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        <title type="main" level="a">Accademici ‘devoti’. Sodalizi e cultura letterario-religiosa tra Bologna e la Spagna (secolo XVIII)</title>
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            <forename>Maria Teresa</forename>
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          <resp>This is a section of <title>Accademie e luoghi del sapere tra Italia e Spagna nel lungo Settecento / Academias y lugares del saber en el largo siglo XVIII entre Italia y España</title>(DOI: <idno type="DOI">10.36253/979-12-215-0989-2</idno>) by </resp>
          <name>Niccolò Guasti, Cinzia Recca, Mónica Bolufer Peruga, Fernando Durán López</name>
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        <publisher>Firenze University Press</publisher>
        <pubPlace>Florence</pubPlace>
        <date when="2026">2026</date>
        <idno type="DOI">https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.27</idno>
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          <p>Available for academic research purposes</p>
          <p>Open Access</p>
          <p>Copyright Author(s)</p>
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        <p>This is original content, published for academic research purposes</p>
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        <p>The essay analyzes the cultural and publishing activities undertaken in Bologna by the Accademia degli Inestricati and its members during the 18th century.</p>
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            <item>Academy</item>
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      <p>It is available online at https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.27<ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.27" /></p>
<div><head>Accademici ‘devoti’. Sodalizi e cultura letterario-religiosa tra Bologna e la Spagna (secolo XVIII)<hi rend="notes_number _idGenCharOverride-1"><hi><ref target="xml_27.html#footnote-008">1</ref></hi></hi></head><p rend="h1_author ParaOverride-1">Maria Teresa Guerrini, Vincenzo Lagioia </p><div><head>1. Accademie bolognesi tra Studio e patriziato urbano</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Un labirinto accompagnato dal motto «Inextricabilis adhuc», emblema</hi><hi rend="CharOverride-1"> elaborato in fase incipitaria, al quale venne posteriormente aggiunto al centro un albero che, in un tempo successivo, subì un’ult</hi><hi rend="CharOverride-1">ima variazione con l’inserzione di un più ottimistico «Extricabilis error», sono le diverse imprese adottate dall’Accademia degli Inestricati nel corso dei decenni del Settecento, </hi><hi rend="CharOverride-1">a partire dal 1711 fino alla chiusura del sodalizio, determinata con i provvedimenti di epoca napoleonica (Barbieri 2017-18). Un’accademia che animò il network culturale bolognese in </hi><hi rend="CharOverride-1">un tempo della storia cittadina che vide protagonisti personaggi del calibro di Prospero Lambertini, prima arcivescovo della diocesi felsinea e poi papa della cristianità cattolica (Cecchelli 1981-82), oltre a Luigi Ferdinando Marsili, fondatore </hi><hi rend="CharOverride-1">dell’Istituto delle scienze proprio negli anni in cui gli Inestricati si costituivano come accademia (Angelini 1993). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">All’epoca tale sodalizio costituiva solo uno dei numerosi circoli culturali attivi</hi><hi rend="CharOverride-1"> nella città di Bologna: un territorio che si distinse per la cospicua attività accademica; intensa se messa a confronto con le analoghe esperienze operanti nelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> grandi città capitali italiane del periodo, dalle quali il centro felsineo differiva poco in termini di vivacità culturale. Nell’insuperato censimento condotto da Maylender, pur con tutti i problemi e le criticità che lo caratterizzano (Boutier, Paoli, </hi><hi rend="CharOverride-1">e Tarallo 2024), tra i centri accademici della Penisola, Roma figura infatti al primo posto con ben 177 accademie attive nei secoli XVI-XVIII, seguita da Napoli con 146 circoli (Maylender 1926-30). In </hi><hi rend="CharOverride-1">tale elenco, sorprendentemente, in terza posizione troviamo Bologna, con ben 123 accademie censite dallo studioso svizzero nel corso dell’intera età moderna, attive in u</hi><hi rend="CharOverride-1">na città, centro di Legazione pontificia, che non fu né capitale di Stato né si caratterizzò per le importanti dimensioni, arrivando i suoi abitanti a toccare, nella seconda metà del Settecento, la soglia de</hi><hi rend="CharOverride-1">lle 70.000 unità; cifre che scompaiono di fronte ai circa 200.000 abitanti di Napoli nel medesimo periodo, che tuttavia produsse in più solo una </hi><hi rend="CharOverride-1">ventina di sodalizi culturali (Pizzolo 2018). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">La consistente presenza di accademie in uno spazio urbano tutto sommato circoscritto può essere messa in relazione, per Bologna, con l’attività di uno Studio che, fin dalla tarda età medievale, produsse dottori in diritto,</hi><hi rend="CharOverride-1"> teologia, medicina e filosofia, agendo da collettore per studenti e docenti stimolati ad entrare in contatto con il sostrato culturale cittadino costituito dall</hi><hi rend="CharOverride-1">’animato patriziato urbano. Tale peculiare ceto, composto da nobili felsinei spesso legati ad eminenti togati attraverso amicizie, collaborazioni professionali o matrimoni combinati tra famiglie di ranghi diversi, in assenza di una corte centrale, nei propri palazzi e nelle residenze cittadine, creò un policentrismo di piccole corti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> tra di loro in competizione, che rappresentarono luoghi vocati a ospitare circoli aperti ai numerosi esponenti della vita culturale cittadina spesso legati all’ambiente dello Studio, inclini </hi><hi rend="CharOverride-1">ad attrarre personalità di rilievo del panorama letterario e scientifico (Battistini 2008). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Quello delle accademie a Bologna in età moderna costituisce un cantiere in perenne </hi><hi rend="CharOverride-1">trasformazione e, così come per gli Inestricati – che nel corso di circa otto decadi di attività cambiarono frequentemente la loro impresa</hi><hi rend="CharOverride-1"> – anche molti altri circoli culturali mutarono fisionomia, nonostante la parvente immobilità espressa dalla città lungo i tre secoli </hi><hi rend="CharOverride-1">di ininterrotta dominazione pontificia (Giacomelli 2008).