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        <title type="main" level="a">Le ‘occasioni’ del sapere: l’Accademia Palatina del duca di Medinacoeli</title>
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            <forename>Rosella</forename>
            <surname>Folino Gallo</surname>
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          <resp>This is a section of <title>Accademie e luoghi del sapere tra Italia e Spagna nel lungo Settecento / Academias y lugares del saber en el largo siglo XVIII entre Italia y España</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0989-2</idno>) by </resp>
          <name>Niccolò Guasti, Cinzia Recca, Mónica Bolufer Peruga, Fernando Durán López</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.25</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>After the plague of 1656, in Naples it is a flourish of studies of strong secular pronouncement contextualized in literary salonsand private academies; the Palatine Academy was founded by the Spanish viceroy Medinacoeli, which promotes circulation  of knowledge in contemporary cultural élite.</p>
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            <item>Naples</item>
            <item>Palatine Academy</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.25<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.25" /></p>
<div><head>Le ‘occasioni’ del sapere: l’Accademia Palatina del duca di Medinacoeli</head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Rosella Folino Gallo</p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Luis Francisco de la Cerda y Aragón, IX </hi><hi rend="CharOverride-1">duca di Medinacoeli, già ambasciatore di Spagna a Roma, divenne viceré del Regno di Napoli nel 1696. Nel contesto storico-culturale della Napoli spagnola di rilievo fu il suo arrivo, in quanto uomo dalla forte personalità sia sotto il profilo politico sia sotto il profilo intellettuale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Nella corte vicereale partenopea vigeva un sistema di potere che è plausibile definire decentrato più che periferico in quanto, pur essendo lontano dalla Corte madrilena, era riflesso della medesima nella trasposizione nel concreto e nel circostante del suo </hi><hi rend="italic">modus operandi</hi><hi rend="CharOverride-1">, che investiva e si riverberava sulla vita del viceregno napoletano, compreso nel contesto geopolitico della Spagna (Galasso 1972; 1994; Musi 1994; Sánchez 1997).</hi><hi rend="CharOverride-1"> La corte madrilena era centro di potere, punto di aggregazione e diffusione di valori ideologici e sociali; uniformata a quel modello, la corte vicereale partenopea si configurava in modo analogo come un sistema policentrico. Nel territorio posto sotto la sua giurisdizione il viceré assolveva le funzioni di </hi><hi rend="italic">alter ego</hi><hi rend="CharOverride-1"> del re; e questo lo poneva in una posizione privilegiata, al di sopra di tutti gli altri agenti della corona</hi><hi rend="CharOverride-1"> (Coniglio 1967; Sánchez 2009; Palos Penarroya 2010; Rivero Rodríguez 2011; Novi Chavarria 2014). Fastose cerimonie – nascite, matrimoni, morti, successioni al trono della famiglia reale –</hi><hi rend="CharOverride-1"> venivano celebrate in varie occorrenze ufficiali (Antonelli 2012; Antonelli, Chiantore, e Mazzola 2023). Spettacoli grandiosi con imponenti scenografie, aspetti di un evergetismo che colpiva l’immaginifico popolare e mirava a conseguire il consenso verso un re lontano e un viceré vicino, venivano allestiti a Napoli nel Largo di Palazzo. Balli, feste e festini, cerimonie regolate da un rigido cerimoniale di corte, erano appannaggio dell’aristocrazia e si svolgevano a Palazzo Reale, sede del viceré. Spettacoli teatrali con intento celebrativo, non disgiunto però dal gusto per il teatro e per l’arte scenica, venivano dati al Teatrino di Palazzo e al teatro S. Bartolomeo. Tutti questi aspetti erano curatissimi dal viceré Medinacoel</hi><hi rend="CharOverride-1">i, protettore e demiurgo di spettacoli (Domínguez Rodríguez 2013; Ortiz-Ibas, e Fernàndez-Santos 2016), e in questo maestro indiscusso. Oltre ad essere un abile regista nel disporre l’apparenza visiva del potere, per inculcarlo bene nelle menti tramite piacevoli forme, colto e deciso nel suo operare</hi><hi rend="CharOverride-1">, il Medinacoeli era dotato di notevoli capacità politiche. L’intreccio tra vita civile e cultura a Napoli nell’ultimo scorcio del secolo si presentava effervescente, costellato