e scuole di ostetricia, idraulica e idrostatica, configurandosi come una struttura stellare (Del Negro 1982, vol. II, 1047) distintasi per la gran mole e la qualità dei progetti realizzati. In poco meno di trent’anni, dal 1768 al 1795, le diverse sezioni del sodalizio avviarono oltre sessanta concorsi su molteplici argomenti con una grande apertura alla partecipazione di personalità notevoli del mondo intellettuale e scientifico italiano ed europeo. Scorrendo l’<hi rend="italic">Indice de’ problemi ed argomenti proposti dall’Accademia reale nelle varie sue classi </hi>(pubblicato in <hi rend="italic">Memorie della Reale Accademia di Scienze Belle Lettere ed Arti di Mantova</hi> 1795, CVII-CXX), risalta immediatamente l’assoluta preminenza di questioni pratico-applicative nelle sezioni di matematica e di fisica sperimentale, molto spesso riferite alla situazione del territorio mantovano. Ma anche le classi di filosofia e belle lettere propendevano per bandi rivolti a indagare argomenti che presentavano una spiccata valenza utilitaristica. </p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Certamente i concorsi più partecipati, organizzati dalla classe di filosofia, furono quelli banditi nei primi anni di attività dell’istituto, sebbene spesso si rendesse necessario riproporre il medesimo quesito a distanza di due anni. Ad inaugurare la serie fu, nel 1768 e nuovamente nel 1770, l’invito a cimentarsi sulla questione ricca di implicazioni economiche e politiche inerente al «modo più semplice di unire l’assicurazione dell’Annona colla libertà del commercio ed estrazione de’ grani» (</hi><hi rend="italic">Memorie della Reale Accademia di Scienze Belle Lettere ed Arti di Mantova</hi><hi rend="CharOverride-2"> 1795, CVII). Complessivamente giunsero dieci adesioni, rigorosamente anonime, contrassegnate da un motto che avrebbe poi portato all’identificazione dell’autore, ma nessuna ottenne il premio. I motivi di tale decisione non risultano chiari. </hi><hi rend="CharOverride-2">Può venire in aiuto il parere finale espresso, per conto del sodalizio, dal Segretario perpetuo Pellegrino Salandri</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_16.html#footnote-015">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2"> che stroncava ogni speranza dei concorrenti: nessuna dissertazione aveva soddisfatto l’obiettivo dei promotori di disporre di «un metodo il più semplice […] senza introdurre nuovi legami, professioni, oblighi, denunzie, etc., anzi abolirne di quelle che presentemente sono in vigore»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_16.html#footnote-014">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Vi era spazio anche per una considerazione a riguardo dello stile di scrittura. </hi><hi rend="CharOverride-2">Salandri non ritrovava forme e contenuti correttamente accademici, in particolare nella dissertazione siglata con il motto </hi><hi rend="italic">Il liuto e il monocordo</hi><hi rend="CharOverride-2">, inviata da un autodefinitosi «incolto Oltremontano, pratico soltanto di Locale»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_16.html#footnote-013">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2"> e considerata non meritevole di attenzione per «lo stile abietto» col quale era scritta. Molto più probabilmente, il severo giudizio scaturiva da motivazioni di altra natura, più sostanziali. Nel testo, infatti, venivano sostenute posizioni moderatamente liberoscambiste, dalle quali emergeva la preoccupazione di garantire i bisogni delle popolazioni mediante la previsione dell</hi><hi rend="CharOverride-2">’accantonamento, a favore della pubblica sussistenza, di una quota della produzione granaria, sottratta pertanto al libero mercato. Il segretario si fece così interprete della diffusa delusione maturata tra i soci e all’interno dei ranghi della grande proprietà fondiaria legata all’Accademia, per la mancata elaborazione di risposte coerenti con una prospettiva di piena liberalizzazione del commercio cerealicolo. In tal senso, del resto, si sarebbe orientato il dibattito nelle adunanze successive, dominato dalle voci che contestavano le risposte inviate in precedenza in quanto inclini a mantenere in piedi il sistema dei pubblici granai e i rigorosi controlli vigenti sulla panificazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_16.html#footnote-012">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Nel 1769 fu la volta di un quesito sul corretto rapporto auspicabile tra Mantova e il territorio circostante a riguardo della popolazione residente e del commercio che vi si praticava. Nonostante il tema indubbiamente rilevante e il fatto che esso fosse riproposto nel 1771, il concorso non ottenne un gran successo, facendo registrare l’invio</hi><hi rend="CharOverride-2"> di solo due dissertazioni nella consueta forma anonima. «Riportò la palma» (Arrivabene 1792, 6) il conte Giovanni Battista Gherardo d’Arco, socio della stessa accademia proponente e figura di notevole rilievo nel panorama culturale italiano del XVIII secolo</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_16.html#footnote-011">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Egli discuteva la letteratura politico-economica