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In questo panorama solo all’apparenza statico, gli Inestricati rappresentano un caso studio interessante per una serie di motivi: innanzitutto si distinsero per essere un circolo longevo, se paragonato alle spesso effimere esperienze culturali che, soprattutto tra fine Seicento e primi decenni del Settecento, prosperarono </hi><hi rend="CharOverride-1">sul territorio felsineo come accademie d’occasione. Molti di questi consessi si esaurirono nel breve arco di pochi anni per la scomparsa del loro fondatore o il raggiungimento del fine per il quale erano stati costituiti, come le nozze contratte tra membri di </hi><hi rend="CharOverride-1">importanti famiglie patrizie, il passaggio in città di personaggi di rilievo, la celebrazione di una ricorrenza civica o di una particolare festa religiosa (Betti 2022). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Dibattuta è la data di fondazione degli Inestricati, poiché non sono pervenuti i primi Statuti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> ma solo quelli riformulati nel 1751 e nel 1779. Tuttavia la storiografia è concorde nell’individuare il 1711 come anno di costituzione di tale sodalizio: una data spesso richiamata nelle successive redazioni statutarie (Barbieri 2017-18</hi><hi rend="CharOverride-1">). Gli Inestricati hanno lasciato un piccolo archivio documentario e poco meno di centocinquanta componimenti manoscritti e a stampa (un terzo in prosa ed i rimanenti in rima) che restituiscono l’esperienza di questo sodalizio culturale che produsse opere a carattere prevalentemente</hi><hi rend="CharOverride-1"> letterario, tra le quali si ritrovano anche molte rime d’occasione e componimenti a tema religioso</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_27.html#footnote-007">2</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Pur nell’incertezza delle origini,</hi><hi rend="CharOverride-1"> incontrovertibile è la prossimità con gli ambienti formativi cittadini. Si ritiene infatti che tra i primi accademici Inestricati vi siano da includere alcuni studenti di umanità provenienti dalle Scuole Pie</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_27.html#footnote-006">3</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">, aperte a Bologna a inizio Seicento su ispirazione dell’esperienza romana di Giuseppe Calasanzio (Brizzi 2008). Istituti che avevano come finalità la formazione dei giovani provenienti dai ceti mercantili e commerciali </hi><hi rend="CharOverride-1">cittadini, l’utenza delle Scuole Pie si collocava nel mondo produttivo locale, trovando corrispondenze nell’insegnamento di carattere tecnico-pratico erogato </hi><hi rend="CharOverride-1">da questi istituti dove, tuttavia, non mancava una particolare attenzione nei confronti delle discipline letterarie. A questi primi accademici si aggiunsero presto studenti e docenti appartenenti al mondo dello Studio. Negli elenchi, contenenti i nomi dei membri ascritti a</hi><hi rend="CharOverride-1"> tale circolo culturale, si possono infatti contare una quarantina di dottori in diritto (di cui almeno trentadue di origine bolognese), una ventina di medici e filosofi e cinque dottori in teologia, pari circa ad un terzo dei soci complessivi ammessi all’Accademia: poco più di duecentocinquanta nei suoi circa </hi><hi rend="CharOverride-1">ottant’anni di vita. Tra questi accademici significativa è poi la componente studentesca che ricondurrebbe all’ambiente dei collegi universitari cittadini, dove i giovani vivevano lunghe e intense esperienze di comunità che li portavano, così come peraltro accadeva anche nei Collegi gestiti dai membri della Compagnia di Gesù, a creare momenti di disputa e di dibattito nell’ottica del confronto e della competizione utile alla crescita e alla maturazione individuale (Brizzi 1976). Il Collegio Poeti, riservato a studenti di origine cittadina, fu l’istituzione che offrì</hi><hi rend="CharOverride-1"> il maggiore contributo all’Accademia degli Inestricati, con quindici studenti ascritti a partire dagli anni Venti del Settecento, concentrati soprattutto nella seconda metà del secolo. Fu in particolare nel triennio 1785-88 che si registrò l’aggregazione più numerosa di alunni provenienti da tale istituzione</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_27.html#footnote-005">4</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Anche il Collegio Comelli ed il Montalto diedero il loro contributo, in termini di partecipazione, e naturalmente numerosi furono gli accademici provenienti dal patriziato cittadino. Tra gli elenchi dei soci aggregati, appartenenti alla nobiltà urbana felsinea, si distinguono ad esempio</hi><hi rend="CharOverride-1"> i nomi di Gregorio Casali, Floriano e Alfonso Malvezzi, Ludovico Savioli, oltre a quello del senatore Giuseppe Angelelli. Una intensa</hi><hi rend="CharOverride-1"> adesione agli Inestricati fu garantita quindi dall’</hi><hi rend="italic">élite</hi><hi rend="CharOverride-1"> cittadina che sovente teneva le proprie adunanze nei palazzi nobiliari </hi><hi rend="italic">intra moenia</hi><hi rend="CharOverride-1">. La famiglia Fava, ad esempio,</hi><hi rend="CharOverride-1"> promosse una vivace attività accademica presso la propria residenza cittadina ospitando non solo le adunanze degli Inestricati ma anche di numerose altre accademie </hi><hi rend="CharOverride-1">attive in territorio felsineo, come i Difettosi, gli Impazienti e i Vari</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_27.html#footnote-004">5</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tra gli altri luoghi che videro poi la presenza degli Inestricati si ricordano il teatro Malvezzi, la dimora del conte Savioli, il palazzo senatorio dei</hi><hi rend="CharOverride-1"> Pietramellara, palazzo Angelelli, oltre alle residenze dei marchesi Paolo Vincenzo Salaroli e Francesco Scarani. In genere le adunanze si svolgevano nella casa del Principe dell’Accademia o in un altro luogo da esso individuato</hi><hi rend="CharOverride-1">, per cui – al di fuori dei palazzi nobiliari – spesso la casa del giureconsulto Zaccaria Alessandri fu scelta come sede per le riunioni, oltre ad alcune chiese cittadine </hi><hi rend="CharOverride-1">come quella dei Mendicanti, del Corpus Domini, della Vergine Maria del Soccorso, di San Rocco, di San Barbaziano e dei Santi Siro e Gregorio.