dall’opera di brillanti studiosi; e già nell’ampio e innovativo movimento culturale, dopo la peste del 1656, a Napoli era stato un fiorire di studi di forte pronunciamento laico, segnato dalla presenza di salotti letterari e accademie private (Mastellone 1965; De Giovanni 1970, 403-534</hi><hi rend="CharOverride-1">). All’interno di questo contesto, si potrebbe dire ‘appoggiato’ ad esso, si addensa il notevole movimento culturale dell’Accademia Palatina del duca di Medinacoeli. Rivestendo un ruolo di gran rilievo nella società partenopea, l’Accademia si configurava quale valida occasione per puntualizzare e favorire la circolazione di saperi della vita culturale del tempo, importante punto di aggregazione incisivo e fattivo: incisivo perché raccoglieva gran parte dei migliori letterati e scienziati del mondo culturale napoletano, fornendo agli stessi un mezzo di sociabilità e di autopromozione niente affatto trascurabile; fattivo per la copiosa produzione dei suoi componenti, le </hi><hi rend="italic">Memorie</hi><hi rend="CharOverride-1"> – ben 127 prodotte da circa 30 accademici (Suppa 1971, 213-19</hi><hi rend="CharOverride-1">) – a testimonianza di un impegno e di un’attività scientifica che non avrebbe avuto riscontro di pari intensità nelle altre accademie napoletane. Era un dotto sinedrio a più voci, con pronunciati interessi filosofici, letterari, storici, nel quale si dirigeva e si coagulava il consenso (soprattutto ad uscirne rafforzata era </hi><hi rend="CharOverride-1">la figura del principe, colta nella sua evoluzione), e dove forte era la connotazione politica espressa nel sostegno al centralismo e disegnata nella ferma opposizione alle tendenze centrifughe della fronda dell’alta feudalità. La connotazione politica si esprimeva anche nell’altra sua forma, non certo meno importante, presente e fattiva di ascesa del ceto intellettuale</hi><hi rend="CharOverride-1">. Questo, forte delle sue capacità intellettive e della creazione di utili addentellati politici che ne favorissero l’ascesa, si sentiva – ed era – supportato dall’evolversi della situazione. In un tale contesto si configura la nascita dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’Accademia Palatina, istituita dal viceré duca di Medinacoeli. Nel suo ambizioso disegno – nel permeare la politica di cultura e viceversa la cultura di politica </hi><hi rend="CharOverride-1">– i due elementi frammisti sarebbero sfociati in concrete scelte mirate a un efficace contrasto a una feudalità pronta a enfatizzare forze disgreganti, ed evitare in tal modo di lesionare la compattezza del viceregno. Già in passato il governo dei Viceré a Napoli aveva attenzionato quelle pericolose tendenze centrifughe foriere di sommovimenti politici di non poco conto.</hi></p><p rend="text_top">1. Importante snodo tra politica e cultura nell’ultimo scorcio di secolo, in un periodo politico importante del Viceregno spagnolo a Napoli – presto si sarebbero avvicendati gli Austriaci nel 1707, prima ancora la congiura di Macchia nel 1701 – l’Accademia Palatina (o di Palazzo Reale) venne fondata nel 1697 dal duca di Medinacoeli; la seduta inaugurale invece si sarebbe tenuta il 20 maggio 1698 con grande pompa nel gran salone della regia<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_25.html#footnote-001">1</ref></hi></hi>. Erano richiamati a farne parte molti studiosi di rilievo nell’ambiente culturale partenopeo; gli stessi venivano suddivisi in soci «fondatori» e soci «aggregati», questi ultimi aggiunti tra fine del 1698 e inizi del 1699. Tra i primi, per brevità, si menzionano Nicolò Carmine Caracciolo principe di Santobuono, Filippo Anastasio, Paolo Mattia Doria, Niccolò Caravita, Tommaso d’Aquino principe di Castiglione, Gregorio Caloprese, Tommaso Donzelli, Nicola Valletta, Lucantonio Porzio, Agostino Ariani, Niccolò Sersale, Ottavio Santoro. Tra i secondi, sempre per brevità, si menzionano Vincenzo Magnati, Nicola Capasso, Nicola Cirillo, Domenico Aulisio, un giovanissimo Giambattista Vico<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_25.html#footnote-000">2</ref></hi></hi>. Le adunanze si svolgevano a cadenza quindicinale, sempre alla presenza del Viceré, e dinanzi a un pubblico scelto; e qui riferiva Pietro Giannone – che giovanissimo aveva assistito a quelle riunioni – che gli accademici solevano pronunciare le loro <hi rend="italic">Memorie</hi> e recitare dei versi in lingua italiana, latina, greca e spagnola. Copia scritta delle <hi rend="italic">Memorie</hi> sarebbe