contemporanea – Melon, Montesquieu, Hume, Forbonnais, Genovesi, Süssmilch, fondatore della moderna demografia – e individuava nell’eccessiva concentrazione delle</hi><hi rend="CharOverride-2"> ricchezze la causa preminente della degenerazione delle società contemporanee. Propendeva per un’azione riformatrice volta a dare i latifondi «a livello» e a «procurare la maggior possibile ripartizione delle proprietà, o sia la moltiplicazione de’ proprietari delle terre», eliminando le ragioni di inalienabilità della proprietà fondiaria</hi><hi rend="CharOverride-2">. Ma questo auspicabile obiettivo non sarebbe stato sufficiente per garantirsi dai danni inferti dal moderno «spirito d’interesse», particolarmente ravvisabile nella diffusione del lusso, se non si fosse consentito un’energica capacità di incidere all’azione riformatrice dei pubblici poteri. A questi ultimi era demandato l’</hi><hi rend="CharOverride-2">esercizio dell’arte del buon governo, che d’Arco condensava in un’efficace metafora quale cifra più autentica del suo scritto. Il legislatore, «avveduto ordinator delle leggi», avrebbe dovuto esser capace di barcamenarsi con destrezza, come un «saggio nocchiero», tra esigenze diverse o contrapposte, allo scopo di garantire un equilibrio proficuo tra città e territorio</hi><hi rend="CharOverride-2">, esito ultimo di un’azione politica volta a ripristinare la precedente, supposta, armonia naturale (D’Arco 1782, 130, 97, 68, 114).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">La grande fortuna conosciuta dal tema del pauperismo nel mondo accademico europeo e italiano (cfr. Amidei 1980, 118-33; Caradonna 2009, 642-44)</hi><hi rend="CharOverride-2"> si arricchì di un ulteriore tassello con il concorso bandito dall’accademia mantovana nel 1780 e ripetuto due anni dopo. Agli interessati si chiedeva di «Suggerire il modo più praticabile con cui il Pubblico proveder possa a quelle persone, alle quali, benché volonterose d’impegnarsi a pro di sé e dello Stato, mancano tuttavia di mezzi opportuni» (Lorenzoni, e Navarrini 2013, 448). Delle dissertazioni complessivamente arrivate (cfr. Grassi, e Rodella 1993, 107-08), nessuna fu</hi><hi rend="CharOverride-2"> ritenuta meritevole di essere premiata. I motivi di tale scelta possono essere soltanto ipotizzati. È tuttavia certo che alcune delle memorie anonime presentate esulavano dal tema oggetto del bando. Una di esse proclamava il diritto dei poveri a ricevere soccorso e l’«obbligazione» in capo alla società di provvedervi, ma era poi costretta ad ammettere la pratica impossibilità di «ritrovare questa virtù sociale, che impegni tutti al sostegno di tutti» (Catalano 1959, 50). La più interessante è da considerare l’unica di cui si conosce l’autore. A presentarla fu Giambattista Pini «di Santa Margherita, riviera di Genova», che delineava possibili soluzioni al problema, riflettendo sulla stratificazione delle società di antico regime. </hi><hi rend="CharOverride-2">L’autore mostrava evidenti retaggi di matrice rousseauiana e intuiva il «nesso tra pauperismo e necessità di una legge agraria» (Berengo 1959, 59). L’aumento del numero degli indigenti, che aveva alterato l’equilibrata</hi><hi rend="CharOverride-2"> distribuzione degli individui tra i diversi ceti sociali, era da imputare alla progressiva concentrazione della ricchezza in fasce estremamente ristrette delle società contemporanee. Al fine di ristabilire una più equa proporzione tra le «varie classi», occorreva ampliare, per quanto possibile, «la classe de’ coltivatori e de’</hi><hi rend="CharOverride-2"> proprietari» ma, date le circostanze attuali, non rimaneva che «ridurre a coltura li terreni abbandonati e selvaggi con provvederli di novelli coloni»</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_16.html#footnote-010">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Pini, tuttavia, era consapevole del fatto che tale soluzione non eliminasse il pericolo derivante dalla possibilità per i nuovi coloni di alienare le terre loro attribuite. Ciò avrebbe determinato una nuova e più marcata concentrazione della proprietà fondiaria, svuotando di fatto il provvedimento adottato e provocando di nuovo una migrazione forzata di contadini verso le città, con la conseguenza di veder incrementato il numero dei poveri e i problemi connessi al fenomeno. L’autore, ottemperando alla richiesta formulata dagli accademici lombardi, come misura per risolvere alla radice la questione, suggeriva di stabilire per legge che le terre concesse ai nuovi proprietari-coltivatori fossero sottratte al mercato, dichiarate «inalienabili» e «indivisibili», vieta</hi><hi rend="CharOverride-2">ndo agli stessi di poter acquisire ulteriori porzioni oltre quella che «dal publico gli è stata assegnata». Pini rivolgeva la sua attenzione anche ad altri settori, diversi dall’economia rurale. Sosteneva l’adozione di stringenti misure protezionistiche volte a favorire le manifatture nazionali e a disincentivare le importazioni, in un quadro di politiche di contenimento del debito pubblico. Solo una prospettiva rigidamente mercantilistica avrebbe consentito di aumentare il tasso di occupazione e, conseguentemente, di ridurre il numero degli «oziosi». Come si vede si tratta di proposte</hi><hi rend="CharOverride-2"> che andavano ben al di là di soluzioni meramente tecnico-operative e che, pertanto, si scontravano con sensibilità e idee dominanti in seno all’accademia mantovana, certamente non collimanti con le posizioni di un autore che nel periodo rivoluzionario, con l’avvento della repubblica a Genova, si sarebbe schierato in favore del «Governo Democratico» (Pini 1798?).