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Già da questi primi dati si può intravedere in controluce la trama di un fitto network culturale che, anche attraverso gli Inestricati, contribuì a Bologna ad animare la vita cittadina del Settecento. Molti Inestricati figurano infatti contemporaneamente affiliati anche ad altr</hi><hi rend="CharOverride-1">i sodalizi culturali. Oltre al legame con l’Accademia Clementina – stabilito in ragione del fatto che agli Inestricati era riservatoil compito di pronunciare l’orazione annuale in occasione della distribuzione dei premi agli studenti meritevoli ascritti a tale accademia – e dunque anche con l</hi><hi rend="CharOverride-1">’Istituto delle Scienze ad essa connesso, nella documentazione si ritrovano relazioni con quella che è da ritenersi la più longeva tra le accademie bolognesi d’epoca moderna, ossia i Gelati, ma anche con i Difettosi, i Vari, gli Ardenti, i Ravvivati e con</hi><hi rend="CharOverride-1"> la Colonia Renia. Se ci spostiamo fuori dalla città troviamo poi contatti con l’Arcadia romana, la Fiorentina e i Georgofili di Firenze, gli Agiati di Rovereto, i Catenati di Macerata, i Dissonanti di Modena, l’Accademia di Antichità di Cortona, gli Illustrati di Pieve di Cento, gli Occulti di Roma, gli Eccitati di Bergamo e persino con </hi><hi rend="italic">l’Académie des Sciences</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Parigi, attraverso l’aggregazione di Alfonso Bonfiglioli Malvezzi, tra gli Inestricati a partire dal 5 aprile 1750 (Barbieri 2017-18)</hi><hi rend="CharOverride-1">. </hi></p></div><div><head>2. Gli Inestricati tra Bologna e la Spagna</head><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Dall’analisi degli elenchi degli Inestricati emerge un quadro molto vivace ed articolato della componente accademica che, in particolare, nella sezione dei soci identificati come </hi><hi rend="italic">stranieri</hi><hi rend="CharOverride-1">, getta un ponte in direzione della Spagna. Tra gli anni Sett</hi><hi rend="CharOverride-1">anta e gli anni Ottanta del Settecento infatti non si può non notare nella documentazione, legata a tale consesso culturale, la presenza di un gruppo di ex gesuiti espulsi che avevano eletto Bologna come città in cui stanziarsi nel periodo dell’esilio forzato dai territori spagnoli (Guasti 2006; Guerrini 2010). Figurano infatti come accademici, in questo tornante di decenni</hi><hi rend="CharOverride-1">, oltre al dottore in diritto Juan Bonifaz collegiale del San Clemente, anche una serie di padri legati all’ormai sciolta Compagnia di Gesù, come i castigliani José e Pedro García de la Huerta e i drammaturghi aragonesi Manuel Lassala e Juan Bautista Colomés (Fabbri 2019)</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_27.html#footnote-003">6</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Analizzando nel dettaglio le biografie di ciascuno degli spagnoli, </hi><hi rend="CharOverride-1">introdotti tra gli Inestricati a partire dal 1782 con l’aggregazione di Colomés, si apre un varco che conduce all’attiva sociabilità di cui si resero protagonisti gli ex ignaziani al centro anche di altri importanti networks accademici in territorio bolognese e al fuori da esso. Il riferimento a Juan Andrés, nominato nel 1798 socio dell’Accademia dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’Istituto delle Scienze di Bologna, evoca uno degli intellettuali più importanti, espressione di questo nutrito gruppo di esuli composto da circa cinquemila padri spagnoli stanziatisi in Italia dopo l’espulsione dai territori della corona decretata da Carlo III di Borbone (Guasti 2017, 311).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Nella comunità di gesuiti, composta da circa tremila padri arrivati a Bologna in </hi><hi rend="CharOverride-1">successive ondate e stabilitisi nei territori della Legazione felsinea a partire dal settembre 1768, figurano diversi personaggi illustri che richiamarono quasi nell’immediato l’attenzione dell’</hi><hi rend="italic">élite</hi><hi rend="CharOverride-1"> cittadina. Un coinvolgimento di questi </hi><hi rend="CharOverride-1">confratelli, più o meno dotti, ebbe infatti luogo </hi><hi rend="italic">in primis</hi><hi rend="CharOverride-1"> attraverso l’ospitalità offerta dalla nobiltà o dagli esponenti del ceto togato cittadino all’interno dei palazzi patrizi, ricevendo in cambio dagli ignaziani servigi di varia natura, come la cura degli oratori privati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_27.html#footnote-002">7</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Tra di essi figura José Garcí</hi><hi rend="CharOverride-1">a de la Huerta, il quale si era trasferito da Forlì a Bologna negli anni successivi alla soppressione canonica della Compagnia. A metà degli anni Settanta del Settecento egli figurava domiciliato nella via delle Lame presso il dottor Germano Azzoguidi, anatomico e membro degli Inestricati, oltre ad essere oratore clementino. García d</hi><hi rend="CharOverride-1">e la Huerta compare anche nel 1775 nella matricola degli studenti di medicina e filosofia dell’Università di Bologna (ASB, Studio, reg. 398) e, probabilmente, fu proprio il dottor Azzoguidi (presso il quale abitava a pigione anche un altro ex gesuita espulso, il cantabriano Juan Bautista Urteaga, anch’egli studente artista dell’Università) </hi><hi rend="CharOverride-1">ad introdurre García de la Huerta nel circolo degli Inestricati, fino a promuovere la sua elezione a principe il 31 luglio 1787. Una nomina che avvenne in deroga agli Statuti poiché egli fu eletto con sette voti favorevoli su dodici accademici presenti, radunati in casa del marchese Francesco Scarani, nonostante non avesse i tre anni di aggregazione previsti dalle leggi del 1779 necessari</hi><hi rend="CharOverride-1"> per candidarsi. Il principato di García de la Huerta terminò, un anno dopo, il 31 luglio del 1788, ma poiché il 30 agosto l’accademia non riuscì a eleggere un nuovo Principe, il suo mandato si prolungò fino alla successiva sessione del 17 settembre.