stata consegnata al socio Niccolò Sersale, bibliotecario di Palazzo Reale, perché la custodisse e ne avesse cura. Durante le riunioni gli accademici godevano del privilegio di sedersi in presenza del Viceré; un tale privilegio veniva accordato solo dopo che l’aspirante accademico aveva adempiuto al cerimoniale di sedersi sulla ‘poltrona’ del rito di inclusione, e cioè una poltrona di velluto cremisi con cornice e braccioli dorati. Va rilevato che prima ancora della ufficializzazione accademica, il 4 novembre 1696 per celebrare la recuperata salute di Carlo II di Spagna, a Palazzo Reale il Viceré aveva indetto con grande sfarzo una riunione alla quale erano stati invitati ben 62 studiosi napoletani, scelti tra i frequentatori più quotati dei salotti più in vista della Città (tra i quali, i salotti dei Sanseverino e dei Carafa). In quell’occasione vennero recitati 62 componimenti in prosa e in versi, per la durata di ben 6 ore. L’ufficializzazione dell’Accademia, di cui <hi rend="italic">deus ex machina</hi> indiscusso resta il duca di Medinacoeli, fu caldeggiata da Niccolò Caravita e da Federico Pappacoda dei principi di Centola (divenutone poi segretario perpetuo). Con la congiura di Macchia (24 settembre 1701) e il richiamo a Madrid del Medinacoeli (28 febbraio 1702), l’Accademia di Palazzo ebbe vita molto breve, ma brillante nel suo evolversi e densa di significato, accanto e interno allo scorrere della storia: accanto, nel fluire dell’<hi rend="italic">évènementiel</hi><hi rend="italic"> </hi>(la vita pratica del sodalizio, la congiura di Macchia, la guerra di successione spagnola, ed altro ancora), e interno (l’avanzamento del ceto intellettuale e il contrasto alle forze disgreganti). L’Accademia Palatina veniva a trovarsi al crocevia tra due importanti momenti che toccavano strutture politiche e sociali a Napoli, collegati entrambi agli studi e alla libertà di ricerca, con la differenza che l’uno – l’Inquisizione e quello che è passato alla storia come il «processo agli ateisti» (Osbat 1974) – aveva condizionato e condizionava ancora la libertà di ricerca, intesa come oggetto di studio con pesanti implicanze in campo sociale, l’altro – la congiura del principe di Macchia – era espressione concreta delle forze centrifughe dell’alta feudalità intenzionata ad attaccare il viceré spagnolo, simbolo del centralismo del potere a Napoli. Vanno qui contestualizzate le dotte disquisizioni degli Accademici che, se teorizzavano il principio di centralismo del potere, lo temperavano ponendo l’accento su formazione e cultura come doti necessarie alla figura del principe, ricorrendo velatamente alla figura di Machiavelli; come pure a questa sfera di potere frammista a cultura, si richiamava l’atteggiamento prudenziale che molto aveva avuto a che fare con gli abusi inquisitori del recente passato. La partecipazione all’Accademia Palatina segnava un’apertura considerevole sia da parte governativa sia da parte di una cultura impegnata costituendo un notevole punto d’incontro per tutte e due le parti. Rilevante ne risultava il legame di solidarietà tra cultura e politica, dettato da interessi convergenti, e rilevabile anche dall’attenzione posta dal ceto intellettuale alla scienza in sé, e nel proporre alla politica ufficiale e d’alto rango del viceré, la scienza come riflesso della vita politica e viceversa. La sociabilità accademica era fortemente legata alla struttura politica e implicava l’impegno, e l’aspirazione, dei membri dell’Accademia di acquisire visibilità a Corte, di porsi quali interlocutori qualificati e privilegiati con il potere governativo (in questo caso il viceré Medinacoeli). Era una forma intessuta di sociabilità intellettuale alla prova del potere politico e della competenza (verisimile o vera). Era propizia all’avanzamento o all’inserimento qualitativo del ceto intellettuale nei ranghi della compagine statutaria. Nelle <hi rend="italic">Memorie</hi> veniva messo in risalto il ruolo di teorici e di trattatisti di problemi visti da più angolature; nei trattati, nelle lezioni, era soprattutto un proporre modelli simboli parallelismi tra passato e presente. Apparentemente lontane dalla politica, proprio nel loro volgere e nel loro essere, queste lezioni presentavano solo una <hi rend="italic">facies </hi>del clima politico-culturale sorto<hi rend="italic"> </hi>intorno al viceré Medinacoeli, e che in forme varie e in vari aspetti, tendeva sostanzialmente a un unico fine: rafforzamento del potere regio con il corollario dell’amplificazione culturale del legame tra ceto intellettuale e potere vicereale. In funzione di questo l’insieme delle <hi rend="italic">Memorie</hi> andava considerato come un documento unitario e collettivo, pur nella varietà delle sue espressioni e degli argomenti trattati; lo stesso si avvalorava come un unico manifesto, in cui Autori molto diversi preparavano le loro lezioni, consci di partecipare a un evento di grande importanza politica e culturale e perciò di grande impatto (Rak 2000-2005).