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Negli anni successivi i concorsi banditi dalla classe di filosofia registrarono un numero di partecipanti inferiore a quanto verificatosi in precedenza</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_16.html#footnote-009">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Peculiarità in parte diverse mostrarono i premi banditi dalle altre sezioni dell’istituto, comunque accomunati dalla coerenza dei temi assegnati con l</hi><hi rend="CharOverride-2">’orientamento utilitaristico del governo asburgico. Questo emerge chiaramente dai concorsi della classe di fisica sperimentale e, soprattutto, dalla costante attenzione al moto delle acque in riferimento ai problemi del territorio mantovano, rinvenibile nella gran parte dei quesiti proposti dalla classe di matematica tra il 1768 e il 1794. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">L’accademia ritenne utile confrontarsi n</hi><hi rend="CharOverride-2">el 1772 con il drammatico problema dell’elevata mortalità infantile che incideva pesantemente anche nel territorio circostante</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_16.html#footnote-008">10</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Al concorso indetto per scovare «le cause principali per cui una gran parte d’uomini muore nell’</hi><hi rend="CharOverride-2">infanzia e quali rimedj più semplici ed efficaci per conservar loro la vita» risposero quattro concorrenti (Grassi, e Rodella 1993, 85). A essere premiato fu il ginevrino Jacques Ballexserd, già noto alla comunità scientifica internazionale</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_16.html#footnote-007">11</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">, sostenitore di una suddivisione delle cause di morte prematura in base all’appartenenza cetuale dei neonati: </hi><hi rend="CharOverride-2">i figli dei nobili erano di salute estremamente cagionevole a causa dei vizi dei padri, mentre quelli dei ceti meno abbienti scontavano malnutrizione e condizioni ambientali malsane. L’autore propugnava l’adozione di una serie di rimedi che andavano dall’incentivazione dei matrimoni per amore e non per convenienza, all’allestimento di un rinnovato modello di educazione fisica, senza tralasciare di sollecitare un più prolungato allattamento materno, un</hi><hi rend="CharOverride-2">’accurata scelta delle nutrici, una più adeguata alimentazione e una maggiore cura dell’igiene ambientale. Ballexserd si rivolgeva direttamente ai governanti, ricordando loro il dovere di perseguire la felicità dei sudditi, in quanto solo in un contesto dal quale fossero state bandite l’oppressione e la violenza sarebbe stato possibile innescare processi in grado di consentire un sostanziale incremento della popolazione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_16.html#footnote-006">12</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">In una prospettiva utilitaristica si pose anche il concorso indetto dalla classe di belle lettere nel 1772 e ripetuto nel 1774, avente come oggetto la dimostrazione della rilevanza avuta dalla musica nell’antica Grecia e l’opportunità di introdurne lo studio «nel piano della moderna educazione» (cfr. Lorenzoni, e Navarrini 2013, 452; Grassi, e Rodella 1993, 58-9). Il premio fu assegnato</hi><hi rend="CharOverride-2"> alla dissertazione di Francesco Maria Colle – gesuita di origini bellunesi, studioso di letteratura, filosofia, matematica e idraulica, socio dal 1775 della stessa accademia mantovana (cfr. Preto 1982) – nella quale si sottolineava il valore educativo della musica che, divertendo, istruiva e formava alla disciplina</hi><hi rend="CharOverride-2">. Colle si confrontava con Rousseau su uno snodo centrale del dibattito sull’utilità dell’educazione, in particolare di quella musicale. Pur consentendo che il talento artistico fosse da considerarsi un dono della natura, precisava «che la sublimità della stirpe, e dell’educazione di molto vi confluisca». Tuttavia, essendo la musica per sua natura utile ai singoli e alla società, allo scopo di sfruttarne pienamente il potenziale etico e culturale, il suo insegnamento doveva estendersi in ogni ordine sociale, valorizzando eventuali talenti naturali e, conseguentemente, attenuando </hi><hi rend="CharOverride-2">i perduranti e vincolanti steccati cetuali (Colle 1775, 122-23, 131-32, ma cfr. Besutti 2018, 37-48; 2021, 261-95).