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Il principato di García de la Huerta fu particolarmente travagliato poiché gli accademici si trovarono a discutere sulla validità o meno dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’elezione degli oratori clementini per i successivi cinque anni, quando uno degli eletti per il ciclo 1785-89 doveva ancora compiere il proprio mandato (Barbieri 2017-18). Quella che colpì García de la Huerta fu una </hi><hi rend="italic">querelle</hi><hi rend="CharOverride-1"> che finì addirittura davanti al tribunale civile della</hi><hi rend="CharOverride-1"> locale Rota. L’elezione ‘incriminata’ era avvenuta il 25 giugno 1788, quasi un mese prima della fine del principato del religioso iberico, quindi è probabile che l’espulso sia stato mosso dall’ambizione di non perdere la preziosa occasione di controllare la</hi><hi rend="CharOverride-1"> nuova imborsazione, nonostante essa non fosse prevista che l’anno successivo. Il fatto poi che García de la Huerta fosse un gesuita spagnolo esiliato potrebbe far pensare che le motivazioni degli accusatori celassero quel sentimento antigesuita diffuso a fine Settecento, anche dopo la soppressione dell’ordine decretata nel 1773, in tutta Europa e anche a Bologna, meta principale dei gesuiti esuli che causarono, con il loro arrivo, non pochi problemi alla città (in termini di rincaro dei prezzi) e ai confratelli italiani che li percepirono come una minaccia, temendo sottraessero le risorse loro destinate dall’o</hi><hi rend="CharOverride-1">rdine (Guerrini 2010). Le carte conservate nell’archivio degli Inestricati restituiscono un lungo contenzioso che si protrasse per molti mesi e che coinvolse addirittura l’arcivescovo Andrea Gioannetti (Barbieri 2017-18).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Rispetto invece all’</hi><hi rend="CharOverride-1">accademico Juan Bautista Colomés, tragediografo valenziano, anch’esso membro dell’università negli anni Settanta del Settecento (ASB, Studio, reg. 398)</hi><hi rend="CharOverride-1">, tra gli Inestricati negli ultimi decenni del secolo, occorre aprire un’altra parentesi che ci conduce in direzione della marchesa Teresa Pepoli Spada, presso la quale Colomés dimorò a Bologna, tra gli anni Ottanta e Novanta del Settecento, nel palazzo posto sotto la parrocchia di San Martino Maggiore. </hi><hi rend="CharOverride-1">Insieme al marito, il marchese Muzio Spada Bonaccorsi, Teresa protesse anche molti altri gesuiti aragonesi, la maggior parte provenienti da Ferrara, come Salvador Gea, Luis Valdivia e Vicente Requeno. Colomés, in particolare, fu segretario della marchesa Spada la quale ospitò, all’interno del proprio palazzo anche José Pignatelli e Francisco Javier Heredia (fratello di Ignacio, segretario del conte di Aranda) (</hi><hi rend="CharOverride-1">Battlori 1966; Guasti 2013). Con questi esuli la marchesa Spada, conosciuta come la «dama filosofa», si dice conducesse «tertulias literarias»</hi><hi rend="CharOverride-1">, proponendo quindi un modello di conversazione dal carattere maggiormente privato rispetto alle pubbliche adunanze degli Inestricati. Il legame tra Colomés e la Pepoli, ancora tutto da esplorare, condusse lo spagnolo a dedicare alla marchesa una delle sue principali opere, il </hi><hi rend="italic">Cajo Marzio Coriolano</hi><hi rend="CharOverride-1">, nella quale descrisse la nobildonna circondata da «rispettabili personaggi, e letterati chiarissimi, che vi fanno intorno scelta corona e luminosa</hi><hi rend="CharOverride-1">» (Colomés 1779, v). </hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Tale circolo privato promosso dalla marchesa Pepoli inserisce quindi Colomés in un circuito di dotte conversazioni nelle quali le esperienze delle accademie pubbliche disputate, tra le altre con gli Inestricati e anche con i Fervidi (Maylender 1926-30, II, 367), probabilmente erano riportate nelle private adunanze che si svolgevano nella casa della marchesa Spada</hi><hi rend="CharOverride-1">, in un gioco di specchi che sicuramente contribuì ad agevolare, in territorio felsineo, l’integrazione degli esuli spagnoli.</hi></p></div><div><head>3. Quella devozione alla Madonna di San Luca</head><quote rend="quotation_b">Queste solenni supplicazioni, questi pubblici voti, questo sacro festeggiamento, questa divota popolar commozione, e questa religion tutta quanta, che dagli atti, e dai volti, non che dagli altari, e dalle pareti si mostra e risplende, è dall’istituto voluta da’ savissimi Maggiori nostri a ottenere aiuto opportuno e favore costante da Maria Vergine di Dio madre, alla cui protezione dal consenso unanime de’ cittadini è per singolar modo commessa e raccomandata la custodia della città (<hi rend="italic">Orazione</hi> 1706).</quote><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Così comincia l’anonima orazione di un accademico degli Inestricati in una delle composizioni dedicate, come da specifica funzione dell’Accademia, alla Madonna di San Luca. Evento centrale della vita liturgico-religiosa di Bologna a partire dal XV secolo sotto l’episcopato di Niccolò Albergati era la processione dell’icona della Vergine detta di San Luca. Dopo un periodo di lunga carestia, narra la cronaca del giureconsulto Accarisi, e l’incessante preghiera dei fedeli, arriva la pioggia e a ringraziamento di tale intervento il vescovo decide di far portare giù dal colle detto della Guardia la venerata immagine. Una storia risalente quindi, che proprio nei secoli centrali dell’età moderna rimodula il suo vigore e la sua devozione all’interno di quella geografia spirituale urbana che anima profondamente la vita religiosa e culturale della città felsinea (Gottarelli 1976; Fanti,</hi><hi rend="CharOverride-1"> e Roversi 1993; Mazzone 1996; Prosperi 2008). Il XVIII secolo inoltre vede la città tutta impegnata nella ricostruzione del santuario, il rafforzamento del percorso porticale e l’edificazione di un’architettura che è quella che ancora oggi si presenta, in una dimensione particolarmente impattante sotto il profilo scenografico e simbolico, alla città. Su disegno di Carlo Francesco Dotti, dal 1741 i lavori vedranno un dispiegamento di energie, attraverso il coinvolgimento fondamentale dei benefattori, e l’opera, immagine iconica della città, sarà pressoché terminata nel 1757. Lo splendore delle tele di Guido Reni, Bigari, Giovanni Viani, le sculture di Angelo Pió e di Cometti, arricchiranno quel luogo che in città, sotto gli episcopati di Prospero Lambertini e Vincenzo Malvezzi aveva trovato sostegno e protezione. All’arte architettonica si accompagnava quella letteraria attraverso una produzione di rime a carattere sacro che, come è stato dimostrato per altri contesti come quello fiorentino, caratterizzavano la vita culturale delle numerose accademie che in pieno Settecento esplodevano nelle città della penisola e non solo e che puntellavano il calendario liturgico e civile (Boutier, Paoli, e Tarallo 2024).