</p><p rend="text_top">2. Il centralismo politico costituisce il <hi rend="italic">focus</hi> intorno al quale si addensa l’Accademia di Palazzo; ne è il nucleo fondante. L’Accademia Palatina fu voluta dal viceré Medinacoeli, e da lui istituzionalizzata, per conferire un segno tangibile di unione nella figura del principe del ruolo politico e del fattivo intento di porsi quale motore primo di promozione e potenziamento degli intellettuali – riuniti in Accademia – e dei loro studi, sia che questi si proponessero quali eredi dei tempi antichi e sia che si propugnassero cultori dei moderni (Ricuperati 1968, 94-171; 1972, 57-79; Donzelli 1970, 30-33, 72-75; Rak 1970, 131-81; Suppa 1971). L’intento del Medinacoeli di ammettere a Corte il ceto degli intellettuali scaturiva direttamente dal suo progetto di coagulare intorno a sé la parte più avanzata avveduta e colta della nobiltà e della borghesia intellettuale partenopea, proponendosi quale estimatore e cultore indiscusso degli studi che raccoglieva intorno a sé una nutrita schiera di dotti. Si veniva così a creare sotto l’abile regia del Viceré un punto di incontro, e di aggregazione, fra la centralità del potere regio e la mentalità del consenso della parte più erudita e influente di cittadini e maggiori esponenti delle alte professioni e accademie. Il risvolto concreto per gli Accademici consisteva, vivificatene le ambizioni, nell’offerta di occasioni di sociabilità importante, come numero e consistenza, nel consentire l’accesso a Corte, nel poter spaziare in un ambiente vasto e potente, ricco di opportunità per i più intraprendenti, nell’aspirare a prestigiosi incarichi che, se conferiti, potessero apportare prestigio e denari. Un simile <hi rend="italic">mélange</hi> di politica e intellettualità dà ragione nelle <hi rend="italic">Memorie</hi> degli Accademici della larga coesistenza, declinata in una grande varietà, tra saperi diversi (storia, filosofia, scienze matematiche, studi giuridici, ecc.), tutti però attraversati dal filo rosso conduttore di un sapere civile e politico. Ma anche le varietà conducono all’acquisizione del concetto di centralismo politico, visto come plusvalore dell’Accademia Palatina, e che si presentava in tal modo nei suoi molteplici aspetti. La varietà, e anche il contraddittorio nella discussione, ben si inserivano nella forma comunicativa della disputa – molto in voga nel ceto intellettuale di Napoli – e trovavano forma espressiva migliore nelle <hi rend="italic">Memorie</hi> a carattere storico, incentrate fra racconto di usanze e costumi e visione del potere fortemente centralizzato nella figura imperiale la cui prerogativa consisteva nel governare da sola e con piena autorevolezza vastissimi territori. Il tema schiettamente politico è nelle vite dei Cesari, o nella storia degli antichi imperi, e in tutte le occasioni di trattare delle «virtù» del Principe, visto nelle funzioni di fondatore capostipite, e poi conservatore, di un regno; dunque il Principe è responsabile della durata dell’impero, sua prerogativa è saperlo mantenere basandosi sull’equilibrio tra il potere centrale e la sua forza personale. Si disquisiva molto sull’impero romano e sulla vita dei Cesari, e sugli insegnamenti che se ne potevano trarre (qui la storia è ciceronianamente intesa quale <hi rend="italic">magistra vitae</hi>); se grandezza o miseria, e fine, di un vasto impero dipende dalla «virtù» di chi lo regge e governa, necessaria si presenta la formazione ideale e filosofica di chi governa (evidente è l’influsso machiavelliano). Nel rifiorire del pensiero civile non scolora la figura e l’insegnamento del Machiavelli, soprattutto in quella Napoli spagnola permeata dalla tradizione rinascimentale italiana, e che spingeva verso la storia e gli interessi per la scienza e la natura. Ma sia gli Autori favorevoli a Machiavelli, sia pur velati e prudenti, che le discussioni <hi rend="italic">adversus</hi> Machiavelli, dimostrano senza indugio come e quanto (molto) l’Autore fiorentino fosse conosciuto nella capitale