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Anche la Società Patriottica di Milano avviò una significativa attività concorsuale. Istituzione pensata, già nel 1765, come accademia agraria, vide la luce solo nel 1778 e operò fino al 1796, proponendo oltre trenta quesiti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_16.html#footnote-005">13</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Dotat</hi><hi rend="CharOverride-2">a di fondi e sottoposta a rigidi controlli, era stata promossa dal governo austriaco per un rinnovamento basato sul coinvolgimento dei proprietari terrieri e ispirato al </hi><hi rend="italic">gentleman farmer</hi><hi rend="CharOverride-2"> di matrice inglese. Tale impronta pubblica si rese manifesta nei concorsi che rispondevano a una precisa agenda dettata dalle autorità governative. </hi><hi rend="CharOverride-2">Essa privilegiò nettamente tematiche economico-sociali, come nel caso dei concorsi dedicati alle tecniche di produzione del formaggio lodigiano e all’eziologia e alle terapie della pellagra (Romani 1957, 271-72). Ma non mancarono competizioni che investivano aspetti politico-culturali. Fu il caso di un bando, che incrociava il delicato problema della riforma dell’</hi><hi rend="CharOverride-2">istruzione. Nella seduta del 6 ottobre 1785 il padre Francesco Soave (sul quale si veda Micheli 2018) metteva a conoscenza i soci della volontà del conte Carlo Bettoni di Salò di offrire cento zecchini a chi avesse presentato venticinque novelle morali adatte ai ragazzi dagli otto ai quattordici anni e altri cento zecchini per lo stesso numero di novelle destinate ai giovani. Il mecenate provvedeva a delimitare con cura il perimetro contenutistico dei testi da presentare. Le novelle dovevano essere tratte da fatti realmente accaduti «o dal verosimile […] scritte con purgato stile, ma senza affettazione» e, soprattutto, essere in grado di «eccitar vivamente i giovani all’</hi><hi rend="CharOverride-2">amore e alla pratica delle virtù sociali, e all’abborrimento de’ vizj». Non essendo giunte risposte, si decise di prorogare la durata del concorso che, negli anni successivi, sarebbe andato</hi><hi rend="CharOverride-2"> incontro a reiterate riproposizioni, culminate nel 1791 con la premiazione della raccolta presentata dal dottor Annibale Parea e, nel 1795, con la pubblicazione di una nuova silloge contenente</hi><hi rend="CharOverride-2"> altre dieci novelle. Dodici copie di quest’ultima furono rapidamente rimesse al Regio Magistrato Camerale. Ancora una volta il potere politico mostrava di vigilare attentamente sullo svolgimento delle pratiche concorsuali ma anche </hi><hi rend="CharOverride-2">sui contenuti dei testi presentati in un settore come quello dell’educazione della gioventù particolarmente sensibile, meritevole ora più di prima, tenendo conto di quanto stava avvenendo nella Francia rivoluzionaria, di un occhiuto controllo e di iniziative efficaci volte a orientare l’opinione pubblica. Il concorso si concluse</hi><hi rend="CharOverride-2"> definitivamente nel 1796, anno in cui furono presentate ulteriori ventuno novelle, nessuna delle quali ritenuta degna di essere premiata. Tuttavia, fu deciso di pubblicare un volume di favole di cui era autore Gaetano Perego, al quale venne assegnata una medaglia d’oro di ventiquattro zecchini, premio vincolato alla consegna di cinquanta copie del libro stampato</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_16.html#footnote-004">14</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">.</hi></p><p rend="text_top">3. Nonostante il contesto politico-istituzionale della Repubblica di Venezia si presentasse ben diverso rispetto alla Lombardia austriaca, non dissimili dalle vicende mantovane risultano quelle che nel 1779 portarono alla fondazione dell’Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Padova. In un’esplicita dimensione statale, di coordinamento e promozione dell’attività di ricerca scientifica, l’istituto era posto sotto la supervisione dei Riformatori dello Studio di Padova, che gestivano la politica culturale marciana<hi rend="notes_number CharOverride-4"><hi><ref target="xml_16.html#footnote-003">15</ref></hi></hi>. Si trattava di un’iniziativa qualificante del disegno politico e culturale sostenuto da un nuovo gruppo di potere affermatosi a metà degli anni Sessanta a Venezia sotto la guida del senatore Andrea Tron, orientato a realizzare un programma di riforme che, facendo leva sulla ripresa della politica giurisdizionalista, avrebbe varato provvedimenti per il potenziamento dell’industria e del commercio e il rinnovamento delle istituzioni educative (in tal senso Del Negro 1996, 455-56). Innovativo si rivelò anche il tentativo di istituire la figura del docente-accademico che coinvolgeva solo i professori primari e tagliava fuori i docenti locali. Gli statuti del sodalizio ribaltavano l’antica logica dei privilegi universitari e imponevano ai titolari delle cattedre scientifiche di porsi al servizio delle esigenze di ricerca dell’accademia. In tale prospettiva va quindi letta anche la funzione di <hi rend="italic">expertise</hi> che impegnava collettivamente i soci con l’affidamento alle diverse classi accademiche, dal 1779 alla caduta della repubblica, di almeno sedici «commissioni pubbliche» da parte delle magistrature di governo in diverse materie: dall’agricoltura all’idraulica, dalle comunicazioni al commercio, dalla produzione di salnitro a fini bellici alla costruzione di forni economici (l’elenco degli affidamenti è in <hi rend="italic">Saggi scientifici e letterari dell’Accademia di Padova</hi> 1789, XLIII-L; 1794, vol. III, parte II, XL-XLIV).