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Gli Inestricati scelgono come ragione centrale della loro attività letteraria di dedicare il loro momento accademico annuale più importante a questo simbolo religioso attraverso </hi><hi rend="italic">Rime </hi><hi rend="CharOverride-1">dedicate alla Madonna di San Luca proclamate nel momento topico della discesa in città. Non mi soffermo sulla qualità letteraria della rima che si iscrive in una classica cornice di poesia sacra del periodo costruita e impastata da professionisti letterati membri dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">Accademia e ricca di forme e figure retoriche. Di interesse, a mio parere, è la prossimità con il fatto confraternale, costole, le confraternite, non secondarie della struttura accademica</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_27.html#footnote-001">8</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Gli accademici degli Inestricati, quindi, producono versi tra sessioni private e pubbliche. È però necessario ricordare che anche nella dimensione pubblica si mostrano stampelle fedeli a eventi di natura ancora una volta essenzialmente religiosa o che interessano la politica ecclesiastica. Nel 1718 pubblicano le </hi><hi rend="italic">Rime dell’Accademie Inestricata</hi><hi rend="CharOverride-1"> per l’arrivo a Bologna del cardinale Giulio Piazza, già vescovo di Faenza. La raccolta mostra una variegata immagine autoriale e gli accademici, pur riuniti in sessione privata, scrivono e contribuiscono a quella che è la celebrazione di un evento cittadino (</hi><hi rend="italic">Rime</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1718). Del resto, il porporato, membro di illustre famiglia emiliano-romagnola, aveva fatto una carriera di tutto rispetto. Formato agli studi letterari presso il Collegio Clementino, era stato inviato a Bruxelles nel 1689 come internunzio e poi nunzio a Lucerna dal 1698 al 1702, poi a Colonia. Piazza era figura di rilievo e i pontefici, Innocenzo XII prima e Clemente XI dopo, affidarono a lui questioni delicate riguardanti il giansenismo in terre particolarmente sensibili alla questione come l’Olanda. Nunzio in Polonia, sarebbe rientrato successivamente a Roma diventando uno dei consultori più intimi di papa Albani. Vescovo di Faenza nel 1710, nominato Legato di Ferrara nel 1714, aveva ricevuto la berretta cardinalizia due anni prima. In piena guerra di successione spagnola dovette mediare con gli Asburgo di Vienna rispetto a connessioni territoriali di terre pontificie. Papabile nel conclave del 1724, morì a Faenza il 23 aprile del 1726. Protettore dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">accademia dei Filoponi i cui membri alla sua morte avevano fatto stampare nel 1727 le </hi><hi rend="italic">Prose e rime degli Accademici Filoponi in morte del cardinale Giulio Piazza vescovo di Faenza e protettore di loro Accademia</hi><hi rend="CharOverride-1">, era stato quindi già celebrato e riconosciuto dagli Inestricati come amico dei circoli accademici bolognesi con le </hi><hi rend="italic">Rime</hi><hi rend="CharOverride-1"> del 1718: prossimità politiche, filantropiche e religiose (Tabacchi 2015).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">A figura altrettanto significativa per la vita politica e religiosa della città, nel 1725, e cioè a quella del cardinale Tommaso Ruffo, vescovo di Ferrara e legato di Bologna, sono dedicate le composizioni di prose e rime: il prelato compare con il titolo di protettore (</hi><hi rend="italic">Prose e Rime</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1725; Caridi 2017). Dalle pagine introduttive sappiamo che gli accademici, invitati dalla confraternita di Santa Maria del Soccorso si ritrovano a declamare i versi nella chiesa dedicata appunto alla Vergine del Soccorso in Borgo di San Pietro. Tra gli autori c’è il somasco Giampiero Riva a cui spetta l’orazione iniziale, ancora una volta è un chierico regolare della famiglia religiosa fondata da Girolamo Emiliani. Tra gli altri autori alcuni membri dell’</hi><hi rend="CharOverride-1">aristocrazia cittadina come i fratelli Zaniboni ma pure numerosi i canonici secolari non ultimo Zanchini della metropolitana di San Pietro. Da ricordare che alcuni tra questi pure appartenevano ad altre accademie come la Clementina, ma sui diffusi legami tra le varie accademie la riflessione storiografica ha detto ampiamente (Testa 2015). Non secondari sono i rapporti con lo Studio e l’Istituto delle Scienze che ci portano necessariamente a considerare ancora una volta la vocazione al servizio religioso attraverso la rima come fatto ben inserito nelle strutture della vita culturale della città.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Il 29 gennaio del 1734 l’Accademia si riunisce per compilare il manoscritto </hi><hi rend="italic">Delle Imprese. Ragionamento a Signori Inestricati</hi><hi rend="CharOverride-1"> di Giuseppe Maria Tozzi. Lo stesso recita il 14 ottobre del 1735 un’orazione rivolta a San Petronio in pubblica accademia e nel 1740 per l’elezione al pontificato di Prospero Lambertini si stampa un’altra orazione pronunciata lo stesso anno da padre Bonifacio Collina (Vigilante 1982), camaldolese e lettore di filosofia a Bologna, invitato dagli Inestricati</hi><hi rend="notes_number CharOverride-2"><hi><ref target="xml_27.html#footnote-000">9</ref></hi></hi><hi rend="CharOverride-1">. Una festa che è della città che vede elevato a pontefice il proprio vescovo. La dimensione quindi della festività vede il coinvolgimento degli accademici che propongono in una </hi>forma<hi rend="CharOverride-1"> alta il loro servizio utile a rendere onore e a scrivere una storia che non è solo religiosa.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Alla Madonna di San Luca sono indirizzate principalmente le numerose rime che, per lo specifico ruolo dell</hi><hi rend="CharOverride-1">’Accademia, facevano da corona alla traslazione dell’immagine che dal colle della Guardia raggiungeva annualmente il cuore cittadino. Nelle </hi><hi rend="italic">Prose e poesie di alcuni accademici Inestricati</hi><hi rend="CharOverride-1"> curate dal marchese e senatore Giuseppe Angelelli, ne compaiono diverse. Significativa è intanto l’introduzione:</hi></p><quote rend="quotation_b">Sul finire dell’Anno mille, e settecento settantanove piacque a Voi, Accademici, di affidarmi il grado di Principe, e Reggitor vostro. Era in quei dì l’Accademia in confusione, ed in disordine. O più non si ricordavano le leggi, o giacevano neglette. La sola votiva adunanza, che in Primavera suol tenersi ad onore di Maria Vergine dallo Evangelista dipinta, testimonio rimaneva dell’avita letteraria pietà dei nostri Maggiori; e come segno della stima, a cui negli andati tempi salita era la Accademia, reputavasi pur anco la destinazione a lei riservata dell’Oratore, che nell’Instituto delle Scienze encomiar deve le belle Arti sorelli nel momento in cui distribuendosi con solennità premi à felici cultori delle medesime, ad emulazione si accendono gli animi de’ studiosi Giovani presenti i vigilanti Maestri (<hi rend="italic">Prose </hi>1784, 3-4).