partenopea, e come se ne veicolassero anonimamente i contenuti. Nella storia, più che nelle scienze, è più facile introdurre argomenti di politica; e in merito nell’Accademia diverse erano le interpretazioni di Machiavelli, nominato attraverso le sue opere o intravisto per allusioni, e molte volte in contrasto. Occultare il nome dell’Autore fiorentino, menzionarne l’operato senza menzionarne il nome, rispondeva a norme prudenziali, che si allentavano di molto alla Corte del Medinacoeli, ma che anche se affievolite erano presenti. Anzi, l’opera del Machiavelli sembrava esser divenuta un luogo di mediazione, comune a più indirizzi contrastanti tra di loro. In questo <hi rend="italic">climax</hi> ascendente tra atteggiamento prudenziale e spinta intellettuale alla conoscenza di Autori della politica (Machiavelli) va contestualizzata l’Accademia dove la figura del Medinacoeli assumeva contorni di notevole interesse. La stessa figura va studiata e considerata con attenzione in special modo per la sensibilità, se pur velata da opportunismo, mostrata verso la cultura dell’avanzante nuovo ceto civile nelle sue punte più illuminate; e quella stessa cultura si configura quale importante momento in cui si incontrano e dialogano passato e presente. Nel trattare argomenti storici del passato ragguagliati più o meno apertamente con il presente (esempi della vita di cesari e ‘fatti’ dell’impero romano) quella cultura si presentava non inficiata da postille e remore sull’importante ‘nodo’ della concezione e della funzione centralistica dello stato. Le <hi rend="italic">Memorie</hi> battevano molto sul modello imperiale fatto di forza e di virtù di un capo riconosciuto come tale ed è plausibile ritenere che in questo vi fosse un’intenzione retorica nei riguardi della storia di Spagna; come è plausibile rilevare, nell’esaltazione generale della figura del sovrano, una molto marginale volontà di rintuzzare il potere temporaneo dei viceré. Questo aspetto si ritrova velatamente presente nel parallelo della vita – caratterizzata da un intervallo di potere di durata molto breve – dei cesari romani Galba e Pertinace del Valletta (Comparato 1970). Il vero <hi rend="italic">leitmotiv </hi>delle <hi rend="italic">Memorie</hi> è – era – l’affermazione del centralismo del potere e l’unificazione del comando contro la disgregazione continua operata dalle forze centrifughe della nobiltà feudale; mentre importante si configurava l’avanzamento inarrestabile nella compagine amministrativa, e politica in generale, del ceto intellettuale di estrazione sia nobile che borghese (Colapietra 1961; Mastellone 1969; Muto 2001, 65-100; Rao 2005, 35-88). Dunque il centralismo, oltre che essere forma organizzativa statuale, acquisiva la fisionomia di risorsa. Molte conferenze si presentavano sostanziate da ‘vocazioni’ culturali, sollecitate dal Viceré ma non assestate negli Autori delle conferenze stesse; danno quasi l’impressione di essere componimenti non dico occasionali ‘confezionati sul momento’, ma certamente non rispondenti a sedimentate conoscenze di filosofia o di economia; anzi spesso le stesse erano frammiste a curiosità naturalistiche, e pronte a seguire voghe. Se parzialmente vera questa ipotesi, molto più plausibile si presenta altra chiave di lettura, e cioè che fosse segno di un atteggiamento prudente per allontanare il sospetto di un’eccessiva apertura allo scientismo moderno. Troppo vicino era il ricordo del processo agli ateisti che aveva coinvolto l’Accademia degli Investiganti (Torrini 1981, 845-83), e palpabile permaneva il timore dell’Inquisizione (<hi rend="italic">I primi Lincei</hi> 2005; Fiorelli 2009). Dunque scientismo e sperimentalismo si lasciavano intravedere nelle relazioni ben occultati e frammisti ad altri elementi, per motivi prudenziali. Ma proprio scientismo e sperimentalismo, nelle intenzioni del viceré, costituivano un momento importante di diffusione di questi temi eruditi, proiettati verso un progresso che ponesse fine a un passato di arretratezza.