</p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Tuttavia, il coinvolgimento richiesto non fu esente da limitazioni, mancando un programma di organico inserimento nelle strutture burocratiche della Serenissima. Allo stesso tempo</hi><hi rend="CharOverride-2">, al suo interno emergevano contrasti sul piano della collocazione culturale, come è possibile rilevare confrontando l’</hi><hi rend="italic">Introduzione storica</hi><hi rend="CharOverride-2"> di Matteo Franzoja con una memoria del docente patavino Clemente Sibiliato. Per il primo, segretario della classe scientifica, indissolubile risultava il legame illuministico tra avanzamento delle conoscenze e progredire della «coltura e felicità degli Stati» (Franzoja 1786, I; cfr. Farinella 2003, 67-8); la</hi><hi rend="italic"> Memoria del signor abbate Clemente Sibiliato sopra lo spirito filosofico nelle belle lettere</hi><hi rend="CharOverride-2"> esprimeva invece una spiccata ritrosia a confrontarsi con il mondo dei lumi, denunciando i pericoli insiti nella diffusione dello «spirito filosofico» e collocandosi a difesa della tradizione e degli equilibri sociali preesistenti</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_16.html#footnote-002">16</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Se il primo concorso dell’accademia patavina si ricollegava a queste preoccupazioni, richiedendo nel 1781 di «Trovare i mezzi più alti ed accendere e conservare la passione del bene degli uomini nell’animo di quei giovani che dovranno un giorno esser potenti per autorità e per opulenza» (</hi><hi rend="italic">Saggi scientifici e letterari dell’Accademia di Padova</hi><hi rend="CharOverride-2"> 1789, XXXVIII), indicativo delle discussioni in materia di politica economica in corso, può considerarsi il quesito lanciato nel 1786, incentrato sull’evidente contraddizione derivante dalla tendenza in atto in favore dell’incremento dei traffici e le misure adottate da molti governi tese a ostacolare l’importazione di manufatti. Si trattava, cioè</hi><hi rend="CharOverride-2">, di interrogarsi sulla centrale questione della scelta tra libero commercio e politiche mercantilistiche, già al centro, negli anni precedenti, del dibattito europeo e di molteplici iniziative dell’accademismo continentale. A Padova il tema non sortì l</hi><hi rend="CharOverride-2">’interesse sperato dagli accademici e dall’anonimo benefattore che aveva offerto un consistente premio di sessanta zecchini: nonostante lo stesso fosse successivamente raddoppiato e i termini di consegna prorogati alla fine del 1790, non arrivò alcuna risposta degna di essere presa in considerazione</hi><hi rend="CharOverride-2"> (</hi><hi rend="italic">Saggi scientifici e letterari dell’Accademia di Padova</hi><hi rend="CharOverride-2"> 1789, XLI-XLII ma cfr. Venturi 1990, 232-33).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">A partire dagli anni Sessanta del secolo, nei territori della Repubblica venne articolandosi un fitto reticolo accademico agrario che, inserendosi nei complessi rapporti tra la capitale e le periferie, si fece promotore di un notevole numero di bandi al fine di favorire lo sviluppo dell’agricoltura. In questo attivismo è possibile cogliere il delinearsi di due prospettive non convergenti. Da un lato si sviluppò </hi><hi rend="CharOverride-2">un modello associativo ‘signorile’, come nel caso della Società d’agricoltura pratica di Udine promossa da Antonio Zanon (cfr. Morassi 1980), che rivendicava autonomia dallo Stato, grazie alla capacità di autofinanziarsi; dall’altro, un accademismo ‘democratico’</hi><hi rend="CharOverride-2"> come a Vicenza, dove, anche per la determinante presenza della massoneria, qualsiasi distinzione cetuale rimaneva esclusa o, comunque, non condizionava ineludibilmente le pratiche della sociabilità locale. Al di là delle differenziazioni, il governo della Serenissima si servì dell’associazionismo agrario come fattore di consenso politico</hi><hi rend="CharOverride-2">, per favorire un processo di modernizzazione sociale ed economica che non oltrepassasse i rassicuranti confini della società di ordini (Del Negro 1996, 472-73; 482; 488). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">La rete accademica georgica, nonostante difficoltà, interruzioni e ritardi, non dipendenti esclusivamente dalla ridotta quota di finanziamento elargita dal governo, dispiegò una consistente iniziativa rivolta a diffondere la pratica dei concorsi quale efficace strumento per incentivare l’interesse verso problematiche agronomiche e, più in generale ma non senza contrasti, per le condizioni sociali della variegata realtà veneta. Tuttavia, l’adozione di tale prassi, che avrebbe dovuto costituire un privilegiato «canale attraverso il quale veicolare un senso di rinnovata apertura delle nuove istituzioni verso la società»,</hi><hi rend="CharOverride-2"> non risultò in grado di rispondere adeguatamente alle attese (Simonetto 2001, 410-11). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Una sistematica valutazione dei dati disponibili porta a ritenere che vi furono casi, segnatamente a Vicenza, Conegliano e in parte a Udine, in cui le istituzioni locali si mostrarono molto attive, pur registrando diverse tornate una scarsa o, addirittura, nessuna partecipazione. </hi><hi rend="CharOverride-2">Spesso gli stessi quesiti furono reiterati e si accesero diatribe intorno all’opportunità di coronare questa o quella dissertazione, né mancarono episodi nei quali non fu possibile premiare alcuna delle risposte pervenute. In linea di massima restarono fuori dai temi prescelti problematiche che lambivano aspetti di natura politica e alcuni quesiti furono imposti direttamente dalle autorità della Repubblica, come nel caso del premio ‘nazionale’ sulla dottrina agraria del 1784</hi><hi rend="CharOverride-2"> (cfr. Chiosi, e Matarazzo 2026, 216-17). L’attività concorsuale delle accademie di Udine, Brescia, Vicenza, Rovigo, Treviso, Conegliano, Verona, Spalato meriterebbe un’approfondita disamina che</hi><hi rend="CharOverride-2">, per ovvie ragioni, in questa sede può essere solo accennata, limitandosi ad alcune esperienze, emblematiche di un vasto e articolato movimento. L’Accademia di agricoltura di Vicenza – formalmente istituita il 9 gennaio 1769 (cfr. Bellesia 1990, 367-77; Balbitu 2012, 46-52) e dotatasi di uno</hi><hi rend="CharOverride-2"> statuto o «Capitolare» che prescriveva di organizzare ogni anno un concorso su problemi inerenti all’agricoltura locale e regolamentava le fasi successive dello scrutinio e della premiazione dei concorrenti in una seduta pubblica (BCB, </hi><hi rend="CharOverride-5">Archivio Accademia di Agricoltura</hi><hi rend="CharOverride-2">, busta 1, vc. 5</hi><hi rend="italic">r</hi><hi rend="CharOverride-2">-10</hi><hi rend="italic">v</hi><hi rend="CharOverride-2">) </hi><hi rend="CharOverride-2">– avviò una nutrita serie di concorsi su tematiche rilevanti che esulavano dagli aspetti meramente tecnici connessi alle pratiche agrarie, come nel 1776, quando l’attenzione cadde sul</hi><hi rend="CharOverride-2">la cruciale questione delle precarie condizioni dei lavoratori salariati nelle campagne</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_16.html#footnote-001">17</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Che si trattasse di una problematica di notevole interesse è confermato dalla decisione dell’Accademia degli Aspiranti e Agraria di Conegliano di bandire, pochi anni dopo, un premio a riguardo. </hi><hi rend="CharOverride-2">Nel 1789, infatti, essa richiedeva di «dimostrare le cause, gli effetti ed i rimedi della presente povertà quasi universale de’ contadini». Il deludente esito dell’iniziativa non deve indurre a sottovalutare l’attivismo del sodalizio coneglianese che, animato in particolare da esponenti del basso clero cittadino, dimostrò di privilegiare lo strumento dei concorsi</hi><hi rend="CharOverride-2"> per stimolare riflessioni su temi che andavano ben oltre gli aspetti tecnici e agronomici</hi><hi rend="notes_number CharOverride-3"><hi><ref target="xml_16.html#footnote-000">18</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-2">. Così, tra il 1787 e il 1788, esso si rese promotore di un </hi><hi rend="CharOverride-2">premio sull’«instituzione agraria della gioventù» che intendeva mettere a fuoco un aspetto specifico, inerente al peso da attribuire all’istruzione agraria nelle prime fasi della formazione scolastica. A presentare proposte sul metodo più «facile e più sicuro» per l’apprendimento dei rudimenti agronomici, da parte dei figli sia dei proprietari</hi><hi rend="CharOverride-2"> che dei lavoratori delle campagne, furono soltanto cinque concorrenti. Dopo un </hi><hi rend="italic">iter</hi><hi rend="CharOverride-2"> alquanto travagliato, si giunse alla decisione di conferire il premio a Pietro Caronelli e concedere a Francesco Molena l’</hi><hi rend="italic">accessit</hi><hi rend="CharOverride-2"> alla pubblicazione. </hi><hi rend="CharOverride-2">L’analisi dei contenuti dei testi premiati e di quelli rimasti anonimi e manoscritti consente di far emergere elementi molto interessanti, su alcuni dei quali conviene brevemente fermarsi. Caronelli, socio della stessa accademia, avvocato di Conegliano, interessato alla filosofia, alla letteratura e alla storia – già noto al pubblico colto per un opuscolo su Hobbes, di matrice cristiana e con suggestioni rousseauiane, e un’opera che indagava le ragioni politiche e sociali dell’arretratezza dell</hi><hi rend="CharOverride-2">’agricoltura – insisteva sulla necessità di far precedere all’istruzione agraria un percorso di educazione culturale e spirituale. In tal modo egli si sganciava dall’ambito specialistico, proiettandosi in un programma di generale riforma dell’istruzione che non poteva non contemplare anche dirimenti risvolti politici (Caronelli 1789; Preto 1977; Simonetto 2001, 129-34,</hi><hi rend="CharOverride-2"> 374-77). Molena – esponente di spicco del basso clero cittadino di orientamento giurisdizionalista e giansenista – dal canto suo si distingueva per una formazione eclettica e apparentemente contraddittoria, spaziando da Locke, a Condillac, a Malebranche, che lo avrebbe condotto,</hi><hi rend="CharOverride-2"> durante il triennio rivoluzionario, a presiedere il Comitato civico di Conegliano. Nel suo scritto negava ai figli degli operai