</quote><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Il marchese Angelelli quindi, assumendo il ruolo di principe e reggitore dell’Accademia, ricordava le glorie passate, lo stato di smarrimento in cui aveva raccolto la stessa, il legame con l’Istituto delle Scienze e il momento topico che continuava a tenere unita l’assemblea degli accademici: la discesa dell’icona dipinta, secondo la leggenda, dall’evangelista Luca. Tra i versi raccolti nel volume, a spiccare sono quelli a Lei dedicati: «</hi><hi rend="CharOverride-1">Tu del Ciel Donna, e Dea non traggi a pene, né i tuoi seguaci soffron ore acerbe: Per te men dura è nostra mortal vita, e sol di te felici son gli amanti, cui scorge il lume delle tue lucenti Stelle, onde mai non muove influsso amaro» (Prose 1784, 121-22). Scritta da monsignor Alfonso Bonfioli, la rima mostrava quella letteraria pietà che, come scriveva Angelelli, da sempre aveva mosso i «Maggiori» dell’Accademia.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Abbiamo ricordato che il Settecento bolognese aveva visto nella ricostruzione del santuario della Madonna di San Luca il suo motivo di rilancio identitario, di propulsione anche economica e di riproposta di immagine su scala europea. Numerose sono le pagine che viaggiatori di mezza Europa dedicano ai portici, al santuario e all’icona della Vergine: chi con religiosa distanza, chi con ammirazione profonda, chi con un quasi mistico afflato. Quel luogo, quell’immagine, quel culto che indirizzava i versi e i pensieri degli Inestricati, superava la devozione e diventava attrazione e marchio di riconoscibilità cittadina. Tra i numerosi passaggi dei diari dei viaggiatori settecenteschi richiamati da Giancarlo Roversi di particolare interesse sono le impressioni lasciate dal padre domenicano Labat: </hi></p><quote rend="quotation_b">Tutti gli anni si va a prendere questo miracoloso quadro che si espone alla venerazione del popolo affinché si ricordi della grazia che ha ricevuto dalla bontà di Dio, per le preghiere della Vergine, e le esprima la sua gratitudine. Si rispetta l’immagine per ciò che rappresenta ma non la si adora. E quando si sono offerti alla Madre di Dio dei segni di riconoscenza imperitura da parte della città, si riporta il quadro al monastero delle nostre religiose che ne sono depositarie e guardiane. […] Dican pure que che vogliono coloro che han visto l’immagine, io sono persuaso che sia inimitabile e che in questa pittura augusta vi sia un che di soprannaturale (Roversi 1993, 201-4).</quote><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Il domenicano, che nel 1709 era presente a Bologna per il c</hi><hi rend="CharOverride-1">apitolo generale del suo ordine, consegnava le sue impressioni devote in un tempo in cui il santuario non aveva visto ancora il suo rifacimento e l’icona veniva custodita dalle monache domenicane del monastero di San Mattia. A Labat seguono i ricordi di Monsieur de Blainville, del conte di Caylus, di Montesquieu e di Charles De Brosses. Quest’ultimo, che è a Bologna tra la fine del 1739 e metà del 1740, nella sua opera </hi><hi rend="italic">L’Italie il y a cent ans ou lettres écrites d’Italie </hi><hi rend="CharOverride-1">consegna la delusione verso l’immagine della Vergine distanziandosi dagli entusiasmi di Labat:</hi></p><quote rend="quotation_b">Non è facile vedere la Madonna. Essa è chiusa da uno sportello coperto di velluto, poi da una cortina attraverso la quale – per un foro chiuso da un vetro – si scorge l’immagine dipinta nel legno. E, quel che è peggio, dipinta detestabilmente è molto brutta. Io sono tanto devoto da credere che quello sia il vero ritratto della Vergine, ma, se non mi sbaglio, avrebbero fatto meglio per Lei e per San Luca a far passare per un’opera di quest’ultimo una Vergine di Raffaello. Nell’attuale effigie non ho infatti trovato il più piccolo segno di quella sublimità che il padre Labat esalta in quaranta pagine (Roversi 1993, 206).</quote><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Ognuno ha le sue devozioni e le sue prospettive ma la Madonna di San Luca con il suo portico e la sua processione è ormai fatto attrattivo della vita del visitatore e ancor di più del cittadino e dell’accademico. Se distaccata è l’osservazione dell’astronomo francese Joseph Jérôme Lefrançois de Lalande nel suo </hi><hi rend="italic">Voyage d’</hi><hi rend="italic">un Français en Italie, fait dans les années 1765 et 1766</hi><hi rend="CharOverride-1">, critica è la penna dell’erudito tedesco Friedrich Leopold zu Stolberg-Stolberg. Pur stereotipate e ormai a un’altezza cronologica vicina a quella del reggimento di Angelelli sono le impressioni dello spagnolo José García de la Huerta e di Juan Andrés y Morell degli anni ’80 del Settecento. Sempre Roversi ricorda la testimonianza del letterato spagnolo Leandro Fernández de Moratín che nel suo </hi><hi rend="italic">Viaje de Italia</hi><hi rend="CharOverride-1"> ricorda una processione del maggio del 1794: </hi></p><quote rend="quotation_b">La famosa Vergine chiamata Madonna di S. Luca, perché si dice l’abbia dipinta S. Luca, scende tutti gli anni a visitare i suoi fedeli devoti. Percorrono con essa quasi tutta la città e ad ogni passo le fanno dare la benedizione che consiste nell’alzarla ed abbassarla e nel piegarla da un lato e dall’altro. […] Molti Cristi, molti stendardi, molti membri di congregazioni – con le cotte a pieghe e inamidate sulle casacche nere – frati, chierici e chierichetti <hi rend="italic">usque ad satietatem</hi>” (Roversi 1993, 210).