</p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">L’Accademia Palatina rappresentava una notevole ‘occasione’ di sapere, perché dotta, perché dotti i suoi componenti e costituiva un aggregato di intelligenza civile e una difficilmente ripetibile occasione per tutti: per il Medinacoeli di presentarsi intellettualmente nel miglior modo possibile; per gli Accademici di potersi rivolgere direttamente</hi><hi rend="CharOverride-1"> al viceré spagnolo, a sua volta propenso ad apprendere. Il Duca di Medinacoeli si presentava nella duplice veste di detentore vicario del potere regio, e al tempo stesso di chi apprende la difficile arte di governare, e intorno a lui si accese tutto un dibattito sul centralismo del potere, l’accentramento dei poteri, l’importanza della formazione del Principe (Suppa 2010, 63-75); la contropartita sarebbe stata il contrasto alle spinte centrifughe e disgregatrici della grande feudalità e l’</hi><hi rend="CharOverride-1">appoggio dato dalla/alla monarchia dall’avanzante ceto intellettuale. Va chiarito il possibile fraintendimento circa l’opera e la figura del Medinacoeli a Napoli: egli non deviò per interessi personali, e fu in sintonia con la politica seguita dalla Spagna nei confronti del vicereame; era</hi><hi rend="CharOverride-1"> viceré di Napoli, di nomina regia, un funzionario di altissimo rango, e tale era e tale restava; difendeva ed esaltava con il suo operato se stesso e il potere centrale di Spagna. Il suo porsi come elemento di coagulo tra cultura e centralismo politico non assumeva connotazioni di pericolosa militanza, poiché l’azione svolta si collocava pienamente a sostegno e al servizio della politica ufficiale della monarchia spagnola</hi><hi rend="CharOverride-1">. Il suo era un protagonismo limitato alle sue mansioni di viceré spagnolo a Napoli, dove bene assolse alle funzioni dell’incarico affidatogli assumendo una politica filo-spagnola della quale era, per mandato regio, il più alto esponente.</hi></p><p rend="text_top">3. Notevole interesse rivestono gli scambi culturali sul lungo periodo: per la Spagna il ’600 fu il <hi rend="italic">Siglo de oro</hi>, caratterizzato dalla presenza di autori come Cervantes, Calderón de la Barca, Lope de Vega; e chiaramente Napoli ne risentì gli influssi attraverso la conoscenza di opere di quegli autori. I rapporti politici, economici e culturali tra l’Italia e la Spagna, o per meglio dire tra gli stati italiani e la monarchia spagnola, sarebbero perdurati anche dopo che la guerra di successione spagnola ebbe modificato gli equilibri europei (il Ducato di Milano e il Regno di Napoli passati sotto il predominio austriaco) e il ’700 testimonia di una fitta rete di legami e di scambi tra le due nazioni (Meregalli 1974, 29-50; <hi rend="italic">Italia e Spagna</hi> 1992; Rao 2020, 3-6; Luna-Fabritius 2020, 69-80; Trombetta 2020, 43-51; <hi rend="italic">Cultura de Corte</hi> 2024). Nel lungo periodo i fattori di unione si presentarono molteplici: un retroterra religioso e culturale comune, un continuo rinnovarsi di stretti rapporti politici e diplomatici, un accentuarsi di unioni dinastiche rinforzavano contatti e scambi tra le due nazioni. La circolazione di personale politico e militare tra i principali centri – ambasciatori, personale di corte e, rappresentativa, la stessa figura del Viceré – ne furono espressione diretta. Significativa, quale misuratore di permeabilità tra le due culture, era la circolazione di traduzioni o in originale di opere filosofiche, letterarie e scientifiche. Accanto ai romanzi picareschi, alle opere letterarie, a libri a carattere religioso richiesti sia dagli intellettuali partenopei sia dai numerosi spagnoli di stanza a Napoli, erano giunte anche le commedie di grandi autori teatrali che tradotte o rielaborate e messe sulle scene nella capitale partenopea, divennero un filone nella produzione drammatica napoletana. Mi limiterò a citare solo alcune opere: il <hi rend="italic">El ingenioso hidalgo</hi> <hi rend="italic">don Quijote de la Mancha </hi>di Miguel de Cervantes (1547-1616), <hi rend="italic">La vida es sueño</hi>, <hi rend="italic">El gran teatro del mu</hi><hi rend="italic">ndo</hi> di Calderón de la Barca (1600-1681), <hi rend="italic">Amar sin saber a quién</hi>, <hi rend="italic">Rimas humanas</hi> di Félix Lope de Vega (1562-1635; l’A. nel teatro rompeva le tre unità aristoteliche), <hi rend="italic">L’ingannatore di</hi> <hi rend="italic">Siviglia</hi> di Francisco Tirso de Molina (1579-1648), <hi rend="italic">La vida del Buscón</hi> di Francisco de Quevedo (1580-1645). Comici spagnoli anche dopo metà ‘600 continuarono a giungere a Napoli, grande centro di mediazione tra la cultura italiana e quella spagnola, recitando al teatro dei Fiorentini, tanto che la strada antistante al teatro fu soprannominata «via della compagnia spagnola» (ma in verità questi spettacoli furono più graditi agli spagnoli che ai napoletani); ricche ne sono le cronistorie in merito. Dopo la morte di Calderón de la Barca la fortuna delle