agricoli la possibilità di accedere all’istruzione agraria impartita dai parroci, la quale doveva rimanere limitata ai rampolli dei possidenti e dei contadini già alfabetizzati. Si trattava, allora, di predisporre</hi><hi rend="CharOverride-2">, esclusivamente per i giovani appartenenti a tali ceti sociali, un progetto di istruzione agraria imperniato sull’adozione di un manuale di agricoltura e sull’impegno dei maestri pubblici. Questi ultimi, già operanti in molti </hi><hi rend="CharOverride-2">centri della Repubblica, dovevano essere trasformati in «maestri d’agricoltura», grazie al diretto intervento del governo e delle amministrazioni locali che avevano «tutto il diritto di vegliare su tutte le scuole si private che pubbliche» (Molena 1789; cfr. Simonetto 2001, 138-40; 379-81).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-2">Nell’ultimo decennio del secolo, nonostante l’impegno profuso in diverse realtà – come dimostra il caso di Treviso dove, dopo una lunga interruzione durata dai primi anni Settanta, tra il 1790 e il 1794 furono indette almeno sette competizioni su argomenti di agricoltura pratica (cfr. Simonetto 2001, 276-77) – nel reticolo dell’associazionismo georgico della Terraferma, </hi><hi rend="CharOverride-2">la pratica dei concorsi dovette fare i conti con l’aumento dei dubbi e l’affievolirsi degli entusiasmi sull’effettiva capacità delle società di agricoltura di innescare solidi progressi nell’economia dei territori di riferimento. Della percezione del mutamento in corso,</hi><hi rend="CharOverride-2"> un’evidente dimostrazione può rintracciarsi nella proposta, avanzata in seno all’accademia di Conegliano nel 1790, di un quesito, da discutersi al proprio interno, sul mancato nesso tra ampliamento delle «agrarie cognizioni» e consistenza di «reali vantaggi» per l’</hi><hi rend="CharOverride-2">economia agricola locale. Si richiedeva di impegnarsi per individuare le «cagioni morali o fisiche di un tal male ed il mezzo di toglierlo» (Balletti 1892, 380; cfr. Simonetto 2009, 459). L’iniziativa,</hi><hi rend="CharOverride-2"> per il problema prescelto, appare emblematica dell’esaurirsi della fiducia riposta nella funzione catalizzatrice attribuita alla diffusione delle conoscenze agronomiche, all’interno di un quadro socio-economico ancora largamente dominato dai tradizionali assetti proprietari e dai connessi rapporti di produzione. Più in generale, essa è testimonianza ulteriore </hi><hi rend="CharOverride-2">del volgere a termine di una stagione culturale e politica che, di lì a qualche anno, il trattato di Campoformio avrebbe spazzato via. </hi></p><div><head>Fonti manoscritte</head><p rend="bib_indx_bib">BCB: busta 1, Archivio Accademia di Agricoltura,<hi rend="italic"> Sumario degli Atti dell’Accademia di agricoltura</hi>, 13 gennaio 1769. <hi rend="italic">Scrittura divisa in 29 Capitoli</hi>, cc. 5<hi rend="italic">r</hi>-10<hi rend="italic">v</hi>. 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La Reale Accademia di Scienze e Belle lettere 250° anniversario della fondazione</hi>, a cura di Roberto Navarrini, 201-11. Mantova: Accademia nazionale virgiliana di scienze, lettere ed arti.</p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-6"><ref target="xml_16.html#footnote-017-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-7">	</hi><hi rend="CharOverride-7">Per il caso francese cfr. (Roche 1978; Caradonna 2009; Caradonna 2012).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-6"><ref target="xml_16.html#footnote-016-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-7">	</hi><hi rend="CharOverride-7">I primi risultati della ricerca in corso sono confluiti in Chiosi, Matarazzo 2026.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-6"><ref target="xml_16.html#footnote-015-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-7">	</hi><hi rend="CharOverride-7">Sul letterato, originario di Reggio Emilia e considerato da Foscolo uno dei migliori sonettisti settecenteschi, cfr. (Formica 2008, 355).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-6"><ref target="xml_16.html#footnote-014-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-7">	</hi><hi rend="italic">Il giudizio dell’Accademia esteso dal Segretario Perpetuo Pellegrino Salandri</hi><hi rend="CharOverride-7"> [1770], (Camerlenghi 2020, 67-8).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-6"><ref target="xml_16.html#footnote-013-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-7">	</hi><hi rend="italic">Il Liuto, ed il Monocordo </hi><hi rend="CharOverride-7">(</hi><hi rend="italic">Regolamento per conciliare l’Annona colla libera Estrazione dei Grani</hi><hi rend="CharOverride-7">-1768), (Camerlenghi 2020, 53-65). </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-6"><ref target="xml_16.html#footnote-012-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-7">	</hi><hi rend="CharOverride-7">Come si evince dalla memoria Sopra l’estrazione delle biade (1769), redatta da L. Gallafassi e L. Casali (cfr. Camerlenghi 2020, 41–51).