</quote><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Volendo ritornare alle attività strettamente religiose che possiamo dire prevalenti e caratterizzanti l’Accademia, altra ricorrenza liturgica che gli Inestricati si assumono attraverso la forma alta della rima e della prosa sacra è la memoria della </hi><hi rend="italic">Passione del Signore</hi><hi rend="CharOverride-1">: l’accademia tiene pubblica adunanza il venerdì santo. Di tracce documentarie che riferiscono di queste riunioni ne rimangono poche, come quella tenuta presso la residenza del marchese Angelelli nel marzo del 1782 (BCA, busta 4543, 8a). Ancora, nella chiesa della Confraternita del Buon Gesù si tiene una pubblica accademia nella quale si recita una poesia </hi><hi rend="italic">sopra la Passione del Divino Redentore</hi><hi rend="CharOverride-1"> sempre il venerdì santo tra gli anni ’80-’90 (BCA, busta 1321, p. 478). Nella chiesa di San Barbaziano l’accademico Ferdinando Belvisi la settimana santa del 1790, nel giorno della memoria della passione di Cristo, recita un’orazione che è declamata in pubblica convocazione (BUB 1496, busta VIII, fsc.</hi><hi rend="CharOverride-1"> 8). Diverse quindi le rime raccolte dal marchese Angelelli dedicate alla </hi><hi rend="italic">Passione di Nostro Signore</hi><hi rend="CharOverride-1">. Dell’Abate Vecchiotti è quella </hi><hi rend="italic">Pel Venerdì Santo</hi><hi rend="CharOverride-1">: «Ma se la terra, e il cielo, e la fremente / Consapevol natura ad alta voce / </hi><hi rend="CharOverride-1">Per la pietà del suo Fattor sì dole; Sorgi una volta, e con più sana mente / Libra il valor delle amorose fole / In faccia a questo Sangue, e a questa Croce» (</hi><hi rend="italic">Prose</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1784, 183). Di Angelelli sono i versi </hi><hi rend="italic">Per la Passione</hi><hi rend="CharOverride-1">: «Come intender si puote</hi><hi rend="CharOverride-1">? Oh gran mistero / D’iniquità, che pur vasto distende / Fra’ seguaci di Cristo oggi fù impero! / E meraviglia poi tanto ci prende /</hi><hi rend="CharOverride-1"> Se natura sconvolta al sommo vero / Par che dia sola onor, e il fallo emende» (</hi><hi rend="italic">Prose</hi><hi rend="CharOverride-1"> 1784, 106).</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">In questa accademica devozione sono coinvolte persone e luoghi. Relazioni tra uomini dell’aristocrazia e non solo, tra religiosi i cui nomi sono noti alla città e chiese nelle quali trovare approdo per le pubbliche adunanze dell’accademia. Trattandosi di eventi legati al fatto religioso e alla discesa dell’immagine simbolo di una città, gli Inestricati ogni anno scelgono una chiesa che è significativa per la storia della città stessa: quella dei celestini dedicata a San Giovanni Battista, quella degli oratoriani della Madonna di Galliera in via Manzoni, degli agostiniani di San Giacomo Maggiore o dei Santi Gregorio e Siro dei chierici regolari degli Infermi. La presenza è quindi capillare e pervasiva a garanzia di una dimensione sociale e politica. La devozione tocca i luoghi in cui la si pratica e la forma, così imparentata alle nobili arti, è quella di una pietà letteraria appunto che regala, alla Vergine di San Luca, al Cristo morente sulla croce ma anche a soggetti non sempre toccanti la materia sacra, le proprie rime.</hi></p><p rend="text"><hi rend="CharOverride-1">Le tracce sugli Inestricati che i fondi manoscritti della Biblioteca Universitaria di Bologna e dell’Archiginnasio ci restituiscono, dicono quindi di una produzione letteraria che ha centralità nella rima sacra. Ottavia Niccoli nel parlare del quotidiano di questa Bologna evoca un tempo che sco</hi><hi rend="CharOverride-1">rre dalle mani di Dio (Niccoli 2000, 9-15). In questo XVIII secolo gli Inestricati rappresentano uno dei volti di questo tempo sacro i quali hanno scelto, attraverso un’intuizione non solo di utilità religiosa, di scrivere rime e di fare accademia in un momento del calendario liturgico e civile così significativo per la socialità della città e cioè la discesa della Vergine dal colle della Guardia che ancora oggi rimane segno potente di identità: il Santuario di San Luca.</hi></p></div><div><head>Fonti manoscritte</head><p rend="bib_indx_bib">ASB: <hi rend="italic">Studio</hi>, <hi rend="italic">Università degli Artisti</hi>, <hi rend="italic">Matricole</hi> <hi rend="italic">1769-1786</hi>, reg. 398. Bologna, Archivio di Stato. </p><p rend="bib_indx_bib">BCA: <hi rend="italic">Domenico Santagata </hi>XVI, 14-15. Bologna: Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio. </p><p rend="bib_indx_bib">BCA: Busta 1321, <hi rend="italic">Notizie sulle Accademie bolognesi di Bernardo Monti</hi>. Bologna: Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio.</p><p rend="bib_indx_bib">BCA: <hi rend="italic">Gozzadini</hi> 81. Bologna: Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio.</p><p rend="bib_indx_bib">BCA: <hi rend="italic">Gozzadini</hi> 261. Bologna: Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio. </p><p rend="bib_indx_bib">BCA: <hi rend="italic">Malvezzi</hi> 179, busta 4534. Bologna: Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio.</p><p rend="bib_indx_bib">BCA: <hi rend="italic">Malvezzi</hi> 179, busta 4543, 8a, <hi rend="italic">Inviti ad adunanze</hi>, n. 4. Bologna: Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio.</p><p rend="bib_indx_bib">BCA: <hi rend="italic">Malvezzi</hi> 179, busta 4252. Bologna: Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio. </p><p rend="bib_indx_bib">BUB: Ms. 1424, II, fsc. 4, cc. 1-25. Bologna: Biblioteca Universitaria.</p><p rend="bib_indx_bib">BUB: Ms.1496, busta VIII, fsc. 8, <hi rend="italic">Orazione recitata in S. Barbaziano il Venerdì Santo del 1790 nell’Accademia degli Inestricati</hi>. Bologna: Biblioteca Universitaria.</p></div><div><head>Bibliografia</head><p rend="bib_indx_bib">Angelini, Annarita, a cura di. 1993. <hi rend="italic">Anatomie accademiche. Volume 3: L’Istituto delle Scienze e l’Accademia</hi>. Bologna: Il Mulino.</p><p rend="bib_indx_bib">Barbieri, Alessandro. 2017-18. “<hi rend="italic">Extricabilis Error. L’</hi><hi rend="italic">Accademia degli Inestricati nel network culturale della Bologna del Settecento</hi>.” Laurea in Scienze Storiche e Orientalistiche. Università degli studi di Bologna.</p><p rend="bib_indx_bib">Battistini, Andrea. 2008. “Le accademie nel XVI e nel XVII secolo.” In <hi rend="italic">Storia di Bologna. Volume 3: Bologna nell’età moderna, secoli XVI-XVIII, 2: Cultura, istituzioni culturali, chiesa e vita religiosa</hi>, a cura di Adriano Prosperi, 179-81. 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Roma: Istituto dell’Enciclopedia Italiana <ref target="https://www.treccani.it/enciclopedia/giulio-piazza_(Dizionario-Biografico)/">https://www.treccani.it/enciclopedia/giulio-piazza_(Dizionario-Biografico)/</ref> (2025-08-25).</p><p rend="bib_indx_bib"><hi>Testa, Simone. 2015. </hi><hi rend="italic">Italian Academies and Their Networks, 1525-1700. </hi><hi rend="italic">From Local to Global</hi><hi>. New York: Palgrave.</hi></p><p rend="bib_indx_bib"><hi>Vigilante, Magda. 1982. “Collina, Bonifacio.” </hi><hi rend="italic">Dizionario Biografico degli Italiani</hi>, 27. Roma: Istituto dell’Enciclopedia Italiana <ref target="https://www.treccani.it/enciclopedia/bonifacio-collina_(Dizionario-Biografico)/">https://www.treccani.it/enciclopedia/bonifacio-collina_(Dizionario-Biografico)/</ref> (2025-08-25). </p><list rend="numbered">