compagnie teatrali in Spagna si andò affievolendo e poco uscì dai confini. L’opera in musica attraversò un periodo di crisi nella seconda metà del ‘600 con il soverchiare del teatro in prosa. I drammi del Porta furono pessimamente seguiti da poco accorti imitatori tra i quali ebbe miglior fortuna il D’Isa. Presero piede traduzioni, riduzioni e composizioni di drammi spagnoli malamente interpretati mentre il teatro spagnolo subiva una riduzione qualitativa notevole; molte volte il «gracioso» subiva il cambiamento in un goffo napoletano, e il dialogo si presentava rotto e diseguale. Significative si presentavano le trasferte di artisti e musicisti; eccone alcune: il soprano Matteo Sassano detto «Matteuccio» o «il rossignolo di Napoli» visto nella triangolazione Vienna-Madrid-Napoli, il musicista Pietro Marchitelli in Spagna, il pittore Luca Giordano in Spagna. Rivestiva importanza l’esilio in terra italiana di molti gesuiti scacciati dalla Spagna (Guasti 2006; Baldini, e Brizzi 2016); tra questi importante fu la figura di Juan Andrés, prefetto della Reale Biblioteca Borbonica a Napoli e possessore di una notevolissima biblioteca (Luise 2022). Napoli era sede di un’importante colonia di spagnoli, e fu frequentata da noti letterati e drammaturghi quali Quevedo, Antonio Mina de Amescura e molti altri. Riveste importanza per l’uso della lingua spagnola il vocabolario italo-spagnolo compilato da Lorenzo Franciosini, pubblicato per la prima volta a Roma nel 1620; l’opera conobbe molte ristampe, e finì con l’essere considerato solo come valore di fonte storica. Questi aspetti sono tutti testimonianza della vitalità di contatti e scambi tra le due nazioni e del loro protrarsi nel tempo. </p><p rend="text_top">4. Il Medinacoeli fu indubbiamente il più importante promotore della vita accademica e teatrale partenopea nell’ultimo scorcio del ‘600. Napoli divenne ‘tutta musicale’ con l’arrivo del Medinacoeli il quale, da Roma dove era ambasciatore della Spagna presso la Santa Sede, era passato direttamente a Napoli dove molto giovò al teatro musicale napoletano, allestendo spettacoli sfarzosi e richiamando artisti famosi. Giunto da poco a Napoli, il viceré fece allestire nel largo di Palazzo una ‘macchina’ a forma di anfiteatro e la sera del 26 luglio 1696, per il genetliaco della regina regnante, diede una grandiosa festa musicale, <hi rend="italic">Il trionfo delle</hi> <hi rend="italic">Stagioni – </hi>scritta da Francesco Maria Paglia e messa in musica da Alessandro Scarlatti – allestita con grande munificenza di scenari e un folto numero di cantanti e strumenti. Assistettero allo spettacolo dame e cavalieri e persone di ogni genere. Il 6 novembre dell’anno successivo (1697) per il genetliaco del re allestì una festa altrettanto grandiosa, con gli stessi scenari dell’anfiteatro, ma anziché musiche e balli, mise in scena operazioni cavalleresche (della Biscia, del Giuoco del Carosello, del Sta fermo e della Corsa dell’Anello); a conclusione, nella gran sala del palazzo fu dato per le dame e i cavalieri il Gran ballo della Torcia. Molte opere furono rappresentate nel periodo in cui il Medinacoeli resse il viceregno: <hi rend="italic">Commodo Antonino, Il Trionfo di Camilla, Regina dei Volsci, Mutio Scevola, Il prigioniero fortunato, Partenope, La forza della virtù, Gl’inganni felici, Cesare in Alessandria, L’Eraclea, I Rivali generosi</hi>, e altre ancora. Del grande Domenico Scarlatti apprezzò molto la musica; i libretti furono scritti da autori vari soprattutto da Francesco Maria Paglia e da Silvio Stampiglia. Il nuovo viceré, amantissimo degli spettacoli teatrali, non ne ignorava certo la funzione politica, quale elemento importante nell’indirizzare il consenso – controllato e protetto dalla messa in atto di forme di mecenatismo – mettendo in atto rappresentazioni teatrali con scenografie grandiose e spettacolari, pur se rette da fragili trame. Uno dei primi provvedimenti attuati riguarda il teatro di S. Bartolomeo – distrutto da un incendio nel febbraio 1681 e ricostruito malamente nel 1683 – fatto ingrandire e abbellire (contava solo due file di palchetti e la platea; le file di palchetti sarebbero divenute cinque). I governatori degli Incurabili si erano affrettati ad esaudire il «gustoso desiderio» del viceré e lo avevano fatto «bello, ricco e capace di ogni macchina teatrale». Diede un «aiuto di costa» (finanziamento) all’impresario teatrale Serino perché scritturasse i più valenti cantanti d’Italia e stipendiò come poeta di corte Silvio Stampiglia (1696-1702). Nella stagione del ’97-’98 vi cantarono i due famosi soprani «Nicolino» e «Matteuccio», poi il viceré assunse direttamente l’impresa teatrale e scritturò ancora altri cantanti e pose una cura particolare alle scenografie, imponenti, con l’ausilio di macchinari. Di questo incaricò l’architetto Ferdinando Galli, detto il «Bibbiena», che apprestò splendide apparecchiature teatrali. Fervevano così i preparativi teatrali, quando la morte del re di Spagna Carlo II fermò ogni cosa. Finito il periodo del lutto, essendo in programma a Napoli la visita del nuovo re Filippo V, il viceré si approntava ad allestire l’opera <hi rend="italic">Laodicea e Berenice</hi> con cantanti famosi (l’opera sarebbe invece stata rappresentata per celebrare le nozze imminenti del giovane re). Il re però sarebbe giunto tardi, quando già vi era stata la congiura del principe di Macchia e il Medinacoeli non era più viceré; giunse a Napoli nell’aprile del 1702 e a Palazzo alla sua presenza fu cantata una <hi rend="italic">Serenata</hi> su musica dello Scarlatti nella stanza del Belvedere (fatta sistemare sontuosamente dal Medinacoeli) e fu rappresentato il dramma <hi rend="italic">Tiberio imperatore d’Oriente</hi> (8 maggio 1702) nel teatro di Palazzo. (Croce 1916, 94-96; 105-8; 120-26; Prota-Giurleo 1952, 54-65; Profeti 2002; Vuelta García 2005, 473-76).</p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Dopo la congiura del principe di Macchia e la partenza del Medinacoeli per Madrid, l’Accademia Palatina restò in vita ancora per qualche tempo con il nuovo viceré in carica Juan Mauel Fernández Pacheco y Zúñiga, marchese di Villena; poi si dissolse, lasciando però ampia traccia di sé e del suo operare politico e culturale.</hi></p><div><head>Bibliografia</head><p rend="bib_indx_bib">Antonelli, Attilio. 2012. <hi rend="italic">Cerimoniale del viceregno spagnolo e austriaco di</hi> <hi rend="italic">Napoli: 1650-1717</hi>. Soveria Mannelli: Rubbettino.</p><p rend="bib_indx_bib">Antonelli, Attilio, Chiantore, Francesca, e Elena Mazzola, a cura di. 2023. <hi rend="italic">Napoli vicereale e le altre corti spagnole in Italia</hi>. 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					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="xml_25.html#footnote-001-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	</hi><hi rend="CharOverride-3">«A persuasive di questo signor viceré si è unita un’assemblea di circa venti tra titolati, cavalieri ed altre persone erudite, col titolo d’</hi><hi rend="italic">Accademia reale, </hi><hi rend="CharOverride-3">per discorrere in essa di materie di geografia e matematica; per lo che giovedì 20 del corrente mese di marzo nel Real Palazzo si radunò per la prima volta la detta accademia, con l’intervento di Sua Eccellenza, avendo per l’introduzzione sopra ciò il signor don Carmine Maria Caracciolo prencipe di Santobuono» (Confuorto 1930, 298).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-2"><ref target="xml_25.html#footnote-000-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-3">	</hi><hi rend="CharOverride-3">Lo stesso Vico (1929, 44) avrebbe dato notizia della nascita dell’Accademia: «Frattanto il signor duca di Medinaceli viceré aveva restituito in Napoli il lustro delle buone lettere, non mai più veduto fin da’ tempi di Alfonso di Aragona, con un’Accademia per sua erudizione del fior fiore de’ letterati, propostagli da don Federico Pappacoda, cavalliere napoletano di buon gusto di lettere, e da don Nicolò Caravita».</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Rosella Folino Gallo, <ref target="mailto:rosellafolinogallo@libero.it">rosellafolinogallo@libero.it</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Rosella Folino Gallo, <hi rend="italic">Le ‘occasioni’ del sapere: l’Accademia Palatina del duca di Medinacoeli,</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.25">10.36253/979-12-215-0989-2.25</ref>, in Niccolò Guasti, Cinzia Recca, Mónica Bolufer Peruga, Fernando Durán López (edited by), <hi rend="italic">Accademie e luoghi del sapere tra Italia e Spagna nel lungo Settecento. Scienze, arti, letteratura, politica e sociabilità / Academias y lugares del saber en el largo siglo XVIII entre Italia y España. Ciencias, artes, literatura, política y sociabilidad</hi>, pp. -264, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0989-2, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2">10.36253/979-12-215-0989-2</ref></p></div></div>
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