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-6"><ref target="xml_16.html#footnote-011-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-7">	</hi><hi rend="CharOverride-7">Sull’aristocratico di origini tirolesi si veda</hi><hi rend="CharOverride-7">, Vivanti 1961. Per il rilievo avuto nella cultura mantovana dagli anni Settanta e l’eco suscitata dai suoi scritti cfr. (Venturi 1987, 640-69; Bernardini 1996, 59-80)</hi><hi rend="CharOverride-7">. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-6"><ref target="xml_16.html#footnote-010-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-7">	</hi><hi rend="italic">Memoria di Giambatta Pini di Santa Margherita</hi><hi rend="CharOverride-7">, (Catalano 1959, 61-80). In seguito, Pini avrebbe partecipato, risultando vincitore,</hi><hi rend="CharOverride-7"> a due concorsi banditi dalla Società Patria delle arti e manifatture istituita, nel 1786, a Genova: nel 1789, su quale fosse la «manifattura nazionale» da preferire e incoraggiare, e nel 1791 per rispondere alla richiesta di articolare un dettagliato progetto per erigere «una fabbrica di lanificio» (Farinella</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-7">2005, 143-44</hi><hi rend="CharOverride-7">).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_16.html#footnote-009-backlink">9</ref></hi>	Come si desume dalla consultazione di Grassi, e Rodella 1993.</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><ref target="xml_16.html#footnote-008-backlink">10</ref></hi>	Nel 1769 a Mantova su 700 neonati ne morirono 419, quasi il 60% (Zanca 2020, 205).</p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-6"><ref target="xml_16.html#footnote-007-backlink">11</ref></hi><hi rend="CharOverride-7">	</hi><hi rend="CharOverride-7">Grazie alla </hi><hi rend="italic">Dissertation sur l’éducation physique des enfans, depuis leur naissance jusqu’à l’âge de puberté </hi><hi rend="CharOverride-7">(Paris, 1762), premiata il 21 maggio 1762 dalla Società Olandese delle Scienze e riedita a Napoli nel 1763.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-6"><ref target="xml_16.html#footnote-006-backlink">12</ref></hi><hi rend="CharOverride-7">	</hi><hi rend="CharOverride-7">Ballexserd 1773. «Testo vigoroso e importante» lo definisce Venturi (1987, 647), destinato a una certa fortuna editoriale, (Zanca 2020, 205-06).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-6"><ref target="xml_16.html#footnote-005-backlink">13</ref></hi><hi rend="CharOverride-7">	</hi><hi rend="CharOverride-7">L’elenco dei concorsi, secondo l’ordine cronologico, è riportato in Romani 1957, 271-74. Indispensabile resta (Pecchiai 1917, 25-152); </hi><hi rend="CharOverride-7">cfr. anche (Arato 1996, 139-48).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-6"><ref target="xml_16.html#footnote-004-backlink">14</ref></hi><hi rend="CharOverride-7">	</hi><hi rend="CharOverride-7">Per le sedute della Società del 19 gennaio e del 23 febbraio 1796, cfr. Pecchiai 1917, 128-29. Si veda, inoltre, Perego 2002. </hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-6"><ref target="xml_16.html#footnote-003-backlink">15</ref></hi><hi rend="CharOverride-7">	</hi><hi rend="CharOverride-7">Sull’istituto padovano fondamentali risultano i contributi di Paolo Del Negro a partire da (Del Negro 1986).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-6"><ref target="xml_16.html#footnote-002-backlink">16</ref></hi><hi rend="CharOverride-7">	</hi><hi rend="italic">Saggi scientifici e letterari dell’Accademia di Padova</hi><hi rend="CharOverride-7"> (1786, 456-509), ma cfr. Venturi 1990, 226-29. Per un puntuale profilo di Sibiliato si veda Galtarossa 2018.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-6"><ref target="xml_16.html#footnote-001-backlink">17</ref></hi><hi rend="CharOverride-7">	</hi><hi rend="CharOverride-7">Il testo del quesito, reso noto il 17 maggio 1776, fu pubblicato dal </hi><hi rend="italic">Giornale d’Italia</hi><hi rend="CharOverride-7"> 1776, 389.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-6"><ref target="xml_16.html#footnote-000-backlink">18</ref></hi><hi rend="CharOverride-7">	</hi><hi rend="CharOverride-7">Per una panoramica dei concorsi di Conegliano cfr. Simonetto 2001, 239-44.</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Pasquale Matarazzo, University of Naples Federico II, Italy, <ref target="mailto:pasquale.matarazzo@unina.it">pasquale.matarazzo@unina.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-4918-7510">0000-0002-4918-7510</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Pasquale Matarazzo, <hi rend="italic">La pratica dei Lumi. I concorsi accademici nell’Italia del tardo Settecento,</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.16">10.36253/979-12-215-0989-2.16</ref>, in Niccolò Guasti, Cinzia Recca, Mónica Bolufer Peruga, Fernando Durán López (edited by), <hi rend="italic">Accademie e luoghi del sapere tra Italia e Spagna nel lungo Settecento. Scienze, arti, letteratura, politica e sociabilità / Academias y lugares del saber en el largo siglo XVIII entre Italia y España. Ciencias, artes, literatura, política y sociabilidad</hi>, pp. -160, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0989-2, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2">10.36253/979-12-215-0989-2</ref></p></div></div>
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