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="xml_27.html#footnote-008-backlink">1</ref></hi><hi rend="CharOverride-4">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Maria Teresa Guerrini è autrice dei paragrafi 1 e 2 del presente contributo, mentre Vincenzo Lagioia risulta autore del paragrafo 3.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="xml_27.html#footnote-007-backlink">2</ref></hi><hi rend="CharOverride-4">	</hi><hi rend="CharOverride-4">L’archivio degli Inestricati è conservato a Bologna tra la BCA (fondi Domenico Santagata XVI, 14 e 15; Gozzadini 81, 261; Malvezzi 179, buste 4252, 4534, 4543) e la BUB (mss. 1424 e 1496).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="xml_27.html#footnote-006-backlink">3</ref></hi><hi rend="CharOverride-4">	</hi><hi rend="italic">Certamen</hi><hi rend="CharOverride-4">, datato 1715, di Giovanni Ludovico Ghigerio, allievo delle Scuole Pie e, fra gli Inestricati, detto l’Ansioso.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="xml_27.html#footnote-005-backlink">4</ref></hi><hi rend="CharOverride-4">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Luigi Rossi, Ulisse Aldrovandi, Bonaventura Zecchini, Gaetano Amadei e Giovanni Camillo Ungarelli identificati attraverso il confronto tra i diversi elenchi degli accademici (BCA, Gozzadini</hi><hi rend="italic"> </hi><hi rend="CharOverride-4">261, 11, </hi><hi rend="italic">Leggi dell’Accademia degl’Inestricati nuovamente compilate per ordine della medesima dal marchese senatore Giuseppe Angelelli </hi><hi rend="CharOverride-4">[…] </hi><hi rend="italic">nell’anno 1779</hi><hi rend="CharOverride-4">; </hi><hi rend="italic">Accademia degli Inestricati, Catalogo alfabetico de</hi><hi rend="italic">’ signori Accademici Inestricati, Bologna 1788</hi><hi rend="CharOverride-4">) con la matricola del Collegio Poeti (Archivio Storico dell’Università di Bologna, </hi><hi rend="italic">Collegio Poeti</hi><hi rend="CharOverride-4">, </hi><hi rend="italic">Regolamenti e disposizioni disciplinari</hi><hi rend="CharOverride-4">).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="xml_27.html#footnote-004-backlink">5</ref></hi><hi rend="CharOverride-4">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Informazioni tratte dalla banca-dati </hi><hi rend="italic">Astrea - Professionisti del diritto nella Bologna d’età moderna</hi><hi rend="CharOverride-4">, prossimamente online.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="xml_27.html#footnote-003-backlink">6</ref></hi><hi rend="CharOverride-4">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Per la matricola degli accademici Inestricati cfr. i riferimenti documentari in nota 4.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="xml_27.html#footnote-002-backlink">7</ref></hi><hi rend="CharOverride-4">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Altri espulsi furono impiegati come precettori o in qualità di amministratori di patrimoni (Guasti 2006).</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="xml_27.html#footnote-001-backlink">8</ref></hi><hi rend="CharOverride-4">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Solo uno scavo puntuale della documentazione posseduta negli archivi e nelle biblioteche cittadine potrà permettere la comprensione del fenomeno accademico-religioso e di poterlo confrontare con le altre esperienze italiane di pieno Settecento. Si pensi all’accademia della Concezione, nata nella prima metà del XVII secolo all’interno del convento dei minori conventuali di San Francesco e che mantenne relazioni importanti con varie accademie (quella dei Gelati ad esempio) per tutto il XVIII secolo. Si ringrazia Gian Luigi Betti per l’informazione.</hi></p></item>
					<item><p rend="layout_notes"><hi rend="notes_number CharOverride-3"><ref target="xml_27.html#footnote-000-backlink">9</ref></hi><hi rend="CharOverride-4">	</hi><hi rend="CharOverride-4">Le informazioni sono contenute presso la BUB, ms. 1424, II, fsc. 4, cc. 1-25. L’orazione è a stampa e compare come </hi><hi rend="italic">Orazione per l’innalzamento al sommo pontificato di nostro signore Benedetto XIV</hi><hi rend="CharOverride-4"> (1740).</hi></p></item>
				</list><p rend="editorial_metadata_author">Maria Teresa Guerrini, University of Bologna, Italy, <ref target="mailto:mariateresa.guerrini@unibo.it">mariateresa.guerrini@unibo.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0003-0329-799X">0000-0003-0329-799X</ref></p><p rend="editorial_metadata_author">Vincenzo Lagioia, University of Bologna, Italy, <ref target="mailto:vincenzo.lagioia2@unibo.it">vincenzo.lagioia2@unibo.it</ref>, <ref target="https://orcid.org/0000-0002-8335-1417">0000-0002-8335-1417</ref></p><p rend="editorial_metadata_polices">Referee List (DOI 1<ref target="https://doi.org/10.36253/fup_referee_list">0.36253/fup_referee_list</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_polices">FUP Best Practice in Scholarly Publishing (DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/fup_best_practice">10.36253/fup_best_practice</ref>)</p><p rend="editorial_metadata_book">Maria Teresa Guerrini, Vincenzo Lagioia, <hi rend="italic">Accademici ‘devoti’. Sodalizi e cultura letterario-religiosa tra Bologna e la Spagna (secolo XVIII),</hi> © Author(s), <ref target="http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/legalcode">CC BY 4.0</ref>, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2.27">10.36253/979-12-215-0989-2.27</ref>, in Niccolò Guasti, Cinzia Recca, Mónica Bolufer Peruga, Fernando Durán López (edited by), <hi rend="italic">Accademie e luoghi del sapere tra Italia e Spagna nel lungo Settecento. Scienze, arti, letteratura, politica e sociabilità / Academias y lugares del saber en el largo siglo XVIII entre Italia y España. Ciencias, artes, literatura, política y sociabilidad</hi>, pp. -286, 2026, published by Firenze University Press, ISBN 979-12-215-0989-2, DOI <ref target="https://doi.org/10.36253/979-12-215-0989-2">10.36253/979-12-215-0989-2</ref></p></div></div>
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</TEI>